18 febbraio 2026

Alastair Crooke - Ucraina: il negoziato di Trump è un teatro Kabuki che non porta a nulla


Steve Witkoff, febbraio 2026


Traduzione da Strategic Culture, 16 febbraio 2026.

In Ucraina non si risolve niente. Ma non è un intoppo, è un dato strutturale. Anzi, si apre piuttosto la strada al business, agli accordi tra gli stakeholder e alla distribuzione di miliardi in tangenti. Questo è il modello transazionale geopolitico di Trump: il business sostituisce la negoziazione tradizionale, almeno finché i soldi continuano a girare; il denaro è la politica.
Si dice che Trump, Witkoff e Kushner siano fiduciosi di poter costruire un sistema di compensi finanziari per chi in Occidente detiene titoli, per gli investitori e per i politici -nel caso dell'Ucraina l'entourage di Zelensky- che riescano a "conservare i vantaggi finanziari della guerra, senza l'ingrediente accessorio dello spargimento di sangue".
Una volta spartito il malloppo per Trump e Witkoff "le questioni territoriali, le garanzie di sicurezza, lo status di membro dell'Unione Europea e la posizione della NATO sono dettagli di secondo piano cui pensare una volta sistemato il giro dei quattrini. In altre parole, si riducono a ciò che conta davvero, che è il denaro".
Coerentemente con questa visione del mondo i negoziati tra Stati Uniti e Russia sono portati avanti da due guru del settore immobiliare newyorkese (Witkoff e Kushner), insieme a Josh Gruenbaum che è stato anche nominato segretario del "Board of Peace" per Gaza di Trump. Gruenbaum ha precedentemente lavorato per il fondo KKR che, pur non essendo strettamente un "fondo avvoltoio", è specializzato in investimenti aggressivi in titoli di debito in sofferenza.
Dove sono da parte russa le figure professionali in materia di Esteri, in questi colloqui? Il fatto che non vi prendano parte è rimarchevole. Il Ministro degli Esteri Lavrov non partecipa.
Perché? Perché l'ipotesi di Trump e Witkoff è che il conflitto in Ucraina possa essere "risolto da un sistema in cui permanga l'opportunità di ricavarne vantaggi finanziari". Vale a dire: chi ha tratto benefici finanziari dalla guerra in Ucraina -gli stakeholder- deve continuare a goderne. In termini più cinici, "L'agenda per la crescita a sostegno della ricostruzione dell'Ucraina" è un'espressione in codice per dire che il Senato degli Stati Uniti e l'Unione Europea mantengono dinamiche finanziarie da sfruttare a proprio vantaggio.
In sostanza, si tratta della proiezione dell'esperienza immobiliare di Trump a New York in un conflitto reale, uno di quelli in cui di solito è il sangue la vera valuta che si investe. Questo approccio sottolinea il fatto che la degradazione dell'Occidente è arrivata fino a un nichilismo che considera i sacrifici compiuti da uomini e donne a sostegno del loro Paese come qualcosa da comprare, al pari di qualsiasi sciocchezza.
Prendiamo in considerazione chi c'è con Witkoff: da un lato ci sono Blackrock e il suo amministratore delegato Larry Fink, incaricati da Witkoff di raccogliere i fondi per la ricostruzione dell'Ucraina. Larry Fink collabora strettamente con Witkoff e i suoi anche per la ripartizione delle potenziali "opportunità di ricostruzione", pur non essendo direttamente coinvolto nei colloqui di Mosca con il presidente Putin.
Poi ci sono i Rothschild, che sono i principali consulenti del Ministero delle Finanze di Kiev e che sono responsabili della gestione dell'enorme debito obbligazionario ucraino, qualcosa come 216 miliardi di dollari e oltre. Questo significa che i Rothschild sono responsabili dei negoziati con i creditori obbligazionari e della gestione dei loro crediti nei confronti di Kiev. Ci sono anche creditori sovrani che hanno garantito prestiti all'Ucraina da parte di istituzioni finanziarie come il FMI e la Banca Mondiale. La sola Unione Europea ha fornito garanzie per oltre 193 miliardi di euro.
Questi sono i portatori di interesse considerati da Witkoff: i creditori dell'Ucraina, gli interessi di Blackrock e forse KKR. Essi trarranno vantaggio da un pacchetto sulla ricostruzione, nel caso si arrivi a un accordo politico tra gli Stati Uniti e Mosca. "A febbraio 2026, le obbligazioni sovrane ucraine in dollari sono scambiate a un prezzo compreso tra 60 e 76 centesimi di dollaro, cosa che riflette l'alta sensibilità del mercato verso potenziali propettive di pace. I prezzi hanno registrato un significativo rialzo rispetto ai minimi compresi tra 19 e 20 centesimi osservati tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025, grazie all'intensificarsi degli sforzi diplomatici".
I Rothschild potrebbero avere o meno interesse diretto al pacchetto dei debiti ucraini, ma come "azienda" i rapporti con il presidente Putin sono stati forieri di amare eperienze per come sono andate le cose con la Yukos. Quest'ultima era la più grande impresa petrolifera e di gas nella Russia degli anni '90.
Nel 2003 Mikhail Khodorkovsky, allora a capo del gigante petrolifero russo Yukos, nominò Lord Jacob Rothschild "garante" o "protettore" della sua partecipazione di controllo nella società. Il trasferimento del controllo della Yukos (che sovrintendeva a gran parte delle risorse petrolifere e di gas della Russia) a Lord Rothschild venne attivato automaticamente nel 2003 dall'arresto di Khodorkovsky da parte delle autorità russe. L'intento era quello di mettere queste risorse fuori dalla portata del presidente Putin. Tuttavia, la Yukos venne successivamente nazionalizzata e spazzata via da imposizioni fiscali che hanno di fatto annullato il valore dei suoi beni.
Nel "bilancio" di Witkoff, dalla parte delle entrate c'è una nuova voce. L'Unione Europea e gli Stati Uniti stanno proponendo un fondo di ricostruzione post-accordo da ottocento miliardi di dollari per i danni di guerra in Ucraina. Tutti gli stakeholder noti hanno interesse a prendersi una fetta di questa torta: Zelensky ha bisogno di qualcosa da dre ai suoi, di stakeholder; e l'Unione Europea sta adeguando alla circostanza i suoi appaltatori della difesa per rivendicare la parte degli ottocento miliardi che spetterebbe loro.
Dalla parte russa c'è Kirill Dmitriev -capo del National Wealth Fund russo formatosi a Wall Street- che ha avviato iniziative per offrire opportunità di investimento agli Stati Uniti nel contesto della strategia degli stakeholder volta a ripristinare i legami economici e a favorire i negoziati. Queste opportunità prevedono progetti congiunti sui minerali delle terre rare e lo sviluppo dell'Artico.
A Mosca la mentalità mercantilista e affaristica di Trump è ben nota. Dal punto di vista di Mosca una Washington intressata a un dialogo con la Russia -dopo un lungo periodo di comunicazioni interrotte- grazie alla prospettiva di "accordi" del genere e al tempo di una presidenza tanto incostante quanto capricciosa, potrebbe valere la pena di un impegno con Witkoff e Kushner.
Il problema di questo approccio centrato sugli affari presenta un grave difetto: i "negoziati" con Witkoff e i suoi non stanno andando avanti. Anzi, le cose stanno andando nella direzione sbagliata, come ha sottolineato con franchezza il ministro degli Esteri Lavrov in due recenti interviste (la scorsa settimana con Rick Sanchez su Russia Today e martedì 10 febbraio con il canale televisivo russo NTV.
Il ministro degli Esteri Lavrov ha sottolineato che gli accordi raggiunti ad Anchorage sono in fase di stallo e anzi stanno subendo una battuta d'arresto "andando nella direzione sbagliata", ha avvertito Lavrov. Non solo le relazioni si stanno raffreddando, ma stanno aumentando le azioni asimmetriche e cresce il rischio di un'escalation, ha fatto notare lo stesso Lavrov.
Cosa sta succedendo?
In primo luogo, alla base dell'approccio con cui Trump porta avanti la sua "strategia commerciale" ci sono diversi parametri distinti, il più importante dei quali una cultura degli accordi che ha al centro il "sistema di vantaggi finanziari". Questo approccio ignora la realtà. La questione delle relazioni della Russia con l'Ucraina (e gli Stati Uniti) non ha alla base la teorica ripartizione di una torta da miliardi di dollari per la ricostruzione.
Il punto cruciale è piuttosto l'imperativo di raggiungere un accordo su dove debba essere fissato esattamente il confine della sfera di interesse della NATO. E, per estensione, su dove si estenda il confine tra la Russia e l'Asia centrale.
Ma le cose stanno andando nella direzione opposta: le interviste a Lavrov lasciano trasparire un marcato senso di frustrazione. Spinto in gran parte dalla crisi del dollaro e dal debito statunitense, Trump è sempre più concentrato su una politica di predominio. E questo concentrarsi sul predominio, pur imposto dal debito, è in netto contrasto con una multipolarità di poteri basata sul rispetto dei reciproci interessi in materia di sicurezza nazionale.
Questo porta al secondo punto: semplicemente, i conflitti e le guerre non sono tutti suscettibili di soluzione a mezzo compenso monetario. Ci sono di mezzo le vicende storiche e il sacrificio di vite umane. Solo una soluzione che comprenda innanzitutto ogni dimensione del contesto che ha portato al conflitto ha qualche possibilità di successo.
E sono proprio le cause profonde della disputa ad essere escluse dal quadro di Witkoff.
Insomma, l'inveterata cultura centrata sugli interessi bancari e finanziari europei e statunitensi apre la via al mantenimento dello status quo in Ucraina, perché esso è previsto come parte integrante di quello che storicamente costituisce un certo atteggiamento.
L'approccio di "tutelare l'interesse degli stakeholder" comporta quindi automaticamente la ricerca di una continuità per le strutture di potere e per le autorità esistenti a Kiev. Senza di esse il valore monetario delle obbligazioni ucraine, molte delle quali sono detenute da Paesi europei, scenderebbe a zero.
L'analista di mercato Alex Krainer ha affermato che "i Paesi europei -compreso il Regno Unito- si trovano in una posizione fiscale catastrofica, in parte perché hanno prestato (o garantito) all'Ucraina centinaia di miliardi che rischiano di diventare crediti inesigibili".
Mosca ha affermato chiaramente che per rendere possibile una stabile coesistenza tra Russia e Kiev è necessario che i vertici del potere politico in Ucraina cambino prospettiva culturale. Per Mosca, il mantenimento di una cultura all'insegna dell'ostilità radicale come quella della presidenza Zelensky equivarrebbe a condannare la Russia a un futuro di ripetuti conflitti, dato che l'Ucraina viene periodicamente riarmata e riorganizzata dai Paesi europei. Qualsiasi auspicato cambiamento nell'orientamento della leadership ucraina tuttavia metterebbe la parola fine al "sistema di compensi finanziari" accuratamente organizzato da Witkoff. Un esito del conflitto determinato dai fatti militari sul campo e che portasse Kiev a cambiare atteggiamento di fondo sarebbe anatema per i portatori di interesse e per i guadagni che hanno messo in programma. I portatori di interesse sono compatti nell'opporsi a questa prospettiva. Il piano Witkoff alimenta efficacemente la loro opposizione a qualsiasi cambiamento nello status quo.
Non sorprende quindi che il ministro degli Esteri Lavrov stia asserendo che i negoziati condotti da Witkoff stanno andando nella direzione opposta a quella auspicata. Non stanno andando avanti. Stanno portando lontano dagli imperativi russi in materia di sicurezza e aprono piuttosto la strada affinché la guerra contro la Russia continui.

10 febbraio 2026

Firenze. Il Giorno del Piagnisteo del 10 febbraio 2026 con un saluto affettuoso a Barbara Nannucci e Domenico Mossuto

Come ogni dieci febbraio torniamo con qualche considerazione sull'imposizione governativa di un giorno del ricordo che a Firenze viene da sempre accolto per lo più con indifferenza gelida o -come nel caso di chi scrive- con aperta e derisoria ostilità. Ogni anno anche il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud ricorda con briosa, costruttiva e lodevole coerenza che a Firenze le parole d'ordine governative che vengono dallo stato che occupa la penisola italiana rischiano di avere esiti opposti a quelli auspicati. Si ripete quindi che
Esporre la bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia in occasione del Giorno del Piagnisteo ha almeno quattro significati, ordinati dal più contingente al più generale.
1. Evidenziare la propria contrarietà alla propaganda governativa e all'agenda mediatica conseguente.
2. Sottolineare un completo disaccordo con la politica dell'esecutivo in carica, a prescindere dal suo orientamento, mettendone apertamente in discussione la legittimità.
3. Deridere i sostenitori dello stesso esecutivo, con particolare riferimento a chi occupa posizioni in organi elettivi di qualsiasi livello.
4. Riaffermare una sostanziale estraneità verso lo stato che occupa la penisola italiana e verso i suoi simboli.
La bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia è la bandiera di uno Stato che godeva di ampio prestigio a livello internazionale, che ha guidato per decenni il movimento dei paesi non allineati e con il quale lo stato che occupa la penisola italiana ha fatto per altrettanto tempo ottimi, continui e vantaggiosi affari.
La confutazione della propaganda imposta da Roma può contare su una bibliografia piuttosto nutrita. Come sempre succede dacché il web è diventato veicolo principale di contenuti di ogni genere -e vi dominano materiali mendaci, inutili, abietti o semplicemente irritanti- anche in questo caso è facile allagarlo con la propaganda. Confutare e deridere la propaganda -e additarne i diffusori al disprezzo delle persone serie- richiede invece tempo, dedizione e anche un po' di denaro. Quello che segue è un riepilogo aggiornato dei testi sull'argomento che abbiamo consultato (e in qualche caso divorato) nel corso degli anni.

Giuseppe Aragno, Alexander Hoebel, Alessandra Kersevan, Fascismo e foibe. Cultura e prtica della violenza nei Balcani.
Nicoletta Bourbaki, La morte, la fanciulla e l'orco rosso. Il caso Ghersi: come si inventa una leggenda antipartigiana.
Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste.
Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della "brava gente".
Francesco Filippi, "Prima gli italiani!" (sì, ma quali?).
Eric Gobetti, L'occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943).
Eric Gobetti, Alleati del nemico. L'occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943).
Eric Gobetti, "E allora le foibe?".
Eric Gobetti, I carnefici del Duce.
Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi (1941-1943).
Gianni Oliva, " Si ammazza troppo poco". I crimini di guerra italiani (1940-1943).
Boris Pahor, Piazza Oberdan.
Jože Pirjevec, Foibe.
Raoul Pupo (a cura di), La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra.
Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio.
Christian Raimo, Contro l'identità italiana.
Giacomo Scotti, Dossier foibe.

In generale si tratta di letture produttive. Il solo Nicoletta Bourbaki, pseudonimo di un collettivo specializzato in storia contemporanea, ha reso disponibile sul web una serie di drastici ridmensionamenti di una certa vulgata vittimista. Tra questi, quelli sulla figura di Norma Cossetto e sulla pessima accoglienza che i profughi da Istra e Dalmacija avrebbero trovato alla stazione di Bologna. A questo possiamo aggiungere la recente uscita di un libro in cui Sandi Volk si è occupato dei nominativi degli 823 insigniti fino ad oggi di una onorificenza istituita dallo stato che occupa la penisola italiana con la legge 92/2004 per commemorare i cosiddetti "infoibati". Volk sostiene di avervi trovato "per la gran parte figure compromesse con il regime di occupazione nazista e in alcuni casi persino criminali di guerra denunciati dalla Jugoslavia all’apposita Commissione delle Nazioni Unite per crimini commessi durante l’occupazione del Paese". Il libro pare sia stato mal tollerato da certi custodi del martirologio; abbiamo provveduto a ordinarlo con primaverile sollecitudine, ripromettendoci di darne conto ai lettori appena possibile.

In ultimo, un minimo di costruttiva considerazione anche per Gabriele Mossuto e Barbara Nannucci, micropolitici della Lega cui non piacciono i centri sociali. A Firenze la lotta contro i centri sociali è stata fra il 2019 e il 2024 praticamente l'unico campo d'azione del loro "partito". I risultati?
2019: voti Lega 25923
2024: voti Lega 8695
2025: voti lega 4500
C'è senz'altro da sperare che Gabriele Mossuto e Barbara Nannucci non modifichino l'oggetto delle loro attenzioni.
Si noti che per decenni la Lega ha apertamente manifestato volontà secessioniste e ostentato un plateale disprezzo per gli stessi "valori" che oggi dice di difendere. In realtà più normali -come la Repubblica Islamica dell'Iran- con un passato del genere non si ascende alla carica di Ministro dell'Interno: si deve fare l'impossibile per non finire fucilati come cani.

07 febbraio 2026

Franco Cardini sulla Repubblica Islamica dell'Iran


Repubblica Islamica dell'Iran. 
Manifestazioni filogovernative del 12 gennaio 2026. Qui su Archive.org.

Il 2026 è un anno in cui le scarse alternative sopravvissute a un Occidente trionfante rischiano di essere ridotte a failed states da un Occidente all'angolo.
 Uno dei problemi di minor conto che la Repubblica Islamica dell'Iran ha dovuto affrontare nell'intero corso della sua esistenza è dato dalla copertura mediatica tra il demenziale e l'isterico fornita dalla "libera informazione". Il peccato originale dell'ostilità agli USA e gli smacchi inferti all'imperialismo occidentale -per tacere di quelli che l'Occidente si è inferto da solo- sono macchie irredimibili, in nome dei quali i ben vestiti della carta, del catodico, del web su su fino ai prodigi dell'intelligenza artificiosa si sono sentiti in diritto di scrivere e diffondere tutto e il contrario di tutto. Il democratismo rappresentativo ha sempre fatto il paio, con un uso dei due pesi e delle due misure oggi più che mai intollerabile visto che a Roma è sufficiente rimanere antipatici a un gendarme per passare qualche guaio mentre a Tehran è lodevole qualsiasi atto di guerriglia urbana.
Franco Cardini ha scritto le considerazioni che seguono nel 2006 come prefazione a uno dei primi libri che leggemmo e recensimmo dopo aver messo in piedi un sito che sulla Repubblica Islamica dell'Iran -e soprattutto sui suoi detrattori da gazzetta- ha sempre avuto le idee piuttosto chiare. Gli USA avevano aggredito tre anni prima un Iraq già in ginocchio nonostante la palese demenzialità dell'iniziativa. Alla umiliante e ancor più prevedibile sconfitta in Afghanistan mancavano quindici anni. L'atmosfera sarebbe rimasta la stessa: deridere la propaganda "occidentalista", allora come oggi, è cosa che può permettersi solo chi coltiva nostalgie inconfessabili.
Nei vent'anni trascorsi la "libera informazione" nella penisola italiana ha perso lettori a milioni e sopravvive in molti casi grazie alla generosità del Dipartimento per l'Editoria; in qualcuno dei casi più abietti non è dato neppure sapere a quante copie vendute corrispondano stanziamenti pubblici senz'altro generosi. La propaganda ha trovato altre strade, prima fra tutte quella di "reti sociali" che è facile inondare di propaganda e praticamente impermeabili alle confutazioni argomentate.
L'Iran resta, a tutt'oggi, un oggetto misterioso per noialtri europei e, come molti amano qualificarsi, "occidentali". A quasi trent'anni dalla cacciata dello Shah e dall'instaurazione d'un regime dotato di caratteristiche particolari e storicamente parlando innovative, la bibliografia disponibile sull'argomento è immensa ma spesso ripetitiva, inconcludente e soprattutto denigratoria; le immagini che i media ci rimbalzano sono quasi esclusivamente quelle di fanatizzati pasdaran, donne in chador e foto o filmati di repertorio con splendide moschee, fioriti giardini, polverose città e gente malvestita all'occidentale che si spintona su marciapiedi sbocconcellati dal tempo. L'immagine che in genere si propone e che si vuol più o meno surrettiziamente far passare è quella di un paese povero dominato da una tirannia populista, demagogica e "clericale". Chi abbia visitato anche solo una volta l'Iran, e magari anche solo come turista, si è trovato dinanzi a una realtà ben diversa: città magari "povere" ma ordinate e pulite, gente cordiale, donne e ragazze in chador certamente, ma che rivolgono cortesemente e allegramente la parola allo straniero -spesso per prime- e di solito in buon francese o inglese o tedesco o russo (talvolta dimostrando un'ottima conoscenza di queste lingue), gente che discute per strada liberamente e animatamente, librerie e chioschi di giornali piene di pubblicazioni. Nulla del sospetto e della paura di parlare o di avvicinare lo straniero che di solito si coglieva, sia pur in modo e con manifestazioni differenti, per esempio nella Russia sovietica o nella Spagna franchista. Un paese affetto da antisemitismo? Un generale e generico antisionismo, senza dubbio: ma chi ha visitato il santuario di Esther ad Hamadan, l'antica Ecbatana, e si è intrattenuto a parlare un po' con i visitatori o con i custodi, iraniani ebrei e non ebrei, ritrae al contrario l'impressione di un paese nel quale si è coscienti delle difficoltà del momento, ma dove l'antìco feeling tra civiltà persiane e popolo d'Israele -Esther è un'eroina anche per gli iraniani e, per gli ebrei, il Gran Re Ciro il Grande è il primo Giusto fra le Nazioni, il Liberatore dalla cattività babilonese- non si è mai affievolito. Un regime "totalitario"? L'idea che il visitatore non affetto da pregiudizi si porta con sé al riguardo è quello di una tumultuosa democrazia assembleare ("sovietica", nel senso etimologico del termine) di continuo corretta, diretta, controllata -però a malapena- da un "senato" di austeri giuristi-teologi. Un governo che imprigiona e tortura? Alcune testimonianze che ci provengono, e che sono attendibili, danno i brividi: ma, con quel che sappiamo su Abu Ghraib, Guantanamo e illegali sequestratori di persona della CIA in combutta con i governi europei, francamente noi "democratici occidentali" abbiamo il sospetto di non poter granché far lezione di libertà a nessuno (specie dopo l'ulteriore "giro di vite" imposto alle già compromesse libertà civili negli Stati Uniti dal governo Bush, con il solito alibi della "sicurezza" e della "lotta contro il Terrore", nell'ottobre del 2006). Un governo liberticida? È vero che ogni tanto si chiudono d'autorità certi giornali: ma lo si fa dal '79, e c'è da chiedersi quanti siano i giornali d'opposizione o anche solo "non allineati", se le autorità ne hanno di continuo tanti da chiudere. E quanto tempo ci vuole, a un regime totalitario, per sopprimere la libertà di opinione e di stampa? Mussolini ci mise tre anni, Hitler un paio di mesi, Stalin non dovette quasi nemmeno porsi il problema: questi inetti tiranni iraniani non ce l'hanno fatta in un quarto di secolo. Un paese senza opposizione? Chi ha parlato un po' con qualche studente di Tehran o d'Isfahan sa che è vero il contrario; e come cittadino italiano[*] debbo aggiungere che ce lo sogniamo, noialtri -e pur con tutti i suoi errori- un leader dell'opposizione del carisma, del livello e della cultura di un Khatami. Insomma, o non ce la stanno raccontando giusta o c'è comunque molta strada da farsi prima di sentirci adeguatamente informati al riguardo.
Per comprendere un po' meglio, e in modo meno impressionistico e superficiale, che cosa sia accaduto in Iran dal 1979 in poi e quali siano ancor oggi i caratteri della "rivoluzione islamica", il suo ruolo nell'ambito della fede coranica e dello sciismo e il suo rapporto con il resto del mondo, bisognerebbe cominciar dalla lettura degli scritti di uno dei pensatori e ideologi più importanti della rivoluzione islamica, Ali Shari'ati: "...respingere il principio 'date a cesare quel ch'è di Cesare' significa rendere ogni individuo responsabile del benessere, della giustizia e del progresso umani".
A ben contestualizzare il pensiero dello Shari'ati -che non è qui il caso di frettolosamente riassumere, si tratta di una figura di estremo interesse- bisogna ricordare comunque almeno due cose: anzitutto il regime di dura e coattiva occidentalizzazione (più rozzo, duro e violento di quello, per certi versi analogo, imposto da Mustafà Kemal in Turchia) come uno degli aspetti più odiosi della tirannide "nazionale", "laica" e "progressista" imposta agli iraniani da Reza Shah e da suo figlio Mohammed, che a ciò aggiunse il sistematico asservimento del paese agli interessi inglesi prima, statunitensi poi, con relativo drenaggio delle immense ricchezze del suo sottosuolo da parte delle companies straniere e immensa umiliazione del suo popolo; e quindi il carattere tutt'altro che "tradizionalista" del messaggio dell'imam Khomeini, il quale -con altri membri di quello che impropriamente da noi si definisce il "clero" sciita- si oppose e si ribellò con estrema energia all'asservimento degli alti gradi della gerarchia giuridico-teologica agli shah della dinastia Pahlavi e al loro quietismo. Contrariamente a quel che di solito s'immagina e stancamente si ripete, il "khomeinismo" è ben altrimenti che un frutto isterizzato d'un reazionarismo atavista: è semmai, al contrario, un movimento "modernista". Ma in ogni caso, modernità -il termine "modernismo", applicato all'islam, è sempre e comunque molto problematico- non significa affatto di per sé rinnegamento della tradizione. Il fatto è che, come ben fa osservare uno studioso serio quale Massimo Campanini, "...l'escatologia dell'Islam radicale non è attesa dell'Aldilà; o, perlomeno, non è solo quella: è soprattutto la thawra, la rivoluzione"; e, appunto a proposito dello Shari'ati, "è difficile esprimere con maggior chiarezza la vocazione islamica a una religiosità fortemente presente nel sociale, in cui la spiritualità non si può isolare dall'impegno nella lotta civile". Ed è appunto questo, il rapporto tra socialità e messaggio spirituale dell'Islam, il nucleo forte della problematica "modernista" in rapporto all'attesa escatologica di giustizia e quindi del messaggio politico e religioso del khomeinismo, pur nelle sue varie sfumature e articolazioni.
Seyyd Ruhullah Musavi Mustafawi nacque nella cittadina iranocentrale di Khumayn (da cui desunse la nisba, che impropriamente potremmo dire il "cognome", di Khomeini, "originario di Khumayn") il 20 di del mese di "jumada secondo" del 1320 dell'egira, corrispondente al 24 settembre 1902, da un'austera e autorevole famiglia di notabili religiosi. Era il minore di quattro figli e rimase presto orfano di padre. Nel 1918, perduta anche la madre nell'epidemia di colera, si trasferì nella città di Arak, da dove nel '22 passò ai severi studi nella città santa di Qom. Molto impressionato dall'insegnamento di Muhammad Ali Shahabadi, egli ne ereditò la passione politica e il forte impegno caratterizzato da un legame intimo tra mistica, filosofia e azione sociale. Per quanto dedito soprattutto agli studi, fu oppositore di Reza Shah ma ancor più del figlio Mohammed, salito al potere nel 1941 in seguito a un colpo di stato voluto da inglesi e russi -forte era la paura che Reza scendesse in guerra al fianco del Terzo Reich - e fin dai primi tempi rivelatosi, sotto l'aspetto charming del sovrano colto, elegante e amico dell'Occidente, un tiranno feroce e asservito allo straniero. Rimasto in disparte anche al tempo del governo di Mosaddeq, Khomeini cominciò la sua attività politica vera e proprio nel 1962-63 in seguito a una serie di provvedimenti del governo imperiale che egli, insieme con altri giuristi e teologi, giudicò fortemente lesivi del carattere musulmano della società iranica. Più volte imprigionato e infine costretto all'esilio fra Turchia, Iraq e Francia, rientrò trionfalmente nel 1979 nel suo paese, ormai libero dalla tirannia che lo aveva asservito agli interessi stranieri. Il resto è storia facilmente verificabile, ma purtroppo nel "nostro occidente" molto poco nota e profondamente manipolata.
Khomeini insegnò molto ma, a parte scritti d'occasione, non ha lasciato gran messe di opere. Il "trattato" Wilàyat-i faqih è in realtà la trascrizione di tredici lezioni di giurisprudenza tenute tra il gennaio e il febbraio nel 1970 a Najaf, nell'esilio irakeno.


[*] Il vocabolo è nell'originale. Come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare. 

06 febbraio 2026

Sender Hadad, eroe sionista. Un saggio di Liora Halperin sui fatti di Petah Tikva del 1886 e la costruzione di un mito

La storiografia e la propaganda sioniste hanno cercato di cancellare l'immagine dell'ebreo diasporico 
come imbelle sistematicamente destinato a sicura sconfitta. Le storie bibliche dei Maccabei e della loro lotta armata
sono state divulgate in ogni media e sono diventate un pilastro della narrativa sionista.

Palestina ottomana, primavera 1886. Dopo una serie di litigi per questioni di terreni, animali e pascoli un gruppo di palestinesi piuttosto arrabbiati arriva in un insediamento sionista, prende a legnate i pochi che non sono in giro per lavoro e fracassa qualche vetro. Totale cinque feriti, tra i quali una donna anziana e malandata in salute che sarebbe morta a Gerusalemme dopo qualche giorno.
 Per fortuna, a difendere l'insediamento di Petah Tikva c'era il figlio della vittima; Sender Hadad aveva una forza fisica fuori dalla norma, un coraggio a tutta prova ed era anche un cavaliere eccellente; la sua sola vista incuteva terrore nei nemici.
 Peccato soltanto che questo eroe non sia mai esistito.
 Il saggio di Liora Halperin qui tradotto è nei riferimenti bibliografici del libretto di James Crawford sul Muro in Palestina, e illustra un caso tra i tanti di costruzione propagandistica nel suo sviluppo attraverso i decenni. L'episodio su descritto, scrive Crawford, "si trasformò in un mito fondatore della frontiera, un racconto di forza e resilienza uscito da un western di bassa lega". Col passare del tempo, con il mutare delle esigenze e con il circolare di versioni sempre più dettagliate, Sender Hadad vi sarebbe prima comparso con un ruolo che non aveva affatto avuto, e poi sarebbe finito col diventare "l'angelo vendicatore, un esempio di forza fisica che, si diceva, aveva respinto l'orda di arabi assassini praticamente da solo". "Il tipo di uomo in grado di fondare, e poi di difendere, una nazione tutta sua" di cui la propaganda dei sionisti aveva bisogno.

Liora Halperin - Petah Tikva 1886. Anonimato e genere nella costruzione della memoria sionista


03 febbraio 2026

Alastair Crooke - Ricostruire Gaza, ricostruire l'Ucraina. Nella geopolitica di Trump tutto è business

Traduzione da Strategic Culture, 2 febbraio 2026.

Nelle ultime due settimane sono stati mandati all'Iran due messaggi importanti, entrambi rispediti al mittente.
Uno proveniva dagli Stati Uniti e l'altro dallo stato sionista. Il primo era: "Noi [gli Stati Uniti] sferreremo un attacco limitato e voi non dovrete fiatare, o al massimo rispondere solo simbolicamente". Tehran ha respinto questa richiesta, affermando che considererebbe qualsiasi attacco come l'inizio di una guerra su vasta scala.
Il messaggio dello stato sionista, trasmesso attraverso uno dei vari mediatori, era: "Non parteciperemo all'attacco statunitense" e chiedeva poi all'Iran di non prendere di mira lo stato sionista. Anche questa richiesta ha ricevuto una risposta negativa, accompagnata dalla chiara precisazione che, se gli Stati Uniti avessero intrapreso azioni militari, lo stato sionista sarebbe stato immediatamente attaccato. Al tempo stesso l'Iran ha informato tutti gli Stati della regione che qualsiasi attacco lanciato dal loro territorio o spazio aereo avrebbe comportato un attacco iraniano contro chiunque avesse facilitato tali iniziative militari da parte degli USA.
Il contesto in Iran è di quelli in cui le minacce militari da parte degli USA non sono più considerate qualcosa di gestibile, ma come minacce all'esistenza stessa della Repubblica Islamica dell'Iran. Di conseguenza, scrive l'analista iraniano Mostafa Najafi, la leadership iraniana ha
concluso che un attacco statunitense, anche se di portata limitata, non porterebbe alla fine del conflitto... [Piuttosto, comporterebbe] il persistere dell'ombra della guerra e un aumento dei costi militari, economici e politici per il Paese. Su questa base, una risposta globale a qualsiasi attacco, pur accettandone le conseguenze, è vista come una strategia per ripristinare la deterrenza e impedire il protrarsi di una intensa pressione militare.
Sembra, dato il rapporto di Hallel Rosen trasmesso nello stato sionista da Channel 14 sui colloqui del 25 gennaio tra il comandante statunitense del CENTCOM generale Cooper e le sue controparti sioniste che Cooper e i suoi collaboratori abbiano detto ai loro colleghi dello stato sionista che l'amministrazione statunitense fosse interessata in Iran soltanto a un'operazione "pulita, rapida e senza costi", che non richiedesse un dispendio significativo di risorse, non comportasse il coinvolgimento degli Stati Uniti e che non degenerasse all'interno dell'Iran in complicazioni diffuse.
L'Iran ovviamente, non è il Venezuela. Sembra che i tentativi di Trump per mettere in piedi in Iran una brillante operazione del tipo "Si va, bum e poi via" non stiano portando a gran che. Il rischio di fare brutta figura, di non apparire come un "vincitore", è troppo alto, soprattutto in un momento in cui il tasso di approvazione per Trump sta calando.
Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner erano arrivati nello stato sionista (da Davos, dove si erano concentrati sia sull'Ucraina che su Gaza) per incontrare Netanyahu il sabato in cui il team del CENTCOM era in città.
Senza dubbio Witkoff ha comunicato a Netanyahu – dal punto di vista politico – i dubbi di Trump riguardo al possibile attacco all'Iran che il generale Cooper stava considerando per sommi capi a Tel Aviv.
Witkoff avrebbe più che altro portato l'invito di Trump, lanciato lo stesso fine settimana sia a Netanyahu che a Putin, a partecipare al suo Board of Peace, compreso quanto concerne Gaza.
Putin ha dichiarato di essere pronto a rispondere all'invito di Trump previa revisione dei documenti da parte del suo Ministero degli Esteri, e ha anche suggerito che Mosca potrebbe essere disposta a pagare la quota di un miliardo di dollari richiesta per diventarne membro permanente attingendo dai beni russi congelati negli Stati Uniti. Ha anche aggiunto che ulteriori fondi dalla stessa provenienza potrebbero essere utilizzati per la ricostruzione "dei territori che hanno sofferto durante le ostilità tra Russia e Ucraina [...] una volta firmato l'accordo di pace".
Putin ha dichiarato di voler sollevare avanzare queste proposte in una riunione prevista per il giorno successivo con Witkoff e Kushner, nonché con il presidente palestinese Abbas che avrebbe dovuto visitare Mosca lo stesso giorno.
L'attenzione del mondo è concentrata sul progetto più caro a Trump: la ricostruzione di Gaza. Questo progetto vetrina promosso da Trump, scrive Anna Barsky su Ma'ariv (in ebraico),
mira a trasformare la Striscia in un'entità civile ricostruita e prospera, sul modello degli Stati del Golfo. A guidare questa visione sono due dei suoi più stretti consiglieri: Jared Kushner e Steve Witkoff, che stanno spingendo Trump a fare pressione sullo stato sionista affinché accetti di avviare la ricostruzione nelle zone di Gaza attualmente sotto il controllo dell'IDF, all'interno della zona smilitarizzata. Mentre gli stretti consiglieri del presidente Trump insistono per una rapida ricostruzione della Striscia, lo stato sionista è irremovibile sul fatto che senza un disarmo completo, reale e irreversibile di Hamas non possa esserci alcuna ricostruzione, nemmeno nel territorio sotto il controllo dell'IDF... [Il piano Witkoff] rappresenta quindi un risultato completamente contrario alla visione del mondo di Netanyahu, secondo fonti dello stato sionista... Secondo loro, il Primo Ministro non solo desidera impedire un simile scenario, ma dispone anche degli strumenti pratici per farlo.
"Perché l'amministrazione Trump sta investendo così tante energie nella ricostruzione di Gaza?", ha chiesto Nahum Barnea, decano dei corrispondenti politici dello stato sionista, a un individuo che è stato protagonista dei colloqui tra i due governi nel primo anno di Trump. "Soldi", ha risposto l'uomo. "È tutta una questione di affari. La ricostruzione di Gaza costerà centinaia di miliardi di dollari. Il denaro dovrebbe provenire dagli Stati del Golfo. Gli uomini d'affari vicini a Trump stanno cercando di ottenere la loro parte, in commissioni di intermediazione, in società di costruzione ed evacuazione, e in sicurezza e manodopera".
"Un momento", ha detto [Barnea]. Pensavo che fossero la Turchia e l'Egitto a puntare ai soldi per la ricostruzione, non la gente di Trump. [L'interlocutore] ha detto sorridendo: "Entrambi. Ti sorprenderò. Anche gli uomini d'affari dello stato sionista stanno mostrando interesse. Sono convinti che parte di questa manna finirà nelle loro mani".
Barnea era sbalordito: "Gli stessi che hanno cancellato la Striscia di Gaza e che l'hanno rasa al suolo porteranno via le macerie e ricostruiranno le sue città. Proprio uno Happy End!"
Quindi è possibile intravedere come si stanno mettendo le cose. La domanda che preoccupa la classe politica dello stato sionista è: cosa succederà se Trump decidesse di promuovere il progetto di ricostruzione di Gaza senza il consenso dello stato sionista?
Attenzione, “Kushner e Witkoff non si considerano presenze decorative. Hanno una visione coerente per Gaza, che è in netto contrasto con quella dello stato sionista", avrebbe detto alla Barsky la sua fonte ai piani alti.
Barnea osserva ironicamente: "Netanyahu farà in modo di bluffare sulla fase due del piano". A quel punto l'interlocutore di Barnea ha sorriso di nuovo: "Potrebbe non esserci ricostruzione, [ma] ci saranno i soldi", ha detto.
Il presidente Putin, senza dubbio, è consapevole di tutto questo. E indovinate un po'? Quando Witkoff e Kushner sono arrivati a Mosca desiderosi di discutere l'ingresso di Putin nel Board of Peace, erano accompagnati da Josh Gruenbaum, un altro investitore ebreo statunitense -un nuovo membro attivo del team negoziale di Trump- che era venuto per negoziare con Netanyahu il controllo postbellico di Gaza sotto il Board of Peace di cui lo stesso Gruenbaum era appena stato nominato consigliere senior.
Witkoff, Kushner e Gruenbaum hanno chiaramente a cuore il progetto immobiliare a Gaza, e Putin deve essersene reso conto.
Putin probabilmente ha il polso dell'amministrazione statunitense. È stato lui, dopotutto, a suggerire che parte dei fondi russi congelati potessero essere utilizzati per ricostruire "i territori che hanno sofferto durante le ostilità tra Russia e Ucraina". Trump a Davos ha accennato a un fondo di ottocento miliardi di dollari per la ricostruzione in Ucraina. Non come sovvenzione a fondo perduto -con grande disappunto di Zelensky- ma a condizione che l'Ucraina si ritiri dal Donbass, cosa che Zelensky rifiuta.
Zelensky tuttavia ha adesso un disperato bisogno di denaro (da distribuire ai suoi sostenitori). E Witkoff e Kushner hanno bisogno dell'appoggio di Putin per sbloccare i fondi del Golfo per la ricostruzione di Gaza, che per Trump è un progetto vetrina. Hanno bisogno dell'appoggio di Putin anche per spingere Netanyahu ad avviare finalmente la Fase Due a Gaza.
Putin ha incontrato il presidente Abbas poco prima del suo incontro con Witkoff, Kushner e Gruenbaum. Putin ha un vantaggio in questo caso; nella sua risposta iniziale al Board of Peace, ha sottolineato in modo particolare l'importanza delle decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla Palestina. Se Witkoff vuole che il peso politico di Putin porti alla ricostruzione di Gaza -contro l'interesse di Netanyahu- la dimensione palestinese dovrà entrare in gioco, in un modo o nell'altro.
Il consigliere di Putin Ushakov ha anche osservato che è stata discussa "la situazione della Groenlandia". Altre prospettive vantaggiose? Ai tre imprenditori è stato prospettato lo sfruttamento congiunto dell'Artico da parte di Stati Uniti e Russia?
Tutto è business, nella geopolitica di Trump.

29 gennaio 2026

Martin Jay - Dopo le bravate in Groenlandia, un Trump in difficoltà guarda adesso all'Iran



Traduzione da Strategic Culture, 27 gennaio 2026.

Si pubblica con l'avvertenza -e con la consapevolezza- che previsioni tanto nette sono suscettibili di essere smentite dai fatti.
Anche a stretto giro.

La recente marcia indietro di Trump in Groenlandia è motivo di interesse perché sono stati il mercato obbligazionario traballante e i sondaggi poco incoraggianti a spingerlo a rinunciare a mettere in pratica il più trito copione in politica estera di cui un Presidente in carica negli USA abbia mai dato prova negli ultimi cento anni. Agli europei è piaciuto credere che fosse stata la loro opposizione a fermarlo; diversi paesi che hanno inviato contingenti militari per dimostrare l'unica cosa che Trump non avrebbe potuto immaginare: che mentre lui avrebbe potuto allegramente distruggere la NATO per il suo tornaconto politico, nessuno immaginava che i paesi dell'UE avrebbero fatto lo stesso per opporsi alla sua follia.
Di conseguenza, andarsi a mettere con le spalle al muro e poi usare il fumo negli occhi della stampa di Davos per tirarsi fuori da quella che sarebbe stata una mossa disastrosa –che lo avrebbe ulteriormente isolato rispetto agli altri leader mondiali– potrebbe essere definito come un lampo di genio. Trump ha schivato un proiettile dalla sua stessa pistola.
Ma l'Iran è un'altra cosa.
Mentre due portaerei statunitensi si dirigono verso il Golfo Persico -o almeno in quella direzione- sono in pochi, ammesso che qualcuno ci sia, a sapere quale sarà la prossima mossa di Trump. Per il semplice motivo che non ne ha idea nemmeno lui. Commentatori esperti come Alastair Crooke sottolineano giustamente che Trump vorrebbe fare un colpo pulito e veloce da poter presentare come una vittoria, ma realisticamente sarà una cosa difficile. Tehran ha già dichiarato che qualsiasi attacco provocherà una guerra totale. Niente più risposte misurate.
Con le elezioni di medio termine non lontane, l'ultima cosa di cui Trump ha bisogno ora è una guerra in Medio Oriente e di feriti statunitensi che tornano in patria. Una cosa del genere spingerebbe quasi certamente gli elettori a cacciare il suo partito da entrambe le camere, aprendo la porta ai procedimenti giudiziari che gli pendono contro. Quest'ultima prospettiva potrebbe non infastidirlo molto, ma vale la pena rilevarla.
Il vero problema è: come fare per uscire da una situazione di stallo con gli iraniani e far credere che ha fatto valere il suo peso, ha minacciato i leader di Tehran e questi hanno ceduto? Con una enorme quantità di fake news, che i media occidentali gli forniranno volentieri. Quando l'armata si avvicinerà al Golfo Persico, i nostri schermi televisivi saranno pieni di immagini di aerei da combattimento che decollano dalle piste prima di lanciarsi nei cieli, accompagnate senza dubbio da videoclip della CIA e/o del Mossad che ritraggono l'Iran sull'orlo del collasso e il regime che crolla.
Probabilmente quasi nulla di tutto questo corrisponderà al vero. Trump si sta dirigendo verso l'Iran con l'esercito statunitense e sta per sferrare il colpo di grazia a forza di fake news. Sebbene sia vero che gran parte delle malefatte del Mossad in Iran sono state smascherate –i manifestanti catturati con tutti i loro dispositivi Starlink sono ora nelle mani delle autorità– la situazione politica del Paese consente ancora a Trump un certo margine di manovra. Gli iraniani sono ben consapevoli di trovarsi in una situazione di equilibrio: cercano di evitare di sostenere lo stato sionista e gli Stati Uniti chiedendo un cambiamento, ma allo stesso tempo vogliono una nuova leadership che possa tenere lontani questi nemici dalle loro coste.
Il commentatore ed economista di sinistra Yanis Varoufakis ha recentemente scritto: "... i più istruiti e/o riflessivi temevano ciò che sarebbe accaduto. Una guerra civile, una massiccia destabilizzazione che avrebbe portato scompiglio nelle sicurezze di base del sistema sociale. Letteralmente nessuno di quelli con cui ho parlato difendeva la Repubblica Islamica. Tutti invece temevano che nell'attuale contesto in cui all'interno manca un'opposizione valida e a livello internazionale imperano forze straniere nefaste, ci fossero poche speranze di una transizione pacifica verso un governo migliore. Condivido questa paura. Le cose potrebbero peggiorare molto e molti sono troppo istintivamente contrari allo stato di cose presente per vedere i reali pericoli e i limiti di questa situazione".
Trump potrebbe benissimo stare mettendo in atto un enorme bluff avvicinando le portaerei. Gli piace, come dicono i soldati delle forze speciali, "mettere il cazzo sul tavolo", ma è improbabile che entri in conflitto con l'Iran. Con il passare del tempo diventa sempre più chiaro che la campagna del 12 giugno è stata un fallimento ancora peggiore di quanto si credesse in precedenza, sia per lo stato sionista che per gli Stati Uniti. Le bombe sganciate sugli impianti nucleari sotterranei iraniani non erano nemmeno le cosiddette "bunker buster" e non sono riuscite a penetrare nelle caverne dove era conservato il materiale, che comunque era stato spostato giorni prima.
La cosa più strana in tutta l'operazione è che Trump sapeva che non avrebbe avuto alcuna rilevanza militare, ed è per questo che per lui è stata una mossa perfetta.
Trump è un uomo che ama evitare i conflitti, e -come suo padre- ha evitato anche il servizio militare. Questo rende particolarmente odiose le sue considerazioni sui soldati britannici che in Afghanistan non avrebbero combattuto in prima linea. Durante il suo primo mandato gli iraniani abbatterono un drone statunitense; per qualche istante Trump avrebbe voluto colpire una base militare, ma quando i capi del Pentagono gli parlarono delle conseguenze fece rapidamente marcia indietro. Trump è molto probabilmente pazzo, e per la prima volta i leader europei hanno iniziato a parlarne in questi termini. Ma non è stupido e non farà nulla per provocare l'Iran fino a indurlo a colpire lo stato sionista e i paesi del Consiglio di Cooperazione nel Golfo, per non parlare di rischiare un blocco dello Stretto di Hormuz lungo mesi. Quest'ultima mossa avrebbe un impatto così grave sui prezzi del petrolio da scuotere ulteriormente i mercati obbligazionari, uno scenario che Trump non può rischiare. Gli Stati Uniti e lo stato sionista hanno già subito una grave perdita in Iran, perché la loro rete di agenti è stata smascherata. L'invio delle portaerei è in gran parte una mossa per salvare la faccia, e forse anche per indurre Netanyahu a credere che gli USA siano dalla sua parte e sostengano la sua folle idea di attaccare l'Iran. Ma in realtà Trump non può permettersi nemmeno una sola vittima. E gli iraniani lo sanno.


28 gennaio 2026

Alastair Crooke - Come andrà a finire in Groenlandia?



Traduzione da Strategic Culture, 26 gennaio 2026.

Il 19 gennaio quando gli è stato chiesto se gli Stati Uniti avrebbero usato la forza per conquistare la Groenlandia, il presidente Trump ha risposto "No comment". In precedenza aveva promesso di conquistare l'isola più grande del mondo "nel modo più delicato [acquistandola] o in quello più duro [con la forza]".
L'idea sembrerebbe venir fuori dal nulla, ma l'ex consigliere di Trump per la Sicurezza Nazionale John Bolton racconta che è stato Ron Lauder, ottantunenne miliardario ebreo newyorkese erede della fortuna di Estée Lauder, a insinuargli per primo in mente l'idea di mettere le mani sulla Groenlandia durante il suo primo mandato, nel 2018. Trump tentò senza successo di acquistare la Groenlandia nel 2019. Anche il Presidente Harry Truman si era offerto di acquistarla per cento milioni di dollari in oro nel 1946, ma la sua offerta era stata respinta.
Storicamente, osserva il Telegraph, "gli Stati Uniti sono stati contrari alle conquiste, ma non all'acquisizione di territori con denaro contante. Nel 1803, con l'acquisto della Louisiana, acquistarono enormi estensioni territoriali dalla Francia per un valore equivalente a circa quattrocentotrenta milioni di dollari odierni. Con l'acquisto dell'Alaska nel 1867 gli Stati Uniti pagarono alla Russia l'equivalente moderno di centosessanta milioni di dollari per quello che divenne il quarantanovesimo Stato. Nel 1917 acquistarono le Isole Vergini dalla Danimarca in cambio di monete d'oro del valore equivalente a oltre seicento milioni di dollari odierni".
Wolfgang Munchau, un commentatore europeo di lunga data, afferma che "i funzionari europei descrivono esterrefatti la fretta con cui Trump intenderebbe annettere un territorio sovrano danese come 'folle' e 'pazzesca', chiedendosi se non sia entrato nella sua 'modalità di combattimento' dopo l'avventura in Venezuela, e affermando che merita una durissima risposta dall'Europa per quello che molti considerano un deliberato e immotivato attacco contro gli alleati dell'altra parte dell'Atlantico".
Un funzionario di Bruxelles ha affermato che gli USA non possono più essere considerati un partner commerciale affidabile e che sono cambiati a tal punto sotto Trump che questa metamorfosi dovrebbe essere considerata permanente.
I sondaggi indicano che il sostegno europeo agli USA è svanito: un nuovo sondaggio pubblicato in Germania mostra che meno del 17% degli europei ha ancora fiducia nell'AmeriKKKa.
Michael McNair sostiene tuttavia che non è stato Lauder a promuovere l'acquisizione della Groenlandia, ma il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, preposto alla linea politica, che ha infatti delineato la sua visione di questa manovra in un libro del 2021, The Strategy of Denial: American Defence in an Age of Great Power Conflict.
Il concetto fondamentale in Colby è che la strategia degli Stati Uniti nel XXI secolo dovrebbe mirare a impedire alla Cina di raggiungere l'egemonia sull'Asia. Il resto deriva da questa semplice proposizione. Secondo McNair, garantirsi il controllo dell'emisfero occidentale fa parte di questo quadro: garantirsi una base sicura non significa ritirarsi dall'Asia, è invece un prerequisito per mantenere una proiezione di potere nell'Indo-Pacifico. "Non si può combattere una guerra nel Pacifico occidentale se attori ostili controllano le immediate vicinanze a sud".
Concentrarsi sull'emisfero occidentale non significa certo che gli USA si ritirano nel loro angolo. Significa garantire la sicurezza della base operativa. Non è possibile proiettare il proprio potere nell'Indo-Pacifico se attori ostili controllano le rotte marittime del Golfo, gli accessi al canale o le catene di approvvigionamento critiche nell'emisfero occidentale. Riaffermare la Dottrina Monroe significa rendere praticabile la strategia in Asia, non sostituirla.
Tutto questo chiaramente non ha molto senso. La Cina (o la Russia) non minacciano la Groenlandia, e gli Stati Uniti ospitano già un'importante base radar di allerta contro i missili balistici presso la base spaziale di Pituffik, che ospita il 12° Space Warning Squadron della U.S. Space Force. Quali ulteriori vantaggi otterrebbero gli Stati Uniti dall'annettere la Groenlandia, quando è già consentito loro di tenervi enormi radar di allarme missilistico?
È chiaro che non esiste alcuna esigenza immediata e urgente in materia di difesa che richieda agli Stati Uniti di annettere la Groenlandia. Detto questo, con l'avvicinarsi delle elezioni di medio termine e un Trump timoroso che se dovesse perdere la Camera potrebbe essere "finito, finito, finito" (parole sue), potrebbe esserci una spiegazione diversa, di convenienza politica.
Trump ritiene che la bravata di catturare il Presidente Maduro sul fronte interno abbia funzionato bene. Secondo quanto riferito, avrebbe detto alla base dei sostenitori che vuole conseguire delle vittorie politiche "eccezionali" prima delle elezioni di medio termine.
Se Trump dovesse portare a termine l'acquisto della Groenlandia, si assicurerebbe quasi certamente un posto nella storia statunitense e in quella mondiale... La Groenlandia si estende su circa 2,17 milioni di chilometri quadrati, il che la rende paragonabile per dimensioni all'intera Louisiana acquistata nel 1803 e più grande dell'Alaska, acquistata nel 1867. Se quella massa continentale fosse aggiunta agli Stati Uniti odierni, la loro superficie totale supererebbe quella del Canada, collocando gli Stati Uniti al secondo posto dopo la Russia in termini di estensione territoriale. In un sistema in cui le dimensioni, le risorse e la profondità strategica contano ancora, un tale cambiamento sarebbe interpretato in tutto il mondo come un'affermazione del perdurare dell'influenza statunitense,
osserva un commentatore.
Probabilmente sarebbe una bella figura.
Munchau nota tuttavia:
Gli europei si sono appena dati una svegliata e questa volta sono arrabbiati sul serio; chiedono a gran voce di rilasciare comunicati stampa per condannare Trump. Sento osservatori che esortano l'UE a ricorrere al dispositivo anti-coercizione, uno strumento legale entrato in vigore due anni fa per contrastare la pressione economica degli avversari. Insistono sul fatto che l'UE è più forte di quanto essa stessa non creda; è il più grande mercato unico e la più vasta unione doganale del mondo, no? E si considera una superpotenza normativa.
Durante il fine settimana, Trump ha annunciato dazi aggiuntivi del 10% a partire dal 1° febbraio, che saliranno al 25% dal 1° giugno, per otto paesi europei che resistono ai tentativi degli Stati Uniti di acquisire la Groenlandia. L'UE si sta preparando a reagire imponendo 93 miliardi di euro di dazi, il volume di fuoco della ritorsione europea. Il presidente Macron sta esortando con forza l'UE ad attivare il dispositivo anti-coercizione.
I funzionari europei stanno anche discutendo "con discrezione" di prendere iniziative "delicate", compresa la chiusura delle basi statunitensi in Europa, quelle che consentono agli Stati Uniti di proiettare la propria forza in teatri chiave, in particolare in Medio Oriente.
"È possibile tracciare una linea netta attorno agli otto Paesi che Donald Trump ha preso di mira con la sua tariffa punitiva del 10%: Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Germania, Francia e Paesi Bassi. Il nord-ovest liberale dell'Europa sta cercando di ostacolare l'acquisizione della Groenlandia da parte di Trump. Ma esistono altri ventuno Paesi della UE che non sono stati sanzionati", osserva Munchau.
"Meloni romperà con il Presidente per un pezzo di terra lontano e irrilevante per la sicurezza e l'economia dello stato che occupa la penisola italiana? E la Spagna? La Grecia? Malta e Cipro? E l'Europa orientale? Viktor Orbán, Andrej Babiš e Robert Fico... correranno in soccorso dei loro amici liberali in Danimarca?"
Il confronto previsto raggiungerà il culmine al WEF di Davos, che si terrà questa settimana, con Trump e un nutrito entourage in arrivo oggi (mercoledì 21 gennaio, N.d.T.).
È previsto almeno un incontro tra funzionari della UE e funzionari della NATO con Trump a Davos. Potrebbe rivelarsi un incontro burrascoso.
Potrebbe rivelarsi un incontro burrascoso perché una fonte vicina alle deliberazioni della Casa Bianca riferisce che Trump non si recherà a Davos in vena di conciliazioni. Al contrario, Trump intende infliggere una doccia fredda alle persone che si autoproclamano importanti e che si sono lì riunite. Molti tra il pubblico rimarranno sgomenti quando i globalisti, che costituiscono la maggioranza dell'assemblea del World Economic Forum, cominceranno a rendersi conto di quello che Trump sta mettendo in piedi.
In sostanza, Trump sta mettendo insieme una struttura completamente nuova per le partnership globali che probabilmente porterà all'obsolescenza funzionale delle Nazioni Unite. Sta selezionando i leader mondiali invitandoli a un "Consiglio globale della pace". Gaza rappresenta solo l'occasione iniziale.
Uno degli aspetti chiave, nota un attento osservatore della Casa Bianca, è che in questa nuova Assemblea globale ognuno pagherà la propria parte. "Questa volta non ci saranno scrocconi. Se volete sedervi al tavolo dei grandi, entrare a far parte del grande club della sovranità, riunirvi con un team di azione all'insegna del rispetto reciproco, per partecipare pagherete la quota di iscrizione".
Alcuni, ma non tutti, in Europa manifestano la propria rabbia e parlano di "resistenza", ma "la verità è che gli europei non si sono mai interessati davveri alla Groenlandia. È stato il primo Paese a lasciare la UE nel 1985, molto prima della Brexit. È una terra di pescatori; il pesce rappresenta oltre il 90% delle sue esportazioni. E se n'è andata perché le politiche sulla pesca della UE le avrebbero negato il diritto di gestire la materia in proprio. La Groenlandia avrebbe potuto rimanere nella UE, se questa avesse davvero voluto mantenera", scrive Munchau.
L'Europa ha la volontà o i mezzi per resistere a Trump? No, non li ha. Sono gli Stati Uniti, non l'Europa, ad avere in mano un "bazooka commerciale": l'Europa ha consapevolmente deciso (nell'ambito del progetto Ucraina) di diventare dipendente al 60% dal gas naturale liquefatto dagli USA per il proprio fabbisogno energetico. La UE sotto la NATO rimane uno Stato cuscinetto degli Stati Uniti, che hanno importanti basi nei Paesi Bassi, in Germania, Spagna, penisola italiana, Polonia, Belgio, Portogallo, Grecia e Norvegia. Senza l'ombrello di sicurezza degli Stati Uniti, la deterrenza nucleare della UE crolla. Senza gli Stati Uniti l'alleanza Five Eyes è finita. Lo spostamento del Canada verso est potrebbe aver già dato inizio a una frattura nella NATO. La fine della Five Eyes potrebbe rivelarsi molto più grave della fine della NATO stesssa.
Secondo quanto riferito, le capitali europee stanno elaborando un piano per costringere Trump a fare marcia indietro sulla pretesa di sottrarre il controllo della Groenlandia alla Danimarca. O meglio, stanno elaborando diversi piani e stanno mostranbdo tutte le loro risorse a chiunque ritengano possa ascoltarli, alimentando forti sospetti sul fatto che non parlino con una sola voce e che abbiano chiaro quanto l'Europa sia debole.
Il rischio grave, ammettono alcuni funzionari europei, è che tali scoperte sfide agli Stati Uniti possano rapidamente degenerare in una rottura totale delle relazioni transatlantiche, portando forse alla fine della NATO. Altri sostengono che l'Alleanza sia sempre più tossica sotto Trump e che l'Europa debba superarla.
Ma dietro le quinte, come sempre in questi giorni nell'Europa occidentale, si nasconde il "Progetto Ucraina". I membri europei della "Coalizione dei volenterosi" sono ancora attaccati all'idea di costringere Trump ad accettare che le forze militari statunitensi sostengano le garanzie di sicurezza europee nell'improbabile eventualità che entri in vigore un cessate il fuoco in Ucraina.
Come andrà a finire in Groenlandia? Trump la "conquisterà". Nel più lungo termine, questo potrebbe portare l'Europa a smembrarsi e all'adozione di politiche di difesa individuali da parte di alcuni Stati. Le élite europee, tuttavia, preferiranno tenere in piedi la NATO e con essa la parvenza di essere "alleati" degli Stati Uniti che non "salvare la Groenlandia".