venerdì 4 giugno 2021

Campioni d'Occidente: Cristian Rustignoli


Riceviamo e pubblichiamo un commento con questo contenuto.
Sono Rustignoli Cristian chi a fatto questo articolo social e un demente io non o nulla a che fare con Oriana alepoca ero il n 1 dei traslochi Firenze e provincia appaltatore comune Firenze traslocatore smaltitire enti regione Toscana ora sono sempre traslocatore e presidente ass volontariato Lorenzo Bardellino tetto lavoro e aiuto sociale per tutti per chi a bisogno di una mano sociale contattatemi per lavoro idemil mio numero e 3395006826 e levare ste buffonate illusive se no vi denuncio buccie
Il signor Rustignoli si è sentito offeso da uno scritto in cui si lodavano le sue competenze di traslocatore e gli si augurava di poterle usare per traslocare una sedicente interlocutrice angelica.
Chissà perché.
Non aveva letto il disclaimer qui accanto; eventuali minacce, legali e non, saranno immediatamente esposte al pubblico ludibrio in questa stessa sede.
Si sarebbe risparmiato la fatica.
Si sarebbe risparmiato una figuraccia.
La foto viene dall'autoschedatura sul Libro dei Ceffi di un Cristian Rustignoli di Firenze che -tra scritte su' bracci e cane d'ordinanza- potrebbe benissimo corrispondere a lui.
Vanno notate anche le peculiarità grammaticali e sintattiche del testo.
Lo stato che occupa la penisola italiana obbliga tutti i suoi sudditi a dieci anni di istruzione obbligatoria, oggetto di generosissimi stanziamenti pubblici; evidentemente non sempre sono soldi ben spesi.
Gli dobbiamo comunque delle scuse per due motivi.
Innanzitutto, per non aver prontamente messo in evidenza le sue rimostranze; il commento è del 30 maggio 2021 (sei anni abbondanti dopo il post) e questo scritto è del 4 giugno successivo.
In secondo luogo, per aver scritto male il suo nome. Lo ringraziamo dunque per la precisazione, e provvediamo a cambiare da Christian a Cristian il titolo dell'articolo che lo riguarda.


martedì 1 giugno 2021

New York Times - Le postazioni dell'esercito afghano si arrendono a valanga alle forze talebane

 

Su un foglio scritto a mano gli accordi firmati da ufficiali afghani e capi talebani
per la resa di una postazione militare a Mehtarlam. 
Vent'anni leaving no stone unturned. Complimenti per i risultati.


Traduzione da New York Times, 27 maggio 2021.

Decine di avamposti e di basi sotto assedio -oltre a quattro capitali di distretto- si sono arresi agli insorti soltanto questo mese. Il collasso avanza sempre più veloce nelle campagne man mano che le truppe statunitensi si ritirano.

Mehtarlam, Afghanistan - Nei malandati avamposti della provincia di Laghman le scorte di munizioni erano finite. Il cibo era scarso. Alcuni agenti di polizia non venivano pagati da cinque mesi.
Poi, proprio quando le truppe statunitensi hanno iniziato a lasciare il paese all'inizio di maggio, i combattenti talebani hanno assediato sette postazioni isolate tra i campi di grano e gli orti di cipolle di questa provincia dell'Afghanistan orientale.
Gli insorti hanno arruolato gli anziani dei villaggi perché si recassero negli avamposti con un messaggio: arrendersi o morire.
A metà maggio 2021 le forze di sicurezza di tutte e sette le postazioni si erano arrese. Dopo lunghi negoziati, secondo gli anziani del villaggio. Ad almeno centoventi tra soldati e poliziotti è stato dato un passaggio sicuro verso la capitale provinciale controllata dal governo, in cambio della consegna di armi e attrezzature.
"Abbiamo detto loro: 'Guardate che siete messi male; rinforzi non ne arriveranno'", ha detto Nabi Sarwar Khadim, 53 anni, uno dei molti anziani che hanno partecipato alle trattative per la resa.
Dal primo maggio secondo gli anziani dei villaggi e secondo i funzionari governativi almeno ventisei tra basi militari ed avamposti solo nelle quattro province di Laghman, Baghlan, Wardak e Ghazni si sono arresi dopo trattative del genere. Con il morale che sprofonda man mano che le truppe statunitensi se ne vanno, e i talebani che sfruttano propagandisticamente ogni resa come se fosse una loro vittoria, nelle campagne afghane ogni crollo alimenta il successivo.


Gli USA affrettano il ritiro

Si prevede che a luglio tutti gli uomini saranno fuori dall'Afghanistan. A negoziare la resa sono stati anche quattro capoluoghi di distretto, sede di un governatore locale, di un capo della polizia e dei servizi; di fatto le strutture governative sono state consegnate al controllo dei talebani e almeno per il momento i funzionari governativi non si sa che fine abbiano fatto.
I talebani già in passato hanno trattato la resa di truppe afgane, ma mai sulla scala e al ritmo con cui hanno ceduto questo mese le basi militari nelle quattro province che si estendono a est, a nord e ad ovest di Kabul. Questa tattica ha eliminato centinaia di effettivi governativi dal campo di battaglia, assicurato il controllo di un territorio strategico e permesso ai talebani di accaparrarsi armi, munizioni e veicoli.
Spesso senza sparare un colpo.
Il cedimento delle basi militari è un indice del rapido deterioramento dello sforzo bellico del governo; gli avamposti cadono uno dopo l'altro, a volte dopo scontri a fuoco ma spesso dopo una vera e propria resa.
Questi progressi sul terreno fanno parte di un piano di più ampio respiro che consiste nel prendere e nel mantenere il controllo del territorio intanto che il morale delle forze di sicurezza risente dell'uscita dalla scena della coalizione internazionale. Acquistare il consenso di polizia e milizie locali e organizzare cessate il fuoco circoscritti permette ai talebani di consolidare le conquiste in una nutrita offensiva militare, attuata nonostante le richieste di colloqui di pace e di un cessate il fuoco a livello nazionale.
"Il governo non è in grado di tutelare le forze di sicurezza", ha detto Mohammed Jalal, un anziano del villaggio nella provincia di Baghlan. "Se combattono verranno uccisi, quindi devono arrendersi".
A trattare i termini della resa sono i Comitati di Invito e Guida talebani, che intervengono dopo che gli insorti hanno tagliato le strade e i rifornimenti agli avamposti circondati. I capi del comitato o i capi militari talebani telefonano ai comandanti delle basi -e talvolta alle loro famiglie- e offrono di risparmiare la vita degli uomini se gli avamposti vengono consegnati insieme ad armi e munizioni.
In diversi casi i comitati hanno dato a coloro che si arrendevano del denaro -in genere sui centotrenta dollari- e abiti civili e li hanno mandati a casa incolumi. Prima però riprendono gli uomini mentre promettono di non ricongiungersi alle forze di sicurezza. Registrano i loro numeri di telefono e i nomi dei membri della loro famiglia, e assicurano loro che saranno uccisi se rientrano nell'esercito.
"Il comandante talebano e il Comitato di Invito e Guida mi hanno chiamato più di dieci volte e mi hanno chiesto di arrendermi", ha detto il maggiore Imam Shah Zafari, 34 anni, un capo della polizia distrettuale nella provincia di Wardak che ha consegnato centro di comando e armi l'11 maggio, dopo negoziati mediati da anziani del posto.
Dopo che i talebani gli avevano dato un passaggio in macchina fino a Kabul, ha detto, un membro del comitato ha telefonato per assicurargli che il governo non lo avrebbe incarcerato perché si era arreso. "Ha detto: 'Abbiamo molto potere nel governo, e possiamo farti rilasciare'", ha detto il maggiore Zafari.
I comitati talebani approfittano di una caratteristica peculiare dei conflitti afghani: combattenti e comandanti passano regolarmente da una parte all'altra, fanno accordi, negoziano le rese e si tengono cari gli anziani dei villaggi per avere influenza sui residenti locali.
L'attuale conflitto è in realtà costituito da decine di conflitti locali. Si tratta di lotte fra individui in intimità tra loro, in cui fratelli e cugini si combattono l'un l'altro e i comandanti di ogni parte incitano, minacciano e negoziano usando il cellulare.
"C'è un comandante talebano che mi chiama continuamente, cercando di fiaccarmi il morale in modo che mi arrenda", ha detto Wahidullah Zindani, 36 anni, un comandante di polizia barbuto e bruciato dal sole che ha rifiutato le richieste talebane di consegnare il suo avamposto nella provincia di Laghman, forte di nove uomini e ben rifornito di munizioni.
Le rese negoziate fanno parte di una più ampia offensiva nel cui contesto i talebani hanno circondato questa primavera almeno cinque capitali provinciali, secondo un rapporto dell'ispettore generale del Pentagono pubblicato il 18 maggio. L'offensiva si è intensificata dopo il primo maggio, giorno in cui è iniziato il ritiro degli statunitensi. I talebani controllano di diverse strade importanti, e hanno isolato le basi militari e le guarnigioni lasciandole vulnerabili.
Le rese hanno un profondo effetto psicologico.
"Chiamano e dicono che i talebani sono abbastanza potenti da sconfiggere gli Stati Uniti e che possono facilmente prendere la provincia di Laghman; 'dovreste tenerlo presente, prima che vi uccidiamo'", ha detto dei comitati talebani Rahmatullah Yarmal, ventinovenne governatore di Laghman, in un'intervista all'interno del suo complesso fortificato nella capitale provinciale di Mehtarlam.
È una tattica di propaganda efficace, ha ammesso il governatore. Così efficace che alcuni comandanti di avamposti ora si rifiutano di parlare agli anziani o ai negoziatori talebani. Ha detto che molti anziani non sono pacificatori neutrali, ma sostenitori dei talebani scelti con cura.
Il signor Yarmal ha detto che sessanta ufficiali di polizia che si sono arresi e si sono rifugiati nel complesso governativo a lui affidato sono ora pronti a combattere per riprendere i sette avamposti persi. "Penso che li riconquisteremo in un mese", ha detto.
Solo che poche ore dopo queste parole, il 19 maggio, il vicino capoluogo di Dawlat Shah si è arreso senza alcuna resistenza dopo qualche trattativa. La mattina dopo altri cinque avamposti si sono arresi allo stesso modo nel distretto di Alishing, sempre nella provincia di Laghman, hanno detto i funzionari del distretto.
Queste vittorie talebane sono state facilitate anche da un cessate il fuoco di trenta giorni negoziato dagli anziani il 17 maggio nel distretto di Alingar -un territorio molto conteso- che ha permesso ai talebani di spostare risorse ad Alishing, dove in capo a un paio di giorni hanno costretto i cinque avamposti a trattare la resa. Il 21 maggio i talebani hanno violato il cessate il fuoco con nuovi attacchi ad Alingar, ha riferito il signor Khadim.
Questa serie di cedimenti è il secondo caso analogo in due settimane nel distretto di Laghman.
Il 7 maggio tre avamposti e una base militare hanno ceduto senza combattere e allo stesso modo, ha detto il governatore del distretto di Alingar Nasir Ahmad Himat.
"I soldati hanno semplicemente gettato le armi, sono saliti sui loro veicoli e sono rientrati al capolouogo del distretto o nella capitale provinciale", ha detto Faqirullah, un anziano del villaggio che si fa chiamare solo con il nome.
Una domenica, mentre i combattenti talebani stringevano sulla capitale provinciale, il governatore Yarmal ha annunciato che centodieci uomini delle forze di sicurezza che si erano arresi e diversi comandanti che avrebbero dovuto controllarli erano stati arrestati per negligenza.
Il giorno stesso l'esercito afgano ha annunciato che rinforzi e personale dello stato maggiore erano stati inviati d'urgenza a Laghman per cercare di respingere l'assalto talebano.
Nella provincia di Ghazni il consigliere provinciale Hasan Reza Yousofi ha spiegato di aver implorato i funzionari di inviare rinforzi a un avamposto e a una base militare che sono poi caduti in mano ai talebani durante il mese di maggio. Ha fatto ascoltare una telefonata registrata in cui un ufficiale di polizia, Abdul Ahmad, diceva di aver esaurito le munizioni e che i suoi uomini erano ridotti a bere acqua piovana perché la torre dell'acqua della base era stata distrutta da un razzo.
"Siamo spacciati; chiediamo di continuo rinforzi, ma i funzionari non ci aiutano," diceva la voce registrata. "I talebani hanno mandato gli anziani del villaggio a dirci di arrenderci, che eravamo finiti e che nessuno ci avrebbe aiutato."
Hasan Reza Yousofi ha asserito di non sapere se Ahmad sia sopravvissuto alla caduta del suo avamposto.
Per i talebani il negoziato si è rivelato particolarmente fruttuoso nella privincia di Baghlan, in cui si sono arresi almeno in cento, e in quella di Wardak, dove secondo gli alti gradi i negoziati hanno portato alla resa di centotrenta uomini.
Nella provincia di Laghman le trattative che hanno portato alla resa dei sette avamposti sono durate una decina di giorni. Il signro Khadim è il decano del villaggio, e ha detto che diversi anziani hanno trattato con i comandanti di ogni avamposto.
"Noi gli assicuravamo la vita", ha detto. "Non c'era nulla di scritto, solo la nostra parola."
A qualche miglio di distanza il comandante Zindani ha rifiutato di cedere il suo sperduto avamposto a ridosso del fronte. Ha asserito che gli ufficiali che avevano trattato la resa di tre postazioni nelle vicinanze avevano tradito il loro paese.
Muhammad Agha Bambard è uno dei suoi uomini; ha detto che avrebbe combattuto per vendicare la morte di due fratelli che sarebbero stati uccisi dai talebani. Non si sarebbe mai arreso, ha detto.
I nove uomini del comandante Zindani potevano contare in tutto e per tutto su una mitragliatrice, un lanciarazzi e un Kalashnikov per uno, in un avamposto sgangherato e con le mura schizzate di sangue. Zindani era comunque intenzionato a resistere, e lo ha detto anche al comandante talebano che lo ha chiamato assiduamente al telefono pretendendo la sua resa.
"Gli ho detto che combatto per il mio paese," aveva detto Zindani. "Non sono qui per arrendermi."
Un componente del consiglio provinciale ha riferito che la domenica successiva, quattro giorni dopo, l'avamposto è stato sopraffatto durante uno scontro a fuoco con i talebani. Un poliziotto è stato colpito a morte e il comandante Zindani e i suoi uomini disarmati sono stati fatti prigionieri.
Poche ore dopo i talebani hanno pubblicato un video in cui si vede Bambard interrogato da un comandante talebano; è sdraiato su un materasso, col viso e il collo bendati. Il comandante gli chiede in tono di scherno perché avesse scritto sulla sua pagina Facebook che lui vivo il nemico non avrebbe conquistato la postazione.
"Qui siamo in Afghanistan," ha risposto il ferito.


David Zucchino e Najim Rahim.
Zabihullah Ghazi e Jim Huylebroek hanno contribuito dalla provincia di Laghman.

martedì 18 maggio 2021

Franco Battiato

 


Sabbia del deserto.
E l'ideale, anacronistico e ridicolo, del miglioramento.



martedì 20 aprile 2021

Alastair Crooke - In Medio Oriente qualcosa si muove

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 aprile 2021.

Se consideriamo il Medio Oriente come un complesso sistema di reti, è possibile identificare una serie di dinamiche che hanno adesso attivato le proprie potenzialità per imporre una nuova rotta all'intera matrice regionale.
Le basi di alcune di queste potenzialità sono state gettate ormai da qualche tempo. Nel 2007 a Monaco di Baviera il presidente Putin disse davanti a un pubblico in gran parte occidentale che l'Occidente aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della Russia e che si era messo a sfidarla. "Va bene", disse Putin: "noi la sfida la accettiamo, e la vinceremo".
La sua dichiarazione venne accolta con aperta derisione dal pubblico di Monaco.
Ora, molti anni dopo e in seguito ai litigiosi scambi di Anchorage, la risposta di Putin si è rivelata in tutte le sue implicazioni: La Cina ha detto a Washington, senza mezzi termini, che rifiuta l'imposizione dei valori e dell'egemonia occidentale. La Cina ha quindi raccolto, come la Russia, il guanto della sfida occidentale; in possesso di valori propri e di una propria visione del mondo che è determinata a perseguire, ha notato che gli Stati Uniti non erano in una posizione di forza che consentisse loro di pretendere altrimenti. La Cina o la Russia non cercano la guerra con gli Stati Uniti e non vogliono la guerra fredda; però sono intransigenti sulle proprie "linee rosse". Che dovrebbero essere prese alla lettera e non intese come degli impuntamenti di circostanza, ha indicato la Cina.
Due giorni dopo il Ministro degli Esteri cinese e Lavrov hanno consigliato agli altri stati di non accarezzare nemmeno l'idea di schierarsi con gli USA contro la 'squadra' concertata Russia-Cina; sarebbe inutile. Pochi giorni dopo Wang Li era in Medio Oriente - Arabia Saudita, Emirati Arabi e poi Teheran. Il messaggio era sempre lo stesso: scuotere il giogo dell'egemonia; resistere alle "pressioni" sulla questione dei diritti umani; dare piena attuazione alla propria sovranità. L'attraversamento del Rubicone. In Iran, il ministro degli Esteri Wang Li ha firmato accordi per quattrocento miliardi di dollari in progetti di infrastrutture di trasporto e di energia. Dal punto di vista della Cina, una ragnatela eurasiatica di binari ferroviari e condutture interconnesse ha la potenzialità di abbattere i costi di trasporto e di creare nuovi mercati, mentre l'investimento nell'energia iraniana fornisce alla Cina un accesso sicuro alle fonti energetiche.
Il piano cronologico degli accordi fra Cina e Iran prevede tuttavia anche la cooperazione in materia di sicurezza (con la Cina che appoggia la piena adesione iraniana all'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), esercitazioni navali congiunte, condivisione delle informazioni di intelligence e altro ancora. Ancora più significativa sarà forse l'incorporazione dell'Iran nella Via della Seta Digitale Eurasiatica, che incorpora telecomunicazioni, cablaggio in fibra ottica dalla Cina alla Francia, 5G, sistemi di intelligenza artificiale 'Smart City', piattaforme di pagamento digitale (il gestore di hedge fund americano Kyle Bass sostiene che i sistemi di pagamento digitale della Cina saranno in grado di raggiungere il 62% circa della popolazione mondiale), analisi di cloud storage e strutture internet "sovrane".
L'Iran, anche se non fa ancora parte della Via della Seta Digitale, è già abbastanza "cinese" da questo punto di vista, al pari di gran parte dell'Asia occidentale. Alcune stime suggeriscono che un terzo dei paesi che partecipano alla Nuova Via della Seta a questo punto stiano collaborando per progetti che fanno parte della Via della Seta Digitale.
Le narrazioni occidentali generalmente sopravvalutano la misura in cui i progetti legati alla Via della Seta Digitale sono parte di una strategia cinese coordinata. I progetti raggruppati sotto la corrispondente sigla DSR, tuttavia, sono in gran parte guidati dal settore privato e permettono alle aziende cinesi di trarre vantaggio dal sostegno politico fornito sotto il marchio DSR (un tipo di franchising), mentre rispondono alla crescente domanda di infrastrutture digitali nei paesi della BRI. Fino a poco tempo fa, la Nuova Via della Seta era intesa in gran parte nel modo più tradizionale (cioè ferrovie e condotte), piuttosto che come una 'strada' digitale; ma è quest'ultima che alla fine dividerà una 'Eurasia secondo standard cinesi' dall'Occidente.
Giusto per essere chiari, in qualunque modo si tagli la matrice delle vie di connessione della Nuova Via della Seta -est-ovest o nord-sud - l'Iran si trova proprio al centro della mappa. Il punto qui è che gran parte della fascia settentrionale del Medio Oriente - dal Pakistan al Caspio fino al Mar Nero, al Mediterraneo e all'Europa - è sui tavoli da disegno sia a Mosca che a Pechino.
Mentre la rete fisica e digitale si sviluppa dalla sua crisalide, nessuno Stato del Golfo sarà in grado di ignorare completamente questa entità geopolitica che si estende da Vladivostok a Xingjian. E in effetti non lo stanno facendo; con mille cautele, tenendo presente l'ira di Washington, stanno creandosi qualche appiglio con Mosca e con Pechino. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti sono già nella Via della Seta digitale; sembra improbabile che vadano fino alla piena integrazione, come ha fatto l'Iran con la Cina. Per quanto tempo sarà possibile destreggiarsi tra i protocolli e gli standard cinesi e quelli occidentali, è una questione aperta; alla fin fine la duplicazione degli standard diventa costosa e poco pratica.
È in questo contesto di "parte giusta della storia" che i negoziati degli accordi sul nucleare iraniano dovrebbero essere considerati. Il Dipartimento di Stato indica che gli ambienti vicini a Biden insistono che gli Stati Uniti ottempereranno agli accordi; tuttavia esistono funzionari che, al contrario, affermano che alcune sanzioni rimarranno, senza tuttavia entrare nello specifico del loro numero e del loro tipo. Non c'è da stupirsene: dopo gli accordi sono state varate 1600 sanzioni che sono andate ad aggiungersi a quelle previste dall'Iran Sanctions Act del 1996, dal Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act del 2010, dal capo 1245 del National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2012, dell'Iran Threat Reduction and Syria Human Rights Act del 2012, dell'Iran Freedom and Counter-Proliferation Act del 2012, dell'International Emergency Economic Powers Act e infine del CAATSA Act del 2017...
L'amministrazione Obama ha attuato la maggior parte delle misure di alleggerimento delle sanzioni statunitensi previste dagli accordi sul nucleare iraniano promulgando una serie di deroghe in materia di sicurezza nazionale. Ha anche lasciato in vigore una serie di sanzioni, tra cui l'embargo sulla maggior parte del commercio degli Stati Uniti con l'Iran, le sanzioni che colpiscono il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e altre sanzioni dirette a contrastare il presunto sostegno dell'Iran al terrorismo, oltre che quelle dirette contro il programma iraniano per i missili balistici. Queste deroghe alla sicurezza nazionale tuttavia hanno una durata limitata nel tempo, generalmente per 120 o 180 giorni, a seconda della sanzione specifica; alcune sanzioni richiedono che l'amministrazione giustifichi qualsiasi deroga e fornisca in anticipo un argomento a suo sostegno, per una revisione preventiva da parte del Congresso.
Insomma, le sanzioni statunitensi sono facili da imporre ma non da annullare, sia pure temporaneamente. Questioni istituzionali rendono quasi impossibile eliminarle in maniera definitiva. Non è affatto chiaro se l'amministrazione statunitense possa ottemperare pienamente agli accordi, anche volendo; inoltre è tutt'altro che chiaro fino a dove arrivi la motivazione di Biden in questo campo. Recentemente dal Congresso sono partite due lettere bi-partisan indirizzate a Blinken, in cui si esprime contrarietà a qualsiasi riattivazione degli accordi. Una è firmata da centoquaranta membri del Congresso. Occorre attendere gli eventi. Tuttavia, un Iran teoricamente rispettoso degli accordi -anche senza gli Stati Uniti a fare la loro parte- sarà comunque un giocatore influente sul piano regionale, specialmente se a giugno verrà eletto un presidente conservatore. Le conseguenze saranno considerevoli in tutta la regione: le pressioni per estromettere le forze statunitensi dagli stati mediorientali del nord aumenteranno significativamente.
Una terza dinamica, che risale ai tempi di Obama), è data dal fatto che gli Stati Uniti, sia pure a malincuore, si stanno disimpegnando dalla regione. Questo naturalmente ha dato impulso alla normalizzazione dei rapporti con lo stato sionista da parte di alcuni stati interessati a ripararsi sotto il suo ombrello di sicurezza.
Un'altra ancora è il fatto che la fine dell'era di Netanyahu -che del tu per tu con l'Iran ha fatto un chiodo fisso- potrebbe essere vicina. In questo momento lo stato sionista è in pezzi, a livello decisionale; il gabinetto di sicurezza non si riunisce, non esiste alcuna supervisione sul processo decisionale del Primo Ministro e le istituzioni responsabili della sicurezza stanno rischiando un salto nel vuoto per avere la meglio sui loro rivali. Netanyahu probabilmente sta cercando di segnalare a Washington che è lui ad avere diritto di veto su qualsiasi "accordo" con l'Iran, ed è sospettato dai commentatori locali anche di imporre nello stato sionista un'atmosfera di crisi tale da spingere i piccoli partiti a unirsi a un governo guidato da lui. Ha meno di tre settimane per trovare sessantuno seggi alla Knesset, o si troverà ad affrontare la possibilità di finire in carcere per corruzione; il processo è già iniziato. La realtà è che la coesione non tornerà facilmente a regnare nella politica israeliana, che Netanyahu ne levi le gambe o meno. Lo stato sionista è aspramente diviso su troppi fronti.
Molti funzionari sionisti temono insomma che le varie agenzie in competizione tra di loro per dimostrare il proprio valore, e in assenza di qualsiasi reale supervisione o coordinamento politico, possano finire con l'esagerare e con imporre allo stato sionista una rischiosa escalation militare con l'Iran.
Washington ha le mani legate: Netanyahu e il Mossad hanno spacciato alla squadra di Biden il refrain per cui l'Iran si sarebbe messo a implorare segretamente gli USA di tornare agli accordi. Questo non è vero. Netanyahu insiste su questa linea per confermare l'ipotesi cui è aggrappato da lungo tempo, per cui esercitare una massima pressione metterebbe in ginocchio l'Iran. E vuole dimostrarlo continuando a imporre questa massima pressione. Magari per sempre.
La premessa di Netanyahu è sempre stata che l'Iran, in ginocchio, avrebbe implorato di poter tornare agli accordi. Aveva torto, e questo nello stato sionista è un dato assodato per molti. Ma forse è stata questa analisi, ormai marginale anche negli ambienti politici dello stato sionista, a far sì che la squadra di Biden immaginasse che l'Iran avrebbe accettato di ottemperare pienamente agli accordi anche se gli USA non avessero fatto la propria parte, acconsentendo addirittura al permanere di determinate sanzioni.



giovedì 11 marzo 2021

Miguel Martinez - Renzi, Carrai, Peretola, Dubai e un futuro dannando

 

Qualche settimana fa abbiamo elogiato Matteo Renzi e la puntualità con cui assolve alle pratiche di misericordia cui sono tenuti i cattolici praticanti.
Scrivevamo che Matteo Renzi non è affatto fotogenico. 
E aggiungevamo anche che i gazzettieri cui è inviso, gli avversari politici e soprattutto l'enorme quantità di buoni a nulla che sporca il web ogni giorno grazie alle "reti sociali" ne hanno spesso liquidato le affermazioni senza contestarle nel merito, limitandosi a qualche accostamento fotografico.
Miguel Martinez è un signore che per i nostri ventidue lettori non ha bisogno di presentazioni e che di solito non abusa della fisiognomica. Nelle righe che seguono, pubblicate il 10 marzo 2021, si è limitato a utilizzare l'ottima memoria del web per contrastare l'effetto recency delle gazzette e per inquadrare in una luce un po' più obiettiva il signore qui ritratto. Il nome dello stato sionista e di quello che occupa la penisola italiana sono presenti nell'originale; come sempre ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

Matteo Renzi, un signore che ogni tanto vedo a fare jogging sotto casa mia, poche settimane fa rovesciò il governo e fece arrivare al potere “il primo governo occidentale compiutamente “post-democratico“.
Adesso sta passando un momento particolare.
L’hanno pizzicato in un misterioso viaggio segreto a Dubai; e quando al ritorno è sceso all’aeroporto, hanno notato che assieme a lui c’era Marco Carrai.[1]
La signora Francesca Campana Compariniconiugata Carrai, è attualmente sotto inchiesta per riciclaggio, da quando durante un controllo all’aeroporto di Firenze, una cittadina del Togo fu trovata con addosso 160 mila euro in contanti, che ammise erano destinati proprio alla signora Carrai.[2]
Passa qualche ora, e si legge che anche il babbo e la mamma di Matteo Renzi sono stati rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta.[3]
Intanto continua l’inchiesta della magistratura fiorentina sulla Fondazione Open con cui Marco Carrai e Alberto Bianchi (del giro del Monte dei Paschi di Siena) [4] hanno finanziato la carriera di Renzi.
L’accusa è di traffico d’influenze illecite e finanziamento illecito ai partiti. Impegnandosi a versare 100.000 euro l’anno, i donatori conquistavano il diritto di”interloquire” con Renzi (figlio) in persona.
Svariati milioni di euro raccolti tra idealisti che volevano fare il bene dell’Italia, senza nulla chiedere in cambio: in testa la British American Tobacco, che vende fumo in 180 paesi del mondo:[5] la filiale italiana ha l’onore di mandare nei polmoni italici Rothmans, MS, Lucky Strike, Vogue, Dunhill, Esportazione, Kent, Lido, Samson.

Di tutta questa vicenda, mi interessa una sola cosa, qui ce ne sbattiamo delle polemiche tra partiti.

Tra i presunti finanziatori della Fondazione Open (e quindi di Matteo Renzi), compare Corporación América Italia, del miliardario armeno-argentino Eduardo Eurnekian: un signore che ha fatto soldi con tutto, e oggi si dedica agli aeroporti: ne controlla ben cinquanta.
Renzi e l’ex-presidente della Regione Toscana Rossi hanno voluto la società Toscana Aeroporti, che oggi gestisce gli scali sia di Pisa che di Firenze Peretola.[6]
Toscana Aeroporti appartiene per il 62,2% a Eurnekian.
Il presidente di Toscana Aeroporti, casualmente, è Marco Carrai.
E l’obiettivo principale della società è di trasformare il piccolo aeroporto di Firenze in un aeroporto intercontinentale.
Per farlo, devono distruggere il Parco della Piana, il polmone verde che collega i monti al fiume e permette a Firenze di respirare (e dove passai un’indimenticabile notte), con tutte le sue forme straordinarie di vita.

Il signor Eurnekian oggi ha 89 anni, magari non è mai stato a Firenze.
Invece di pregare ogni sera che non lo trascinino tra qualche mese all’Inferno (avari, usurai, barattieri?), il futuro dannando pensa solo a come trasformare questa terra nei suoi profitti privati.[6]
Ora, nella descrizione di Wikipedia:

Nel 2018 Dicasa Spain S.A.U e Mataar Holdings 2 B.V. hanno acquistato il 25% di Corporacion America Italia S.p.a.
Il controllante ultimo di Dicasa è Southern Cone Foundation, una fondazione di diritto del Principato del Lichtenstein con sede legale in Vaduz, Lichtenstein.
Il controllante ultimo di Mataar è Investment Corporation of Dubai con sede legale in Dubai, Emirati Arabi Uniti.

 A decidere che bisogna distruggere la Piana di noialtri fiorentini, sono quindi:
- uno speculatore argentino (la cui ditta però ha sede in Uruguay, che però appartiene a una ditta con sede nel Delaware, che però appartiene a una ditta con sede nelle Virgin Islands),
- una ditta finta spagnola che appartiene a una finta fondazione,

beneficiari di questa fondazione sono "i membri della famiglia Eurnekian ed istituzioni religiose, caritative o dedite all’educazione"
con finta sede nel Lichtenstein per eludere le tasse,
- e una ditta che appartiene a un’altra ditta del Dubai, e che è proprietà privata dello sceicco padrone del paese.

Dubai, Carrai, Renzi…

Finalmente capiamo che ci sono andati a fare Renzi e Carrai a Dubai.
Poi me la prendo con il kebabbaro pakistano che si dimentica regolarmente lo scontrino…
Ora, vi presento un interessante ragionamento fatto su Twitter da qualcuno che si firma, immagino ironicamente, Cuore Immacolato di Maria.
A febbraio del 2020, il TAR ha sostanzalmente bocciato il progetto di Eurnekian.
Poi, Renzi interviene:
"L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi si è messo in contatto con Eduardo Eurnekian, miliardario argentino, per rassicurarlo su una cosa: la nuova pista dell’aeroporto fiorentino di Peretola sarà fatta. 'Stia tranquillo, la pista parallela si farà', ha detto il leader di Italia Viva all’imprenditore sudamericano, che con la sua Corporacion America detiene il controllo di Toscana Aeroporti, la società che gestisce l’aeroporto di Firenze e quello di Pisa."
Lo scorso agosto, il M5S ha introdotto nel decreto Semplificazioni un emendamento che rendeva obbligatoria la valutazione ambientale strategica (VAS) per l’ampliamento dell’aeroporto.
Il microscopico partito di Renzi, che a ogni sondaggio perde punti, butta giù il governo senza apparente motivo e fa mettere uno dei suoi, la Bellanova, proprio come viceministro alle infrastrutture e ai trasporti.
Non spiegherà tutto, ma ci aiuta a capire parecchie cose.

Mi dicono diverse persone che la conoscono (Firenze è un villaggio) che la moglie di Matteo è una persona limpida che andrebbe tenuta fuori dalle critiche che si possono rivolgere al marito.


Note.

1. Marco Carrai, ciellino storico e nipote di repubblichini, è anche misteriosamente Console d’Israele a Firenze. Quando Renzi nel 2016 volle imporlo come responsabile dei servizi segreti italiani, la stessa CIA è intervenuta fermamente per bloccarlo, considerandolo un agente del Mossad.
2. Come regalo di pre-matrimonio, il Comune di Firenze, nonché la Fondazione bancaria che possiede il Comune di Firenze, misero a disposizione dell’allora fidanzata del Carrai tutta la città, per farci un suo personale Festival delle Religioni, forte del suo notevole curriculum ("A 22 anni scrive il suo primo articolo su La Nazione denunciando il degrado urbano e morale ed inneggiando alla responsabilità di ogni cittadino". … "Last but not least, all’età di 12 anni intrattiene un breve epistolario con la Regina Madre Queen Elizabeth, The Queen Mother, perché sognava  di bere una tazza di tè insieme a lei…").
3. I peccati dei padri non dovrebbero ricadere sui figli. Finché non peccano insieme.
Nel 2013, il sindaco/figlio Renzi ha fatto vendere il Teatro Comunale di Firenze, valutato 44 milioni di euro, a un ente pubblico, la Cdp, per 26 milioni, e lo stesso ente l’ha subito rivenduto alla Nikila Invest, una società partner dell’imprenditore/babbo Renzi – miracolosamente, il titolare della Nikila Invest entrò nel consiglio di amministrazione della Cdp. E appena il figlio è andato a Roma, gli amici del babbo hanno messo su a Roma una società specializzata in lobbying politico: il fatturato della ditta di Tiziano Renzi passa da 1,9 a 7,3 milioni in tre anni.
4. Nessuno potrà mai accusare Renzi di ingratitudine: nel 2013 Francesco Bianchi, fratello di Alberto fu nominato “commissario straordinario del Maggio Musicale Fiorentino.”
5. La British American Tobacco Italia, che nel 2003 si è aggiudicata la gara della privatizzazione dei tumori ai polmoni nel nostro paese, è particolarmente impegnata nella diffusione delle sigarette elettroniche: “BAT has been active at global level also in the Next Generation Products sector. The Company developed innovative nicotine delivery devices for adult smokers, with the highest quality standards. The main areas of activity in this field concern Vaping products (namely e-cigs), such as Vype, as well as Tobacco Heated Products, such as glo.” Sarebbe interessante vedere cos’abbia fatto Renzi (figlio) nel suo periodo al governo dell’Italia, in merito.
6. Entrambi del Partito Unico, ufficiosamente avversari, ma quando si tratta di sbucaltare le Alpi Apuane o distruggere la Piana, improvisamente d’accordo.
7. Per far capire quanto sia una presa in giro lo scontro “destra-sinistra”, Eurnekian amico dell’ex-capo del PD è socio onorario del Comitato Leonardo: l’eccellenza italiana nel mondo. Diretto dall’ex-europarlamentare forzitaliota Luisa Tadini.

martedì 2 marzo 2021

Alastair Crooke - Lo stato sionista è stato superato in astuzia?



Traduzione da Strategic Culture, 1 marzo 2021. 

  La riattivazione dell'accordo sul nucleare iraniano ha trovato difensori inattesi: alti funzionari dell'apparato di sicurezza dello stato sionista ne vorrebbero il ripristino.

Un alto funzionario russo lo scorso fine settimana ha detto qualcosa di rivelatore circa i tempi in cui viviamo. Può sembrare un'osservazione buttata lì, ma dietro di essa, appena fuori vista, c'è qualcosa di profondo. Ha detto che l'accordo sul nucleare iraniano, -agli occhi di moltissimi, e non solo per l'Iran- è diventato il primo simbolo di come l'ordine globale basato sulle regole venga utilizzato proprio per svuotare di significato la sovranità e l'autonomia di un popolo - e per imporne la caricatura rappresentata dal suo gemello siamese, che è l'ordine monetario basato sulle regole.
A prima vista una considerazione in questi termini potrebbe sembrare un po' esagerata e persino ostile: l'intento di prevenire la proliferazione delle armi nucleari da parte degli Stati Uniti è di sicuro un obiettivo lodevole...
Apparentemente l'obiettivo può proprio sembrare questo, e sembrerebbe anche condiviso dalla Russia. Ma è anche vero che la metodologia dell'accordo sul nucleare iraniano presenta uno schema tutto particolare: si dichiara unilateralmente che una certa visione e i valori che essa sottende sono universali, e si stabiliscono le regole operazionali per tradurre questo universale. Queste regole non saranno necessariamente conformi al diritto internazionale, ma poi, secondo la famigerata frase di Carl Schmitt per cui "Sovrano è colui che decide l'eccezione (al diritto)" e siccome è proprio di questa universalità il considerarsi superiore di una spanna alle civiltà arretrate e nazionaliste, essa rivendica un proprio carattere eccezionale su queste mere basi. Secondo questo modo di intendere le cose un "ordine" basato sulle regole deve sostituire e soppiantare la "legge".
Nel caso specifico si voleva che le regole "universali" suddette, e imposte d'imperio, soppiantassero i diritti che il trattato di non proliferazione garantiva per legge all'Iran, per far regredire l'impulso rivoluzionario in Iran, prosciugarne il radicalismo residuale imponendo un faticoso conformarsi alle capziose regole dell'accordo sul nucleare e per forzare infine l'assimilazione dell'Iran alla governance monetaria globale.
Fin qui niente di nuovo; è la procedura occidentale standard. Eppure, certe considerazioni su come l'accordo sul nucleare iraniano sia diventato il caso tipico di procedura al dissanguamento della sovranità di una nazione indica un mutamento di più vasta portata, che riguarda sia la Russia che l'Iran. Indicano che gran parte del mondo ragiona in termini che nei discorsi degli ambienti politici di Washington sono quasi inimmaginabili.
Ancora cinque anni or sono molti in Russia credevano che lo stato dovesse come minimo curarsi di sondare le vivaci acque di quello che è il "si può fare" del dinamismo occidentale. Anche se costava qualcosa in termini di sovranità russa, era necessario in considerazione della tecnologia, della finanza e del know-how occidentali. Poi è arrivato il discorso di Putin del 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. E quello è stato un punto di svolta fondamentale: "La Russia è sotto attacco da parte dell'Occidente. Accettiamo la sfida e la vinceremo".
Nel 2007 i russi hanno intuito che le acque del pozzo rappresentato dal dinamismo occidentale stavano diventando stagnanti. A Davos il mese scorso, Putin ha suggerito che non solo erano stagnanti, ma ormai anche inquinate. Il progetto occidentale era diventato ottuso perché tutto il sistema era manipolato a beneficio dello 0,1%.
L'Unione Europea, come costrutto, è tagliata sullo stesso "universalismo" del suo progenitore statunitense, anche se nel suo caso viene gabellato per comune fondamento universalista europeo. Solo che le acque europee ristagnano allo stesso modo. La leadership russa ha capito che una Grande Europa non esisterà mai. Ancora più importante, la Russia ha scoperto che può trarre energia culturale da risorse proprie, per innovare e sviluppare la nazione russa.
Molti iraniani sono giunti a conclusioni simili per quello che riguarda l'Iran. Una volta la maggior parte -forse l'80%- degli iraniani avrebbe volentieri sondato le acque del dinamismo tecnico occidentale; oggi sono in pochi a volerlo. Per la loro società, un contatto troppo stretto con l'acqua stagnante comporta un ovvio pericolo. Come i russi, anche gli iraniani si stanno impegnando nel trovare energia al proprio interno, e nell'utilizzare le risorse a loro disposizione. E stanno scoprendo che queste risorse possono essere presenti oggi in Asia come lo erano un tempo in Europa.
L'altro discorso che c'è in giro è questo. A parte le narrative fracassone sull'Iran che emanano dal chiuso mondo della Beltway, questa è la visione alternativa scopertamente disponibile, e al pari dell'oculato inquadramento di Putin essa è oggetto di ampia disamina in gran parte del mondo. Ma non sarà ascoltata a Washington. Biden si è presentato a Monaco dipingendo la Russia come un personaggio voodoo, che fa incantesimi dannosi per gli Stati Uniti. L'idea era quella di far intendere che chiunque critichi l'AmeriKKKa sugli stessi temi non può che essere un agente dei russi e quindi un traditore. La Russia è diventata la bambola voodoo da tirare fuori per spaventare il pubblico americano e per disciplinare il discorso pubblico.
Come mai con l'Iran sul punto di un possibile disaccoppiamento dall'Europa -al pari della Russia- la riattivazione dell'accordo sul nucleare ha attirato alcuni insospettabili sostenitori tra i funzionari e gli ex funzionari della sicurezza dello stato sionista, che vogliono far rientrare l'Iran nell'accordo?
Cosa sta succedendo? Si tratta di una ribellione contro la linea della massima pressione tenuta in permanenza da Netanyahu? Ancora più interessante è il fatto che un certo numero di questi alti funzionari stiano sostenendo un ritorno puro e semplice all'accordo, non una sua ricontrattazione serrata. Come spiega Ben Caspit, "Un team di esperti [dello stato sionista] particolarmente versati ha concluso che, contrariamente a quanto pensano per lo più i membri di punta del governo Netanyahu-Gantz, l'accordo con l'Iran non dovrebbe includere il programma missilistico di Tehran o le sue attività regionali" [corsivo dell'A., N.d.T.]. Si tratta di un paradosso assoluto? Proprio nel momento in cui lo scetticismo iraniano minaccia di prevalere, dovrebbe calare quello della controparte? Forse si passeranno accanto senza incontrarsi, e l'esito sarà nullo.
Questi ex alti funzionari dello stato sionista adesso suggeriscono che l'accordo non era poi così male, dopo tutto: "Quando si è saputo dell'accordo", spiega ora l'ex generale della riserva Yair Golan, "abbiamo tenuto una discussione con tutti i funzionari e ci siamo detti che se l'Iran l'avesse rispettato sarebbe stato un risultato incredibile".
O forse si tratta di un oscuro segreto di quelli che nessuno vuole discutere pubblicamente, vale a dire che lo stato sionista è stato battuto. Mentre tutto il mondo si trovava ossessonato da qualcosa di grosso (ovvero la prospettiva dell'arma nucleare) e si chiedeva se la massima pressione di Trump avrebbe portato o meno l'Iran a rispettare l'accordo, l'Iran stava preparando non qualcosa di grosso, ma un sacco di cose più piccole.
Lo stato sionista è ora circondato da migliaia di missili da crociera intelligenti che volano rasoterra, e da droni da attacco capaci di muoversi come uno sciame. L'arma nucleare è sempre stata un depistaggio (il Medio Oriente è troppo piccolo e densamente popolato perché le atomiche abbiano un senso). Il baratro della guerra, sul cui ciglio Netanyahu ama ballare, forse è un rischio troppo grave agli occhi di questi ex funzionari perché potessero rimanersene a guardare.
Sanno (a differenza di Blinken, si direbbe), che l'Iran non metterà mai i suoi missili su nessun tavolo di negoziato. Forse sono dei realisti, e considerano il puro e semplice ripristino dell'accordo come l'unica via da seguire. Probabilmente su questo hanno ragione.
Ma perché sostenere un ritorno dell'Iran all'accordo? Beh, un pieno ritorno dell'Iran e dell'AmeriKKKa all'accordo sul nucleare portare alla nascita di un'architettura di sicurezza del Golfo che include l'Iran, ma ovviamente non lo stato sionista. E poi questa architettura potrebbe agevolare un ulteriore passaggio in secondo piano della deterrenza missilistica intelligente iraniana.
Per lo stato sionista potrebbe essere il modo per imboccare una de-escalation con l'Iran; magari, per fare un passo indietro rispetto alla pericolosa guerra di Netanyahu.
Ma i falchi statunitensi quando mai sarebbero d'accordo? Essi desiderano ancora che l'Iran rivoluzionario venga punito in qualche modo. E gli iraniani crederanno mai a Washington? Probabilmente no.

venerdì 12 febbraio 2021

Emanuele Cocollini della Lega non apprezza il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud e le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia

Emanuele Cocollini è un ben vestito amante del buon mangiare e soprattutto del buon bere, cui non piacciono le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e nemmeno i centri sociali, specie quelli in attività da prima che lui nascesse.
In questa sede si è compiuta e si continua a compiere una paziente e rilassata opera di confutazione e soprattutto di derisione della propaganda "occidentalista" e dei suoi esponenti. Il minimo che si possa fare è rilevare come il "partito" del signor Cocollini abbia avuto per trent'anni talmente a cuore le sorti dello stato che occupa la penisola italiana da destinarne le insegne ai luoghi di decenza e da adoperarsi -in teoria- per il suo smembramento. La traduzione operazionale dell'intento è stata molto dissonante, visto che gli esponenti della Lega si sono limitati ad occupare ogni carica possibile in quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto sovvertire. 
 Il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud è una realtà un po' più seria. Le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia esposte ogni dieci febbraio sono state acquistate dal sottoscritto nel 2005 in numero di 10 (dieci) in modo da assicurare una scorta durevole.
Una somma molto bene spesa.