mercoledì 11 maggio 2022

Il conflitto fra Russia e Ucraina impone di schierarsi in difesa della libertà e della civiltà occidentale


I motivi per cui è ovvio schernire la chiamata alle armi per ucraini di complemento e ridere in faccia ai gazzettieri che fanno gli ufficiali arruolatori sono moltissimi.
Tra questi, la realtà quotidiana della "libertà occidentale".
Questi frequentatori di ristoranti che non hanno mai sentito l'odore di una ferita agli intestini vorrebbero addirittura che venisse difesa armi alla mano.
Da qualcun altro, ovvio.

Nei paesi democratici si è assai poco liberi di agire, anzi non lo si è affatto. I lacci delle regole stringono ogni singola azione, specialmente in città, le autorità hanno deciso dove puoi camminare, quanto tempo sostare, quanto a lungo guardare un quadro e da quale distanza, se ti è permesso il bagno in mare, quanto paghi per spostarti, i grammi di droga da comprare, dove disperdere le ceneri di tuo padre e dove le tue. È regolamentato da tabelle ogni respiro della vita urbana, i cartelli vietano, le linee tratteggiate separano, e intanto le telecamere registrano tutto quanto, tra multe, scadenze, bolli, giorni alterni, orari, varchi.
Non sei libero di fare nulla senza uno speciale permesso, un visto, un bollino, una scheda, una password, un ticket, un collare, un coupon, una tessera, una banda magnetica; che devi continuamente rinnovare perché scade, sta scadendo, eccolo là, è già scaduto, e devi ricominciare daccapo. Sei sempre fuorilegge malgrado tu la insegua tutti i giorni per obbedirle. Le buste non aperte con gli avvisi di infrazioni e intimazioni e promemoria creano pile nell’ingresso di casa. Nei giorni dispari circolano le macchine con la targa pari, ma possono parcheggiare solo sul lato destro della strada, se sono catalizzate, dalle 13 alle 18. Sei sorvegliato ovunque. Regolamenti si sovrappongono a regolamenti, come manifesti incollati uno sopra l’altro, e mentre stai lì senza far nulla, su una panchina di un giardino, in realtà stai obbedendo almeno a una decina di codici racchiusi l’uno nell’altro come scatole cinesi.
Unica eccezione: i barboni, e i criminali. Finché non finiscono in prigione i criminali sono gli unici uomini liberi della nostra società. O quantomeno che tentano spericolatamente, avendo spesso la peggio, di imporre ed esercitare la loro libertà ai danni di quella degli altri, come se fossero unica legge a se stessi, il che non è mai vero fino in fondo, poiché non può definirsi legge ciò che è valido per un solo individuo. La legge per chiamarsi tale deve opprimere un sacco di gente, ma di fatto opprime solo quelli che la rispettano, i quali perciò finiscono per essere oppressi due volte, schiacciati tra due poteri: da una parte lo Stato alle cui leggi, spesso strampalate, obbediscono, dall’altra i criminali piccoli e grandi che gli impongono la loro. Per non parlare delle organizzazioni che sono ormai come la Spectre: banche, compagnie telefoniche e assicurative, arroccate nei loro palazzi di vetro e difese da numeri telefonici a cui non risponde mai nessuno, strutturate con tratti di segretezza impenetrabilità e impersonalità presi a prestito dalla macchina dello Stato e da quella delle organizzazioni mafiose. Il cittadino paga sempre almeno due volte il suo tributo. È una doppia o tripla tassazione fissa.

 

Edoardo Albinati, La scuola cattolica, 2016. 



giovedì 28 aprile 2022

Ritratto di Giovanni Maspero ristoratore in Como con Irina Katchanova. Differenze fra i Tigli in Theoria e i tigli in pratica.


Una felice immagine di Giovanni Maspero e Irina Katchanova, ritratti in un contesto raffinato e in un ambiente di sobria eleganza.
Il signor Maspero è un uomo intraprendente, dai variegati e multiformi interessi imprenditoriali.
Fra le altre cose ha allestito e diretto i Tigli in Theoria, un costosissimo ristorante in centro a Como. Un piatto vi costa intorno ai trentacinque euro, una cifra con cui una persona normale acquista derrate sufficienti a sostenersi per diversi giorni.
Il 27 aprile 2022 il signor Maspero è stato arrestato come un punkabbestia qualsiasi e non certo per aver cercato di fare la rivoluzione.
Oltre cento milioni di evasione fra tasse e contributi.
Una bella differenza, fra i Tigli in Theoria e i tigli in pratica.
Negli stessi giorni la "libera informazione" gronda piagnistei di padroni di mescite, osterie e locande concordemente intonati al miserere per un settore in cui è venuta a mancare la mano d'opera.
Da alcuni anni lo stato che occupa la penisola italiana ha introdotto una misura di sostegno chiamata "reddito di cittadinanza" che ha consentito a molti lavoratori palesemente sottopagati di sottrarsi alla disinvoltura di osti e locandieri.
Un provvedimento che i ben vestiti di cui sopra considerano una vera iattura.

Non occorre aggiungere molto altro.

L'immagine viene dall'autoschedatura di Maspero sul Libro dei Ceffi -precipitosamente chiusa dopo l'arresto- e viene qui riprodotta al preciso scopo di alimentare odio di classe.


domenica 24 aprile 2022

Alastair Crooke - Errori (anche) tattici e conseguenze strategiche



Traduzione da Strategic Culture, 18 aprile 2022.

I falchi della NATO negli USA e in Europa e gli interventisti liberali vogliono più di ogni altra cosa vedere Putin umiliato e reietto. Molti in Occidente vogliono la testa insanguinata di Putin su una picca alle porte della città, ben in vista per tutti, come esplicito monito a quanti sfidano l'ordine internazionale costituito. Il loro obiettivo non è solo il Pakistan o l'India, ma la Cina innanzitutto.
Eppure i falchi si rendono conto che non si azzardano -non possono- procedere a tutta manetta. Nonostante il loro atteggiamento bellicista vogliono che l'aspetto cinetico del conflitto resti limitato ai confini dell'Ucraina: Niente truppe statunitensi sul terreno (anche se quelle sulla cui esistenza si deve tacere sono già sul posto, e hanno "guidato i colpi").
Il Pentagono per esempio -almeno quello- non vuole rischiare una guerra con la Russia suscettibile di degenerare e di arrivare fino al ricorso alle armi nucleari. Questa posizione tuttavia viene adesso messa in discussione da protagonisti dello schieramento neoconservatore che sostengono che il timore che la Russia possa ricorrere al potenziale nucleare è frutto di esagerazioni e dovrebbe essere messo da parte.
Così, per realizzare questi grandiosi progetti l'Occidente si è limitato (dal 2015) ad addestrare e armare i quadri delle forze di élite (come il reggimento Azov) e ad assicurarsi che venissero inseriti a tutti i livelli -compresi i vertici- della leadership politica e militare ucraina.
L'obiettivo in questo caso è stato quello di reggere le operazioni belliche (dato che quella di una piena vittoria non è un'opzione). Più a lungo la guerra continua, recita la narrativa statunitense, più quelle cinquemila sanzioni varate contro la Russia ne danneggeranno l'economia e eroderanno il sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica russa.
Le esperienze fatte in Siria permeano il teatro degli scontri. Per le forze russe è stata preziosa l'esperienza acquisita ripulendo Aleppo dagli estremisti jihadisti.Per il Comando per le Operazioni Speciali degli Stati Uniti, che addestra queste unità d'élite ucraine, le virtù rappresentate dall'esercizio della pura spietatezza e delle provocazioni (affinate a Idlib dai loro protetti di ieri) sembrano aver impressionato i loro ex istruttori occidentali a sufficienza da giustificarne il passaggio ad un presunto movimento insurrezionale guidato dal battaglione Azov, anche se in azione dal polo opposto dell'ideologia insurrezionalista.
Ci sono motivi per pensare che l'FSB (il servizio di sicurezza russo) possa aver sottovalutato come il ricorso a tattiche di gestione della popolazione come quelle usate a Idlib potrebbe lasciare persino una popolazione civile a maggioranza filorussa troppo imbelle per respingere efficacemente un dominio in stile Azov. Di conseguenza, le forze russe hanno dovuto impegnarsi più del previsto. Questo può essere stato un errore tattico, ma non un errore strategico.
Un grosso errore strategico invece è stato, per l'Occidente, decidere di combattere innanzitutto una guerra finanziaria contro la Russia, guerra che potrebbe rivelarsi la rovina per i piani occidentali. L'insurrezione ucraina, in pratica, è stata confinata in gran parte a operare in modo da fornire più tempo alle sanzioni e alle operazioni di guerra psicologica in grande stile, in modo che il fronte interno russo inizi a risentire di entrambe.
Bene, ecco il problema: a marzo il presidente Biden si è presentato al Congresso e ha dichiarato che il rublo russo era sceso del 30% e il mercato azionario russo del 40%. L'economia russa, diceva, era sulla via del collasso; la missione era quasi compiuta.
Eppure, contrariamente alle attese del G7 per cui le sanzioni occidentali avrebbero fatto crollare l'economia russa, il Financial Times ha dovuto ammettere che "Va detto sottovoce... Ma il sistema finanziario russo sembra [oggi] essersi ripreso dallo shock iniziale delle sanzioni"; il "settore finanziario russo si è rimesso in piedi dopo gli ostacoli costituiti dapprincipio dalle sanzioni". E le vendite di petrolio e gas dalla Russia -più di un miliardo di dollari al giorno, in marzo- significano che essa sta continuando ad accumulare grandi profitti dal commercio estero. La Russia si ritrova col più grande surplus dal 1994, dato che i prezzi dell'energia e delle materie prime si sono impennati. Ironicamente, oggi come oggi le prospettive economiche della Russia sembrano per molti aspetti migliori di quelle dell'Occidente. Come la Russia, l'Europa ha già -o avrà presto- un tasso di inflazione a due cifre. La grande differenza è che l'inflazione russa sta scendendo, mentre quella europea sta aumentando al punto (in particolare per i prezzi dei generi alimentari e dell'energia) che gli aumenti accenderanno probabilmente il malcontento popolare e le proteste.
Bene. Il G7 ha sbagliato; la crisi politica in effetti era stata messa in programma per la Russia, non per l'Europa. E gli stati dell'Unione Europea sembrano ora intenzionati a raddoppiare: se la Russia non è crollata come ci si aspettava, allora tocca all'Europa deve fare il servizio completo: via tutto, semplicemente. Nessuna nave russa che entra nei porti dell'Unione Europea, nessun camion che attraversa le frontiere dell'Unione Europea, niente carbone, niente gas e niente petrolio. "In Russia non deve arrivare un euro", è il grido di battaglia. Ambrose Evans-Pritchard scrive sul Telegraph: "Olaf Scholz deve scegliere tra un embargo energetico alla Russia o un embargo morale alla Germania":
"...il rifiuto dell'Europa occidentale di tagliare i finanziamenti alla macchina da guerra di Vladimir Putin è inammissibile. Il danno morale e politico per la stessa UE sta diventando proibitivo. Una linea politica che è già un disastro diplomatico per la Germania, che scopre attonita che il presidente Frank-Walter Steinmeier è un paria -il Kurt Waldheim della nostra epoca?- così stigmatizzato da due decenni nel ruolo di signore oscuro delle collusioni col Cremlino che l'Ucraina non lo farà entrare nel paese. Questo indugiare non rende giustizia al popolo tedesco, che sostiene in modo schiacciante una risposta che sia all'altezza della minaccia alla propria esistenza che l'ordine liberale europeo sta affrontando".
Ecco chiaramente la seconda revisione, il piano B per i grandiosi progetti: la Russia sta sopravvivendo alla guerra mossale dal Tesoro perché l'Unione Europea compra ancora gas ed energia. L'UE -e la Germania più in particolare- stanno finanziando la "grottesca e immotivata guerra" di Putin. Si continua con la tiritera: "Non un euro a Putin!".
Il secondo errore strategico è dato dall'incapacità di comprendere che la resilienza economica della Russia non deriva solo dal fatto che l'UE continua ad acquistarne il gas. Essa è piuttosto frutto del fatto che la Russia ha operato su entrambi i lati dell'equazione, collegando il rublo all'oro e poi collegando i pagamenti energetici al rublo; in questo modo il valore della sua valuta è salito.
La Banca di Russia sta così alterando dalle fondamenta tutti i presupposti del funzionamento del sistema commerciale globale, sostituendo come valuta commerciale il traballante dollaro con una solida valuta basata sulle materie prime. Allo stesso tempo sta innescando un mutamento del ruolo dell'oro, che torna ad essere un baluardo a sostegno del sistema monetario.
Paradossalmente, sono stati gli stessi Stati Uniti a preparare il terreno per questo passaggio al commercio in valuta locale, col sequestro senza precedenti delle riserve russe e con le loro minacce nei confronti dell'oro russo (se solo potessero metterci le mani sopra). Questo ha allarmato altri paesi che temevano che dopo sarebbe stato il loro turno, se solo avessero provocato il capriccioso "dispiacere" di Washington. Più che mai, il mondo non occidentale è oggi aperto al commercio in valuta locale.
Questa strategia fondata sul boicottaggio delle fonti energetiche russe ovviamente mette all'angolo l'Europa. L'Europa non può in alcun modo sostituire l'energia russa con altre fonti, almeno per i prossimi anni: né rivolgendosi all'AmeriKKKa, né al Qatar, né alla Norvegia. Ma la leadership europea, in preda a un'indignazione frenetica per la marea di immagini atroci che arriva dall'Ucraina e convinta che l'"ordine liberale" ad ogni costo deve prevenire una sconfitta nel conflitto ucraino, sembra pronta ad andare a diritto nonostante tutto.
Ambrose Evans-Pritchard continua:
"In Germania, gli sbarramenti della politica stanno cedendo. Die Welt fotografa l'esasperazione dei media definendo l'idillio fra la Germania e la Russia di Putin 'il più grande e pericoloso errore di calcolo nella storia della Repubblica federale'. I presidenti delle commissioni esteri, difesa e dei rapporti con l'Europa al Bundestag -che comprendono tutti e tre i partiti della coalizione - hanno tutti chiesto un embargo sul petrolio giovedì [14 aprile, n.d.t.]. "Dobbiamo finalmente dare all'Ucraina ciò di cui ha bisogno, armi pesanti comprese. Un embargo energetico completo è fattibile", ha detto Anton Hofreiter, dei Verdi, presidente della commissione per i rapporti con l'Europa".
L'aumento dei costi energetici implicito nel fare a meno delle fonti russe finirà semplicemente di stroncare ciò che rimane della competitività dell'UE, e porterà a un'inflazione altissima e a disordini politici. Tutto questo fa parte dell'agenda originale della NATO, che prevede di tenere l'AmeriKKKa in Europa, tenerne fuori la Russia e far volare bassa la Germania?
Ci sono serie linee di faglia che si irradiano da questo tentativo eurostatunitense di riaffermare il proprio "liberalismo", e che insiste nel non tollerare alcuna alterità. Su questioni come l'agenda di un'élite scientifico-tecnologica e sulla "vittoria" in Ucraina, non può esistere un'altra prospettiva. Siamo in guerra.
Cosa succederà, allora? Il risultato più probabile è che l'economia russa non crollerà, nemmeno se l'Unione Europea dovesse fare tabula rasa del commercio energetico e di tutto quanto il resto. La Cina appoggerà la Russia, e dire Cina significa dire l'economia globale. Non è che si può metterla sotto sanzioni fino a quando non capitola.
Scacco matto? Bene, quale potrebbe essere il piano C dell'Occidente? La frenesia bellicista, l'odio viscerale, un linguaggio che sembra fatto apposta per escludere qualsiasi venire a patti con Putin, oppure la leadership di Mosca è ancora al suo posto, e i neo-conservatori stanno sentendo nell'aria che è la loro occasione.
"L'intellettuale neoconservatore ed ex scrittore di discorsi per Reagan John Podhoretz ha recentemente scritto un tronfio editoriale intitolato La riscossa dei neoconservatori. In questo corsivo si legge che gli architetti della Guerra al Terrore come lui sono ora 'di nuovo sulla breccia', gli eventi mondiali hanno dimostrato che hanno ragione su tutto - dai poliziotti di quartiere alla guerra".
Non solo sono tornati sulla breccia, afferma Podhoretz, ma i neoconservatori hanno sconfitto i loro principali nemici intellettuali sul piano della cornice morale della deterrenza. Sul piano interno la questione Ucraina si traduce in questo modo e i neoconservatori pensano che l'Ucraina li abbia portati alla riscossa.
Naturalmente quando l'invasione dell'Iraq si è conclusa con una sconfitta monumentale, i neoconservatori sono stati scherniti da tutti e Podhoretz si era messo a balbettare scuse. Non sorprende che di conseguenza l'originario avallo all'intervento militare degli Stati Uniti sia rapidamente uscito di scena e che e la guerra a colpi di sanzioni intrapresa dal Tesoro ne abbia preso il posto: un interventismo di questo genere non richiede l'invio di truppe sul terreno.
Insomma, ecco perché i neoconservatori condividono l'idea -sbagliata- che la guerra intrapresa dal Tesoro unita a una guerra psicologica tirata fino all'estremo potrebbe far abbassare la cresta a Putin.
I neoconservatori sono entusiasti del fatto che la guerra finanziaria stia fallendo. Dal loro punto di vista, questo rimette sul tavolo l'opzione militare, con l'apertura di un nuovo 'fronte': un'azione aggressiva basata sulla fondamentale originaria premessa per cui uno scambio nucleare con la Russia deve essere evitato, e che l'elemento cinetico del conflitto deve restare accuratamente circoscritto per evitare questa possibilità.
"È vero che agire con fermezza nel 2008 o nel 2014 avrebbe significato rischiare uno scontro", ha scritto Robert Kagan nell'ultimo numero di Foreign Affairs deplorando il rifiuto degli Stati Uniti di affrontare militarmente la Russia.
 "Ma Washington lo scontro lo sta rischiando adesso; le ambizioni della Russia hanno creato una situazione intrinsecamente pericolosa. È meglio per gli Stati Uniti rischiare il confronto con qualche potenza belligerante quando essa è nelle prime fasi di un ambizioso programma di espansione, non dopo che essa ha già consolidato vantaggi sostanziali. La Russia può anche possedere un temibile arsenale nucleare, ma il rischio che Mosca vi ricorra non è più alto ora di quanto lo sarebbe stato nel 2008 o nel 2014 se l'Occidente fosse intervenuto allora. E poi il rischio è sempre stato straordinariamente piccolo: Putin non avrebbe mai ottenuto i suoi obiettivi distruggendo se stesso e il suo paese, insieme a gran parte del resto del mondo".
Insomma, non preoccupatevi di andare in guerra contro la Russia, Putin non userà la bomba.
Davvero? Perché si dovrebbe esserne così sicuri?

Questi neoconservatori sono riccamente sovvenzionati dall'industria bellica. Non vengono mai abbandonati dalle proprie reti. Vanno e vengono dentro e fuori dai posti di potere, sistemati in parcheggi come il Council on Foreign Relations o Brookings o l'AmeriKKKan Enterprise Institute, prima di essere richiamati al governo. Sono stati i benvenuti alla Casa Bianca di Obama o di Biden come alla Casa Bianca di Bush. La guerra fredda per loro non è mai finita e il loro mondo è rimasto binario: noi e loro, bene e male.
Solo che al Pentagono non ci cascano. Al Pentagono sanno cosa significa una guerra nucleare. Quindi la conclusione è che le sanzioni danneggeranno l'economia russa ma non la faranno crollare. La guerra vera, non quella della propaganda che racconta dell'incompetenza dei russi e dei loro fiaschi militari, sarà vinta dalla Russia. Tutte le forniture militari di apparati massicci provenienti da Europa e USA alla volta dell'Ucraina saranno vaporizzate appena attraversano il confine, e l'Occidente sperimenterà ciò che più teme: essere umiliato nel proprio tentativo di riaffermare l'ordine liberale.
L'Europa teme che senza una clamorosa riaffermazione vedrà comparire linee di faglia in tutto il mondo. Ma queste fratture sono già presenti: Trita Parsi scrive che "i paesi non occidentali tendono a vedere la guerra della Russia in modo molto, molto diverso":
"La richiesta occidentale di affrontare costosi sacrifici tagliando i legami economici con la Russia per difendere l'ordine costituito ha generato una reazione allergica. Quell'ordine non si è mai basato su delle regole; al contrario, ha permesso agli Stati Uniti di violare impunemente il diritto internazionale. I segnali dell'Occidente sulla situazione in Ucraina hanno portato la sua sordità selettiva a un livello completamente nuovo, ed è improbabile che esso si accattivi il sostegno di paesi che hanno spesso sperimentato gli aspetti peggiori dell'ordine internazionale".
Allo stesso modo, l'ex consigliere indiano per la sicurezza nazionale Shivshankar Menon ha scritto su Foreign Affairs che "lungi dal consolidare il 'mondo libero', la guerra ha messo ancor più in evidenza la sua incoerenza sostanziale. In ogni caso, il futuro dell'ordine globale sarà deciso non dalle guerre in Europa ma dalla sfida in Asia, su cui gli eventi in Ucraina hanno una rilevanza limitata".
La caratteristica più rilevante del primo turno delle elezioni presidenziali francesi della scorsa settimana è che anche se Macron dovesse vincere il 24 aprile (e l'establishment e i suoi media faranno di tutto per assicurare la sua vittoria), si tratterà di una vittoria di Pirro. La maggioranza degli elettori francesi il 13 aprile ha votato contro un sistema dominato dagli interessi incrociati tra lo Stato e la sfera delle grandi imprese.
Gli elettori francesi sentono di star andando diritti verso un'inflazione più alta, tenore di vita in declino, più regolamentazione sovranazionale, più NATO, più UE e più diktat ameriKKKani.
Ora, gli si viene a dire che l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, del riscaldamento e dei carburanti è il prezzo da pagare per paralizzare la Russia e la Cina e per "salvaguardare il tessuto morale dell'ordine liberale".
Se si dovessero indicare le caratteristiche di questa tacita guerra, le si potrebbero trovare in un Macron che parla (a bassa voce) a La France, la Francia in senso astratto. La Le Pen, al contrario, ha parlato con il popolo francese, e ha parlato di una pratica politica con cui essi possono relazionarsi in modo personale. Dalla contesa elettorale le vecchie categorie e i "contenitori" tradizionali della politica francese -la Chiesa cattolica, il partito repubblicano e il partito socialista- sono usciti ridotti a qualcosa di insignificante. Il presidente Eisenhower, nel suo discorso d'addio del 1961, aveva chiaramente previsto lo scisma imminente:
 "Oggi, l'inventore solitario è stato surclassato da task force di scienziati nei laboratori e nei campi di collaudo. Allo stesso modo l'università, storicamente la fonte delle idee libere e della scoperta scientifica, ha sperimentato una rivoluzione nella conduzione della ricerca. In parte a causa degli enormi costi coinvolti, un contratto governativo diventa praticamente un sostituto della curiosità intellettuale. Per ogni vecchia lavagna ci sono ora centinaia di nuovi computer elettronici.
La prospettiva che gli studiosi di tutta la nazione finiscano sotto la supremazia dell'impiego federale, del finanziamento dei progetti e del potere del denaro è sempre presente - ed è qualcosa da considerare seriamente.
Tuttavia, nel considerare -come dovremmo- la ricerca e la scoperta scientifica con rispetto, dobbiamo anche essere attenti al pericolo uguale e contrario: che la politica pubblica possa finire essa stessa prigioniera di una élite scientifica e tecnologica".
La guerra è questa. 
 
 

martedì 5 aprile 2022

Alastair Crooke - Un'occasione così capita una volta ogni cento anni

 


Traduzione da Strategic Culture, 4 aprile 2022.

Accidenti: la sorte cambia davvero rapidamente. Sembra ieri che un ministro delle finanze francese parlava dell'imminente crollo dell'economia russa mentre il presidente Biden statuiva che del rublo restavano solo le macerie perché l'Occidente tutto insieme aveva sequestrato le riserve in valuta estera della Banca centrale di Russia, aveva minacciato di sequestrare tutto l'oro russo su cui poteva mettere le mani e si era messo a imporre sanzioni senza precedenti a individui, aziende e istituzioni russe. Una guerra finanziaria totale.
Beh, non è andata così. Queste iniziative hanno infuso nei responsabili delle banche centrali di tutto il mondo la terrificante prospettiva per cui anche le loro riserve potrebbero essere sequestrate se essi si azzardassero a non conformarsi. Tuttavia, l'arrogante decisione dell'esecutivo di Biden di provare ancora una volta a far crollare l'economia russa (il primo tentativo fu nel 2014) può ancora essere considerata dal punto di vista geopolitico come un importante punto di svolta.
La sua rilevanza da questo punto di vista potrebbe alla fin fine eguagliare quella dell'abbandono della convertibilità del dollaro statunitense in oro da parte di Nixon nel 1971 anche se stavolta gli eventi puntano in direzione esattamente opposta.
Le conseguenze dell'abbandono dell'oro da parte di Nixon hanno avuto la portata di una bomba atomica. Il sistema commerciale basato sul petrodollaro che ne derivò ha permesso all'AmeriKKKa di bombardare il mondo di sanzioni e di sanzioni accessorie, consentendo agli Stati Uniti una egemonia finanziaria unipolare dopo che il mero militarismo statunitense inteso come principale pilastro a sostegno dell'ordine globale aveva perso credibilità in seguito alle vicende della guerra del Golfo del 2003.
Adesso, ad appena un mese da tutto questo, vediamo articoli sulla stampa finanziaria secondo cui sono il sistema finanziario occidentale e la valuta di riserva mondiale ad essere in aperto declino, e non il sistema economico della Federazione Russa.
Allora, cosa sta succedendo?
Il sistema nato dopo il 1971 è cambiato rapidamente, passando dal basarsi su una merce -il greggio - al basarsi su una moneta legale, che altro non è che la "promessa" di onorare l'obbligazione che deriva da un debito. Una valuta dalle basi solide costituisce la garanzia che il rimborso avverrà. Al contrario, ogni singolo dollaro del capitale di riserva non è sostenuto da nulla di tangibile: solo dalla "piena fiducia" e dal "credito" di cui gode l'entità emittente.
Quello che è successo è che questo sistema basato sulla moneta legale ha iniziato la parabola discendente quando i falchi russofobi di Washington hanno stupidamente scelto di battagliare con l'unico paese -la Russia- che ha le materie prime necessarie per impartire una rotta al mondo, e per innescare il passaggio a un sistema monetario diverso; a un sistema che è ancorato a qualcosa di diverso dalla valuta legale.
Bene, il primo colpo al sistema -conseguenza della guerra finanziaria occidentale contro la Russia- altro non è stato che il caos nei mercati delle materie prime, con l'impennarsi astronomico dei prezzi. La Russia è un super fornitore di materie prime a livello mondiale, ed è stata subissata di sanzioni.
Poi all'inizio di marzo Zoltan Pozsar, che ha lavorato alla Fed di New York dopo essere stato consulente del Tesoro degli Stati Uniti e che attualmente è uno stratega del Credit Suisse, ha pubblicato un resoconto in cui sostiene che il mondo sta andando verso un sistema monetario in cui le valute sono sostenute da materie prime, invece di essere sostenute esclusivamente dalla "piena fiducia" e dal "credito" di cui gode un emittente sovrano.
Pozsar è una delle più reputate voci di Wall Street e ha sostenuto che il sistema monetario oggi in essere ha funzionato fino a quando i prezzi delle materie prime hanno oscillato in modo prevedibile all'interno di una banda ristretta; cioè non sotto pressioni estreme, proprio perché le materie prime sono garanzia per altri strumenti di debito. Tuttavia, quando l'intero comparto delle materie prime si trova sotto pressione -come in questo momento- i prezzi delle materie prime che si impennano portano impazziti tirando la volata a una più ampia sfiducia nei confronti del sistema. Proprio quello cui stiamo assistendo adesso.
In poche parole con la guerra finanziaria contro la Russia l'Occidente ha ricevuto da Mosca una lezione perentoria. Le valute più resistenti non sono il dollaro o l'euro ma il petrolio, il gas, il grano e oro. Esattamente: l'energia, il cibo e le risorse strategiche costituiscono valute.
Poi il sistema ha subito un altro colpo. Il 28 marzo la Russia ha annunciato che avrebbe imposto un valore minimo al prezzo dell'oro. La sua Banca Centrale avrebbe comprato oro a un prezzo fisso di 5000 rubli al grammo almeno fino al 30 giugno, ovvero fino allla fine del secondo trimestre.
Un cambio di cento rubli per dollaro implica che l'oro costi 1550 dollari per oncia e un cambio di col rublo di settantacinque a uno, ma oggi il cambio è di ottantaquattro a uno, ovvero per un dollaro ne servono più di settantacinque. Tom Luongo ha notato tuttavia che il fatto che la Banca Centrale compri oro a un tasso fisso è un incentivo per i russi -da parte di un organo che fa da arbitro- a tenere i risparmi in rubli, perché il rublo viene "fissato" ad un tasso sottovalutato rispetto ad un prezzo dell'oro sopravvalutato sul mercato libero (circa 1.936 dollari per oncia, al momento in cui scriviamo).
In breve, l'impegno della Banca centrale russa mette in moto una dinamica atta a riportare il rublo in equilibrio con l'attuale prezzo in dollari dell'oro sul mercato libero. E in men che non si dica, in barba allo sforzo europeo-statunitense per far crollare il valore di scambio del rublo e causarne la crisi, il rublo è già tornato al suo livello prebellico mentre è il dollaro a essere crollato rispetto ad esso.
Si noti questo: se il valore del rublo dovesse salire ulteriormente rispetto al dollaro -diciamo da cento a uno a novantasei a uno- come risultato della forza commerciale delle materie prime russe, il prezzo imputato dell'oro diventerebbe di 1610 dollari per oncia. In altre parole, il valore dell'oro aumenterebbe.
La situazione presenta anche un altro problema. Gli europei stanno protestando a gran voce perché Putin ha preteso che gli "stati ostili" dalla fine di marzo paghino in rubli il gas che importano anziché in dollari o in euro; tuttavia Putin ha aggiunto anche una clausola per cui gli europei potrebbero pagare in oro, e gli altri stati hanno come ulteriore opzione il pagare in Bitcoin.
Ed ecco il punto: se ci vorranno meno di settantacinque rubli per un dollaro, gli acquirenti che pagheranno in oro otterranno petrolio a prezzo scontato. Forse le grandi compagnie europee del settore energetico non saranno interessate, ma quelle asiatiche saranno molto intressate a questo arbitraggio e a trarre profitto dalle differenze di prezzo che esso implica. Di per sé, questo potrebbe spingere il mercato dell'oro vero e proprio in una situazione di carenza, che a sua volta farà ulteriormente salire il prezzo dell'oro.
Una componente meno evidente degli alti lai di dolore che si levano dall'Europa ("Non pagheremo in rubli!"), è che i responsabili delle banche centrali cercano di mantenere il commercio dell'oro in uno schema ristretto, tramite la manipolazione del mercato dell'oro cartaceo, per non scuotere le fondamenta del sistema finanziario globale. Ma ciò che la Banca Centrale russa ha appena fatto è proprio strappare all'Occidente il suo ruolo di 'price-maker' dell'oro, con annessa priorità nella manipolazione dei prezzi. Russia e Cina insieme possono quindi controllare efficacemente il prezzo dell'oro e del petrolio. Luongo conclude: "Stanno per cambiare il denominatore dei mercati valutari globali, passando dal dollaro statunitense all'oro/petrolio, ovvero alla valuta delle materie prime". "Putin ha deluso il mondo con questo annuncio. Avrebbe potuto tirare diritto e fissare ottomila rubli al grammo o 2575 dollari all'oncia, e che avrebbe avrebbe sconvolto i mercati venerdì, in vista del fine settimana, vendendo il suo petrolio e il suo gas con un forte sconto" - forzando così la crescita del prezzo dell'oro.
Bello, eh?
Va bene, va bene: largo, che arriva il solito coro del tipo "Oh no; non un'altra storia sull'abbandono del dollaro! Non ci sono alternative!" e "Non c'è alternativa al dollaro come valuta di riserva".
Bene. Sappiamo tutti che tutto l'oro alla valutazione attuale ha un valore totale troppo piccolo per sostenere una valuta di scambio a base esclusivamente aurea o il commercio globale. E, a proposito, non si tratta di porre fine al dollaro come valuta commerciale. No, si tratta di tracciare una nuova rotta.
L'argomento di Pozsar è più sottile: c'è una crisi in corso. Una crisi delle materie prime. Le materie prime sono una garanzia, e la garanzia è il denaro, e questa crisi riguarda il crescente fascino della "valuta legata alle materie prime" rispetto alla valuta legale. Nei periodi di crisi bancaria, le banche sono riluttanti a giocare sul piano interno perché non considerano la valuta legale un collaterale affidabile. Quindi si rifiutano di prestare denaro a banche loro pari. Ogni volta che questo accade, le banche centrali devono stampare più denaro per "lubrificare" il sistema abbastanza da farlo funzionare. Questo comportamento, a sua volta, svaluta ulteriormente la valuta legale su cui il sistema si basa. Solo che se la moneta emessa dai governi e stampata dalle banche centrali è sostenuta da beni materiali, questo problema non si presenta. In questo sistema, la controparte nelle transazioni commerciali o nei finanziamenti avrebbe la possibilità di richiedere il pagamento in beni reali di quelli che sostengono la valuta, molto probabilmente oro o magari un bene concordato in anticipo. Ricordiamo che la valuta legale non è altro che uno strumento di debito non garantito dell'entità emittente e come abbiamo visto può essere "cancellato" per capriccio dall'emittente, che è il Tesoro degli Stati Uniti.
Questo rende più comprensibile anche il discorso del "paga in rubli": Qualsiasi schema praticabile di "pagamento in rubli" vedrà acquirenti di gas andare nelle banche russe a vendere dollari o euro o sterline alla banca, per comprare rubli da passare a Gazprom. Questo avrà l'effetto sia di aumentare il valore del rublo come valuta commerciale sia di mitigare l'esposizione a ulteriori sanzioni finanziarie, rendendo le istituzioni russe la sede per le operazioni di pagamento.
E per quanto riguarda il dove stiamo andando? "Dopo l'ultima faccenda della confisca delle riserve di dollari", Sergei Glazyev -supervisore della Commissione Economica Eurasiatica per la pianificazione del futuro monetario- ha detto senza mezzi termini: "Non credo che qualche paese vorrà usare la valuta di un altro paese come valuta di riserva. Quindi, abbiamo bisogno di qualche nuovo strumento". "Noi (la CEE) stiamo attualmente lavorando alla sua messa a punto, che in prima istanza può assumere la forma di una media ponderata di queste valute nazionali", ha detto. "Bene, a questo dobbiamo aggiungere, dal mio punto di vista, le materie prime oggetto di scambio: non solo oro, ma anche petrolio, metalli, grano e acqua: Una sorta di paniere di materie prime, con un sistema di pagamento basato sulle moderne tecnologie digitali del tipo blockchain".
"In altre parole, l'era della globalizzazione liberale è finita. Davanti ai nostri occhi, si sta formando un nuovo ordine economico mondiale - un ordine integrato, in cui alcuni stati e alcune banche private perdono il monopolio privato di cui godevano sull'emissione del denaro".


martedì 29 marzo 2022

Alastair Crooke - La geopolitica è una cosa che cambia forma di continuo

 


Traduzione da Strategic Culture, 28 marzo 2022.

Esistono casi, molto rari, in cui un singolo aneddoto può riassumere con efficacia il mettersi in moto della storia. L'aneddoto è questo. Nel 2005 Zbig Brzezinski, l'inventore del pantano afghano per l'Unione Sovietica e autore di The Grand Chessboard (che incorporava l'adagio di Mackinder per cui "chi controlla il cuore dell'Asia controlla il mondo" nella politica estera degli Stati Uniti), incontrò a Washington Alexander Dugin, filosofo politico russo e sostenitore di una rinascita culturale e geopolitica di quello stesso cuore. Brzezinski aveva già scritto nel suo libro che, senza controllare l'Ucraina, la Russia non sarebbe mai diventata la potenza dominante in quell'areale; con il suo controllo invece la Russia avrebbe potuto e voluto diventarlo. L'incontro era stato ambientato, in favore delle produzioni propagandistiche, mettendo una scacchiera tra Brzezinski e Dugin; c'era da promuovere il libro di Brzezinski. Il fatto che ci fosse la scacchiera spinse Dugin a chiedere a Brzezinski se considerava gli scacchi un gioco per due. "No," rispose Zbig: "È un gioco per uno. Una volta mosso un pezzo si gira la scacchiera e si muovono i pezzi dell'altro lato. Non c'è nessun altro in questo gioco", precisò Brzezinski. Naturalmente, la partita a scacchi con un solo giocatore era implicita nella dottrina di Mackinder: l'adagio su colui che controlla il cuore era un messaggio per le potenze anglosassoni, affinché non permettessero mai l'esistenza di una massa continentale unificata. E questo ovviamente è proprio ciò che si è messo in moto di questi tempi.
Lunedì 21 marzo Biden ha parlato esplicitamente con la voce di Brzezinski, nel discorso tenuto alla Business Roundtable negli Stati Uniti. Le sue osservazioni sono arrivate verso la fine del breve discorso in cui ha parlato dell'invasione della Russia in Ucraina e del futuro economico dell'AmeriKKKa:
"Penso che questo ci presenti qualche opportunità significativa per operare alcuni cambiamenti concreti. Sapete, siamo ad un punto di inflessione, credo, nell'economia mondiale: [e] non solo per l'economia mondiale ma per il mondo; [qualcosa che] si verifica ogni tre o quattro generazioni. Come ha avuto a dirmi l'altro giorno uno dei miei, in qualità di militare del massimo grado, nel corso di un incontro riservato, sessanta milioni di persone sono morte tra il 1900 e il 1946; da allora abbiamo stabilito un ordine mondiale liberale, e una cosa del genere non accadeva da molto tempo. Sono morte molte persone, ma da nessuna parte sull'orlo del caos. Ecco; adesso le cose stanno cambiando. Ci stiamo dirigendo verso un nuovo ordine mondiale, ed è nostro dovere guidarlo e unire in questo il resto del mondo libero".
Anche stavolta non esiste alcun altro alla scacchiera. Si muove, e poi la si gira di centoottanta gradi per giocare dall'altro lato.
Il dato di fatto è che una contromossa attentamente meditata, e diretta contro lo zeitgeist di Brzezinski, è stata formalmente lanciata a Pechino con la dichiarazione congiunta per cui né la Russia né la Cina accettano che l'AmeriKKKa giochi a scacchi da sola, senza nessun contendente alla scacchiera. La questione essenziale dell'epoca che incombe è questa, la riapertura dei giochi sul piano della geopolitica. Un tema su cui gli altri, gli esclusi, sono pronti a scendere in guerra perché non vedono altra scelta.
Un secondo scacchista si è fatto avanti e insiste per giocare: la Russia. E un terzo è pronto a farlo, la Cina. Altri si stanno silenziosamente mettendo a vedere come va il primo confronto in questa guerra geopolitica. Dai commenti di Biden citati sopra, sembra che gli Stati Uniti intendano usare le sanzioni e tutta la inedita portata delle misure a disposizione del Tesoro degli Stati Uniti contro chi dissidente dalla linea di Brzezinski. La Russia deve diventare un esempio di quello che succederà a qualsiasi sfidante che osi pretendere di giocare a scacchi anche lui.
Ma è un approccio che è difettoso proprio come concezione. Deriva dal celebre detto di Kissinger per cui "chi controlla il denaro controlla il mondo". Un adagio sbagliato fin dall'inizio; la verità è sempre stata che "chi controlla il cibo, l'energia (sia umana che fossile) e il denaro può controllare il mondo". Kissinger ha semplicemente ignorato le prime due condizioni richieste, e l'ultima è diventata quella su cui a Washington si sono fissati.
Il paradosso è che quando Brzezinski scrisse il suo libro, i tempi erano molto diversi. Oggi, in un momento in cui l'Europa e gli Stati Uniti non sono mai stati così strettamente allineati, l'"Occidente" paradossalmente non è mai stato tanto solo. Dapprincipio è sembrato uno scherzo, unire tutto il mondo nell'opposizione alla Russia: l'opinione pubblica mondiale si sarebbe opposta così fermamente all'attacco di Mosca che la Cina avrebbe pagato un prezzo politico alto per non essere saltata sul carrozzone dei contrari ai russi. Ma non è così che sta andando.
"Mentre la retorica statunitense mette alla gogna la Russia per i 'crimini di guerra', la crisi umanitaria in Ucraina ecc.", nota l'ex ambasciatore indiano Bhadrakumar, "le capitali mondiali considerano gli eventi come un confronto tra AmeriKKKa e Russia. Al di fuori del campo occidentale la comunità mondiale si rifiuta di imporre sanzioni contro la Russia, o anche solo di demonizzarla. La dichiarazione di Islamabad, rilasciata mercoledì dopo il quarantacinquesimo incontro fra i ministri degli esteri dei cinquantasette membri dell'Organizzazione della Conferenza Islamica, ha rifiutato di approvare sanzioni contro la Russia. Non un solo paese del continente africano o delle regioni dell'Asia occidentale, dell'Asia centrale, di quella meridionale o del sud-est asiatico ha imposto sanzioni contro la Russia".
In questo caso potrebbe giocare anche un ulteriore elemento. Quando paesi come questi sentono dire cose del tipo "gli eroici ucraini si sono guadagnati il diritto di entrare nel nostro 'club dei valori'", hanno la sensazione di sentire l'Europa "bianca" che si aggrappa indebolita alla zattera di salvataggio.
Il dato reale è che le sanzioni cui Biden ha fatto riferimento nel suo discorso hanno già fallito lo scopo. La Russia non ha fatto default, la borsa di Mosca è aperta, il rublo è in ripresa, la reputazione russa è in ottima salute e la Russia vende energia a prezzi stracciati (anche dopo lo sconto).
In poche parole i traffici passeranno da altre strade, non saranno annullati. Ecco i vantaggi di essere un esportatore di beni quasi interamente prodotti in loco; sono i vantaggi di un'economia da fortezza.
La seconda incongruenza nella politica di Biden è che la dottrina di Von Clausewitz -cui la Russia si attiene in larga misura- auspica lo smantellamento del "centro di gravità del nemico per conseguire la vittoria"; in questo caso presumibilmente, il controllo occidentale della valuta di riserva mondiale e dei sistemi di pagamento. Al contrario, oggi come oggi sono l'Europa e gli Stati Uniti che stanno smantellando se stessi, e che si rinserrano ancora di più nell'inflazione che si impenna e nella contrazione dell'attività economica, in una specie di inspiegabile attacco di masochismo morale.
Come nota Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph, "Quello che è chiaro è che la politica occidentale basata sulle sanzioni è la cosa peggiore di tutte. Stiamo subendo uno shock energetico che sta gonfiando ulteriormente le entrate per una Russia in guerra... Serpeggiano i timori di una rivolta in stile gilets jaunes in tutta Europa, il sospetto che la volubilità del pubblico non tollererà l'impennarsi del costo della vita una volta che gli orrori dell'Ucraina avranno perso il loro carattere di novità sugli schermi televisivi".
Anche stavolta forse possiamo attribuire questo comportamento paradossale all'ossessione di Kissinger per il potere del denaro, e al suo trascurare altri fattori fondamentali.
Tutto questo ha causato l'insinuarsi di un certo disagio nei corridoi del potere in alcune capitali della NATO sulla direzione che sta prendendo il conflitto in Ucraina: La NATO non interverrà, non implementerà una no-fly zone e ha ignorato le nuove richieste da parte di Zelensky per ulteriori materiali militari. A prima vista si direbbero le conseguenze del gesto "disinteressato" con cui 'Occidente intende evitare una guerra nucleare. La realtà è che lo sviluppo di nuove armi può imporre trasformazioni geopolitiche da un momento all'altro; è il caso ad esempio del missile antibunker intelligente e ipersonico Kinzhal sviluppato dai russi. In buona sostanza, la NATO non può prevalere militarmente contro la Russia in Ucraina.
Sembra che il Pentagono si sia -per il momento- imposto nella contesa con il Dipartimento di Stato e abbia iniziato a correggere la narrativa.
Si mettano a confronto queste due narrazioni statunitensi.
Il Dipartimento di Stato ha sottolineato lunedì 21 marzo che gli Stati Uniti stanno esortando Zelensky a non fare concessioni alla Russia in cambio di un cessate il fuoco. Il portavoce "ha esplicitamente affermato che è aperto a una soluzione diplomatica che non comprometta i principi fondamentali al centro della guerra del Cremlino contro l'Ucraina. Quando gli è stato chiesto di sviluppare questo punto, Price ha detto che la guerra è una questione che trascende la contesa fra Russia e Ucraina. "La cosa fondamentale è che in questa situazione sono in gioco principi che possono essere applicati in modo universale". Price ha detto che Putin stava cercando di violare "dei principi fondamentali".
Solo che il Pentagono ha fatto ricorso a due "bombe-verità" nella sua contesa con lo Stato e il Congresso per evitare il confronto con la Russia: "La condotta della Russia nella guerra brutale racconta una storia diversa dalla visione ampiamente accettata secondo cui Putin è intenzionato a demolire l'Ucraina e infliggere il massimo danno ai civili, e rivela la condotta strategicamente equilibrata del leader russo", ha riferito Newsweek in un articolo intitolato I bombardieri di Putin potrebbero devastare l'Ucraina, ma non lo stanno facendo. Ecco perché. Si fa riferimento a un analista anonimo della Defense Intelligence Agency (DIA) del Pentagono che afferma: "Il centro di Kiev è stato appena toccato. E quasi tutti gli attacchi a lungo raggio sono stati diretti contro obiettivi militari". Un ufficiale dell'aeronautica militare statunitense in pensione, che ora lavora come analista per un appaltatore del Pentagono, ha aggiunto: "Abbiamo bisogno di capire come la Russia si sta effettivamente comportando. Se ci limitiamo a dirci convinti che la Russia sta bombardando indiscriminatamente o [che] non riesce a infliggere maggiori danni perché il suo personale non è all'altezza del compito o perché è tecnicamente inetto, allora non ci stiamo rendendo conto del reale andamento delle cose".
La seconda "bomba-verità" colpisce direttamente il drammatico ammonire di Biden sulla "false flag" delle armi chimiche. Reuters ha riferito che "Gli Stati Uniti non hanno ancora notato alcun indizio concreto di un imminente attacco russo con armi chimiche o biologiche in Ucraina, ma stanno monitorando da vicino i flussi di informazioni a questo proposito, ha detto un alto funzionario della difesa statunitense".
Biden si trova preso in mezzo, fra il dire che "Putin è un criminale di guerra", ma anche che non ci sarà nessun confronto fra NATO e Russia. "L'unica fine della partita ora come ora", ha detto un alto funzionario dell'amministrazione in un incontro riservato all'inizio di questo mese, "sarebbe la fine del governo di Putin. Fino ad allora e per tutto il tempo che Putin rimarrà al potere, [la Russia] sarà uno stato paria che non sarà mai riaccolto nella comunità delle nazioni. La Cina ha commesso un errore enorme nel pensare che Putin la farà franca".
Eccola, la linea guida: permettere al macello ucraino di andare avanti, restare inoperosi a guardare gli "eroici ucraini dissanguare la Russia", fare abbastanza per far proseguire la guerra fornendo alcune armi ma non abbastanza da intensificarla, e presentarla come una eroica lotta per la democrazia a beneficio dell'opinione pubblica.
Il punto è che le cose non stanno andando così. Putin potrebbe sorprendere tutti a Washington uscendo dall'Ucraina quando l'operazione militare russa avrà raggiunto i suoi obiettivi. Quando Putin parla dell'Ucraina -a proposito- di solito non fa riferimento alla sua parte occidentale, diventata Ucraina perché aggiunta da Stalin.
E le cose non stanno andando così nemmeno con la Cina. Blinken ha detto per giustificare le nuove sanzioni imposte alla Cina la settimana scorsa: "Siamo impegnati a difendere i diritti umani in tutto il mondo e continueremo a usare tutte le misure diplomatiche ed economiche per promuoverne la responsabilità".
Le sanzioni sono state imposte perché la Cina non ha ripudiato Putin. Solo per questo. Il linguaggio della responsabilità -e dell'espiazione- usato, però, può essere compreso solo come espressione della woke culture contemporanea. Basta presentare qualche aspetto della cultura cinese come politicamente scorretto (come razzista, repressivo, misogino, suprematista o offensivo), ed essa diventa politicamente scorretta all'istante e nella sua interezza. Questo significa che qualsiasi aspetto di essa può essere addotto a piacimento dall'amministrazione come meritevole di sanzione.
E si torna al problema di cui sopra: il rifiuto dell'Occidente di accettare che altri si accostino alla scacchiera. Cosa può fare la Cina, se non fare spallucce a fronte di questa pretesa assurda.
Biden, nel suo discorso alla tavola rotonda, ha tirato ancora una volta in ballo un nuovo ordine mondiale; ha arguito che presto cambieranno tutte le carte in tavola.
Ma forse sarà un cambiare le carte in tavola diverso dai soliti. Uno che farà tornare molte cose come stavano fino a qualche tempo fa, quando davvero funzionavano. La politica e la geopolitica cambiano forma in ogni momento.

mercoledì 23 marzo 2022

Firenze. Controradio riporta la risposta degli occupanti dello stabile di viale Corsica 81 al borgomastro Nardella



In questa sede non si è mai fatto alcun mistero di non avere grande stima per la "legge" dello stato che occupa la penisola italiana, specie per le sue implicazioni in materia di attivismo politico, "degrado" e "insicurezza".
Allo stesso modo si sono più volte documentate le affissioni anarchiche reperite sui muri di Firenze, che a fronte dell'agenda politica del democratismo rappresentativo ci sono sempre sembrate degli inattaccabili monumenti di concretezza.
Si riporta con diligenza un altrettanto solido scritto elaborato dagli occupanti di uno stabile occupato da dieci anni, sgomberato dalla gendarmeria senz'altra motivazione che le intemperanze dei suoi frequentatori, che avrebbero goduto senz'altro di maggior tolleranza (se non di approvazione) se invece che motivazioni politiche avessero avuto pretesti legati al bestiale mondo del pallone.
L'iniziativa della gendarmeria è parsa poco fondata e poco costruttiva persino alle gazzette, risaputamente propense ad assecondare i ben vestiti che chiamano terrorista chiunque non procuri loro un reddito.
Occupazioni, scontri di piazza, cortei?
Va tutto benissimo.
Purché a Minsk, a Mosca, a Damasco, a Tehran o a L'Avana.


Abbiamo ascoltato con un misto di rabbia e divertimento le parole di Nardella ai microfoni di Controradio che, di fronte alle critiche mosse dagli abitanti del quartiere nei confronti dello sgombero del nostro spazio di Viale Corsica si arrampica sugli specchi per difendere il deserto che la su amministrazione, giorno dopo giorno, continua a creare. Una realtà che, udite udite, per gli ascoltatori di Controradio contribuiva a rendere più sicura la zona.
Affermazione che deve aver generato nel nostro sindaco, impegnato da sempre a lucidare solo il suo centro vetrina, non poco imbarazzo. L’ennesima conferma di quello che in molti sanno già: la sicurezza non la fanno la militarizzazione dei quartieri, i massicci dispiegamenti di polizia e le telecamere. La sicurezza è data da un quartiere vivo, dalle relazione sociali, dal mutuo appoggio e dalla solidarietà di chi vive fianco a fianco, non certo dalle forze dell’ordine che nascondono dietro ad una finta impotenza quello che in realtà non è altro che menefreghismo. Non è stato certamente il comune a rendere un luogo come l’Area Cani autogestita, prima abbandonata all’incuria e allo spaccio, un posto in cui incontrarsi e socializzare, in cui si sono svolti eventi e concerti.
Ai legittimi dubbi di chi si chiede come un’immobile vuoto e murato possa essere promotore di decoro e legalità il sindaco preferisce rispondere con i suoi soliti mantra che suonano come parole vuote. Nardella si appella alla legalità, quella della sinistra che rappresenta. La legalità di un palazzo che dopo essere stato al centro di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta da parte di uno dei tanti palazzinari fiorentini è rimasto abbandonato all’incuria senza essere mai trasformato nell’opera di compensazione che doveva essere. La legalità di chi riesce ad accedere a fondi e spazi del comune perché da sempre amica di chi nelle stanze di Palazzo Vecchio tiene il culo al caldo da anni.
Bene, su casa nostra da sempre svetta la scritta Illegalità di massa perché consapevoli che giustizia e legalità non sono la stessa cosa e che nelle aule di tribunale ciò che loro chiamano giustizia è solo sinonimo di repressione.
La nostra giustizia è un’altra. È la consapevolezza che lasciare case vuote e murate quando la gente muore di freddo per strada è criminale anche se legale. È la consapevolezza che non servono né il permesso né i fondi di qualcuno per organizzarsi ed aiutare chi è in difficoltà o per essere promotori di attività culturali e sociali. È la consapevolezza che una presa di coscienza collettiva, che l’autogestione e la difesa della dignità delle persone sono più importanti della burocrazia e dei codici di chi vuole un mondo immutabile e rassegnato alla sua vita fatta di solo consumo.
Nardella si arroga il diritto di dividere tra autogestioni buone e cattive, dando una narrazione tossica e falsa di quelli che sono stati percorsi di autorecupero reali e dal basso.
Parla del Lumen e di come abbia contribuito e rendere vivo un luogo prima usato come base di spaccio, angolo dimenticato di un quartiere popolare come le Minime. Si dimentica però che tra il “degrado”, come direbbero loro, e il bando di recupero ci è corsa l’esperienza de I’ Rovo, occupazione agricola che ha ridato vita al posto, abitandolo e avendone cura. Proprio per questo ha subito attacchi e tentativi di incendio da parte delle bande di spacciatori che ne volevano rientrare in possesso. L’amministrazione comunale si è sempre disinteressata alla sicurezza del posto, preferendo ghettizzare il problema in un angolo di periferia e lasciando a chi lo sentiva suo il compito di difenderlo. E quando ci sono riusciti? Sgomberati, rimossi dalla lista dei possibili beni comuni e la colonica assegnata ad un’associazione non indigesta al comune.
Ridicole poi le affermazioni su Mondeggi Bene Comune Fattoria senza padroni, nata dal fallimento di un’azienda di proprietà della provincia. Mondeggi è stata per anni la spina nel fianco della Città Metropolitana, interessata a venderla per fare cassa velocemente.
Speranza infranta da una serie di aste andate a vuoto. Scontratasi con il forte supporto della comunità locale ha dovuto battere in ritirata, avanzando solo nell’ultimo anno timide proposte di dialogo con gli occupanti e proponendo progetti di legalizzazione. Se non li puoi sconfiggere, unisciti a loro, o quantomeno prova a comprarli.
È quindi evidente come si diventi, agli occhi delle istituzioni, “buoni” o “cattivi” secondo la disponibilità o meno a scendere a compromessi. Ma quando ci si rifiuta di svuotare di significato le proprie lotte, anche solo in parte, per trattare con chi ci vuole reprimere si è di sicuro cattivi.
Questo è l’ennesimo esempio di come il potere tenti di sfruttare le differenze di pratiche, metodi e visioni interne ai movimenti per dividere, isolare e atomizzare le realtà di lotta.
Ma il movimento fiorentino non casca nella strategia divide et impera di un’amministrazione con l’elmetto. Ne è la prova la solidarietà che abbiamo ricevuto da tutte le realtà locali e non, che non si sono tirate indietro e hanno abbracciato con fierezza e gioia le azioni e le pratiche che ci siamo rivendicati negli anni.
Per questo continueremo a ripetere, ora e sempre: si parte e si torna insieme!


martedì 22 marzo 2022

Alastair Crooke - Confondere una guerra totale per una guerra tattica: un errore potenzialmente catastrofico

 


Traduzione da Strategic Culture, 21 marzo 2022.

La guerra in corso in Ucraina è stata intesa da una parte -in Occidente inteso in senso ampio- in termini di espressione laica dell'odierna cultura occidentale. In genere è stata presentata come lo scontro fra questa cultura, genericamente presentata come "democrazia", con lo spirito autoritario di Russia, Iran e Cina; culture pregne di valori offensivi, nativisti e scorrettamente repressivi.
Si ritiene che Putin possa aver "sentito che in AmeriKKKa è il momento di una leadership politica debole e, come un giocatore di scacchi che vede un varco sulla scacchiera, ne approfitta per andare all'attacco". In Occidente va per la maggiore questo modo di vedere le cose e non è difficile capire perché questo punto di vista si è trasformato in un'opinione consolidata. Esso è in linea con lo spirito di oggi, secondo cui l'intera politica non è che un dispiegarsi manicheo di "buoni" che vedono le cose in modo "moderno" e culturalmente consapevole, e di quanti invece non sono riusciti a tagliare i ponti con il proprio passato.
Questo però non spiega completamente la frenetica ostilità che ha investito Putin, la Russia e a tutto ciò che è russo. Non si era più visto niente di simile dai tempi della seconda guerra mondiale, e anche allora non tutto ciò che era tedesco veniva ipso facto considerato espressione del Male.
Al netto delle passioni, questa lettura occidentale del mondo ha una sua logica di fondo. Ed è una logica ineluttabile e piena di pericoli. Per esempio, nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti Zelensky ha insistito sul fatto che c'è un paese che sta affrontando un'aggressione che non ha provocato, che ha attirato su di sé il sostegno e la simpatia dal resto del mondo, ma che non è un membro dell'alleanza NATO. Il messaggio era semplice e chiaro: "Vi invito [voi Occidente] a fare di più".
per tutta risposta l'ex Segretario alla Difesa Leon Panetta ha descritto questa settimana Zelensky definendolo "in questo momento probabilmente il più potente lobbista del mondo". Ancora una volta la logica dietro l'idea che la Russia abbia deliberatamente scatenato la più grande guerra di terra in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale per conseguire un vantaggio tattico sulla scacchiera definisce ineluttabilmente anche l'inevitabile reazione: è necessario un maggiore sostegno militare a Kiev, in modo che Putin percepisca il pericolo sul terreno e si muova in modo da proteggere i pezzi di maggior valore.
Finora, il sostegno degli Stati Uniti è rimasto appena inferiore all'intervento diretto della NATO, ma giusto quel tanto. Le parole di Zelensky e il video che ha condiviso (anche se chiaramente realizzato da un'agenzia di PR professionisti: rasatura grossolana, maglietta mimetica eccetera), hanno avuto un impatto emotivo che ha trasformato questa sua comparsa -al pari di quelle organizzate in altre capitali- da qualcosa di ordinario a qualcosa di straordinario.
La domanda d'obbligo è quali saranno le conseguenze.
Panetta ha suggerito in risposta: "Se Putin sta raddoppiando la posta, anche gli Stati Uniti e la NATO devono raddoppiarla".
Occorre essere chiari: Panetta non è da solo. La guerra delle notizie e il bellicismo stanno prendendo piede. C'è chi esorta Zelensky a continuare con messaggi di questo genere, sostenendo che la ritrosia della NATO alla prospettiva di un intervento finirà per incrinarsi.
E se i calcoli sul consenso su cui si basa tutto questo fossero errati? Se rappresentassero una lettura potenzialmente catastrofica del comportamento di Putin e della sua squadra e -cosa più importante- del sentire della maggioranza dei russi?
Semplicemente, considerare il conflitto attraverso una lente così ristretta omette e cancella tutte le sfumature religiose, razziali, storiche, politiche e culturali insite nello scontro. Facilita uno stereotipo semplicistico che può condurre a un cattivo processo decisionale.
Se l'Occidente sbaglia a veder Putin tramite lo stereotipo del leader autoritario e senza principi che porta il suo paese in guerra per qualche effimero guadagno tattico contro l'Occidente, allora l'Occidente può sbagliarsi anche nel pensare di star combattendo una guerra tattica; e sbaglia di conseguenza a pensare che mosse tattiche consistenti nel caricare sofferenze su sofferenze sul piatto dei russi per influenzare la bilancia porteranno come risultato "a una deescalation da parte di un Putin azzoppato".
Ciò che avremmo allora sarebbe una guerra totale con da una parte una Russia che si difende o cessa di esistere e dall'altro lato un "occidente" impelagato dalla logica del suo stesso costrutto, e che si avvicina alla propria "guerra santa", pur laicizzata.
Le parole e il video di Zelensky hanno avuto un forte impatto emotivo nelle capitali occidentali; un impatto chiaramente teso ad alimentare un'atmosfera accesamente emotiva fin quasi al punto di rottura. Questa carica emotiva è benzina sul fuoco per l'angosciosa consapevolezza del declino ameriKKKano, per la consapevolezza che sempre meno paesi si inchinano istintivamente agli Stati Uniti con la condiscendenza con cui lo facevano in passato. È inquietante. Può scatenare l'aggressività che porta a desiderare di colpire di nuovo chiunque osi sminuire l'idea che essi siano un paese indicato dal destino.
Questi contenuti carichi di emotività stanno già accecando i commentatori occidentali di fronte a dati di fatto sul terreno che vengono ignorati e cancellati dalla quotidiana denuncia di atrocità strazianti. Nell'Occidente di oggi, l'analisi è diventata una mera questione di cosa sia culturalmente corretto, e ogni cenno alla realtà sul terreno è diventata quasi un delitto. È il contesto perfetto perché si facciano errori.
Quale può esserne il risultato, a stretto rigore di logica: quello di un Occidente che si impegna in una guerra totale?
Un regista russo più volte premiato, Nikita Mikhalkov, ha tenuto al popolo russo un proprio discorso, quasi un parallelo di quello che Zelensky ha tenuto al Congresso:
"Guardate a noi [il popolo russo] e ricordate che faranno la stessa cosa a voi quando mostrerete debolezza ... Fratelli, ricordate il destino della Jugoslavia e non permettegli di fare lo stesso con voi. Sono personalmente convinto che questa non è una guerra tra Russia e Ucraina, non è una guerra tra Russia, Europa e AmeriKKKa. Non è una guerra per quella democrazia cui i nostri partner vogliono convincerci. Questo è un tentativo globale, e forse l'ultimo della civiltà occidentale, di attaccare il mondo russo, l'etica ortodossa, nei loro valori tradizionali. Chi è cresciuto in questi valori non sarà mai d'accordo con quello che ci propongono, dai matrimoni omosessuali alla legalizzazione del fascismo. La guerra è una cosa terribile. Non conosco una persona normale che pensi che la guerra sia una buona cosa. Ma l'Ucraina, l'America e l'Europa hanno cominciato a prepararsi per questa guerra già nel 1991... Ci sono due modi per uscire da questa situazione: o ci difenderemo, o cesseremo di esistere. Per concludere, ecco le sagge parole di un uomo avveduto: "Meglio la forca perché si è stati leali, che la ricompensa perché si è tradito".
Mikhalkov non esprime concetti aberranti. La dottoressa Mariya Matskevich dell'Istituto di Sociologia dell'Accademia Russa delle Scienze spiega che gran parte della popolazione russa considera la guerra in Ucraina come "una lotta santa" e "una guerra della Russia contro tutto il resto del mondo". Aggiunge che questa è una posizione che molti russi trovano molto più congeniale rispetto a una qualsiasi cooperazione con il mondo esterno, e nota che i sondaggi riflettono costantemente -e generalmente in modo accurato- questo modello, così come la convinzione diffusa che ciò che la Russia sta facendo in Ucraina è difendersi da un'aggressione occidentale. Per questo motivo in Russia il sostegno popolare per Putin, per il suo governo e anche per il suo partito Russia Unita è aumentato dopo l'inizio delle ostilità.
La nozione di "guerra totale" è stata ribadita energicamente in una trasmissione televisiva in prima serata da un importante pensatore e autore russo, il professor Dugin. Le sue opinioni hanno ottenuto ampio sostegno: - La guerra in Ucraina non è solo questione di vita o di morte per lo stato russo, ma è questione di vita o di morte per il popolo russo, per la sua cultura e la sua civiltà.
- La realizzazione di un nuovo ordine mondiale passa per una vittoria russa in Ucraina.
- Fino ad ora, l'Occidente non ha mai considerato la Russia come un interlocutore alla pari. La guerra in Ucraina è destinata a cambiare questo dato di fatto.
Si può essere d'accordo o meno con questi punti di vista, ma non è questo l'essenziale. L'essenziale è se questo modo di intendere le cose sia quello del popolo russo oppure no. Se lo è, allora Putin e la Russia non si tireranno certo indietro dopo un'altra bordata di sanzioni occidentali, e nemmeno per i nuovi droni o le nuove armi fornite a Kiev: la guerra totale è, ovviamente, una lotta per l'esistenza. Fino alla fine.
Un eminente accademico serbo, il professor Vladusic, colloca tutto questo in un contesto più ampio:
 "C'è una mappa delle civiltà in Lo scontro di civiltà di Huntington: su quella mappa Ucraina e Russia sono dipinte dello stesso colore, perché appartengono alla stessa civiltà ortodossa. E proprio accanto all'Ucraina inizia il colore scuro con cui Huntington contrassegna la civiltà occidentale:
"[Considerando] la guerra con gli occhi di Huntington, ecco a quale conclusione giungo: la guerra tra Russia e Ucraina è una grande catastrofe per la civiltà ortodossa. L'ipotetica scomparsa della Russia sarebbe anche la fine della civiltà ortodossa, perché non c'è un altro paese ortodosso sufficientemente potente per difendere altre nazioni ortodosse. Huntington mi suggerisce poi che non è mai successo nella storia che un paese passasse da una civiltà all'altra, non perché alcuni paesi non ci abbiano provato, ma perché, semplicemente, le altre civiltà non li hanno mai accettati in via definitiva. Senza la Russia, la quotazione sul piano geopolitico dei restanti paesi ortodossi crollerebbe così tanto che le altre civiltà, nella migliore delle ipotesi, li farebbero scendere al livello di colonie in via di estinzione. Questo, naturalmente, vale anche per l'Ucraina. Nel momento in cui la Russia fosse sconfitta -sconfitta che significherebbe molto probabilmente la sua divisione in più stati- lo stesso destino toccherebbe probabilmente all'Ucraina. E sappiamo tutti cosa significa la parola balcanizzazione".
Sembra che la guerra totale possa diventare inevitabile. Le due diverse interpretazioni della "realtà" non si toccano in nessun punto. La logica è ineluttabile. All'interno di queste architetture dell'odio, fatti storici selezionati o inventati sulla Russia, la sua cultura e la sua natura etnica vengono considerati al di fuori del loro contesto e inseriti in strutture concettuali preconfezionate al fine di accusare il presidente Putin di essere un "delinquente" e un "criminale di guerra".
Se imboccheremo questa direzione, sarà per colpa dell'errore potenzialmente catastrofico di percepire la Russia come un mero attore transazionale; un approccio che deriva dal fatto che l'Occidente sta rinunciando a suo stesso retaggio culturale. Il processo è semplice: in passato un'opera d'arte, un grande libro, veniva letto per gettare luce e comprensione sugli eventi passati. Oggi viene inteso solo come espressione della cultura contemporanea. Basta presentare questa cultura come politicamente scorretta (come bianca, misogina o colonialista), e immediatamente diventa politicamente scorretta, il che significa che diventa criminale qualsiasi menzione di essa.
Come si può dunque comprendere la storia russa?
Non si può, e basta.
Non si può comprendere come la Russia possa intendere la storia come un lungo, millenario susseguirsi di tentativi di arrivare alla sua cancellazione, come espressione di un antagonismo e di un razzismo antislavo dalle radici altrettanto antiche; non si può comprendere come i russi possano vedere il recente intervento degli Stati Uniti nell'ortodossia tradizionale attraverso il patriarcato di Costantinopoli come l'intento di favorire uno scisma nella comunità ortodossa, sia per minare il patriarcato di Mosca (il baluardo del pensiero sociale tradizionale), sia per infondere i semi del liberalismo occidentale e i valori culturali occidentali nelle chiese ortodosse nazionali. Molti russi pii vedono il conflitto ucraino come una "guerra santa" per preservare l'ethos tradizionalista da un impulso culturale occidentale e nichilista.
Si potrebbe anche capire che molti russi considerano la rivoluzione bolscevica, l'intervento neo-liberale degli Stati Uniti dell'era Eltsin e la woke culture di oggi come tutta farina dello stesso sacco, con il bolscevismo considerato null'altro che una woke culture di prima edizione. Come tutto questo cioè non sia considerato altro che una lotta per cancellare la civiltà russa e l'ethos ortodosso.
Noi possiamo anche avere un'idea differente della storia, ma è possibile che i concetti qui espressi rappresentino fedelmente la concezione della maggior parte dei russi. Questo è il punto. Ed è denso di implicazioni sia per la guerra che per la pace.

mercoledì 16 marzo 2022

Questo blog è complice di Putin

 

Dopo il settembre del 2001 la "libera informazione" ha avuto campo libero nella completa distruzione mediatica del dissenso, e chi osava contraddire quelli delle gazzette veniva come minimo tacciato di terrorismo a reti unificate, quando non doveva vedersela direttamente con la gendarmeria politica.
Da allora la tendenza non si è mai invertita e con il diffondersi delle "reti sociali" il collodio "occidentalista" è percolato da gazzette e televisioni fino a sporcare ogni luogo telematico immaginabile.
Non che all'epoca mancassero -anche fra le diplomate alla scuola della vita e i laureati all'università della strada che oggi si autoschedano sul Libro dei Ceffi o sulle sue varie filiazioni ripetendo le parole d'ordine della propaganda- gli esempi di quella malafede infantile in cui si mescolano incompetenza e arroganza ormai abituali, ma i forum e i newsgroup, il fatto che internet non fosse ancora di comune diffusione sui telefoni cellulari e il minimo di competenze necessario a utilizzarla rendevano il web un luogo in cui era ancora possibile schernire chi meritava di essere schernito, e ridere tranquillamente in faccia ai ben vestiti ad alto reddito che fra un ristorante e l'altro volevano imporre l'agenda "occidentalista".
L'aggressione russa all'Ucraina ha fornito nuovo slancio a censori e custodi -per lo più autonominati- della liceita democratica, che evidentemente non si auguravano altro. E che sono riusciti a fare assai meglio della volta precedente, anche e soprattutto riuscendo a ritrarre il presidente della Federazione Russa come un individuo mai visto, mai conosciuto, con cui nulla e nessuno hanno avuto a che spartire.
Tutti ucraini di complemento
.
Sbeffeggiarne la chiamata porta alle solite conseguenze.
A guerra in corso, le gazzette grondano delle dichiarazioni del presidente ucraino Zelensky -un ex comico dalle originali competenze pianistiche- cui viene data carta bianca al punto da lasciare il dubbio che stia mandando avanti un paese in guerra con la stessa parte del corpo che usava per suonare il pianoforte.
Ad ascoltare questo signore che parlava in tutta serietà di "attacco ai valori occidentali" come un'Oriana Fallaci qualsiasi invocando senza mezzi termini un allargamento mondiale del conflitto il borgomastro di Firenze, il Partito Democratico e altri aggregati ancor meno presentabili hanno convocato simpatizzanti e sostenitori fino a riempire piazza Santa Croce.
Nelle stesse ore e nella stessa città si dava prova di tolleranza democratica sgomberando un'occupazione storica e inasprendo le già demenziali norme locali in materia di "decoro" e "sicurezza", che in sede di applicazione possono da molti anni contare su tecnologie che i temuti totalitarismi del ventesimo secolo (invocati ogni due parole per delegittimare qualsiasi contraddittorio) non potevano neanche immaginarsi.
I comportamenti diversi da quelli di consumo, una pur vaga propensione alla bohème che è peraltro già problematico sviluppare in un contesto sociale in cui domina un'omologazione divorante, per tacere delle occupazioni, dell'attivismo politico o addirittura degli scontri con la gendarmeria hanno comunque la massima approvazione da parte delle gazzette e del mondo della politica di rappresentanza.
Basta che si svolgano a Mosca, a Damasco, a L'Avana, a Tehran, a Caracas.
Nell'Occidente che vorrebbero si difendesse armi alla mano è sufficiente tenere comportamenti meno che da educanda in un corteo qualsiasi per vedersela per decenni con la gendarmeria politica ed essere ridotti all'insolvibilità da sanzioni amministrative mai abbastanza pesanti.
Un contrasto che rende irricevibili certi appelli alla difesa di un qualcosa che è indifendibile da decenni, e che si compendia in quella che Lorenzo Milani chiamava mostruosa adorazione del diritto di proprietà e nella risibile libertà di scegliere come indebitarsi per merci e servizi per lo meno inutili, seguiti passo passo dalle telecamere.
Uno di questi bandi di arruolamento, pubblicato in tutta serietà da uno Huffington Post che potrebbe fondatamente ridenominarsi Bullingdon Post, ci è parso decisamente sopra le righe.
Impossibile resistere a toni tanto perentori; lo si consegna ad archive.org per tutelarsi contro eventuali ripensamenti del signor Filippo Rossi o del suo capogazzettiere, e si provvede ad adeguarsi.

Verdi, rossi, neri e aderenti alla Prima Internazionale dell'Odio [curiosa invenzione di Magdi Pluricondannato per Diffamazione Allam risalente al 2006] lo eravamo già.
Adesso siamo anche complici di Putin.



martedì 15 marzo 2022

Alastair Crooke - La pressante voglia di guerra dei liberali

 



Traduzione da Strategic Culture, 12 marzo 2022.

Sappiamo tutti che la copertura dei fatti in Ucraina da parte dei media occidentali è stata molto caricata giocando sulla simpatia che in Occidente suscitano (alcune) "vittime" sventurate, e indirizzando il sentire verso un'indignazione morale che chiede con insistenza -o persino pretende- punizione e castigo per i presunti colpevoli. David Brooks sul New York Times innalza ai massimi livelli questo senso di colpa:
"Il credo liberale ha di nuovo il vento in poppa [e ci ha] ricordato non solo cosa significa credere nella democrazia, nell'ordine liberale e nel prestigio del proprio paese, ma anche di agire con coraggio in nome di tutto questo. Tutto questo ci ha ricordato come le battute d'arresto [possano] averci resi dubbiosi e passivi sulle parole sante della democrazia. Ma nonostante tutti i nostri fallimenti, queste sante parole sono ancora brillantemente autentiche".
L'Ucraina può essere molte cose. ...Ma perché scomodare addirittura le "parole sante della democrazia"?
Ogni grave crisi, naturalmente, è anche opportunità per una mitopoiesi; specialmente in un momento di anomia in cui poco meno della metà del corpo sociale crede scoraggiata che il suo paese non si curi di lei e che "il sistema economico, il sistema politico (e le persone che li gestiscono) le si sono coalizzati contro, qualsiasi cosa essa possa fare".
L'establishment anglo-ameriKKKano si è dimostrato abile nell'intuire che, a causa di tale anomia e dell'erosione della nostra "aura di intoccabilità" era il caso di ricorrere a qualche bugia a fin di bene per dare un'ultima boccata di ossigeno all'ordine costituito. Le potenzialità intrinseche a questa ondata di indignazione possono essere sfruttate come casus belli a servizio del liberalismo globale. In fondo il "grande progetto ameriKKKano" basato sulla guerra è il modo migliore per serrare le file e per infondere energia al desiderio di ritrovare il proprio senso di appartenenza alla nazione.
L'Occidente ha alzato i limiti al dominio dello "spazio dell'informazione" imponendo uniformità ai media, stringendo la sua presa sull'informazione, emarginando i pochi giornalisti investigativi rimasti e derubricando ogni scetticismo a connivenza, o "Putinismo". La libertà di pensiero online è disconosciuta; nelle trasmissioni si prefiltrano i punti di vista in modo da censurarli o ammetterli (per esempio, le simpatie neonaziste e la violenza politica contro i russi e la Russia) e si stabilisce un monopolio della verità. In questo modo, quando si viene colti in malafede ogni interferenza difforme dalla retta via viene semplicemente fatta sparire grazie a qualche algoritmo.
Non c'è dubbio che l'Occidente abbia raffinato al massimo grado le proprie capacità belliche in questo campo, ma il suo stesso successo diffonde agenti patogeni fin nei capillari occidentali. Una volta messa in moto, questa dinamica possiede tutto il potere di assuefazione del gioco online. Si scrive la sceneggiatura per un nuovo scenario, si dirige la produzione e poi si mette in scena in video. Molti possono non credere al pezzo che ne risulta, ma non c'è niente che possano fare se non guardarlo in muto, frustrato silenzio. Game over, e hai vinto.
Solo che non è così. Questo è un gioco che si autoalimenta. C'è sempre qualcun altro pronto a ribattere all'ultimo giocatore che ha preso a bersaglio Putin, ad acclamare il nuovo atto di coraggio disinteressato di una vittima, a speculare su altri atti criminali pianificati contro di lui. E così le pretese di rappresaglie e punizioni vengono investite da una inarrestabile corsa al rialzo. La logica della sua struttura rende quasi impossibile, per qualsiasi leader politico, resistere alla marea crescente.
Ecco a che punto siamo: esistono tre piani di realtà talmente separati l'uno dall'altro che non si toccano in nessun punto. C'è il piano della guerra psicologica, che non ha quasi nessuna attinenza con la realtà della situazione militare sul terreno. Esse si manifestano infatti come due opposti: la prima mostra una resistenza eroica contro un esercito russo fallimentare, demoralizzato e azzoppato. Mentre la realtà sul terreno è che "Putin NON è pazzo e che l'invasione russa NON sta fallendo".
Poi c'è il piano di Europa e Stati Uniti insieme in "una intrapresa economica e morale di forte presa sociale e dal morale battagliero" (anche se con una certa propensione al sacrificio, all'autoflagellazione di se stessi) per infliggere una punizione alla Russia. Mentre la realtà è che un "mondo in guerra" - sia guerra vera e propria o guerra finanziaria - sarà un disastro per l'Europa (e per l'AmeriKKKa).
La guerra è inflazionistica. La guerra fa contrarre l'economia (ed è anche inflazionistica). Tutto -petrolio, gas, metalli- tutto sta salendo di prezzo in modo verticale, e l'intera catena di produzione alimentare è sotto pressione da ogni lato. Ma questa situazione è chiaramente meno disastrosa per un super produttore di derrate alimentari e materie prime come la Russia.
Il terzo piano oggetto di scissione presenta da un lato un'attenzione esclusiva e decontestualizzata per gli eventi in Ucraina, che nasconde questo momento di flessione politica ed economica globale e dall'altro quella cosa a tutti evidente e di cui nessuno parla che è il mega progetto Russia-Cina per imporre un ridimensionamento e un contenimento dell'intero ordine egemonico in vigore.
Ci sono altri esempi di simili scissioni, come quella che vuole una Russia isolata ed evitata rispetto a una realtà in cui gran parte del pianeta non sostiene le sanzioni di rappresaglia volute da statunitensi ed europei, ma non importa.
Il punto qui non è solo cosa succede quando queste divergenze entrano in rotta di collisione; piuttosto: cosa succede quando si spinge a forza l'una o l'altra 'realtà' già dotata in proprio di una forte carica emotiva e moralizzatrice, pur essendo perfettamente consapevoli che essa è sbagliata?
Questo è l'elemento patogeno insito nel portare all'estremo la guerra per il dominio dell'informazione.
La domanda che sorge è questa: in che modo si trasformeranno le emozioni se tutto il clamore viene meno ed è il 'cattivo' a vincere la partita? La gente si rivolterà contro i propri attuali leader o sceglierà di raddoppiare la posta chiedendo ancor più sangue intanto che il suo istinto si ribella davanti alla comprensione che a convinzioni consolidate in maniera quasi religiosa è stata inflitta una disconferma? Il risultato di questo dilemma psichico può determinare se ci stiamo dirigendo verso l'escalation e la guerra totale oppure no.
I funzionari dell'intelligence degli Stati Uniti hanno affermato martedì 8 marzo che Putin sta "disperatamente" cercando di mettere fine al conflitto in Ucraina, e qualcuno insinua in privato che potrebbe anche far esplodere un'arma nucleare tattica in una città ucraina pur di tagliare la testa al toro. Spinto dalle delusioni, Putin potrebbe ricorrere all'uso di una piccola bomba atomica: "Sapete, la dottrina russa sostiene che si fa escalation per ottenere il suo contrario, quindi penso che secondo la dottrina il rischio potrebbe aumentare", ha detto Burns, direttore della CIA ed ex ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca.
Ed ecco... la prossima fase dell'escalation. Questo intento adesso lo si attribuisce a Putin, ma in concreto è stato tirato fuori -e con ampia pubblicità- dalla CIA. Si sta forse preparando il terreno? Un'escalation a questo livello non è probabilmente stata messa nero su bianco, e non lo sarà fino a quando, e solo fino a quando, l'opzione di infilare la Russia in un pantano ucraino rimarrà solo sulla carta. Se la narrativa della guerra psicologica -su cui ci si concentra tanto- non regge al confronto con la realtà, il pubblico esigerà delle risposte. Perché lo si è condotto su una via tanto ingannevole? Il contraccolpo, per l'"aura di intoccabilità", sarebbe immenso.
Sono stati trovati laboratori biologici in Ucraina che, secondo quanto riferito, hanno legami con gli Stati Uniti: Quando le ne è stato chiesto conto Victoria Nuland ha sorprendentemente ammesso la loro esistenza, ma ha detto "è preoccupata che la Russia possa impadronirsene, e che è sicura al 100% che se c'è un attacco biologico è colpa della Russia". Giovedì 10 marzo i media britannici hanno titolato: "Putin sta tramando un attacco con armi chimiche in Ucraina". Chiaramente, il fattore paura è stato caricato a favore di una strategia di insurrezione/pantano a lungo termine per la Russia in Ucraina occidentale. È, come ha accennato David Brooks, l'ultimo sussulto nella difesa dell'ordine mondiale liberale.
Tutto questo clamore -piccole bombe atomiche, armi biologiche, armi chimiche...- può davvero portarci alla guerra? James Carden, nel suo pezzo dice che può. E che è già successo. Cita un esempio:
"In una lettera privata scritta nel 1918, il cancelliere tedesco da poco deposto ammise che nel periodo precedente la Grande Guerra, "esistevano circostanze particolari che propendevano a favore della guerra, ivi comprese quelle in cui la Germania nel 1870-71 entrò nel novero delle grandi potenze" e divenne "oggetto di invidia vendicativa da parte delle altre Grandi Potenze, in gran parte -anche se non interamente- per sua stessa colpa".

"Eppure Bethmann considerò che fosse all'opera un altro fattore cruciale: quello dell'opinione pubblica. 'Come spiegare altrimenti', si chiedeva, 'lo zelo insensato e appassionato che non permetteva a paesi come lo stato che occupa la penisola italiana, la Romania e persino l'AmeriKKKa, originariamente non coinvolti nella guerra, di rimanere in pace finché non si fossero trovati immersi anch'essi nel bagno di sangue? Sicuramente si tratta dell'espressione immediata e tangibile del fatto che nel mondo esisteva una disposizione generale alla guerra".
Di fronte alla prospettiva che Putin possa raggiungere i suoi obiettivi senza una guerra di vasta portata, come potrebbero reagire l'Europa e l'AmeriKKKa? Potrebbero reagire in modo molto diverso.
In primo luogo, dobbiamo ricordare che uno degli obiettivi di questo febbrile bellicismo è sempre stato quello di legare l'Europa agli Stati Uniti e alla NATO, e di impedire che la Russia e la Cina cooptassero l'Europa nel progetto di integrazione economica della massa continentale asiatica, dal punto di vista strategico lasciando così da soli gli Stati Uniti a fare l'"isola" in mare.
I neoconservatori più intransigenti hanno conseguito alcuni risultati positivi: Nordstream 2 è stato cancellato, privando l'Europa di una fonte di energia sicura ed economica. Fin dall'inizio, il progetto europeo è stato concepito come un connubio tra risorse russe e capacità produttiva europea. Questa opzione ora non è più praticabile. L'UE si è completamente legata alla febbrile orbita statunitense. E ha eretto una 'cortina di ferro' contro la Russia (e per estensione contro la Cina). Si è autosanzionata imponendosi un paradigma di energia e materie prime ad alto costo e ha fatto di se stessa un mercato prigioniero delle grandi imprese statunitensi dell'energia e della tecnologia ameriKKKana. L'UE si è dilettata a immaginarsi come un imperium liberale. Di sicuro adesso non lo è più. Il suo ridefinirsi in stile Davos, messo a punto per rubare una marcia all'AmeriKKKa, è defunto. Le quattro "transizioni" chiave da cui Bruxelles dipendeva per sollevare il suo raggio d'azione dal livello nazionale al livello globale sovranazionale sono defunte: i regolamenti sanitari globali del green pass, il clima, l'automazione e i quadri normativi monetari -per una ragione o per l'altra- hanno fallito e sono finiti fuori agenda.
L'UE contava su queste transizioni come punto d'appoggio per stampare un'enorme quantità di denaro. Ne ha bisogno per iniettare liquidità in un sistema sovraindebitato. In assenza di questo appoggio, sta pensando a una sorta di fondo nero (altamente inflazionistico) col pretesto di finanziare la difesa e la sostituzione dell'energia russa, finanziato da euro-bond. Sarà interessante vedere se i cosiddetti "quattro stati frugali" dell'UE si infileranno in questo espediente percompreranno questo stratagemma per mutualizzare il debito.
Eppure l'inflazione - già alta e in accelerazione - è alla radice della crisi che Bruxelles sta affrontando. C'è poco da fare su questo, alla luce delle sanzioni che l'UE ha messo in atto contro la Russia e con i prezzi di ogni cosa che salgono in modo verticale. E per quanto riguarda l'altra lacuna, non c'è modo per l'Europa di trovare 200 miliardi di metri cubi di gas da qualche altra parte per sostituire la Russia, che sia in Algeria, in Qatar o in Turkmenistan. Per non parlare della mancanza di terminali per il gas naturale liquefatto necessari all'UE.
Gli europei sono alle prese con un tetro futuro di prezzi che si impennano e di economia che si contrae. Per ora, possono schierare poco dissenso politico alle élite che hanno tutto in mano. Le strutture per un'autentica (e non simbolica) opposizione in Europa sono state in gran parte smantellate dallo zelo di Bruxelles nel sopprimere il "populismo". I cittadini dell'UE sopporteranno questa prospettiva con cupo rancore, finché la sofferenza non diventerà insopportabile. Il 'populismo' negli Stati Uniti tuttavia non è morto. Circa 30 membri del Congresso del Partito Repubblicano hanno scelto di ritirarsi alle prossime elezioni di metà mandato. Potremmo assistere a una recrudescenza del sentimento populista ameriKKKano, a novembre. Il punto è che il populismo ameriKKKano per tradizione è fiscalmente conservatore. E sembra che anche Wall Street si stia spostando in quella direzione: cioè quelli di Wall Street potrebbero prepararsi a mollare Biden e a mettersi dalla parte di un maggiore rigore fiscale.
La portata potenziale è enorme. Questa settimana il capo della Federal Reserve ha detto che mentre una parte dell'inflazione record degli Stati Uniti può essere attribuita alla responsabilità della Fed, anche il Congresso ne è responsabile. Questo si traduce approssimativamente come "ferma la Grande Spesa, Biden! La Fed ha bisogno di spazio per alzare i tassi di interesse". Il capo di Citibank ha parlato in modo simile.
Wall Street cambierà cavallo (ha sostenuto Biden alle ultime elezioni), e renderà più ampio il margine per la probabile maggioranza repubblicana al Congresso? Se è così, con una maggioranza abbastanza grande tutto può (politicamente) diventare possibile. Il conservatorismo repubblicano tradizionalmente (cioè fino a prima del flirt con i falchi neoconservatori) è molto cauto nei confronti dell'avventurismo all'estero.
Che si tratti del Black Lives Matter, del Coronavirus, o adesso dell'Ucraina, ogni singola questione viene discussa in termini apocalittici e fra paure enormi. Ma per quanto riguarda tutte queste paure,

"Gli impresentabili sono stufi". (parafrasato)



Il titolo dell'articolo viene da James Carden, che scrive per The Spectator.