29 gennaio 2026

Martin Jay - Dopo le bravate in Groenlandia, un Trump in difficoltà guarda adesso all'Iran



Traduzione da Strategic Culture, 27 gennaio 2026.

Si pubblica con l'avvertenza -e con la consapevolezza- che previsioni tanto nette sono suscettibili di essere smentite dai fatti.
Anche a stretto giro.

La recente marcia indietro di Trump in Groenlandia è motivo di interesse perché sono stati il mercato obbligazionario traballante e i sondaggi poco incoraggianti a spingerlo a rinunciare a mettere in pratica il più trito copione in politica estera di cui un Presidente in carica negli USA abbia mai dato prova negli ultimi cento anni. Agli europei è piaciuto credere che fosse stata la loro opposizione a fermarlo; diversi paesi che hanno inviato contingenti militari per dimostrare l'unica cosa che Trump non avrebbe potuto immaginare: che mentre lui avrebbe potuto allegramente distruggere la NATO per il suo tornaconto politico, nessuno immaginava che i paesi dell'UE avrebbero fatto lo stesso per opporsi alla sua follia.
Di conseguenza, andarsi a mettere con le spalle al muro e poi usare il fumo negli occhi della stampa di Davos per tirarsi fuori da quella che sarebbe stata una mossa disastrosa –che lo avrebbe ulteriormente isolato rispetto agli altri leader mondiali– potrebbe essere definito come un lampo di genio. Trump ha schivato un proiettile dalla sua stessa pistola.
Ma l'Iran è un'altra cosa.
Mentre due portaerei statunitensi si dirigono verso il Golfo Persico -o almeno in quella direzione- sono in pochi, ammesso che qualcuno ci sia, a sapere quale sarà la prossima mossa di Trump. Per il semplice motivo che non ne ha idea nemmeno lui. Commentatori esperti come Alastair Crooke sottolineano giustamente che Trump vorrebbe fare un colpo pulito e veloce da poter presentare come una vittoria, ma realisticamente sarà una cosa difficile. Tehran ha già dichiarato che qualsiasi attacco provocherà una guerra totale. Niente più risposte misurate.
Con le elezioni di medio termine non lontane, l'ultima cosa di cui Trump ha bisogno ora è una guerra in Medio Oriente e di feriti statunitensi che tornano in patria. Una cosa del genere spingerebbe quasi certamente gli elettori a cacciare il suo partito da entrambe le camere, aprendo la porta ai procedimenti giudiziari che gli pendono contro. Quest'ultima prospettiva potrebbe non infastidirlo molto, ma vale la pena rilevarla.
Il vero problema è: come fare per uscire da una situazione di stallo con gli iraniani e far credere che ha fatto valere il suo peso, ha minacciato i leader di Tehran e questi hanno ceduto? Con una enorme quantità di fake news, che i media occidentali gli forniranno volentieri. Quando l'armata si avvicinerà al Golfo Persico, i nostri schermi televisivi saranno pieni di immagini di aerei da combattimento che decollano dalle piste prima di lanciarsi nei cieli, accompagnate senza dubbio da videoclip della CIA e/o del Mossad che ritraggono l'Iran sull'orlo del collasso e il regime che crolla.
Probabilmente quasi nulla di tutto questo corrisponderà al vero. Trump si sta dirigendo verso l'Iran con l'esercito statunitense e sta per sferrare il colpo di grazia a forza di fake news. Sebbene sia vero che gran parte delle malefatte del Mossad in Iran sono state smascherate –i manifestanti catturati con tutti i loro dispositivi Starlink sono ora nelle mani delle autorità– la situazione politica del Paese consente ancora a Trump un certo margine di manovra. Gli iraniani sono ben consapevoli di trovarsi in una situazione di equilibrio: cercano di evitare di sostenere lo stato sionista e gli Stati Uniti chiedendo un cambiamento, ma allo stesso tempo vogliono una nuova leadership che possa tenere lontani questi nemici dalle loro coste.
Il commentatore ed economista di sinistra Yanis Varoufakis ha recentemente scritto: "... i più istruiti e/o riflessivi temevano ciò che sarebbe accaduto. Una guerra civile, una massiccia destabilizzazione che avrebbe portato scompiglio nelle sicurezze di base del sistema sociale. Letteralmente nessuno di quelli con cui ho parlato difendeva la Repubblica Islamica. Tutti invece temevano che nell'attuale contesto in cui all'interno manca un'opposizione valida e a livello internazionale imperano forze straniere nefaste, ci fossero poche speranze di una transizione pacifica verso un governo migliore. Condivido questa paura. Le cose potrebbero peggiorare molto e molti sono troppo istintivamente contrari allo stato di cose presente per vedere i reali pericoli e i limiti di questa situazione".
Trump potrebbe benissimo stare mettendo in atto un enorme bluff avvicinando le portaerei. Gli piace, come dicono i soldati delle forze speciali, "mettere il cazzo sul tavolo", ma è improbabile che entri in conflitto con l'Iran. Con il passare del tempo diventa sempre più chiaro che la campagna del 12 giugno è stata un fallimento ancora peggiore di quanto si credesse in precedenza, sia per lo stato sionista che per gli Stati Uniti. Le bombe sganciate sugli impianti nucleari sotterranei iraniani non erano nemmeno le cosiddette "bunker buster" e non sono riuscite a penetrare nelle caverne dove era conservato il materiale, che comunque era stato spostato giorni prima.
La cosa più strana in tutta l'operazione è che Trump sapeva che non avrebbe avuto alcuna rilevanza militare, ed è per questo che per lui è stata una mossa perfetta.
Trump è un uomo che ama evitare i conflitti, e -come suo padre- ha evitato anche il servizio militare. Questo rende particolarmente odiose le sue considerazioni sui soldati britannici che in Afghanistan non avrebbero combattuto in prima linea. Durante il suo primo mandato gli iraniani abbatterono un drone statunitense; per qualche istante Trump avrebbe voluto colpire una base militare, ma quando i capi del Pentagono gli parlarono delle conseguenze fece rapidamente marcia indietro. Trump è molto probabilmente pazzo, e per la prima volta i leader europei hanno iniziato a parlarne in questi termini. Ma non è stupido e non farà nulla per provocare l'Iran fino a indurlo a colpire lo stato sionista e i paesi del Consiglio di Cooperazione nel Golfo, per non parlare di rischiare un blocco dello Stretto di Hormuz lungo mesi. Quest'ultima mossa avrebbe un impatto così grave sui prezzi del petrolio da scuotere ulteriormente i mercati obbligazionari, uno scenario che Trump non può rischiare. Gli Stati Uniti e lo stato sionista hanno già subito una grave perdita in Iran, perché la loro rete di agenti è stata smascherata. L'invio delle portaerei è in gran parte una mossa per salvare la faccia, e forse anche per indurre Netanyahu a credere che gli USA siano dalla sua parte e sostengano la sua folle idea di attaccare l'Iran. Ma in realtà Trump non può permettersi nemmeno una sola vittima. E gli iraniani lo sanno.


28 gennaio 2026

Alastair Crooke - Come andrà a finire in Groenlandia?



Traduzione da Strategic Culture, 26 gennaio 2026.

Il 19 gennaio quando gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero usato la forza per conquistare la Groenlandia, il presidente Trump ha risposto "No comment". In precedenza aveva promesso di conquistare l'isola più grande del mondo "nel modo più delicato [acquistandola] o in quello più duro [con la forza]".
L'idea sembrerebbe venir fuori dal nulla, ma l'ex consigliere di Trump per la Sicurezza Nazionale John Bolton racconta che è stato Ron Lauder, ottantunenne miliardario ebreo newyorkese erede della fortuna di Estée Lauder, a insinuargli per primo in mente l'idea di mettere le mani sulla Groenlandia durante il suo primo mandato, nel 2018. Trump tentò senza successo di acquistare la Groenlandia nel 2019. Anche il Presidente Harry Truman si era offerto di acquistarla per cento milioni di dollari in oro nel 1946, ma la sua offerta era stata respinta.
Storicamente, osserva il Telegraph, "gli Stati Uniti sono stati contrari alle conquiste, ma non all'acquisizione di territori con denaro contante. Nel 1803, con l'acquisto della Louisiana, acquistarono enormi estensioni territoriali dalla Francia per un valore equivalente a circa quattrocentotrenta milioni di dollari odierni. Con l'acquisto dell'Alaska nel 1867 gli Stati Uniti pagarono alla Russia l'equivalente moderno di centosessanta milioni di dollari per quello che divenne il quarantanovesimo Stato. Nel 1917 acquistarono le Isole Vergini dalla Danimarca in cambio di monete d'oro del valore equivalente a oltre seicento milioni di dollari odierni".
Wolfgang Munchau, un commentatore europeo di lunga data, afferma che "i funzionari europei descrivono esterrefatti la fretta con cui Trump intenderebbe annettere un territorio sovrano danese come 'folle' e 'pazzesca', chiedendosi se non sia entrato nella sua 'modalità di combattimento' dopo l'avventura in Venezuela, e affermando che merita una durissima risposta dall'Europa per quello che molti considerano un deliberato e immotivato attacco contro gli alleati dell'altra parte dell'Atlantico".
Un funzionario di Bruxelles ha affermato che gli USA non possono più essere considerati un partner commerciale affidabile e che sono cambiati a tal punto sotto Trump che questa metamorfosi dovrebbe essere considerata permanente.
I sondaggi indicano che il sostegno europeo agli USA è svanito: un nuovo sondaggio pubblicato in Germania mostra che meno del 17% degli europei ha ancora fiducia nell'AmeriKKKa.
Michael McNair sostiene tuttavia che non è stato Lauder a promuovere l'acquisizione della Groenlandia, ma il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, preposto alla linea politica, che ha infatti delineato la sua visione di questa manovra in un libro del 2021, The Strategy of Denial: American Defence in an Age of Great Power Conflict.
Il concetto fondamentale in Colby è che la strategia degli Stati Uniti nel XXI secolo dovrebbe mirare a impedire alla Cina di raggiungere l'egemonia sull'Asia. Il resto deriva da questa semplice proposizione. Secondo McNair, garantirsi il controllo dell'emisfero occidentale fa parte di questo quadro: garantirsi una base sicura non significa ritirarsi dall'Asia, è invece un prerequisito per mantenere una proiezione di potere nell'Indo-Pacifico. "Non si può combattere una guerra nel Pacifico occidentale se attori ostili controllano le immediate vicinanze a sud".
Concentrarsi sull'emisfero occidentale non significa certo che gli USA si ritirano nel loro angolo. Significa garantire la sicurezza della base operativa. Non è possibile proiettare il proprio potere nell'Indo-Pacifico se attori ostili controllano le rotte marittime del Golfo, gli accessi al canale o le catene di approvvigionamento critiche nell'emisfero occidentale. Riaffermare la Dottrina Monroe significa rendere praticabile la strategia in Asia, non sostituirla.
Tutto questo chiaramente non ha molto senso. La Cina (o la Russia) non minacciano la Groenlandia, e gli Stati Uniti ospitano già un'importante base radar di allerta contro i missili balistici presso la base spaziale di Pituffik, che ospita il 12° Space Warning Squadron della U.S. Space Force. Quali ulteriori vantaggi otterrebbero gli Stati Uniti dall'annettere la Groenlandia, quando è già consentito loro di tenervi enormi radar di allarme missilistico?
È chiaro che non esiste alcuna esigenza immediata e urgente in materia di difesa che richieda agli Stati Uniti di annettere la Groenlandia. Detto questo, con l'avvicinarsi delle elezioni di medio termine e un Trump timoroso che se dovesse perdere la Camera potrebbe essere "finito, finito, finito" (parole sue), potrebbe esserci una spiegazione diversa, di convenienza politica.
Trump ritiene che la bravata di catturare il Presidente Maduro sul fronte interno abbia funzionato bene. Secondo quanto riferito, avrebbe detto alla base dei sostenitori che vuole conseguire delle vittorie politiche "eccezionali" prima delle elezioni di medio termine.
Se Trump dovesse portare a termine l'acquisto della Groenlandia, si assicurerebbe quasi certamente un posto nella storia statunitense e in quella mondiale... La Groenlandia si estende su circa 2,17 milioni di chilometri quadrati, il che la rende paragonabile per dimensioni all'intera Louisiana acquistata nel 1803 e più grande dell'Alaska, acquistata nel 1867. Se quella massa continentale fosse aggiunta agli Stati Uniti odierni, la loro superficie totale supererebbe quella del Canada, collocando gli Stati Uniti al secondo posto dopo la Russia in termini di estensione territoriale. In un sistema in cui le dimensioni, le risorse e la profondità strategica contano ancora, un tale cambiamento sarebbe interpretato in tutto il mondo come un'affermazione del perdurare dell'influenza statunitense,
osserva un commentatore.
Probabilmente sarebbe una bella figura.
Munchau nota tuttavia:
Gli europei si sono appena dati una svegliata e questa volta sono arrabbiati sul serio; chiedono a gran voce di rilasciare comunicati stampa per condannare Trump. Sento osservatori che esortano l'UE a ricorrere al dispositivo anti-coercizione, uno strumento legale entrato in vigore due anni fa per contrastare la pressione economica degli avversari. Insistono sul fatto che l'UE è più forte di quanto essa stessa non creda; è il più grande mercato unico e la più vasta unione doganale del mondo, no? E si considera una superpotenza normativa.
Durante il fine settimana, Trump ha annunciato dazi aggiuntivi del 10% a partire dal 1° febbraio, che saliranno al 25% dal 1° giugno, per otto paesi europei che resistono ai tentativi degli Stati Uniti di acquisire la Groenlandia. L'UE si sta preparando a reagire imponendo 93 miliardi di euro di dazi, il volume di fuoco della ritorsione europea. Il presidente Macron sta esortando con forza l'UE ad attivare il dispositivo anti-coercizione.
I funzionari europei stanno anche discutendo "con discrezione" di prendere iniziative "delicate", compresa la chiusura delle basi statunitensi in Europa, quelle che consentono agli Stati Uniti di proiettare la propria forza in teatri chiave, in particolare in Medio Oriente.
"È possibile tracciare una linea netta attorno agli otto Paesi che Donald Trump ha preso di mira con la sua tariffa punitiva del 10%: Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Germania, Francia e Paesi Bassi. Il nord-ovest liberale dell'Europa sta cercando di ostacolare l'acquisizione della Groenlandia da parte di Trump. Ma esistono altri ventuno Paesi della UE che non sono stati sanzionati", osserva Munchau.
"Meloni romperà con il Presidente per un pezzo di terra lontano e irrilevante per la sicurezza e l'economia dello stato che occupa la penisola italiana? E la Spagna? La Grecia? Malta e Cipro? E l'Europa orientale? Viktor Orbán, Andrej Babiš e Robert Fico... correranno in soccorso dei loro amici liberali in Danimarca?"
Il confronto previsto raggiungerà il culmine al WEF di Davos, che si terrà questa settimana, con Trump e un nutrito entourage in arrivo oggi (mercoledì 21 gennaio, N.d.T.).
È previsto almeno un incontro tra funzionari della UE e funzionari della NATO con Trump a Davos. Potrebbe rivelarsi un incontro burrascoso.
Potrebbe rivelarsi un incontro burrascoso perché una fonte vicina alle deliberazioni della Casa Bianca riferisce che Trump non si recherà a Davos in vena di conciliazioni. Al contrario, Trump intende infliggere una doccia fredda alle persone che si autoproclamano importanti e che si sono lì riunite. Molti tra il pubblico rimarranno sgomenti quando i globalisti, che costituiscono la maggioranza dell'assemblea del World Economic Forum, cominceranno a rendersi conto di quello che Trump sta mettendo in piedi.
In sostanza, Trump sta mettendo insieme una struttura completamente nuova per le partnership globali che probabilmente porterà all'obsolescenza funzionale delle Nazioni Unite. Sta selezionando i leader mondiali invitandoli a un "Consiglio globale della pace". Gaza rappresenta solo l'occasione iniziale.
Uno degli aspetti chiave, nota un attento osservatore della Casa Bianca, è che in questa nuova Assemblea globale ognuno pagherà la propria parte. "Questa volta non ci saranno scrocconi. Se volete sedervi al tavolo dei grandi, entrare a far parte del grande club della sovranità, riunirvi con un team di azione all'insegna del rispetto reciproco, per partecipare pagherete la quota di iscrizione".
Alcuni, ma non tutti, in Europa manifestano la propria rabbia e parlano di "resistenza", ma "la verità è che gli europei non si sono mai interessati davveri alla Groenlandia. È stato il primo Paese a lasciare la UE nel 1985, molto prima della Brexit. È una terra di pescatori; il pesce rappresenta oltre il 90% delle sue esportazioni. E se n'è andata perché le politiche sulla pesca della UE le avrebbero negato il diritto di gestire la materia in proprio. La Groenlandia avrebbe potuto rimanere nella UE, se questa avesse davvero voluto mantenera", scrive Munchau.
L'Europa ha la volontà o i mezzi per resistere a Trump? No, non li ha. Sono gli Stati Uniti, non l'Europa, ad avere in mano un "bazooka commerciale": l'Europa ha consapevolmente deciso (nell'ambito del progetto Ucraina) di diventare dipendente al 60% dal gas naturale liquefatto dagli USA per il proprio fabbisogno energetico. La UE sotto la NATO rimane uno Stato cuscinetto degli Stati Uniti, che hanno importanti basi nei Paesi Bassi, in Germania, Spagna, penisola italiana, Polonia, Belgio, Portogallo, Grecia e Norvegia. Senza l'ombrello di sicurezza degli Stati Uniti, la deterrenza nucleare della UE crolla. Senza gli Stati Uniti l'alleanza Five Eyes è finita. Lo spostamento del Canada verso est potrebbe aver già dato inizio a una frattura nella NATO. La fine della Five Eyes potrebbe rivelarsi molto più grave della fine della NATO stesssa.
Secondo quanto riferito, le capitali europee stanno elaborando un piano per costringere Trump a fare marcia indietro sulla pretesa di sottrarre il controllo della Groenlandia alla Danimarca. O meglio, stanno elaborando diversi piani e stanno mostranbdo tutte le loro risorse a chiunque ritengano possa ascoltarli, alimentando forti sospetti sul fatto che non parlino con una sola voce e che abbiano chiaro quanto l'Europa sia debole.
Il rischio grave, ammettono alcuni funzionari europei, è che tali scoperte sfide agli Stati Uniti possano rapidamente degenerare in una rottura totale delle relazioni transatlantiche, portando forse alla fine della NATO. Altri sostengono che l'Alleanza sia sempre più tossica sotto Trump e che l'Europa debba superarla.
Ma dietro le quinte, come sempre in questi giorni nell'Europa occidentale, si nasconde il "Progetto Ucraina". I membri europei della "Coalizione dei volenterosi" sono ancora attaccati all'idea di costringere Trump ad accettare che le forze militari statunitensi sostengano le garanzie di sicurezza europee nell'improbabile eventualità che entri in vigore un cessate il fuoco in Ucraina.
Come andrà a finire in Groenlandia? Trump la "conquisterà". Nel più lungo termine, questo potrebbe portare l'Europa a smembrarsi e all'adozione di politiche di difesa individuali da parte di alcuni Stati. Le élite europee, tuttavia, preferiranno tenere in piedi la NATO e con essa la parvenza di essere "alleati" degli Stati Uniti che non "salvare la Groenlandia".

23 gennaio 2026

Noah Carl - La maggioranza degli iraniani è davvero contraria alla Repubblica Islamica?

 

Traduzione da AntiWar.com, 16 gennaio 2026.

A sentire i politici statunitensi che parlano di Iran si ha l'impressione che gli iraniani siano a stragrande maggioranza contrari all'attuale forma di governo. Mike Waltz afferma: "Il popolo iraniano vuole la libertà". Ted Cruz sostiene che "Il popolo iraniano vuole stare dalla parte degli USA" e "vuole stare dalla parte della libertà". Newt Gingrich, che "La stragrande maggioranza degli iraniani vuole la libertà e rifiuterebbe il regime in una consultazione elettorale equa".
È davvero così?
Un argomento a favore è rappresentato dalle ondate di proteste che hanno sconvolto il Paese, compresa l'ultima in cui potrebbero essere morte più di duemila persone. Compiere inferenze sull'orientamento dell'opinione pubblica a partire dalle proteste è una pratica comune, ma è irta di difficoltà.
Ogni volta che c'è un grande movimento di protesta in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, i suoi sostenitori sono sicuri che le proteste dimostrano che "il popolo" vuole ciò che loro vogliono. Ma spesso non è così. Ad esempio, la più grande manifestazione di un solo giorno mai registrata negli Stati Uniti è stata la manifestazione "No Kings" del 18 ottobre, in cui diversi milioni di statunitensi sono scesi in strada. Questo dimostra che gli statunitensi sono a stragrande maggioranza contrari a Trump? No. Dimostra semplicemente che nei suoi confronti esiste una forte avversione da parte di alcuni liberali e di alcuni democratici.
Allo stesso modo, durante la pandemia ci sono state numerose proteste contro il lockdown in Gran Bretagna, nonostante il lockdown fosse estremamente popolare tra la popolazione. In questo caso, le proteste erano di un segno opposto rispetto alla preferenza della maggioranza. Quindi, mentre le proteste in Iran riflettono ovviamente l'esistenza di una certa opposizione, non dimostrano che tale opposizione sia schiacciante.
Un'altra fonte addotta a prova del fatto che gli iraniani si oppongono in modo schiacciante alla Repubblica Islcamica è il sondaggio condotto da un Group for Analyzing and Measuring Attitudes in Iran (GAMAAN). Il Tony Blair Institute cita un sondaggio GAMAAN del 2022 in cui la grande maggioranza degli intervistati si è definita "favorevole a un cambio di regime".
Il problema è che la metodologia del GAMAAN è molto discutibile ed è stata criticata da altri studiosi dell'Iran e dall'autorevole istituto di rilevazioni Pew Research. Anziché utilizzare il tradizionale campionamento probabilistico, GAMAAN distribuisce i suoi sondaggi tramite i social media e Psiphon VPN, un software progettato per aggirare la censura su internet. Di conseguenza, è improbabile che i suoi campioni siano rappresentativi della popolazione iraniana e che vi sia un forte sovracampionamento dei dissidenti.
A titolo illustrativo, il GAMAAN ha rilevato in un sondaggio del 2020 che addirittura un terzo degli iraniani era "ateo", "umanista" o "senza religione". Tuttavia, quando l'Iran ha partecipato al World Values Survey di quell'anno, solo il 4% degli intervistati ha affermato che la religione non era "affatto importante" nella propria vita. Secondo i dati ufficiali, il 99% degli iraniani è musulmano.
I dati raccolti da altri istituti di ricerca inoltre dipingono un quadro molto più sfumato dell'opinione pubblica in Iran.
Nell'edizione 2020 del World Values Survey, circa la metà degli iraniani ha dichiarato di avere "molta" o "moltissima" fiducia nel proprio governo nazionale, una percentuale che in concreto è superiore a quella registrata in alcuni paesi occidentali. Gallup ha rilevato un dato quasi identico nel 2022. La stessa Gallup in un sondaggio del 2024 ha rilevato che gli iraniani esprimevano maggiore approvazione per i leader cinesi e russi che per quelli statunitensi.
Allo stesso modo il Center for International and Security Studies at Maryland (CISSM) ha chiesto agli iraniani nel 2024 se "la Repubblica Islamica dovrebbe essere sostituita con un'altra forma di governo" e ha scoperto che l'80% non era d'accordo.
Hanno posto una domanda correlata, ovvero se il sistema di governo iraniano cambierà, ponendo la domanda secondo quanto prescritto dalla tecnica del list experiment, che si usa per rilevare le vere convinzioni delle persone in contesti in cui potrebbero essere inclini a nasconderle, proprio come in un paese del tipo dell'Iran. Tuttavia, la percentuale di coloro che hanno indicato che il sistema di governo sarebbe cambiato è risultata superiore solo di poco, il che suggerisce che le convinzioni rilevate non soffrano di un alto livello di falsificazione.
Il CISSM ha chiesto anche agli interpellati: "se poteste cambiare una cosa dell'Iran, quale sarebbe?". La risposta di gran lunga più comune è stata "una maggiore prosperità economica", mentre solo il 9% degli intervistati ha risposto "più democrazia e libertà". In effetti l'insoddisfazione per le condizioni economiche del Paese sembra essere molto diffusa.
Sono tutti risultati da interpretare con cautela. Anche con i list experiment non è possibile aggirare il problema dei dissidenti, che sono meno inclini a partecipare ai sondaggi. Tuttavia il CISSM ha effettuato un accurato controllo di qualità. La loro stima sugli spettatori della BBC Persian corrisponde quasi esattamente alle cifre pubblicate dalla stessa BBC Persian stessa, il cui istituto di rilevazioni IranPoll è stato in grado di prevedere il risultato delle elezioni iraniane del 2017 con uno scarto di soli due punti percentuali.
Le prove che in Iran esista una schiacciante maggioranza contraria alla Repubblica Islamica sono deboli. E le affermazioni di Waltz, Cruz e Gingrich sono probabilmente errate.
 

Noah Carl è redattore della rivista Aporia Magazine. Su Twitter è @NoahCarl90.

21 gennaio 2026

Alastair Crooke - Le esternazioni di Trump sull'Iran e una loro interpretazione

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 gennaio 2026.

Per comprendere quale sia il contesto di ciò che sta succedendo in Iran dobbiamo ricordare una citazione qui presentata lo scorso luglio. Il commentatore statunitense e biografo di Trump Michael Wolff, riguardo a cosa pensasse Trump sugli agli imminenti attacchi agli impianti di arricchimento iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan, aveva detto:
Ho fatto molte telefonate, quindi credo di avere un'idea del percorso che ha portato Trump al punto in cui siamo [quello degli attacchi all'Iran]. Le telefonate sono uno dei principali metodi con cui cerco di capire cosa sta pensando (uso il termine "pensare" in senso lato). Parlo con persone con cui Trump ha parlato al telefono. Voglio dire, l'organizzazione cognitiva di Trump è completamente esterna, e si manifesta in una serie continua di telefonate. Ed è piuttosto facile da seguire, perché Trump dice la stessa cosa a tutti. Quindi è un continuo ripetersi... In sostanza, quando lo stato sionista ha attaccato l'Iran, lui si è eccitato molto e le sue telefonate erano tutte ripetizioni di un unico refrain: "Vinceranno? È una mossa vincente? È finita? Sono così bravi! È davvero uno spettacolo".
I disordini organizzati dall'esterno delle ultime settimane in Iran sono quasi completamente scomparsi dopo che l'Iran ha bloccato le chiamate internazionali, interrotto le connessioni Internet internazionali e, cosa più significativa, interrotto le connessioni satellitari Starlink. Nessuna agitazione, rivolta o protesta è stata registrata in nessuna città iraniana negli ultimi tre giorni. Non ci sono nuove segnalazioni; anzi, ci sono state massicce manifestazioni di sostegno alla Repubblica Islamica. I video che continuano a circolare sono per lo più vecchi e, secondo quanto riferito, diffusi da due fonti principali che si trovano fuori dall'Iran.
L'impatto dell'interruzione dei contatti tra i manifestanti e i loro controllori esterni è stato immediato e sottolinea che le rivolte non sono mai state spontanee, ma pianificate con largo anticipo. La repressione della violenza estrema praticata dall'intervento di rivoltosi ben addestrati, insieme all'arresto dei capi, ha tagliato fuori il pilastro principale di questa iterazione della strategia statunitense e sionista per il rovesciamento dei governi invisi.
La strategia della CIA e del Mossad aveva al centro una serie di attacchi imprevedibili, ideati per scioccare e disorientare l'Iran.
Per l'ondata di attacchi condotta da infiltrati statunitensi e sionisti il 13 giugno 2025 l'effetto sorpresa aveva funzionato. L'effetto shock si basava su una rete di agenti segreti infiltrati dal Mossad in Iran nel corso di un lungo periodo di tempo. Queste piccole squadre segrete sono state in grado di infliggere danni considerevoli alle difese aeree a corto raggio iraniane, utilizzando piccoli droni introdotti clandestinamente e armi anticarro Spike.
Questa ondata di sabotaggi all'interno del Paese sarebbe dovuta servire allo stato sionista da trampolino di lancio per una sfida diretta all'intero ombrello della difesa aerea iraniana. Per il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica gli attacchi sembravano arrivare dal nulla: hanno creato shock e costretto le loro difese aeree a passare a una posizione difensiva fino a quando non sono stati in grado di comprendere e identificare l'origine dell'attacco. A quel punto i sistemi radar mobili hanno ricevuto ordine di ritirarsi nella ramificatissima rete di tunnel esistente in Iran per motivi di sicurezza.
L'attivazione del terzo sistema di difesa aerea esteso su tutto il territorio non sarebbe potuta avvenire in sicurezza fino a quando non fosse stata eliminata la minaccia diretta ai sistemi mobili.
Questa iniziale ondata di sabotaggi ha permesso allo stato sionista di ingaggiare il sistema di difesa aerea integrato iraniano che, rimasto in assetto difensivo, operava a capacità ridotta. A quel punto lo stato sionista è entrato in conflitto utilizzando missili aerobalistici lanciati dall'aria da posizioni al di fuori dello spazio aereo iraniano.
Come primissima contromisura la connessione Internet della rete di telefonia mobile iraniana venne disattivata per interrompere il collegamento con gli operatori in incognito che fornivano dati di puntamento alle postazioni di lancio dei droni locali.
L'attacco del 13 giugno, che aveva lo scopo di far crollare quello che veniva definito il "castello di carte" dello Stato iraniano, fallì. Portò successivamente alla "guerra dei dodici giorni", anch'essa fallita. Lo stato sionista fu costretto a chiedere a Trump di negoziare un cessate il fuoco dopo quattro giorni di ripetuti attacchi missilistici iraniani.
La fase successiva del progetto statunitense e sionista per un "cambio di regime" prevedeva un piano completamente differente e basato sulla vecchia prassi di ammassare e incitare le folle e scatenare violenze estreme. È iniziata il 28 dicembre 2025 e ha coinciso con l'incontro di Netanyahu con Trump a Mar-a-Lago. Una vendita allo scoperto del rial (probabilmente orchestrata da Dubai) ha fatto crollare il valore della valuta del 30-40%.
La svalutazione ha minacciato il bazar, l'attività dei commercianti che, comprensibilmente, hanno inscenato proteste. Da alcuni anni l'economia iraniana non è gestita bene, un fatto che ha alimentato la loro rabbia. Anche i giovani iraniani hanno pensato che questa cattiva gestione economica li avesse spinti fuori dalla classe media e avviati alla povertà relativa. Il crollo del rial ha avuto ripercussioni pesanti. I bazari che protestavano contro l'improvviso stravolgimento dello status quo economico sono stati usati dagli USA e dallo stato sionista per allargare le proteste.
L'effetto sorpresa, in questa fase della prassi con cui si sovvertono i governi invisi, si è avuto grazie all'infiltrazione di professionisti dello scontro in luoghi indicati da chi li controllava da remoto.
Il modus operandi prevedeva che insorti armati si riunissero in alcune zone cittadine molto frequentate -di solito in piccoli centri- che scegliessero un passante a caso e che gli uomini del gruppo lo picchiassero selvaggiamente mentre le donne filmavano e gridavano loro davanti alla folla che si era radunata: "Ammazzatelo! Bruciatelo!".
La folla non capisce, si esalta e diventa violenta. Arriva la polizia. A quel punto vengono sparati dei colpi, generalmente da un punto sopraelevato rispetto alla folla, contro la polizia o contro le forze di sicurezza. Le forze di sicurezza rispondono al fuoco. Non sapendo da dove arrivano gli spari, finiscono per colpire a morte sia i "manifestanti" armati sia qualcuno della folla circostante. A quel punto la rivolta esplode.
Sono tecniche efficaci, da professionisti. Sono state utilizzate in molte altre occasioni in altri Paesi. La soluzione per contrastarle è stata duplice: in primo luogo, grazie alla collaborazione dei servizi segreti turchi, molti dei combattenti curdi armati -addestrati e riforniti dagli Stati Uniti e dallo stato sionista- sono stati uccisi o arrestati mentre attraversavano il confine con le zone a maggioranza curda dell'Iran, proveniendo dalla Siria e da Erbil.
A cambiare le carte in tavola, tuttavia, è stato il taglio delle connessioni Starlink ai circa quarantamila terminali satellitari che erano stati introdotti clandestinamente in Iran, molto probabilmente da parte di ONG occidentali.
I servizi segreti occidentali ritenevano che Starlink fosse impossibile da disturbare, da qui la sua importanza di prim'ordine tra i ferri del mestiere per un regime change.
Far fuori Starlink ha ribaltato la situazione. Le rivolte sono scomparse. E la Repubblica Islamica ha ripreso il sopravvento. Non ci sono state defezioni dall'esercito, dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica o dal Basij. La macchina statale è rimasta intatta, le sue difese sono state rafforzate.
E ora cosa succederà? Cosa può fare Trump? Il suo ipotetico intervento aveva alla base una versione dei fatti per cui "il regime stava massacrando il popolo" in mezzo a "fiumi di sangue". Questo non è successo. Anzi, ci sono state massicce manifestazioni a sostegno della Repubblica.
Insomma, Michael Wolff ha contattato nuovamente le sue fonti alla Casa Bianca: "Così sono tornato dalle persone con cui parlo alla Casa Bianca, per riesaminare la questione".
Wolff riferisce che l'idea di una nuova serie di attacchi contro l'Iran sembrava aver preso piede tra i suoi interlocutori verso fine estate, inizio autunno. Il punto di partenza era che Trump era ancora "entusiasta" di come era andato l'attacco di giugno contro gli impianti di arricchimento dell'uranio iraniani: "Ha funzionato, ha funzionato davvero", ripeteva.
Ma in autunno Trump aveva iniziato a riconoscere che le elezioni di metà mandato sarebbero state una sfida ardua. E aveva cominciato a dire: "Se perdiamo [la Camera], potremmo essere finiti. Finiti. Finiti". Trump continuava -con una certa consapevolezza della situazione, dice Wolff- a enumerare i problemi dei "suoi", ovvero "[la mancanza di] posti di lavoro, la merda di Epstein e quei video dell'ICE che fanno piangere tutti". In queste conversazioni Trump lascia intendere che i repubblicani potrebbero persino perdere il Senato, nel qual caso "tornerò in tribunale, e non sarà piacevole".
Il giorno prima di attaccare gli impianti di arricchimento nel giugno 2025 Trump -in una telefonata ai suoi amici che rivela il suo modo di pensare- ripeteva continuamente: "Se lo facciamo, tutto deve andare perfettamente. Deve essere una vittoria. Deve sembrare perfetto. Nessuno deve morire".
Trump continuava a dire ai suoi interlocutori: "Facciamo una cosa così, si va, bum, e poi via. Il grande giorno. Vogliamo un grande giorno. Vogliamo [aspettate, dice Wolff] una guerra perfetta". E poi all'improvviso dopo l'attacco ha annunciato un cessate il fuoco. Secondo Wolff, "Trump metteva fine alla sua guerra perfetta".
L'estrema violenza usata dai rivoltosi contro la polizia iraniana e le forze di sicurezza (che ha raggiunto il picco il 9 gennaio 2026); l'incendio di banche, autobus e biblioteche, oltre al saccheggio delle moschee, molto probabilmente è stata un'idea dei servizi segreti occidentali per mostrare uno Stato in rovina, in colliquazione; uno Stati che nella sua agonia stava uccidendo il proprio popolo.
Probabilmente, in coordinamento con lo stato sionista, tutto questo è stato presentato a Trump come il perfetto preludio a uno scenario di tipo venezuelano: puntiamo alla decapitazione, "si va, bum, e poi via".
Trump questa settimana ha detto ai suoi consiglieri -per la seconda volta, riferisce Wolff- che vuole "qualcosa di eccezionale; una roba grossa, che faccia notizia. Deve funzionare bene". Nonostante le rivolte siano svanite, insiste ancora perché i suoi gli garantiscano "una vittoria", qualsiasi iniziativa egli decida di intraprendere.
Ma in quale scenario si dovrebbe fare questo "si va, bum e poi via"? Le rivolte sono cessate. Dopo l'attacco del 12 giugno 2025 e il rapimento di Maduro, a Theran sono ben consapevoli di quanto a Washington abbiano il pallino delle decapitazioni.
Cosa può fare Trump? Bombardare sedi istituzionali come il quartier generale dei Guardiani della Rivoluzione Islamica? L'Iran quasi certamente risponderà. Ha minacciato di rispondere colpendo le basi statunitensi in tutta la regione. In una situazione del genere, un attacco autorizzato da Trump potrebbe non somigliare affatto a una "grande vittoria".
Forse Trump resterà soddisfatto di un qualche contentino. "Abbiamo un grosso bastone", continua a dire. "Nessuno sa se lo userò. Stiamo spaventando tutti!".

14 gennaio 2026

Alastair Crooke - Varcato il Rubicone. L'esecutivo Trump, nichilismo nemico di ogni valore

 


Traduzione da Strategic Culture, 12 gennaio 2026.

Insomma, un gesto di pura e semplice aggressione come il rapimento del presidente Maduro nel corso di un fulmineo attacco militare notturno da parte di Trump e dei suoi ha trasformato il 2026 in un momento cruciale. Un momento cruciale non solo per l'America Latina, ma per la politica globale.
Il "metodo Venezuela" è in linea con l'approccio affaristico di Trump, che si basa sulla costruzione di un "sistema di ricompense finanziarie" in cui ai diversi soggetti coinvolti in un conflitto vengono offerti vantaggi finanziari che consentono agli Stati Uniti di raggiungere (apparentemente) i propri obiettivi, mentre la popolazione locale continua a trarre profitto dallo sfruttamento delle risorse -in questo caso da quelle venezuelane- sotto la stretta supervisione degli Stati Uniti.
Così facendo gli Stati Uniti non hanno bisogno di mettere in piedi da zero un nuovo governo né di inviare truppe sul campo: per il Venezuela, il piano prevede che l'attuale governo del neoinsediato presidente Delcy Rodriguez rimanga al controllo del Paese, a condizione che ottemperi ai desideri di Trump. Se la Rodriguez o uno dei suoi ministri non seguiranno le indicazioni prescritte saranno trattati come Maduro o peggio. Secondo quanto riferito gli Stati Uniti hanno già minacciato il Ministro dell'Interno venezuelano Diosdado Cabello che sarà preso di mira da Washington a meno che non collabori con il Presidente Rodriguez per soddisfare le richieste degli Stati Uniti.
In altre parole, il piano si riduce a un'unica premessa fondamentale: l'unica cosa che conta sono i soldi.
In questo contesto, l'approccio degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela assomiglia a quello di un buy out da parte di un fondo speculativo che si comporta da avvoltoio: rimuovere l'amministratore delegato e cooptarne col denaro la squadra di dirigenti già esistente perché gestisca l'azienda secondo nuove direttive. Nel caso del Venezuela, Trump spera probabilmente che la Rodriguez (che ha "parlato" con il segretario Rubio tramite la famiglia reale del Qatar, e che è anche il ministro responsabile dell'industria petrolifera) abbia messo d'accordo tutte le fazioni che compongono la struttura di potere venezuelano affinché accettino la cessione delle risorse sovrane dello Stato a Trump.
Quello che è importante in questo caso è che è venuta meno ogni finzione: gli Stati Uniti sono indebitati a livelli critici intendono appropriarsi -per proprio uso esclusivo- del petrolio venezuelano. L'unico dato rilevante è la sottomissione alle pretese di Trump. Tutte le maschere sono cadute. Il Rubicone è varcato.
"Il Venezuela cederà agli USA da trenta a cinquanta milioni di barili di petrolio di alta qualità, soggetto a sanzioni, venduto a prezzo di mercato con il denaro controllato da me", ha scritto Trump su Truth Social.
La cancellazione del progetto statunitense, la sostituzione della narrativa per cui gli USA erano "una luce per tutte le nazioni" con un duro potere egoistico costituisce un cambiamento rivoluzionario. I miti e le morali che li sostengono conferiscono spessore a qualsiasi nazione. Senza un inquadramento morale, cosa terrà insieme gli Stati Uniti? La celebre asserzione di Ayn Rand per cui l'egoismo razionale sarebbe la massima espressione della natura umana non serve certo a rafforzare l'ordine sociale.
L'Illuminismo occidentale ha voltato le spalle ai propri valori e ha distrutto se stesso con le proprie mani. Le conseguenze si ripercuoteranno in tutto il mondo.
Aurelien scrive:
È stato Nietzsche, divulgatore di verità scomode, a sottolineare come la "morte di Dio" e la conseguente mancanza di un sistema etico condiviso avrebbero portato a un mondo senza significato né scopo, in cui tutti i valori sono privi di fondamento, tutte le azioni sono inutili, tutti i risultati sono moralmente equivalenti e quindi non esiste alcun obiettivo che valga la pena di perseguire...
Nel suo La volontà di potenza, Nietzsche sosteneva che la fine di tutti i valori e di ogni senso avrebbe comportato anche la fine del concetto stesso di Verità, rivelando l'impotenza della Ragione meccanica occidentale. Nel complesso, tutto questo avrebbe costituito "la forza più distruttiva della storia" e avrebbe provocato una "catastrofe". Scrivendo nel 1888, egli predisse che ciò sarebbe accaduto nei due secoli successivi.
Nietzsche sosteneva che attraversare questo Rubicone non era cosa da poco. L'Occidente avrebbe perso l'architettura interna che rende possibile la vita morale, sia al suo interno che come attore sulla scena globale. Uno Stato che perde la sua architettura interna diventa semplicemente un mafioso che minaccia chiunque non accetti le sue prepotenze e non gli dia il denaro su cui ha messo gli occhi.
È troppo presto per dire come andranno a finire le cose in Venezuela, ma ciò che si può intuire è che Caracas sta elaborando una strategia collettiva su come vedersela con degli USA tanto aggressivi nel contesto del crescente nazionalismo popolare che esiste sul piano interno. E non possiamo nemmeno prevedere come andrà a finire l'ambizioso progetto di Trump e dei suoi di svuotare il tessuto regionale sudamericano, con particolare riferimento a Cuba. Allo stesso modo, è troppo presto per giudicare se il piano di Trump per "acquisire" la Groenlandia avrà successo.
Ciò che si può dire, tuttavia, è che l'attuale equilibrio globale è stato stravolto dal passaggio a un paradigma nichilista e nemico di ogni valore.
Il mondo ora è governato dalla forza, dalla violenza e dal potere. "Abbiamo il potere" (proclamano Trump e i suoi), quindi siamo noi a dettare le condizioni. Russia, Cina, Iran e altri capiranno che il tempo delle sottigliezze diplomatiche è finito. È tempo di essere risoluti e assolutamente intransigenti, perché nessuno si prende più la briga di valutare i rischi e di pensiero critico non si parla neanche più. In compenso i rischi pullulano.
La coercizione spinge gli altri a cercare deterrenti più efficaci sotto qualsiasi forma. Essi considereranno con attenzione se varrà la pena impegnarsi con la diplomazia; perché mai fidarsi degli Stati Uniti? È possibile convincere gli Stati Uniti a tornare alla classica politica dei negoziati? Un interrogativo del genere oggi come oggi susciterebbe un forte scetticismo.
Come fare per proteggersi? Ogni leader sta facendo silenziosamente i propri calcoli. Tutti ne stanno facendo più degli europei.
Nel 2022, quando è iniziata l'operazione speciale della Russia in Ucraina, i leader occidentali erano ben consapevoli sia del loro divario democratico che della loro mancanza di autorità morale. L'operazione speciale in Ucraina, tuttavia, sembrava aver fornito loro il destro per appianare le divergenze tra i loro Paesi. Hanno scelto di abbracciare il manicheismo che il presidente Biden aveva adottato verso Putin: si trattava del Bene contro il Male. Molti europei ne sono stati attratti; sembrava colmare un vuoto nella legittimità dell'Unione Europea.
Solo che oggi Trump ha ridotto in briciole questo atteggiarsi a moralisti. Nell'entusiasmo di elevare l'Ucraina a simbolo di un'Europa che sale sulla scena per dare lezioni di morale, l'Unione Europea è arrivata vicino, almeno sul piano retorico, a una catastrofica guerra con la Russia per colpa di una serie di valutazioni errate sulla natura del conflitto militare e sulle sue cause. I vertici dell'Unione Europea hanno scommesso che avrebbero inflitto una sconfitta umiliante a Putin, ma all'attuale impasse non sanno dare altra risposta se non il costruire castelli in aria con proposte suddivise in più punti, che sperano di persuadere Trump a imporre in qualche modo a Mosca.
Trump invece ammonisce l'Europa che la fine della sua civiltà è comunque incombente, e afferma di star pensando all'uso della forza militare contro la Danimarca per annettere la Groenlandia. L'Europa è rimasta nuda, ma si arrogherebbe non si sa bene quale superiorità morale.
Infine, quale sarà l'impatto di questo passaggio al nichilismo a somma zero all'interno degli Stati Uniti? La base del MAGA è già rimasta frammentata dalla sempre più aperta parzialità con cui Trump tratta lo stato sionista, mettendo al primo posto più quello che l'AmeriKKKa. Ora è la volta dei miliardari ebrei che insistono affinché a qualsiasi critica rivolta allo stato sionista sia messa una mordacchia digitale.
Le immagini provenienti da Gaza di donne e bambini morti hanno galvanizzato molti giovani statunitensi sotto i quarant'anni. Gaza si è rivelata l'esempio di una politica di potenza dalla amoralità così estrema da radicalizzare una generazione più giovane che si stava orientando sempre più verso un cristianesimo intransigente.
Ciò è stato particolarmente vero per quella Turning Point USA che è come un collegio elettorale chiave. Gran parte della vittoria del MAGA nel 2024 fu dovuta a questo movimento giovanile con migliaia di sezioni, animato da valori cristiani e da una grande energia. Turning Point USA, almeno potenzialmente, presenta ancora la prospettiva di una formidabile operazione di "Get Out the Vote", "Andate a votare".
Quello che molti repubblicani ignorano tuttavia è che la loro base elettorale è costituita da circa un terzo degli elettori che si recano alle urne. Per vincere, Trump dovrà convincere almeno la metà del "terzo indipendente del Paese" a votare per lui. I sondaggi mostrano che il suo indice di gradimento in questo momento ha perso dieci punti.
Un piccolo gruppo di funzionari del partito repubblicano, insieme a potenti politici di primo piano e a finanziatori miliardari, sta cercando di limitare l'influenza del MAGA sul partito. Proprio come hanno schiacciato il precedente movimento repubblicano Tea Party nato nel 2010, gli apparati vogliono riportare il MAGA sotto il pieno controllo del partito e fargli accettare le istruzioni della leadership su chi potrà candidarsi come leader del GOP alle elezioni di medio termine del 2026 e oltre, fino al 2028.
Nel 2016, l'agenda dei leader e dei finanziatori del partito unico che costituivano la cricca di Sea Island era incentrata sul tutelare gli affari della politica di Washington dalla variabile impazzita rappresentata da Trump. Oggi, questo gruppo allargato mira a frammentare la base del MAGA che è diventata il pilastro del partito repubblicano, in modo da poter continuare a comprarsi come al solito "tutti i cavalli (i candidati) in gara". L'obiettivo è quello di presentare una parvenza di scelta, limitandola però alla possibilità di "scegliere" tra due candidati accettabili per entrambe le ali (democratica e repubblicana) del partitone che comanda.
Il problema è che quando i governanti diventano egocentrici e senza scrupoli, questa amoralità non rimane confinata ai vertici. Si diffonde a cascata nelle strutture dei partiti. E quando qualcuno ostenta moralismo in modo apertamente e trionfalmente farsesco come stanno facendo Trump e i suoi, i giovani cristiani che fanno sul serio sono spinti a ribellarsi. Non stanno più zitti. Capiscono come funziona il gioco che si sta giocando contro di loro.
Alla fine si adegueranno ai dettami del partito? È una buona domanda. E dalla risposta dipende in larga misura il futuro degli USA.

10 gennaio 2026

Firenze, 9 gennaio 2026. L'avvocato Sauro Poli al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud

Firenze. Il 9 gennaio 2026 al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud si è tenuta una iniziativa intitolata "Pratiche di resistenza - Incontro con l'avvocato Sauro Poli".
Codici alla mano, Sauro Poli ha seguito una scaletta fitta di questioni pratiche su quali siano i comportamenti da tenere se si ricevono attenzioni da parte della gendarmeria o del potere giudiziario, in modo da cavarne i minori danni e le minori beffe possibile.
Per qualche motivo la cosa non piaceva al rabbioso e orgoglioso Jacopo Cellai, a Francesco Torselli e a qualche altro "occidentalista", i cui lai sono stati ripresi per tempo da una gazzetta cittadina. Roma locuta, alle realtà come i centri sociali va tolto il terreno sotto ai piedi ogni giorno bollandole come feccia da eliminare qualsiasi cosa combinino, e pazienza se con questi sistemi a Firenze ci si perdono le elezioni da quarant'anni.
Sauro Poli li ha liquidati con sobrietà e Costituzione.
Quale che sia la materia specifica, se a Firenze i sostenitori del governo di Roma non approvano qualcosa si hanno ottime probabilità di trovarsi nel giusto assumendo l'atteggiamento opposto. La schermaglia ha quindi spinto diverse persone serie a partecipare all'appuntamento e a infoltirne l'uditorio.
Nelle stesse ore la Repubblica Islamica dell'Iran era percorsa da violente dimostrazioni di piazza.
La propaganda "occidentalista" e il governo di Roma, se non bastasse tutto il resto, levano una dissonanza cognitiva tanto costante quanto fastidiosa. Aggredire e uccidere poliziotti va benissimo: nessuno scomoderà Pasolini. Vandalizzare la proprietà pubblica e privata? Perfetto. Bruciare bandiere, incendiare monumenti, assalire le sedi della polizia (facendosi ammazzare)? Lodevole. Anzi, da incentivare con ogni mezzo, balle a reti (sociali) unificate in primo luogo.
Se siete delle giovani donne meglio che mai. Venite meglio in foto e pazienza se ci rimettete le penne; permetterete a qualcuno di meritarsi i fondi del Dipartimento per l'Editoria facendoci giornata per almeno una settimana a suon di piagnistei inclusivi.
Qualcun altro si limiterà a prendere direttamente tutti in giro, tanto per vedere l'effetto che fa.
 Solo, ricordatevi di farlo a Tehran.
Perché a Firenze basta scrivere su un muro che il governo di Roma non piace -che è una cosa ovvia per due semplicissimi motivi, perché è governo e perché è di Roma- per vedersela a tempo indeterminato con la sua gendarmeria.

09 gennaio 2026

Alastair Crooke - I presupposti per la guerra ci sono tutti. L'Iran è al centro di alacri manovre politiche per definire il dopo Trump


Traduzione da
Strategic Culture, 5 gennaio 2026.

Durante l'incontro del 30 dicembre con Netanyahu e i suoi, il presidente Trump si è pubblicamente impegnato ad attaccare l'Iran: "Sì", se continuerà con il suo programma sui missili balistici. E "Immediatamente" se continuerà col programma nucleare. "Li distruggeremo", ha detto Trump.
In contrasto con tanta bellicosità, il linguaggio di Trump durante l'incontro a Mar-a-Lago rifletteva solo calorosi e smisurati elogi per Netanyahu e lo stato sionista. Pubblicamente Netanyahu ha ricevuto pubblico sostegno da Trump per un attacco all'Iran e per la Fase Due a Gaza, ma dietro le quinte molti dei dettagli sono rimasti indefiniti e controversi.
Il riscaldarsi dei toni contro l'Iran non è stato una sorpresa per Tehran. Era prevedibile. Ogni indizio che fa pensare a ostilità imminenti è sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla narrativa bellicosa su "centinaia di cellule dormienti di al Qaeda pronte a scatenare una carneficina... Al Qaeda ha trovato rifugio in Iran per venticinque anni... [permettendo all'Iran] di potenziare la diffusione del fondamentalismo islamico", afferma un "infiltrato dell'MI5 e dell'MI6". Come previsto, la valuta iraniana crolla di schianto e gli iraniani scendono in piazza.
Cosa c'è dietro questo scoppio di tintinnar di sciabole di AmeriKKKa e stato sionista? Le minacce di Trump sull'apertura delle "porte dell'inferno" contro "chiunque" sono ormai note a tutti. Tuttavia, i segnali indicano che Trump e Netanyahu sono pronti per un'altra guerra.
Ma perché Netanyahu dovrebbe decidersi per un'azione militare quando lo stato sionista è stato così gravemente colpito dai sofisticati missili iraniani durante la cosiddetta guerra dei 12 giorni di giugno, e quando le difese aeree dello stato sionista si sono dimostrate carenti? Da allora l'Iran si è riarmato ed è pronto a nuove ostilità.
È necessario contestualizzare un po' tutto quanto, per spiegare perché lo stato sionista avrebbe intrapreso un percorso apparentemente irrazionale dati gli evidenti pericoli che una guerra con l'Iran comporta.
Il primo punto da notare è che Netanyahu è nei guai. Molte volte in passato è stata vaticinata la sua rovina in politica, ma in qualche modo questo Houdini è sempre riuscito a sfuggire alle catene e alle manette di un destino malevolo. Questa volta la situazione è più grave. Dal punto di vista giuridico c'è consenso sul fatto che Netanyahu rischia di essere condannato se i processi per corruzione in cui è coinvolto giungeranno a sentenza.
Ma questo è solo un aspetto. La cosa grossa sono piuttosto le accuse del Qatargate. In sostanza, tre fra i più stretti collaboratori del Primo Ministro hanno ricevuto denaro dal Qatar negli ultimi anni, anche mentre la guerra a Gaza era in corso. Un dato di fatto incontestato. Le questioni chiave sono: Netanyahu ne era a conoscenza? Se no, perché? E quale vantaggio cercava di ottenere il Qatar in cambio? Quest'ultimo aspetto, ovvero che cosa il Qatar cercasse di ottenere, non è chiaro. È possibile che per il Qatar fosse sufficiente avere a libro paga qualche collaboratore del Primo Ministro, caso mai in futuro ce ne fosse bisogno.
Nello stato sionista tuttavia le accuse sono diventate dinamite. Si parla tranquillamente di tradimento, lo fanno anche l'ex primo ministro Nafthali Bennett e l'ex ministro della Difesa Bogie Yalom. I più cinici suggeriscono che lo scopo principale della visita del clan di Netanyahu a Palm Beach non fosse tanto discutere di Gaza, quanto piuttosto esortare Trump affinché prema per ottenere la grazia o la chiusura del processo; una cosa da richiedere con insistenza al presidente Herzog che sta temporeggiando.
Insomma, Netanyahu ha bisogno di un metaforico pallone aerostatico che lo sollevi dal pantano dei suoi pasticci legali e delle sue guerre lasciate a mezzo, e che lo faccia volare in alto grazie a qualche argomento popolare che gli faccia vincere le elezioni generali del 2026. La sconfitta dell'Iran, giusto per essere chiari, sarebbe applaudita non solo nello stato sionista, ma anche -e con entusiasmo- dal Congresso degli Stati Uniti, dai finanziatori e da entrambe le ali delle strutture di controllo del Partitone Unico.
Per Trump, il calcolo sarebbe leggermente diverso. Il principio di evitare dispute pubbliche con Netanyahu è stato stabilito dall'ex presidente Biden, non senza intoppi: "Bibi ha cercato deliberatamente lo scontro con Biden. Con il presidente Trump invece evita di arrivarci", ha osservato un funzionario statunitense. Trump è anche personalmente restio ad allontanare alcuni dei suoi più fedeli finanziatori come Miriam Adelson, e commentatori come Mark Levin.
Il comportamento di Trump può essere compreso tenendo conto delle divisioni sul sostegno degli Stati Uniti allo stato sionista che hanno frammentato la sua base MAGA e allontanato anche i giovani democratici. Le immagini di donne e bambini morti provenienti da Gaza hanno galvanizzato l'elettorato chiave del Turning Point USA. La vittoria del movimento MAGA nel 2024 doveva molto a questa organizzazione giovanile con migliaia di sezioni, animata da valori cristiani e da una grande energia. Turning Point USA offre ragguardevoli potenzialità per il "Get Out the Vote", "andate a votare".
Un piccolo gruppo di alti funzionari del partito repubblicano, in collaborazione con potenti politici affermati e importanti finanziatori, sta cercando di impedire al movimento MAGA di estendere la propria influenza fino prendere il controllo del Partito Repubblicano, minacciando così la supremazia dei leader del partito. Questa “maggioranza silenziosa”, ad oggi priva di leader ma in forte crescita organica, silenziosa non è più. I responsabili del controllo del partito vogliono domarla e riportarla sotto controllo.
In mezzo al movimento MAGA la controversa affermazione per cui "se non sostieni le politiche di Netanyahu sei un antisemita e un nemico dello stato sionista" è stata imposta intenzionalmente, con influencer pagati che hanno alimentato la frattura all'interno del partito e con l'obiettivo di indebolire il movimento. I tradizionali leader del Partito Repubblicano vogliono riprenderne il pieno controllo.
Dal punto di vista di Trump, è del tutto possibile sostenere lo stato sionista e continuare a essere critici nei confronti della politica dell'attuale amministrazione Netanyahu. Questo è il compromesso con cui Trump spera di mantenere integro il movimento MAGA in vista delle elezioni di medio termine. Dietro la strategia di Trump a Mar-a-Lago nei confronti di Netanyahu si nasconde un'intensa contesa non solo per i risultati delle elezioni di medio termine, ma anche per l'andamento delle elezioni presidenziali del 2028.
La fazione dei finanziatori vicini allo stato sionista sostiene che la posizione di Trump (e di Vance) per cui si appoggia lo stato sionista pur mettendo in discussione le sue politiche sia una falsa dicotomia: criticare lo stato sionista è ipso facto antisemita, insiste Netanyahu. Questo tentativo di dividere la base del MAGA tirando in mezzo lo stato sionista potrebbe funzionare, ma anche no. Il problema, per gli alti gradi del partito, è che il loro puntare al divide et impera è ormai fin troppo chiaro per la Generazione Z.
Di conseguenza una guerra tra Stati Uniti e stato sionista contro l'Iran si svolge a tutti gli effetti a livelli diversi da quelli della razionalità quotidiana. A farne le spese è ovviamente l'Iran, ma per la cerchia di Trump è anche una complicata partita a scacchi su chi finirà per controllare il MAGA e, per estensione, l'era del dopo Trump.
Nello stato sionista la prospettiva della guerra diventa anche una scacchiera su cui osservare quali fazioni (e quali finanziatori) prevarranno nel calderone della guerra incombente per controllare il sistema e definire cosa sarà lo stato sionista. O meglio, cosa ne rimarrà.
Di fronte a tutto questo i dubbi e le preoccupazioni dei vertici militari, tanto nello stato sionista quanto negli USA, potrebbero essere messi a tacere. Il timore è che possano non essere sufficientemente allineate al clima adella guerra che si prepara.