giovedì 28 luglio 2022

Werner Rügemer - Ucraina: "I nostri valori europei..." come la paga minima a un euro e ventun centesimi

 


La copertura mediatica dell'invasione russa dell'Ucraina è stata peggio che mediocre ma in compenso pervasa da una malafede ancora maggiore di quanta non sia solito riscontrarne in simili casi nel gazzettaio "occidentale".
Questa foto del ricco Volodymyr Zelensky -autentico
virtuoso del pianoforte- e della moglie è comparsa su un coso che reclamizza roba costosa e donne poco vestite; pagine che accordano liceità "occidentale" a persone e contenuti. Comparirvi dovrebbe mettere i soggetti ritratti al sicuro dalla consegna di non richieste partite di democrazia da esportazione, ma neanche questo è sempre detto. Dopo l'inizio delle sommosse nella Repubblica Araba di Siria, per esempio, le stesse pagine tolsero dalla circolazione un agiografico articolo sulla moglie di Bashar al Assad pubblicato appena qualche settimana prima.
La "libera informazione", i custodi del democratismo rappresentativo e i ben vestiti abituati a zittire chi ride loro in faccia accusandolo come minimo di coltivare nostalgie inconfessabili hanno presentato gli avvenimenti intendendo la Repubblica Ucraina un paradiso di valori democratici e di giustizia sociale aggredito e oppresso da un'orda di orchi tagliagole i cui missili cadono sempre sugli asili nido.
Difficile abbiano molto interesse per scritti come quello qui presentato.
Motivo più che sufficiente perché esso diventi senz'altro interessante agli occhi delle persone serie.



Da Strategic Culture, 27 maggio 2022.

Ecco l'Ucraina, paese con la popolazione più povera e malata d'Europa, centro del contrabbando di sigarette e leader mondiale nella tratta di corpi femminili.

Quando il salario minimo legale è stato introdotto per la prima volta in Ucraina nel 2015, esso era di 0,34 euro, 34 centesimi all'ora. In seguito è stato aumentato: nel 2017 era di 68 centesimi, nel 2019 di 10 centesimi in più, ovvero 78 centesimi, e dal 2021 è di 1,21 euro. Ne avete mai sentito parlare?

Retribuzioni bassissime e non sempre corrisposte
Naturalmente questo non significa che questo salario minimo sia davvero e debitamente corrisposto, in questo Stato. Nel 2017 per una settimana lavorativa completa il salario minimo mensile era di 96 euro. Ma nell'industria tessile e del cuoio, ad esempio, questo salario minimo che riguardava un terzo della forza lavoro, prevalentemente femminile, raramente è stato corrisposto con puntualità. Era diffuso anche il cottimo: in un'ora si doveva cucire un certo numero di camicie. Se non ci si riusciva, si lavorava gratis per quello che rimaneva. In assenza di ordinativi si stabilivano permessi non retribuiti. In molti casi le ferie annuali dovute per legge non sono state concesse o non sono state retribuite. La direzione impediva l'elezione di rappresentanti dei lavoratori. Con questo salario minimo le persone si trovavano molto al di sotto del livello di sussistenza indicato in via ufficiale, che nell'anno in questione ammontava a 166 euro.

La catena delle paghe da fame dall'Ucraina ai Paesi UE confinanti
Esistono circa 2.800 aziende tessili ufficialmente registrate, ma anche un numero presumibilmente altrettanto elevato di piccole imprese non registrate. Per decenni esse hanno costituito una normale economia sommersa, spesso in cittadine e paesi.
La maggior parte di queste aziende tuttavia è solo un fornitore di seconda classe per i produttori a basso costo meglio connessi a livello internazionale nei vicini paesi dell'Unione Europea, soprattutto in Polonia ma anche in Romania e in Ungheria.
Così il 41% delle scarpe passa dall'Ucraina, dove costituisce un semilavorato a salari da fame, alle fabbriche a basso costo di Romania, Ungheria e stato che occupa la penisola italiana, dove viene apposta l'innocente e accattivante etichetta "Made in EU".

Chi lavora nel tessile può permettersi solo capi di seconda mano importati dalla Germania
La maggior parte dei circa duecentoventimila lavoratori del settore tessile è costituita da donne anziane. Si mantengono solo con un'agricoltura di sussistenza, ad esempio con un orto e un pollaio. Le malattie dovute alla malnutrizione sono comuni.
I lavoratori del settore tessile acquistano per lo più gli abiti che indossano da importazioni di capi di seconda mano provenienti soprattutto da Germania, Polonia, Belgio, Svizzera e Stati Uniti. L'Ucraina importa molti più prodotti tessili di quanti ne esporti.
I costosi capi Boss ed Esprit importati dal ricco Occidente dell'Unione Europea, che vengono pre-prodotti in Ucraina, sono destinati alla élite ricca e alla bolla delle ONG di Kiev. La maggior parte delle importazioni è comunque costituita da prodotti tessili di seconda mano dal costo più basso possibile. I lavoratori del settore tessile, e di fatto la maggior parte della popolazione, possono permettersi solo i prodotti tessili da buttare e quasi gratuiti che arrivano dagli stati ricchi, come ha riferito Clean Clothes Campaign.
I sindacati occidentali e gli "attivisti per i diritti umani" continuano a guardare all'Asia e al Bangladesh, quando si tratta di salari nell'industria tessile tanto bassi da costituire violazione dei diritti umani. Questo, anche se i salari in Ucraina sono molto più bassi. Anche nelle dibattito in corso nell'Unione Europea e al Bundestag tedesco su una regolamentazione per la catena di approvvigionamento si guarda lontano, a livello globale, verso l'Asia, mentre si nega che esista una catena dei salari da fame che lega Unione Europea e Ucraina.
Ed è qui che si annida la corruzione: C&A, Hugo Boss, Adidas, Marks&Spencer, New Balance, Esprit, Zara, Mexx sono quelli che alla fine ne traggono profitto. Vivono dello sfruttamento, che è contrario ai diritti umani. I protagonisti della corruzione sono nei paesi ricchi dell'Unione Europea: in segreto sono ben contenti del fatto che l'ispettorato del lavoro in Ucraina sia inesistente o complice, e anche l'Unione Europea copre le ingiustizie intrinseche nel sistema del lavoro con rituali ipocriti e ammonimenti sulla corruzione in Ucraina che restano lettera morta.

Fornitori per l'industria dell'auto, prodotti farmaceutici, macchinari
Qualcosa di simile a quanto accaduto per l'industria tessile e del cuoio sta succedendo anche in altri settori.
In Unione Sovietica l'Ucraina era un centro di produzione industriale. Dopo l'indipendenza nel 1991 gli oligarchi hanno preso il controllo delle aziende, si sono intascati i profitti e non hanno investito nulla nell'innovazione. Per le aziende occidentali erano disponibili milioni di dipendenti ben qualificati e a bassi salari.
Migliaia di aziende, soprattutto dagli Stati Uniti e dai Paesi dell'Unione Europea -circa duemila dalla Germania soltanto- hanno piazzato ordini in subappalto per componentistica piuttosto semplice: Porsche, VW, BMW, Schaeffler, Bosch e Leoni, ad esempio, per i cablaggi delle auto; gruppi farmaceutici come Bayer, BASF, Henkel, Ratiopharm e Wella per imbottigliamento e confezionamento dei loro prodotti; Arcelor Mittal, Siemens, Demag, Vaillant, Viessmann hanno aperto filiali per l'assemblaggio e la vendita. In questi settori vengono corrisposti salari da due a tre euro, cioè più del salario minimo ma comunque inferiori a quelli dei Paesi UE vicini come Ungheria, Polonia e Romania.
Per questo motivo le sedi ucraine sono strettamente collegate con sedi delle stesse aziende in paesi confinanti appartenenti all'Unione Europea, dove i salari minimi legali sono superiori a tre euro e inferiori a quattro euro. Tuttavia questa rete di collegamenti funziona altrettanto bene con gli stati limitrofi e ancora più poveri di Moldavia, Georgia e Armenia, che non sono membri dell'Unione Europea. Anche qui esistono delle filiali. Nel contesto delle politiche di "Vicinato orientale" organizzate dall'Unione Europea vengono sfruttate tutte le differenze di qualifica e il fatto che le retribuzioni siano ancora più basse, con l'Ucraina come porta girevole.

La migrazione di manodopera si conta in milioni di persone
Questo selettivo sfruttamento dei vantaggi presentati dal contesto locale da parte dei capitalisti occidentali non ha portato allo sviluppo economico nazionale. Al contrario, l'Ucraina si è impoverita economicamente. La maggioranza della popolazione è diventata più povera ed è meno in salute. La migrazione della forza lavoro ha assunto caratteri di reazione di massa. Ed è iniziata presto. Alla fine degli anni '90, diverse centinaia di migliaia di ucraini erano già emigrati in Russia. I salari non erano molto più alti, ma in Russia l'eccessiva occidentalizzazione degli stili di vita e l'aumento del costo della vita per i generi alimentari, l'affitto, la sanità e le tasse non hanno preso piede.
Dagli anni Duemila, e con l'accelerazione imposta dal colpo di Stato di Maidan nel 2014, circa cinque milioni di ucraini sono diventati manodopera emigrata. Circa due milioni vivono in modo più o meno permanente all'estero, circa tre milioni fanno i pendolari con gli stati vicini. In particolare lo stato polacco, che in ogni caso rivendica le parti occidentali dell'Ucraina, incoraggia la migrazione di manodopera dall'Ucraina. Circa due milioni di ucraini sono impiegati in Polonia, soprattutto in lavori poco qualificati come addetti alle pulizie, collaboratori domestici, camerieri, assistenti agli anziani e camionisti. In Polonia è fiorente anche l'attività delle agenzie di collocamento, che dichiarano che gli ucraini sono cittadini polacchi e li collocano come assistenti domiciliari in Germania e in Svizzera ad esempio: lì pagano il salario minimo per una settimana di 40 ore, ma in realtà quanti lavorano come assistenti domiciliari devono essere reperibili 24 ore su 24, secondo il contratto stipulato con l'agenzia polacca.
Centinaia di migliaia di ucraini sono inoltre impiegati in modo permanente, temporaneo o come pendolari in Romania, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, con salari minimi compresi tra 3,10 euro e 3,76 euro. Gli ucraini di questo sono contenti, anche se le retribuzioni vengono spinte un po' al di sotto di questi salari minimi: è comunque molto meglio che nel loro Paese, l'ispettorato del lavoro non dice nulla e nemmeno l'Unione Europea (Werner Rügemer: Imperium EU - Labour Injustice, Crisis, New Resistances, tredition 2021).
Agli studenti ucraini piace fare i lavoratori stagionali nell'agricoltura dell'Unione Europea. Solo in Bassa Sassonia arrivano circa settemila studenti all'anno che non necessariamente lo sono per davvero ma entrano con documenti di immatricolazione falsificati. Né in Ucraina né in Germania ci sono controlli, come ha rilevato uno studio della Fondazione Friedrich Ebert.
Salario minimo in Lituania: nel 2015 era di 1,82 euro, cinque volte superiore a quello ucraino nello stesso anno; nel 2020 era di 3,72 euro. L'UE sta promuovendo lo sviluppo della Lituania come centro europeo per lo smistamento delle merci: con l'aiuto dell'intelligenza artificiale camionisti volenterosi e a basso costo provenienti da Paesi terzi come l'Ucraina e la Moldavia -ma anche da Paesi più lontani come le Filippine- vengono guidati attraverso l'Europa. Non hanno bisogno di imparare alcuna lingua: ricevono le istruzioni tramite smartphone e navigatore. Ad esempio, con l'inizio della guerra le aziende di autotrasporti in Lituania e Polonia si sono trovate improvvisamente con una carenza di oltre centomila camionisti provenienti dall'Ucraina, che non potevano più partire a causa del servizio militare.

Povertà femminile I: il prosperare della prostituzione proibita per legge
Lo stato patriarcale oligarchico dell'Ucraina ha approfondito enormemente la disuguaglianza tra uomini e donne. Con un divario retributivo del 32%, le donne ucraine sono agli ultimi posti in Europa: in media, ricevono una retribuzione inferiore di un terzo rispetto ai loro colleghi maschi, e nel campo della finanza e delle assicurazioni la cifra raggiunge il 40% per lo stesso lavoro laddove media europea è del 14%. A causa degli stereotipi patriarcali le donne sono con particolare frequenza spinte a svolgere lavori precari a tempo parziale, ancora di più che nella Germania di Angela Merkel che è al penultimo posto tra i Paesi dell'UE in termini di discriminazione contro le donne.
Questa povertà di ascendenza patriarcale a carico delle donne comprende il divieto di prostituzione, che in simili condizioni prospera. Anche le insegnanti di scuola elementare, che non riescono a tirare avanti con i loro 120 euro al mese, sono tra le circa centottantamila donne che si prostituiscono in Ucraina: donne sole, divorziate con figli o disoccupate.
Poiché la prostituzione è vietata i gestori dei bordelli ci guadagnano, così come gli agenti di polizia e i tassisti, perché hanno un buon reddito grazie all'omertà. Vengono utilizzati anche appartamenti privati al pari di bordelli in posizioni privilegiate nella capitale Kiev. Si attirano i turisti, che con ottanta euro sono già nel giro. Non è raro che si arrivi a otto prestazioni a notte. Poco meno della metà del guadagno rimane alle donne. Alcune sperano che si tratti di una condizione passeggera -uno, due o anche tre anni- spesso invano. Un terzo di esse diventa tossicodipendente, un terzo si può considerare sieropositivo.
Dopo la "liberalizzazione" dei servizi sessuali da parte del governo federale di Schröder/SPD e Fischer/Verdi all'inizio del secolo, la Germania è diventata il "bordello d'Europa". L'agenzia federale per lo sviluppo GTZ fece sapere alle donne ucraine nella sua "Germania - Guida turistica per le donne" che adesso esistevano buone prospettive nel settore del sesso: ne arrivarono molte.
La Germania della Merkel è diventata il centro europeo della prostituzione commerciale, per lo più illegale e tollerata dalle autorità; condizioni favorevoli per donne che non provengono da uno Stato membro dell'Unione Europea. Ovvio quindi che i protettori cerchino adesso di reclutare alla frontiera le donne ucraine in fuga nel 2022.

Povertà femminile II: il corpo femminile, materiale da sfruttare
L'Ucraina è un luogo in cui le aziende occidentali possono piacevolmente impegnarsi in pratiche altrimenti proibite: un sito mille volte prezioso per la globalizzazione guidata dagli Stati Uniti. Questo vale anche per lo sfruttamento commerciale del corpo femminile, che va ben oltre la prostituzione illegale.
L'Ucraina è la capitale mondiale dell'industria della maternità surrogata, con una "liberalizzazione" più estesa che in altri casi. La diffusa povertà femminile costituisce un serbatoio inesauribile.
Vittoria Vita, La Vita Nova, Delivering Dreams o più prosaicamente BioTex: questi sono i nomi con cui le agenzie di maternità surrogata di Kiev e Kharkiv pubblicizzano i loro servizi e le loro donne. Donne ucraine belle e sane vengono offerte in cataloghi destinati a stranieri facoltosi.
I prezzi per un bambino nato sano vanno dai trentanovemilanovecento ai sessantaquattromilanovecento euro. I turisti in cerca di un figlio provengono da Stati Uniti, Canada, Europa occidentale e Cina. I genitori interessati consegnano l'ovulo e lo sperma a una delle decine di cliniche specializzate. Si procede alla fecondazione in vitro, poi l'embrione straniero viene impiantato nella madre surrogata. La madre surrogata porta in grembo un bambino geneticamente a lei estraneo. Questo metodo è stato sviluppato negli Stati Uniti, ma lì è molto più costoso: tra i centodiecimila e i duecentoquarantamila euro. In Ucraina è meno regolamentato. La donna che lo porta in grembo non deve avere nulla a che fare geneticamente con il bambino, è solo un attrezzo estraneo che deve essere dimenticato subito dopo l'uso; cessa di esistere ed è pronto per l'uso successivo in favore di una coppia straniera completamente diversa.
I prezzi variano a seconda che i genitori desiderino o meno un sesso specifico per il bambino che ordinano: senza scelta del sesso, alla BioTex costa trentanovemilanovecento euro; con due tentativi per il sesso desiderato costa quarantamilanovecento euro, con tentativi illimitati costa sessantaquattromilanovecento euro. Queste offerte includono l'alloggio in albergo, il rilascio del certificato di nascita e quello del passaporto presso il consolato tedesco. Finora sono stati partoriti più di diecimila bambini di questo genere in tutto il mondo.
Una madre surrogata -una società di maternità surrogata porta il nome appropriato: Surrogacy Ukraine- riceve un bonus mensile fra i trecento e i quattrocento euro durante la gravidanza; dopo un parto avvenuto con successo [in inglese "delivery" significa sia parto che consegna, di qui il doppio senso con cui l'A. utilizza l'espressione "delivery of the product", n.d.t.] la gratifica viene portata a 15.000 euro. Se c'è un aborto spontaneo, se il bambino risulta disabile o se l'adozione viene rifiutata, le madri surrogate non ricevono nulla. Le loro condizioni psicologiche non vengono prese in considerazione e non esiste alcuna prestazione di sicurezza sociale contro i danni per la loro salute. Non esistono studi sulle conseguenze a lungo termine.

Contratti a zero ore e distruzione dei sindacati
Il governo Zelensky ha aumentato il salario minimo a 1,21 euro, ma allo stesso tempo indebolisce e distrugge i sindacati, sempre più deboli dopo l'indipendenza. La legge sul lavoro del dicembre 2019 rappresenta a tutt'oggi il culmine delle ingiustizie nel lavoro.
- Vengono consentiti contratti di lavoro a zero ore, il lavoro a chiamata. Quando l'imprenditore ha del lavoro da assegnare, convoca il dipendente con un minimo preavviso. Il numero di ore lavorate e il reddito da lavoro possono essere pari a zero.
- I licenziamenti non devono più essere giustificati.
- Viene incoraggiata la negoziazione individuale dei contratti di lavoro; "negoziazione" è, ovviamente, un termine eufemistico per indicare offerte senza alternative, il che non è un problema dato l'alto tasso di disoccupazione. La contrattazione collettiva può essere sospesa nelle aziende con meno di 250 dipendenti, ovvero in oltre il 95% delle aziende. Le aziende che ne beneficiano sono soprattutto quelle statali, poi l'agroalimentare e le multinazionali del tabacco come Nestlè e Philip Morris.
Inoltre, i sindacati devono essere espropriati e i loro beni confiscati. Anche se sono indeboliti, possiedono ancora dei terreni e in alcuni casi grandi edifici dell'epoca sovietica, che si trovano in centro città. Per Zelensky si tratta di "avanzi russi" e quindi da espropriare.
Centinaia di migliaia di ucraini hanno protestato contro la nuova legge senza che nessun notiziario occidentale ne desse notizia. In una lettera congiunta del 9 settembre 2021, la Federazione Internazionale dei Sindacati e la Federazione Europea dei Sindacati -ITUC, CSI, ETUC- hanno fatto notare al governo ucraino e al comitato dell'Unione Europea incaricato dell'integrazione dell'Ucraina che la nuova legge sul lavoro in Ucraina viola non solo tutti i diritti dei lavoratori tutelati dall'ONU e dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), ma anche i pur bassi standard dell'Unione Europea. Non c'è stata alcuna risposta.

Espropriazione e impoverimento dei contadini
Dopo l'indipendenza, ai circa sette milioni di contadini reduci dalle fattorie collettive è stata assegnata mediamente la proprietà di circa quattro ettari di terra: troppo poco per gestire un'attività agricola indipendente. Pertanto, i contadini hanno finora affittato i loro piccoli appezzamenti a oligarchi nazionali e stranieri a fronte di un basso canone di affitto, che attualmente è in media di centocinquanta dollari all'anno rispetto agli ottanta dollari del 2008.
Ad esempio, l'oligarca Andry Verevsky e il suo Kernel Group hanno acquisito 570000 ettari di terra in affitto, l'oligarca Oleg Bakhmatyuk e la UkrLandFarming hanno acquisito 500000 ettari, l'investitore speculativo statunitense NCH Capital di New York ha acquisito 400.000 ettari, l'oligarca Yuriy Kosyuk per MHP 370.000 ettari, l'oligarca Rinat Akhmetov per la sua Agro-Holding 220.000 ettari, mentre il Continental Farmers Group dall'Arabia Saudita affitta "solo" 195.000 ettari. Nell'affare sono coinvolti anche i fondi pensione svedesi e olandesi. Dalla Baviera provengono piccoli oligarchi come Dietrich Treis e Hans Wenzel, che possiedono 60 ettari in patria ma coltivano 4.500 ettari in Ucraina con contratti di affitto a prezzi incomparabilmente bassi.
Alexander Wolters, della Sassonia, ha affittato 4.200 ettari fra tutti, a 60 euro all'anno per ettaro.
Tutti sono pienamente integrati nella Unione Europea e nel mercato mondiale occidentale:
- Le sedi legali e fiscali delle aziende agricole si trovano di preferenza nei paradisi finanziari standard dell'Unione Europea: Cipro, Lussemburgo e Svizzera; i governi ucraini hanno contribuito con esenzioni fiscali e sussidi.
- Ricevono costantemente ingenti prestiti dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e dalla Banca europea per gli investimenti (BEI).
- Sementi, fertilizzanti, pesticidi e tecnologia agricola sono principalmente nelle mani di società statunitensi e tedesche come Cargill, Archer Daniels, John Deere, Corteva, Bayer e BASF.
Dirigenti altamente pagati gestiscono le aziende. Pochi fra tutti i contadini possono svolgere lavori non qualificati al minimo salariale in questo settore agroalimentare su larga scala. Un po' di terra sfuggita agli affitti permette loro una magra sopravvivenza.
Il governo Zelensky però ha posto fine alla pratica degli affitti: a partire dal 1° luglio 2021 gli agricoltori potranno vendere i loro terreni, inizialmente solo ad acquirenti con cittadinanza ucraina. A questo scopo il governo sta creando un portale di aste dove le offerte possono essere fatte anche in forma anonima. Lo sblocco della vendita della fertilissima terra nera ucraina è stato richiesto non solo dagli accaparratori oligarchici, ma anche dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), che ha imposto questa condizione a un'Ucraina fortemente indebitata per erogare un nuovo prestito di 5 miliardi. Si possono vendere i terreni, e questo porta alla ripresa economica... Un successivo referendum previsto per il 2024 dovrebbe dare il via al passo successivo: la vendita dei terreni anche agli stranieri. Una delle conseguenze che si verificheranno in queste condizioni sarà un ulteriore impoverimento delle famiglie contadine. Per questo motivo molti contadini hanno protestato contro questa "riforma agraria". Senza alcun effetto.

Ucraina: al centro del contrabbando di sigarette da trent'anni
A partire dal 1992 le grandi aziende del tabacco Philip Morris, R.J. Reynolds, British American Tobacco e Japan Tobacco hanno acquistato fabbriche di sigarette in Ucraina. In alcuni casi lo stato è rimasto per alcuni anni come azionista di minoranza.
La produzione conta su lavoratori qualificati di buon livello ma adesso ancora meno pagati e si è concentrata in misura minima sul mercato ucraino. La vasta gamma dei marchi di lusso come Marlboro e Chesterfield e via via fino ai marchi più economici veniva prodotta per l'esportazione. In cambio il governo complice abbassò le tasse sul tabacco a un livello senza pari a livello internazionale, meno della metà di quanto sarebbe stato altrimenti in Europa. Allo stesso tempo i controlli doganali sono rimasti a livelli bassissimi.
Alla fine degli anni '90, la Commissione Europea si rese conto che più del novanta per cento di quello che Philip Morris e le altre producevano in Ucraina era destinato all'esportazione, anche le sigarette a basso costo destinate al contrabbando globale verso gli stati poveri ma anche verso i ricchi stati dell'Unione Europea. Il contrabbando comporterebbe per gli stati dell'Unione Europea danni per quattro miliardi di euro all'anno. L'Unione Europea ha citato Philip Morris e Reynolds per danni. Il tribunale di New York ha respinto la causa nel 2001. Tre anni dopo, Philip Morris ha accettato di pagare all'Unione Europea un miliardo e trecento milioni di dollari per contribuire alla lotta contro il contrabbando e le contraffazioni.
Tuttavia, al momento Philip Morris non ha pagato e l'accordo è stato rinnovato nel 2010. Philip Morris ha accettato di pagare la somma, suddivisa in dodici versamenti annuali, a Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, stato che occupa la penisola italiana, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Questi stati hanno firmato l'accordo, ma tutti i paesi UE dell'Europa orientale non l'hanno fatto. Allo stesso tempo, la complicità ha prosperato sottobanco: Michel Petite, direttore generale del servizio giuridico della Commissione europea dal 2001 al 2007, nel 2008 si è trasferito presso lo studio legale statunitense Clifford Chance, dove ha curato gli interessi del cliente Philip Morris, ed è diventato anche presidente del "Comitato etico" dell'Unione Europea.
In Ucraina un pacchetto di sigarette Marlboro costa due euro e mezzo e in Kosovo un euro e sessantacinque (a partire dal 2021), nonostante l'imposta sul tabacco sia nel frattempo leggermente aumentata. Lo stesso pacchetto costa sette euro in Germania, sei e venti in Belgio, dieci in Francia, sei nello stato che occupa la penisola italiana e così via. Pertanto è ovvio che l'esportazione e il contrabbando dall'Ucraina continuano. Ecco perché i negoziati rappresentano dei rituali inconcludenti; lo sono stati anche in occasione del 21° vertice UE-Ucraina del 2022. "L'Ucraina è diventata un centro di smistamento globale per la consegna di sigarette illegali in Europa", ha ammesso il vice capo dell'Ufficio del Presidente ucraino, Alexei Honcharuk. Il Presidente Zelensky, naturalmente, ha nuovamente promesso che l'Ucraina combatterà il contrabbando di tabacco ancora più alacremente di prima...

La spesa militare più alta d'Europa
Il colpo di stato di Maidan del 2014, organizzato da agenti occidentali -dipartimento di comunicazione della NATO, Horizon Capital, Swedbank, National Endowment for Democracy, Black See Trust, Fondazione Soros- ha portato il banchiere di second'ordine Arseniy Yazeniuk alla carica di primo ministro ucraino. I boicottaggi contro la Russia hanno portato alla perdita di diverse centinaia di migliaia di posti di lavoro in Ucraina, circa quarantamila solo per le aziende tedesche come il fornitore di componentistica per l'auto Leoni.
Il governo ucraino ha preso spunto dall'Unione Europea e nel 2015 ha introdotto un salario minimo legale: 34 centesimi per ora lavorata. Questo è stato un chiaro indice del livello verso cui stavano andando i redditi da lavoro. I lavoratori, come quelli dell'industria tessile e dell'agroalimentare, già si accontentano quando viene effettivamente corrisposto il salario minimo. Altri si accontentano di una paga oraria vicina ai tre euro. La migrazione di manodopera verso l'estero si è intensificata, è stata ed è di buon grado utilizzata dai vicini Paesi dell'Europa orientale che non si sono impoveriti fino a questo punto.
Lo Stato più povero d'Europa in termini di reddito della maggioranza della popolazione con l'aiuto della NATO -in particolare degli Stati Uniti e del Regno Unito- si è riarmato ancora più velocemente a partire dal 2016, passando dal 2,9% del PIL stanziato per le forze armate a metà decennio a una cifra doppia nel 2020, anche prima della guerra: il 5,9%. Una percentuale elevata, che sbandiera l'ottemperare alla richiesta del presidente statunitense Obama di aumentare le spese militari al 2% del PIL. Questo pone l'Ucraina al secondo posto nel mondo dopo l'Arabia Saudita, davanti al secondo miglior studente modello degli Stati Uniti che è l'armatissimo stato sionista.
L'Ucraina non è membro della NATO; con i suoi 41 milioni di abitanti ha, con i suoi 292.000 soldati, più militari degli altri membri della NATO (Stati Uniti esclusi, ovviamente), cioè più soldati di Germania, Francia, Regno Unito, stato che occupa la penisola italiana, Grecia, Spagna, Polonia e Romania. Lo Stato con la popolazione più povera d'Europa si è concesso, e ha concesso al tempo stesso ai suoi padroni e padrone a Washington, Bruxelles, Londra, Parigi e Berlino spese militari senz'altro altissime. Forse per la preparazione di una guerra, o per quale altro motivo?

La popolazione più povera e malata d'Europa
Il Fondo Monetario Internazionale ha concesso prestiti allo "stato più corrotto d'Europa" (Transparency International) a condizione che esso operi tagli al sociale e alle pensioni e che aumenti le tariffe delle municipalizzate (acqua, fognature, rifiuti), dell'energia erogata dallo stato e che operi ulteriori privatizzazioni. Anche il FMI ha soffiato sul fuoco della guerra: la perdita del Donbass avrebbe avuto un impatto negativo sull'ammontare dei prestiti dall'Occidente, ha fatto sapere.
Nel 2020, il debito è stato ridotto a un 60% che a prima vista sembra anche attraente, ottimo per l'adesione all'Unione Europea. La conseguenza che ne è derivata è che la maggior parte della popolazione è ancora più povera: il costo della vita, l'alimentazione, le tasse comunali, gli affitti, l'assistenza sanitaria e i costi dell'energia sono aumentati; tutti questi beni e servizi ora sono solo parzialmente accessibili o non lo sono affatto. La pensione media nel 2013, prima del colpo di Stato di Maidan, era ancora di 140 euro, il picco nella storia dell'Ucraina indipendente.
Dal 2017, la pensione media era di 55 euro. Sempre più pensionati devono continuare a lavorare, sempre che riescano a trovare lavoro.
Dai tempi dell'indipendenza con il riorientamento verso Occidente la popolazione ucraina si è ridotta da cinquantuno a quarantuno milioni di persone. Già prima dell'attuale guerra l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) prevedeva un'ulteriore contrazione per il 2050: trentadue milioni di abitanti, che in media sarebbero ancora più vecchi di adesso.
La popolazione più povera d'Europa è anche la più malata: L'Ucraina è al primo posto in Europa per decessi dovuti alla malnutrizione, come ha documentato l'European Journal for Epidemiology nel 2019.
Secondo le parole di elogio del Presidente della Commissione europea, signora von der Leyen "l'Ucraina sta difendendo con un impegno impressionante i nostri valori europei!". Ecco perché l'Ucraina dovrebbe diventare membro dell'Unione Europea. Il Presidente ha aggiunto: "L'Ucraina merita questo status perché è pronta a morire per il sogno europeo".
Quella politica travestita da cristiano ha più ragione di quanto pensi.



giovedì 21 luglio 2022

Alastair Crooke - Un'interpretazione delle rune di guerra

 


Traduzione da Strategic Culture, 18 maggio 2022.

L'esito del conflitto [in Ucraina] è ovviamente sicuro da ogni punto di vista anche se la guerra è lungi dal finire. È chiaro che la Russia prevarrà sul piano militare e anche su quello politico; il che significa che qualsiasi cosa si affermerà in Ucraina al termine delle azioni militari sarà dettata da Mosca, alle sue condizioni.
È evidente da questo punto di vista che la forma di governo in vigore a Kiev crollerebbe se fosse Mosca a dettare condizioni. E da un'altra prospettiva sarebbe l'intera agenda occidentale successiva al colpo di Stato di Maidan del 2014 a collassare. Ecco perché è praticamente impossibile una via d'uscita, a meno di una disfatta ucraina.
Questo momento segna quindi un punto di inflessione cruciale. Gli ameriKKKani potrebbero scegliere di porre fine al conflitto -e ci sono molte voci che chiedono un accordo o un cessate il fuoco, con l'intento umanamente comprensibile di porre fine all'inutile massacro di giovani ucraini inviati al "fronte" per difendere posizioni indifendibili per poi finire cinicamente uccisi senza alcun vantaggio militare, solo per mantenere la guerra in corso.
Per quanto razionali, gli argomenti a favore di un'uscita dal conflitto non colgono l'aspetto geopolitico più importante: l'Occidente ha investito in modo così pesante nella propria fantasiosa narrazione di un imminente e umiliante crollo russo da ritrovarsi impelagato. Non può impegnarsi maggiormente per il timore che la NATO non sia all'altezza di affrontare le forze russe (Putin ha sottolineato che la Russia non ha nemmeno iniziato a dispiegarle pienamente), e neppure arrivare a patti o arretrare, perché significherebbe perdere la faccia.
E "perdere la faccia" significa grosso modo perdere l'Occidente liberale.
L'Occidente è così finito ostaggio del proprio sfrenato trionfalismo, presentato come guerra dell'informazione.
Questo sciovinismo sfrenato è stato una sua scelta. I consiglieri di Biden tuttavia, interpretando le rune di guerra degli inarrestabili guadagni territoriali russi hanno iniziato a intrasentire che un'altra débacle in politica estera gli sta velocemente piombando addosso.
Si rendono conto che gli eventi, lungi dal riaffermare l'ordine basato sulla supremazia degli USA, mettono invece in evidenza agli occhi del mondo i limiti del potere statunitense, concedendo la ribalta non solo a una Russia che risorge, ma anche a un messaggio che per il resto del mondo ha una portata rivoluzionaria, anche se l'Occidente non ne ha ancora preso consapevolezza.
L'alleanza occidentale inoltre si sta disintegrando a causa della stanchezza per la guerra e del fatto che le economie europee devono fronteggiare la recessione. L'istintiva inclinazione contemporanea a prendere prima le decisioni e poi a pensarci su, come nel caso delle sanzioni europee, ha condotto l'Europa a una crisi esistenziale.
Il Regno Unito è il caso esemplare di un rompicapo europeo di più ampia portata. La classe politica britannica, spaventata e in disordine, ha dapprima "deciso" di far fuori il proprio leader; poi si è resa conto di non avere a disposizione un successore con la gravitas necessaria a gestire la nuova normalità e di non avere idea di come sfuggire alla trappola in cui si ritrova.
Non osano perdere la faccia per l'Ucraina e non hanno soluzioni per affrontare la recessione in arrivo che non siano un ritorno al thatcherismo. Lo stesso si può dire per la classe politica europea: è come un cervo abbagliato da una macchina che gli si avvicina velocemente.
Biden, e con lui e una certa rete che abbraccia Washington, Londra, Bruxelles, Varsavia e i Paesi baltici, vedono la Russia da un'altezza di trentamila piedi superiore a quella del conflitto ucraino. Secondo quanto riferito, Biden ritiene di trovarsi in una posizione equidistante tra due tendenze pericolose e minacciose che stanno travolgendo gli Stati Uniti e l'Occidente: Il trumpismo in patria e il putinismo all'estero. Entrambi, a suo avviso, rappresentano pericoli evidenti e concreti per l'ordine liberale basato sulla supremazia statunitense in cui (la squadra di governo di) Biden crede appassionatamente.
Altre voci -principalmente povenienti dal settore realista della politica statunitense- non sono così infatuate dalla Russia; per queste, i "veri uomini" devono affrontare la Cina. Vogliono mantenere il conflitto ucraino in una situazione di stallo, se possibile, per salvare la faccia inviando più armi, mentre si procede a rivolgere energie contro la Cina.
In un discorso allo Hudson Institute, Mike Pompeo ha fatto una dichiarazione di politica estera che guardava chiaramente al 2024 e alla sua candidatura a vicepresidente. Al centro del discorso c'era la Cina, ma è interessante ciò che ha detto sull'Ucraina: L'importanza di Zelensky per gli Stati Uniti dipendeva dal fatto che egli continuasse la guerra, cioè che salvasse la faccia dell'Occidente. Non ha parlato esplicitamente di inviare truppe sul terreno ma era chiaro che non era a favore di un tale passo.
Il suo messaggio è stato: armi, armi, armi per l'Ucraina, e "guardare avanti" fin da adesso, concentrandosi sulla Cina. Pompeo ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti riconoscano subito Taiwan dal punto di vista diplomatico, a prescindere da ciò che accadrà. E ha inserito la Russia nel discorso dicendo semplicemente che Russia e Cina dovrebbero essere trattate come un'unica entità.
Biden, tuttavia, sembra intenzionato a lasciar passare il momento e a proseguire con l'attuale linea. Questo è anche ciò che vogliono i molti che sono rimasti con le mani in pasta. Il punto è che le opinioni dello Stato profondo sono contrastanti e gli influenti banchieri di Wall Street non sono certo entusiasti delle idee di Pompeo. Preferirebbero una de-escalation con la Cina. Continuare sulla stessa linea è quindi l'opzione più facile, mentre l'attenzione del fronte interno degli Stati Uniti si concentra sui problemi economici.
Il punto è che l'Occidente è completamente bloccato: non può andare avanti, né tornare indietro.
Le sue strutture politiche ed economiche glielo impediscono. Biden è fissato sull'Ucraina; l'Europa è fissata sull'Ucraina e sulla sua bellicosità contro Putin; il Regno Unito, idem; e l'Occidente è bloccato nei rapporti con la Russia e con la Cina. Ma soprattutto, nessuno è in grado di prendere in considerazione le insistenti richieste di Russia e Cina per una ristrutturazione dell'architettura della sicurezza globale.
Se non possono muoversi sul piano della sicurezza -per paura di perdere la faccia- non saranno in grado di interiorizzare il fatto (o anche solo di stare a sentire, dato il radicato cinismo che accoglie ogni parola pronunciata dal Presidente Putin) che l'agenda della Russia va ben oltre l'architettura della sicurezza. Ad esempio, l'esperto diplomatico e commentatore indiano MK Badrakhumar scrive:
"Dopo Sakhalin-2, [su un'isola dell'Estremo Oriente russo] Mosca intende nazionalizzare anche il progetto di sviluppo di petrolio e gas Sakhalin-1, estromettendo gli azionisti statunitensi e giapponesi. La capacità di Sakhalin-1 è impressionante. Un tempo, prima che l'OPEC ponesse dei limiti ai quantitativi della produzione, la Russia estraeva fino a quattrocentomila barili al giorno: il livello di produzione recente è di circa duecentoventimila.
La tendenza generale a nazionalizzare le partecipazioni del capitale ameriKKKano, britannico, giapponese ed europeo nei settori strategici dell'economia russa sta prendendo solidità come nuova pratica politica. Le operazioni di pulizia dell'economia russa per liberarla dal capitale occidentale dovrebbero accelerare nel prossimo periodo.
Mosca era ben consapevole del carattere predatorio del capitale occidentale nel settore petrolifero russo -un'eredità dell'era di Boris Eltsin- ma ha dovuto convivere con questo sfruttamento per non inimicarsi altri potenziali investitori occidentali. Solo che tutto questo è ormai storia. L'inasprimento delle relazioni con l'Occidente, quasi al limite della rottura, ha liberato Mosca da questo retaggio di antiche inibizioni. Dopo essere salito al potere nel 1999, il presidente Vladimir Putin si è cimentato nell'immane compito di ripulire le stalle di Augia della collaborazione straniera in Russia nel settore petrolifero. Il processo di "decolonizzazione" è stato estremamente difficile, ma Putin è riuscito a portarlo a termine".
E questo è solo la metà del tutto. Putin continua a ripetere nei suoi discorsi che l'Occidente è l'artefice del proprio debito e della propria crisi inflazionistica, e non la Russia; il che fa sorgere in Occidente dei grossi grattacapi. Lasciamo però che il professor Hudson spieghi perché gran parte del resto del mondo ritiene che l'Occidente abbia preso una piega sbagliata dal punto di vista economico. In breve sarebbero state le scelte sbagliate dell'Occidente a condurlo in un vicolo cieco, come sostiene Putin.
Il professor Hudson sostiene (qui una parafrasi e una riformulazione del suo pensiero) che esistono essenzialmente due grandi modelli economici che si sono succeduti nella storia: "Da un lato, vediamo le società del Vicino Oriente e dell'Asia organizzate per mantenere l'equilibrio e la coesione sociale, subordinando il debito e la ricchezza mercantile al benessere generale della comunità nel suo complesso".
Tutte le società antiche diffidavano della ricchezza, perché tendeva all'accumulazione a spese della società in generale e portava alla polarizzazione sociale e a gravi disuguaglianze.
Guardando alla storia antica, possiamo notare -afferma Hudson- che l'obiettivo principale dei governanti, da Babilonia all'Asia meridionale e orientale, era quello di impedire che si affermasse un'oligarchia mercantile e creditrice che concentrasse la proprietà della terra nelle proprie mani. Questo è un modello storico.
Il grande problema che il Vicino Oriente dell'Età del Bronzo aveva risolto - al contrario dell'antichità classica e della civiltà occidentale- era come gestire l'aumento dei debiti (tramite periodici giubilei) senza polarizzare la società e, in ultima analisi, impoverire l'economia riducendo la maggior parte della popolazione a dipendere dal debito.
Uno dei punti fermi in Hudson è il modo in cui la Cina ha strutturato la propria economia come un'economia "a basso costo": alloggi a basso costo, istruzione, cure mediche e trasporti sovvenzionati. Questo significa che i consumatori hanno un po' di reddito libero a disposizione e che la Cina nel suo complesso ne guadagna in competitività. Il modello occidentale finanziato dal debito invece è ad alto costo, con fasce di popolazione sempre più impoverite e prive di reddito da utilizzare a propria discrezione una volta pagati dopo aver pagato costi su cui grava il debito.
La periferia dell'Occidente invece, non avendo la tradizione del Vicino Oriente, si è "convertita" al consentire a una ricca oligarchia di creditori di prendere il potere e di concentrare nelle proprie mani la proprietà della terra e dei beni. Per motivi di pubbliche relazioni ha affermato di essere una "democrazia" e ha denunciato qualsiasi protezione regolamentata dai governi come autocratica per definizione. Questo è il secondo grande modello, ma il suo eccesso di debito lo ha spinto in una spirale inflazionistica ed è bloccato anch'esso, senza i mezzi per fare un passo avanti.
A Roma si verificò qualcosa del genere. E ne stiamo ancora vivendo le conseguenze. Far dipendere i debitori dai ricchi creditori è ciò che gli economisti di oggi chiamano "libero mercato". È un mercato privo di controlli e contrappesi pubblici contro la disuguaglianza, la frode o la privatizzazione della cosa pubblica.
Questa etica neoliberista a favore dei creditori, sostiene il professor Hudson, è alla base dell'attuale nuova guerra fredda. Quando il presidente Biden descrive questo grande conflitto mondiale volto a isolare Cina, Russia, India, Iran e i loro partner commerciali euroasiatici, lo definisce nei termini di una lotta per l'esistenza tra "democrazia" e "autocrazia".
Per democrazia intende l'oligarchia. E per "autocrazia" intende qualsiasi governo abbastanza forte da impedire a un'oligarchia finanziaria di prendere il controllo del governo e della società e di imporre le regole neoliberali. Anche con la forza, come ha fatto Putin. L'ideale "democratico" è quello di far assomigliare il resto del mondo alla Russia di Boris Eltsin, dove i neoliberisti ameriKKKani hanno avuto mano libera nella spoliazione dell'intera proprietà pubblica della terra, dei diritti minerari e dei servizi pubblici di base.
Oggi tuttavia abbiamo a che fare con varie sfumature di grigio: negli Stati Uniti non esiste un vero e proprio mercato libero, mentre la Cina e la Russia sono economie miste, anche se tendono a dare la priorità alla responsabilità per il benessere della comunità nel suo complesso piuttosto che pensare che gli individui lasciati al proprio egoismo possano in qualche modo massimizzare il benessere del paese.
Ecco il punto: L'economia di Adam Smith e l'individualismo sono radicati nello spirito occidentale, e questo non cambierà. Tuttavia, la nuova politica del Presidente Putin di ripulire le stalle di Augia dal "capitale occidentale predatorio" e l'esempio dato dalla Russia della sua metamofosi verso un'economia ampiamente autosufficiente e immune dall'egemonia del dollaro è musica alle orecchie del Sud del mondo, e anche per gran parte del resto del pianeta.
Russia e Cina sono al primo posto nel contestare il "diritto" dell'Occidente di stabilire regole e di detenere il monopolio del dollaro come mezzo con cui si regge il commercio internazionale; con i BRICS e l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai che acquisiscono sempre maggior peso, i discorsi di Putin si rivelano un programma rivoluzionario.
Rimane un problema: come realizzare una metamorfosi "rivoluzionaria" senza incorrere in una guerra con l'Occidente. Gli Stati Uniti e l'Europa sono bloccati. Non sono in grado di rinnovarsi, perché le contraddizioni politiche ed economiche strutturali hanno bloccato il loro paradigma. Come fare allora per "sbloccare" la situazione senza una guerra?
La chiave, paradossalmente, potrebbe risiedere nella profonda comprensione da parte di Russia e Cina dei difetti del modello economico occidentale. L'Occidente ha bisogno di una catarsi per "liberarsi". La catarsi può essere definita come un processo di liberazione e quindi di sollievo da emozioni forti o represse legate a delle credenze.
Per evitare la catarsi militare, sembra che la leadership russa e cinese -avendo presenti le storture del modello economico occidentale- debba imporre all'attenzione dell'Occidente una catarsi economica. Sarà senza dubbio dolorosa, ma meglio della catarsi nucleare. Possiamo ricordare il finale della poesia di Kostas Kavafis Aspettando i barbari,
Perché è scesa la notte e i barbari non sono venuti.
E alcuni dei nostri uomini appena arrivati dal confine dicono
che non ci sono più barbari.
Che ne sarà di noi senza barbari?
Quella gente, bene o male, era una soluzione.


martedì 7 giugno 2022

Alastair Crooke - Il mondo non funziona più in quel modo


Traduzione da Strategic Culture, 6 giugno 2022.

La prima guerra mondiale ha segnato la fine di un ordine mercantilista che si era sviluppato sotto l'egida delle potenze europee. Cento anni dopo vigeva un ordine economico molto diverso, quello del cosmopolitismo neoliberale. Ritenuta dai suoi ideatori come un dato universale e immutabile, la globalizzazione ha affascinato il mondo per un lungo periodo, ma ha iniziato a superare il proprio apice proprio nel momento in cui l'Occidente dava sfogo al proprio trionfalismo davanti alla caduta del Muro di Berlino. La NATO, in quanto sistema regolatore dell'ordine, ha affrontato la propria "crisi d'identità" continuando a tappe forzate la propria espansione verso est, verso i confini occidentali della Russia, senza tenere in alcun conto la parola data e le virulente obiezioni di Mosca.
Questa radicale alienazione della Russia ha dato il via al suo spostamento verso la Cina. L'Europa e gli Stati Uniti tuttavia si sono rifiutati di considerare le questioni relative a un doveroso "equilibrio" all'interno delle strutture globali, e hanno semplicemente sorvolato sulle realtà di un ordine mondiale che stava attraversando una metamorfosi epocale con l'inarrestabile declino degli Stati Uniti già in evidenza, con l'Europa che mascherava i propri squilibri intrinseci dietro una unità di facciata, e nel contesto di una struttura economica iper-finanziarizzata che prosciugava in modo letale ogni sostanza dall'economia reale.
L'attuale guerra in Ucraina è quindi semplicemente un'appendice, un acceleratore di questo processo di decomposizione dell'"ordine liberale". Non ne è il centro. Le esplosive dinamiche della disintegrazione odierna sono di origine fondamentalmente geostrategica, e possono essere viste come un contraccolpo dello squilibrio che esiste fra la ricerca di soluzioni su misura per la loro civiltà non occidentale da parte di popoli di diversa estrazione e un Occidente che si ostina a imporre un proprio ordine non negoziabile. L'Ucraina è quindi un sintomo, ma non è di per sé il disturbo più profondo.
Tom Luongo ha osservato -in relazione agli eventi tumultuosi e confusi di oggi- che ciò che teme di più è che molte persone analizzino l'intersezione tra geopolitica, mercati e ideologia, e che lo facciano con una forte sicumera. "L'opinionocrazia presenta una incredibile propensione a considerare tutto questo come normale; ci sono troppi 'calma e sangue freddo' e pochi 'tutti hanno un piano finché non vengono presi a pugni in bocca'".
Ciò che la replica di Luongo non spiega appieno è la strepitante indignazione con cui viene accolto qualsiasi dubbio nei confronti della opinionocrazia che ha tanto credito al momento. È evidente che esiste un timore più profondo, che serpeggia nel profondo della psiche occidentale e che non viene esplicitato del tutto.
Wolfgang Münchau, ex del Financial Times che ora scrive per EuroIntelligence, spiega come questo Zeitgeist elevato a canone abbia implicitamente imprigionato l'Europa in una gabbia di dinamiche avverse che minacciano la sua economia, la sua autonomia, il suo globalismo e il suo stesso essere.
Münchau racconta come sia la pandemia che l'Ucraina gli abbiano indicato che una cosa è ribadire "come un cliché" il globalismo interconnesso, e "un'altra è osservare cosa accade realmente sul campo quando queste connessioni vengono strappate... Le sanzioni occidentali si basavano su una premessa formalmente corretta ma fuorviante -una premessa a cui io stesso ho creduto- almeno fino a un certo punto: la Russia dipende da noi più di quanto noi dipendiamo dalla Russia... La Russia, tuttavia, è un fornitore di beni primari e secondari da cui il mondo è diventato dipendente. E quando il più grande esportatore di queste materie prime viene tolto di mezzo, il resto del mondo si trova alle prese con una scarsità materiale vera e con prezzi in aumento". Continua:
Ci abbiamo pensato bene? I ministeri degli Esteri che hanno messo a punto le sanzioni hanno discusso in un qualche momento di cosa avremmo fatto se la Russia avesse bloccato il Mar Nero e non avesse permesso al grano ucraino di lasciare i porti?... Oppure, abbiamo pensato di poter affrontare nel migliore dei modi la crisi di una carestia mondiale puntando il dito contro Putin"?
"Il blocco ci ha insegnato molto sulla nostra vulnerabilità a scosse violente nella catena di approvvigionamento. Ha ricordato agli europei che ci sono solo due modi per spedire grandi quantità di merci in Asia e per riceverne: o con i container, o con la ferrovia che attraversa la Russia. Non avevamo un piano per una pandemia, non avevamo un piano per una guerra e non avevamo un piano per quando si verificano entrambe contemporaneamente. I container sono bloccati a Shanghai e lLe ferrovie sono chiuse a causa della guerra".
"Non sono sicuro che l'Occidente sia pronto ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni: inflazione persistente, riduzione della produzione industriale, diminuzione della crescita e aumento della disoccupazione. Le sanzioni economiche mi sembrano l'ultima spiaggia di un Occidente che è un concetto disfunzionale. La guerra in Ucraina funziona come catalizzatore di una deglobalizzazione su vasta scala.
 Il vaticinio di Münchau è che se non si trova un accordo con Putin che preveda la rimozione delle sanzioni esiste "il pericolo che il mondo diventi oggetto di due blocchi commerciali: l'Occidente e il resto del mondo. Le catene di approvvigionamento saranno riorganizzate per rimanere all'interno di ciascun blocco. L'energia, il grano, i metalli e le terre rare della Russia saranno ancora consumati -ma non in Occidente- e noi continueremo [soltanto] a mangiare i Big Mac".
Quindi, ancora una volta, andiamo in cerca una risposta: Perché le élite europeiste forniscono all'Ucraina un sostegno così convinto e appassionato e rischiano l'infarto per la veemenza che profondono nell'odio verso Putin? Dopo tutto, la maggior parte degli europei e degli ameriKKKani fino a quest'anno non sapeva praticamente nulla dell'Ucraina.
E la risposta la conosciamo: la loro paura più profonda è che tutti i punti di riferimento della vita liberale stiano per essere spazzati via per sempre, per ragioni che essi non capiscono. E che Putin stia facendo proprio questo. Come faremo noi a destreggiarci nella vita, senza punti di riferimento? Che ne sarà di noi? Pensavamo che un'esistenza all'insegna dei valori liberali fosse ineluttabile. Esisterebbe un altro sistema di valori? Impossibile!
Quindi per gli europei la resa dei conti in Ucraina deve riaffermare l'identità europea anche a costo del benessere economico dei cittadini. Storicamente, guerre di questo tipo si sono per lo più concluse con una sporca soluzione diplomatica e un esito di questo genere sarebbe probabilmente sufficiente alla leadership dell'Unione Europea per poter parlare di vittoria.
E anche soltanto la scorsa settimana l'Unione Europea ha fatto forti pressioni diplomatiche per convincere Putin ad arrivare a un accordo.
Solo che, parafrasando ed elaborando Münchau, una cosa è proclamare auspicabile "come cliché" un cessate il fuoco negoziato. "Un'altra è prendere atto di ciò che accade effettivamente sul terreno quando per mettere le carte in tavola si sparge del sangue...".
Le iniziative diplomatiche occidentali si basano sul fatto che la Russia ha bisogno di una "via d'uscita", più di quanto ne abbia bisogno l'Europa. Ma è vero, questo?
Parafrasando ancora Münchau: "Ci abbiamo pensato bene? I ministeri degli Esteri che hanno elaborato i piani per addestrare e armare un'insurrezione ucraina nel Donbass nella speranza di indebolire la Russia hanno discusso in un qualche momento l'effetto che la loro guerra e il loro esplicito disprezzo per la Russia avrebbero potuto avere sull'opinione pubblica russa? O cosa avremmo fatto se la Russia avesse semplicemente deciso di muoversi sul terreno fino a quando non avesse portato a termine il proprio progetto... E che Kiev perdesse, l'abbiamo preso in considerazione anche solo a livello di possibilità, per quello che avrebbe significato per un'Europa carica di sanzioni destinate a non finire mai"?
La speranza di una soluzione negoziale ha lasciato il posto, in Europa, a toni più cupi. Nei colloqui coi leader europei Putin è stato intransigente. A Parigi e a Berlino si sta facendo strada la consapevolezza che un accordo raffazzonato non è vantaggioso per Putin, e che non può neppure permetterselo. L'opinione pubblica russa non accetterà facilmente che il sangue dei suoi soldati sia stato versato invano, per arrivare a uno sporco compromesso solo per far sì che l'Occidente susciti una nuova insurrezione ucraina contro il Donbass tra un anno o due.
I leader dell'UE devono rendersi conto della situazione: Forse hanno perso il treno che li avrebbe portati a una "soluzione" politica. Ma non hanno perso i treni dell'inflazione, della contrazione economica e della crisi sociale sul piano interno. Questi sono treni che stanno andando nella loro direzione, e a tutto vapore. I ministeri degli Esteri dell'Unione Europea hanno riflettuto su questa eventualità, o si sono lasciati trasportare dall'euforia e dalla narrazione ufficiale -che proviene dai Paesi baltici e dalla Polonia- su quanto è cattivo Putin?
Ecco il punto: la fissazione per l'Ucraina non è altro che una pezza appiccicata sull'evidenza di un ordine mondiale che sta andando in malora. All'origine dei sommovimenti su vasta scala c'è questo; l'Ucraina non è che una piccola pedina sulla scacchiera e il suo esito non cambierà in maniera sostanziale questa realtà. Anche una "vittoria" in Ucraina non garantirebbe l'"immortalità" dell'ordine basato sulle regole neoliberali.
I fumi nocivi emanati dal sistema finanziario globale non hanno alcun rapporti diretto con l'Ucraina, ma sono molto più significativi perché vanno al cuore dello sconquasso che sta percorrendo l'"ordine liberale" occidentale. Forse è questa paura primordiale inespressa, che spiega il plateale rancore nei confronti di qualsiasi cosa costituisca una deviazione dalla messaggistica sanzionatoria sull'Ucraina?
E il pregiudizio di Luongo sulla propensione a trovare tutto quanto normale non potrebbe rivelarsi più azzeccato (Ucraina a parte) che quando si affronta la curiosa auto-selettività del pensiero anglo-ameriKKKano riguardo all'ordine economico neoliberale.
Il sistema politico ed economico anglo-ameriKKKano, ha osservato James Fallows -ex addetto alla comunicazione per la Casa Bianca- come ogni sistema poggia su alcuni principi e su alcune credenze. "Anziché agire come se questi fossero i principi migliori, o quelli che le loro società preferiscono, i britannici e gli ameriKKKani spesso agiscono come se questi fossero gli unici principi possibili. E come se nessuno, se non per errore, possa sceglierne altri. L'economia politica diventa una questione essenzialmente religiosa, soggetta all'inconveniente che caratterizza ogni religione: l'incapacità di capire perché le persone al di fuori della fede possano agire come agiscono".
Per essere più precisi, l'odierna visione del mondo anglo-ameriKKKana poggia sull'opera di tre uomini. Uno è Isaac Newton, il padre della scienza moderna. Uno è Jean-Jacques Rousseau, il padre della teoria politica liberale. (Se vogliamo mantenere la purezza anglo-ameriKKKana del discorso, possiamo considerare al suo posto John Locke). E uno è Adam Smith, il padre dell'economia del laissez-faire.
"Da questi titanici fondatori derivano i principi in base ai quali la società avanzata, nella visione angloameriKKKana, dovrebbe funzionare... E si suppone che riconosca che il futuro più prospero per il maggior numero di persone derivi dal libero funzionamento del mercato.
Nel mondo non anglofono, Adam Smith è solo uno dei tanti teorici che hanno avuto idee rilevanti sull'organizzazione dei sistemi economici. I filosofi illuministi, tuttavia, non sono stati gli unici a pensare a come dovrebbe essere organizzato il mondo. Durante il XVIII e il XIX secolo anche i tedeschi furono attivi, per non parlare dei teorici al lavoro nel Giappone Tokugawa, nella Cina tardo-imperiale, nella Russia zarista e altrove.
I tedeschi meritano di essere considerati rilevanti, più dei giapponesi, dei cinesi, dei russi e degli altri perché molte delle loro concezioni filosofiche resistono. Concezioni che non hanno attecchito in Inghilterra o in AmeriKKKa, ma sono state attentamente studiate, adattate e applicate in alcune parti dell'Europa e dell'Asia, in particolare in Giappone. Al posto di Rousseau e Locke i tedeschi proposero Hegel. Al posto di Adam Smith... hanno avuto Friedrich List.
 L'approccio anglo-ameriKKKano si fonda sull'ipotesi della pura non prevedibilità e non pianificabilità dell'economia. Le tecnologie cambiano, i gusti cambiano, le circostanze politiche e umane cambiano. E poiché la vita è così fluida, questo significa che qualsiasi tentativo di pianificazione centrale è virtualmente destinato a fallire. Il modo migliore per "pianificare" è quindi quello di lasciare l'adattamento alle persone che hanno messo in gioco il proprio denaro. Se ogni individuo fa ciò che è meglio per lui o per lei, il risultato sarà -serendipicamente- ciò che è meglio per la nazione nel suo complesso.
Anche se List non usava questo termine, la scuola tedesca era scettica nei confronti della serendipity e si preoccupava maggiormente dei "fallimenti del mercato", ovvero dei casi in cui le normali forze del mercato producono un risultato chiaramente indesiderabile. List sosteneva che le società non passavano automaticamente dall'agricoltura al piccolo artigianato alle grandi industrie solo perché milioni di piccoli commercianti prendevano decisioni per conto proprio. Se ogni persona mettesse il proprio denaro dove il rendimento è maggiore, il denaro potrebbe non andare automaticamente dove potrebbe portare il massimo beneficio alla nazione.
Perché ciò avvenga servono un piano, una spinta, un atto del potere centrale. List attinse a piene mani dalla storia del suo tempo, in cui il governo britannico incoraggiava deliberatamente l'industria manifatturiera britannica e il nascente governo ameriKKKano scoraggiava di proposito i concorrenti stranieri.
L'approccio anglo-ameriKKKano presuppone che la misura ultima di una società sia il suo livello di consumo. Nel lungo periodo, sosteneva List, il benessere di una società e la sua ricchezza complessiva non sono determinati da ciò che la società può acquistare, ma da ciò che può produrre (cioè il valore proveniente dall'economia reale e autosufficiente). La scuola tedesca sosteneva che enfatizzare il consumo avrebbe finito per portare all'autodistruzione. Avrebbe allontanato il sistema dalla creazione di ricchezza e, in ultima analisi, avrebbe reso impossibile consumare tali quantità o dare lavoro a tante persone.
List era preveggente. Aveva ragione. Quello da lui indicato è il difetto del modello anglosassone oggi evidente con chiarezza. Un difetto aggravato dalla successiva e massiccia finanziarizzazione che ha portato a una struttura dominata da una super-sfera effimera e derivata che ha privato l'Occidente della sua economia reale creatrice di ricchezza, trasferendone i resti e le linee di approvvigionamento fuori dai suoi confini. L'autosufficienza si è erosa e la base di creazione della ricchezza, che si sta restringendo, sostiene una percentuale sempre minore di popolazione per mezzo di lavori adeguatamente retribuiti.
Questo modello non risponde più allo scopo ed è in crisi. Un dato di fatto ampiamente compreso ai vertici del sistema. Riconoscerlo, tuttavia, sembrerebbe andare contro gli ultimi due secoli di economia, raccontati come una lunga progressione verso la razionalità e il buon senso anglosassone. Una narrativa che è alla base della "storia" anglosassone.
Una storia che la crisi finanziaria potrebbe stravolgere completamente.
Come mai? L'ordine liberale poggia su tre pilastri, tre pilastri interconnessi e parimenti fondamentali: Le "leggi" di Newton sono state ideate per conferire al modello economico anglosassone la (dubbia) pretesa di essere fondato su leggi empiriche, come se si trattasse di fisica. Rousseau, Locke e i loro seguaci elevarono l'individualismo a principio politico; da Smith derivò il nucleo logico del sistema angloamericano: se ogni individuo fa ciò che è meglio per sé, il risultato sarà quello migliore per la nazione nel suo complesso.
L'aspetto più importante di questi pilastri è la loro equivalenza morale e la loro interconnessione. Se si elimina un pilastro perché non valido, l'intero edificio noto come "valori europei" viene meno. Ha una sua coerenza solo se resiste nel suo insieme.
E il timore non dichiarato di queste élite occidentali è che durante questo lungo periodo di supremazia anglosassone... ci sia sempre stata una scuola di pensiero alternativa alla loro. List non si preoccupava della moralità del consumo. Era invece interessato al benessere sia strategico che materiale. In termini strategici, le nazioni finivano per essere dipendenti o sovrane in base alla loro capacità di produrre beni per se stesse.
La settimana scorsa Putin ha detto a Scholtz e Macron che le crisi che si sono trovati davanti, compresa la penuria di derrate alimentari, derivavano dalle loro strutture e dalle loro politiche economiche errate. Putin avrebbe potuto citare un aforisma di List:
L'albero che porta il frutto ha un valore maggiore del frutto stesso... La prosperità di una nazione non è... maggiore nella proporzione in cui ha accumulato più ricchezza (cioè valori di scambio), ma nella proporzione in cui ha sviluppato maggiormente i le sue potenzialità di produzione.
Probabilmente a Scholtz e Macron il messaggio non è piaciuto affatto. Si rendono conto che all'egemonia neoliberale occidentale è stata strappata la barra del timone.
 
 

mercoledì 11 maggio 2022

Il conflitto fra Russia e Ucraina impone di schierarsi in difesa della libertà e della civiltà occidentale


I motivi per cui è ovvio schernire la chiamata alle armi per ucraini di complemento e ridere in faccia ai gazzettieri che fanno gli ufficiali arruolatori sono moltissimi.
Tra questi, la realtà quotidiana della "libertà occidentale".
Questi frequentatori di ristoranti che non hanno mai sentito l'odore di una ferita agli intestini vorrebbero addirittura che venisse difesa armi alla mano.
Da qualcun altro, ovvio.

Nei paesi democratici si è assai poco liberi di agire, anzi non lo si è affatto. I lacci delle regole stringono ogni singola azione, specialmente in città, le autorità hanno deciso dove puoi camminare, quanto tempo sostare, quanto a lungo guardare un quadro e da quale distanza, se ti è permesso il bagno in mare, quanto paghi per spostarti, i grammi di droga da comprare, dove disperdere le ceneri di tuo padre e dove le tue. È regolamentato da tabelle ogni respiro della vita urbana, i cartelli vietano, le linee tratteggiate separano, e intanto le telecamere registrano tutto quanto, tra multe, scadenze, bolli, giorni alterni, orari, varchi.
Non sei libero di fare nulla senza uno speciale permesso, un visto, un bollino, una scheda, una password, un ticket, un collare, un coupon, una tessera, una banda magnetica; che devi continuamente rinnovare perché scade, sta scadendo, eccolo là, è già scaduto, e devi ricominciare daccapo. Sei sempre fuorilegge malgrado tu la insegua tutti i giorni per obbedirle. Le buste non aperte con gli avvisi di infrazioni e intimazioni e promemoria creano pile nell’ingresso di casa. Nei giorni dispari circolano le macchine con la targa pari, ma possono parcheggiare solo sul lato destro della strada, se sono catalizzate, dalle 13 alle 18. Sei sorvegliato ovunque. Regolamenti si sovrappongono a regolamenti, come manifesti incollati uno sopra l’altro, e mentre stai lì senza far nulla, su una panchina di un giardino, in realtà stai obbedendo almeno a una decina di codici racchiusi l’uno nell’altro come scatole cinesi.
Unica eccezione: i barboni, e i criminali. Finché non finiscono in prigione i criminali sono gli unici uomini liberi della nostra società. O quantomeno che tentano spericolatamente, avendo spesso la peggio, di imporre ed esercitare la loro libertà ai danni di quella degli altri, come se fossero unica legge a se stessi, il che non è mai vero fino in fondo, poiché non può definirsi legge ciò che è valido per un solo individuo. La legge per chiamarsi tale deve opprimere un sacco di gente, ma di fatto opprime solo quelli che la rispettano, i quali perciò finiscono per essere oppressi due volte, schiacciati tra due poteri: da una parte lo Stato alle cui leggi, spesso strampalate, obbediscono, dall’altra i criminali piccoli e grandi che gli impongono la loro. Per non parlare delle organizzazioni che sono ormai come la Spectre: banche, compagnie telefoniche e assicurative, arroccate nei loro palazzi di vetro e difese da numeri telefonici a cui non risponde mai nessuno, strutturate con tratti di segretezza impenetrabilità e impersonalità presi a prestito dalla macchina dello Stato e da quella delle organizzazioni mafiose. Il cittadino paga sempre almeno due volte il suo tributo. È una doppia o tripla tassazione fissa.

 

Edoardo Albinati, La scuola cattolica, 2016. 



giovedì 28 aprile 2022

Ritratto di Giovanni Maspero ristoratore in Como con Irina Katchanova. Differenze fra i Tigli in Theoria e i tigli in pratica.


Una felice immagine di Giovanni Maspero e Irina Katchanova, ritratti in un contesto raffinato e in un ambiente di sobria eleganza.
Il signor Maspero è un uomo intraprendente, dai variegati e multiformi interessi imprenditoriali.
Fra le altre cose ha allestito e diretto i Tigli in Theoria, un costosissimo ristorante in centro a Como. Un piatto vi costa intorno ai trentacinque euro, una cifra con cui una persona normale acquista derrate sufficienti a sostenersi per diversi giorni.
Il 27 aprile 2022 il signor Maspero è stato arrestato come un punkabbestia qualsiasi e non certo per aver cercato di fare la rivoluzione.
Oltre cento milioni di evasione fra tasse e contributi.
Una bella differenza, fra i Tigli in Theoria e i tigli in pratica.
Negli stessi giorni la "libera informazione" gronda piagnistei di padroni di mescite, osterie e locande concordemente intonati al miserere per un settore in cui è venuta a mancare la mano d'opera.
Da alcuni anni lo stato che occupa la penisola italiana ha introdotto una misura di sostegno chiamata "reddito di cittadinanza" che ha consentito a molti lavoratori palesemente sottopagati di sottrarsi alla disinvoltura di osti e locandieri.
Un provvedimento che i ben vestiti di cui sopra considerano una vera iattura.

Non occorre aggiungere molto altro.

L'immagine viene dall'autoschedatura di Maspero sul Libro dei Ceffi -precipitosamente chiusa dopo l'arresto- e viene qui riprodotta al preciso scopo di alimentare odio di classe.


domenica 24 aprile 2022

Alastair Crooke - Errori (anche) tattici e conseguenze strategiche



Traduzione da Strategic Culture, 18 aprile 2022.

I falchi della NATO negli USA e in Europa e gli interventisti liberali vogliono più di ogni altra cosa vedere Putin umiliato e reietto. Molti in Occidente vogliono la testa insanguinata di Putin su una picca alle porte della città, ben in vista per tutti, come esplicito monito a quanti sfidano l'ordine internazionale costituito. Il loro obiettivo non è solo il Pakistan o l'India, ma la Cina innanzitutto.
Eppure i falchi si rendono conto che non si azzardano -non possono- procedere a tutta manetta. Nonostante il loro atteggiamento bellicista vogliono che l'aspetto cinetico del conflitto resti limitato ai confini dell'Ucraina: Niente truppe statunitensi sul terreno (anche se quelle sulla cui esistenza si deve tacere sono già sul posto, e hanno "guidato i colpi").
Il Pentagono per esempio -almeno quello- non vuole rischiare una guerra con la Russia suscettibile di degenerare e di arrivare fino al ricorso alle armi nucleari. Questa posizione tuttavia viene adesso messa in discussione da protagonisti dello schieramento neoconservatore che sostengono che il timore che la Russia possa ricorrere al potenziale nucleare è frutto di esagerazioni e dovrebbe essere messo da parte.
Così, per realizzare questi grandiosi progetti l'Occidente si è limitato (dal 2015) ad addestrare e armare i quadri delle forze di élite (come il reggimento Azov) e ad assicurarsi che venissero inseriti a tutti i livelli -compresi i vertici- della leadership politica e militare ucraina.
L'obiettivo in questo caso è stato quello di reggere le operazioni belliche (dato che quella di una piena vittoria non è un'opzione). Più a lungo la guerra continua, recita la narrativa statunitense, più quelle cinquemila sanzioni varate contro la Russia ne danneggeranno l'economia e eroderanno il sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica russa.
Le esperienze fatte in Siria permeano il teatro degli scontri. Per le forze russe è stata preziosa l'esperienza acquisita ripulendo Aleppo dagli estremisti jihadisti.Per il Comando per le Operazioni Speciali degli Stati Uniti, che addestra queste unità d'élite ucraine, le virtù rappresentate dall'esercizio della pura spietatezza e delle provocazioni (affinate a Idlib dai loro protetti di ieri) sembrano aver impressionato i loro ex istruttori occidentali a sufficienza da giustificarne il passaggio ad un presunto movimento insurrezionale guidato dal battaglione Azov, anche se in azione dal polo opposto dell'ideologia insurrezionalista.
Ci sono motivi per pensare che l'FSB (il servizio di sicurezza russo) possa aver sottovalutato come il ricorso a tattiche di gestione della popolazione come quelle usate a Idlib potrebbe lasciare persino una popolazione civile a maggioranza filorussa troppo imbelle per respingere efficacemente un dominio in stile Azov. Di conseguenza, le forze russe hanno dovuto impegnarsi più del previsto. Questo può essere stato un errore tattico, ma non un errore strategico.
Un grosso errore strategico invece è stato, per l'Occidente, decidere di combattere innanzitutto una guerra finanziaria contro la Russia, guerra che potrebbe rivelarsi la rovina per i piani occidentali. L'insurrezione ucraina, in pratica, è stata confinata in gran parte a operare in modo da fornire più tempo alle sanzioni e alle operazioni di guerra psicologica in grande stile, in modo che il fronte interno russo inizi a risentire di entrambe.
Bene, ecco il problema: a marzo il presidente Biden si è presentato al Congresso e ha dichiarato che il rublo russo era sceso del 30% e il mercato azionario russo del 40%. L'economia russa, diceva, era sulla via del collasso; la missione era quasi compiuta.
Eppure, contrariamente alle attese del G7 per cui le sanzioni occidentali avrebbero fatto crollare l'economia russa, il Financial Times ha dovuto ammettere che "Va detto sottovoce... Ma il sistema finanziario russo sembra [oggi] essersi ripreso dallo shock iniziale delle sanzioni"; il "settore finanziario russo si è rimesso in piedi dopo gli ostacoli costituiti dapprincipio dalle sanzioni". E le vendite di petrolio e gas dalla Russia -più di un miliardo di dollari al giorno, in marzo- significano che essa sta continuando ad accumulare grandi profitti dal commercio estero. La Russia si ritrova col più grande surplus dal 1994, dato che i prezzi dell'energia e delle materie prime si sono impennati. Ironicamente, oggi come oggi le prospettive economiche della Russia sembrano per molti aspetti migliori di quelle dell'Occidente. Come la Russia, l'Europa ha già -o avrà presto- un tasso di inflazione a due cifre. La grande differenza è che l'inflazione russa sta scendendo, mentre quella europea sta aumentando al punto (in particolare per i prezzi dei generi alimentari e dell'energia) che gli aumenti accenderanno probabilmente il malcontento popolare e le proteste.
Bene. Il G7 ha sbagliato; la crisi politica in effetti era stata messa in programma per la Russia, non per l'Europa. E gli stati dell'Unione Europea sembrano ora intenzionati a raddoppiare: se la Russia non è crollata come ci si aspettava, allora tocca all'Europa deve fare il servizio completo: via tutto, semplicemente. Nessuna nave russa che entra nei porti dell'Unione Europea, nessun camion che attraversa le frontiere dell'Unione Europea, niente carbone, niente gas e niente petrolio. "In Russia non deve arrivare un euro", è il grido di battaglia. Ambrose Evans-Pritchard scrive sul Telegraph: "Olaf Scholz deve scegliere tra un embargo energetico alla Russia o un embargo morale alla Germania":
"...il rifiuto dell'Europa occidentale di tagliare i finanziamenti alla macchina da guerra di Vladimir Putin è inammissibile. Il danno morale e politico per la stessa UE sta diventando proibitivo. Una linea politica che è già un disastro diplomatico per la Germania, che scopre attonita che il presidente Frank-Walter Steinmeier è un paria -il Kurt Waldheim della nostra epoca?- così stigmatizzato da due decenni nel ruolo di signore oscuro delle collusioni col Cremlino che l'Ucraina non lo farà entrare nel paese. Questo indugiare non rende giustizia al popolo tedesco, che sostiene in modo schiacciante una risposta che sia all'altezza della minaccia alla propria esistenza che l'ordine liberale europeo sta affrontando".
Ecco chiaramente la seconda revisione, il piano B per i grandiosi progetti: la Russia sta sopravvivendo alla guerra mossale dal Tesoro perché l'Unione Europea compra ancora gas ed energia. L'UE -e la Germania più in particolare- stanno finanziando la "grottesca e immotivata guerra" di Putin. Si continua con la tiritera: "Non un euro a Putin!".
Il secondo errore strategico è dato dall'incapacità di comprendere che la resilienza economica della Russia non deriva solo dal fatto che l'UE continua ad acquistarne il gas. Essa è piuttosto frutto del fatto che la Russia ha operato su entrambi i lati dell'equazione, collegando il rublo all'oro e poi collegando i pagamenti energetici al rublo; in questo modo il valore della sua valuta è salito.
La Banca di Russia sta così alterando dalle fondamenta tutti i presupposti del funzionamento del sistema commerciale globale, sostituendo come valuta commerciale il traballante dollaro con una solida valuta basata sulle materie prime. Allo stesso tempo sta innescando un mutamento del ruolo dell'oro, che torna ad essere un baluardo a sostegno del sistema monetario.
Paradossalmente, sono stati gli stessi Stati Uniti a preparare il terreno per questo passaggio al commercio in valuta locale, col sequestro senza precedenti delle riserve russe e con le loro minacce nei confronti dell'oro russo (se solo potessero metterci le mani sopra). Questo ha allarmato altri paesi che temevano che dopo sarebbe stato il loro turno, se solo avessero provocato il capriccioso "dispiacere" di Washington. Più che mai, il mondo non occidentale è oggi aperto al commercio in valuta locale.
Questa strategia fondata sul boicottaggio delle fonti energetiche russe ovviamente mette all'angolo l'Europa. L'Europa non può in alcun modo sostituire l'energia russa con altre fonti, almeno per i prossimi anni: né rivolgendosi all'AmeriKKKa, né al Qatar, né alla Norvegia. Ma la leadership europea, in preda a un'indignazione frenetica per la marea di immagini atroci che arriva dall'Ucraina e convinta che l'"ordine liberale" ad ogni costo deve prevenire una sconfitta nel conflitto ucraino, sembra pronta ad andare a diritto nonostante tutto.
Ambrose Evans-Pritchard continua:
"In Germania, gli sbarramenti della politica stanno cedendo. Die Welt fotografa l'esasperazione dei media definendo l'idillio fra la Germania e la Russia di Putin 'il più grande e pericoloso errore di calcolo nella storia della Repubblica federale'. I presidenti delle commissioni esteri, difesa e dei rapporti con l'Europa al Bundestag -che comprendono tutti e tre i partiti della coalizione - hanno tutti chiesto un embargo sul petrolio giovedì [14 aprile, n.d.t.]. "Dobbiamo finalmente dare all'Ucraina ciò di cui ha bisogno, armi pesanti comprese. Un embargo energetico completo è fattibile", ha detto Anton Hofreiter, dei Verdi, presidente della commissione per i rapporti con l'Europa".
L'aumento dei costi energetici implicito nel fare a meno delle fonti russe finirà semplicemente di stroncare ciò che rimane della competitività dell'UE, e porterà a un'inflazione altissima e a disordini politici. Tutto questo fa parte dell'agenda originale della NATO, che prevede di tenere l'AmeriKKKa in Europa, tenerne fuori la Russia e far volare bassa la Germania?
Ci sono serie linee di faglia che si irradiano da questo tentativo eurostatunitense di riaffermare il proprio "liberalismo", e che insiste nel non tollerare alcuna alterità. Su questioni come l'agenda di un'élite scientifico-tecnologica e sulla "vittoria" in Ucraina, non può esistere un'altra prospettiva. Siamo in guerra.
Cosa succederà, allora? Il risultato più probabile è che l'economia russa non crollerà, nemmeno se l'Unione Europea dovesse fare tabula rasa del commercio energetico e di tutto quanto il resto. La Cina appoggerà la Russia, e dire Cina significa dire l'economia globale. Non è che si può metterla sotto sanzioni fino a quando non capitola.
Scacco matto? Bene, quale potrebbe essere il piano C dell'Occidente? La frenesia bellicista, l'odio viscerale, un linguaggio che sembra fatto apposta per escludere qualsiasi venire a patti con Putin, oppure la leadership di Mosca è ancora al suo posto, e i neo-conservatori stanno sentendo nell'aria che è la loro occasione.
"L'intellettuale neoconservatore ed ex scrittore di discorsi per Reagan John Podhoretz ha recentemente scritto un tronfio editoriale intitolato La riscossa dei neoconservatori. In questo corsivo si legge che gli architetti della Guerra al Terrore come lui sono ora 'di nuovo sulla breccia', gli eventi mondiali hanno dimostrato che hanno ragione su tutto - dai poliziotti di quartiere alla guerra".
Non solo sono tornati sulla breccia, afferma Podhoretz, ma i neoconservatori hanno sconfitto i loro principali nemici intellettuali sul piano della cornice morale della deterrenza. Sul piano interno la questione Ucraina si traduce in questo modo e i neoconservatori pensano che l'Ucraina li abbia portati alla riscossa.
Naturalmente quando l'invasione dell'Iraq si è conclusa con una sconfitta monumentale, i neoconservatori sono stati scherniti da tutti e Podhoretz si era messo a balbettare scuse. Non sorprende che di conseguenza l'originario avallo all'intervento militare degli Stati Uniti sia rapidamente uscito di scena e che e la guerra a colpi di sanzioni intrapresa dal Tesoro ne abbia preso il posto: un interventismo di questo genere non richiede l'invio di truppe sul terreno.
Insomma, ecco perché i neoconservatori condividono l'idea -sbagliata- che la guerra intrapresa dal Tesoro unita a una guerra psicologica tirata fino all'estremo potrebbe far abbassare la cresta a Putin.
I neoconservatori sono entusiasti del fatto che la guerra finanziaria stia fallendo. Dal loro punto di vista, questo rimette sul tavolo l'opzione militare, con l'apertura di un nuovo 'fronte': un'azione aggressiva basata sulla fondamentale originaria premessa per cui uno scambio nucleare con la Russia deve essere evitato, e che l'elemento cinetico del conflitto deve restare accuratamente circoscritto per evitare questa possibilità.
"È vero che agire con fermezza nel 2008 o nel 2014 avrebbe significato rischiare uno scontro", ha scritto Robert Kagan nell'ultimo numero di Foreign Affairs deplorando il rifiuto degli Stati Uniti di affrontare militarmente la Russia.
 "Ma Washington lo scontro lo sta rischiando adesso; le ambizioni della Russia hanno creato una situazione intrinsecamente pericolosa. È meglio per gli Stati Uniti rischiare il confronto con qualche potenza belligerante quando essa è nelle prime fasi di un ambizioso programma di espansione, non dopo che essa ha già consolidato vantaggi sostanziali. La Russia può anche possedere un temibile arsenale nucleare, ma il rischio che Mosca vi ricorra non è più alto ora di quanto lo sarebbe stato nel 2008 o nel 2014 se l'Occidente fosse intervenuto allora. E poi il rischio è sempre stato straordinariamente piccolo: Putin non avrebbe mai ottenuto i suoi obiettivi distruggendo se stesso e il suo paese, insieme a gran parte del resto del mondo".
Insomma, non preoccupatevi di andare in guerra contro la Russia, Putin non userà la bomba.
Davvero? Perché si dovrebbe esserne così sicuri?

Questi neoconservatori sono riccamente sovvenzionati dall'industria bellica. Non vengono mai abbandonati dalle proprie reti. Vanno e vengono dentro e fuori dai posti di potere, sistemati in parcheggi come il Council on Foreign Relations o Brookings o l'AmeriKKKan Enterprise Institute, prima di essere richiamati al governo. Sono stati i benvenuti alla Casa Bianca di Obama o di Biden come alla Casa Bianca di Bush. La guerra fredda per loro non è mai finita e il loro mondo è rimasto binario: noi e loro, bene e male.
Solo che al Pentagono non ci cascano. Al Pentagono sanno cosa significa una guerra nucleare. Quindi la conclusione è che le sanzioni danneggeranno l'economia russa ma non la faranno crollare. La guerra vera, non quella della propaganda che racconta dell'incompetenza dei russi e dei loro fiaschi militari, sarà vinta dalla Russia. Tutte le forniture militari di apparati massicci provenienti da Europa e USA alla volta dell'Ucraina saranno vaporizzate appena attraversano il confine, e l'Occidente sperimenterà ciò che più teme: essere umiliato nel proprio tentativo di riaffermare l'ordine liberale.
L'Europa teme che senza una clamorosa riaffermazione vedrà comparire linee di faglia in tutto il mondo. Ma queste fratture sono già presenti: Trita Parsi scrive che "i paesi non occidentali tendono a vedere la guerra della Russia in modo molto, molto diverso":
"La richiesta occidentale di affrontare costosi sacrifici tagliando i legami economici con la Russia per difendere l'ordine costituito ha generato una reazione allergica. Quell'ordine non si è mai basato su delle regole; al contrario, ha permesso agli Stati Uniti di violare impunemente il diritto internazionale. I segnali dell'Occidente sulla situazione in Ucraina hanno portato la sua sordità selettiva a un livello completamente nuovo, ed è improbabile che esso si accattivi il sostegno di paesi che hanno spesso sperimentato gli aspetti peggiori dell'ordine internazionale".
Allo stesso modo, l'ex consigliere indiano per la sicurezza nazionale Shivshankar Menon ha scritto su Foreign Affairs che "lungi dal consolidare il 'mondo libero', la guerra ha messo ancor più in evidenza la sua incoerenza sostanziale. In ogni caso, il futuro dell'ordine globale sarà deciso non dalle guerre in Europa ma dalla sfida in Asia, su cui gli eventi in Ucraina hanno una rilevanza limitata".
La caratteristica più rilevante del primo turno delle elezioni presidenziali francesi della scorsa settimana è che anche se Macron dovesse vincere il 24 aprile (e l'establishment e i suoi media faranno di tutto per assicurare la sua vittoria), si tratterà di una vittoria di Pirro. La maggioranza degli elettori francesi il 13 aprile ha votato contro un sistema dominato dagli interessi incrociati tra lo Stato e la sfera delle grandi imprese.
Gli elettori francesi sentono di star andando diritti verso un'inflazione più alta, tenore di vita in declino, più regolamentazione sovranazionale, più NATO, più UE e più diktat ameriKKKani.
Ora, gli si viene a dire che l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, del riscaldamento e dei carburanti è il prezzo da pagare per paralizzare la Russia e la Cina e per "salvaguardare il tessuto morale dell'ordine liberale".
Se si dovessero indicare le caratteristiche di questa tacita guerra, le si potrebbero trovare in un Macron che parla (a bassa voce) a La France, la Francia in senso astratto. La Le Pen, al contrario, ha parlato con il popolo francese, e ha parlato di una pratica politica con cui essi possono relazionarsi in modo personale. Dalla contesa elettorale le vecchie categorie e i "contenitori" tradizionali della politica francese -la Chiesa cattolica, il partito repubblicano e il partito socialista- sono usciti ridotti a qualcosa di insignificante. Il presidente Eisenhower, nel suo discorso d'addio del 1961, aveva chiaramente previsto lo scisma imminente:
 "Oggi, l'inventore solitario è stato surclassato da task force di scienziati nei laboratori e nei campi di collaudo. Allo stesso modo l'università, storicamente la fonte delle idee libere e della scoperta scientifica, ha sperimentato una rivoluzione nella conduzione della ricerca. In parte a causa degli enormi costi coinvolti, un contratto governativo diventa praticamente un sostituto della curiosità intellettuale. Per ogni vecchia lavagna ci sono ora centinaia di nuovi computer elettronici.
La prospettiva che gli studiosi di tutta la nazione finiscano sotto la supremazia dell'impiego federale, del finanziamento dei progetti e del potere del denaro è sempre presente - ed è qualcosa da considerare seriamente.
Tuttavia, nel considerare -come dovremmo- la ricerca e la scoperta scientifica con rispetto, dobbiamo anche essere attenti al pericolo uguale e contrario: che la politica pubblica possa finire essa stessa prigioniera di una élite scientifica e tecnologica".
La guerra è questa. 
 
 

martedì 5 aprile 2022

Alastair Crooke - Un'occasione così capita una volta ogni cento anni

 


Traduzione da Strategic Culture, 4 aprile 2022.

Accidenti: la sorte cambia davvero rapidamente. Sembra ieri che un ministro delle finanze francese parlava dell'imminente crollo dell'economia russa mentre il presidente Biden statuiva che del rublo restavano solo le macerie perché l'Occidente tutto insieme aveva sequestrato le riserve in valuta estera della Banca centrale di Russia, aveva minacciato di sequestrare tutto l'oro russo su cui poteva mettere le mani e si era messo a imporre sanzioni senza precedenti a individui, aziende e istituzioni russe. Una guerra finanziaria totale.
Beh, non è andata così. Queste iniziative hanno infuso nei responsabili delle banche centrali di tutto il mondo la terrificante prospettiva per cui anche le loro riserve potrebbero essere sequestrate se essi si azzardassero a non conformarsi. Tuttavia, l'arrogante decisione dell'esecutivo di Biden di provare ancora una volta a far crollare l'economia russa (il primo tentativo fu nel 2014) può ancora essere considerata dal punto di vista geopolitico come un importante punto di svolta.
La sua rilevanza da questo punto di vista potrebbe alla fin fine eguagliare quella dell'abbandono della convertibilità del dollaro statunitense in oro da parte di Nixon nel 1971 anche se stavolta gli eventi puntano in direzione esattamente opposta.
Le conseguenze dell'abbandono dell'oro da parte di Nixon hanno avuto la portata di una bomba atomica. Il sistema commerciale basato sul petrodollaro che ne derivò ha permesso all'AmeriKKKa di bombardare il mondo di sanzioni e di sanzioni accessorie, consentendo agli Stati Uniti una egemonia finanziaria unipolare dopo che il mero militarismo statunitense inteso come principale pilastro a sostegno dell'ordine globale aveva perso credibilità in seguito alle vicende della guerra del Golfo del 2003.
Adesso, ad appena un mese da tutto questo, vediamo articoli sulla stampa finanziaria secondo cui sono il sistema finanziario occidentale e la valuta di riserva mondiale ad essere in aperto declino, e non il sistema economico della Federazione Russa.
Allora, cosa sta succedendo?
Il sistema nato dopo il 1971 è cambiato rapidamente, passando dal basarsi su una merce -il greggio - al basarsi su una moneta legale, che altro non è che la "promessa" di onorare l'obbligazione che deriva da un debito. Una valuta dalle basi solide costituisce la garanzia che il rimborso avverrà. Al contrario, ogni singolo dollaro del capitale di riserva non è sostenuto da nulla di tangibile: solo dalla "piena fiducia" e dal "credito" di cui gode l'entità emittente.
Quello che è successo è che questo sistema basato sulla moneta legale ha iniziato la parabola discendente quando i falchi russofobi di Washington hanno stupidamente scelto di battagliare con l'unico paese -la Russia- che ha le materie prime necessarie per impartire una rotta al mondo, e per innescare il passaggio a un sistema monetario diverso; a un sistema che è ancorato a qualcosa di diverso dalla valuta legale.
Bene, il primo colpo al sistema -conseguenza della guerra finanziaria occidentale contro la Russia- altro non è stato che il caos nei mercati delle materie prime, con l'impennarsi astronomico dei prezzi. La Russia è un super fornitore di materie prime a livello mondiale, ed è stata subissata di sanzioni.
Poi all'inizio di marzo Zoltan Pozsar, che ha lavorato alla Fed di New York dopo essere stato consulente del Tesoro degli Stati Uniti e che attualmente è uno stratega del Credit Suisse, ha pubblicato un resoconto in cui sostiene che il mondo sta andando verso un sistema monetario in cui le valute sono sostenute da materie prime, invece di essere sostenute esclusivamente dalla "piena fiducia" e dal "credito" di cui gode un emittente sovrano.
Pozsar è una delle più reputate voci di Wall Street e ha sostenuto che il sistema monetario oggi in essere ha funzionato fino a quando i prezzi delle materie prime hanno oscillato in modo prevedibile all'interno di una banda ristretta; cioè non sotto pressioni estreme, proprio perché le materie prime sono garanzia per altri strumenti di debito. Tuttavia, quando l'intero comparto delle materie prime si trova sotto pressione -come in questo momento- i prezzi delle materie prime che si impennano portano impazziti tirando la volata a una più ampia sfiducia nei confronti del sistema. Proprio quello cui stiamo assistendo adesso.
In poche parole con la guerra finanziaria contro la Russia l'Occidente ha ricevuto da Mosca una lezione perentoria. Le valute più resistenti non sono il dollaro o l'euro ma il petrolio, il gas, il grano e oro. Esattamente: l'energia, il cibo e le risorse strategiche costituiscono valute.
Poi il sistema ha subito un altro colpo. Il 28 marzo la Russia ha annunciato che avrebbe imposto un valore minimo al prezzo dell'oro. La sua Banca Centrale avrebbe comprato oro a un prezzo fisso di 5000 rubli al grammo almeno fino al 30 giugno, ovvero fino allla fine del secondo trimestre.
Un cambio di cento rubli per dollaro implica che l'oro costi 1550 dollari per oncia e un cambio di col rublo di settantacinque a uno, ma oggi il cambio è di ottantaquattro a uno, ovvero per un dollaro ne servono più di settantacinque. Tom Luongo ha notato tuttavia che il fatto che la Banca Centrale compri oro a un tasso fisso è un incentivo per i russi -da parte di un organo che fa da arbitro- a tenere i risparmi in rubli, perché il rublo viene "fissato" ad un tasso sottovalutato rispetto ad un prezzo dell'oro sopravvalutato sul mercato libero (circa 1.936 dollari per oncia, al momento in cui scriviamo).
In breve, l'impegno della Banca centrale russa mette in moto una dinamica atta a riportare il rublo in equilibrio con l'attuale prezzo in dollari dell'oro sul mercato libero. E in men che non si dica, in barba allo sforzo europeo-statunitense per far crollare il valore di scambio del rublo e causarne la crisi, il rublo è già tornato al suo livello prebellico mentre è il dollaro a essere crollato rispetto ad esso.
Si noti questo: se il valore del rublo dovesse salire ulteriormente rispetto al dollaro -diciamo da cento a uno a novantasei a uno- come risultato della forza commerciale delle materie prime russe, il prezzo imputato dell'oro diventerebbe di 1610 dollari per oncia. In altre parole, il valore dell'oro aumenterebbe.
La situazione presenta anche un altro problema. Gli europei stanno protestando a gran voce perché Putin ha preteso che gli "stati ostili" dalla fine di marzo paghino in rubli il gas che importano anziché in dollari o in euro; tuttavia Putin ha aggiunto anche una clausola per cui gli europei potrebbero pagare in oro, e gli altri stati hanno come ulteriore opzione il pagare in Bitcoin.
Ed ecco il punto: se ci vorranno meno di settantacinque rubli per un dollaro, gli acquirenti che pagheranno in oro otterranno petrolio a prezzo scontato. Forse le grandi compagnie europee del settore energetico non saranno interessate, ma quelle asiatiche saranno molto intressate a questo arbitraggio e a trarre profitto dalle differenze di prezzo che esso implica. Di per sé, questo potrebbe spingere il mercato dell'oro vero e proprio in una situazione di carenza, che a sua volta farà ulteriormente salire il prezzo dell'oro.
Una componente meno evidente degli alti lai di dolore che si levano dall'Europa ("Non pagheremo in rubli!"), è che i responsabili delle banche centrali cercano di mantenere il commercio dell'oro in uno schema ristretto, tramite la manipolazione del mercato dell'oro cartaceo, per non scuotere le fondamenta del sistema finanziario globale. Ma ciò che la Banca Centrale russa ha appena fatto è proprio strappare all'Occidente il suo ruolo di 'price-maker' dell'oro, con annessa priorità nella manipolazione dei prezzi. Russia e Cina insieme possono quindi controllare efficacemente il prezzo dell'oro e del petrolio. Luongo conclude: "Stanno per cambiare il denominatore dei mercati valutari globali, passando dal dollaro statunitense all'oro/petrolio, ovvero alla valuta delle materie prime". "Putin ha deluso il mondo con questo annuncio. Avrebbe potuto tirare diritto e fissare ottomila rubli al grammo o 2575 dollari all'oncia, e che avrebbe avrebbe sconvolto i mercati venerdì, in vista del fine settimana, vendendo il suo petrolio e il suo gas con un forte sconto" - forzando così la crescita del prezzo dell'oro.
Bello, eh?
Va bene, va bene: largo, che arriva il solito coro del tipo "Oh no; non un'altra storia sull'abbandono del dollaro! Non ci sono alternative!" e "Non c'è alternativa al dollaro come valuta di riserva".
Bene. Sappiamo tutti che tutto l'oro alla valutazione attuale ha un valore totale troppo piccolo per sostenere una valuta di scambio a base esclusivamente aurea o il commercio globale. E, a proposito, non si tratta di porre fine al dollaro come valuta commerciale. No, si tratta di tracciare una nuova rotta.
L'argomento di Pozsar è più sottile: c'è una crisi in corso. Una crisi delle materie prime. Le materie prime sono una garanzia, e la garanzia è il denaro, e questa crisi riguarda il crescente fascino della "valuta legata alle materie prime" rispetto alla valuta legale. Nei periodi di crisi bancaria, le banche sono riluttanti a giocare sul piano interno perché non considerano la valuta legale un collaterale affidabile. Quindi si rifiutano di prestare denaro a banche loro pari. Ogni volta che questo accade, le banche centrali devono stampare più denaro per "lubrificare" il sistema abbastanza da farlo funzionare. Questo comportamento, a sua volta, svaluta ulteriormente la valuta legale su cui il sistema si basa. Solo che se la moneta emessa dai governi e stampata dalle banche centrali è sostenuta da beni materiali, questo problema non si presenta. In questo sistema, la controparte nelle transazioni commerciali o nei finanziamenti avrebbe la possibilità di richiedere il pagamento in beni reali di quelli che sostengono la valuta, molto probabilmente oro o magari un bene concordato in anticipo. Ricordiamo che la valuta legale non è altro che uno strumento di debito non garantito dell'entità emittente e come abbiamo visto può essere "cancellato" per capriccio dall'emittente, che è il Tesoro degli Stati Uniti.
Questo rende più comprensibile anche il discorso del "paga in rubli": Qualsiasi schema praticabile di "pagamento in rubli" vedrà acquirenti di gas andare nelle banche russe a vendere dollari o euro o sterline alla banca, per comprare rubli da passare a Gazprom. Questo avrà l'effetto sia di aumentare il valore del rublo come valuta commerciale sia di mitigare l'esposizione a ulteriori sanzioni finanziarie, rendendo le istituzioni russe la sede per le operazioni di pagamento.
E per quanto riguarda il dove stiamo andando? "Dopo l'ultima faccenda della confisca delle riserve di dollari", Sergei Glazyev -supervisore della Commissione Economica Eurasiatica per la pianificazione del futuro monetario- ha detto senza mezzi termini: "Non credo che qualche paese vorrà usare la valuta di un altro paese come valuta di riserva. Quindi, abbiamo bisogno di qualche nuovo strumento". "Noi (la CEE) stiamo attualmente lavorando alla sua messa a punto, che in prima istanza può assumere la forma di una media ponderata di queste valute nazionali", ha detto. "Bene, a questo dobbiamo aggiungere, dal mio punto di vista, le materie prime oggetto di scambio: non solo oro, ma anche petrolio, metalli, grano e acqua: Una sorta di paniere di materie prime, con un sistema di pagamento basato sulle moderne tecnologie digitali del tipo blockchain".
"In altre parole, l'era della globalizzazione liberale è finita. Davanti ai nostri occhi, si sta formando un nuovo ordine economico mondiale - un ordine integrato, in cui alcuni stati e alcune banche private perdono il monopolio privato di cui godevano sull'emissione del denaro".