mercoledì 21 febbraio 2024

Alastair Crooke - Stato sionista: l'Asse della Resistenza ha un piano. Con i fantasiosi stratagemmi statunitensi sono assicurati fallimenti a ripetizione

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 febbraio 2024.

  In un discorso tenuto il 13 febbraio 2024 il leader di Hezbollah Seyed Nasrallah ha dichiarato che il partito continuerà l'offensiva sul confine almeno fino a quando non cesserà il massacro a Gaza. La guerra a Gaza tuttavia è tutt'altro che finita. E Nasrallah ha avvertito che anche se si dovesse raggiungere un cessate il fuoco a Gaza, "se il nemico dovesse prendere una qualsiasi iniziativa, torneremo a operare secondo la prassi e le regole cui ci eravamo in precedenza attenuti. Scopo della resistenza è quello di imporre una deterrenza al nemico, e noi reagiremo di conseguenza".
Il Ministro della Difesa dello stato sionista Gallant ha sottolineato che, contrariamente alle aspettative della comunità internazionale, si aspetta che la guerra in Libano continui. Gallant ha dichiarato che l'esercito ha intensificato gli attacchi contro Hezbollah di un livello, su una scala da uno a dieci:
"Gli aerei dell'aeronautica militare che volano attualmente nei cieli del Libano hanno bombe più pesanti per obiettivi più lontani. Hezbollah è salito di mezzo gradino, noi di uno intero... Possiamo attaccare non solo fino a venti chilometri [dal confine], ma anche fino a cinquanta chilometri, a Beirut e in qualsiasi altro luogo".
Non è chiaro quale sia la "linea rossa" che Hezbollah dovrebbe oltrepassare perché lo stato sionista risponda in modo significativamente più intenso, fino a livelli molto più alti; i leader sionisti hanno suggerito che un attacco a un sito strategico, un attacco che porti a gravi perdite fra i civili o un sostanziale sbarramento su Haifa potrebbero costituire il punto di rottura.
Nel nord dello stato sionista sono ora schierate tre divisioni, non una come di consueto; l'esercito sionista ha più forze pronte ad agire sul confine settentrionale che a prepararsi per un'incursione a Rafah, a questo punto. È chiaro, come ha specificato il Capo di Stato Maggiore Halevy, che lo stato sionista si sta preparando alla guerra contro Hezbollah, più che per un'operazione a Rafah.
La minaccia su Rafah è un bluff per fare pressione su Hamas affinché ceda sull'accordo e sugli ostaggi?
In un modo o nell'altro, i capi politici e militari dello stato sionista sono irremovibili: le forze armate sioniste entreranno a Rafah, "prima o poi".
L'attacco sferrato da Hezbollah a Safed contro il quartier generale del comando regionale settentrionale dello stato sionista il 14 febbraio è stato di un tipo diverso dal consueto e ha provocato due morti e altre sette vittime; nello stato sionista viene considerato l'attacco più grave dall'inizio della guerra e Ben Gvir lo definisce una "dichiarazione di guerra". I successivi attacchi sionisti hanno ucciso undici persone, tra cui sei bambini, in una serie di colpi contro villaggi nel sud del Libano, come rappresaglia per il blitz di Safed; il feroce scambio di bordate continua tuttora.
L'attacco contro Safed è andato a colpire in profondità in Galilea; molto probabilmente il suo scopo era quello di segnalare che Hezbollah non ha intenzione di obbedire alle richieste occidentali di accordare allo stato sionista un cessate il fuoco che consenta ai cittadini dello stato sionista evacuati dal nord di fare ritorno alle loro case. Come ha confermato Nasrallah in un duro attacco a quei mediatori esterni (occidentali) che fanno solo i difensori dello stato sionista e non si occupano mai dei massacri a Gaza: "È più facile spostare il fiume Litani in avanti verso i confini, che respingere i combattenti di Hezbollah dai confini fin dietro il fiume Litani... Vogliono che paghiamo un prezzo senza che lo stato sionista si impegni in nulla".
Dato lo stato di cose, i residenti del nord dello stato sionista non torneranno alle loro case, ha fatto capire Naasrallah. E ha lasciato anche intendere che un numero ancora più grande di cittadini dello stato sionista rischia di dover sfollare: "Lo stato sionista deve preparare rifugi, scantinati, alberghi e scuole per ospitare due milioni di coloni che saranno evacuati dal nord della Palestina [se lo stato sionista dovesse espandere la zona di guerra]".
Nasrallah ha così indicato quello che è chiaramente il piano strategico generale dell'Asse della Resistenza. Nell'ultima settimana c'è stata una serie di incontri tra gli alti dirigenti dell'Asse in tutta la regione e Nasrallah sta parlando per conto loro: "Continueremo a combattere lo stato sionista fino a quando non scomparirà dalla carta geografica. Uno stato sionista forte è pericoloso per il Libano; uno stato sionista demoralizzato, sconfitto ed esaurito è meno pericoloso per il Libano".
"L'interesse nazionale del Libano, dei palestinesi e del mondo arabo è che lo stato sionista esca sconfitto da questa battaglia: pertanto, noi ci stiamo impegnando a sconfiggere lo stato sionista".
Detto altrimenti, l'Asse della Resistenza una propria visione sull'esito del conflitto ce l'ha. Ed è quella di uno stato sionista "demoralizzato, sconfitto ed esaurito". Quindi, di uno stato sionista che rinuncia al progetto sionista e che si è riconciliato con l'idea che gli ebrei possano vivere come ebrei tra il fiume e il mare, senza per questo godere di diritti diversi da quelli degli altri che ci vivono. Che sono i palestinesi. Sull'altro fronte esiste un piano strategico occidentale, come riporta lo Washington Post, che gli Stati Uniti e diversi paesi arabi contano di presentare entro poche settimane; è un piano a lungo termine per arrivare a una pace tra stato sionista e palestinesi, che prevede un "calendario" per la creazione di uno "stato" palestinese inizialmente demilitarizzato: "Per forza di cose prevede innanzitutto un accordo sugli ostaggi, accompagnato da un cessate il fuoco di sei settimane tra stato sionista e Hamas. Sebbene possa essere definito "cessazione delle ostilità" o "pausa umanitaria prolungata", tale cessate il fuoco segnerà la fine de facto della guerra secondo le linee e la portata con cui è stata combattuta a partire dal 7 ottobre".
Il piano affronta il tema della Gaza postbellica in termini già noti. Come afferma l'autorevole commentatore sionista Alon Pinkas: "Parallelamente all'annuncio Stati Uniti, Gran Bretagna e forse altri paesi prenderanno in considerazione -e in ultimo pubblicheranno- una dichiarazione d'intenti congiunta in cui riconoscono uno Stato palestinese provvisorio, smilitarizzato e futuro, senza delinearne o specificarne i confini".
"Tale riconoscimento non è necessariamente in contraddizione con la legittima e ragionevole richiesta dello stato sionista di sovrintendere alla sicurezza sull'area a ovest del fiume Giordano nel prossimo futuro... [costituisce] un percorso pratico, con una data tempistica e non reversibile per uno stato palestinese che viva fianco a fianco in pace con lo stato sionista... il cui riconoscimento potrebbe anche essere sottoposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come risoluzione vincolante. Una volta che i paesi arabi avranno approvato un tale inquadramento, gli Stati Uniti ritengono che né la Russia né la Cina porranno il veto... "Nel contesto della fase di "regionalizzazione", tuttavia, gli statunitensi creeranno un meccanismo di cooperazione per la sicurezza regionale. Alcuni a Washington immaginano una regione riconfigurata, con una nuova "architettura di sicurezza", come antesignana di una versione mediorientale dell'Unione Europea da sviluppare per gradi ai fini di una maggiore integrazione economica e infrastrutturale".
Insomma, eccoci un'altra volta con il Nuovo Medio Oriente!
Persino Alon Pinkas, con la sua lunga esperienza di ex diplomatico per lo stato sionista, ammette: "Vi sembra un piano troppo fantasioso? Non siete gli unici...".
Alla base dell'iniziativa esistono elementi implausibili che si è semplicemente deciso di ignorare. In primo luogo, il ministro delle Finanze dello stato sionista Smotrich ha reagito al piano arabo-statunitense qui accennato affermando che "è in atto un tentativo statunitense, britannico e arabo per fondare uno stato terrorista" a ridosso dello stato sionista. In secondo luogo, (come nota ancora Smotrich): "Vedono i sondaggi. Vedono come la maggioranza assoluta dei cittadini dello stato sionista si opponga a questa idea [di uno stato palestinese]"; in terzo luogo, circa settecentomila coloni sono stati fatti stabilire in Cisgiordania al preciso scopo di impedire la nascita di un qualsiasi stato palestinese.
Gli Stati Uniti hanno davvero intenzione di imporre tutto questo a uno stato sionista ostile? E in che modo?
Inoltre, dal punto di vista della Resistenza uno "stato" palestinese provvisorio, smilitarizzato e futuro, senza confini delineati o specificati, non è uno stato. È un bantustan puro e semplice.
La realtà è che quando uno stato palestinese poteva costituire una prospettiva concreta, almeno vent'anni or sono, la comunità internazionale ha chiuso volentieri un occhio -e lo ha fatto per decenni - sul totale e riuscito sabotaggio del progetto da parte dello stato sionista. Oggi le circostanze sono molto cambiate: lo stato sionista si è spostato molto a destra ed è in preda a una passione escatologica per espandere il territorio che controlla sull'intera "Terra di Israele".
Gli Stati Uniti e l'Europa devono incolpare solo se stessi per il vicolo cieco in cui si sono cacciati. E una posizione politica come quella delineata da Biden sta chiaramente causando danni strategici incalcolabili agli Stati Uniti e ai loro compiacenti alleati europei.
Anche per quanto riguarda il Libano è bene essere chiari: lo stato sionista pretende dal Libano ben più che un cessate il fuoco reciproco. Non c'è alcuna garanzia, anche se si dovesse raggiungere un cessate il fuoco a Gaza come parte di un accordo globale per la fine della guerra, che Nasrallah accetti di ritirare tutte le sue forze dal confine con lo stato sionista o, viceversa, che lo stato sionista onori gli impegni.
E con gli Stati Uniti che per "soluzione" al problema palestinese intendono una improbabile entità palestinese provvisoria, disarmata e del tutto impotente incastonata all'interno di uno stato sionista dotato di ogni forza armata e che esercita "il pieno dominio della sicurezza dal fiume al mare", non sarebbe sorprendente se Hezbollah scegliesse piuttosto di perseguire il piano dell'Asse che punta a un post-sionismo sconfitto ed esausto. Il commentatore sionista Zvi Bar'el scrive:
"Anche se le ipotesi statunitensi dovessero diventare un piano operativo, non è ancora chiaro quale politica adotterà lo stato sionista per il Libano. Anche allontanando Hezbollah in modo che le cittadine dello stato sionista non siano più nel raggio d'azione dei suoi missili anticarro, non si elimina la minaccia di decine di migliaia di missili a medio e lungo raggio. L'equazione di deterrenza tra stato sionista e Hezbollah continuerà a determinare la realtà lungo il confine".
[L'attuale ipotesi operativa degli Stati Uniti, presentata dall'inviato speciale dell'Amministrazione Amos Hochstein nelle sue precedenti visite in Libano, "è che un accordo sulla definizione dei confini tra stato sionista e Libano porterà al riconoscimento definitivo e completo del confine internazionale, togliendo così a Hezbollah la base formale per giustificare la sua continua lotta contro lo stato sionista per liberare i territori libanesi occupati. Allo stesso tempo, consente al governo libanese di ordinare al proprio esercito di prendere posizione lungo il confine per affermare la propria sovranità sull'intero territorio ed esigere che le forze di Hezbollah si ritirino dalle zone di confine".
Si tratta soltanto di un altro proposito velleitario e fantasioso. E contiene un vizio di fondo: il piano operativo di Hochstein non include un accordo sulle fattorie di Sheba'a, ma solo sulla Linea Blu, il confine concordato nel 2000, ma che non è riconosciuto dal Libano come confine internazionale. Se la questione delle fattorie di Sheba'a non viene risolta, Hezbollah non andrà a vincolarsi a un accordo di demarcazione limitato e che ometta quella zona.
Dopo l'attacco di Hamas allo stato sionista del 7 ottobre ogni stratagemma, ogni protocollo tirato fuori da qualche armadio ammuffito dell'Ala Ovest e a cui gli Stati Uniti si sono aggrappati è fallito. Quella che doveva essere un'operazione militare limitata e compartimentata a Gaza da parte delle forze armate sioniste si è trasformata in una tempesta di fuoco regionale. Le portaerei inviate per dissuadere altri attori dal farsi coinvolgere hanno fallito per quanto riguarda gli Houthi; le basi statunitensi in Iraq e Siria sono diventate bersagli, e gli attacchi alle basi statunitensi si susseguono nonostante i tentativi degli Stati Uniti di sferrare "colpi" di deterrenza.
È chiaro che Netanyahu sta ignorando Biden e "sfidando il mondo", come testimoniano i titoli dei giornali di questa settimana:
"Sfidando Biden, Netanyahu raddoppia la posta nei piani per combattere a Rafah" (Wall Street Journal)
"Lo stato sionista mette alle strette Rafah, Netanyahu sfida il mondo" (Washington Post)
"Gli Stati Uniti non sanzioneranno lo stato sionista per l'operazione a Rafah che non rispetta i civili" (Politico)
"L'Egitto costruisce una cinta muraria al confine mentre incombe l'offensiva sionista; le autorità stanno facendo delimitare un'area nel deserto con muri di cemento come soluzione di emergenza per un possibile afflusso di rifugiati palestinesi" (Wall Street Journal)
Netanyahu ha promesso di andare avanti e il 14 febbraio ha detto che lo stato sionista avrebbe organizzato una "massiccia" operazione contro la città di Rafah, una volta che i residenti fossero stati "evacuati". I sionisti dicono esplicitamente che la Casa Bianca non si oppone al blitz di Rafah, a condizione che ai palestinesi sia data l'opportunità di "evacuare". Verso dove non si sa; intanto l'Egitto sta costruendo un campo profughi dal proprio lato del confine, con muri di cemento tutt'attorno...
A questo punto, tutti i vari problemi degli Stati Uniti -la polarizzazione politica, l'allargamento della guerra, i finanziamenti per le operazioni militari, l'alienazione tra gli elettori arabi degli swing-state e l'affossamento della credibilità percepita di Biden- cominciano ad alimentarsi e a rafforzarsi a vicenda. Quella che era nata come una questione di politica estera -la sconfitta di Hamas da parte dello stato sionista- è diventata una grave crisi interna.
La disapprovazione diffusa negli Stati Uniti verso la condotta bellica dello stato sionista sta alimentando la crescita di importanti movimenti di protesta. Chi può davvero credere che l'ennesimo viaggio di Blinken nella regione a questo punto potrà risolvere qualcosa, si chiede Malcom Kyeyune?
È difficile dire quale sarà la situazione nella regione tra un paio di mesi. Siamo entrati in un periodo di violenti rivolgimenti e le forze che stanno distruggendo il vecchio status quo si rafforzano a cascata reciprocamente.


martedì 20 febbraio 2024

Firenze, cantiere Esselunga in via Mariti

 

Il doppio passaggio zebrato - viale e controviale - è pericoloso anche per via delle macchine che vengono da lontano a fare la spesa nel bottegone nuovo, che occupa quasi tutto il pianterreno di casa mia. Le macchine arrivano di continuo, arronzano il marciapiede, si bloccano con stridore di freni, proprio dinanzi allo stretto varco fra la fossa dei picconatori e il passaggio zebrato, ne scendono uomini e donne con gli occhi arsi dalla febris emitoria, che non vedono nulla, ti urtano coi gomiti, ti travolgono insieme a loro verso il bottegone.
Il bottegone è una stanza enorme senza finestre, con le luci giallastre sempre accese a illuminare le cataste di scatole colorate. Dal soffitto cola una musica calcolata per l'effetto ipnotico, appesi al muro ci sono specchi tondi ad angolazione variabile e uno specialista, chiuso chissà dove, controlla che la gente si muova, compri e non rubi.
Entrando, ti danno un carrettino di fil di ferro, che devi riempire di merce, di prodotti. Vendono e comprano ogni cosa; i frequentatori hanno la pupilla dilatata, per via dei colori, della luce, della musica calcolata, non battono più le palpebre, non ti vedono, a tratti ti sbattono il carrettino sui lombi, e con gesti da macumbati raccattano scatole dalle cataste e le lasciano cadere nell'apposito scomparto. Nessuno dice una parola, tanto il discorso sarebbe coperto dalla musica e dal continuo scaracchiare delle calcolatrici.
Il bancone giù in fondo è quello delle carni. Dietro c'è una squadra di macellai e macellaie che spartono terga di bove, le affettano, le piazzano sul vassoino di cartone, le involgono nel cellofan e poi richiudono con un saldatore elettrico. Davanti al bancone sostano le donnette, ognuna ha in mano un vassoino di carne e lo guarda senza vederlo, lo tasta, lo rimette al suo posto, ne piglia un altro. La donnetta accanto a lei prende a sua volta il vassoino scartato, lo guarda, lo tasta, lo rimette al posto suo, e avanti. Nelle ore di punta il vassoino non fa nemmeno in tempo a ritornare sul bancone: appena visto e tastato, passa in mano a un'altra donna, percorre tutta la fila delle donnette chine come tanti polli a beccare in un pollaio modello. Poi ritorna indietro.
Sarebbe una grossa perdita di tempo, e di guadagno, ma ci sono degli specialisti in borghese che, alle spalle delle donnette ipnotizzate, provvedono di soppiatto a colmare fino al dovuto il carretto in attesa, oppure a spostarlo, in modo che i più solerti, sbagliandosi, stivino di merce anche il veicolo dei più tardivi, e tutti, alla fine, abbiano comprato pressappoco la stessa roba, e nella stessa quantità.
Continua la musica ipnotica e quando la gente è arrivata alla cassa, ormai paga automaticamente tutto quel che si ritrova a trascinare nel carretto. Gli emitori con automobile spesso prendono due carretti a testa e non se ne vanno finchè non li abbiano visti ben pieni.
La fila delle cassiere è sempre attiva ai calcolatori, e le dita saltabeccano di continuo sui tasti, come cavallette impazzite. In testa hanno un berrettino azzurro col nome del bottegone, non battono palpebra, fissano i numerini con le pupille dilatate, e ogni giorno hanno il visino più smunto, le occhiaie più bluastre, il colorito più terreo, il collo più vizzo, come tante tartarughette.
Ci sono anche giovinastri neri e meridionali, con scatole e appositi portacarichi, i quali trascinano fino alle auto la caterva degli acquisti, dodici bottiglie di acqua gazzosa, dieci pacchetti di gallettine, olive verdi col nocciolo e senza, gli assorbenti igienici per la signora, perché tanto anche 'sto mese ci sono stati attenti, un osso di plastica per il barboncino venti barattoli di pomodori (anzi di pomidoro dicono), un pelapatate americano brevettato, che si adopera anche con la sinistra, i grissini, e gli sfilatini, i salatini, gli stecchini, i moscardini e i tovagliolini di carta con le figure a fantasia, tanto spiritosi, tanto divertenti.
lo lo dico sempre, metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli. Ho letto su un giornale specializzato che questo e l'agorà, il forum, la piazza dei nostri tempi, e forse è vero. Però non mi scordo che alla Svolta del Francese c'era già tutto questo, e anche di più.
Mi ricordo che il vecchio Lenzerini, al suo bottegone di Scarlino Scalo, teneva tutta questa roba e altra ancora, anche i cappelli teneva, i vasi da notte, il baccalà a mollo e i lumi a carburo. Ti preparava anche un cantuccio di pane col salame, il Lenzerini. Bastava chiederglielo, e intanto ti raccontava di quando suo nonno accompagnò Garibaldi a casa Guelfi, e lo vide riposarsi sotto il quercione, in vista di Cala Martina. Era con lui un bel giovane, che si faceva chiamare il capitano Leggèro, ma di certo doveva essere un nome finto.
"Professore, lasci stare, pagherà quest'altr'anno." Davanti al bottegone c'è uno spiazzo dove razzolavano le galline, e niente passaggio zebrato. Qui invece è doppio e pericoloso, viale e controviale dal cancello di casa mia all'edicola dei giornali.

Luciano Bianciardi, La vita agra. Milano, 1962.


La descrizione di Luciano Bianciardi riguarda uno dei primi bottegoni Esselunga a Milano.
Sessantadue anni dopo a Firenze nella zona di via Mariti la situazione dei bottegoni, di questo o di quell'altro padrone, è questa:
1. La Conad di via Mariti a 100 metri.
2. La Coop di Novoli a 400 metri.
3. la Conad via Circondaria a 200 metri.
4. L'Esselunga di via Galliano a 550 metri.
5. L'Esselunga di via Milanesi a 750 metri.
6. La Coop di piazza Leopoldo a 650 metri.
7. La Coop di via Carlo del Prete a 600 metri.
8. La Lidl di via Benedetto Dei.
L'articolo in link da Kelebeklerblog riporta interessanti informazioni anche su come si sia arrivati a permettere la costruzione di un bottegone Esselunga in via Mariti, dove il 16 febbraio 2024 il cedimento di una trave ha provocato la morte di cinque operai e il ferimento di altri tre.
Diversamente, Esselunga avrebbe subito perdite inammissibili nello scontro di civiltà contro i rossi senza dio delle Coop.

sabato 17 febbraio 2024

Firenze, propaganda elettorale a febbraio 2024

 

Diversi anni fa scrivemmo qualche considerazione sulle disavventure di un "occidentalista" ben vestito e nutrito ancor meglio.
Tra le altre cose, consideravamo che lo stato che occupa la penisola italiana era molto avanti nella costruzione di un clima mediatico e politico che lo rendeva identico
ad una volgare spaghetteria di provincia infarcita di cameriere in topless, in cui il "servizio d'ordine" si impossessa di quando in quando di un commensale scelto a caso e gli spara allegramente in testa dopo averlo spinto in un angolo appartato.
Uno dei principali e consapevolissimi responsabili di questa situazione si chiama Silvio Berlusconi.
Nel febbraio 2024 a Firenze sono comparse affissioni come quella nella foto.
Silvio Berlusconi è il tale a sinistra. Silvio Berlusconi presiede un partito.
Ah, Silvio Berlusconi è morto.
Da più di sei mesi.

martedì 13 febbraio 2024

Alastair Crooke - Il mondo sta girando

 


Traduzione da Strategic Culture, 12 febbraio 2024.

Gli Stati Uniti sono vicini alla guerra contro le Forze di Mobilitazione Popolare irachene, un organismo di sicurezza statale composto da gruppi armati alcuni dei quali sono vicini all'Iran, ma che per lo più sono nazionalisti iracheni. Gli Stati Uniti hanno effettuato un attacco con un drone a Baghdad mercoledì 7 febbraio; nell'attacco sono rimasti uccisi tre membri delle forze Kataeb Hezbollah, tra cui un ufficiale superiore. Uno degli uccisi, al-Saadi, è l'effettivo di più alto grado morto in Iraq dopo l'attacco con i droni del 2020 ch uccise il comandante iracheno al-Muhandis e Qassem Soleimani.
L'obiettivo lascia sconcertati, perché Kataeb Hezbollah ha sospeso più di una settimana fa le sue operazioni militari contro gli Stati Uniti, su richiesta del governo iracheno. Un provvedimento che era stato ampiamente reso pubblico. Allora perché è stata uccisa questa figura di alto rilievo?
Gli sconvolgimenti tettonici spesso sono innescate da un unico evento eclatante, come l'ultimo granello di sabbia che sommato agli altri innesca lo scivolamento dando il via a una frana. Gli iracheni sono inferociti. Sono convinti che gli Stati Uniti violino in modo sconsiderato la loro sovranità, mostrando sdegnato disprezzo verso un Iraq che un tempo era una civiltà grandiosa e che è stato ridotto in rovina dalle guerre ameriKKKane. Sono state promesse ritorsioni rapide e massicce.
Basta una piccolezza perché succeda qualcosa di grave. Il governo iracheno potrebbe non essere in grado di tenere a bada le sue forze armate.
Gli Stati Uniti cercano di separare e compartimentare le questioni: Il blocco del Mar Rosso da parte di AnsarAllah è una cosa; gli attacchi alle basi statunitensi in Iraq e in Siria sono un'altra, che non ha nulla a che fare con la prima. Ma tutti sanno che questi distinguo sono artificiosi: il filo rosso che tiene insieme tutto quanto è Gaza. La Casa Bianca e lo stato sionista invece insistono nell'indicare questo filo nell'Iran. La Casa Bianca ha riflettuto bene, o l'ultimo omicidio vi è stato considerato come un "sacrificio" celebrato per placare gli "dei della guerra" nella Beltway, che chiedono a gran voce di bombardare l'Iran? Qualunque sia il motivo, il mondo gira. Si sono rimesse in movimento altre dinamiche, che saranno alimentate dall'attacco.
The Cradle evidenzia un cambiamento significativo:
"Ostacolando con successo l'attraversamento dello stretto di Bab al-Mandab da parte delle navi sioniste, il governo di Sanaa guidato da Ansarallah è emerso come una potente incarnazione della Resistenza in difesa del popolo palestinese; una causa profondamente popolare tra i vari gruppi della popolazione yemenita. La posizione di Sanaa è in netto contrasto con quella del governo filosaudita ed emiratino di Aden che, con orrore degli yemeniti, ha ben accolto gli attacchi delle forze statunitensi e britanniche il 12 gennaio".
"Gli attacchi aerei statunitensi e britannici hanno provocato alcune defezioni interne di peso... Alcune milizie yemenite precedentemente allineate con gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono passate ad Ansarallah... La disillusione nei confronti della coalizione avrà profonde implicazioni politiche e militari per lo Yemen, ridefinendo il quadro delle alleanze e facendo degli Emirati Arabi Uniti e dell'Arabia Saudita due avversari nazionali". La Palestina continua a essere come una cartina di tornasole per tutta l'Asia occidentale e adesso anche per lo Yemen, smascherando coloro che rivendicano solo a parole il manto della giustizia e la solidarietà araba".
Defezioni tra i gruppi armati nello Yemen. Quale importanza hanno?
Gli Houthi e AnsarAllah sono diventati degli eroi in tutto il mondo islamico, basta guardare i media sociali. Gli Houthi sono diventati un mito: difendono i palestinesi mentre gli altri non lo fanno. Si stanno formando un loro seguito. La posizione "eroica" di AnsarAllah potrebbe portare all'estromissione dei combattenti per procura schierati dall'Occidente e quindi consentirgli di dominare le regioni dello Yemen in questo momento fuori dal suo controllo. Inoltre AnsarAllah si sta impadronendo dell'immaginario del mondo islamico, e questo fa preoccupare lo establishment arabo.
All'indomani dell'assassinio di al-Saadi, gli iracheni sono scesi in piazza a Baghdad scandendo lo slogan "Dio è grande, l'AmeriKKKa è il Grande Satana".
Non si creda che questa svolta sia sfuggita ad altri - allo Hashd al-Sha'abi iracheno, per esempio, ai palestinesi della Giordania, ai soldati che costituiscono il grosso dell'esercito egiziano o alle popolazioni del Golfo. Al giorno d'oggi ci sono in giro cinque miliardi di smartphone. La classe dirigente guarda i canali arabi e consulta (nervosamente) i media sociali. Essa teme che la rabbia contro la violazione del diritto internazionale da parte dell'Occidente possa esplodere senza che ci sia modo di contenerla: quanto varrà mai l'"ordine basato sulle regole", adesso che la Corte Internazionale di Giustizia ha messo in discussione la preminenza morale della cultura occidentale?
Lascia sorpresi l'inappropriatezza della politica statunitense che ha anche l'ardire di rivendicare il principio centrale della "strategia Biden" per risolvere la crisi a Gaza. La normalizzazione dei rapporti fra Arabia Saudita e stato sionista è stata vista in Occidente come il principio fondante in nome del quale Netanyahu sarebbe stato costretto a rinunciare al suo mantra massimalista sul controllo della sicurezza dal fiume al mare, a pena di vedersi mettere da parte da qualche rivale politico per il quale l'"esca della normalizzazione" aveva il fascino di una probabile vittoria alle prossime elezioni.
Il portavoce di Biden è stato chiaro a questo proposito:
"[Noi] ... stiamo discutendo con lo stato sionista e l'Arabia Saudita... per cercare di andare avanti con un accordo di normalizzazione dei rapporti diplomatici tra stato sionista e Arabia Saudita. Insomma, stiamo discutendo di questo. Da ambo le parti, che sono disponibili a continuare con il dialogo, abbiamo avuto delle reazioni senz'altro positive".
Il governo saudita -forse irritato perché gli Stati Uniti sono ricorsi a un linguaggio così ingannevole- ha debitamente disconfermato gli assunti di Biden rilasciando una dichiarazione scritta in cui conferma senza mezzi termini che "non ci saranno relazioni diplomatiche con lo stato sionista a meno che non venga riconosciuto uno Stato palestinese indipendente sui confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale, e che l'aggressione sionista nella Striscia di Gaza cessi con il ritiro di tutte le forze di occupazione sioniste". In altre parole, il Regno è un sostenitore dell'iniziativa di pace dei paesi arabi del 2002.
Naturalmente, nessuno nello stato sionista potrebbe fare campagna elettorale partendo da una piattaforma del genere!
Ricordiamo come Tom Friedman ha illustrato il modo in cui la "Dottrina Biden" avrebbe dovuto essere integrata in un insieme coerente; in primo luogo, assumendo una "posizione forte e risoluta nei confronti dell'Iran", gli Stati Uniti avrebbero segnalato ai "nostri alleati arabi e musulmani che devono affrontare l'Iran in modo più aggressivo... che non possiamo più permettere all'Iran di cercare di cacciarci dalla regione, di portare all'estinzione lo stato sionista e di intimidire i nostri alleati arabi agendo attraverso i suoi combattenti per procura come Hamas, Hezbollah, gli Houthi e le milizie sciite in Iraq intanto che Tehran se ne sta tranquillamente a guardare e non paga alcuno scotto".
Il secondo filone era quello degli intrallazzi sauditi, che avrebbero inevitabilmente spianato la strada al terzo elemento rappresentato dalla "costituzione di una Autorità palestinese legittima e credibile come... buon vicino dello stato sionista...". Questo "coraggioso impegno degli Stati Uniti per uno Stato palestinese conferirebbe [a noi esecutivo Biden] la legittimità per agire contro l'Iran", prevedeva Friedman.
Siamo chiari: queste tre politiche non si sono fuse in un'unica dottrina: si sono messe a cadere come tessere di un domino. E questa caduta ha un motivo solo: la fondamentale decisione di appoggiare il ricorso a una violenza schiacciante contro società civile di Gaza da parte dello stato sionista, a prima vista allo scopo di sconfiggere Hamas. È stato questo a mettere la regione e gran parte del mondo contro gli Stati Uniti e l'Europa. Perché è successo? Perché nelle politiche statunitensi non è cambiato nulla. Anche stavolta la stessa prassi occidentale vecchia di decenni: minacce finanziarie, bombardamenti e violenza. E l'insistenza sull'unica e obbligatoria narrazione dello "stare dalla parte dello stato sionista", senza neanche discutere.
Il resto del mondo si è stancato di questa situazione; si è stancato persino persino di sfidarla.
Quindi, per dirla senza mezzi termini, lo stato sionista si è trovato davanti all'autodistruttiva incoerenza del sionismo: come fare per mantenere diritti speciali a favore degli ebrei in un territorio in cui esiste un numero approssimativamente uguale di non ebrei? Le vecchie soluzioni non funzionano più.
La destra, nello stato sionista, sostiene che si deve andare fino in fondo: o la va o la spacca. I sionisti dovrebbero correre il rischio di una guerra di più ampia portata, da cui potrebbero uscire vincitore o no, e a quel punto dire agli arabi di trasferirsi altrove, oppure abbandonare il sionismo ed essere loro a trasferirsi.
L'amministrazione Biden invece di aiutare lo stato sionista a prendere atto della verità ha eluso il dovere di costringerlo ad affrontare le contraddizioni del sionismo e ha preferito il ripristino dello status quo ante. Circa settantacinque anni dopo la fondazione dello stato sionista, come ha notato l'ex negoziatore sionista Daniel Levy,
"Siamo tornati alla solite chiacchiere tra Stati Uniti e stato sionista su "se non sia il caso di cambiare confezione al bantustan e gabellarlo come 'stato'".
Poteva andare altrimenti? Probabilmente no. Questa reazione viene dal Biden più profondo.
La triplice risposta degli Stati Uniti, fallimentare, ha paradossalmente facilitato lo scivolamento dello stato sionista verso destra (come dimostrano tutti i sondaggi recenti). In assenza di un accordo sugli ostaggi, mancando un qualche intrallazzo credibile ad opera dei sauditi e senza un qualsiasi verosimile percorso verso uno Stato palestinese, essa ha proprio aperto la strada perché il governo Netanyahu esca dal collasso della deterrenza ricorrendo a una condotta intransigente che gli assicuri una netta vittoria sulla resistenza palestinese, su Hezbollah e persino -spera- sull'Iran.
Nessuno di questi obiettivi può essere raggiunto senza l'aiuto degli Stati Uniti. Ma Biden dove ha fissato il limite, al sostegno allo stato sionista in una guerra contro Hezbollah? E se il conflitto dovesse ampliarsi, sosterrebbe lo stato sionista anche in una guerra contro l'Iran? Dov'è questo limite?
L'incongruenza, che arriva in un momento in cui i piani occidentali in Ucraina stanno crollando, suggerisce che Biden potrebbe pensare di aver bisogno di una "grande vittoria", proprio come Netanyahu.

sabato 10 febbraio 2024

La bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia a Firenze, ogni 10 febbraio

 

Firenze, 10 febbraio 2024.
Esporre la bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia in occasione del Giorno del Piagnisteo ha almeno quattro significati, ordinati dal più contingente al più generale.
1. Evidenziare la propria contrarietà alla propaganda governativa e all'agenda mediatica conseguente.
2. Sottolineare un completo disaccordo con la politica dell'esecutivo in carica, a prescindere dal suo orientamento, mettendone apertamente in discussione la legittimità.
3. Deridere i sostenitori dello stesso esecutivo, con particolare riferimento a chi occupa posizioni in organi elettivi di qualsiasi livello.
4. Riaffermare una sostanziale estraneità verso lo stato che occupa la penisola italiana e verso i suoi simboli.



martedì 6 febbraio 2024

Alastair Crooke - I tre aspetti dello swarming contro Biden

 


Traduzione da Strategic Culture, 5 febbraio 2024.

"Gli iraniani hanno una strategia e noi no", ha dichiarato ad Al-Monitor un ex alto funzionario del Dipartimento della Difesa statunitense: "Ci stiamo impantanando in questioni tattiche -su chi colpire e come- e nessuno pensa in modo strategico".
L'ex diplomatico indiano MK Bhadrakumar ha coniato il termine swarming per descrivere questo processo in cui sono attori non statali a spingere gli Stati Uniti in un logorante pantano tattico, in un'area che va dal Levante al Golfo Persico.
Lo swarming è stato associato più di recente a un'evoluzione radicale della guerra moderna -più evidente in Ucraina- in cui con il ricorso a droni autonomi che comunicano continuamente tra loro tramite l'intelligenza artificiale si seleziona e si dirige un attacco verso obiettivi identificati dallo sciame.
In Ucraina la Russia ha perseguito un paziente e calibrato logoramento per cacciare gli ultranazionalisti della destra intransigente dal campo di battaglia nell'Ucraina centrale e orientale, insieme ai loro facilitatori occidentali della NATO. I tentativi di deterrenza della NATO nei confronti della Russia, che di recente sono sfociati in attacchi "terroristici" all'interno del paese -ad esempio a Belgorod- non hanno prodotto risultati. Piuttosto, l'aver strettamente abbracciato la causa di Kiev ha lasciato Biden esposto politicamente, mentre l'entusiasmo verso di essa sta raffreddandosi sia negli USA che in Europa. La guerra ha impantanato gli Stati Uniti e non esiste una via d'uscita accettabile dal punto di vista elettorale: tutti se ne rendono conto. Mosca ha coinvolto Biden in una complessa e logorante rete. Biden dovrebbe liberarsene in fretta, ma è la campagna elettorale del 2024 a vincolarlo.
L'Iran ha quindi messo in atto una strategia molto simile in tutto il Golfo, forse prendendo spunto dal conflitto in Ucraina.
A meno di un giorno dall'attacco alla Tower 22, la base militare ambiguamente arroccata nella sottile stricia di territorio tra la Giordania e la base illegale statunitense di al-Tanf in Siria, Biden ha promesso che gli Stati Uniti daranno una risposta rapida e determinata agli attacchi contro di loro in Iraq e in Siria da parte di quelle che definisce "milizie legate all'Iran".
Contemporaneamente, però, il portavoce della Casa Bianca per la sicurezza nazionale John Kirby ha dichiarato che gli Stati Uniti non vogliono ampliare la portata delle operazioni militari contro l'Iran. Proprio come in Ucraina, dove la Casa Bianca è stata restia a provocare Mosca in una guerra totale contro la NATO, anche nella regione Biden è (giustamente) diffidente a intraprendere una guerra vera e propria con l'Iran.
La precedenza, in questo anno di elezioni, la avranno le considerazioni politiche di Biden E queste, almeno in parte, dipenderanno dalla fine calibrazione del Pentagono sulla esposizione delle forze statunitensi in Iraq e in Siria agli attacchi missilistici e ai droni.
Le basi in quella regione sono bersagli facili; ammettere un simile dato di fatto sarebbe imbarazzante. Ma un'evacuazione frettolosa -tipo gli ultimi voli da Kabul- sarebbe peggiore; sul piano elettorale potrebbe rappresentare un disastro. Gli Stati Uniti sembrano essere alla ricerca di un modo per danneggiare le forze iraniane e della Resistenza quel tanto che basta per far vedere che Biden è "molto arrabbiato", ma forse senza causare veri danni; si tratterebbe di una forma di "psicoterapia militarizzata", piuttosto che di mettere in atto una politica dura.
I rischi rimangono: se si bombarda troppo la guerra regionale si inasprirà ancora di più. Se si bombarda troppo poco, lo sciame continuerà a guadagnare posizioni e a punzecchiare gli Stati Uniti su più fronti, fino a quando essi non cederanno e usciranno definitivamente dal Levante.
Biden si ritrova insomma in una estenuante e perdurante guerricciola contro gruppi armati e milizie piuttosto che contro stati (che l'Asse della Resistenza cerca di proteggere). Nonostante sia combattuta da milizie, tuttavia, la guerra sta causando gravi danni all'economia degli stati della regione. Essi hanno capito che la deterrenza statunitense non ha prodotto risultati (ad esempio, con Ansarallah nel Mar Rosso).
Alcuni di questi paesi -tra cui l'Egitto, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti- hanno avviato iniziative in proprio, non coordinate con gli Stati Uniti. Non dialogano solo con milizie e movimenti, ma anche direttamente con l'Iran.
La strategia di praticare contro gli Stati Uniti uno swarming su più fronti è stata citata esplicitamente al recente incontro ad Astana tra Russia, Iran e Turchia tenutosi il 24 e il 25 gennaio. Questo triumvirato è impegnato a preparare la chiusura dei giochi in Siria e, in ultima analisi, nell'intera regione.
La dichiarazione congiunta rilasciata dopo il vertice ad Astana in Kazakistan, ha osservato MK Bhadrakumar,
è un documento notevole, quasi interamente centrato sulla fine dell'occupazione statunitense della Siria. Il documento esorta indirettamente Washington a rinunciare al sostegno dei gruppi terroristici e dei loro affiliati "che operano sotto diversi nomi in varie parti della Siria" tentando di creare nuove realtà sul terreno, comprese iniziative illegittime di autogoverno con il pretesto di "combattere il terrorismo". Chiede la fine del sequestro e del trasferimento illegale da parte degli Stati Uniti di risorse petrolifere "che dovrebbero appartenere alla Siria".
La dichiarazione definisce quindi nettamente alcuni obiettivi. In sintesi, gli Stati Uniti hanno armato i curdi e hanno tentato di rianimare l'ISIS per mettere fine ai piani dei tre paesi perché si arrivi a un accordo sulla Siria; su tutto questo la pazienza è finita. I tre voglioni che gli Stati Uniti se ne vadano.
È con questi obiettivi -insistere perché Washington rinunci a sostenere i gruppi terroristici e i loro affiliati nell'ambito dei tentativi di creare nuove realtà sul terreno -comprese iniziative di autogoverno illegittime con il pretesto di "combattere il terrorismo"- che la strategia russa e iraniana sulla Siria esposta ad Astana trova un terreno comune con quella della Resistenza.
Quest'ultima nel suo complesso può anche essere il riflesso della strategia iraniana, ma la dichiarazione di Astana mostra che la Russia ne condivide i principi di fondo.
Nella sua prima vera dichiarazione successiva al 7 ottobre, Seyyed Nasrallah (che parla a nome dell'Asse della Resistenza) ha indicato un punto fermo nella strategia della Resistenza: mentre il conflitto innescato dagli eventi di Gaza riguardava principalmente lo stato sionista, egli ha sottolineato anche che la furibonda reazione dello stato sionista si svolgeva sullo sfondo delle guerre senza fine e del divide et impera che gli USA praticano in suo sostegno.
In breve, ha indicato la causa ultima delle numerose guerre regionali condotte dagli USA nell'interesse dello stato sionista.
Arriviamo così al terzo filone dello swarming contro Biden.
Solo che non sono gli attori regionali a cercare di impantanare Biden, bensì il suo stesso protetto: il Primo Ministro Netanyahu.
Netanyahu e lo stato sionista sono l'obiettivo principale dello swarming regionale nella sua interezza, ma Biden si è lasciato coinvolgere. Sembra che non riesca a dire no. Così Biden si ritrova impantanato dalla Russia in Ucraina, impantanato in Siria e in Iraq, impantanato da Netanyahu e impantanato da uno stato sionista che teme la fine proprio del progetto sionista.
È probabile che Biden dal punto di vista elettorale non riesca a trovare un punto di equilibrio tra un pieno coinvolgimento statunitense in una guerra totale in Medio Oriente, impopolare ed elettoralmente disastrosa, e il "dare il via libera" allo stato sionista nella sua enorme scommessa su una guerra vittoriosa contro Hezbollah.
Questo assommarsi della fallimentare manovra in Ucraina per indebolire la Russia e gli arrischiati maneggi su una guerra dello stato sionista contro Hezbollah non sfuggirà agli elettori. Anche Netanyahu si trova tra l'incudine e il martello. Sa che una "vittoria" che si riduca al mero rilascio degli ostaggi e a misure di fiducia per la creazione di uno Stato palestinese non ripristinerebbe la deterrenza sionista, né all'interno né all'esterno dello stato. Al contrario, la indebolirebbe. Sarebbe una sconfitta. E senza una chiara vittoria nel sud, ovvero su Hamas, una vittoria a nord sarebbe la pretesa di molti cittadini dello stato sionista, compresi i membri chiave del suo stesso governo.
Ricordiamo l'aria che tira sul fronte interno, nello stato sionista: L'ultimo sondaggio di Peace Index mostra che il 94% degli ebrei dello stato sionista rientra fra quanti pensano che a Gaza sia stata usata la giusta potenza di fuoco, oppure una potenza non bastante (43%). E tre quarti dei cittadini dello stato sionista pensano che il numero di palestinesi feriti da ottobre sia giustificato. Se Netanyahu è costretto a fare i conti con la situazione, lo è anche Biden.
Martedì 30 gennaio Netanyahu ha dichiarato:
"Non metteremo fine a questa guerra con niente di meno che il raggiungimento di tutti i suoi obiettivi... Non ritireremo l'IDF dalla Striscia di Gaza e non rilasceremo migliaia di terroristi. Non succederà nulla di tutto questo. Quale sarà l'esito? Sarà quello di una vittoria totale".
"Netanyahu è in grado di virare fortemente a sinistra... di entrare in un processo storico che porrà fine alla guerra a Gaza e porterà a uno Stato palestinese, insieme a uno storico accordo di pace con l'Arabia Saudita? Probabilmente no. Netanyahu ha rovesciato a calci molti altri secchi come questi prima che venissero riempiti", ha commentato l'esperto osservatore Ben Caspit sulla edizione ebraica del Ma'ariv. Biden sta facendo una scommessa impegnativa. Meglio aspettare le risposte di Hamas e della Resistenza di Gaza alla proposta sugli ostaggi. I presagi, tuttavia, non sembrano favorevoli a Biden. Alti funzionari di Hamas e della Jihad islamica hanno risposto ieri all'ultima proposta:
"La proposta di Parigi non è diversa dalle precedenti proposte presentate dall'Egitto... [La proposta] non porta a un cessate il fuoco. Vogliamo garanzie per porre fine alla guerra genocida contro il nostro popolo. La resistenza non è debole. Non le verrà imposta alcuna condizione" (Ali Abu Shahin, membro dell'ufficio politico del Jihad islamico).
"La nostra posizione è per un cessate il fuoco, l'apertura del valico di Rafah, garanzie internazionali e arabe per il ripristino della Striscia di Gaza, il ritiro delle forze di occupazione da Gaza, la ricerca di una soluzione abitativa per gli sfollati e il rilascio dei prigionieri secondo il principio del tutti per tutti... Sono fiducioso che ci stiamo dirigendo verso la vittoria. La pazienza dell'amministrazione statunitense è agli sgoccioli perché Netanyahu non sta conseguendo risultati" (Alli Baraka, alto funzionario di Hamas).

mercoledì 31 gennaio 2024

Alastair Crooke - La tragica autodistruzione di uno stato sionista sconvolto dalla rabbia

Lo stato sionista è in un vicolo cieco e la cosa sta diventando molto chiara a molti suoi cittadini. Un corrispondente sionista (ex segretario governativo) descrive la situazione:
Il significato della défaillance del 7 ottobre non sta solo nella perdita di vite umane... ma soprattutto nel fatto che potrebbe cambiare la percezione dello stato sionista... e gli attori mediorientali potrebbero smettere di considerarlo come una realtà temibile.
La leadership dello stato sionista deve comprendere che non possiamo più accontentarci di un qualche "senso di vittoria" diffuso tra l'opinione pubblica... È dubbio che la vittoria a Gaza sia sufficiente a riportare il timore verso lo stato sionista ai livelli di cui godevamo presso i nostri nemici. Una vittoria che si riduca alla mera liberazione dei prigionieri e a iniziative di fiducia per la creazione di uno Stato palestinese non sarebbe sufficiente a rafforzare l'immagine dello stato sionista in questo senso.
Se il pantano di Gaza... porta la leadership [dello stato sionista] a rendersi conto che non è in grado di riportare su questo fronte una vittoria netta, del tipo in grado ci portare a un cambiamento strategico nella regione, essa deve prendere in considerazione la possibilità di cambiare fronte e riaffermare la deterrenza dello stato sionista tramite la cancellazione della minaccia strategica in Libano ... la vittoria contro una delle organizzazioni terroristiche più ricche e potenti del mondo -Hezbollah- può ripristinare la situazione della deterrenza nella regione in generale... Lo stato sionista deve cancellare la minaccia dal nord e smantellare la struttura di potere che Hezbollah ha costruito in Libano, indipendentemente dalla situazione al sud.
Ma senza una vittoria a sud, un risultato significativo a nord diventa molto più importante.
La citazione di cui sopra va direttamente al cuore della questione. Ovvero: "Come si può salvare il sionismo?". Tutte le altre chiacchiere dei leader mondiali sono in gran parte fumo. Non solo Gaza NON sta rassicurando i sionisti del fattoche stanno vincendo ma anzi, tra loro sta ampiamente proliferando una rabbia violenta per una inattesa e vergognosa sconfitta.
Alcuni membri del governo di guerra (ad esempio Eisenkot) pensano che lo stato sionista dovrebbe guardare in faccia la realtà: dovrebbe capitolare a Hamas, dare una possibilità a un cessate il fuoco, rilasciare i palestinesi incarcerati e salvare gli ostaggi detenuti a Gaza:
Penso che sia necessario essere coraggiosi, e dire che è impossibile riportare indietro vivi gli ostaggi in un prossimo futuro senza un accordo [per il cessate il fuoco]; chiunque stia mentendo al pubblico sta mentendo, e basta.
Ma questo non è il sentimento predominante tra i cittadini dello stato sionista. L'ultimo sondaggio di Peace Index riflette la cupezza dilagante: il 94% degli ebrei pensa che o stato sionista abbia usato la giusta quantità di potenza di fuoco a Gaza (o "non abbastanza", per il 43%). Tre quarti di tutti i cittadini dello stato sionista pensano che il numero di palestinesi feriti da ottobre in poi sia giustificato rispetto al raggiungimento degli obiettivi; ben due terzi degli intervistati ebrei affermano che il numero di vittime è decisamente giustificato; solo il 21% lo considera "un po'" giustificato.
Il vero prezzo che lo stato sionista pagherà, tuttavia, non è semplicemente il rilascio dei prigionieri palestinesi (anche se già questo di per sé creerebbe sommosse fra la popolazione); piuttosto, esso consiste nel timore che l'acquiescenza verso le richieste di Hamas segnerebbe la fine del paradigma securitario dello stato sionista. Questo paradigma prevede una sorta di "contratto" di spirito quasi religioso per cui gli ebrei godranno di totale sicurezza in ogni punto della terra d'Israele. I termini del contratto contemplano la piena sovranità e protezione a tutela degli ebrei, contro l'imposizione ai non ebrei -ovvero ai palestinesi- di una elaborata matrice di radicale insicurezza dello spazio e dei diritti. Ecco in cosa consisteva il paradigma universale alla base della sicurezza degli ebrei.
Fino al 7 ottobre.
Gli eventi di quel giorno hanno dimostrato che gli ebrei dello stato sionista non sono più sicuri all'interno del territorio dello stato e che il modo sionista di intendere la questione della sicurezza, deve essere ripensato o abbandonato per forza di cose. Questa consapevolezza ha portato alla nascita, sul piano psicologico, a una massiccio e diffuso senso di insicurezza. Come nota Moshe Zimmermann, professore emerito di storia all'Università Ebraica:
La soluzione sionista non è una soluzione. Stiamo arrivando a una situazione tale che il popolo ebraico che vive in Sion vive in condizioni di totale insicurezza... dobbiamo renderci conto del fatto che sul piano della sicurezza lo stato sionista sta peggiorando la situazione degli ebrei della diaspora, piuttosto che il contrario. La soluzione sionista presenta gravi difetti, e dobbiamo pensare a cosa l'abbia resa tanto difettosa.
Il dibattito minoritario di oggi sul concetto dei due Stati non può rappresentare "una soluzione" alle attuali tensioni, ed è fallace. Questo, scrive l'eminente opinionista Alon Pinkas, la Casa Bianca e Netanyahu lo sanno. È fallace perché lo zeitgeist nello stato sionista, la paura a livello di psicosi e la voglia di vendetta la rendono irrealiszzabile, perché i coloni zeloti non se ne andrebbero senza versare fiumi di sangue, e perché l'esistenza di due Stati per la maggior parte dei cittadini sionisti minaccerebbe la fine del sionismo, poiché il gruppo dei non ebrei insisterebbe sulla parità dei diritti, ovvero sulla fine delle prerogative di riguardo, nella popolazione, per un gruppo (gli ebrei) a scapito di un altro (i non ebrei - cioè i palestinesi).
Anche l'idea di un accordo di normalizzazione tramite l'Arabia Saudita è priva di fondamento. L'Arabia Saudita è vincolata dall'Iniziativa di pace araba del 2002 da essa stessa condotta, e che prevede uno Stato palestinese come pre-condizione per la normalizzazione. Inoltre, non è certo facile procedere a una ricostituzione dell'Autorità Palestinese intesa come una Vichy dello stato sionista addetta alla vessazione degli stessi palestinesi. Allora, come mai tanti discorsi sulle "soluzioni", scollegati dalla realtà politica?
Il fatto è che questo dibattito fa comodo sia a Biden che a Netanyahu. L'amministrazione Biden sta cercando di limitare i danni. La Casa Bianca spera, con questo atteggiamento, di fermare il deflagrare bellicista sollevato dall'assalto a Gaza e di far scivolare impercettibilmente la situazione verso quella "tranquillità" a livello regionale che essa ritiene "appropriata" per un anno in cui ci sono le elezioni.
A tal fine, i discorsi sulla normalizzazione tramite l'Arabia Saudita e sui due Stati sono "pacificatori" (anche se infondati) e possono dare l'idea che Biden stia in qualch emodo controllando il conflitto per evitare che si allarghi. Da parte sua, Netanyahu può sfoggiare quale forte e coraggioso guerriero egli sia opponendosi agli Stati Uniti e dicendo di no a un qualsiasi Stato palestinese.
Ma la realtà è che lo stato sionista si trova in un vicolo cieco che per giunta si fa sempre più stretto. La situazione prende sempre di più i tratti della tragedia, e di una tragedia non certo nata per caso. Tutto questo accade perché doveva accadere, per la natura dei partecipanti, perché gli attori coinvolti lo fanno accadere. E non hanno altra scelta che farlo accadere perché, beh... perché questa è la loro natura.
La situazione è quella descritta da Ted Hughes, il poeta laureato britannico, che scrisse del violento conflitto religioso nell'Inghilterra elisabettiana causato dalla soppressione calvinista e puritana del vecchio cattolicesimo. In Hughes la "Dea delle precedenti credenze pagane" -ancora animata da naturali energie umane ancora intatte- alla fine irrompe feroce e distrugge l'eroe puritano.
Si sostituisca la soppressione puritana con un infuriato Geova che aborre l'antico immaginario e l'antica civiltà islamica (per il suo presunto tradimento e odio letale verso Israele) per adeguare al contesto la "verità" di Shakespeare.
Il leitmotiv di Ted Hughes è quello della storia dell'Inghilterra come fardello della colpa protestante.
Shakespeare, scrive, era perseguitato dalla sensazione che non molto tempo prima l'Inghilterra fosse un Paese cattolico che "si era indurito nel protestantesimo". Nel poema Il ratto di Lucrezia l'anima del re romano che ha perpetrato lo stupro di Lucrezia si trova deturpata, e in ultimo il re perde tutto e viene bandito, a causa delle sue stesse azioni. La pura Lucrezia finisce per suicidarsi.
Ecco il punto: Ted Hughes ha scritto che tra i miti in competizione all'epoca di Shakespeare Tarquinio (il re romano) rappresenta "il puritano adoratore di Geova"; il suo mito della creazione gli dice che è il Dio trascendente e onnipotente a sussistere, non l'altra divinità. Il re romano si propone zelante di distruggerla dato che essa rappresent l'altro. Solo che queste mutevoli e proteiformi forze puritane si rivelano alla fine autodistruttive.
Biden ha abbracciato (per così dire) l'impulso ebraico diretto ad annientare la violenta "alterità" che erompe da Gaza, ma è presumibile che si renda conto di come in questo modo si sia trovato a superare un invisibile limite morale. È complice dei crimini che hanno colpito Gaza. Deve assumersi una parte di colpa. Eppure deve continuare su questa strada. Non ha scelta. Deve lasciare che Gaza (e probabilmente anche in Libano) tutto si compia. Perché questa è la natura di Biden.
E Hamas e Hezbullah non possono ritirarsi, perché sono state scatenate energie collettive a lungo represse. È troppo tardi per fermare l'impulso rivoluzionario. Un impulso che si sta allargando alla Cisgiordania, allo Yemen, all'Iraq e anche oltre. I porti dello stato sionista adesso sono circondati e sotto assedio missilistico.
Netanyahu al contrario, temendo la crescente prospettiva di una disfatta a Gaza, si è spinto fino ad adottare la modalità dell'eroe classico. Da un lato, può essere definito in senso stretto come quel genere di mito che celebra l'ascesa di un eroe maschio che parte per una missione, affronta per via ostacoli terrificanti, e che dimostra il suo coraggio in combattimento tornando infine a casa accolto da ovazioni. Dall'altra parte, però, nella narrazione di Omero gli eroi con lo status più elevato sono anche quelli più vulnerabili alla vergogna. Qualsiasi affronto, qualsiasi rovescio può minacciare l'intera identità di un leader e anche la sua posizione agli occhi dei suoi pari. Coloro che godono dello status più elevato possono essere quelli che più subiscono danni in caso di sconfitta. Ettore resiste agli appelli degli amici e della famiglia a non andare in guerra, e va incontro alla morte. La sua solitudine e la lontananza dai suoi cari aggiungono pathos agli strazianti momenti che precedono la sua morte, quelli in cui si rende improvvisamente conto che gli dei lo hanno ingannato e condotto al suo destino.
È questo il destino di Netanyahu? Gli dei lo stanno portando alla tragedia? Di certo lo hanno messo in un vicolo cieco. Una sconfitta a Gaza significherebbe la sua rovina, e lo stato sionista non sta riportando a Gaza una vittoria netta al punto da portare a un cambiamento strategico nella regione. Netanyahu è sotto pressione affinché consideri la possibilità di cambiare fronte per riaffermare la deterrenza dello stato sionista tramite l'eliminazione della minaccia strategica in Libano. In questa situazione lo stato sionista non può accontentarsi di niente di meno che di una vittoria, si fa presente a Netanyahu.
Nir Barkat, ex sindaco di Gerusalemme e favorito per la successione a Netanyahu come leader del Likud, ha affermato che lo stato sionista può permettersi di continuare a combattere e di aprire un nuovo fronte con il Libano, nonostante il conflitto costi ogni giorno miliardi di shekel (duecento milioni di sterline).
Barakat ha detto che la crisi, per quanto grave,
è anche una grande opportunità: L'Iran è un obiettivo legittimo per lo stato sionista. Non la faranno franca. La testa del serpente è Tehran... Lo stato sionista si sta avvicinando a una guerra totale con Hezbollah nel sud del Libano, dopo aver evacuato il nord del paese.
Qualunque ne sia il costo... questa è una guerra di religione.
Quindi si sta concludendo la seconda fase della guerra, e si sta aprendo la terza. L'intensità del conflitto allargato probabilmente impennerà, innescata da un cambiamento di status nel ruolo di Hezbullah: sarà un intervento dello stato sionista a dare il via, o sarà Hezbollah a fare la prima mossa? Biden autorizzerà il coinvolgimento degli Stati Uniti nel sostegno allo stato sionsita? Probabilmente sì, perché è nella sua natura sostenere lo stato sionista. Ma fino a che punto si spingerà?
I palliativi politici -le "soluzioni" politiche che si prospettano- lasceranno il posto a un dibattito dai toni più duri su come fare per far rispettare il cessate il fuoco. Questa incombenza probabilmente passerà da un'ONU ingesssata alle strutture più informali dei BRICS, con Russia e Cina che svolgeranno un ruolo preponderante e diretto. L'Europa sarà afflitta dalle spaccature, e anche gli Stati Uniti, sia pure in minore misura. Questa fase successiva probabilmente si protrarrà senza costrutto durante il processo in cui tutte le parti metteranno alla prova le rispettive forze contro l'altra. Questo sarà il momento in cui la coesione sociale dello stato sionista sarà messa a dura prova. Riusciranno a farla reggere? Le fondamenta del sionismo saranno riconfigurate? Il sionismo sarà costretto ad abbandonare le radici che ha in Jabotinsky?
Sarà anche il momento in cui la supervisione ebraica sulla matrice politica occidentale degli Stati Uniti e dell'Europa dovrà lottare per comporre la tenzone fra due miti i cui poli energetici in conflitto finiranno per distruggere l'ordine sociale mentre l'uno o l'altro dei principali attori del conflitto fa le spese di una tragedia inevitabile.
La rivoluzione e le guerre culturali non sono eventi limitati nel tempo; essi riguardano tanto il prima dell'evento (cioè il conflitto incombente), quanto il dopo.
Tuttavia se l'idea di Ted Hughes secondo cui l'equazione tragica di Shakespeare è quella in cui narrazioni archetipiche in competizione -con le loro energie che si scatenano in modo esplosivo- finiscono per sfociare in una tragedia violenta è corretta, allora dovremmo aspettarci che la rappresentazione attualmente in atto del mito-creazione ebraico contro l'intero panorama culturale della civiltà islamica abbia un impatto epocale sia negli USA che in Europa, ben oltre i dettagli del conflitto in corso in Medio Oriente.
Diventerà il perno della nuova era.
Infatti, i miti fondanti associati alla puritana repressione di Geova da un lato, e al rilascio delle energie della resistenza dall'altro, attraversano l'esistenza umana come una doppia elica. Essi stanno già traboccando nelle attutite ma ancora esistenti sensibilità religiose occidentali. Esse attraverseranno gli analoghi della "rivoluzione" e della "guerra civile" in atto in Occidente.