martedì 14 maggio 2024

Alastair Crooke - Chi ha tentato di togliere la terra da sotto i piedi a Netanyahu, e perché?

 


Traduzione da Strategic Culture, 13 maggio 2024.

Le condizioni fondamentali di Hamas per il rilascio degli ostaggi detenuti a Gaza erano due: la completa cessazione delle ostilità e il ritiro completo di tutte le forze sioniste.
La posizione di Netanyahu era che, a prescindere dalla sorte degli ostaggi, le forze sioniste sarebbero tornate a Gaza e che la guerra sarebbe potuta continuare per dieci anni.
Le parole di Netanyahu sono state le più delicate nella politica sionista, che si è polarizzata intorno ad esse. La permanenza in carica o la caduta del governo sionista potrebbero dipendere da quelle parole: la destra aveva detto che avrebbe lasciato il governo se non fosse stata autorizzata l'invasione di Rafah; la posizione di Biden tuttavia è stata comunicata a Netanyahu per telefono non come un "andateci piano a Rafah", ma proprio come "a Rafah no assolutamente".
Poi queste espressioni esplosive -cessazione delle operazioni militari e ritiro completo dello stato sionista- hanno fatto capolino nel testo finale concordato dai mediatori al Cairo e successivamente a Doha lunedì 6 maggio, cogliendo lo stato sionista di sorpresa. Il capo della CIA Bill Burns aveva rappresentato gli Stati Uniti in entrambe le sessioni, mentre lo stato sionista aveva scelto di non inviare una squadra di negoziatori.
Varie fonti sioniste confermano che gli statunitensi non hanno fornito alcuna anticipazione su ciò che stava per accadere: Hamas ha annunciato l'accordo bomba, Gaza è esplosa in festeggiamenti per la vittoria mentre grandi manifestazioni di massa hanno preso d'assedio il governo di Gerusalemme, chiedendo l'accettazione delle condizioni di Hamas. C'era tensione. Le manifestazioni di massa facevano quasi pensare che incombesse una guerra civile.
Il governo sionista sostiene di essere stato fregato dagli statunitensi, cioè da Bill Burns. E le cose sono davvero andate così. Ma a quale scopo? Biden era stato categorico sul fatto che un'incursione a Rafah non avrebbe dovuto esserci. È stato questo il punto di appoggio di cui Burns si è servito per raggiungere tale obiettivo? Ha forse fatto ricorso a un qualche stratagemma nelle trattative inserendo nel testo le espressioni che costituivano il limite non negoziabile senza informarne Tel Aviv, per ottenere il sì di Hamas? O forse era sua intenzione provocare una crisi di governo nello stato sionista? Sulla questione di Gaza ha seguito una linea che ha imposto una pesantissima ipoteca elettorale al Partito Democratico.
In ogni caso -dopo l'annuncio bomba di Hamas- le forze armate sioniste ci sono davvero andate leggere a Rafah, occupando il corridoio disabitato di Philadelphia (in violazione degli accordi di Camp David), subendo poche perdite ma mantenendo intatto il governo di Netanyahu.
Forse il piccolo inganno per strappare l'assenso di Hamas è stato considerato come uno stratagemma intelligente a Washington, ma le sue conseguenze sono incerte: Netanyahu e la destra nutriranno entrambi oscuri sospetti sul ruolo degli Stati Uniti. Washington si è comportata, a loro avviso, come un avversario. Forse questo episodio renderà la destra più determinata e meno pronta al compromesso?
In questo contesto diventa importante la spaccatura fondamentale che esiste nella politica sionista di oggi. Poco più della metà dei cittadini sionisti (il 54%) ritiene legittimi i paragoni tra l'olocausto e gli eventi del 7 ottobre. E possiamo constatare che la confusione tra Hamas e il partito nazista è sempre più comune tra i leader dello stato sionista come tra quelli statunitensi: Netanyahu che descrive Hamas come "i nuovi nazisti".
Che si sia d'accordo o meno, quello che emerge da una simile categorizzazione è che la maggioranza dei cittadini dello stato sionista è preoccupato per la propria esistenza e teme che la tempesta che si sta addensando intorno a loro sia l'inizio di un "nuovo olocausto". Il che a sua volta implica che un di per sé amorfo "Mai più" si precisi nell'imperativo binario di uccidere o di essere uccisi. Imperativo che può rifarsi ai testi biblici, a pro di una convalida talmudica. Comprendere questo significa capire perché quelle poche parole inserite nella proposta negoziale hanno avuto un esito tanto dirompente. Esse implicavano -secondo la metà dei cittadini sionisti- che non avrebbero avuto altra scelta che "vivere" o "morire" sotto la minaccia di un nuovo olocausto, con Hamas predominante a Gaza e Hezbollah nel nord.
La restante parte della pubblica opinione è meno apocalittica: crede che un ritorno all'occupazione e allo status quo ante potrebbe essere possibile, soprattutto se gli Stati Uniti e lo stato sionista riuscissero a persuadere i paesi arabi a eliminare Hamas da Gaza e ad accettare di fare da polizia in una Striscia demilitarizzata e deradicalizzata.
Da un punto di vista cinico, forse la pratica di "falciare il prato" (così vengono eufemisticamente chiamate le periodiche incursioni delle forze armate sioniste per uccidere i militanti) agli occhi dei cittadini sionisti potrebbe essere meno spaventosa della prospettiva di dover combattere una guerra per la propria esistenza. In questo contesto, il 7 ottobre verrebbe visto come un lavoro di falciatura fuori dall'ordinario, ma non come qualcosa che impone mutamenti più radicali al proprio stile di vita.
Il fatto che i rappresentanti di questa corrente nel governo di guerra non si siano dimessi quando hanno appreso del successivo rifiuto di Netanyahu alla proposta di Hamas potrebbe essere collegato al fatto che la normalizzazione dei rapporti fra Arabia Saudita e stato sionista non è ora in prospettiva. E questa normalizzazione sarebbe il punto di partenza per un ritorno allo status quo ante.
Tutto questo mette in discussione le motivazioni dei membri del governo che chiedono l'accettazione delle condizioni di Hamas. L'empatia per le famiglie degli ostaggi è certamente comprensibile, ma essa non affronta le crisi di fondo, al di là del un pio desiderio di unire il mondo arabo in un fronte contro l'Iran e di togliere lo stato sionista dalle incertezze dell'occupazione.
Questo potrebbe consolare una Casa Bianca alle prese con i problemi elettorali, ma non è certo una strategia sostenibile.
La notizia bomba dell'accordo con Hamas ha probabilmente alimentato altri due fattori che stanno determinando il clima dell'opinione pubblica nello stato sionista. Netanyahu è noto per le previsioni politiche; ha sentito il vento e si rende conto, dice, che l'elettorato sionista sta scivolando verso destra. È sempre più sicuro di poter vincere le prossime elezioni politiche.
Il primo fattore è rappresentato dalle proteste studentesche che si stanno svolgendo in tutto l'Occidente. Il secondo è il pericolo che la Corte penale internazionale possa emettere mandati di arresto contro il premier e altri leader di spicco.
David Horovitz, direttore del Times of Israel, scrive che
l'obiettivo di fondo degli accampamenti e dei cortei alla Columbia, a Yale, all'Università di New York e negli altri campus è quello di rendere lo stato sionista indifendibile -in entrambi i sensi della parola- e quindi di privare lo stato sionista dei mezzi diplomatici e militari necessari a sopravvivere agli sforzi che l'Iran, i suoi alleati e i suoi combattenti di prossimità stanno facendo per distruggerlo. Alla base di questa strategia c'è, naturalmente, un odio dei più antichi.
In altre parole, Horovitz considera la maggioranza degli studenti che hanno protestato non tanto animati da umano senso di empatia per le condizioni degli abitanti di Gaza, ma come gli autori di una forma morbida di olocausto. Horovitz conclude che "se i paesi nemici, gli eserciti terroristi e i loro fiancheggiatori avranno ragione dello stato sionista, andranno a caccia di ebrei ovunque".
L'ultimo elemento riguarda il presunto mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale. Netanyahu ha un ego enorme, forse più della maggior parte dei politici; eppure non c'è dubbio che, nonostante la rabbia nei suoi confronti per gli errori del 7 ottobre, egli sia indiscutibilmente il portabandiera di quella parte dell'elettorato che crede, come Horovitz, che lo stato sionista stia vedendosela con uno sforzo concertato e diretto alla sua distruzione.
Il mandato d'arresto, quindi, viene percepito non solo come un attacco a un singolo individuo, ma piuttosto come parte di quello che Horovitz considera un più ampio sforzo di delegittimare lo stato sionista e di privarlo degli strumenti diplomatici che gli sono necessari per difendersi.
Inutile aggiungere che l'opinione del resto del mondo non è questa. Tutto questo serve a sottolineare quanto l'opinione pubblica nello stato sionista si stia ripiegando su se stessa e stia diventando preda del proprio isolamento e dei propri timori. Sono segnali di allarme, questi. Le persone disperate commettono gesti disperati.
La realtà è che lo stato sionista ha tentato di fondare un'impresa coloniale fuori tempo massimo su terre dove si trovava una popolazione indigena. La prima fase della rivolta contro il colonialismo è scoppiata nel secondo dopoguerra. Ora stiamo vivendo la seconda fase, quella del sentimento anticoloniale radicale globale, di cui i BRICS sono la manifestazione strategica, e che oggi prende di mira il colonialismo finanziarizzato che si presenta come "Ordine basato sulla supremazia statunitense".
I cittadini dello stato sionista appendono abitualmente due bandiere in occasioni speciali: La bandiera dello stato sionista e, accanto ad essa, la bandiera statunitense. "Anche noi siamo statunitensi: siamo il 51° Stato", direbbero. "No", dicono le giovani generazioni statunitensi di oggi: "Noi non abbiamo nulla da spartire con chi si rende sospetto di genocidio contro un popolo nativo".
Non c'è da stupirsi se alcune élite al potere cercano disperatamente di mettere al bando le narrazioni critiche. Se oggi il bersaglio è lo stato sionista, domani le narrative critiche potrebbero colpire l'avallo di Washington al suo massacro coloniale. Forse la squadra di Biden ha pensato di togliere la terra da sotto i piedi a Netanyahu, per preservare lo status quo nello stato sionista ancora per un po', almeno fino a dopo le elezioni negli USA?

mercoledì 8 maggio 2024

Alastair Crooke - La bestia dell'ideologia solleva il coperchio della trasformazione

 

Traduzione da Strategic Culture, 6 maggio 2024.


Il mondo sta cambiando, sempre più velocemente. La dura e spesso violenta repressione poliziesca delle proteste studentesche verificatesi negli Stati Uniti e in Europa sulla scia dei continui massacri in Palestina evidenzia la manifesta intolleranza nei confronti di chi condanna la violenza a Gaza.
La fattispecie dello hate speech prevista dalla legge, è diventata così onnipresente e suscettibile di interpretazioni che le critiche al comportamento dello stato sionista a Gaza e in Cisgiordania sono ora trattate come estremismo e come minaccia per le istituzioni dello stato. Davanti alle critiche nei confronti dello stato sionista la risposta delle élite al potere è rabbiosa.
Esiste (ancora) un confine tra critica e antisemitismo? In Occidente le due cose vengono fatte coincidere sempre più di frequente.
La brusca messa a tacere di qualsiasi critica alla condotta dello stato sionista è in palese contraddizione con qualsiasi pretesa di superiorità etica occidentale e indica piuttosto uno stato di disperazione che presenta anche un pizzico di panico. Coloro che ancora occupano i posti di comando nelle istituzioni statunitensi ed europee sono costretti dalla logica delle stesse istituzioni a perseguire condotte che stanno portando alla rottura del sistema sul piano interno, provocando al tempo stesso anche un drammatico intensificarsi delle tensioni internazionali.
Queste condotte errate derivano dalle rigidità ideologiche di fondo in cui sono intrappolate le classi dirigenti: l'aver abbracciato la causa di un Israele biblico fattosi realtà, cosa da tempo estranea all'odierno Zeitgeist del Partito Democratico statunitense; l'incapacità di accettare la realtà in Ucraina; e l'idea che il solo piglio intransigente degli USA in politica possa far rivivere paradigmi ormai superati nello stato sionista e in Medio Oriente.
L'idea che sia possibile imporre all'opnione pubblica occidentale e mondiale una nuova Nakba è delirante, e puzza di vecchio orientalismo laico.
Quali altre considerazioni si possono fare quando il senatore Tom Cotton scrive che "Queste piccole Gaza sono disgustosi pozzi neri di odio antisemita pieni di simpatizzanti di Hamas, di fanatici e di pazzi"?
Quando uno stato di cose va in malora lo fa in modo rapido e completo. Dall'oggi al domani il Congresso, controllato dal Partito Repubblicano, si è visto rinfacciare il non aver approvato lo stanziamento di sessantuno miliardi per l'ucraina voluto da Biden; vi si è deciso di ignorare sdegnosamente le preoccupazioni dell'opinione pubblica statunitense per le frontiere aperte all'immigrazione, mentre le manifestazioni di vicinanza della generazione Z verso Gaza vengono dichiarate un "nemico" interno da reprimere rudemente.
Tutti punti per una inflessione e trasformazione strategica? Probabilmente no.
Anche il resto del mondo viene ora considerato un nemico; viene percepito come restio ad accogliere la catechistica pantomima sulla supremazia etica dell'Occidente e per non essersi esplicitamente allineato al sostegno verso lo stato sionista e nella guerra per procura contro la Russia.
Si tratta dell'esplicito tentativo di ambire a un potere assoluto; un tentativo che però sta causando contraccolpi globali. Sta spingendo la Cina ad avvicinarsi alla Russia e sta portando più paesi ad accelerare la loro confluenza verso i BRICS. In parole povere il mondo -di fronte ai massacri a Gaza e in Cisgiordania- non si atterrà né alle regole dettate dall'Occidente né a una sua qualsiasi ipocrita antologia del diritto internazionale. Entrambi i sistemi stanno crollando sotto il peso plumbeo dell'ipocrisia occidentale.
Non esiste nulla di più scontato del piglio contrariato con cui il Segretario di Stato Blinken si è rivolto al Presidente Xi per il trattamento riservato dalla Cina agli Uiguri, e del suo minacciare sanzioni perché, afferma Blinken, il commercio cinese con la Russia alimenta "l'aggressione russa contro l'Ucraina". Blinken si è inimicato l'unica potenza che può con ogni evidenza surclassare gli Stati Uniti e che ha una produzione e una competitività superiore a quelle statunitensi.
Il fatto è che questi attriti possono rapidamente trasformarsi in una guerra del tipo "noi contro di loro" non solo nei confronti del cosiddetto "Asse del Male" formato da Cina, Russia e Iran, ma anche contro la Turchia, l'India, il Brasile e tutti coloro che osano criticare la correttezza morale dei piani occidentali riguardo allo stato sionista e all'Ucraina. Ci sono le premesse perché la questione contrapponga l'Occidente a tutto il resto del mondo.
Di nuovo, un altro autogol.
In particolare i due conflitti su ricordati hanno cambiato il ruolo dell'Occidente da quello di autonominato "mediatore" animato dalla pretesa di portare i contendenti alla calma a quello di parte in conflitto, in entrambi i casi. In quanto parte attiva l'Occidente non può tollerare che le sue azioni siano oggetto di critica né sul piano interno né su quello'esterno, perché ciò significherebbe mostrarsi condiscententi a una composizione della contesa.
In parole povere, questo passaggio al ruolo di parte attiva in uno scontro bellico è alla base dell'attuale ossessione militarista dell'Europa. Bruno Maçães racconta che "un importante ministro europeo gli ha fatto notare che se gli Stati Uniti avessero ritirato il loro sostegno all'Ucraina, il suo paese, membro della NATO, non avrebbe avuto altra scelta che combattere a fianco dell'Ucraina schierandosi direttamente a suo fianco. Perché mai il suo paese dovrebbe aspettare che l'Ucraina venga sconfitta e che l'esercito russo aumenti i suoi effettivi con l'intento di compiere ulteriori incursioni?".
Una simile proposta è stupida e probabilmente porterebbe a una guerra su scala continentale; una prospettiva con cui il ministro senza nome sembrava sorprendentemente a proprio agio. Questa follia è la conseguenza dell'acquiescenza degli europei al tentativo di Biden di rovesciare il governo di Mosca. Volevano diventare protagonisti al tavolo del Grande Gioco, ma si sono resi conto di non avere i mezzi per farlo. La classe dirigente di Bruxelles teme che la conseguenza di questa arroganza sia lo sgretolarsi dell'Unione Europea.
Come scrive il professor John Gray:
In buona sostanza l'intolleranza liberale per la libertà di parola [su Gaza e sull'Ucraina] rappresenta un tentativo di rimuovere ogni ostacolo al potere. Spostando il luogo delle decisioni dalla deliberazione democratica alle procedure legali, le élite mirano a salvaguardare i [loro] idolatrati programmi [neoliberisti] da ogni contestazione e da ogni assunzione di responsabilità. La politicizzazione del diritto e lo svuotamento della politica vanno di pari passo.
Nonostante ogni sforzo di mettere a tacere le voci dissenzienti, stanno comunque prendendo il sopravvento altre prospettive e altre concezioni della storia: i palestinesi hanno una qualche ragione? Esiste un fondamento storico della loro situazione? "No, i palestinesi sono strumentalizzati dall'Iran, da Putin e da Xi Jinping", dicono a Washington e a Bruxelles.
Si dicono di queste falsità perché lo sforzo intellettuale di considerare i palestinesi come esseri umani, come cittadini dotati di diritti, costringerebbe molti Stati occidentali a rivedere gran parte del loro rigido sistema di pensiero. È più semplice e facile lasciare i palestinesi nell'ambiguità o fare come se non ci fossero.
Un simile modo di intendere le cose lascia presagire un futuro che non potrebbe essere più lontano da quell'ordine internazionale democratico e cooperativo che la Casa Bianca afferma di sostenere. Piuttosto, porta al baratro dello scontro civile negli Stati Uniti e all'allargamento del conflitto in Ucraina.
Molti degli odierni liberali woke tuttavia respingerebbero l'accusa di essere contrari alla libertà di parola, credendo erroneamente che il loro liberalismo non stia limitando la libertà di parola e la stia invece proteggendo dalle "falsità" messe in giro dai nemici della "nostra democrazia", ovvero il drappello del Make AmeriKKKa Great Again. In questo modo, essi intenderebbero a torto collocarsi fra quanti sostengono ancora un liberalismo classico come lo intendeva, ad esempio, John Stuart Mill.
Se è vero che nel suo Saggio sulla libertà (1859) Mill sosteneva che la libertà di parola deve includere la libertà di offendere, nello stesso saggio insisteva anche sul fatto che il valore della libertà risiede nella sua utilità collettiva. Specificava che "deve trattarsi dell'utilità nel suo senso più ampio, fondata sugli interessi permanenti dell'uomo in quanto essere progressivo".
Se agevola le cose ai "deplorevoli" o alla cosiddetta destra, la libertà di parola ha poco valore.
Il professor Gray sostiene insommma che "come molti altri liberali del XIX secolo Mill temeva l'ascesa del governo democratico perché riteneva che significasse dare potere a una maggioranza ignorante e tirannica. Più volte ha vilipeso le masse torpide che si accontentavano di vivere secondo gli usi tradizionali". Si può avvertire in questo caso un antesignano di quel totale disprezzo che la signora Clinton ha manifestato nei confronti dei "deplorevoli" che vivono nei flyover states degli USA.
Anche Rousseau è spesso considerato un'icona della "libertà" e dell'"individualismo" ed è oggetto di ampia ammirazione. Tuttavia, anche in questo caso, abbiamo un linguaggio che nasconde il suo carattere fondamentalmente antipolitico. Rousseau vedeva piuttosto i consessi umani come gruppi su cui agire in modo da includere ogni pensiero e ogni comportamento quotidiano entro organizzazioni affini all'interno di uno Stato unitario.
L'individualismo del pensiero di Rousseau, quindi, non è l'affermazione libertaria di diritti assoluti di libertà di parola contro lo Stato onnipresente. Non si traduce neppure in un innalzare il "tricolore" contro l'oppressione.
Al contrario. L'appassionata “difesa dell'individuo” di Rousseau nasce dalla sua opposizione alla “tirannia” delle convenzioni sociali; le forme, i rituali e gli antichi miti che legano la società: religione, famiglia, storia e istituzioni sociali. Il suo ideale può essere proclamato come quello della libertà individuale, ma si tratta comunque di una libertà intesa non nel senso di immunità dal controllo dello Stato, ma nel senso del sottrarsi alla presunta oppressione e alla presunta corruttela della società collettiva.
In questo modo i rapporti familiari vengono sottilmente trasformati in rapporti politici; la molecola della famiglia viene spezzata negli atomi dei suoi individui. Questi atomi, oggi ulteriormente preparati a liberarsi del loro genere biologico, della loro identità culturale e della loro etnia, vengono nuovamente riuniti nell'unità onnicomprensiva dello Stato.
Questo è l'inganno che si cela nel linguaggio del liberalismo classico sulla libertà e sull'individualismo. La "libertà" viene sempre considerata come il principale contributo della Rivoluzione francese alla civiltà occidentale. Eppure, perversamente, dietro il linguaggio della libertà si cela la decivilizzazione.
L'eredità ideologica della Rivoluzione francese è stata proprio quella di una decivilizzazione radicale. L'antico senso di permanenza, di appartenenza a un luogo nello spazio e nel tempo, è stato cancellato per lasciare il posto al suo esatto contrario: la transitorietà, la temporaneità e l'effimero.
Frank Furedi ha scritto:
La discontinuità della cultura coesiste con la perdita del senso del passato... La perdita di questa sensibilità ha avuto un effetto inquietante sulla cultura stessa e l'ha privata di spessore morale. Oggi l'anticultura esercita un ruolo potente nella società occidentale. La cultura è spesso inquadrata in termini strumentali e pragmatici e raramente è percepita come un sistema di norme che conferiscono un significato alla vita umana. La cultura è diventata un costrutto superficiale di cui sbarazzarsi, o da cambiare.
La élite culturale occidentale si sente a disagio con la narrazione della civiltà e ha perso l'entusiasmo di celebrarla. Il panorama culturale contemporaneo è saturo di una letteratura che mette in discussione l'autorità morale della civiltà e anzi la associa a caratteristiche negative.
Decivilizzazione significa che anche le identità più fondanti -come quella di uomo e di donna- sono messe in discussione. In un momento in cui la risposta alla domanda 'cosa significa essere umani' diventa complicata, e in cui i presupposti della civiltà occidentale perdono la loro salienza, i sentimenti associati alla cultura woke possono prosperare.
Karl Polyani, nel suo La grande trasformazione (pubblicato circa ottant'anni fa), sosteneva che le massicce trasformazioni economiche e sociali a cui aveva assistito nel corso della sua vita -la fine del secolo di "pace relativa" in Europa dal 1815 al 1914 e la successiva discesa nelle turbolenze economiche, nel fascismo e in una guerra che era ancora in corso al momento della pubblicazione del libro- non avevano che un'unica causa generale. Prima del XIX secolo, sottolineava, il modo di essere dell'essere umano era sempre stato "incorporato" nella società e subordinato alla politica locale, ai costumi, alla religione e alle relazioni sociali, cioè alla cultura della civiltà. La vita non era trattata come separata in dettagli distinti, ma come parti di quel tutto articolato che era la vita stessa.
Il liberalismo ha capovolto questa logica. Ha costituito una rottura ontologica con gran parte della storia umana. Non solo separava artificialmente l'"economico" dal "politico", ma l'economia liberale (la sua nozione fondante) richiedeva la subordinazione della società, della vita stessa, alla logica astratta del mercato autoregolato. Per Polanyi, questo "comporta nientemeno che una gestione della società come appendice del mercato".
La risposta, chiaramente, consisteva nel rendere nuovamente la società una relazione comunitaria distintamente umana, a cui dare significato attraverso una cultura viva. In questo senso, Polanyi ha anche sottolineato il carattere territoriale della sovranità: lo stato-nazione viene inteso come pre-condizione per l'esercizio della politica democratica.
Polanyi avrebbe sostenuto che, in mancanza di un ritorno alla vita in sé come elemento centrale della politica, un contraccolpo violento sarebbe stato inevitabile.
Si spera, non terribile come la trasformazione che si trovò a vivere egli stesso.

martedì 30 aprile 2024

Alastair Crooke - Un intreccio di paradigmi strategici



Traduzione da Strategic Culture, 29 aprile 2024.


Theodore Postol, professore di scienza, tecnologia e politica per la Sicurezza Nazionale al MIT, ha prodotto un'analisi accurata dei video e delle prove relative all'attacco dimostrativo del 13 aprilem che l'Iran ha condotto con droni e missili contro lo stato sionista. Un "messaggio", piuttosto che un "assalto".
Il principale quotidiano sionista, Yediot Ahoronot, ha stimato il costo del tentativo di abbattere la flottiglia iraniana in 2-3 miliardi di dollari. Le implicazioni di questa sola cifra sono sostanziali.
Il professor Postol scrive:
Questo indica che i costi per difendersi contro ondate di attacchi di questo tipo sono molto probabilmente insostenibili a fronte di un avversario adeguatamente armato e determinato.
I video mostrano un fatto estremamente importante: tutti i bersagli, fossero essi droni o meno, sono stati abbattuti da missili aria-aria" [lanciati per lo più da aerei statunitensi. Secondo quanto riferito, c'erano in aria centocinquantaquattro velivoli] che probabilmente sparavano missili aria-aria AIM-9x Sidewinder. Il costo di un singolo missile di quel tipo è di circa cinquecentomila dollari".
Inoltre:
Il fatto che un numero molto elevato di missili balistici non intercettati sia stato visto esplodere al rientro nell'atmosfera a quote più basse [dato che ne attesta la ipervelocità], indica che, quali che siano stati gli effetti delle difese missilistiche David's Sling e Arrow [dello stato sionista], esse non sono state particolarmente efficaci". Pertanto, le prove a questo punto mostrano che essenzialmente tutti o almeno la maggior parte dei missili balistici a lungo raggio in arrivo non sono stati intercettati da alcuno dei sistemi di difesa aerea e missilistica sionisti.
Postel aggiunge: "Ho analizzato la situazione e sono giunto alla conclusione che è più che possibile adattare la tecnologia ottica e di calcolo disponibile in commercio al sistema di guida di un missile da crociera per fornirgli una capacità di puntamento di altissima precisione... è mia conclusione che gli iraniani abbiano già sviluppato missili da crociera e droni a guida di precisione".
Questo comporta delle chiare implicazioni. Il costo dell'abbattimento di missili da crociera e droni sarà molto alto e potrebbe essere insostenibile, a meno che non si possano implementare sistemi antiaerei estremamente economici ed efficaci. Al momento, nessuno ha ancora fornito dimostrazione di un sistema di difesa economico in grado di intercettare con una qualche affidabilità dei missili balistici.
Per essere chiari, Postol sta dicendo che né gli Stati Uniti né lo stato sionista dispongono di qualcosa di più di una difesa parziale contro un potenziale attacco di questa natura, soprattutto perché l'Iran ha disperso i silos sotterranei dei suoi missili balistici su tutto il territorio, e li ha messi sotto il controllo di unità autonome che sono in grado di continuare una guerra anche se il comando centrale e le comunicazioni venissero a mancare del tutto.
Si tratta di un cambiamento di paradigma: per lo stato sionista lo è senza dubbio, ad esempio. Gli Stati Uniti non ripeteranno così tanto per fare l'enorme e concreta spesa sostenuta per i dispositivi di difesa aerea, due o tre miliardi di dollari. Netanyahu non convincerà facilmente gli Stati Uniti a impegnarsi a fianco dello stato sionista in una qualsiasi impresa congiunta contro l'Iran, dato che la difesa aerea presenta di questi costi proibitivi.
Altra importante precisazione da fare, questi mezzi di difesa aerea non sono solo costosi in termini di dollari: semplicemente non esistono: le scorte sono quasi esaurite. E gli Stati Uniti non hanno la capacità produttiva per sostituire rapidamente queste piattaforme, che non sono particolarmente efficaci e hanno un alto costo.
"...Certamente, Ucraina..." il paradigma del Medio Oriente si rapporta direttamente a quello in Ucraina, dove la Russia è riuscita a distruggere gran parte delle capacità di difesa aerea fornite dall'Occidente, acquisendo nei cieli un dominio aereo quasi assoluto.
Impiegare le difese aeree di cui c'è penuria "per salvare lo stato sionista" lascia quindi scoperta l'Ucraina e rallenta anche il riallineamento statunitense nei confronti della Cina. E vista la recente approvazione della legge sui finanziamenti all'Ucraina da parte del Congresso, è chiaro che la priorità è quella di inviare mezzi di difesa aerea a Kiev, dove l'Occidente sembra sempre più in trappola e sempre più alla ricerca di una via d'uscita non umiliante.
le implicazioni del cambio di paradigma in Medio Oriente sono già evidenti per quanto riguarda Netanyahu. Deve tornare a concentrarsi sul "nemico vicino" -la sfera palestinese o il Libano- per dare allo stato sionista quella "grande vittoria" che il suo governo brama.
In breve, per Biden la contropartita di aver salvato lo stato sionista da un attacco di cui l'Iran aveva preannunciato il carattere dimostrativo e non distruttivo o letale, è che la Casa Bianca deve sopportare il corollario di un attacco a Rafah. Ma questo ha a sua volta un costo, sia pure di altro genere: l'erodersi del consenso elettorale, dovuto all'esacerbarsi delle tensioni interne derivanti dal perdurante e palese massacro dei palestinesi.
Non è solo lo stato sionista a dover sopportare il peso del cambio di paradigma iraniano. Consideriamo gli Stati arabi sunniti che si sono impegnati in varie forme di collaborazione o di "normalizzazione dei rapporti diplomatici" con lo stato sionista.
Nell'eventualità di un conflitto più ampio che coinvolga l'Iran, è chiaro che lo stato sionista non è in grado di proteggerli, come dimostra chiaramente il professor Postol. Possono forse contare sugli Stati Uniti? Gli Stati Uniti devono far fronte a diverse richieste con difese aeree che scarseggiano, e (per ora) l'Ucraina e lo spostamento dell'attenzione verso la Cina sono ai primi posti nella scala delle priorità della Casa Bianca. Nel settembre 2019, l'impianto petrolifero saudita di Abqaiq è stato colpito da missili da crociera che, osserva Postol, "avevano uno scarto effettivo forse di pochi metri, erano molto più precisi di quanto si potrebbe fare con un sistema di guidaa GPS (cosa che fa pensare fossero dotati di un sistema di guida ottica e computazionale in grado di assicurare una capacità di puntamento molto precisa)".
Quindi, dopo il cambio di paradigma imposto dalla deterrenza attiva iraniana e quello imposto dal traumatico effetto dell'esaurimento delle difese aeree, il prevedibile prossimo cambio di paradigma occidentale, il terzo, ha a che fare con la situazione in Ucraina.
Infatti la guerra per procura dell'Occidente contro la Russia, in cui l'Ucraina ha un ruolo centrale, ha reso evidente una cosa: che la delocalizzazione della propria base produttiva ha reso l'Occidente non competitivo, sia in termini meramente commerciali sia perché la cosa ha posto dei limiti alla sua capacità produttiva nel settore della difesa.
L'Occidente si è accorto solo dopo il 13 aprile di non avere i mezzi di difesa aerea necessari a "salvare lo stato sionista", "salvare l'Ucraina" e prepararsi alla guerra con la Cina. Il modello occidentale, fondato sulla massimizzazione dei profitti per gli azionisti, non si è adattato facilmente alle esigenze logistiche dell'attuale guerra "limitata" fra Ucraina e Russia, né tanto meno ha contribuito a rafforzare la posizione occidentale in vista di futuri confronti con l'Iran e con la Cina.
In parole povere, questo imperialismo globale che si pensava ormai compiuto ha vissuto una sorta di falsa partenza: l'economia si è spostata dalla produzione di beni al campo più lucroso dell'escogitare nuovi prodotti finanziari (come i derivati) che fanno fare rapidamente un sacco di soldi, ma che destabilizzano la società facendo aumentare le disparità dei redditi e in definitiva destabilizzano lo stesso sistema globale, perché la maggior parte dei paesi del mondo non intende sottostare alla perdita di sovranità e di autonomia che sono conseguenza implicita dell'economia finanziarizzata.
Più in generale, il sistema globale è vicino a un marcato mutamento strutturale. Come avverte il Financial Times,
gli Stati Uniti e l'Unione Europea non possono perorare in nome della loro sicurezza nazionale la causa di una propria industria nascente, impadronirsi di catene di valore fondamentali per la riduzione delle disuguaglianze, infrangere le "regole" fiscali e monetarie e allo stesso tempo usare il FMI e la Banca Mondiale -nonché la professione di economista- per predicare le migliori pratiche di libero mercato ai mercati emergenti Cina esclusa. E la Cina non può aspettarsi che gli altri non copino quello che essa fa". Come conclude il Financial Times, "il passaggio a un nuovo paradigma economico è iniziato. Come finiranno le cose è tutto da vedere".
"Tutto da vedere", dicono. Beh, per il Financial Times la risposta potrà anche essere suscettibile di interpretazioni svariate, ma per la maggioranza globale è abbastanza chiara: "Stiamo tornando alle origini". Un'economia più semplice, in gran parte nazionale, protetta dalla concorrenza straniera da barriere doganali. Chiamatelo pure "vecchio stile"-questi concetti sono stati messi nero su bianco negli ultimi 200 anni- ma non si tratta di nulla di estremo. Sono nozioni che riflettono semplicemente il rovescio della medaglia delle dottrine di Adam Smith, e sono quelle avanzate da Friedrich List nella sua critica all'approccio individualista all'insegna del laissez-faire caro agli anglo-ameriKKKani.
I "leader europei", tuttavia, vedono la soluzione del paradigma economico in modo diverso:
Panetta della BCE ha tenuto un discorso che fa eco all'appello di Mario Draghi in favore di un "cambiamento radicale". Ha dichiarato che per prosperare l'UE ha bisogno di un'economia politica di fatto focalizzata sulla sicurezza nazionale, e incentrata sulla riduzione della dipendenza dalla domanda estera, sul rafforzamento della sicurezza energetica (protezionismo verde), sull'avanzamento della produzione tecnologica (politica industriale), sul ripensamento della partecipazione alle catene globali del valore (tariffe/sussidi), sul governo dei flussi migratori (quindi aumento del costo del lavoro), sul rafforzamento della sicurezza esterna (ingenti fondi per la difesa), su investimenti congiunti in beni pubblici europei (tramite Eurobond ... da acquistare con il quantitative easing della BCE)".
Il boom dei servizi finanziari statunitensi è stato una "falsa partenza" che ha avuto luogo intanto che la base industriale di quel paese stava andando alla malora e mentre si iniziavano a promuovere nuove guerre.
È facile capire che l'economia statunitense ha bisogno di un cambiamento strutturale. L'economia reale degli USA è diventata poco competitiva a livello globale: da qui l'invito della Yellen alla Cina affinché freni la sua sovraccapacità, che sta danneggiando le economie occidentali.
Ma è realistico pensare che l'Europa possa gestire il rilancio di una "economia politica di fatto focalizzata sulla sicurezza nazionale", come sostengono Draghi e Panetta, come continuazione della guerra con la Russia? E iniziando praticamente da una posizione vicina al punto di partenza?
È realistico pensare che le necessità securitarie degli USA permetteranno all'Europa di farlo, dopo averla deliberatamente ridotta al vassallaggio economico facendole abbandonare il precedente modello di business basato sull'energia a basso costo e sulla vendita di prodotti ingegneristici di alta gamma alla Cina?
Il piano Draghi-BCE rappresenta un enorme cambiamento strutturale, che richiederebbe uno o due decenni per essere attuato e che costerebbe migliaia di miliardi. Inoltre, prenderebbe il via in un momento di inevitabile austerità fiscale, per l'Europa. Ci sono prove che i normali cittadini europei siano favorevoli a un cambiamento strutturale così radicale?
Perché allora l'Europa sta avviandosi su una rotta che contempla rischi enormi e che potenzialmente potrebbe trascinarla in un vortice di tensioni destinate a sfociare in una guerra con la Russia?
Per una sola ragione sostanziale: La leadership dell'UE nutre l'arrogante ambizione di trasformare l'UE in un impero "geopolitico", in un attore globale dotato del peso necessario ad affiancare gli Stati Uniti al tavolo del vertice. A tal fine, l'UE si è offerta senza riserve come ausiliaria all'esecutivo della Casa Bianca per le sue mene in Ucraina e il prezzo che ha accettato di pagare per questo prevede il dare fondo alle sue riserve di armamenti e il fare a meno di quell'energia a basso costo da cui dipendeva la sua economia.
È stata questa decisione a deindustrializzare l'Europa, a rendere non competitivo ciò che resta della sua economia reale e a innescare l'inflazione che ne sta minando il tenore di vita.
L'allineamento al fallimentare progetto ucraino di Washington ha scatenato nella UE una serie di decisioni a cascata dalla portata disastrosa.
Se questa linea politica dovesse cambiare, l'Europa potrebbe tornare a essere ciò che era: un'associazione commerciale formata da Stati sovrani diversi. Molti europei concorderebbero sul rendere l'Europa di nuovo competitiva, facendo dell'Europa un attore diplomatico, piuttosto che militare.
Gli europei, poi, vogliono davvero andarci, al tavolo con gli USA?

giovedì 25 aprile 2024

"Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema"


E invece ci sono tornati eccome. E velocissimi, anche.
Gli aperitivi a dieci euro e il clima di terrore a gratis.

La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò. È l'ultima volta che faccio cose come queste, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l'ora, diventerò esattamente come voi; il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l'apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze della pancia, figli a spasso nel parco, orario d'ufficio, bravo a golf, l'auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.

Ewan McGregor, 1996.



E perché il sol dell'avvenire splenda ancora sulla terra,
Facciamo un po' di largo con un'altra guerra.

Franco Battiato, 1980.



mercoledì 24 aprile 2024

Alastair Crooke - Il sionismo finirà per autodistruggersi?

Traduzione da Strategic Culture, 22 aprile 2024.

(Questo articolo rappresenta la traccia per un intervento previsto al 25° Yasin (aprile), iniziativa accademica internazionale sullo sviluppo economico alla Università HSE di Mosca, aprile 2024)

Nell'estate che seguì l'offensiva (fallita) dello stato sionista contro Hezbollah del 2006, Dick Cheney sedeva un giorno nel suo ufficio lamentandosi ad alta voce del fatto che Hezbollah ne era suscito intatto e, peggio ancora, del fatto che gli sembrava che l'Iran fosse stato il principale beneficiario della guerra in Iraq degli Stati Uniti del 2003.
All'incontro era presente John Hannah, che avrebbe poi raccontato di come l'ospite di Cheney -l'allora capo dell'intelligence saudita il principe Bandar- avrebbe convintamente concordato. Tra lo stupore generale il principe Bandar affermò che si poteva comunque mettere l'Iran al suo posto. La Siria era l'anello "debole" tra l'Iran e Hezbollah: lo si sarebbe potuto spaccare attraverso un'insurrezione islamista, propose Bandar. Lo scetticismo iniziale di Cheney si trasformò in euforia quando Bandar disse che il coinvolgimento degli Stati Uniti non sarebbe stato necessario: sarebbe stato lui, il principe Bandar, a organizzare e gestire la cosa. "Lasciate fare a me", disse.
Bandar disse a quattr'occhi a John Hannah: "Il Re sa che a parte il collasso della Repubblica Islamica stessa, non c'è nulla che indebolirebbe l'Iran più della perdita della Siria".
Una nuova fase della guerra di logoramento contro l'Iran iniziò così. Si sarebbe spostato in modo decisivo l'equilibrio del potere regionale verso l'Islam sunnita e le monarchie del Golfo.
Il vecchio equilibrio dell'epoca dello Scià, in cui la Persia godeva del primato regionale, doveva finire: e finire definitivamente, speravano gli Stati Uniti, lo stato sionista e il re saudita.
L'Iran -già gravemente ferito dalla guerra imposta con l'Iraq- aveva deciso che non sarebbe mai più stato tanto vulnerabile. L'Iran aveva mirato a trovare un modo per mantenere una propria deterrenza strategica nel contesto di una regione dominata dallo schiacciante dominio aereo dei suoi avversari.
Ciò che è accaduto questo sabato 14 aprile -circa 18 anni dopo- è quindi di estrema importanza.
Nonostante le polemiche e il brusìo che sono seguiti all'attacco iraniano, lo stato sionista e gli Stati Uniti conoscono la verità: i missili iraniani sono riusciti a penetrare direttamente nelle due basi e nei siti aeronautici più sensibili e più difesi dello stato sionista. Dietro la retorica occidentale si nascondono lo shock e i timori dello stato sionista. Le sue basi non sono più intoccabili.
Lo stato sionista sa anche -ma non può ammetterlo- che il cosiddetto "attacco" non era un attacco, ma un messaggio con cui l'Iran affermava la nuova equazione strategica: qualsiasi attacco sionista all'Iran o al suo personale comporterà una rappresaglia iraniana nei confronti dello stato sionista.
Questo atto di fissare una nuova "equazione nell'equilibrio del potere" unisce i diversi fronti contro "la connivenza degli Stati Uniti verso le iniziative dello stato sionista in Medio Oriente, che sono al centro della politica di Washington e che per molti versi sono la causa principale di nuove tragedie", per dirla con le parole del Ministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov.
Questa equazione rappresenta un fronte fondamentale -insieme alla guerra della Russia contro la NATO in Ucraina- per convincere l'Occidente che il suo mito eccezionalista e redentore si è rivelato essere di una presunzione fatale, che deve essere abbandonato e che è necessario un profondo mutamento culturale in Occidente.
Le radici di questo conflitto culturale dalla più ampia portata sono profonde, ma finalmente sono emerse.
Il principe Bandar nel 2006 ha iniziato a giocare la carta sunnita, ma poi la partita è andata male. Per la maggior parte grazie all'intervento della Russia in Siria. E l'Iran è uscito dall'isolamento ed è saldamente attestato come potenza regionale di primo piano. È il partner strategico di Russia e Cina. E gli Stati del Golfo oggi stanno attenti più che altro al denaro, agli "affari" e alle tecnologie, piuttosto che alla giurisprudenza salafita.
La Siria, all'epoca presa di mira dall'Occidente e messa al bando, non solo è sopravvissuta a tutto ciò che l'Occidente poteva gettarle addosso, ma ha ritrovato il caloroso abbraccio dalla Lega Araba e la sua riabilitazione. E oggi la Siria sta lentamente ritrovando la strada per tornare a essere se stessa.
Tuttavia, anche durante la crisi siriana si sono verificate dinamiche impreviste nel gioco in cui il principe Bandar contrapponeva l'identità islamista all'identità laica socialista araba. Scrivevo nel 2012:
Negli ultimi anni abbiamo sentito i sionisti ribadire con forza la loro intenzione di essere riconosciuti come Stato nazionale specificamente ebraico, piuttosto che come stato sionista di per sé.
Uno Stato che avrebbe sancito diritti eccezionali per gli ebrei in campo politico, giuridico e militare.
[All'epoca] i paesi musulmani cerca[va]no di smantellare gli ultimi resti dell'era coloniale. Vedremo forse questa lotta prendere sempre più le forme di una lotta primordiale tra simboli religiosi ebraici e islamici, tra al-Aqsa e il Monte del Tempio?
Per essere chiari, ciò che era evidente già allora nel 2012 era "che sia lo stato sionista che il territorio circostante stanno marciando al passo con un linguaggio che li porta lontano dai concetti di fondo, in gran parte laici, con cui questo conflitto è stato tradizionalmente interpretato. Quali le potenziali conseguenze, visto che il conflitto per sua stessa logica diventa così uno scontro tra poli religiosi?".
Se dodici anni fa i protagonisti si stavano esplicitamente allontanando dai basilari concetti laici con cui l'Occidente aveva interpretato il conflitto, noi, al contrario, stiamo ancora oggi cercando di comprendere il conflitto palestinese attraverso la lente di concetti laici e di ispirazione razionale, anche se lo stato sionista è adesso evidente preda di una frenesia sempre più apocalittica.
Siamo bloccati di conseguenza nel tentativo di affrontare il conflitto attraverso gli strumenti politici utilitaristici e razionalisti cui ricorriamo abitualmente. E ci chiediamo perché la nostra interpretazione non funziona. Non funziona perché entrambi i contendenti hanno superato il razionalismo meccanicistico e si sono spostati su un piano diverso.


Il conflitto diventa escatologico

Le elezioni dello scorso anno nello stato sionista hanno comportato un cambiamento rivoluzionario: i mizrahim sono arrivati fino all'ufficio del Primo Ministro. Questi ebrei provenienti dal mondo arabo e nordafricano e che adesso costituiscono forse la maggioranza hanno abbracciato insieme ai loro alleati politici di destra un programma radicale: completare la fondazione dello stato sionista sulla Terra d'Israele (niente Stato palestinese, quindi); costruire il Terzo Tempio al posto di Al-Aqsa e istituire la legge halachica al posto della legge laica.
Niente di tutto questo può essere definito "laico" o liberale. Si tratta del rovesciamento rivoluzionario della élite aschenazita. Fu Begin a legare i mizrahim prima all'Irgun e poi al Likud. I mizrahim ora al potere considerano se stessi i veri rappresentanti dell'ebraismo e il loro progetto è l'Antico Testamento. E trattano con sufficienzza i liberali aschenaziti di origine europea.
Se pensiamo di poterci lasciare alle spalle i miti e i dettami della Bibbia in questa nostra epoca intrisa di laicismo, in cui gran parte del pensiero occidentale contemporaneo ignora queste prospettive liquidandole come confuse o irrilevanti, ci sbagliamo.
Come ha scrive un commentatore,
I personaggi politici dello stato sionista ormai infarciscono in continuazione i loro proclami di riferimenti biblici e di allegorie. Primo fra tutti Netanyahu... Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia, e noi lo ricordiamo - e stiamo combattendo..." Qui [Netanyahu] non solo invoca la profezia di Isaia, ma inquadra il conflitto come uno scontro della "luce" contro le "tenebre" e del bene contro il male, dipingendo i palestinesi come i figli delle tenebre che devono essere sconfitti dagli Eletti: Il Signore ordinò al re Saul di distruggere il nemico e tutto il suo popolo: "Va' dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini" (15:3)".
Potremmo definire questo modo di fare come "escatologia a caldo"; è un approccio che si sta diffondendo tra i giovani quadri militari dello stato sionista, al punto che l'alto comando ne sta perdendo il controllo sul campo dal momento che gli manca una una classe di sottufficiali.
D'altra parte, la rivolta lanciata da Gaza non si chiama "Alluvione di Al Aqsa" per niente. Al Aqsa è sia il simbolo di una storica civiltà islamica, sia il baluardo contro la costruzione del Terzo Tempio per il quale sono in corso i preparativi. Il punto è che Al-Aqsa rappresenta l'Islam in generale, non quello sciita, quello sunnita o quello ideologico.
Poi, a un altro livello, abbiamo per così dire una "escatologia spassionata": quando Yahyah Sinwar scrive di "vittoria o martirio" per il suo popolo a Gaza; quando Hezbollah parla di sacrificio; e quando la Guida Suprema iraniana parla di Hussein bin Ali (il nipote dell'Inviato) e dei suoi circa settanta compagni che nel 680 d.C. andarono per una causa di giustizia incontro al massacro contro un esercito forte di mille uomini, si tratta di un sentire semplicemente al di là della portata della comprensione occidentale, che è centrata sull'utilitarismo.
Non possiamo razionalizzare facilmente questo modo di porsi, secondo le modalità del pensiero occidentale. Tuttavia, come osserva l'ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine, l'Occidente pur essendo laico è "consumato dalla fiamma del proselitismo". Lo "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni" di San Paolo è diventato "andate a diffondere i diritti umani in tutto il mondo"... E questo proselitismo è estremamente radicato nel [DNA occidentale]: "Anche le persone meno religiose, totalmente atee, hanno ancora una mentalità di questo tipo [anche se] non sanno da dove venga".
Potremmo chiamarla "escatologia laica", per così dire. È certamente una conseguenza.


Una rivoluzione militare: adesso siamo pronti

L'Iran, nonostante la guerra di logoramento dell'Occidente, ha perseguito una sua astuta strategia fondata sul saper incassare sul piano strategico, e ha tenuto i conflitti lontani dai suoi confini. Una strategia che ha puntato molto sulla diplomazia e sul commercio, oltre che sul soft power come strumento per intrecciare rapporti costruttivi con paesi vicini e lontani.
Dietro questa facciata tranquilla, tuttavia, si nascondeva l'evoluzione verso la deterrenza attiva. Un percorso che richiedeva una lunga preparazione militare e la disponibilità di alleati.


La nostra comprensione del mondo è diventata antiquata

Solo in pochi casi, davvero in pochi casi, una rivoluzione militare può rovesciare il paradigma strategico predominante. Questa è stata tuttavia l'intuizione chiave di Qassem Suleimani. Questo è ciò che implica la deterrenza attiva: il passaggio a una strategia in grado di rovesciare i paradigmi predominanti.
Sia lo stato sionista che gli Stati Uniti hanno eserciti convenzionali molto più potenti di quelli dei loro avversari, che per lo più sono piccole formazioni ribelli o rivoluzionarie non statali. Compagini del genere nell'ottica colonialista tradizionale vengono considerati più che altro come ammutinati, nei cui confronti è generalmente considerato sufficiente un dispendio minimo di potenza di fuoco.
L'Occidente, tuttavia, non ha completamente afferrato il senso delle rivoluzioni militari in corso. Si è verificato uno spostamento radicale dell'equilibrio di potere tra l'improvvisazione a bassa tecnologia e i costosi, complessi e meno robusti sistemi d'arma.


Gli elementi aggiuntivi

A rendere il nuovo approccio militare iraniano davvero foriero di ampie trasformazioni sono stati due fattori aggiuntivi. Uno è stato la comparsa di un eccezionale stratega militare, finito poi assassinato; l'altro, la sua capacità di mescolare e dislocare questi nuovi strumenti in una matrice del tutto nuova. La fusione di questi due fattori, insieme a droni e missili da crociera a bassa tecnologia, ha portato a termine la rivoluzione.
La filosofia che guida questa strategia militare è chiara: l'Occidente ha investito troppo nel dominio aereo e nella potenza di fuoco a tappeto che gli è propria. Privilegia gli assalti del tipo "shock and awe", ma si esaurisce rapidamente nelle prime fasi dello scontro. Raramente può reggere a lungo. E l'obiettivo della Resistenza è proprio quello di esaurire il nemico.
Il secondo principio chiave che guida questo nuovo approccio militare riguarda l'attenta calibrazione dell'intensità del conflitto, alzando e abbassando la tensione a seconda dei casi e, allo stesso tempo, facendo in modo che sia la Resistenza a decidere della escalation.
In Libano nel 2006 Hezbollah è rimasto in profondità nel sottosuolo mentre l'aeronautica sionista imperversava. I danni fisici in superficie sono stati enormi, ma le forze di Hezbollah sono rimaste intatte e sono emerse dai profondi tunnel solo dopo. Poi sono arrivati i trentatre giorni di missili lanciati da Hezbollah, fino a quando non è stato lo stato sionista a decidere di mollare.
La risposta militare sionista all'Iran ha avuto un qualche significato strategico?
I sionisti sono convinti che senza deterrenza -cioè senza che il mondo abbia paura di loro- non possono sopravvivere. Il 7 ottobre ha tolto alla società sionista ogni freno al timore essa prova per la propria esistenza. La presenza stessa di Hezbollah non fa che esacerbarlo. E poi è arrivato l'Iran, che ha fatto piovere missili direttamente sullo stato sionista.
L'apertura del fronte iraniano, in un certo senso, ha inizialmente favorito Netanyahu: la sconfitta delle forze armate sioniste nella guerra di Gaza, l'impasse per il rilascio degli ostaggi, gli sfollati che continuano a essere sfollati nel nord del paese e persino l'assassinio degli operatori umanitari della World Kitchen sono stati temporaneamente dimenticati. L'Occidente ha di nuovo fatto gruppo a fianco dello stato sionista e di Netanyahu. I paesi arabi hanno ricominciato a collaborare. E l'attenzione si è spostata da Gaza all'Iran.
Fin qui tutto bene... per Netanyahu, senza dubbio. Netanyahu ha cercato per vent'anni di coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra contro l'Iran; due presidenti statunitensi hanno rifiutato uno dopo l'altro questa pericolosa prospettiva. E per ridimensionare l'Iran l'assistenza militare degli Stati Uniti sarebbe davvero necessaria.
Netanyahu percepisce la debolezza di Biden e ha gli strumenti e le competenze necessarie a manipolare la politica statunitense: in effetti, lavorando in questo modo, Netanyahu potrebbe costringere Biden a continuare a fornire armi allo stato sionista e persino ad approvare il suo coinvolgimento nel conflitto di Hezbollah in Libano.


Conclusione

Lo stato sionista andrà avanti con la strategia degli ultimi decenni, inseguendo speranzoso la chimera di una de-radicalizzazione dei palestinesi a vantaggio della propria sicurezza.
Un ex ambasciatore dello stato sionista negli Stati Uniti sostiene che lo stato sionista non può avere la pace senza questa de-radicalizzazione in grado di cambiare veramente le cose. "Se la portiamo avanti bene", insiste Ron Dermer, "renderà più forte lo stato sionista e anche gli Stati Uniti". È in questo contesto che va inquadrata l'insistenza dell'esecutivo di guerra per una rappresaglia contro l'Iran.
Le argomentazioni razionali favorevoli alla moderazione vengono interpretate come un invito ad ammettere la sconfitta.
Tutto questo per dire che i cittadini dello stato sionista sono psicologicamente molto lontani dall'idea di riconsiderare l'essenza dell'iniziativa sionista, ovvero i diritti esclusivi degli ebrei. Per ora essi hanno preso una strada del tutto differente, affidandosi a una interpretazione della Bibbia che molti sono arrivati a considerare come una serie di prescrizioni obbligatorie imposte dalla legge halachica.
Hubert Védrine ci pone una domanda supplementare: "Riusciamo a immaginare un Occidente che riesca a preservare i sistemi sociali che esso stesso ha generato e che al tempo stesso non faccia proselitismo e non sia interventista? In altre parole, un Occidente che sappia accettare l'alterità, che sappia vivere con gli altri e accettarli per quello che sono?"
Secondo Védrine questo "non è problema da macchinosità diplomatiche: è questione di un profondo esame di coscienza, un profondo cambiamento culturale. Che deve avvenire nella società occidentale". È probabile che non si possa evitare un confronto tra lo stato sionista e i fronti della Resistenza schierati contro di esso.
Il dado è stato deliberatamente tratto.
Netanyahu sta giocando molto sul futuro dello stato sionista e dell'America. E potrebbe perdere.
Se ci sarà una guerra regionale e lo stato sionista dovesse uscirne sconfitto, cosa succederà?
Quando il senso di stanchezza e quello di sconfitta si faranno finalmente sentire e gli interessati andranno a raschiare il fondo del barile per trovare nuove soluzioni alle loro angosce strategiche, la soluzione veramente in grado di cambiare le cose potrebbe essere quella in cui un leader dello stato sionista pensasse all'impensabile: a un unico Stato tra il fiume e il mare.

mercoledì 10 aprile 2024

Alastair Crooke - Nel caos brutale della guerra le leggi, le convenzioni e le norme di condotta scompaiono

 


Traduzione da Strategic Culture, 8 aprile 2024.

Siamo sull'orlo di quella che potrebbe essere definita una guerra caotica. Non è la formula usata spesso in passato dallo stato sionista per intimidire gli avversari; stavolta è diverso.
Il reporter sionista Eddie Cohen ha dichiarato, all'indomani dell'attacco contro ial consolato iraniano: "Noi vogliamo la guerra, con l'Iran e con Hezbollah, e lo diciamo a chiare lettere. Non avete ancora capito?". "Lo stato sionista vuole trascinare l'Iran in una guerra su larga scala per poter colpire gli impianti nucleari iraniani", anche se questi impianti sono fuori dalla portata degli USA e dello stato sionista, sepolti sotto le montagne.
Cohen, e naturalmente i vertici militari dello stato sionista, lo sanno; nonostante questo lo stato sionista si sta chiudendo in una logica che può portare solo alla sconfitta. Le strutture nucleari iraniane sono al sicuro contro gli attacchi dello stato sionista. La distruzione delle infrastrutture civili iraniane, che invece sono obiettivi scoperti, può provocare molte vittime ma di per sé non farà crollare lo stato iraniano. Trita Parsi colloca in un contesto diverso l'obiettivo perseguito dallo stato sionista con l'attacco al consolato iraniano di Damasco:
Un aspetto importante, nella condotta seguita dallo stato sionista con la connivenza di Biden, è che esso si è impegnato in uno sforzo deliberato e sistematico volto a calpestare leggi e norme esistenti in materia di guerra.
Anche in tempo di guerra le ambasciate sono intoccabili? Lo stato sionista ha appena bombardato una sede diplomatica iraniana a Damasco.
Bombardare gli ospedali è un crimine di guerra? Lo stato sionista ha bombardato tutti gli ospedali di Gaza. Ha persino assassinato medici e pazienti all'interno degli ospedali.
La Corte Internazionale di Giustizia ha obbligato stato sionista a consentire la consegna di aiuti umanitari a Gaza? Lo stato sionista impedisce attivamente l'arrivo degli aiuti.
La morte per fame dei civili come metodo di guerra è vietata dal diritto internazionale umanitario? Lo stato sionista ha deliberatamente creato una carestia a Gaza.
I bombardamenti indiscriminati sono illegali secondo il diritto umanitario internazionale? Lo stesso Biden ammette che lo stato sionista sta bombardando Gaza in modo indiscriminato.
L'elenco continua. Tuttavia, ad essere molto significativa è la violazione da parte dello stato sionista dell'immunità che la Convenzione di Vienna accorda alle sedi diplomatiche, oltre al livello delle personalità uccise. È un segnale importante: lo stato sionista vuole la guerra... ma con il sostegno degli Stati Uniti, ovviamente.
L'obiettivo dello stato sionista, in primo luogo, è quello di fare scempio di norme, convenzioni e leggi di guerra; quello di creare un'anarchia geopolitica in cui tutto è permesso e che, con la Casa Bianca che assiste frustrata ma connivente a ogni scempio deliberato contro qualsiasi norma di condotta, permetta a Netanyahu di afferrare gli USA per le briglie e portare il cavallo della Casa Bianca all'acqua, ovvero alla sua "Grande Vittoria" regionale escatologica; una guerra necessariamente brutale al di là delle linee rosse esistenti e priva di qualsiasi limite.
Dal punto di vista simbolico è altrettanto significativo del bombardamento di Damasco il fatto che Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna -dopo un breve omaggio formale alla Convenzione di Vienna- si siano rifiutati di condannare la distruzione del consolato iraniano, mettendo così in dubbio l'immunità che la Convenzione di Vienna stabilisce per le sedi diplomatiche.
Implicitamente, il rifiuto di condannare questa iniziativa verrà ampiamente interpretato come una tacita approvazione del primo timido passo compiuto dallo stato sionista verso la guerra con Hezbullah e con l'Iran. Questo caotico nichilismo dello stato sionista, con il suo sapore biblico, tuttavia non ha alcun rapporto in termini puramente razionali con l'aspirazione di Netanyahu a una "Grande Vittoria". La realtà è che lo stato sionista ha perso la deterrenza. Essa non verrà ripristinata; lo impedisce la rabbia profonda che lo stato sionista ha suscitato nel mondo islamico con i massacri a Gaza degli ultimi sei mesi.
Tuttavia esiste una seconda ragione per cui lo stato sionista è intenzionato a violare deliberatamente il diritto e le norme umanitarie: Il giornalista sionista Yuval Abraham ha riferito in modo molto approfondito sulla rivista +972 come lo stato sionista abbia sviluppato un sistema di intelligenza artificiale chiamato Lavender per generare liste di individui da uccidere a Gaza. Non esiste quasi nessuna verifica per mano umana; solo una specie di approvazione che richiede una ventina di secondi, per assicurarsi che l'obiettivo indicato sia di sesso maschile, dato che non risulta che l'esercito della Resistenza schieri delle donne.
Il ricorso a queste liste di individui da eliminare è palesemente al di fuori di ogni legge, come riportato da varie fonti utilizzate da Abraham: la cosa può andare esente da critiche solo facendola diventare qualcosa di normale, come una iniziativa fra tante nella generale illegalità e rifacendosi di fatto a un eccezionalismo sovrano:
L'esercito sionista attacca sistematicamente gli individui presi come bersagli mentre si trovano nelle loro case -di solito di notte, quando c'è tutta la famiglia- piuttosto che nel corso delle attività militari... Sono stati utilizzati ulteriori sistemi automatizzati, tra cui uno chiamato "Dov'è papà?", pensati proprio per seguire gli individui da colpire una volta che sono entrati in casa... Tuttavia è successo che un'abitazione venisse colpita, di solito in piena notte, e che l'individuo preso di mira non ci fosse proprio.
Il risultato è che migliaia di palestinesi - la maggior parte dei quali donne, bambini o comunque persone non coinvolte nei combattimenti - sono stati spazzati via dagli attacchi aerei sionisti, soprattutto durante le prime settimane di guerra, a causa delle decisioni di un sistema di intelligenza artificiale".
"Non ci interessava uccidere gli operativi [di Hamas] quando si trovavano in un edificio militare... o erano impegnati in un'attività militare", ha detto A., un funzionario dei servizi, a +972 e Local Call. "Anzi, l'esercito sionista li ha bombardati senza esitare a casa loro, come prima opzione. È molto più facile bombardare la casa di una famiglia. Il sistema è stato ideato per cercarli in quei contesti".
"Inoltre... quando si trattava di colpire quelli che Lavender indicava come militanti di bassa truppa, l'esercito preferiva usare solo missili non guidati, comunemente noti come bombe stupide (in contrasto con le bombe di precisione, quelle "intelligenti") che possono distruggere interi edifici con i loro occupanti dentro e causare un numero significativo di vittime. Non si vogliono sprecare ordigni costosi per gente poco importante: per il paese è molto costoso e poi c'è carenza [di queste bombe]".
L'esercito ha anche stabilito, durante le prime settimane di guerra, che per ogni combattente di basso grado di Hamas indicato da Lavender era lecito uccidere fino a quindici o venti civili... nel caso in cui l'obiettivo fosse un ufficiale superiore di Hamas con il grado di comandante di battaglione o di brigata, in diversi casi l'esercito ha autorizzato l'uccisione di più di cento civili per eliminare un singolo comandante".
"Lavender -che è stato sviluppato per designare bersagli umani nella guerra in corso- ha contrassegnato come eliminabili circa trentasettemila palestinesi come sospetti militanti di Hamas; per lo più si tratta di bassi gradi (il portavoce delle forze armate sioniste ha negato l'esistenza di questa lista di individui da eliminare, in una dichiarazione a +972 e Local Call)".
Non c'è quindi motivo per stupirsi se lo stato sionista cerca di mimetizzare simili dettagli entro una serie di generalizzate e ordinarie violazioni del diritto umanitario: "Volevano permetterci di attaccare [i soldati semplici] in automatico. Questo è il Santo Graal. Una volta che si passa in modalità automatica, la designazione dei bersagli diventa incontrollabile".
Non è difficile ipotizzare cosa potrebbe stabilire la Corte Internazionale di Giustizia...
Qualcuno è convinto che a Lavender, questo zoppicante sistema di intelligenza artificiale, non verrebbe chiesto di sfornare liste di individui da eliminare se lo stato sionista decidesse di entrare in Libano? Un'altra ragione per collaudare prima a Gaza le procedure, detto per inciso.
Il punto essenziale del resconto di +972 Magazine (che cita molte fonti) è che le forze armate dello stato sionista non si sono concentrate sull'eliminazione delle Brigate Qassam di Hamas, come invece hanno sostenuto. "Mi ha molto sopreso il fatto che ci abbiano chiesto di bombardare una casa per uccidere un singolo soldato sul terreno; un bersaglio davvero di poca importanza nel contesto del combattimento", ha detto una delle fonti in merito al ricorso all'intelligenza artificiale per designare presunti militanti di bassa forza.
"Obiettivi di questo livello io li ho soprannominati 'obiettivi spazzatura'. Tuttavia, li consideravo eticamente pià ammissibili degli obiettivi che bombardavamo solo per 'deterrenza', i condomini evacuati e rasi al suolo solo così, tanto per distruggere qualcosa".
Questo resoconto chiarisce quanto siano infondate le affermazioni dello stato sionista sulla distruzione di diciannove dei ventiquattro battaglioni di Hamas: una fonte che critica Lavender a causa della sua imprecisione ne sottolinea un difetto ovvio: "Discrimina in modo vago". Come distinguere un combattente di Hamas da un qualsiasi altro civile di Gaza?
"Al suo apice, il sistema è riuscito a desginare trentasettemila individui come bersagli umani potenziali", ha detto B. "Ma i numeri cambiavano di continuo, perché dipende da come si stabiliscono i criteri per definire qualcuno come militante di Hamas. Ci sono stati momenti in cui i criteri per definire i militanti sono stati più ampi; il sistema ha iniziato a indicare di tutto, dal personale della protezione civile agli agenti di polizia; gente per cui sarebbe stato un peccato sprecare bombe".
Proprio durante la prima settimana di aprile, il ministro e componente del governo di guerra Ron Dermer è stato incaricato di recarsi a Washington per sostenere che il successo delle forze armate sioniste nel debellare diciannove battaglioni di Hamas giustificava un'incursione a Rafah, per distruggere i quattro o cinque battaglioni che lo stato sionista sostiene vi siano ancora presenti.
Ciò che è chiaro è che l'intelligenza artificiale ha rappresentato uno strumento fondamentale per lo stato sionista nella sua "vittoria" a Gaza. Lo stato sionista si accinge a vendere specchietti per le allodole profumati alla lavanda.
Al contrario i palestinesi, consapevoli di essere inferiori di numero, hanno una visione molto diversa: sono passati a un nuovo modo di pensare che dà al semplice atto di resistere un significato civile; un percorso che porta a una vittoria metafisica -e molto probabilmente anche a una sorta di vittoria militare- per il popolo palestinese; se non nel corso della loro vita, almeno in futuro. La natura asimmetrica del conflitto che lo stato sionista non è mai riuscito a comprendere sta proprio in questo.
Lo stato sionista vuole essere temuto, credendo che questo possa ripristinare il suo potenziale di deterrenza. Amira Hass scrive che, a prescindere dalla repulsione per questo governo e per i suoi componenti, "la grande maggioranza [dei cittadini dello stato sionista] crede ancora che la guerra sia la soluzione". E Mairav Zonszein, scrivendo su Foreign Policy, osserva che "il problema non è solo Netanyahu, è la società dello stato sionista".
Puntare il dito contro Netanyahu è facile, e distoglie l'attenzione dal fatto che la guerra a Gaza non è la guerra di Netanyahu, è la guerra dello stato sionista. E il problema non è solo Netanyahu, è l'elettorato dello stato sionista... Un'ampia maggioranza -l'88% dei cittadini ebrei dello stato sionista intervistati a gennaio- ritiene che lo stupefacente numero di morti palestinesi, che in quel momento erano più di venticinquemila, sia giustificato. Un'ampia maggioranza dell'opinione pubblica ebraica pensa anche che le forze armate dello stato sionista a Gaza stiano ricorrendo alla forza in modo adeguato, se non addirittura troppo scarso... Dare tutta la colpa al Primo Ministro non coglie l'essenza della questione. Non tiene conto del fatto che i cittadini dello stato sionista hanno da tempo precorso, permesso o comunque accettato il sistema di occupazione militare e di disumanizzazione dei palestinesi messo in atto da parte del loro Paese.
Né lo stato sionista né gli Stati Uniti hanno tuttavia una strategia globale per affrontare la guerra in corso. L'approccio dello stato sionista è tutto tattico: sostiene di aver ridotto Hamas ai minimi termini, di aver trasformato Gaza in un inferno umanitario e di aver preparato la scena per il "piano decisivo" che Bezalel Smotrich avrebbe ideato per i palestinesi. Ancora Amira Hass:
"Accettare uno status inferiore, emigrare ed essere cacciati sotto l'apparenza dell'adesione volontaria, o affrontare la sconfitta e la morte in guerra". Questo è il piano che si sta attuando a Gaza e in Cisgiordania, con la maggioranza dei cittadini dello stato sionista che si comporta da complice attivo ed entusiasta o che acconsente passivamente alla sua realizzazione.
Anche la visione statunitense è tattica... e molto lontana dalla realtà: prospettare la trasformazione di Gaza in uno staterello collaborazionista "sul tipo di Vichy"; immaginare che la pressione politica dei francesi in Libano costringerà Hezbollah a ritirarsi dalle terre in cui è radicato da sempre nel sud del Libano; immaginare che la Casa Bianca di Biden sia in grado di ottenere attraverso la pressione politica quello che lo stato sionista non può ottenere col ricorso alle armi.
A essere paradossale è il fatto che lo stato sionista e gli Stati Uniti hanno una loro immagine della situazione, ma sono convinti che si tratti della realtà. Anche questo va a vantaggio dell'Iran e del Fronte di Resistenza. Come dice il vecchio adagio, "non disturbare mai il tuo nemico mentre sta facendo un errore".

lunedì 8 aprile 2024

GKN a Campi Bisenzio: occorre immediatamente ripristinare la legalità contro l'insicurezza e il degrado

 

Firenze, un fine settimana di aprile in due posti a venti metri l'uno dall'altro.
La legalità da ripristinare.
Seconda edizione di un festival letterario organizzato in modo da irritare il più possibile chi merita di essere irritato il più possibile.
Degrado a cassettate e insicurezza a vagoni. 


La legalità.
Stracci.
E uno che si fa chiamare Calcutta che frigna nella filodiffusione di essere "coi piedi nel mare soltanto a pensare che sembriamo tutti falliti".