domenica 13 novembre 2022

GKN Driveline a Campi Bisenzio. Contribuire alla cassa di mutuo soccorso


Il Collettivo di Fabbrica dei Lavoratori GKN Firenze ha pubblicato questo appello sul Libro dei Ceffi.
Invece di fornire ulteriore denaro a osti e acquacedratai, le persone serie contribuiscono alle buone cause.
Niente ONLUS, niente "enti", niente ragazze con pochi vestiti addosso a fare da "madrine".
Il popolo per il popolo, subito, senza e se del caso contro la carta da bollo e la "legalità".


Rompere l'assedio, continuare a insorgere
Se dovessimo dirla alla Barbero, la scorsa settimana è iniziato l'assedio di Gkn.
E quando c'è un assedio, dalla notte dei tempi, le tecniche sono quelle:
- fare terra bruciata attorno agli assediati; calunniando la mobilitazione sociale dei lavoratori Gkn, presentando lo stabilimento come "inagibile", si tenta di tagliare i ponti tra Gkn e qualsiasi forma di ritorno al lavoro
- tentare periodicamente lo "sfondamento", trovando ogni volta una scusa e una modalità diversa per iniziare lo smantellamento dello stabilimento
- prendere per fame gli assediati. Il non pagamento degli stipendi, il ritiro unilaterale dell'anticipo di una cassa integrazione nemmeno ancora autorizzata, sono un modo per farti "lasciare la posizione". Presi dalla fame, gli assediati cederanno.
- gettare il veleno dentro l'assedio, far calare il morale dicendo che gli assediati sono divisi al loro interno e sono pochi.
E da sempre, l'assedio si rompe così:
- contro la terra bruciata, ricostruendo e costruendo ponti. Per questo è nata la Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo, per questo si stringe ancora più forte la solidarietà e la convergenza. Il nostro team tecnico e scientifico è al lavoro per tutte le soluzioni industriali alternative. Il territorio deve sentirsi insultato e violato perché si sta calunniando una intera lotta di popolo.
- organizzando sortite. Saremo sul territorio, di botto e senza preavviso ma anche in forma pubblica e organizzata, attraverso assemblee, attività, raccolte di firme e, perchè no, altri cortei di massa
- facendo arrivare risorse agli assediati, aumentando i legami mutualistici e solidali tra gli assediati. Per questo stiamo accelerando la cassa mutualistica e facciamo appello a fare donazioni alla cassa di resistenza con la causale specifica "mutuo soccorso" e a tutta la finanza mutualistica a creare un sistema di prestiti che anticipi gli stipendi in attesa del loro ritorno "Cassa di mutuo soccorso" (Iban IT 24 C 05018 02800 000017089491 Causale: mutuo soccorso)
Arriveranno notizie di altre giornate campali in fabbrica, di altri cortei e iniziative. Torneremo a sorridere insieme. Ora però dobbiamo rompere l'assedio.



martedì 8 novembre 2022

GKN Driveline a Campi Bisenzio. La situazione a novembre 2022


Il 4 novembre 2022 la nuova proprietà dello stabilimento GKN di Campi Bisenzio ha informato le maestranze che il lunedì successivo sarebbe iniziato lo sgombero dei materiali.
Il nuovo "governo" dello stato che occupa la penisola italiana è insediato; la "libera informazione" contribuisce al mantenimento di un clima mediatico consono.
La comunicazione aziendale del nuovo padrone si è allineata senza infingimenti, alimentando anche nelle persone più condiscendenti l'idea che scopo ultimo del temporeggiare altro non fosse che affidare la grana alla gendarmeria.
Lunedi 7 novembre centinaia di persone che del governo di Roma non hanno alcuna stima si sono radunate per impedire lo sgombero dei materiali, e il padrone ha dovuto rinunciare al suo intento.
In quelle circostanze il delegato sindacale Dario Salvetti ha messo a parte gli intervenuti delle considerazioni che seguono. Il testo è stato trascritto e diffuso da uno dei presenti.

Il nome dello stato che occupa la penisola italiana ricorre nell'originale; come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


...Quando dicono che devono passare a prender dei rifiuti lo fanno per confondere le acque, poiché chiunque legga anche solo distrattamente il giornale, pensa che qua ci sono dei folli che non permettono ad un povero imprenditore di portare via i rifiuti, come quando la domenica c'è l'umido, quindi per portare fuori il sacchetto. 
Quello che chiamano rifiuti e questa roba qua, è l'intero parco magazzino GKN: semiassi Ferrari, Maserati, Ducati, venduti a peso di rottame, questo è il made in Italy e questo che vedete, oltre a chiarire definitivamente di cosa parlano quando parlano di rifiuti, se volete è la mostra permanente del made in Italy, visto che oggi il ministero dello sviluppo economico, quello immobile da tempo sulla nostra vicenda, si chiama anche del made in Italy e se vogliamo mettere le cose a terra e nella concretezza della realtà, e non nelle parole di questo o quel comunicato di una azienda. 
Tra l'altro, una azienda che non fa nulla per ripartire e che contemporaneamente brucia liquidità, è una azienda che evidentemente va verso il fallimento e noi lo diciamo qua, se si sta preparando il fallimento della GKN, usando come scusa la mobilitazione, si sappia che chi deve risponder delle proprie condotte non chiare non saremo noi; e chi fa le domande siamo noi.
Perché il privato 10 mesi fa si accolla 300 e passa contratti a tempo indeterminato senza avere capacità industriali metalmeccaniche? 
Perché dopo tre mesi doveva portare le manifestazioni di interesse e non le ha mai portate? 
Perché a luglio ha spacciato su tutti i giornali un consorzio di ricerca che non poteva essere in alcun modo uno strumento della reindustrializzazione? 
E perché oggi esce da quel consorzio? 
Perché a settembre vi e ci ha ipnotizzato tutti parlando di accordo di sviluppo e non ha mai presentato le carte per accedere a quell'accordo di sviluppo? 
Perché da agosto ad oggi si è permesso di battibeccare col Ministero e non di stare con noi, pancia a terra per ragionare di come poteva ripartire lo stabilimento? 
Che qua manchi un piano industriale, che qua non ci sia una minima garanzia non lo diciamo noi. Che poi lui provi a prendersela con noi, a trascinarci dentro a questa discussione, è soltanto una forma di viltà; perché oggi, a quanto ne sappiamo noi, non esiste una sola istituzione, non esiste una sola organizzazione sindacale che dia credito alla operazione che è stata messa in campo, tant'è che la cassa integrazione non l'abbiamo autorizzata noi, non l'ha autorizzata l'INPS, perché, unico caso in Italia, non sanno nemmeno che causale metterci, sulla cassa integrazione. 
Ed è per questo che arriva quel comunicato sabato, con quella veemenza, con quella serie di calunnie e di bugie. E noi facciamo anche un appello alle colleghe e colleghi giornalisti, so che questo dipende più dalle redazioni e di capi redazione che dal singolo giornalista: non vi prestate al giornalismo di battibecco, indagate le chiusure, prendete la documentazione scritta; fare giornalismo non vuol dire solo riportare l'ultima cosa detta da me o da chiunque altro, ma verificarla. Noi siamo in grado di smontare dieci mesi parola per parola di quello che è stato detto, e anche prima. Il problema è che non abbiamo più tempo per farlo, non abbiamo né tempo né voglia, non è questa la nostra funzione, stanno provando in tutti i modi di ridurci a cronachetta, lui ha detto, lui ha fatto, noi non siamo cronachetta, noi siamo un pezzo di storia, questo noi siamo, e se parliamo di storia, quella lettera riecheggiava un po' i toni da FIAT anni ‘80, i poveri lavoratori che vorrebbero rientrare, l'illegalità diffusa, ci sono alcune differenze però, non solo che la FIAT degli anni ‘80 l'abbiamo vissuta indirettamente, ce l'hanno raccontata indirettamente quelli che l'hanno vissuta, qua dentro -non proprio qua fisicamente, ma con la FIAT prima- e che hanno lottato contro quella operazione. Ma il risultato della FIAT degli anni ‘80 noi lo vediamo oggi in termini di perdita di diritti, di contratti, di precariato di 6 milioni di poveri assoluti, perché andiamo verso 6 milioni di poveri assoluti, il risultato della FIAT degli anni 80 lo vediamo dal punto di vista produttivo, lo dovete vedere che vi ha portato la FIAT degli anni ‘80, perché la FIAT degli anni ‘80, ci veniva incontro, ci asfaltava, forte della sua arroganza, ma anche del fatto che era un grande colosso industriale. Ora il grande colosso industriale è qua, sotto di me, gentrificato[?]. Semiassi della 500X se non mi sbaglio, Panda, non so se da qualche parte ci sono Ferrari e Maserati, questo è, questo è lo stato del paese, hanno distrutto i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori per asfaltare il paese, perché quando i lavoratori avanzano tiene la comunità e tiene il paese: quella lettera è fuori tempo massimo, perché oggi non ci crede più nessuno a quella operazione della FIAT anni ‘80. 
Non permettiamo di utilizzare parole offensive verso un presidio che in questi 16 mesi -perché il 9 novembre saranno 16 mesi e li faremo in una assemblea a Campi Bisenzio che speriamo partecipata- che venga ridotto a termini come illegalità, abusivismo, allacci: questo è stato non soltanto il punto di raccolta di una comunità, qui si è fatta cultura, si è fatto teatro, si è fatto cinema, si è ragionato di piani industriali, di idrogeno, di transizione energetica, di crisi climatica, qua c'è stata una classe dirigente che ha costruito e ce li siamo anche gestiti, costruite le cose con le nostre mani, come ultimo baluardo perché questi stanno provando ad insinuarci la depressione contando sulla reazione scomposta, sul logoramento e anche questa mattina hanno puntato sul logoramento, noi lo sapevamo che con tutta probabilità non ci avrebbero fatto il favore di venire -la celere che avanza e noi che resistiamo, no?- ma una cosa molto più sottile, un al lupo al lupo che poi non sbocca in nulla. È una partita a scacchi per il nostro logoramento psicologico che devono raggiungere; logorare psicologicamente 300 lavoratori che resistono, un po' per dignità, un po' perché non hanno alternative, un po' per orgoglio, un po' per caparbietà. 
Voi siete qua per empatia umana, per solidarietà, perché sapete che un domani potreste essere voi nella stessa posizione o già siete nella stessa posizione, perché la fabbrica vi sta chiudendo, perché avete un contratto precario, perché non avete altre possibilità lavorative, ma perché qua si gioca una partita più generale, non perché lo diciamo noi, ma perché così è. Così è, per due motivi almeno, uno perché quello che stanno provando ora è un dar seguito a come le multinazionali chiudono, perché hanno visto che con la chiusura frontale, coi licenziamenti in tronco, generano troppo rumore, e allora prendiamoli per logoramento, ritiriamo i licenziamenti, ma lo facciamo in maniera tale che piano piano se ne vanno via loro, lasciamo tutto fermo e scarichiamo gli stipendi di queste persone sui contributi pubblici e sull'INPS, così noi dobbiamo solo aspettare quando questo stabilimento sarà vuoto: va sconfitta questa operazione, non solo per il bene nostro, ma perché evidentemente è una operazione che è stata studiata e pianificata ad arte per noi e per tutte le altre aziende. 
Poi diciamoci la verità, la lettera che ci hanno mandato è una lettera in salsa molto meloniana[*]. Noi non siamo fans dei precedenti governi, noi governi amici non ne abbiamo e il meno peggio prepara il peggio, che prepara il peggio del peggio e giù sempre peggio che prepara il pessimo; per cui non è che siamo qui a dire che c'è la svolta autoritaria in questo paese, no, non c'è; ma quella è una lettera molto meloniana. Il governo del made in Italy che ci dice governo sovrano -termine molto usato per la sovranità in termini economici- dice di prendere in mano uno stabilimento e di rimetterlo in moto in modo da rimetterlo in circolo con tutta la ricerca pubblica che c'è sul polo pubblico della mobilità sostenibile. Qua gli unici che hanno fatto una proposta autonoma e sovrana, che deriva dalla nostra autonomia di classe, siamo noi. Gli altri il termine sovrano non dovrebbero nemmeno nominarlo, sono servi di servi, di servi di servi di servi di servi….fino a scavare. 
Però questa è una lettera che richiama il tema del rave, della illegalità come se padri e madri di famiglia si divertano a fare tutto questo. Non avevamo altro da fare, noi il lunedì. Quel lunedì 12 luglio dovevamo rientrare a fare i pezzi. E poi si apre una partita politica perché se noi andiamo ad un tavolo e cosa ci dicono? Non ci dicono avete torto, che sarebbe già una partenza di una discussione, ma ci dicono "avete ragione MA… noi non abbiamo gli strumenti, noi istituzione non abbiamo gli strumenti"
Ogni volta ci dicono il problema è più generale: ce lo dicono loro. 
È per questo che noi diciamo "Insorgiamo". 
Siamo stati responsabili, se il problema è generale e non è la singola fabbrica che lo può risolvere, non c'è che da insorgere. Non c'è un complotto dietro questo temine, c'è un inseme di persone che si risvegliano e che dicono "c'è un problema generale rispetto alla politica industriale di questo paese" ed eccoci qua, insorgiamo! 
Per il bene di tutti e di tutte e allora noi tra le altre cose stiamo provando -viste queste buffonate delle lettere, dei tavoli convocati da un giorno all'altro- stiamo provando a chiedere la disposizione dello stabilimento per la società operaia di mutuo soccorso “Insorgiamo”; una APS il cui statuto vorremmo depositare, in collaborazione con tante reti, l'ARCI, Fuori mercato, anche per regolarizzare la posizione di quello che stiamo facendo da mesi: il bar, la mensa, e per iniziare delle forme di autoproduzione ed auto recupero, perché noi abbiamo fame di tornare al lavoro, non di cassa integrazione
Tra l'altro quando sei disoccupato ti fanno storie per il reddito di cittadinanza, quando hai una fabbrica a disposizione per lavorare ti tengono 16 mesi in cassa integrazione a parlare di cassa integrazione, perché questo è quello che è avvenuto. Allora, grazie di essere qua e ora vediamo cosa si deve fare, sappiamo che tante e tanti verranno ancora, vedremo se fare rotonda/rotonda, se mangiare insieme, il microfono è aperto, vedremo come continuarla questa giornata, però una cosa ve la vogliamo dire, questi tornano, non tornano oggi non vengono, ma provano a tornare domani, poi dopodomani, poi ancora e se qualcuno è venuto qua sulla fascinazione dello spirito Fontani[?] 
...Io sono molto sereno su questo, fino a che l'assemblea approva che andiamo avanti, noi andiamo avanti, non c'è nessun problema. Se ci sarà da subire denunce, noi siamo qua con nome cognome numero di codice fiscale, tutto alla luce del giorno, senza nessun tipo di problema, almeno parlo per l'RSU e le organizzazioni sindacali.
Però quello di cui abbiamo bisogno ora è uno sforzo ancora maggiore, è di non solo resistere, ma progettare, quindi facciamo un appello per dare forza alla fabbrica pubblica e socialmente integrata, il territorio lo dobbiamo tenere legato a noi non soltanto attraverso la protesta, ma attraverso il mutualismo, attraverso i progetti che vogliamo mettere in piedi, attraverso l'autoproduzione dal basso, attraverso lo studio delle reti ambientali delle reti ingegneristiche solidali, le reti di ricerca, perché qua se non riusciamo noi a riportare il lavoro attraverso questa via non ci sarà mai nemmeno l' intervento pubblico, non ci sarà, non ce li mettono i capitali. E se non ci sono i capitali pubblici questa ditta è già fallita.
Purtroppo il nemico non è solo fisico, non è solo la Celere che se ne sta -mi dicono- adesso a Sesto Fiorentino, il nemico è molto più sottile, è in parte dentro di noi, nelle nostre abitudini, nella nostra passività, nella nostra polemica sterile, nella nostra incapacità di essere comunità, ed è tutto l'intorno, sono i milioni di flussi di merci che ci opprimono ogni giorno e l'incapacità di pensare che come sempre noi pensiamo di essere sudditi perché c'è un re, come abbiamo scritto. Non sappiamo che invece un re c'è perché noi pensiamo di essere sudditi. È lì il meccanismo che noi dobbiamo provare insieme a scardinare. Altrimenti la lotta è persa -e come sempre lo dobbiamo dire con franchezza- se non riusciamo a fare questo. 
Per cui grazie della presenza, ma continuiamo a stare appiccicati, date forza alla fabbrica pubblica e socialmente integrata. 
Grazie.
Insorgiamo.

 

[*] Il riferimento è a una certa Giorgia Meloni, al momento degli eventi Primo Ministro nello stato che occupa la penisola italiana.  


lunedì 24 ottobre 2022

Alastair Crooke - Il grande ciclo del Leviatano è giunto alla fine e i leader occidentali fanno finta di non accorgersene




Traduzione da Strategic Culture, 17 ottobre 2022.

I mutamenti storici nella politica mondiale sono molto lenti a verificarsi. Non fu così, però, quando gli Stati Uniti entrarono per la prima volta sulla scena mondiale. Successe all'improvviso, nel 1898, con l'invasione di Cuba: L'ansia con cui la vecchia Europa assisté agli eventi era palpabile. Il Manchester Guardian, all'epoca, riferiva che quasi tutti gli ameriKKKani avevano abbracciato questo nuovo spirito espansionistico. I pochi critici venivano "semplicemente derisi per la loro titubanza". Il Frankfurter Zeitung li mise in guardia contro "le conseguenze disastrose della loro esuberanza", ma si rese conto che gli ameriKKKani non avrebbero ascoltato.
Nel 1845 un articolo non firmato aveva già dato vita allo slogan "Destino manifesto" - un'affermazione per cui il destino dell'AmeriKKKa era quello di espandersi e di occupare terre altrui. Sheldon Richman, in America's Counter-Revolution, ha scritto che questa concezione era frutto di una mentalità imperiale. Questa etica del "destino" segnò un punto di svolta rispetto alla precedente dinamica di decentramento e l'inizio della tendenza ameriKKKana verso quell'approccio imperiale totalizzante che subentrò ad essa. Non tutti, ovviamente, erano d'accordo; l'etica conservatrice ameriKKKana ai suoi inizi era di stampo burkeano, tendente cioè a considerare con sospetto i rapporti con l'estero.
Oggi il quadro non potrebbe essere più diverso. I dubbi e le perplessità serpeggiano ovunque; la spinta e la fiducia dell'"Impero" si sono affievolite. Gli Stati Uniti scimmiottano più che altro l'esausto impero austro-ungarico dell'epoca precedente alla Prima Guerra Mondiale, che trascinò varie nazioni alleate in un conflitto che, all'epoca, si trasformò nella Prima Guerra Mondiale. Oggi è l'Europa occidentale a essersi trovata trascinata in un'altra guerra, europea per forza di cose, a causa della sua alleanza con Washington. Allora come oggi, tutti gli stati sottovalutarono disastrosamente la durata e la gravità del conflitto e interpretarono male la natura e il significato degli eventi.
La guerra di oggi (contro la Russia) è inquadrata in Occidente in un'infantile cornice morale che agli occhi di un pubblico anestetizzato sembra comunque reggere: quella della seconda guerra mondiale. Ogni rivale è un nuovo Hitler, ogni considerazione ponderata un nuovo esempio di pacificazione stile Neville Chamberlain. Un tiranno brama il dominio delle terre d'Europa; l'unica cosa in questione è se i buoni e i giusti possono trovare la determinazione necessaria a sconfiggerne la malvagia ambizione.
Questa semplicistica tiritera, chiaramente, tende a nascondere all'elettorato l'importanza delle dinamiche sottostanti. Non solo è in atto un mutamento profondo in un ciclo politico importante, ma questo si verifica proprio in un momento in cui il "modello di business" iperfinanziario occidentale si sta incrinando. In parole povere, l'offuscamento narrativo ("stiamo vincendo") nasconde rischi sia politici che economici la cui gravità sfugge ai leader occidentali, incapaci o non disposti a coglierla.
Gli Stati Uniti -come l'Austria-Ungheria prima della guerra- stanno lentamente crollando. E non è più possibile ignorarlo. Washington sta perdendo il controllo sugli eventi e sta commettendo errori strategici; sembra che qualcosa impedisca tuttavia a una certa classe dirigente occidentale di andare avanti con la lettura della storia. Vige una chiave di lettura che considera la guerra come il ripristino delle condizioni di saldezza dello Stato: ogni conflitto - ogni noi contro loro, reale o astratto (come la guerra alla povertà, alla droga, al virus, ecc.) - alimenta la centralizzazione e rafforza il Leviatano totalizzante. Anche il "noi contro il nemico interno" che concettualizza una guerra intestina viene considerato un consolidamento del Leviatano. Questa è la lezione che l'élite sostiene di aver imparato dallo Stato moderno. In un certo senso però questa concezione politica è diventata per la stessa élite una bolla di narrative astratte, una bolla centralizzante e totalizzante. Una bolla che sta scoppiando. Le classi dirigenti occidentali non capiscono -ovvero non vogliono capire- le pagliuzze portate dal vento che soffia in un'altra direzione, ad esempio il recente vertice SCO di Samarcanda. In parole povere, la corrente del Leviatano ha fatto il suo corso e si è esaurita. La storia si muove in un'altra direzione e i leader occidentali fingono di non accorgersene. Questo cambiamento chiave è stato riassunto stringatamente dal Ministro degli Esteri indiano in una recente occasione; avvicinato da un europeo che chiedeva se sostenesse o meno l'Ucraina -cioè che lo metteva di fronte al consueto aut aut occidentale del "con noi o contro di noi" - il diplomatico indiano ha risposto semplicemente che era ora che gli europei smettessero di pensare che le guerre loro fossero guerre di tutto il mondo: "Noi non abbiamo una parte: noi siamo la nostra parte", ha risposto. In altre parole, gli interessi occidentali non si traducono necessariamente in interessi obbligatori per il mondo non occidentale. Il mondo non occidentale fa parte per conto proprio. Sono paesi che intendono vivere nel contesto che gli deriva dall'esperienza storica passata, che intendono creare strutture politiche modellate sulla propria civiltà e sui propri interessi, e in economie adattate alla conformazione della propria struttura sociale.
Ecco cosa significano cose come Samarcanda: significano un mondo multipolare. Esso contesta la presunzione occidentale di avere il diritto di considerarsi eccezionali e di attendersi che gli altri mettano i loro interessi dietro a quelli dell'Occidente. Questo multipolarismo è una corrente che enfatizza la sovranità e l'autodeterminazione. È evidente che questi sentimenti non possono essere considerati anti-occidentali. Tuttavia in Occidente la predisposizione all'interpretazione binaria è così profondamente radicata che pochi arrivano a capirlo. E quelli che lo capiscono non lo apprezzano.
Questo è il principale fraintendimento a livello politico in Europa della crisi in atto. Un lungo ciclo storico si sta invertendo, passando dalla centralizzazione al decentramento. I singoli stati fanno parte a sé. Inoltre ci sono gli Stati Uniti, in crisi e divisi al loro interno, consapevoli del fatto che la loro debolezza è evidente e che di conseguenza si scagliano contro tutti per aggrapparsi al proprio retaggio espansionista. In secondo luogo, la natura della guerra è mal concepita in Occidente perché viene intesa esclusivamente attraverso la lente del conflitto ucraino. Il conflitto in Ucraina non è che un piccolo episodio della guerra di lungo corso condotta da europei e anglosassoni contro la Russia. Di per sé, esso ha fatto risvegliare vecchi fantasmi revanscisti in Europa; un fatto che aggrava le tensioni e complica ogni eventuale risoluzione della crisi. Un equivoco e una negligenza evidenti, tuttavia, riguardano la natura della politica e il ruolo svolto dai combustibili fossili. L'energia è infatti al centro della questione. Come può l'attuale classe dirigente di Washington "dimenticare" che l'economia reale occidentale è un sistema a rete basato sulla fisica e alimentato dall'energia? La modernità dipende dai combustibili fossili. Una transizione graduale verso l'energia verde dipende quindi in larga misura dalla disponibilità di combustibili fossili abbondanti e a basso costo. Senza un adeguato apporto energetico i posti di lavoro scompaiono e la quantità totale di beni e servizi prodotti diminuisce drasticamente.
Eppure, i leader occidentali hanno gettato al vento questa consapevolezza elementare. A cosa pensavano quando hanno sostenuto che l'Europa dovrebbe sanzionare l'energia russa a basso costo e affidarsi invece al costoso gas naturale liquefatto ameriKKKano? A riaffermare il loro diritto all'egemonia? Ai "valori europei"? Ma ci hanno pensato bene?
In un ulteriore atto di follia in campo energetico, l'amministrazione Biden si è ora alienata l'Arabia Saudita e i produttori dell'OPEC. L'OPEC è un cartello che cerca di gestire la produzione e la domanda fissando il prezzo del petrolio. L'amministrazione Biden ha forse dimenticato che il petrolio e il gas in un certo senso rappresentano l'essenza stessa della geopolitica? Il prezzo, il flusso e il percorso dell'energia sono in fondo la principale "moneta" della politica globale.
Eppure il G7 ha deciso di privare l'Arabia Saudita del suo ruolo. Ha proposto invece un "cartello di acquirenti degli Stati occidentali" che avrebbe fissato il prezzo del petrolio e, su suggerimento di Mario Draghi, avrebbe stabilito un tetto anche al prezzo del gas. In parole povere le basi dell'economia saudita sono state prese a picconate e si è minata la principale funzione dell'OPEC, adesso rafforzato come OPEC+. Non contenta, l'amministrazione Biden ha iniziato a vendere un milione di barili al giorno dalle riserve strategiche -minando ulteriormente l'economia saudita- e ha anche cercato di far scendere il prezzo del greggio manipolando i mercati. Ci si aspettava che l'Arabia Saudita avrebbe ceduto al G7 la facoltà di decidere i prezzi, che l'OPEC si è conquistata a caro prezzo? Perché avrebbe dovuto faro? Tutto questo è giustificato dal fatto che il partito di Biden deve affrontare le difficili elezioni di midterm a novembre?
Gli stati del vertice di Samarcanda hanno inveito proprio contro tutto questo: contro la presunzione occidentale. Contro il fatto che Mohammed bin Salman dovrebbe inchinarsi alle imminenti esigenze elettorali di Biden, e accogliere sorridendo la distruzione delle rendite assicurategli dalla geopolitica.
Invece, tutto questo ha fatto nascere una vera e propria contesa. Un ex ambasciatore indiano, MK Bhadrakumar, scrive:
"... l'OPEC sta reagendo in modo proattivo. La sua decisione di ridurre la produzione di petrolio di due milioni di barili al giorno e di mantenere il prezzo al di sopra dei 90 dollari al barile si fa beffe della decisione del G7 [di imporre un tetto ai prezzi]. L'OPEC ritiene che le opzioni di Washington per contrastare l'OPEC+ siano limitate. A differenza di quanto successo nella storia recente del mercato dell'energia, oggi gli Stati Uniti non hanno neppure un alleato all'interno del gruppo OPEC+. A causa dell'aumento della domanda interna di petrolio e gas è del tutto plausibile che le esportazioni statunitensi in entrambi i settori vengano a ridursi. Se questo dovesse accadere, a farne le spese sarebbe innanzitutto l'Europa. In un'intervista concessa al Financial Times la scorsa settimana il primo ministro belga Alexander De Croo ha considerato che con l'avvicinarsi dell'inverno, se i prezzi dell'energia non verranno abbassati, "rischiamo una massiccia deindustrializzazione del continente europeo, cosa le cui conseguenze a lungo termine potrebbero essere molto profonde". Ha aggiunto queste parole da brivido: "Alla gente stanno arrivando bollette completamente folli. A un certo punto la situazione precipiterà. Capisco che la gente sia arrabbiata... la gente non ha i mezzi per pagare". De Croo metteva in guardia sul fatto che è probabile che nei paesi europei si verifichino disordini sociali e turbolenze politiche".
Un difetto tradizionale delle velleità imperiali, quello di aspettarsi deferenza e insistere su di essa, facendo però "passare" il fatto che si è intrinsecamente deboli. Washington e i suoi alleati stanno cercando di imporre ovunque un atteggiamento servile nei loro confronti. Tuttavia la retorica bellicosa gli si sta ritorcendo contro: nei confronti di Washington, gli altri stati hanno progressivamente perso soggezione. Così, le minacce statunitensi ispirano sempre più spesso non deferenza, ma sfida. Il problema è che la rete di narrative belliche binarie fatte di aut aut è diventata sempre più artificiosa e implausibile. Di conseguenza è quasi impossibile per l'Occidente tenere insieme i pezzi.
In ultima analisi, questa tendenza globale a sfidare le minacce statunitensi potrebbe rivelarsi il punto di non ritorno -ben più di qualsiasi esito della guerra in Ucraina- verso il cambiamento dell'ordine globale. Questo, soprattutto perché Biden ha scelto un momento delicato per muovere guerra ai produttori di petrolio. Quindi abbiamo tre bolle distinte che sembrano destinate a scoppiare in sincronia, in una tempesta molto "imperfetta" che potrebbe travolgere quello che resta della potenza occidentale.
Il punto è questo. Non solo è in atto una transizione in un superciclo politico, ma ci sono bolle che stanno scoppiando su ogni fronte.
La "bolla" della guerra in Ucraina si sta sgonfiando; per le armi, gli Stati Uniti e l'Europa stanno raschiando il fondo del barile. Le finanze di Kiev si stanno indebolendo e le forze armate si trovano ad affrontare pesanti perdite. Kiev e la NATO si trovano davanti alla scoraggiante prospettiva di una grande offensiva russa, forse a breve, forse all'inizio di novembre.
La seconda bolla che sta scoppiando è quella del fondamento dell'economia europea. Gran parte dell'industria europea non è più competitiva, dal momento che non ha più accesso al gas e al petrolio russo a basso costo. In poche parole il costo dell'energia sta mandando in bancarotta l'industria europea.
La terza è la più grande di tutte: è la bolla "inflazione zero - tassi di interesse zero / Quantitative Easing". È enorme. E strategicamente, il Golfo rappresenta l'ultimo bacino di liquidità vera, che storicamente è stato un acquirente e un detentore affidabile di buoni del Tesoro statunitensi.
Cosa ancora più significativa, questa iperfinanziarizzazione pluridecennale ha iniziato a evaporare di concerto con l'impennata dei tassi di interesse. Quello che stiamo vedendo nel Regno Unito non è altro che l'equivalente del canarino del minatore: Molti fondi hanno di nuovo un'elevata leva finanziaria (come prima del 2008) e sono esposti a derivati che utilizzano una cortina fumogena di natura matematica per dare a intendere che i rendimenti superiori al benchmark possano essere creati senza rischio dal nulla... come prima del 2008.
Cose del genere finiscono sempre male. Tutta questa leva finanziaria ad alto rischio e senza copertura finirà prima o poi in niente.
E proprio in questo momento Biden sceglie di entrare in guerra con gli Stati produttori di energia del Golfo, quelli che hanno in mano, quasi da soli, la credibilità dei titoli del Tesoro americano. Washington non sembra essere consapevole della gravità che questa combinazione di eventi comporta, né della necessità di procedere con cautela.

mercoledì 12 ottobre 2022

GKN Driveline a Campi Bisenzio. La situazione a ottobre 2022


La GKN Driveline è una multinazionale con sede nel Regno Unito e stabilimenti in vari paesi.
Per oltre vent'anni in un esteso plesso produttivo a Campi Bisenzio ha prodotto componentistica auto -semiassi per la precisione- dopo la chiusura dello stabilimento Fiat di Firenze che si occupava della stessa fornitura.
Questo, fino al 9 luglio 2021.
Quel giorno GKN ha chiuso la fabbrica e ha cercato senza troppo successo di mettere a tacere i lavoratori con una e-mail.
Poi si è affidata a dei milanesi con la cravatta, che si sono comportati da milanesi con la cravatta.
Poi è arrivato un altro ben vestito che si è comportato come un altro ben vestito.
Al di là di queste considerazioni improntate a scostanza, sufficienza ed aperto disprezzo, che la "libera informazione" invoglia sempre ad esprimere con briosità primaverile, l'andare per le lunghe di questa situazione lascia presagire esiti in linea con la "libertà" nella sua accezione "occidentale": a fronte di problemi del genere la prassi vuole che si temporeggi per quanto possibile e poi li si derubrichi a questione di ordine pubblico da affidare alla gendarmeria. Che se ne occupa secondo le proprie modalità con l'approvazione a reti unificate dei frequentatori di ristoranti e delle loro gazzette.
Il 9 ottobre 2022 si è tenuta un'iniziativa pubblica per il proseguimento e lo sviluppo della lotta, durante la quale è stato distribuito il volantino di cui si riporta per intero il testo dal momento che la "libera informazione", in questa come in tutte le altre circostanze che la costringano a far finta di avere qualche rapporto con la realtà, ha prodotto per mesi titoli e contenuti improntati a un ottimismo che le persone serie trovano ovviamente motivo per ulteriori espressioni di scherno.


Per la fabbrica pubblica e socialmente integrata

1. Lo stabilimento è fermo, immobile. L'attuale proprietà non possiede brevetti, core business e ricerca propria nel settore. Il corpo di accordi fatti con Melrose è secretato e la situazione societaria è stata resa tutt'altro che trasparente e socializzata con Rsu, Oo.ss. e Collettivo di Fabbrica. Tutta l'énfasi dell'attuale proprietà è su cassa integrazione e svuotamento stabilimento. I corsi di formazione proposti sono generici e non collegati specificatamente a nessun piano industriale. Di linee di produzione si è appena accennato e comunque si tratterebbe di linee di conto terzi, temporanee. Tutto fa pensare che i timidi accenni di progetto industriale servano semplicemente come leva per completare la delocalizzazione.
2. L'attuale proprietà non ha ancora presentato un piano industriale vero e proprio. E quel poco che ha presentato è insufficiente: tra cinque anni 340 persone a pieno regime, un fatturato di 95 milioni di euro, una fabbrica contoterzista, senza brevetti e ricerca. Ma soprattutto l'attuale proprietà ha dichiarato che un accordo di sviluppo, e i fondi pubblici, sono "presupposto" essenziale per il proprio piano industriale. Il tema della fabbrica pubblica e della progettazione di un "piano b" rispetto a quello proposto dall'attuale proprietà si pone quindi in ogni caso.
3. L'attuale proprietà, dopo dieci mesi di irresponsabili telenovele, ha perso il diritto unico di proposta. Continui pure ad approfondire e dettagliare il suo piano industriale. Ma tale piano non è più l'unica proposta in campo. Anzi, chiediamo con forza che cessi immediatamente di fare da tappo a tutte le proposte alternative. 4. Abbiamo chiaro che la strada per individuare un core business che sostenga l'intero stabilimento è tutta da scrivere. E' aperto il tavolo permanente sulla reindustrializzazione, strumento dell'assemblea permanente e che si riunisce al centro dello stabilimento. E' accessibile a chiunque abbia idee, progetti, possibilità reali da apportare alla ripartenza produttiva dello stabilimento.
5. Senza fondi pubblici, la società e lo stabilimento non possono che andare verso forme di crisi, dalla cessazione d'attività al fallimento. Dato l'attuale contesto societario, legislativo e politico non è affatto scontato che tali fondi vengano dati. In seconda battuta, il rischio è che vengano dati a babbo morto e a fondo perduto. In questo caso lo scenario di crisi sarebbe solo rimandato e i fondi pubblici sarebbero finalizzati solo a prendere tempo, per logorarci, e riaprire la crisi più avanti quando saremo più deboli.
6. L'arrivo dell'ondata di carovita da un lato, l'abbrutimento della cassa integrazione e di una società che prova a trasformarci in "mantenuti" dell'ammortizzatore sociale, la pressione dell'attuale proprietà a farci perdere tempo con ogni stratagemma plausibile e con l'uso dei fondi pubblici, ci obbligano a intraprendere da subito e da oggi attività di autoproduzione e autorecupero.
7. La fabbrica è stata difesa dal territorio e va immediatamente "restituita" al territorio rafforzando non solo i legami politici ma aprendo lo stabilimento ad attività solidali con le esigenza territoriali.
8. Il nostro piano quindi si muove sulle seguenti direttrici:
- campagna per la fabbrica pubblica. Per reclamare fondi pubblici ma anche che siano collegati a pubblica utilità e a un controllo pubblico, esercitato da una struttura societaria pubblica e dalla possibilità di assemblea permanente, Rsu, Collettivo di Fabbrica, Oo.ss. di incidere sul diritto di proposta, verifica e gestione della reindustrializzazione - ricerca autonoma del core business o delle attività produttive industriali che permettano la ripartenza dello stabilimento. Va da sé che alludiamo a attività in stretta simbiosi con la convergenza con l'ambientalismo radicale e antisistemico che è il nostro punto di riferimento.
- di autorecupero immediate, attraverso attività economiche in autoproduzione che ci permettendo da subito di riattivarci produttivamente, di combattere l'abbrutimento, di consolidare la nostra autodisciplina e autorganizzazione e che siano strumento per coltivare ulteriori legami sociali - mutualismo; per consolidare la comunità interna, prepararsi a una lotta di lunga durata e stringere legami con il territorio - continuare a cambiare i rapporti di forza attraverso lo sviluppo della mobilitazione generale e della convergenza (Insorgiamo a Bologna il 22 Ottobre, Insorgiamo a Napoli il 5 novembre).
9. Come strumento di mutualismo, autorecupero, progettazione del piano industriale alternativo, sviluppo di un Cral, collegamento con il territorio, riferimento di azionariato popolare e assemblee di territorio, nasce l'associazione Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo. Siamo chiamati a vecchi principi in un contesto completamente differente. Siamo perciò chiamati a qualcosa di completamente nuovo. Partiamo per un viaggio mai tentato, risultato di peculiarità di questa lotta ma anche di processi generali del capitalismo. Concepiamo tale viaggio come strettamente connesso al mondo che ci si muove attorno. Questo è uno spiraglio dove praticare l'errore e la sperimentazione, dove costruire una vicenda che sovverta completamente le modalità con cui vengono affrontate le crisi industriali e non solo. E' una occasione per tutte e tutti, ma non è una occasione eterna. Il tempo non gioca a nostro favore. Il tempo è qui ed ora.
10. Il nostro appello è a tutto il movimento di classe, radicale, al sindacalismo organizzato, a tutte le attività di autorecupero, all'intellettualità radicale, ai movimenti di autorecupero, al movimento studentesco, ambientalista, a tutte e tutti coloro che sono scese e scesi in piazza numerose volte a difendere Gkn, ad ogni competenza solidale, a integrarsi nella campagna, nelle attività della fabbrica pubblica e socialmente integrata e a farne uno strumento di cambiamento dei rapporti di forza a favore di tutte e tutti.
Strumenti del piano:
1. Il presidio si riorganizza con la seguente struttura: oltre alla Rsu, all'assemblea permanente e al comitato del Collettivo di fabbrica, si creano le seguenti aree: gestione presidio, area reindustrializzazione e soggetto giuridico, area presenza territorio, area brigata alimentare, area cassa di resistenza, area convergenza culturale, area comunicazione, area calendario e Insorgiamo tour, area mutualismo. Tutti i lavoratori sono chiamati alla partecipazione.
2. Team comunicazione per la campagna per la fabbrica pubblica: rafforzamento dei team comunicazione, testimoniai, raccolte di firme.
3. Soms Insorgiamo (Cral, mutualismo, autorecupero). Da valutare legami con Arci, Fuorimercato, Mag ecc.
4. Eventuali convenzioni con Mag per studiare forme di azionariato popolare. Da collegare ad assemblea popolare contro carovita sul modello proposto dalla campagna Noi non paghiamo.
5. Il tavolo permanente sulla reindustrializzazione che si compone di un comitato tecnico scientifico, un team legale e un team contabile
6. Sviluppo della mobilitazione, dell'Insorgiamo e della convergenza.



mercoledì 28 settembre 2022

Firenze, le elezioni politiche e il ritorno di Francesca Lorenzi

La "legge elettorale" in vigore per gli organi elettivi centrali dello stato che occupa la penisola italiana è congegnata in modo tale che una gazzetta da sempre schernita in questa sede -oltre che da tutte le persone serie di Firenze- ha potuto statuire la fine della "Toscana rossa" a fronte delle consultazioni meno partecipate degli ultimi anni, e celebrare la ritrovata libertà di chi ha votato per un partito conservatore che ha affidato la difesa dei valori cattolici e della famiglia tradizionale a una madre non sposata.
L'articolo si compendia di una stringata lista di proscrizione, che per chi non frequenta ristoranti ha un'utilità piuttosto relativa dal momento che i signori Massimiliano Godi, Ester Consuelo, Adriano Manetti e Angelo Ortis sono per lo più gestori di mescite o sarti di pretesa cui chi scrive non è solito rivolgersi.
Va dato atto alla gazzetta di essere riuscita a reperire volti relativamente presentabili. Nella nostra esperienza personale l'elettorato delle formazioni "occidentaliste" a Firenze, al di là del suo target tradizionale fatto di vecchi incarogniti, si compendia di individui di sconfortante marginalità, con evidenti problemi personali e con percorsi formativi e lavorativi perfettamente in linea con quanto ci si aspetta dall'unica realtà mondiale in cui chi usa decentemente il congiuntivo rischia oggi come ieri di essere aggredito fisicamente da qualche laureata all'università della strada.
Una fitta rappresentanza è costituita da soggetti che vanno dal caso umano ai candidati al diurno socioriabilitativo.
Anche in quest'occasione il nostro ufficio di scrutatori ci ha permesso di fare osservazioni interessanti oltre a quella documentata nella foto; nella sezione di competenza, le preferenze espresse per le formazioni "occidentaliste" sono state circa centoquaranta su quasi novecento iscritti alle liste. Quasi tutte quelle dirette alla lista con a capo la madre non sposata (che peraltro ha drenato voti alle liste alleate, ridotte veramente ai minimi termini) erano espresse con tratti di matita calcati al punto da rischiare di forare la carta. L'esultanza del gazzettame è una cosa, la realtà un'altra, come sempre.
Tra i nomi riportati dalla gazzetta spicca quello di Francesca Lorenzi, nota da anni ai nostri lettori per i suoi ingegnosi esercizi di islamofobia e più volte presente sulle stesse paginette di gazzetta proprio per questo motivo.
L'articolo ci porge anche qualche informazione in più rispetto a quelle già di dominio pubblico. Sapevamo che nel 2019 la Lorenzi era stata esclusa per un'incollatura dal consiglio comunale, che la sua eccessiva facondia sul Libro dei Ceffi le aveva procurato qualche seccatura e che la sua cartoleria era stata trasferita da un fondo a un altro nella stessa zona, prima di chiudere definitivamente.
Probabile che a Lepanto non avessero bisogno di cartolaie.
Gentilissima, la gazzetta aggiunge oggi che la Lorenzi si è trasferita a Gràssina, un paese a sud della città, in cui sarebbe stata accolta in modo poco amichevole.
Rispetto agli anni in cui ce ne siamo occupati con una certa assiduità l'"occidentalismo" fiorentino non ha elevato il livello delle proprie istanze. E neppure quello dei propri campioni.
Anzi, con combattenti del genere le cause "occidentali" possono continuare tranquillamente a fare a meno dei nemici.


mercoledì 31 agosto 2022

Alastair Crooke - Le guerre statunitensi assumono un carattere divisivo



Traduzione da Strategic Culture, 30 agosto 2022.


È agosto, ci sono il giorno dell'indipendenza in Ucraina e anche l'anniversario del disastroso ritiro di Biden da Kabul. Washington è fin troppo consapevole che certe dolenti raffigurazioni (gli afghani aggrappati al carrello degli Hercules) stanno per ripresentarsi proprio nell'imminenza delle elezioni di novembre.
Il fatto è che gli eventi in Ucraina hanno preso una brutta piega per Washington e il lento e calibrato rullo compressore dell'artiglieria russa sta facendo a pezzi l'esercito ucraino. L'Ucraina non è stata in grado di rafforzare le posizioni assediate, né di contrattaccare e di mantenere i territori riconquistati.
L'Ucraina ha usato HIMARS, artiglieria e droni per colpire alcuni depositi di munizioni russi, ma questi, finora, sono casi isolati e sono più che altro esibizioni a pro dei mass media che non apportano alcun cambiamento nell'equilibrio strategico della guerra.
Bisogna cambiare narrazione, allora. Nell'ultima settimana il Washington Post si è impegnato a curarne una nuova. Il cambiamento apportato è sostanzialmente semplice: i servizi statunitensi possono anche aver fatto sbagli disastrosi in passato, ma stavolta ci hanno azzeccato. Avevano avvisato che Putin aveva piani per un'invasione. Erano venuti a conoscenza fin nei dettagli dei piani delle forze armate russe.
Primo cambiamento: la squadra di Biden aveva avvertito Zelensky più volte, ma l'uomo si è rifiutato ostinatamente di ascoltare. Di conseguenza, quando l'invasione ha colto Zelensky alla sprovvista, gli ucraini nel loro complesso erano irrimediabilmente impreparati. Messaggio: "La colpa è di Zelensky".
Non parliamo poi della macroscopica omissione, in questa narrazione, degli otto anni di preparazione della NATO per un attacco su vasta scala nel Donbass, destinata ad attirare una risposta russa. Non c'è bisogno della sfera di cristallo per capirlo. L'apparato militare russo era fermo da mesi a una settantina di chilometri dal confine ucraino.
Secondo cambiamento: l'esercito ucraino è sul punto di rovesciare la situazione grazie alle armi occidentali. Ma davvero?
Messaggio: è fuori discussione ripetere la débacle di Kabul, e tanto meno tollerare un crollo a Kiev fino a dopo le elezioni di metà mandato. Quindi, ripetete con me: "L'Ucraina è sul punto di rovesciare la situazione"; tenete duro, avanti così.
Terzo cambiamento (da un editoriale del Financial Times): L'economia russa si è dimostrata più resistente del previsto, ma le sanzioni economiche "non sono mai state sul punto di far crollare la sua economia". In realtà, i funzionari statunitensi e i servizi di Stati Uniti e Regno Unito avevano previsto proprio che un crollo finanziario e istituzionale russo provocato dalle sanzioni avrebbe innescato turbolenze economiche e politiche a Mosca di una tale portata da far vacillare la presa di Putin sul potere, e che una Mosca dilaniata dalla crisi politica e finanziaria non sarebbe stata in grado di portare avanti efficacemente una guerra nel Donbas, cosicché Kiev avrebbe prevalso.
E questa è stata la linea che ha convinto la classe politica europea a puntare tutto sulle sanzioni.
Il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire aveva dichiarato "guerra economica e finanziaria totale" contro la Russia, in modo da innescarne il collasso.
Quarto cambiamento (ancora dal Financial Times): Gli europei non si sono preparati abbastanza a reggere i conseguenti aumenti dei prezzi dell'energia. Devono quindi insistere ancora di più nello strozzare le entrate russe, "inasprendo ulteriormente" l'embargo contro il petrolio che si sta preparando. Messaggio: L'UE deve aver frainteso.
Le sanzioni "non sono mai state sul punto " di far crollare l'economia russa, mentre gli europei non hanno preparato la popolazione all'impennarsi dei prezzi dell'energia nel lungo periodo: insomma, la colpa è loro.
Questo cambio di rotta può essere comprensibile dal punto di vista dell'interesse degli Stati Uniti, ma per l'Europa si tratta di una doccia fredda.
Helen Thompson, docente di economia politica all'Università di Cambridge, scrive sul Financial Times:
I governi europei vogliono alleviare le terribili pressioni sulle famiglie... [e intanto lasciano che] la paura per l'inverno imminente faccia scendere la domanda. Dal punto di vista fiscale, ciò significa finanziamenti statali per ridurre l'aumento delle bollette energetiche... Quello che da nessuna parte è disponibile, è un mezzo per fare in modo che la disponibilità fisica di energia aumenti velocemente. Questa crisi non è una conseguenza involontaria della pandemia o della brutale guerra della Russia contro l'Ucraina. Ha radici molto più profonde in due problemi strutturali. In primo luogo, per quanto questa realtà sia sgradevole per ragioni climatiche ed ecologiche, la crescita economica mondiale richiede ancora la produzione di combustibili fossili. Senza maggiori investimenti ed esplorazioni, è improbabile che nel medio termine l'offerta sia sufficiente a soddisfare la probabile domanda. L'attuale crisi del gas ha le sue origini nell'impennata del consumo di gas fatta segnare dalla Cina nel 2021. La domanda è cresciuta così rapidamente che il gas in Europa e in Asia è stato disponibile solo a prezzi molto elevati.
Nel frattempo il rallentamento negli aumenti del prezzo del petrolio quest'anno si è concretizzato solo quando i dati economici della Cina sono risultati poco incoraggianti. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia, è molto probabile che la produzione globale di petrolio sia inadeguata a soddisfare la domanda già dal prossimo anno.
Per gran parte degli anni 2010 l'economia mondiale ha potuto contare sul boom del petrolio ricavato dallo scisto... Ma lo scisto americano non può espandersi di nuovo allo stesso ritmo: La produzione complessiva degli Stati Uniti è ancora inferiore di oltre 1 milione di barili al giorno rispetto al 2019. Anche nel Bacino Permiano la produzione giornaliera per pozzo è in calo. Ulteriori trivellazioni offshore, come quelle aperte nel Golfo del Messico e in Alaska con l'Inflation Reduction Act reclameranno prezzi più alti o investitori disposti a versare capitali indipendentemente dalle prospettive di profitto. Le migliori prospettive geologiche per una svolta simile a quella che si è verificata nel 2010 sono rappresentate dall'enorme formazione petrolifera di scisto di Bazhenov in Siberia. Ma le sanzioni occidentali fanno sì che la prospettiva che le industrie petrolifere occidentali aiutino la Russia dal punto di vista tecnologico sia geopoliticamente priva di sbocchi. In secondo luogo, si può fare ben poco per accelerare immediatamente la transizione dai combustibili fossili... La gestione delle reti elettriche con carichi di base solari ed eolici richiederà progressi tecnologici in materia di stoccaggio. È impossibile pianificare con certezza quali progressi si concretizzeranno tra dieci anni, figuriamoci per l'anno prossimo.
Il messaggio geostrategico che ne deriva è più che ovvio: si tratta di un avvertimento senza mezzi termini che gli interessi dell'UE non coincidono con quelli di un'AmeriKKKa che ha deciso di affrontare i prossimi mesi fino alle elezioni di metà mandato ricorrendo all'inasprimento delle sanzioni imposte alla Russia dall'Europa (le "sanzioni tecniche alla fine avranno il loro peso sull'economia russa") e con l'Europa che continua a "tenere duro" e a sostenere Kiev militarmente e finanziariamente.
Come osserva il professor Thomson, "anche comprendere i dati di fatto della geopolitica è essenziale... I governi occidentali devono scegliere se avallare sul piano economico condizioni di miseria su una scala che metterebbe a dura prova il tessuto della politica democratica in qualsiasi Paese, o se affrontare il fatto che la necessità di approvvigionarsi di energia limita i mezzi con cui l'Ucraina può essere difesa". In altre parole, o salvate la pelle della classe politica europea tornando al gas russo a basso costo, o rimanete allineati con Washington ed esponete i vostri elettori alla miseria e i vostri capi a un redde rationem politico peraltro già iniziato.
Questo mette la Russia in condizioni di mettere in gioco i suoi pezzi più pesanti. Proprio come gli Stati Uniti negli anni successivi all'implosione dell'Unione Sovietica hanno sfruttato appieno la loro posizione di dominio militare e il loro dollaro per incatenare gran parte del mondo nella sfera della loro supremazia, oggi la Russia e la Cina stanno offrendo al Sud del mondo, all'Africa e all'Asia il modo di liberarsi dalla supremazia occidentale. Stanno incoraggiando il cosiddetto "resto del mondo" ad affermare la propria autonomia e indipendenza attraverso i BRICS e la Comunità economica eurasiatica. La Russia, in collaborazione con la Cina, sta costruendo relazioni politiche ovunque in Asia, Africa e nel Sud del mondo; relazioni basate sul suo ruolo dominante di fornitore di combustibili fossili e di gran parte delle derrate e delle materie prime del mondo. Per aumentare ulteriormente la propria influenza sulle fonti energetiche da cui dipendono i belligeranti occidentali, la Russia sta mettendo insieme un'"OPEC" del gas con l'Iran e il Qatar, e ha anche fatto allettanti proposte all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti perché si coalizzino per assumere un maggiore controllo su tutte le principali materie prime energetiche.
Inoltre questi grandi produttori si stanno unendo ai grandi consumatori di energia per strappare i mercati dei metalli preziosi e delle materie prime dalle mani di Londra e dell'AmeriKKKa, con l'obiettivo di porre fine alla manipolazione occidentale dei prezzi delle materie prime attraverso il mercato cartaceo dei derivati.
L'argomento che i funzionari russi hanno esposto agli altri stati è estremamente attraente e semplice: L'Occidente ha voltato le spalle ai combustibili fossili e sta progettando di eliminarli del tutto in un decennio o poco più. Il messaggio è che non è necessario aderire a questa masochistica "politica del sacrificio". Potete avere petrolio e gas naturale -e a un prezzo scontato rispetto a quello che l'Europa deve pagare- favorendo il vantaggio competitivo delle vostre industrie.
Il "miliardo d'oro" [la parte privilegiata della popolazione mondiale, n.d.t.] ha goduto dei benefici della modernità e ora vuole che voi vi rinunciate, esponendo i vostri elettori alle difficoltà estreme di un'agenda verde radicale.
Il mondo non allineato tuttavia ha bisogno almeno dei fondamenti della modernità. Il pieno rigore dell'ideologia verde occidentale non può essere semplicemente imposto al resto del mondo contro la sua stessa volontà.
Un'argomentazione convincente, il modo che Russia e Cina hanno per portare gran parte del mondo nel loro campo.
Inoltre alcuni stati -pur comprendendo la necessità di occuparsi del cambiamento climatico- vedranno nel regime ESG (Environment, Social and Governance) le chiare sembianze di un nuovo colonialismo finanziario occidentale, con finanziamenti e crediti centellinati solo a chi è pienamente conforme al progetto verde gestito dall'Occidente. In breve, il sospetto è che si tratti del solito baraccone che arricchisce principalmente gli interessi finanziari occidentali.
La Russia dice semplicemente: "Non deve essere per forza così".
Certo, il clima è una cosa da prendere in considerazione, ma i combustibili fossili stanno soffrendo per una forte mancanza di investimenti, in parte per motivi ideologici verdi piuttosto che per il fatto che tali risorse si stanno esaurendo di per sé. E, per quanto sgradevole per alcuni, il fatto è che la crescita economica mondiale richiede ancora la produzione di combustibili fossili. Senza ulteriori investimenti e prospezioni è improbabile che nel medio termine l'offerta sarà sufficiente a soddisfare la domanda prevedibile. Quello che non è disponibile da nessuna parte è un mezzo rapido per aumentare l'offerta di energia alternativa.
A che punto siamo adesso? La Russia è impegnata in una massiccia offensiva in Ucraina. L'Europa spera di potersi sfilare dal pasticcio ucraino quasi senza farsi vedere, senza figurare in aperta rottura con Biden, mentre Kiev implode progressivamente. Lo si vede già. Quanti titoli di testa in Europa riguardano l'Ucraina? Quante notizie in rete? "L'Europa può solo starsene buona e fare marcia indietro davanti a questa débacle", pare che sia il suggerimento.
Ma ecco il problema: prima di rinunciare a esercitare pressioni sui Paesi dell'UE, Putin probabilmente insisterà ancora sul ritiro dell'influenza ameriKKKana dall'Europa occidentale, o almeno sul fatto che l'Europa inizi ad agire in nome dei propri interessi in piena autonomia.
Non c'è dubbio che Putin avesse in mente questo quando ha lanciato l'"operazione militare speciale" in Ucraina. Deve aver anticipato la reazione della NATO nell'imporre le sanzioni alla Russia, Russia che da esse -in modo assolutamente inatteso per l'Occidente- ha tratto grandi vantaggi. È l'UE ad essere stata duramente colpita, presa in una stretta che Putin può intensificare a piacimento. Il dramma è ancora in corso. Putin ha bisogno di mantenere una certa pressione sull'Ucraina per mantenere questa stretta e probabilmente non è pronto a scendere a compromessi. L'inverno nell'UE sarà ancora più duro, con carenze energetiche e alimentari che potrebbero portare a disordini sociali. Putin si fermerà solo quando gli europei avranno provato abbastanza dolore da impegnarsi a seguire una rotta strategica diversa e da rompere con gli Stati Uniti e con la NATO.

venerdì 12 agosto 2022

Dodici agosto



...Di lì a poche ore infatti (a malapena un'alta giornata e una notte scarsa) doveva sopravvenire una cosa incredibile: tale che ancora oggi, da questa distanza che pareggia i vivi e i morti, io seguito a dubitarne come di un'impostura.

Elsa Morante, 1974.