mercoledì 25 agosto 2021

Christoph Reuter - Il fallimento della missione occidentale in Afghanistan era perfettamente prevedibile



Traduzione da Der Spiegel, 20 agosto 2021.


All'inizio di luglio ho incontrato un importante capo militare talebano e gli ho chiesto quando i suoi uomini sarebbero arrivati a Kabul. Mi rispose "Sono già lì". Il fallimento della missione in Afghanistan e gli sviluppi futuri.

All'inizio di luglio, prima che sull'Afghanistan si abbattesse l'uragano, Kabul era già circondata dai talebani. E da nessuna parte i combattenti islamici erano più vicini alla capitale afghana che sulle rive del bacino di Qargha, una popolare luogo di ritrovo ai margini occidentali della città. La gente diceva che i Talebani si erano radunati nei villaggi dietro le colline vicine. L'ultima linea del fronte, si diceva, era sulla riva del lago artificiale al parco dei divertimenti.
Durante il giorno le famiglie portavano ancora i bambini alle giostre e nei ristoranti, o uscivano sul lago su pedalò a forma di cigno. Una piccola unità di sei uomini delle forze speciali poteva persino godersi un picnic in un padiglione di legno vicino alla riva. Uno di loro doveva restare di guardia alla torretta del suo Humvee blindato, mentre gli altri fumavano narghilè e bevevano bibite colorate.
Il giorno dopo ho incontrato uno dei principali comandanti militari talebani per la zona di Kabul, che mi ha ricevuto nel centro della città in uno stabile di uffici privo di qualsiasi caratteristica di rilievo. Quando gli ho chiesto quanto ci sarebbe voluto ai talebani per arrivare al lago, mi ha risposto: "Non è affatto lontano". Sembrava perfettamente calmo, un emissario della paura rasato di fresco. "Sono già lì, dopo tutto. Sono le guardie di sicurezza dei ristoranti, sono quelli che fanno funzionare le giostre, sono gli addetti alle pulizie. Quando sarà il momento giusto, il posto sarà pieno di talebani".
Sei settimane dopo il nostro incontro, a metà agosto, lo stesso individuo è entrato al palazzo presidenziale con dieci guardie del corpo e il comandante superiore responsabile della conquista di Kabul. Non aveva mentito quando aveva detto che i suoi uomini si erano già infiltrati nel parco del bacino. Quello che aveva omesso di dire, però, era che i talebani si trovavano già allora anche nel cuore della città. Dopo la caduta di Kabul, molti testimoni in vari quartieri della capitale hanno raccontato storie simili. "È iniziato in aprile", ha detto un conoscente di lunga data della parte occidentale della città. "In giro per il quartiere sono comparsi tutto a un tratto sempre più visi sconosciuti. Alcuni avevano la barba, altri no. Alcuni erano ben vestiti, altri indossavano stracci. Avevano sembianti completamente diversi e questo li rendeva difficili da notare, ma tutta la gente del posto se ne rese conto: questi non sono di qui". Si erano infiltrati silenziosamente a Kabul. Facce nuove inziarono a comparire anche nella parte settentrionale e orientale della città, e dicevano a chi glielo chiedeva che erano venute a Kabul perché avevano trovato lavoro o per motivi di lavoro.
Poi la scorsa domenica mattina [il 15 agosto 2021, n.d.t.], "sono usciti dagli edifici con bandiere bianche talebane, alcuni di loro armati di pistola", dice un residente di un quartiere orientale della città. È stata la vittoria finale sull'esercito ameriKKKano e la sua alta tecnologia, la cui sorveglianza aerea si è dimostrata inefficace contro questo esercito di pedoni e di motociclisti che nelle ore successive avrebbe invaso Kabul da dentro e da fuori. Più tardi nello stesso giorno avrebbero attraversato le strade della città in auto della polizia catturate; dall'alto, un'immagine di perfetta confusione.
Com'è potuta succedere una cosa del genere? Come è stato possibile perdere l'Afghanistan per mano dello stesso preciso identico gruppo che era stato sconfitto -anzi distrutto, in realtà- in soli due mesi nel 2001? Per vent'anni gli Stati Uniti -insieme a Germania, Gran Bretagna, Canada e altri paesi- sono rimasti nel paese con una schiacciante superiorità militare e con un numero di effettivi a volte superiore a centotrentamila. L'esercito e la polizia afghani sono stati addestrati ed equipaggiati più e più volte, per un periodo equivalente a un completo cambio generazionale, solo per capitolare alla fine praticamente senza sparare un colpo, davanti a un'offensiva di uomini a piedi. La presa della città è avvenuta nelle prime ore del mattino di domenica scorsa, con i talebani che sono apparsi improvvisamente a Kabul come un esercito fantasma.
Sembra che tutti gli sforzi fatti negli ultimi due decenni -tutte le strade, le scuole, i pozzi e gli edifici che sono stati costruiti, tutto il migliaio di miliardi di dollari abbondante affluito nel paese- non siano stati sufficienti per far passare saldamente la maggioranza degli afghani dalla parte di coloro che hanno sostenuto finanziariamente il paese.
La valanga è cominciata con la perdita di alcuni distretti settentrionali e poi si è abbattuta sull'intero paese, spazzando via l'assetto statale nel giro di poche settimane. I primi distretti a cadere sono stati del genere di cui in pochi in Occidente hanno mai sentito parlare, ma poi furono seguiti da intere province. Giorno dopo giorno, le città hanno aperto le porte all'avanzata: Kunduz, Herat, Mazar-i-Sharif, Kandahar. Più il crollo diventava drammatico più la resistenza si faceva debole, fino a quando Kabul, la capitale prostrata per la paura, si è semplicemente arresa nel giro di poche ore.
Allo shock è seguito il panico. Decine di migliaia di persone si sono precipitate alle mura dell'aeroporto di Kabul nel tentativo disperato di fuggire dalla città e dal paese. I talebani avevano chiuso da tempo la maggior parte dei valichi di frontiera via terra attraverso i quali la gente avrebbe potuto fuggire nei paesi confinanti. Ben presto le recinzioni metalliche dell'aeroporto hanno ceduto. Le guardie sono scomparse e masse di persone si sono fatte strada a forza fino alla pista.
Se mai esistono immagini della caduta di Kabul destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva del mondo, sono quelle degli uomini che corrono accanto a un trasporto militare C-17 in lenta accelerazione, aggrappandosi disperatamente ai carrelli del jet che sta rullando. E poi, poco tempo dopo, piccole figure che perdono la presa e cadono verso la morte da centinaia di metri d'altezza.
E poi quelle dei vincitori trionfanti che attraversano Kabul sui pick up, con i kalashnikov levati in aria. I vincitori che entrano nel palazzo presidenziale e si mettono in posa come se fosse sempre stato cosa loro. I vincitori che assicurano agli afghani che non avevano motivo di avere paura, che dovevano continuare con le loro vite quotidiane e non sarebbe successo loro nulla. Tutto quello che dovevano fare, insistevano i talebani, era aderire alle loro regole.
Chi si deve biasimare per questo disastro? Forse il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, come il suo predecessore ha immediatamente strombazzato al mondo? "Passerà alla storia come una delle più grandi sconfitte della storia ameriKKKana" ha detto Trump, sorvolando sul fatto che l'accordo che ha aperto la strada al ritiro degli Stati Uniti è stato firmato da lui e dai talebani nel febbraio 2020.
Altri hanno visto la caduta di Kabul come il "risultato di una grande e organizzata cospirazione di vigliacchi", stando alle invettive pubblicate sul Libro dei Ceffi dopo una precipitosa fuga in elicottero da Atta Mohammad Noor, signore della guerra ed ex governatore di Mazar-e-Sharif. Ashraf Ghani, ormai ex presidente dell'Afghanistan, lo scorso maggio si lamentava in un'intervista con Der Spiegel che esisteva un "sistema organizzato di sostegno" gestito dal Pakistan che stava destabilizzando il suo paese. "I talebani hanno sostegno logistico in Pakistan", ha detto Ghani. "Lì sono i loro centri finanziari, lì i centri di reclutamento".
La lista delle recriminazioni potrebbe andare avanti. Ma le cause di questo fallimento risalgono ai prodromi dell'invasione. Quelli che oggi inveiscono sono stati essi stessi coinvolti in questa débacle, fino ad oggi la più costosa operazione di autoinganno del secolo. Solo comprendendo come si è arrivati a questo disastro si potrà capire che piega potranno prendere gli eventi.
Il termine autoinganno difficilmente viene usato al plurale, ma nel caso dell'Afghanistan bisognerebbe farlo. Le cattive valutazioni da parte dell'Occidente sono iniziate nelle prime fasi dell'intervento, quando Washington pensava che l'esercito sarebbe stato sufficiente per pacificare il paese, e sono andate avanti fino alla fine, con Berlino che continuava ad affermare che ci sarebbe voluto solo un po' più di tempo per invertire la situazione. Un altro assunto fallace era che si potesse edificare e proteggere uno stato se si investiva abbastanza denaro e si intraprendeva abbastanza addestramento. Anche gli afghani hanno colpevolmente ingannato se stessi; il governo e una grossa parte della popolazione per due decenni hanno creduto che gli Stati Uniti non si sarebbero mai ritirati.
Alcune menzogne sono servite a mettere in ombra le vere condizioni del paese, altre erano prodotto dell'ignoranza, ad altre ancora si credeva sul serio. È stata un'illusione fatale e collettiva, finita per costare la vita a un numero a sei cifre di afghani e a più di tremilacinquecento soldati stranieri. Sia pure senza volerlo, questa illusione ha fatto percorrere all'Afghanistan in una deviazione di vent'anni, da un dominio talebano all'altro. Nel frattempo, un'intera generazione è cresciuta nelle città del paese dando per scontato che avrebbero goduto a tempo indeterminato delle libertà garantite dalle potenze straniere.
Queste righe nascono da diciannove anni di esperienza in ripetuti viaggi in Afghanistan, tre anni fra i quali trascorsi come corrispondente a Kabul. E nascono dalla triste constatazione che del prevedibile fallimento di questo piano si era già scritto nel 2009. "Se si osserva la progressione degli ultimi otto anni in Afghanistan, la seguente conclusione è inevitabile: quanto più a lungo è durato l'impegno internazionale, tanto peggiore è diventata la situazione", si sentenziava all'epoca. "Non importa quante migliaia di chilometri di strade sono stati aperti, quante scuole sono state costruite e quanti pozzi sono stati scavati".
Nessuno aveva messo in conto di andare a finire in una situazione del genere. Il fattore scatenante della missione fu lo shock dell'11 settembre 2001. Mentre il fumo si alzava ancora dalle macerie delle Torri Gemelle a New York, in Afghanistan vennero scoperte le menti del più grande attacco terroristico della storia recente. Il leader di al Qaeda Osama Bin Laden e i suoi seguaci avevano sviluppato uno stato all'interno dell'"emirato" controllato dai talebani. L'obiettivo primario di Washington erano la vendetta e la giustizia, non la costruzione di una nazione. Allora il cancelliere tedesco Gerhard Schröder promise "solidarietà illimitata" da parte tedesca.
Erano altri tempi, segnati dai successi e dagli orrori del millennio che si era appena concluso. I tempi delle scosse di assestamento degli entusiasmanti eventi del 1989, quando il blocco orientale riuscì a sfuggire alla morsa di ferro di Mosca e Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria erano tornate alla democrazia. D'altra parte, le atrocità del Ruanda, il massacro di ottocentomila persone con l'ONU che restava a guardare, avevano rafforzato l'idea del "mai più". La missione NATO in Jugoslavia, assai discussa in Germania, era riuscita a fermare i serbi in Kosovo. Il movimento islamista talebano che governava la maggior parte dell'Afghanistan dopo anni di guerra civile aveva rappresentato solo una nota a margine degli orrori che avvenivano altrove.
Questa era la situazione subito dopo l'11 settembre, quando Washington lanciò un ultimatum ai talebani chiedendo loro di arrestare e di estradare bin Laden e il resto dei vertici di al Qaeda, o di affrontare le conseguenze. I Talebani dissero no. Se intendessero davvero dire no oppure se fossero stati propensi a un piano che gli consentisse di salvare la faccia facendosi da parte e permettendo la cattura di Osama e degli altri leader, come alcuni esponenti della leadership talebana avrebbero affermato in seguito, rimane un mistero. La NATO invocò l'articolo 5, quello che prevede il mandato di difesa collettiva. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU approvò all'unanimità la risoluzione 1368, legittimando l'imminente attacco come atto di autodifesa.
L'attacco iniziò il 7 ottobre con missili balistici, aerei da guerra e bombardieri a lungo raggio B-2 che presero di mira Kandahar e altri obiettivi in Afghanistan. L'Alleanza del Nord, che si era unita agli Stati Uniti nella lotta, arrivò a cavallo brandendo i kalashnikov. Kabul cadde senza combattere il 13 novembre e Kandahar, culla del movimento talebano, l'ha seguita il 7 dicembre. Per vincere c'erano voluti due mesi soltanto. All'epoca, durante quel furibondo inverno, né l'elettorato né l'apparato governativo chiesero informazioni sui piani per il futuro o sugli obiettivi della missione. Nel dicembre 2001 si tenne la prima conferenza sull'Afghanistan; un'assemblea di vincitori che in qualche caso sognavano il ritorno di re Mohammed Zahir Shah, deposto nel 1973. Da quella prima conferenza, come da tutte le conferenze che sarebbero seguite, i talebani erano assenti. Nessuno li voleva.
Sono arrivato in Afghanistan nella torrida estate del 2002, subito dopo che l'aviazione ameriKKKana aveva colpito una festa di matrimonio nelle campagne. Almeno questo è quello che raccontarono i sopravvissuti. I portavoce militari statunitensi risposero che i mitraglieri a bordo dell'aereo americano avevano sparato per autodifesa dopo essere stati presi di mira da terra.
Questo suonava così assurdo che ci recammo personalmente sul posto, percorrendo indisturbati le province di Kandahar, Helmand e Uruzgan, la culla dei talebani. Ma non erano più lì. "Sai", disse una sera un afghano intorno al fuoco in un'area di sosta in mezzo ai campi, "anch'io ero con i talebani! Ma adesso sono storia". Il suo tono era laconico e non sembrava particolarmente deluso perché adesso poteva di nuovo darsi alla coltivazione del papavero, cosa che era stata severamente vietata sotto il dominio talebano.
Nel villaggio bombardato nell'Uruzgan fu subito chiaro che la faccenda dell'attacco al matrimonio era andata in modo piuttosto diverso. Gli ameriKKKani non solo avevano attaccato dall'aria, ma erano arrivati con un convoglio di fanteria pesantemente armata. Non era stata affatto autodifesa, era stato un attacco pianificato. I membri di una tribù di Kandahar avevano accusato gli alleati del presidente Hamid Karzai di essere dei talebani.
Se non si potevano sconfiggere gli ameriKKKani, a quanto pareva si potevano comunque usare per i propri scopi; uno schema che si sarebbe ripetuto più e più volte e che avrebbe contribuito al vergognoso fallimento dell'intervento. La grande assemblea dei consigli tribali a Kabul nel giugno 2002 "è stato il momento del disastro", ricorda Thomas Ruttig, che all'epoca era un funzionario tedesco delle Nazioni Unite ma che in seguito ha co-fondato l'Afghanistan Analysts Network. "Il momento in cui il rappresentante speciale ameriKKKano Zalmay Khalilzad ha riportato alla ribalta i signori della guerra". Si trattava degli uomini che avevano distrutto il paese nella precedente guerra civile, ma che avevano aiutato il governo statunitense del presidente George W. Bush nella lotta contro i talebani.
Khalilzad e altri costrinsero il consiglio tribale a includere altri 50 uomini oltre ai rappresentanti eletti; capi delle milizie che avevano governato con la paura e l'intimidazione prima dell'arrivo dei Talebani. Erano uomini come Mohammed "Marshal" Fahim, un capo tagiko accusato di aver perpetrato massacri e rapimenti. E Rashid Dostum, un leader uzbeko che aveva ucciso diverse centinaia di prigionieri talebani e che in seguito avrebbe fatto violentare i propri oppositori con delle bottiglie. Entrambi sarebbero diventati vicepresidenti del paese. I nuovi detentori del potere non scesero a compromessi. Iniziarono immediatamente a vendicarsi dei loro ex nemici e a fare man bassa delle risorse governative.
Miliardi di dollari stanziati per progetti di fabbricati, strade e centrali elettriche sarebbero svaniti negli anni a venire. Le sentenze dei tribunali si potevano comprare e la corruzione dilagante corrodeva lo stato. I contadini, almeno nelle province pashtun, rimasero poveri e tartassati dalle milizie dei nuovi governanti. I combattenti si presentavano sul posto "per cacciare i talebani", ma poi abbattevano i mandorli dei contadini e saccheggiavano i loro villaggi.
I politici ameriKKKani e tedeschi giustificavano il protrarsi in eterno della missione militare sostenendo che "c'erano ancora" i talebani. Ma non era vero. Sono riapparsi lentamente dopo diversi anni di assenza, prima nel sud e poi nel nord. A partire dal 2007, ho passato mesi con un ex mullah per documentare il lento ritorno dei talebani nel suo distretto di Andar, a sud di Kabul. "Il risentimento verso tutto ciò che è straniero, verso gli ameriKKKani, verso i tagiki, verso la polizia, era alimentato incessantemente da concrete ingiustizie, eccessi esorbitanti e sgarri inventati", scrivemmo all'epoca.
Nel nord, i militari tedeschi raccontavano all'epoca meraviglie della tranquillità che regnava nelle province sotto la loro sorveglianza. Quando venne nominato un nuovo capo della polizia che stabilì un regime di terrore a Kunduz pestando i contadini e distruggendo le loro bancarelle quando non pagavano abbastanza per la protezione, le truppe tedesche non si mossero e rimasero a guardare dalla loro collina che dominava la città. Erano lì, specificarono, solo come "Forza internazionale di assistenza alla sicurezza" per il governo dell'Afghanistan. Cose come questa facevano presagire il ritorno dei talebani a Kunduz, e gli islamisti presero il controllo di un villaggio dopo l'altro, finché i tedeschi non osarono nemmeno avventurarsi a sei chilometri dalla loro base. Nel settembre 2009 l'esercito tedesco invocò l'intervento aereo degli Stati Uniti che a Kunduz uccise 91 persone intente a rubare carburante da due autocisterne dirottate. Il comandante tedesco pensava che si trattasse di insorti.
A quel punto, la Germania e gli Stati Uniti avevano investito talmente tanto, sia come capitale finanziario che come capitale politico, che erano diventati ostaggi del loro stesso piano. In mancanza di altri risultati, la comunità internazionale dei volenterosi nel 2009 ha spacciato il semplice svolgimento delle elezioni per un grande trionfo. Ma quando cominciarono ad emergere sempre più prove dei brogli elettorali orchestrati dall'entourage di Karzai, gli occidentali si trovò bloccato in un dilemma irrisolvibile. Se avessero riconosciuto la vittoria fraudolenta di Karzai alle elezioni avrebbero sostenuto un governo illegittimo. Se non l'avessero fatto, avrebbero dovuto cacciare un esecutivo il cui sostegno gli era costato miliardi di dollari.
Cercando una soluzione, Washington passò sopra le rimostranze di Karzai e fece pressioni perché si tenesse un'altra consultazione, che sarebbe stata monitorata da osservatori elettorali delle Nazioni Unite. Quello che successe dopo ha un posto tra gli esempi peggiori dell'opportunismo esibito dal governo degli Stati Uniti e dall'ONU.
All'alba del 28 ottobre tre aggressori assalirono la foresteria dell'ONU a Kabul, colpirono a morte la sorveglianza, si fecero strada fino al cortile e si accinsero a massacrare la trentina di impiegati dell'ONU che si trovavano all'interno. A quel punto trovarono una resistenza che non avevano messo in conto. Louis Maxwell, un ex soldato statunitense ora addetto alla sicurezza, riuscì a tenere a bada gli attaccanti da un tetto per un'ora e mezza. Dalla polizia afghana o dall'esercito non arrivò nessun aiuto, eppure si trattava del pieno centro di Kabul. Una volta che i tre aggressori ebbero fatto detonare le loro cinture esplosive, Maxwell uscì barcollando, mentre altri quattro dipendenti delle Nazioni Unite chiamavano gli altri all'esterno dicendogli che anche loro sarebbero usciti dai propri nascondigli.
Pochi minuti dopo erano tutti morti, i quattro gli avevano sparato da davanti. Maxwell fu colpito mentre era in piedi in mezzo di strada fra due soldati afghani. Nessuno dei due batté ciglio, e alla fine trascinarono il suo corpo nel cortile. Mesi dopo un'indagine interna dell'ONU riuscì a fare qualche passo avanti solo grazie a un video che aveva per caso ritratto l'omicidio di Maxwell, girato da un ufficiale della sicurezza tedesca da un tetto che si trovava a diversi edifici di distanza. Ma tutto questo doveva rimanere segreto.
Nell'estate 2010, un investigatore dell'FBI chiese di incontrarmi a Kabul. Quando gli chiesi cos'era successo in seguito si limitò a scrollare la testa. Non ci sarebbero state altre indagini. Washington, disse, non voleva esporre Karzai. In seguito all'attacco, metà dello staff dell'ONU venne ritirato dal paese e le seconde elezioni furono cancellate. Hamid Karzai ha ottenuto la vittoria che voleva.
Gli ameriKKKani e gli altri alleati della NATO hanno costantemente salvaguardato Karzai da ogni addebito, al pari della sua famiglia corrotta e dei suoi servizi segreti. Gli inglesi, per esempio, volevano concentrarsi nella lotta alla produzione di stupefacenti nel paese. Quando i soldati della forza d'elite britannica SAS si sono imbattuti nei pressi di Kandahar in un gigantesco deposito di oppio che apparteneva al fratellastro del presidente, tutti i diplomatici britannici hanno ricevuto l'ordine di non parlarne. Quando due escursionisti tedeschi furono assassinati sul Salang Pass a nord di Kabul nel 2011 e le prove portarono all'entourage di un killer a contratto per il servizio segreto afghano NDS, la segretezza fu ancora una volta all'ordine del giorno.
Erano i tempi del presidente degli Stati Uniti Barack Obama e del suo allora vicepresidente, Joe Biden, che ha vissuto in prima persona per otto anni lo svilupparsi del disastro. Poco prima di diventare vicepresidente, Biden si era bruscamente alzato e aveva lasciato con rabbia una cena con Karzai dopo che il presidente afghano, in risposta a delle domande sulla corruzione in Afghanistan, aveva detto a Biden che gli Stati Uniti erano in ultimo responsabili di tutto quello che andava male nel paese.
L'attuale ostinazione con cui Biden insiste su un completo e rapido ritiro dal paese può derivare dalla rabbia che ha provato in quegli anni. Sapeva che la situazione era disastrosa. Ma alla fine è diventata ancora più disastrosa del previsto.
Obama ha cercato di riportare la situazione sotto controllo aumentando costantemente il numero degli effettivi. Nel 2011 c'erano più di centomila soldati statunitensi di stanza in Afghanistan. Potevano vincere ovunque in tutto il paese, ma non ovunque e allo stesso tempo. Purtroppo, più di ogni altra cosa il rapido aumento del numero di attacchi statunitensi, il totale crescente delle loro vittime civili e la loro insormontabile superiorità militare finirono per alimentare la più potente narrazione del loro avversariso: che gli ameriKKKani fossero occupanti infedeli che dovavano essere cacciati.
Questo modo di considerare l'occupazione straniera si è rivelato così utile che è stato utilizzato sia dai talebani che dal governo afghano, sia pure per ragioni opposte. Gli insorti vi trovavano un aiuto per la mobilitazione, chi era al potere vi trovava conforto. L'allora presidente Hamid Karzai, in particolare, trasformò questa narrazione in una sorta di mantra: Gli Stati Uniti, insisteva, non si ritireranno mai. I loro interessi in Afghanistan sono semplicemente troppo grandi: fantastiche risorse naturali, cospirazioni geopolitiche e tutto il resto. Questo gli permetteva di inveire costantemente contro gli occupanti ameriKKKani, facendo pagare il conto a Washington.
Questa presunta impotenza unita a grandi gesti patriottici era all'ordine del giorno a Kabul. Anche quando Donald Trump ha annunciato il suo accordo di ritiro con i Talebani all'inizio del 2020, molti hanno reagito con incredulità. Quando Biden ha annunciato una data concreta per il ritiro in aprile, molti si rifiutavano ancora di credere che gli americani se ne stessero andando. Anche a fine giugno, quando il presidente afghano Ashraf Ghani è volato a Washington, c'era chi nel palazzo presidenziale e nei ministeri sperava ancora che Biden cambiasse idea all'ultimo momento.
Nel frattempo, la presenza massiccia di truppe straniere ha creato dipendenze profonde ben oltre i veri obiettivi della missione. Una di queste è stato il piazzare per oltre dieci anni l'economia afghana su un binario morto. I Provincial Reconstruction Teams (PRT), come venivano chiamati i quartieri generali delle singole forze NATO, volevano comprare la pace nelle province sotto il loro controllo. Appaltarono progetti di costruzione e finanziarono i media locali e le compagnie di sicurezza. Lentamente ma inesorabilmente, le PRT divennero quasi ovunque il più grande datore di lavoro. A Faizabad, nel nord-est, un signore della guerra riceveva ogni mese una somma a cinque cifre per proteggere le caserme locali... dai suoi stessi attacchi.
La corruzione, alimentata dai miliardi di dollari rovesciati sul paese, "è una minaccia per tutti gli sforzi statunitensi e internazionali in Afghanistan", concluse a marzo John Sopko, ispettore generale speciale degli Stati Uniti per la ricostruzione dell'Afghanistan per quasi dieci anni. I suoi rapporti hanno fornito per molto tempo una panoramica dettagliata sulla scioccante situazione del paese.
Il denaro ha attirato gente avida sia nel governo che nell'esercito, creando una casta che ha resistito con ostinazione a tutti gli sforzi per mettere fine alla corruzione. Anche recentemente a luglio, pur nell'imminenza del crollo, la corruzione ha continuato a peggiorare, ha detto Yama Torabi, il dimissionario fondatore di Integrity Watch Afghanistan e il più noto attivista anti-corruzione del paese. "Tutti hanno cercato di mettere le mani sui soldi, fino all'ultimo momento", dice.
All'inizio di luglio gli Stati Uniti hanno segretamente abbandonato durante la notte le loro gigantesche basi aeree, prima a Kandahar e poi a Bagram, a nord di Kabul. Non hanno nemmeno informato le loro guardie afghane dell'imminente ritiro. La priorità numero 1 degli americani era "la protezione delle forze". I ritiri precipitosi però sono serviti solo a incendiare il crescente risentimento serpeggiante tra gli ex alleati. Quando si sono ritirate da una base delle forze speciali, le truppe statunitensi hanno distrutto quasi tutti i veicoli blindati presenti. "Sarebbero comunque finiti sul mercato nero", ha detto il comandante. Solo un veicolo è stato lasciato intatto.
Certamente non era nelle intenzioni di Washington che il ritiro si svolgesse in circostanze così drammatiche. Esso però ha innescato l'implosione del governo, delle forze armate e in pratica dell'intera macchina statale afghana. "Non abbiamo mai creduto veramente in niente", dice il vecchio capo della milizia del nord Hadji Jamshid, che ha già combattuto contro i talebani venticinque anni fa. "Loro hanno combattuto per qualcosa di sbagliato, ma accidenti, sono pronti a morire per questo. Noi invece no."
A luglio non c'era quasi nessuno nei servizi segreti e tra i militari occidentali che avesse molta fiducia nelle forze di sicurezza afghane. Kabul però, secondo previsioni sempre più pessimistiche, sarebbe rimasta in mano al governo. In giugno a Washington si pensava che Kabul avrebbe resistito per altri sei mesi. Il BND -servizi segreti tedeschi per gli affari esteri- il giorno prima della capitolazione della città prevedeva che avrebbe resistito per novanta giorni. Sabato scorso, un alto funzionario della sicurezza di un'organizzazione internazionale a Kabul aveva detto che la capitale avrebbe resistito per altri diciassette giorni. La costante sorveglianza aerea ameriKKKana sulla capitale con droni e bombardieri B-52, diceva il funzionario, avrebbe impedito ai talebani di attaccare Kabul fino a quando il ritiro degli Stati Uniti fosse stato completato. Ma le cose non sono andate così. A cominciare dalla primavera i talebani sono stati in grado di far entrare clandestinamente migliaia di combattenti nella capitale, apparentemente senza alcuna interferenza da parte delle forze di sicurezza afghane. Durante il nostro incontro di luglio a Kabul, il comandante militare talebano mi ha detto con precisione che i combattenti talebani avevano preso posizione da tempo all'invaso di Qargha. Il giorno della presa di potere, i video girati al parco dei divertimenti mostrano i combattenti che si divertono a guidare gli autoscontri e saltano su un trampolino.
Ma per quanto precise fossero le sue affermazioni sulla presenza dei talebani al parco dei divertimenti, resta poco chiaro cosa i nuovi governanti intendano fare con il potere improvvisamente capitato nelle loro mani. Il comandante ha detto che la leadership talebana era aperta all'idea di un governo di transizione congiunto. Nemmeno i piani alti dei talebani, a quanto pare, si aspettavano che la leadership politica del paese implodesse così improvvisamente e che il presidente Ashraf Ghani lasciasse in volo la città domenica, trovando a quanto sembra rifugio negli Emirati Arabi Uniti. La presa di Kabul è stata "inaspettata", ha detto in un video messaggio il mullah Abdul Ghani Baradar, il cinquantatreenne negoziatore capo del braccio politico dei Talebani.
Chi nel quartetto di leader talebani finirà alla fine al vertice? Nemmeno questo è chiaro. Il mullah Baradar, tornato immediatamente in Afghanistan dal Qatar, ha contribuito a fondare i talebani con il leggendario mullah Omar ed è il più anziano dei quattro. Baradar è stato determinante nel negoziare l'accordo del 2020 con Washington (colloqui a cui il governo afghano non è stato invitato) con cui è stata posta la pietra angolare per la presa del potere da parte dei talebani.
L'autentico "emiro" di alto rango dei Talebani non è ancora apparso in pubblico. Il mullah Haibatullah Akhundzada, che ha assunto la sua attuale posizione quando il suo predecessore è stato ucciso da un attacco condotto con droni statunitensi si pensa sia a Quetta, in Pakistan, dove risiedono numerosi leader talebani.
Restano altri due membri del quartetto al vertice, uno dei quali ha probabilmente guadagnato non poco prestigio negli ultimi tempi. Il leader militare talebano Mullah Mohammad Yakub, che ha circa 30 anni, ha perseguito nelle ultime settimane una strategia militare di attacchi mirati, corruzione a lungo termine e sapienti operazioni di infiltrazione; un approccio che si è rivelato di grande successo. Figlio del fondatore dei talebani -il Mullah Omar- Yakub è stato a lungo considerato troppo giovane, troppo inesperto e troppo egocentrico per pretendere di diventare un successore di suo padre.
In ultimo resta Sirajuddudin Haqqani, comandante della rete del terrore Haqqani, che si pensa mantenga stretti rapporti sia con la leadership di al Qaeda che con i servizi segreti pakistani dell'ISI. È molto conosciuto a Washington: si trova sulla lista dell'FBI dei terroristi più ricercati al mondo mentre la CIA ha sostenuto suo padre quarant'anni fa nella lotta contro gli occupanti sovietici dell'Afghanistan.
Visti i personaggi interessati, è troppo presto per dare una risposta alla domanda fondamentale che ci si pone in Occidente: L'Afghanistan diventerà ancora una volta un terreno di coltura del terrore? Quello che i Talebani vogliono a tutti i costi è il potere sull'Afghanistan. Da questo punto di vista, sono nazionalisti. Gli attacchi terroristici all'estero, però, come hanno imparato a loro danno nel 2001, possono portare ad una rapida perdita del potere. Una lezione che ha probabilmente contribuito a farli diventare un'organizzazione ossessionata dal controllo, in contrasto con la prima volta che hanno governato l'Afghanistan prima dell'invasione guidata dagli Stati Uniti.
Tuttavia non sono in grado di decidere da soli, né possono governare da soli l'intero paese. Negli ultimi mesi i servizi segreti pakistani hanno curato nel nord e nell'est dell'Afghanistan lo sviluppo di gruppi jihadisti che potrebbero trasformarsi in minacce terroristiche per il resto del mondo: Lo Stato Islamico, Jaish-e-Mohammed e altri. La leadership pakistana, da decenni ossessionata dal conflitto con l'India, vorrebbe mantenere l'Afghanistan come una propria dipendenza di retroterra e intende continuare a esercitare pressioni sui talebani.
Insediare Haqqani darebbe probabilmente al Pakistan una leva significativa sulla leadership afghana. Il mullah Baradar, al contrario -che ha trascorso otto anni in carcere in Pakistan ed è stato torturato dopo aver stabilito un contatto non autorizzato con il governo Karzai- sarebbe invece un acerrimo avversario. È stato rilasciato solo nel 2018 perché Washington sperava che sarebbe stato possibile raggiungere un accordo con i talebani se Baradar avesse fatto parte dei negoziati. Una speranza ben riposta.
Questa settimana i radicali islamici vittoriosi hanno assunto un tono più conciliante nelle loro dichiarazioni e nella loro prima conferenza stampa. Naturalmente, hanno insistito, alle ragazze sarà permesso di continuare la loro istruzione scolastica e alle donne sarà permesso di lavorare. Ma tali assicurazioni significano poco; i talebani hanno dimostrato in passato la loro propensione a cambiare rapidamente rotta. Non appena le ultime truppe americane avranno lasciato definitivamente l'aeroporto di Kabul e i talebani avranno consolidato il loro potere, questo atteggiamento conciliante potrebbe essere rapidamente abbandonato.
La moderatrice televisiva Shabnam Dawran, una delle giornaliste più importanti del paese, ha già descritto le sue esperienze con i nuovi governanti in un video: "Oggi volevo andare al lavoro; non ho rinunciato al mio coraggio". Le è stato detto di tornare a casa e che le regole erano cambiate. "La nostra vita corre un grave rischio", dice la Dawran nel video, chiedendo poi aiuto al mondo.
Non è probabile, per il futuro prossimo, che si sviluppi una seria resistenza ai governanti talebani. A dire il vero l'ex vice presidente Amrullah Saleh non ha lasciato il paese come Ashraf Ghani ed è invece tornato a casa nella valle del Panjshir, ultima zona del paese ancora non sotto controllo talebano. Ma Saleh non potrà fare molto da lì. La valle è leggendaria per essere stata luogo di origine di Ahmed Shah Massud, che è stato capace di impedirne la conquista sia all'esercito sovietico che ai talebani. All'epoca Massud poté approfittare di linee logistiche che raggiungevano i paesi vicini. Oggi invece la valle è completamente circondata dai talebani, e non ha nemmeno un aeroporto.
Più pressante, però, potrebbe presto diventare la questione di come i talebani possano governare. Già diversi milioni di afghani dipendono dagli aiuti alimentari del Programma alimentare mondiale. L'Afghanistan occidentale sta attualmente soffrendo la peggiore siccità che abbia visto in un decennio. Le casse dello stato sono vuote e i valori della banca centrale sono in gran parte depositati fuori dal paese, dove sono inaccessibili. Che piaccia o no all'Occidente, se non vengono consegnati aiuti e se non viene fornita assistenza alle strutture sanitarie del paese molte persone moriranno.
Presto la situazione umanitaria potrebbe costringere l'Occidente a fare una cosa che negli ultimi 20 anni ha cercato ad ogni costo di evitare: sostenere la supremazia dei talebani in Afghanistan.


giovedì 19 agosto 2021

Roberto Hamza Piccardo, le gazzette e la caduta di Kabul



Il rapidissimo collasso dello stato fantoccio che gli USA e i volenterosi hanno mantenuto in Afghanistan per vent'anni [*] è stato accolto dalle gazzette "occidentali" con un coro indignato, e per qualche giornonell'agosto 2021 è stata rispolverata la panoplia dell'incompetenza di cui fa sfoggio in questi casi chi non capisce neppure cosa possa aver mai combinato per doversi trovare in una situazione del genere.
A fronte di ogni rovescio "occidentale", specie se dei più prevedibili, in questa sede si è sempre tentati da pensare alla scena di un vecchio film di Mel Brooks in cui una facoltosa protagonista, bersaglio di una gragnuola di proiettili, afferma stizzita "Ma non possono farmi questo; io sono ricca!"
Un certo Francesco Merlo ne ha approfittato per aggiungere al già corposo vaccabolario spregiativo con cui il gazzettaio marchia i reietti (cattocomunisti, pacifinti eccetera) uno italiban e un talebanini.
Chissà se avrà fortuna.
Il comportamento dei gazzettieri ispira tanto maggiore ripugnanza se si pensa che tanta preoccupazione per lo sventurato popolo afghano viene espressa sulle stesse pagine e dagli stessi ben vestiti che hanno contribuito in maniera determinante a far sì che in "occidente" basti fare una scritta su un muro per vedersela con la gendarmeria. Le scritte sul muro -lasciamo perdere i cortei, le occupazioni, gli scontri di piazza- sono senz'altro lodevoli... purché a L'Avana, a Minsk o a Tehran.
Dal 2001 in poi noi persone serie abbiamo sostenuto che aggredire e occupare l'Afghanistan, al pari di tutte le aggressioni, le destabilizzazioni, le occupazioni statunitensi che si sono succedute negli anni successivi, significava dare il via a un'impresa pazzesca. Maggiormente documentate erano le nostre affermazioni, più la feccia gazzettiera mostrava la sicumera arrogante che unisce viltà, incompetenza e servilismo in un miscuglio meraviglioso, i cui propugnatori hanno ricette per tutte le stagioni, non conoscono resipiscenza alcuna e comunque vada sono sempre in tempo a chiedere scusa. Tanto hanno righe perentorie adatte a ogni circostanza della vita, l'aria condizionata funziona e il ristorante sotto la redazione non chiude nemmeno per ferie.
C'è solo da maledire il reddito di cittadinanza che gli impedisce di schierare cameriere diciottenni a due euro l'ora.

Nell'immediato, al piagnisteo collettivo sono sfuggiti in pochissimi. Tra questi Roberto Hamza Piccardo, traduttore e divulgatore del Libro non eccessivamente propenso alla visibilità mediatica, che anche solo per questo merita qualche minuto di attenzione.

Sono passati quarantasei anni e la Storia, cioè la cronaca, ci ha dato un’altra prova che contro i popoli non si vince. Dico la cronaca poiché, la Storia ha bisogno di tempo, documenti, studio e riflessione, deve lasciar decantare i fatti e poi leggerli con maggior serenità e onestà intellettuale.
I talebani, mentre sto scrivendo sono entrati a Kabul mentre la ritiranda coalizione occidentale che sta cercando di mettere in salvo il salvabile, qualche centinaio di collaborazionisti, ma più ancora documenti e prove di un fallimento clamoroso, caricandole in fretta e furia sui capaci aerei della USAF o distruggendole sul posto. Il tutto sotto lo sguardo nervoso di qualche migliaia di marines con l’indice sul grilletto che non vedono l’ora che questa storia finisca per tornarsene a casa.
Nel 1975 erano i vietcong e i regolari nord vietnamiti che avevano preso Saigon (oggi Ho Ci Min Ville) e le immagini della rotta statunitense mi testimoniarono quello che era già stato evidente nel caso algerino di 13 anni prima e ora clamoroso in quello afghano: contro i popoli non si può vincere.
I popoli non hanno alternative: non possono tornarsene a casa, vincono o soccombono e per gente come gli algerini, i vietcong e gli afghani, soccombere era molto peggio che morire.
Qui non si tratta di conDIvidere l’ideologia dei mujahidin algerini, o quella dei vietcong e neppure quella dei talebani anche se con i primi e questi ultimi esiste un robusto tessuto comune: la fede islamica che ci accomuna;  la questione di fondo è che i popoli possono permettersi di pagare un prezzo che i colonizzatori, gli invasori (compresi i collaborazionisti locali) non possono pagare.
Bisognerebbe sterminarli, nel senso letterale del verbo, cioè fare “un deserto e chiamarlo pace” come Tacito fa dire al comandante dei Caledoni (oggi scozzesi) che descrive il modus operandi romano quando arringa le truppe che dovranno scontrarsi con le loro legioni
Non basta decimarlo, un popolo, non basta usare contro di esso la forza e l’organizzazione militare anche più sofisticata, non basta spendere come hanno fatto gli USA e i loro alleati 1300 miliardi di dollari, non basta.
Ora, mentre cominciano a essere pubblicati su media occidentali racconti sulle atrocità dei vincitori che servono più che altro a giustificare il fatto che contro mostri del genere la guerra era stata necessaria, ci auguriamo che il popolo afghano sappia ritrovare, nei suoi tempi e modi, quell’unità d’intenti che li ha visti vincitori da quasi due secoli contro tutti gl’invasori: inglesi, sovietici e infine contro la Coalizione di cui disgraziatamente abbiamo fatto parte anche noi italiani.
E che, come ci ha insegnato la tradizione del Profeta Muhammad (pbls) a cui sostengono di riferirsi, sappiano essere giusti e misericordiosi con quelli del loro popolo che per debolezza o altre circostanze si trovano oggi tra gli sconfitti.


[*] Un rapido calcolo. Lo stato che occupa la penisola italiana ha destinato all'occupazione dell'Afghanistan circa nove miliardi di euro. Ammettiamo che la cifra vada divisa tra sessantatré milioni di contribuenti. Si tratta di circa centoquaranta euro, spalmati in vent'anni. Sette euro l'anno a testa. Una cifra abbordabilissima, chissà che a Roma non stiano già pensando di ripetere l'esperienza.



martedì 17 agosto 2021

Sul ripristino dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan


Il 15 agosto 2021 è stata una di quelle giornate, di solito piuttosto rare, in cui la consapevolezza di un avere ragione pluridecennale poteva portare ad affermazioni recise e giudizi avventati. 
Una di quelle giornate in cui le persone serie che hanno sempre sostenuto la demenzialità delle intraprese statunitensi hanno provato la forte tentazione di infierire.
Negli USA a ritrovarsi col cerino in mano è stato un certo Joe Biden, mandato in televisione a dire che la missione era finita, gli USA avevano "regolato i conti" con chi li aveva attaccati, e che di rimanere in Afghanistan non c'era più ragione. 
A fronte di quanto sono andati sbraitando per tutto questo tempo, si tratta di una virata di centoottanta gradi.
Il secolo ameriKKKano, lo scontro di civiltà, l'esportazione della democrazia? Dobbiamo esserceli sognati. 
Anche i vent'anni di gazzette che ringhiavano a comando contro chi avanzava qualche obiezione agli stessi concetti devono essere stati frutto di qualche pessima nottata. Eppure eravamo abituati a sentirle bollare come terrorista chiunque non procurasse un reddito ai loro padroni.
E che dire del "libero mercato" e della "mano invisibile" che lo regola? Imponendo questa weltanschauung sono stati distrutti sistemi sociali interi, ma i soli USA buttano duemila miliardi del sciàààcro denaro dei contribuenti [*] nell'occupazione afghana per alimentare l'economia privata dei contractors prima ancora che l'industria bellica vera e propria. A quanto pare in questi casi la mano invisibile è bene che vada a frugare da qualche altra parte.
In vent'anni i governi dello stato che occupa la penisola italiana hanno stanziato per questo splendido affare quasi nove miliardi di euro. Chissà quale contenuto prevarrà -nello sporco che lorda le "reti sociali" e i mass media- per indirizzare in modo conveniente le attribuzioni causali dei sudditi. Se la rifaranno con gli immigrati o con il reddito di cittadinanza?
Di starsene in silenzio almeno qualche ora, per non dire di manifestare un minimo di coerenza in forme più incisive, non se ne parla neppure.
I ben vestiti del democratismo rappresentativo, le sveltissime dal prosecco facile, i sovrappeso delle gazzette, gli scarti di apericena che si arrogano il diritto di fare da cassa di risonanza (a volte per retribuzioni degne della miserabilità dell'opera) a chi decide dei destini altrui farebbero meglio a sperare che gli afghani non pensino di restituire loro con porto assegnato qualche partita di democrazia da esportazione, usando gli stessi corrieri impiegati per la consegna di merce tanto indesiderata quanto scadente.  
Dante Barontini ha pubblicato su Contropiano la traduzione completa del discorso tenuto dal presidente degli Stati Uniti, accompagnandola a una prefazione che definire sprezzante è persino generoso. 
Intanto che la rotta "occidentale" assumeva connotati topeschi, punteggiata di scene tragiche e ignobili, pare che in contesti un po' più seri sia stata conservata senza difficoltà la calma necessaria a non prendere nemmeno in considerazione la chiusura delle sedi diplomatiche.
I vent'anni trascorsi dall'aggressione statunitense -chi non collaborava veniva minacciato di essere riportato all'età della pietra- non sono serviti agli USA e ai loro camerieri più o meno volenterosi per trarre insegnamento dagli errori.
Chissà che per i loro avversari, oggi assai più forti di allora, non sia invece vero il contrario.



[*] Da intonare con la voce del vecchietto dei film western.


lunedì 16 agosto 2021

Afghanistan. L'imperialismo può essere vinto



Quel nemico così potente da far scappare gli AmeriKKKani
che li avevano descritti come mostri disumani
eran ragazzi di sedici anni con le suole di copertone,
ragazzi di campagna che parlavano di liberazione.

E quando si chiedeva chi son gli eroi di questa guerra,
di chi è il merito, chi è stato il migliore,
la risposta era: ha vinto la nostra terra
non servono gli eroi a guidare una vittoria popolare.


Eugenio Finardi, 1977.



HoChiMinh, 30 aprile 1975.
Kabul, 15 agosto 2021.



venerdì 13 agosto 2021

Gino Strada e l'Afghanistan del 2021


Questa foto risale alla fine di aprile 1975, gli ultimi giorni della presenza statunitense in Vietnam.
Ritrae quello che sembra proprio uno statunitense.
Che sta persuadendo con successo qualcuno a non salire su quello che potrebbe essere l'ultimo elicottero verso le navi che attendono gli evacuati nel Mar Cinese Meridionale.
Tra non molto -la stima di tre mesi pare ottimistica- lo stesso potrebbe succedere a Kabul.
Il perché, è stato argomento dell'ultimo articolo[*] di Gino Strada (21 aprile 1948 - 13 agosto 2021), pubblicato poche ore prima della sua morte.
Da decenni oggetto di "critiche" ben oltre l'isterico da parte dei ben vestiti della politica e delle gazzette "occidentaliste", Strada non ha mai utilizzato le oggettive ricostruzioni degli eventi che anche qui riassume senza spirito di rivalsa, nonostante avessero trovato conferma puntuale.
Dal 2001 in poi chiunque osasse eccepire sulle iniziative statunitensi -lasciamo perdere schernirle come meritavano, come meritano e come meriteranno- è stato abitualmente proclamato terrorista per contaminazione.
E nella penisola italiana, è bene ricordarlo ancora una volta, gli ambienti del democratismo rappresentativo e della "libera informazione" definiscono terrorista qualsiasi cosa non procuri loro un reddito.

Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti. 
[...] Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme.
Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe.


[*] Nel testo originale ricorre il nome dello stato che occupa la penisola italiana. Ce ne scusiamo come d'uso con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


 

giovedì 12 agosto 2021

Dodici agosto

 


Ain't it funny how it is,
you never miss it 'till it's gone away...

 

 

mercoledì 11 agosto 2021

Alastair Crooke - Si chiude un'epoca, finalmente?


Traduzione da Strategic Culture, 9 agosto 2021.

"Il declino dell'Occidente è iniziato con la caduta del comunismo nel 1989", scrive il filosofo politico John Gray. "Le nostre élite trionfanti hanno perso il senso della realtà, e in un susseguirsi di tentativi di plasmare il mondo a loro immagine [... hanno portato al] risultato che gli stati occidentali sono più deboli e più in pericolo di quanto lo fossero stati in un qualsiasi momento durante la guerra fredda".
La decomposizione dell'Occidente, sottolinea Gray, non è solo un fatto geopolitico; è un fenomeno culturale e intellettuale. I paesi occidentali ora albergano consistenti correnti di opinione che considerano la civiltà occidentale come una forza unicamente capace di produrre danni. In questa visione superliberista, fortemente rappresentata negli ambienti dell'istruzione superiore, i valori occidentali di libertà e di tolleranza sono ora intesi come poco più che un codice per la dominazione razziale bianca.
Se le élite occidentali siano ancora in grado di sottoporre a qualche cambiamento il loro zeitgeist sotto vuoto spinto è discutibile. Piuttosto l'approccio sottostante e profondamente moraleggiante rappresentato da questo atteggiamento di liberismo assoluto limita il discorso a posizioni morali semplicistiche, che vengono considerate evidenti per contro proprio e moralmente prive di macchia. A discutere i pro e i contro della realpolitik, oggi come oggi ci si avvicina a intraprendere qualche cosa di proibito e in concreto non si affrontano in modo serio i mutamenti nel paradigma strategico globale o le sfide di più ampia portata che esso si trova davanti. Perché affrontarli in modo serio richiederebbe un realismo e una comprensione strategica che i principali opinion leader occidentali rifiutano bollandola come disfattismo, se non come immoralità. La élite cittadina statunitense ha convertito l'appartenenza culturale in privilegio economico e viceversa. Essa controlla quello che Jonathan Rauch definisce nel suo nuovo libro The Constitution of Knowledge "il regime epistemico", la grossa rete di accademici e di analisti che determinano quale sia la verità. Soprattutto essa possiede il potere di consacrazione: indica cosa merita di essere riconosciuto e ben considerato e ciò che merita di essere disdegnato e respinto.
Per dirlo esplicitamente, questa dinamica è sulla buona strada per diventare la più grande linea di frattura nella politica globale, come lo è già nella politica degli Stati Uniti e dell'Unione Europea. Sta peggiorando sia negli Stati Uniti che in Europa, e si estenderà alla geopolitica. In un certo senso vi è già arrivata. "Non è quello che vuoi; ma sta succedendo comunque". E se la lunga deriva della storia vale in qualche modo come guida, porterà un aumento delle tensioni e al rischio di guerre.
Ecco un esempio (tratto dalla rubrica quotidiana di Ishaan Tharoor sul Washington Post):
È una delle convergenze meno sorprendenti del mondo. Il conduttore di Fox News Tucker Carlson -probabilmente la voce più influente della destra americana, a parte un certo ex presidente- si trova in Ungheria. Ogni episodio del suo show in prima serata questa settimana sarà trasmesso da Budapest.
Carlson, come indicato il mese scorso dal mio collega Michael Kranish in un profilo approfondito, è diventato la "voce del malcontento bianco"... il più noto sostenitore di un orientamento caratteristico dell'estrema destra -la politica nativista- reso popolare da Trump e ora ulteriormente pompato da un gruppo di esperti e di politici che stanno facendosi largo con decisione nel partito repubblicano... Sono antiimmigrazionisti arrabbiati, scettici in materia di libero scambio e di potere delle multinazionali... Adottano un tipo di nazionalismo a sfondo religioso e implicitamente razzista e portano avanti una guerra culturale implacabile contro quelle che considerano delle minacce, il multiculturalismo, il femminismo, i diritti LGBT e il liberalismo in generale.
Il conduttore di Fox News non è certo l'unico ameriKKKano di destra a considerare Orban come un esempio. In un discorso recente J.D. Vance, un capitalista d'assalto che sta facendo campagna su una piattaforma popolare e nazionalista per le primarie repubblicane per il Senato in Ohio, ha deriso la "sinistra senza figli" negli Stati Uniti bollandola come manovalanza a servizio del "crollo della civiltà". Poi ha presentato consegne in stile Orban: In Ungheria "offrono prestiti alle coppie appena sposate, che a un certo punto vengono in seguito condonati se quelle coppie sono effettivamente rimaste insieme e hanno avuto figli", ha detto Vance. "Perché non possiamo farlo qui? Perché non possiamo effettivamente promuovere la formazione della famiglia"?
Il nostro punto qui non è politico. Non riguarda i meriti percepiti dal Washington Post o da Orbàn. Si tratta di una questione sulla alterità; è il rifiuto di ammettere che l'"altro" possa avere una visione e un'identità alternativa, anche se non si è d'accordo con essa e non se ne accettano le premesse. In breve si tratta dell'assenza di empatia.
La "classe creativa" (espressione coniata da Richard Florida) non si era prefissata di essere una classe dominante e di élite, sostiene l'editorialista liberale del NY Times David Brooks nel suo Bobos in Paradise. Semplicemente, è andata così. La nuova classe avrebbe dovuto favorire i valori progressisti e la crescita economica. Invece ha generato risentimento, alienazione e infiniti malfunzionamenti sul piano politico.
I BoBo, i borghesi bohemienne, non provenivano necessariamente da ambienti facoltosi e di questo erano orgogliosi; si erano assicurati un posto in università esclusive e nel mercato del lavoro grazie alla grinta e all'intelligenza di cui avevano dato prova fin da tenera età, credevano. Ma dal 2000 in poi, l'economia informatizzata e il boom della tecnologia hanno preso a inondare di denaro i più istruiti.
The Rise of the Creative Class di Richard Florida elogiava i benefici economici e sociali che la classe creativa aveva recato, e con l'espressione "classe creativa" intendeva più o meno i BoBo di cui sopra, così definiti in precedenza da Brooks (i bohemienne borghesi, bohemienne perché venivano dalla narcisistica generazione di Woodstock, e borghesi perché dopo Woodstock questa classe 'liberale' si era poi evoluta nelle alte sfere mercantili dei paradigmi del potere culturale, aziendale e di Wall Street).
Florida di questa classe era un campione. E Brooks ammette che anch'egli la vedeva positivamente: "La classe istruita non corre il rischio di diventare una casta isolata", scrisse nel 2000. "Chiunque abbia la laurea, il lavoro e le competenze culturali giuste può entrare a farne parte".
Quella si è rivelata una delle frasi più ingenue che abbia mai scritto, ha ammesso Brooks.
Ogni tanto nasce si afferma una classe rivoluzionaria che butta all'aria le vecchie strutture. Nel XIX secolo era stata la volta della borghesia, la classe mercantile capitalista. Nell'ultima parte del XX secolo, quando si è affermata l'economia dell'informazione è la classe media industriale si è svuotata è stato il turno della classe creativa, sostiene Brooks.
"Negli ultimi due decenni, la rapida crescita del potere economico, culturale e sociale di [questa classe] ha prodotto un contraccolpo globale che sta diventando sempre più odioso, squilibrato e apocalittico. Eppure questo contraccolpo non è privo di un fondamento. La classe creativa, o comunque la si voglia chiamare, si è coalizzata alla maniera della casta dei bramini in un'élite verticistica isolata ed endogamica che domina la cultura, i media, l'educazione e la tecnologia".
Questa classe, che stava accumulando enormi ricchezze e si stava raccogliendo nelle grandi aree metropolitane d'AmeriKKKa, ha creato disuguaglianze enormi all'interno delle città poiché i prezzi elevati degli alloggi ne hanno allontanato le classi medie e quelle inferiori. "Nell'ultimo decennio e mezzo", ha scritto Florida, "nove aree metropolitane statunitensi su dieci hanno visto decrescere il numero di abitanti afferenti alla classe media. Mentre i centri vengono svuotati, i quartieri periferici in tutta l'AmeriKKKa si stanno dividendo in grandi zone dove si concentrano gli svantaggiati e zone molto più piccole dove si concentrano i ricchi." Questa classe è arrivata anche a dominare i partiti di sinistra in tutto il mondo, partiti che prima erano espressione della classe operaia. "Abbiamo spinto questi partiti ancor più a sinistra sulle questioni culturali (privilegiando il cosmopolitismo e le questioni di identità), mentre indebolivamo o rovesciavamo le tradizionali posizioni del Partito Democratico in materia di traffici commerciali e di sindacati. Mentre le persone della classe creativa entrano nei partiti di sinistra, le persone della classe operaia tendono ad andarsene".
Queste differenze culturali e ideologiche sono polarizzanti e ora si sovrappongono con precisione alle differenze economiche. Nel 2020 Joe Biden ha vinto in appena cinquecento contee, che però nel loro complesso rappresentano il 71% dell'economia ameriKKKana. Trump, al contrario, ha vinto in più di duemilacinquecento contee. Solo che queste duemilacinquecento contee producono tutte insieme solo il 29% del PIL. Ecco perché i democratici deridono i repubblicani che rifiutano il vaccino Covid tacciandoli di parassiti: sono le contee a maggioranza democratica quelle che pagano, e in misura schiacciante, il conto imposto dall'epidemia. Un'analisi di Brookings e dello Wall Street Journal ha messo in evidenza che appena tredici anni fa le aree democratiche e repubblicane erano quasi alla pari in materia di prosperità e di reddito. Adesso si stanno separando, e sempre più si separeranno.
I repubblicani e i democratici in USA parlano come se vivessero in due mondi diversi. Ed è così.
"Mi sono sbagliato della grossa sui BoBo", afferma Brooks. "Non avevo previsto con quanta aggressività ci saremmo mossi per affermare il nostro dominio culturale, il modo in cui avremmo cercato di imporre valori d'élite attraverso i nostri codici di linguaggio e di pensiero. Ho sottovalutato il successo che la classe creativa avrebbe avuto nell'elevare barriere intorno a sé a tutela dei propri privilegi economici... E ho sottovalutato la nostra intolleranza nei confronti delle ideologie diverse dalla nostra".
"Quando si dice a consistenti settori del paese che le loro voci non sono degne di essere ascoltate, essi finiranno col reagire male; e infatti hanno reagito male. La classe operaia oggi rifiuta con veemenza non solo la classe creativa, ma anche il regime epistemico che essa controlla... Questo dominio ha però generato insofferenza anche fra gli esponenti della sua nuova generazione.
"I membri della classe creativa si sono adoperati per far entrare i loro figli in buoni college. Ma hanno anche alzato i costi dei college e i prezzi delle abitazioni urbane al punto che adesso i loro figli lottano sotto un indebitamento che li schiaccia. E da qui viene l'insofferenza che ha spinto Bernie Sanders negli Stati Uniti, Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, Jean-Luc Mélenchon in Francia e così via.
"Il malcontento giovanile ha in parte le proprie radici nell'economia, ma in parte è guidato dall'indignazione sul piano morale. I più giovani guardano le generazioni che li hanno preceduti e vedono persone che parlano di uguaglianza ma che in concreto sono responsabili della disuguaglianza. Gli appartenenti alle giovani generazioni considerano il periodo che va da Clinton a Obama -gli anni formativi per la sensibilità della classe creativa- come il periodo in cui il neoliberismo ha raggiunto il picco della bancarotta".
L'analogia con la Russia negli anni 1840 e 1860, con la radicalizzazione delle nuove generazioni figlie di genitori liberali, è appropriata.
Il punto, sul piano geo-politico più ampio, è che se Orbàn -leader di uno stato dell'Unione Europea- viene bollato in modo tanto perentorio come un trumpista e come un bigotto nativista e arretrato, possiamo facilmente prevedere la stessa assenza di empatia e di comprensione per altri leader mondiali, che siano Xi, Raisi o Putin.
Abbiamo a che fare con l'ideologia di un'aspirante classe dirigente che mira ad accumulare ricchezza e posizioni, mentre ostenta credenziali progressiste e globaliste immacolate. Le schermaglie culturali irrisolvibili e una crisi epistemica in cui fondamentali questioni oggettive e scientifiche vengono politicizzate in sostanza non sono altro che un tentativo di mantenere il potere da parte di coloro che si trovano al vertice di questa "classe creativa"; una stretta cerchia di oligarchi molto ricchi.
Anche così, si fanno pressioni sulle scuole perché insegnino un'unica versione della storia, le aziende private licenziano i dipendenti per le loro opinioni non conformi, e le istituzioni culturali agiscono come guardiane dell'ortodossia. Luogo principe per queste pratiche sono gli Stati Uniti, che si ostinano a proclamare la peculiarità della propria vicenda storica e a predicare le proprie divisioni come fonte di emulazione per ogni società contemporanea. In gran parte del mondo, il movimento woke viene considerato con indifferenza, o -come nel caso della Francia dove la denuncia è venuta da Macron- viene accusato di "razzializzare" la società. Ma ovunque questa agenda ameriKKKana prevalga, la società non è più liberale in nessun senso storicamente riconoscibile. Se liberato dalla sua aura mitica, lo stile di vita liberale può essere visto essenzialmente come un incidente storico.
Quale incidente?
"Nel 2007, ad Alan Greenspan, l'ex presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, fu chiesto quale candidato avrebbe sostenuto nelle imminenti elezioni presidenziali. "Siamo fortunati che, grazie alla globalizzazione, le decisioni politiche negli Stati Uniti sono state in gran parte sostituite dalle forze del mercato globale", rispose a fronte della scelta tra Barack Obama e John McCain. "Sicurezza nazionale a parte, non fa quasi nessuna differenza chi sarà il prossimo presidente. Il mondo è governato dalle forze del mercato".
Per inciso, sono state le politiche di Greenspan che hanno spinto i BoBo a diventare una élite globale, e che li hanno resi favolosamente ricchi.
"La condiscendenza di Greenspan ha rappresentato l'apice del neoliberismo, un termine spesso frainteso e abusato ma che rimane il migliore per indicare in modo stringato le politiche che hanno plasmato l'economia globale per come la conosciamo: privatizzazioni, taglio delle imposte, controllo dell'inflazione e legislazione antisindacale. Invece di essere soggette a pressioni democratiche -come le elezioni- queste misure sono state postulate come irreversibili. "Sento la gente dire che dobbiamo fermarci e discutere della globalizzazione", ha dichiarato Tony Blair nel suo discorso alla conferenza del Partito Laburista del 2005: "Si potrebbe anche discutere se l'autunno debba seguire l'estate".
Ma si è trattato di certezze illusorie. "Ho trovato un difetto [nella mia ideologia]", disse Greenspan a un'audizione del Congresso durante la grande crisi finanziaria del 2008. "Non so quanto sia significativo, quanto sia permanente."