venerdì 7 gennaio 2022

Pepe Escobar - La steppa in fiamme, una "rivoluzione colorata" in Kazakhstan



Traduzione da Strategic Culture, 7 gennaio 2022.

Il prezzo del gas motivo di tanta paura e di tanto casino? Non proprio.
Il Kazakhstan è piombato nel caos praticamente da un giorno all'altro: l'innesco è stato il raddoppio del prezzo del gas liquefatto, che ha raggiunto l'equivalente (russo) di venti rubli al litro (rispetto a una media di trenta rubli nella stessa Russia).
La scintilla per manifestazioni ai quattro angoli del paese, dal centro commerciale nevralgico di Almaty ai porti sul Mar Caspio di Aktau e Atyrau e persino alla capitale Nur-Sultan, la ex Astana.
Il governo centrale è stato costretto a ridurre il prezzo del gas all'equivalente di otto rubli al litro; tuttavia questo ha solo tirato la volata alla fase successiva delle proteste, in nome di prezzi più bassi per i generi di consumo, della fine della campagna vaccinale, di un'età pensionabile più bassa per le madri con molti figli e -ultimo ma non meno importante- di un cambio di regime, con tanto di uno slogan proprio: Shal, ket! ("Abbasso il vecchio").
Il "vecchio" non è altri che il leader nazionale Nursultan Nazarbayev, ottantun anni, che nonostante si sia dimesso dalla presidenza nel 2019 dopo ventinove anni al potere resta a tutti gli effetti l'eminenza grigia kazaka come capo del Consiglio di sicurezza, e l'arbitro della politica interna ed estera.
Impossibile non pensare alla prospettiva di una ennesima rivoluzione colorata: magari una rivoluzione Turchese-Giallo, dai colori della bandiera nazionale kazaka. Soprattutto perché proprio al momento giusto alcuni acuti osservatori hanno rilevato che i soliti sospetti -l'ambasciata ameriKKKana- stava già "mandando avvertimenti" su proteste di massa già il 16 dicembre 2021.
Una Maidan ad Almaty? Sì. Ma è una faccenda complessa.


Almaty nel caos

Per il mondo esterno è difficile capire perché una grande potenza esportatrice di energia come il Kazakhstan debba aumentare il prezzo del gas alla popolazione.
La ragione è -e quale altra dovrebbe essere- il neoliberismo sfrenato. Con le proverbiali balle del libero mercato. Dal 2019 il gas liquefatto è oggetto di scambi commerciali per via elettronica in Kazakhstan. Così, mantenere i prezzi calmierati -secondo un'abitudine decennale- è diventato presto impossibile, poiché i produttori si sono trovati costantemente a dover vendere il loro prodotto sottocosto mentre il consumo saliva alle stelle.
Tutti in Kazakhstan si aspettavano un aumento dei prezzi, così come tutti usano il gas liquefatto, specialmente per le automobili convertite. E in Kazakhstan una macchina ce l'hanno tutti, come mi è stato detto con tono scorato durante la mia ultima visita ad Almaty alla fine del 2019, mentre cercavo invano di trovare un taxi per andare in centro.
È abbastanza significativo che le proteste siano iniziate nella città di Zhanaozen, proprio nel centro gaspetrolifero di Mangystau. Ed è significativo anche che al centro dei disordini si sia immediatamente trovata Almaty, il vero centro d'affari della nazione -che è dipendente dalle auto- e non l'isolata capitale piena di infrastrutture governative situata nel mezzo delle steppe.
All'inizio il presidente Kassym-Jomart Tokayev sembrava esserci rimasto come un cervo abbagliato dai fanali. Ha promesso il ritorno del calmiere, ha dichiarato lo stato di emergenza e il coprifuoco sia ad Almaty che a Mangystau (esteso poi a livello nazionale) accettando nel contempo le dimissioni in massa del governo in carica e nominando un vice primo ministro senza volto, Alikhan Smailov, come premier ad interim fino alla formazione di un nuovo gabinetto.
Ma questo non poteva arginare i disordini. In rapida successione, abbiamo assistito all'assalto all'Akimat di Almaty (l'ufficio del sindaco), ai manifestanti che sparavano contro l'esercito, alla demolizione di un monumento a Nazarbayev a Taldykorgan, all'occupazione della sua vecchia residenza di Almaty, alla chiusura di internet in tutto il paese da parte di Kazakhtelecom, allo spettacolo di diversi membri della Guardia Nazionale -veicoli blindati inclusi- che si univano ai manifestanti ad Aktau e ai bancomat che smettevano di funzionare. E poi Almaty, sprofondata nel caos più totale, è stata praticamente conquistata dai manifestanti, compreso il suo aeroporto internazionale che mercoledì mattina era sotto sorveglianza rafforzata e in serata era diventato territorio occupato.
Lo spazio aereo kazako nel frattempo ha dovuto vedersela con un persistente ingorgo di jet privati in partenza per Mosca e per l'Europa occidentale. Anche se il Cremlino ha rilevato che Nur-Sultan non ha chiesto alcun aiuto russo, una "delegazione speciale" è partita in volo da Mosca. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha sommessamente specificato che "siamo convinti che i nostri amici kazaki possano risolvere autonomamente i loro problemi interni", aggiungendo che "è importante che nessuno interferisca dall'esterno".


Colloqui sulla geostrategia

Com'è che la situazione può precipitare così in fretta?
Fino ad oggi la partita della successione in Kazakhstan era stata considerata soprattutto una questione di rilievo per l'Eurasia settentrionale. I caporioni locali, gli oligarchi e le élite della borghesia compradora avevano mantenuto i loro feudi e le loro fonti di reddito. Eppure in via ufficiosa mi è stato detto a Nur-Sultan alla fine del 2019 che ci sarebbero stati seri problemi quando alcuni clan regionali sarebbero venuti a batter cassa, e nei rapporti con "il vecchio" Nazarbayev e con il sistema che aveva messo in piedi.
Tokayev ha lanciato l'appello di prammatica a "non soccombere alle provocazioni interne ed esterne" -e questo ha anche un senso- ma si è anche detto sicuro che il governo "non cadrà". Beh, il governo stava già cadendo, nonostante una riunione di emergenza che cercava di venire a capo del garbuglio di problemi socioeconomici con la promessa che tutte le "richieste legittime" dei manifestanti sarebbero state soddisfatte.
Almeno all'inizio le cose non sono andate come nello scenario classico in cui si rovescia un esecutivo. La situazione si presentava come un fluido, amorfo stato di caos, poiché le (fragili) istituzioni del potere kazako erano semplicemente incapaci di comprendere il diffuso malcontento. Un'opposizione politica competente non esiste, e non c'è scambio politico. La società civile non ha canali per esprimersi.
Quindi sì: there's a riot goin' on, c'è una rivolta in corso, se vogilamo citare il brano rhythm'n blues statunitense. E perdono tutti. Quello che non è ancora esattamente chiaro è quali clan in conflitto stiano soffiando sul fuoco delle proteste e quale sia la loro agenda nel caso in cui avessero la possibilità di arrivare al potere. Dopo tutto, nessuna protesta "spontanea" può scoppiare nello stesso istante in tutto questo vasto paese, e praticamente da un giorno all'altro.
Il Kazakhstan è stata l'ultima repubblica a lasciare una Unione Sovietica al collasso più di tre decenni fa, nel dicembre 1991. Sotto Nazarbayev si è subito impegnato in una politica estera autodefinita "multivettoriale". Fino a oggi Nur-Sultan si è abilmente conquistata una posizione come mediatrice diplomatica di primo piano -dalle discussioni sul programma nucleare iraniano già nel 2013 alla guerra in/sulla Siria a partire dal 2016- con l'obiettivo di consolidarsi come tramite per eccellenza fra Europa e Asia.
La Nuova Via della Seta -o BRI- di iniziativa cinese è stata ufficialmente lanciata da Xi Jinping all'Università Nazarbayev nel settembre 2013. Guarda caso l'idea si è trovata a coincidere rapidamente con il concetto kazako di integrazione economica eurasiatica, elaborato secondo il piano di stanziamento di fondi del governo di Nazarbayev detto Nurly Zhol ("Sentiero luminoso"), progettato per mettere il turbo all'economia dopo la crisi finanziaria del 2008-2009.
Nel settembre 2015 a Pechino Nazarbayev ha allineato il Nurly Zhol con la BRI, spingendo di fatto il Kazakhstan al centro del nuovo ordine per l'integrazione eurasiatica. Dal punto di vista geostrategico la più grande nazione senza sbocco al mare del pianeta è diventata il primo territorio di interazione delle visioni cinese e russa, della BRI e dell'Unione Economica Eurasiatica (EAEU).


Una tattica diversiva

Per la Russia, il Kazakhstan è ancora più strategico che per la Cina. Nur-Sultan ha firmato l'adesione all'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) nel 2003. È un membro chiave dell'EAEU. Entrambi i paesi sono fortemente legati sul piano tecnico-militare e hanno intrapreso una cooperazione spaziale strategica a Baikonur. Il russo ha lo status di lingua ufficiale ed è parlato dal 51% dei cittadini della repubblica.
Almeno tre milioni e mezzo di russi vivono in Kazakhstan. È ancora presto per speculare su una possibile "rivoluzione" all'insegna dei colori della liberazione nazionale se il vecchio sistema dovesse alla fine crollare. E anche se ciò accadesse, Mosca non perderà mai del tutto la sua considerevole influenza politica.
Quindi il problema immediato è assicurare la stabilità del Kazakhstan. Le proteste devono essere sedate. Ci saranno molte concessioni economiche. Un caos destabilizzante e permanente non può essere tollerato, e stop. A Mosca lo sanno bene. Un altro ribollente Maidan è fuori questione.
L'analogo caso della Bielorussia ha mostrato come un intervento deciso possa fare miracoli. Eppure, gli accordi della CSTO non prevedono assistenza in caso di crisi politiche interne - e Tokayev non sembrava incline ad avanzare richieste in questo senso.
Poi invece lo ha fatto. Ha chiesto l'intervento della CSTO per ristabilire l'ordine. Ci sarà un coprifuoco imposto dai militari. E Nur-Sultan potrebbe anche confiscare i beni delle aziende statunitensi e britanniche che si presume stiano sponsorizzando le proteste.
Nikol Pashinyan, presidente del Consiglio di sicurezza collettiva della CSTO e primo ministro dell'Armenia, ha inquadrato la situazione in questo modo: Tokayev ha invocato una "minaccia alla sicurezza nazionale" e alla "sovranità" del Kazakhstan, "causata, tra l'altro, da interferenze esterne". Così la CSTO "ha deciso di inviare forze di pace" per normalizzare la situazione, "per un periodo di tempo limitato".
I soliti sospetti della destabilizzazione si sa bene chi sono. Forse non hanno la portata, l'influenza politica e la quantità di cavalli di Troia necessari a tenere il Kazakhstan in fiamme a tempo indeterminato.
Almeno, si tratta di cavalli di Troia di esplicita evidenza. Vogliono il rilascio immediato di tutti i prigionieri politici, un cambio di regime, un governo provvisorio di cittadini "rispettabili" e -guarda caso- "il ritiro da tutti i trattati di alleanza con la Russia".
E poi si arriva al ridicolo e al farsesco quando l'UE inizia a chiedere alle autorità kazake di "rispettare il diritto alla protesta pacifica". Che significa consentire l'anarchia totale, le rapine, i saccheggi, la distruzione di centinaia di automezzi, gli attacchi con i fucili d'assalto, i bancomat e persino il duty free dell'aeroporto di Almaty completamente saccheggiato.
Questa analisi (in russo) copre alcuni punti chiave, notando che "internet è piena di manifesti di propaganda preparati in anticipo e di consegne per i ribelli" e il fatto che "le autorità non stanno dando una ripulita al casino come ha fatto Lukashenko in Bielorussia".
Gli slogan finora sembrano provenire da molte fonti perché esaltano di tutto, da un "percorso occidentale" in Kazakhstan alla poligamia e alla Sharia; "Non c'è ancora un unico obiettivo, non è stato identificato. I risultati verranno successivamente e di solito sono sempre gli stessi: l'eliminazione della sovranità, la gestione esterna e infine, di regola, la formazione di un partito politico anti-russo".
Putin, Lukashenko e Tokayev hanno passato molto tempo al telefono, su iniziativa di Lukashenko. I leader di tutti i membri della CSTO sono in stretto contatto. Un piano generale sottoforma di una massiccia "operazione antiterrorismo" è già stato elaborato. Il generale Gerasimov lo supervisionerà personalmente.
Ora si confronti tutto questo con quello che ho appreso da due diverse fonti dai piani alti dei servizi.
La prima fonte è stata esplicita: l'intera avventura kazaka è sponsorizzata dall'MI6 per creare un nuovo Maidan appena prima dei colloqui Russia/USA-NATO a Ginevra e Bruxelles la prossima settimana, per impedire qualsiasi tipo di accordo. Significativamente, i "ribelli" hanno mantenuto il loro coordinamento nazionale anche dopo la chiusura di internet.
La seconda fonte si è mantenuta un po' più sul vago. I soliti sospetti stanno cercando di costringere la Russia a fare marcia indietro rispetto al blocco occidentale mettendo in piedi un grosso diversivo alle sue frontiere orientali, come parte di una strategia basata sulla creazione di una situazione di caos, a rotazione lungo tutti i confini russi. Questa può essere un'abile tattica diversiva, ma l'intelligence militare russa sta osservando. Da vicino. E per il bene dei soliti sospetti, sarà meglio che tutto questo non venga sinistramente interpretato come una provocazione per arrivare alla guerra.



mercoledì 22 dicembre 2021

Centro Popolare Autogestito Firenze Sud. Venti anni di occupazione in via Villamagna


Il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud.
Da vent'anni in via Villamagna.
Da trentadue anni contro l'Occidente.

Da trentadue anni di, da e per la Firenze che non conta.

giovedì 16 dicembre 2021

Alastair Crooke - Il panorama strategico non è mai stato più inquietante

Per la prima volta sono gli altri a dettare legge all'Occidente
piuttosto che ricevere istruzioni su come conformarsi alle linee rosse ameriKKKane.

 Traduzione da
Strategic Culture.

Il sospiro di sollievo nei corridoi occidentali è parso quasi di sentirlo. Anche se non ci sono stati progressi nell'incontro virtuale fra Biden e Putin, i colloqui, non a caso, hanno avuto come argomento principale un tema che nell'immediato è molto preoccupante: l'Ucraina. Si teme da più parti che il vulcano ucraino possa esplodere da un momento all'altro.
Durante l'incontro si è concordato sulla proposta di avviare una discussione "a basso livello" da governo a governo sulle linee rosse russe e su qualsiasi arresto dell'espansione della NATO verso est. Jake Sullivan, tuttavia, ha gettato acqua sul fuoco quando ha perentoriamente sottolineato che gli Stati Uniti non si sono impegnati in alcun modo su entrambe le questioni. Biden (come annunciato in anticipo), ha avvertito la Russia che un suo intervento in Ucraina comporterebbe forti contromisure, sia economiche che di altro genere.
L'elemento più rilevante tuttavia è il fatto che gli Stati Uniti stanno solo minacciando sanzioni contro la Russia e ventilando lo spostamento di più truppe nella regione, piuttosto che un esplicito intervento militare occidentale e della NATO in Ucraina. In precedenti dichiarazioni Biden e altri funzionari statunitensi sono stati vaghi su quale sarebbe stata la risposta di Washington a un'invasione russa: hanno ripetutamente parlato di "conseguenze", pur rinnovando il proprio impegno per la tutela della sovranità ucraina.
Si può davvero ricominciare a respirare? In realtà, no. In concreto l'immediata importanza della questione ucraina è sempre stata una sorta di depistaggio: La Russia non ha alcun desiderio di impelagarsi nel fango denso e vischioso di un pantano regionale, per quanto la cosa potrebbe venir apprezzata da qualcuno in Occidente. E le forze di Kiev sono stanche, malandate e demoralizzate dopo mesi passati al freddo nelle trincee lungo la linea di contatto. H
anno poca voglia di affrontare le milizie del Donbass (a meno che qualcuno non le aiuti dall'esterno). Su cosa fare con quella vasta e oscura distopia che è l'Ucraina in tutte le sue varie manifestazioni, non si è arrivati a niente. Il presidente Putin ha tirato fuori l'accordo di Minsk, ma nessuno a quanto pare ha abboccato e la lenza è rimasta inerte. Né si è arrivati a nulla su cosa fare con il crescente mucchio di macerie di quelle che una volta si chiamavano "relazioni diplomatiche" USA - Russia. Oggi, chiamarle relazioni diplomatiche è una freddura che non fa ridere nessuno.
Non si prevedono festeggiamenti, quindi. Le fazioni visceralmente anti-Putin negli Stati Uniti e a Kiev sono imbestialite: un senatore repubblicano americano, Roger Wicker, ha avvertito che in caso di un qualsiasi stallo sull'Ucraina, "non escluderei un'azione militare. Penso che cominciamo a sbagliare se togliamo opzioni dal tavolo, quindi spero che il presidente tenga sul tavolo anche questa". Alla domanda su cosa contemplerebbe un'azione militare contro la Russia, Wicker ha detto che potrebbe significare "che teniamo duro con le nostre navi nel Mar Nero e facciamo piovere distruzione sul potenziale militare russo", aggiungendo che gli Stati Uniti non dovrebbero nemmeno "escludere di prendere l'iniziativa di un'azione nucleare" contro la Russia.
Intanto l'Ucraina continua a languire. Se adesso dev'essere tregua, allora si tratta solo di questo, di una tregua. I falchi negli Stati Uniti e in Europa non hanno alzato bandiera bianca: L'Ucraina è un'arma troppo adeguata alle loro esigenze per essere gettata via alla leggera.
Questo concentrarsi sulla crisi ucraina, tuttavia, è come considerare un albero senza vedere il bosco: abbiamo tre bombe pronte a esplodere. Tre fronti diversi ma strettamente correlati, ora legati da obiettivi strategici e sincronia imperscrutabili: l'Ucraina, Taiwan, e il vacillante accordo sul nucleare iraniano che in questo momento sta scatenando a Tel Aviv un'angoscia indicibile.
Il bosco che scompare a fronte di questi tre alberi è insito nella questione irrisolta dell'edificio della sicurezza europea, della sicurezza del Medio Oriente e, in effetti, di tutto il costrutto della sicurezza globale. L'ordine esistente basato sulle regole è arrivato oltre la data di scadenza: non garantisce la sicurezza e non riflette la realtà degli attuali equilibri tra le grandi potenze. È diventato un agente patogeno. In poche parole, è troppo fossilizzato nella lietkultur del secondo dopoguerra.
In una recente intervista alla CNN Fareed Zakaria ha chiesto a Jake Sullivan, consigliere di sicurezza di Biden: Allora, cos'è che dopo tutti i vostri 'discorsi da duri' siete stati in grado di concordare con la Cina, cosa è stato negoziato? "Domanda sbagliata", ha replicato tagliente Sullivan. "Metro sbagliato", ha ribadito fiaccamente: non chiedetemi degli accordi bilaterali - chiedetemi che cos'altro ci siamo assicurati. Il modo giusto di pensare alla questione, ha detto, è: "Abbiamo stabilito i termini di una competizione efficace in cui gli Stati Uniti sono in grado di difendere i loro valori e far avanzare i loro interessi; non solo nell'Indo-Pacifico, ma in tutto il mondo...".
"Vogliamo porre le condizioni per cui due grandi potenze opereranno in un sistema internazionale per il prossimo futuro - e vogliamo che i termini di quel sistema siano favorevoli agli interessi e ai valori ameriKKKani: Si tratta piuttosto di una disposizione favorevole in cui gli Stati Uniti e i loro alleati possono plasmare le regole internazionali su come affrontare questioni del tipo che in sostanza finiscono per rivelarsi importanti per la gente del nostro paese [l'AmeriKKKa] e per gli altri popoli in tutto il mondo...".
È questa lietkultur massimalista che ci sta portando a un punto in cui queste tre questioni esplosive insieme rischiano di sovvertire alle radici l'ordine globale. Bisogna andare molto indietro nel tempo per trovare un momento in cui il nostro mondo si è trovato tanto vulnerabile a un improvviso rovescio della sorte, a quello che Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph definisce "l'incubo dell'Occidente: una guerra su tre fronti".
Cosa sta succedendo? Beh, è certamente una cosa che ha delle ripercussioni molto vaste. E perché gli Stati Uniti si ostinano a tenere un atteggiamento tanto perentorio in merito all'ordine globale, per cui le altre grandi potenze non avrebbero il diritto di fissare proprie linee rosse in materia di sicurezza? Il motivo è dato di 'quattro cavalieri' dei grandi cambiamenti. La pandemia che porta a un sistema di regolamentazione sanitaria globale, l'emergenza climatica che porta a un regime globale di crediti e debiti per le emissioni di anidride carbonica, la rivoluzione tecnologica e dell'intelligenza artificiale che ci porta in un'era globale di automazione e bot (e di perdita di posti di lavoro) e, in quarto luogo, la transizione dall'economia classica a quella della teoria monetaria moderna applicata a livello globale, che richiede una reimpostazione globale del mucchio planetario di debiti che non saranno mai pagati.
La visione di Sullivan sul "futuro prevedibile" è essenzialmente concepita intorno a questo progetto di instaurazione di un ordine superiore: Il mantenimento di "regole per affrontare le questioni" globali congegnate per riflettere gli interessi degli Stati Uniti e degli alleati, come base da cui i fondamenti delle "transizioni" in materia di salute, cambiamento climatico, tecnocrazia manageriale e monetaria possano essere sottratti alla prerogativa dei parlamenti nazionali e portati a un livello sovranazionale fatto di collettivi manageriali aziendali e tecnologici incentrati sulla competenza, che non devono rispondere alla supervisione dei parlamenti nazionali.
Ripartiti in questo modo in ambiti come le precauzioni sanitarie, il ripristino del clima, la promozione di "miracoli" tecnologici e l'emissione di denaro separata dalla tassazione, i punti chiave delle transizioni non hanno un sapore ideologico e in qualche modo diventano quasi utopici.
Si capiva bene che tutte queste transizioni avrebbero sovvertito inveterati modi di vivere antichi e profondamente radicati, e inevitabilmente avrebbero scatenato la dissidenza; ecco il perché delle nuove forme di "disciplina" sociale, e perché è così importante che si usurpi la facoltà di controllare facendola passare dalla responsabilità nazionale al piano sovranazionale. Certamente non si sta rendendo la gente "felice" (come nel caso di Davos).
Mah, il substrato ideologico di questo "ordine superiore" può essere occultato alla vista, in quanto non di parte, ma è colui che decide gli standard internazionali, i protocolli, le metriche e le regole per queste transizioni ad essere sovrano, come ebbe a notare Carl Schmitt.
Sullivan ha almeno la correttezza di essere franco sull'ideologia che sottende la transizione: "Vogliamo che i termini di quel sistema siano favorevoli agli interessi e ai valori ameriKKKani: Si tratta piuttosto di una disposizione favorevole in cui gli Stati Uniti e i loro alleati possono plasmare le regole internazionali su come affrontare questioni del tipo che in sostanza finiscono per rivelarsi importanti per la gente del nostro paese [l'AmeriKKKa] e per gli altri popoli in tutto il mondo...".
In questo caso stiamo chiaramente parlando di qualcosa che va ben oltre la portata dei vertici di Biden con Xi e Putin, e i colloqui di Vienna sull'accordo per il nucleare iraniano. Il presidente Putin ha avvertito che non avrebbe permesso alcuno sconfinamento di infrastrutture o forze della NATO in Ucraina, e che la Russia avrebbe agito con decisione per impedirlo. Allo stesso modo, l'Iran ha dichiarato esplicitamente che qualsiasi attacco da parte dello stato sionista ai suoi impianti nucleari non sarà tollerato e si tradurrebbe nella distruzione da parte iraniana delle infrastrutture vitali dello stato sionista su tutto il suo territorio.
La posizione dell'Iran e della Russia è identica a quella della Cina nei confronti di Taiwan: il presidente Xi lo ha chiarito nel vertice virtuale che ha tenuto con Biden il 15 novembre. Xi ha avvertito che non è tollerabile alcuna iniziativa secessionista da parte di Taiwan e che nel caso la risposta sarebbe militare.
A Vienna, l'Iran ha semplicemente statuito quali sono le sue "linee rosse": nessuna discussione sui missili balistici iraniani, nessuna discussione sul ruolo regionale dell'Iran e nessun congelamento dell'arricchimento fino a quando non sarà stato concordato un meccanismo per revocare le sanzioni e garantire che non vengano ripristinate; di fatto un ritorno al quadro originale dell'accordo del 2015. L'Iran chiede garanzie vincolanti contro il ripristino arbitrario delle sanzioni, che la normalizzazione dei traffici commerciali non possa essere di nuovo ostacolata in modo informale in contrasto con i termini dell'accordo -come è accaduto sotto Obama quando il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti perseguiva una propria politica volta a minare il commercio, in contrasto con quella della Casa Bianca- e che tutte le sanzioni vengano revocate.
La cosa cui si dovrebbe fare caso è il contesto: si noti che la posizione iraniana è quasi identica nel contenuto a quella enunciata dalla Russia nei confronti degli Stati Uniti rispetto all'Ucraina: Putin chiede a Washington che gli interessi russi e le relative "linee rosse" siano formalmente riconosciuti e accettati; che siano stipulati accordi legalmente vincolanti per quanto riguarda la sicurezza della Russia in Europa orientale, la richiesta perentoria che non vi siano altre espansioni della NATO verso est e il veto alla presenza di qualsiasi infrastruttura della NATO in Ucraina.
Tutto questo rappresenta una novità assoluta; in geopolitica, coincidenze di questo tipo non si verificano spontaneamente. È evidente che le tre potenze sono strategicamente coordinate sul piano politico e probabilmente anche su quello militare.
Gli stati occidentali sono rimasti sbalorditi; è la prima volta che sono gli altri a indicare dei limiti invalicabili piuttosto che ricevere istruzioni su come conformarsi alle linee rosse ameriKKKane. Sono sconcertati e non sanno come reagire. Inoltre, come nota acutamente Anatol Lieven, alcune azioni avrebbero gravi conseguenze strategiche: "A parte il danno economico globale che risulterebbe da una guerra in Ucraina e le maniere con cui la Cina approfitterebbe di una tale crisi, l'Occidente ha un motivo molto valido per evitare una nuova guerra: l'Occidente perderebbe". Lieven prosegue: "Un conflitto rischierebbe anche di diventare una guerra mondiale; perché è praticamente certo che la Cina sfrutterebbe una guerra tra Stati Uniti e Russia e metterebbe gli Stati Uniti sotto la minaccia di rischiare due guerre contemporaneamente... e la sconfitta in entrambe".
Per ora, gli Stati Uniti e i loro alleati ripetono i soliti discorsi su "tutte le opzioni sul tavolo", sulle sanzioni che paralizzano e sulla formazione di una coalizione internazionale che eserciti pressioni per opporsi a questa mancanza di conformità. Perché senza la conformità dei concorrenti (ovvero l'effettivo isolamento politico e la condanna di questi stati), il supremo obiettivo di portare i punti chiave della transizione apparentemente "non ideologici" ad una sfera sovranazionale dotata di propri standard, protocolli eccetera (i "termini del sistema" nelle parole di Sullivan) non sarà raggiunto. Non sarà possibile aggiornare la suite di programmi del "Consenso verso Washington" se questi tre stati semplicemente rifiutano le "regole" di Sullivan.
Non sarà comunque facile arrivare a un ripristino dell'assetto strategico. L'Occidente è incastrato nella guerra dei meme, il che rende una ripartizione dell'ordine strategico ancora più difficile. Qualsiasi compromesso sulla narrativa per cui la Russia non può dettare limiti invalicabili, non può mettere veti all'adesione dell'Ucraina alla NATO né stabilire dove la NATO posssa o no posizionare i suoi missili e le sue armi nucleari rischia di mostrare Biden come un debole. I repubblicani hanno già incolpato preventivamente quella che chiamano la "debolezza" di Biden di aver incoraggiato il "pericoloso avventurismo" di Mosca.
Forse questi due vertici -insieme alla posizione dell'Iran a Vienna- rappresentano l'inizio della fine dell'ordine basato sulle regole dell'Occidente, e un conto alla rovescia verso un nuovo equilibrio geo-strategico tra i due blocchi e in ultima analisi, quindi, verso la pace o la guerra.

sabato 27 novembre 2021

Studio Legale Rotondi & Partners - Largo Augusto, 8 20122 – Milano (MI) Tel. +3902303111

 


A Milano, in Largo Augusto 8 (sì, proprio quello del Monopoli) esiste un qualche cosa che si fa chiamare LabLaw Studio Legale Rotondi & Partners.
LabLaw Studio Legale Rotondi & Partners ha varie sedi in giro per la penisola e una buona presenza su internet, con molte immagini che fanno intuire un mondo estremamente facoltoso e dedito a quella efficienza nell'incameramento di redditi da lavoro che costituisce una delle parti più insopportabili (e chissà quanto fondate) del genius loci milanese.
Un giorno di novembre un ben vestito di nome Francesco Rotondi sparpaglia per il web qualche riga trionfante.
E un po' sgrammaticata.
Probabilmente aveva fretta: il tempo è denaro e il giro è di quelli in cui si giudicano le persone dalle scarpe che portano e si va dicendo "Io valgo X euro l'ora" pretendendo anche di essere presi sul serio.
#LabLaw Studio dell'anno Lavoro!
Siamo orgogliosi di poter annunciare che #LabLaw ha vinto il premio come "Studio dell'anno Lavoro" ai TopLegal Awards 2021, con la seguente motivazione: "Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell'assistenza a GKN per la chiusura dello stbailimento fiorentino e l'esubero di circa 430 dipendenti".
Lavoro di #squadra, #passione e #dedizione, questi i valori nei quali crediamo e che ci spingono a voler raggiungere traguardi sempre più alti.
#GoAheadLabLaw

Francesco Rotondi

Piccolo riepilogo: GKN, di proprietà di un fondo di investimento britannico, fabbrica componentistica per automobili. Il 9 luglio 2021 i quattrocentotrenta lavoratori di cui sopra sono stati licenziati via e-mail. 
 Chiusura dello stabilimento. 
Si arrangino: se proprio vogliono, aprano quattrocento bed and breakfast.
La proattività e la lungimiranza degli otto ben vestiti della foto hanno fatto loro affiancare il cliente così bene che la procedura è stata dichiarata nulla in tribunale dopo meno di due mesi.
Ora, chi ti mette deliberatamente centinaia di persone serie in questa situazione avrà anche le competenze necessarie per aiutarle ad uscirne?
Chi scrive assisterebbe senz'altro divertito e molto partecipe a uno workshop sull'argomento, con gli otto ben vestiti della foto da una parte e le quattrocentotrenta (quattrocentoventidue, per la precisione) persone serie dall'altra, senz'altro poco propense a quei formalismi cui in Largo Augusto 8 si conferisce tanta importanza.
Nell'immediato gli interessati hanno reagito (sul Libro dei Ceffi) con uno understatement che la proprietà britannica della GKN troverebbe senz'altro di proprio gusto.

And the winner IS...Comunque a noi pare che contro la Fiom di Firenze avete perso non uno ma due articoli 28, la fabbrica ad oggi non è chiusa, e per quanto ci riguarda abbiamo avuto modo di apprezzare la vostra discutibile presenza in sede sindacale dove non ci sembra abbiate tenuto testa a quattro operai in croce nell'assistere un liquidatore in sede sindacale senza nemmeno forse sapere che forma hanno i nostri semiassi. Firmato: i vostri 430 esuberi circa
PS cmq grazie di ricordare a tutti noi che questo mondo esiste.

Post scriptum. La popolarità dello studio LabLaw ha avuto un picco di popolarità mediatica, anche se non esattamente per i motivi che il signor Rotondi avrebbe potuto auspicare. Nelle ore successive è stato diffuso un irrilevante video di spiegazioni e le gazzette hanno poi riferito che il signor Toccafondi lamenta di essere stato messo alla gogna per uno scivolone comunicativo
No.
Lo scivolone ha fatto soltanto emergere il modo con cui il signor Toccafondi e i signori dall'aspetto ben nutrito con cui si è fatto ritrarre in occasione del "premio" riescono a percepire altissimi redditi. 
Un modo tollerabile solo a chi si trovi a condividerne gli utili.


venerdì 5 novembre 2021

"In sette al ristorante, in sei al museo: è il deserto Zeffirelli", frigna il "Corriere Fiorentino"

Gli "occidentalisti" fiorentini hanno portato in palmo di mano per decenni il signor Franco Zeffirelli, ostentandone sulle loro gazzette i meriti molto pregressi e moltissimo dimenticati.
Nel novembre del 2002 si tenne il Social Forum, un evento che per i fiorentini più seri rappresentò qualcosa di indimenticabile e che la feccia gazzettiera cercò di sporcare con ogni arma a disposizione. Il già assai maturo Franco Zeffirelli asserì convinto di essere pronto a incatenarsi sul Ponte Vecchio per impedirne la postulata devastazione. Molti volenterosi si dissero disponibilissimi ad assecondarlo e ad aiutarlo di persona, proponendo in tutta compostezza svariati metodi di fissaggio e varianti che andavano dal filo spinato ai rivetti, passando direttamente per l'impalamento accanto alla gioielleria Fallaci.
In uno scritto del 2010 riportammo per intero -a ulteriore titolo di scherno- un sunto di tutta la questione
Insomma, gli ambienti meglio vestiti della città hanno brigato, fatto e strafatto affinché venisse allestito in pieno centro -nel vecchio tribunale di Piazza San Firenze- un museo dedicato al suo indiscusso, indispensabile genio. E agli ambienti meglio vestiti della città il "Corriere Fiorentino" offre sempre e comunque sostegno, dal momento che non esiste idiozia da due spiccioli secreta da certa gente cui quella gazzetta non conferisca l'aura di Editto Pel Bon Governo. 
Si assiste quindi con una certa soddisfazione al fatto che sia proprio quel foglietto, con una mezza pagina pubblicata il 5 novembre 2021, a certificare la ovvia, prevedibile mediocrità dei risultati.
Il Museo Zeffirelli?
Fotine con le scrittine.
Mangioteca in una città e in un quartiere dove ci sono tre mangioteche in ogni isolato.
E un goccio di liquore annacquato a cinque euro, in una città e in un quartiere dove ci sono tre mescite in ogni isolato.
Tutte col goccio di liquore annacquato a cinque euro.
Più in là non ci vanno.
Fanno quasi rimpiangere i tempi in cui ogni edificio minimanente centrale che presentasse caratteristiche architettoniche appena superiori a quelle della scatola da scarpe diventava sede di una banca, secondo la prassi di una stolta età dell'abbondanza terminata qualche decennio fa lasciandosi dietro l'affettata aria di sufficienza tipica di certi ambienti, impermeabile ai rovesci e alle disconferme.


lunedì 25 ottobre 2021

Mahjabin Hakimi era una giovane afghana che voleva soltanto giocare a pallavolo e sentire il vento nei capelli

 

Certo, come no.
Ma andiamo con ordine.

Mahjabin Hakimi -assicurano in coro le gazzette- era una ragazza afghana che i ferocissimi talebani hanno per questo decapitato. Non contenti, questi biechi esponenti della oppressiva fallocrazia patriarcale avrebbero anche messo in giro foto della sua testa staccata dal corpo.
In capo a qualche ora sono diventati reperibili immagini e dettagli poco confacenti a questa versione dei fatti. Visti i decenni di precedenti analoghi ci sarebbe stato da stupirsi del contrario.
Tra le immagini reperibili, per esempio, difettano le teste tagliate e abbondano foto della Hakimi in montura da non pallavolista.
Il che fa pensare con buona fondatezza che -quale che sia stata la sua fine- la passione per la pallavolo e la riluttanza verso l'adozione dello hijab non c'entrino poi molto. Per non dire per niente.

L'occupazione "occidentale" dell'Afghanistan è finita ad agosto 2021 nel peggiore dei modi, come previsto vent'anni fa dalle persone serie.
Persone serie che la "libera informazione" ha abitualmente silenziato o cui ha tolto di mano il microfono con dei metodi, con una costanza e con una pervasività che qualsiasi propaganda totalitaria non poteva nemmeno immaginare.
A Mao Zedong è attribuito l'assunto per cui i combattenti dovrebbero muoversi tra la gente come i pesci nell'acqua. In vent'anni di occupazione gli "occidentali" hanno ucciso -pare- oltre settantamila pesci e fatto un numero di buchi nell'acqua -cioè vittime civili derubricate con fastidio a "perdite collaterali"- per lo meno doppio.
Con gli ottimi risultati cui si è fatto cenno.
L'enorme somma stanziata per questa splendida iniziativa è servita agli armamenti, alla corruzione e in una certa misura anche a creare una élite locale di collaborazionisti presentata dalle gazzette come unico volto dell'Afghanistan. Gente la cui sorte ha subito dal 15 agosto 2021 il peggiore dei rovesci e che deve essersi resa ancora più insopportabile dei gruppi di cui viene presentata come antagonista, se la Repubblica Islamica dell'Afghanistan è collassata in pochi mesi prima ancora che gli invasori finissero di ritirarsi dopo aver contrattato una pace per nulla onorevole -e senza nemmeno coinvolgere nelle trattative il governo collaborazionista- con i nemici che avevano giurato di sradicare.
La "libera informazione" sta quindi denunciando a getto continuo, e con una fondatezza per lo meno questionabile, prevaricazioni sanguinose e ingiustizie intollerabili che invocano non si sa bene quale vendetta o quale soluzione, visto che di più e di meglio che esportare democrazia per vent'anni a mezzo missile da crociera è difficile che l'"Occidente" e la sua autonominata potenza-guida possano fare. Un repertorio di historiae calamitatum ottimo per chiudere i numeri e per accompagnare l'inventario di marginalità disperate e disperanti tratte dalle periferie delle città "occidentali" caro da anni alla propaganda "occidentalista", accomunati dal fatto di essere per lo più oggetto di indignata denuncia ad opera delle stesse gazzette e delle stesse forze politiche che hanno attivamente contribuito a crearle.
In questo contesto, un esame sarcasticamente obiettivo della narrativa gazzettiera può tenere presente una vecchia storiella inclusa anni fa da Moni Ovadia nei suoi spettacoli.

Nell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche radio Erevan pare fosse nota per il rigore della propria agenda. Un giorno quindi lo speaker legge senza tradire nessuna emozione una notizia sensazionale: "Compagni, stamattina sulla Piazza Rossa a Mosca stanno regalando automobili."
Immediatamente il resto della redazione e i piani alti del Partito finiscono nel panico: ma come è possibile che sia arrivata una nota del genere e che sia stata letta come se nulla fosse? Il direttore della radio si precipita in studio: lo speaker gli mostra la nota arrivata da Mosca e tutto risulta regolarissimo.
Tocca a radio Erevan risolvere la grana.
Un addetto ha un'idea: "Proviamo a cercare il vecchio Abrahamowicz, quell'ebreo che vive dietro il Matenadaran... lui le ha passate tutte: i turchi, la guerra, Stalin... sicuramente saprà dirci cosa fare."
Lo mandano a cercare, e il vecchio Abrahamowicz non si fa pregare. Arriva in radio e si fa mettere dietro il microfono. "Non preoccupatevi, ci penso io alla smentita, e lo farò senza che nessuno ci perda la faccia!"
La redazione, che si era già vista al gran completo sulla tradotta per Vladivostok, tira un sospiro di sollievo.
"Compagni in ascolto, salute! Qui Itzak Abrahamowicz da radio Erevan. Ho il piacere di confermare la notizia data qualche ora fa per cui sulla Piazza Rossa di Mosca starebbero donando automobili..."
Gli astanti raggelano.
"...con alcune precisazioni. Innanzitutto, l'evento non riguarda la Piazza Rossa di Mosca, ma via Rustaveli qui a Erevan; poi, non si tratta propriamente di automobili ma di biciclette. E insomma, non è che proprio le regalano. Le rubano...!"


venerdì 15 ottobre 2021

Alitalia fa rotta verso Fanculo. Ultima parte?

 


Secondo le gazzette il 14 ottobre la compagnia aerea "di bandiera" dello stato che occupa la penisola italiana ha effettuato il proprio ultimo volo.
Un volo interno da poche miglia.
Con venti minuti di ritardo, giusto per chiudere senza smentirsi. Evidentemente esistono un onore e una coerenza da difendere persino in circostanze del genere.
Il sostituto è già pronto da un pezzo, partenza in sordina e una novantina di milioni per rilevare il marchio quando sarebbe stato assai più dignitoso e assennato accantonarlo senza tanto chiasso.
L'auspicio sarebbe di non sentirne più parlare, a cominciare dalle parodistiche "eccellenze" fatte di caffè espresso (a terra costa un euro) e di quel liquore dal sapore di detersivo che si onoravano persino di servire a chi strapagava i loro biglietti.
Ma qualcosa ci dice che in questo caso saremo pessimi profeti.


Alitalia fa rotta verso Fanculo. Sesta parte.
Alitalia fa rotta verso Fanculo. Quinta parte.
Alitalia fa rotta verso Fanculo. Quarta parte.
Alitalia fa rotta verso Fanculo. Terza parte.
Alitalia fa rotta verso Fanculo. Seconda parte.
Alitalia fa rotta verso Fanculo. Prima parte.