venerdì 21 giugno 2019

Alastair Crooke - Trump non sta uscendo dal ginepraio iraniano. Ci sta sprofondando dentro.



Traduzione da Strategic Culture, 10 giugno 2019.

Chi lo sa, forse lo hanno fatto apposta, è stata una mossa tattica. All'inizio sembrava che circa l'Iran Trump stesse prendendo le distanze dall'ala più intransigente del suo esecutivo, dicendo che no, lui la guerra non la voleva: no, davvero, lui voleva soltanto che gli iraniani gli telefonasse. Aveva addirittura rimproverato Bolton per il suo caldeggiare la guerra. La stampa si è riempita di racconti che parlavano di canali aperti verso l'Iran e di mediatori pronti a entrare in azione. Ci hanno addirittura ammannito illazioni su una potenziale rottura tra il presidente e Bolton.
Ovviamente si è trattata di un'ottima opera di pubbliche relazioni, di pura arte dell'accordo: si invita la controparte al tavolo dei negoziati proprio nel momento in cui è indebolita perché sottoposta alle pressioni più forti, con questo atteggiarsi a maestro di pubbliche relazioni che aggiunge attrattiva alla cosa. Di qui questo tirare in ballo le mediazioni da parte dei mass media. A cosa serve dunque questa doccia scozzese di retorica? Di cosa si tratta? Trump sta avendo dei ripensamenti sulla guerra oppure no? No, tanto per essere sintetici. Questo modo di comportarsi fa parte delle pressioni: significa soltanto fare ancora più pressione sull'Iran.
Intanto che succede tutto questo, gli Stati Uniti continuano ad ammassare forze contro l'Iran in una ridda di affermazioni statunitensi in merito all'intenzione iraniana di minacciare gli Stati Uniti e i loro alleati senza che ci sia lo straccio di una prova. Certo, Pompeo ha detto "siamo pronti a metterci attorno a un tavolo con loro", ma poi anche aggiunto che "lo sforzo ameriKKKano per imporre un sostanziale rovesciamento delle malevole attività di quella forza rivoluzionaria che è la Repubblica islamica è destinato a continuare".
Per prima cosa e innanzitutto l'Iran avrebbe dovuto cominciare a comportarsi come un "paese normale", cosa che, come osserva lo Wall Street Journal, si considera assodata solo se l'Iran osserva tutte e dodici le condizioni prescritte. "Gli Stati Uniti non hanno lasciato cadere queste richieste," scrive il Journal, "ed hanno aumentato la pressione delle sanzioni economiche oltre a proseguire con la concentrazione di mezzi militari nella zona."
È tutto un gonfiare i muscoli? Trump proseguirà con le minacce e con le pressioni tirandosi indietro all'ultimo momento a un passo dalla guerra? Pare che l'opinione corrente oggi sia questa; l'idea che la squadra di Trump a in merito all'Iran tuttavia sembra basata su una quantità di concezioni errate, a loro volta fondate su altre concezioni errate, e su informative che assommano in tutto e per tutto a una valutazione del Mossad sulle future intenzioni dell'Iran.
Sfortunatamente l'idea dominante per cui non ci sarà la guerra potrebbe rivelarsi troppo avventata. Non perché Trump desideri scientemente arrivare alle armi, ma perché i falchi che lo circondano, con particolare riferimento a Bolton, lo stanno mettendo all'angolo. E dall'angolo egli può uscire solo rinunciando o raddoppiando la posta, se l'Iran non capitola per primo.
Il punto è questo: l'assunto sbagliato di Trump potrebbe innanzitutto essere quello di credere che l'Iran voglia arrivare a un compromesso e che in ultima analisi ne cerca uno. Siamo sicuri?
Difficile immaginare quale possa essere la risposta del presidente Rouhani a fronte di una richiesta da parte del consiglio nazionale di sicurezza della Repubblica Islamica dell'Iran:  se tu (Rohani) dovessi intraprendere dei colloqui con gli Stati Uniti, di cosa parleresti con esattezza, cosa diresti? La posizione del governo Trump è che all'Iran non sarà in nessun modo consentito di arricchire uranio, il che significa che all'Iran sarà impedito -contrariamente a quanto stabilito dagli accordi sul nucleare- di avere elettricità prodotta con il nucleare, cosa che sta cercando di fare fin dai tempi dello Shah.
Suggerire che l'Occidente fornirebbe all'Iran l'uranio appena sufficiente a far funzionare i suoi reattori ma niente di più è assurdo. L'Iran non rivelerà mai i propri segreti industriali esponendoli alla capricciosa decisione occidentale di punirlo per questo o per quel torto.
Alla base dello stallo c'è sempre stato questo assunto: l'Iran non accetterà che gli venga proibito di arricchire uranio, e Bolton e Pence vogliono impedirgli proprio questo. La politica statunitense ha completato la virata tornando alle posizioni che aveva nel 2004 nessun arricchimento.
La Guida Suprema ha detto qualche giorno fa di aver accettato con riluttanza i colloqui con gli uomini di Obama, dietro assicurazione che Obama aveva accettato in linea di principio che l'Iran arricchisse uranio per proprio conto. Col senno di poi, ha detto lo ayatollah Khamenei, si è trattato di un errore. Non avrebbe mai dovuto consentire che le trattative proseguissero.
Insomma, non c'è nulla di cui parlare, se non di come gli Stati Uniti potrebbero ritornare allo status quo precedente il loro abbandono degli accordi.
E di come potrebbero ripristinare tutto senza troppo chiasso e senza perdere eccessivamente la faccia.

Ovviamente, per Bolton o per i cristiani sionisti degli USA che lo spalleggiano una cosa del genere non è prevista.
Nel caso dell'Iran non è praticabile nemmeno un qualche vertice simbolico come quello
 tenutosi a Singapore fra Trump e Kim Jong Un. E neppure si può pensare a un congelamento della situazione come con la Corea del Nord. Un congelamento della situazione comporterebbe il fatto che l'Iran continui a sottostare alle massime pressioni statunitensi per tutto il tempo che la situazione resta congelata, senza che gli Stati Uniti debbano rimetterci niente.
Perché Trump sta percorrendo con ostinazione il vicolo cieco che potrebbe portarlo a un qualche conflitto non voluto e politicamente costoso? Probabilmente perché Trump è stato imboccato da qualche scriteriato rapporto dei servizi secondo cui l'Iran è sull'orlo di un crollo economico e politico che spazzerà la rivoluzione nella pattumiera della storia. Le informative ammannite attualmente la Netanyahu, dal Mossad e da altri negli USA sono di questo tenore e si basano sulle solite e sospette narrazioni degli esiliati. Da valutazioni di questo tipo Trump potrebbe concludere che una guerra non comporti rischi, dal momento che l'imminente crollo dell'Iran renderebbe superfluo il ricorso a qualsiasi minaccia militare. Insomma, può permettersi di restare ad aspettare. Chi pensa che tutto questo ricorda vagamente i prodromi della guerra all'Iraq nel 2003, ovvero le rassicurazioni di Curveball e di Chalabi, ha ragione per più di un verso. A nutrire la prospettiva della guerra c'è ben di più che la recita di qualche esiliato incarognito.
Esiste l'idea che Bolton, come consigliere per la sicurezza nazionale, non abbia molta influenza sul Pentagono. Lo American Conservative tuttavia, in un articolo intitolato Amassing War Powers, Bolton Rips a Page Out of Cheney’s Playbook afferma che si tratta di una convinzione errata:
La promozione di Patrick Shanahan a segretario alla difesa renderà probabilmente il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton la voce più potente nel Consiglio del presidente Donald Trump.
"Così afferma un esperto di questioni di difesa consultato questa settimana dal nostro giornale. Ex funzionari statunitensi hanno detto anche di temere che la relativa mancanza di esperienza di Shanahan possa trascinare l'AmeriKKKa in una guerra; hanno citato un reportage del New York Times in cui si legge che Shanahan avrebbe consegnato a Bolton un piano per inviare in Medio Oriente fino a centoventimila uomini. Degli articoli usciti in seguito fanno pensare che il Pentagono potrebbe programmare di inviarne anche di più... Stephen Wertheim, questore aggiunto di storia alla Columbia University, ha detto che "quando in senato si pensa a Shanahan [nel corso delle sessioni informative] in realtà si pensa a Bolton. Perché un vuoto ai vertici del ministero della difesa significa che Bolton ha in esso l'ultima parola".
C'è di più. L'idea dello American Conservative di etichettare tutto questo come "copione Cheney" è corretta anche sotto un altro aspetto: Bolton presiede, al Consiglio per la Sicurezza Nazionale, regolari e frequenti colloqui strategici con lo stato sionista, il cui scopo è quello di sviluppare un piano di azione comune contro l'Iran. Questo significa che i servizi di sicurezza dello stato sionista fanno planare le loro valutazioni direttamente sulla scrivania di Bolton -e quindi su quella di Trump- senza consentire ai servizi statunitensi una valutazione o un commento sulla credibilità dei materiali forniti, cosa che ricorda Cheney che si imponeva agli esperti a Langley. Bolton inoltre rappresenterà Trump al vertice sulla sicurezza che si terrà a giorni a Gerusalemme con la Russia e con lo stato sionista. Bolton ha in mano tutto: il signor Iran è lui.
David Larison scrive: "L'amministrazione Trump sta ancora dietro alla fantasticheria per cui la Russia darà una mano a estromettere le forze iraniane dalla Siria":
In una conferenza con i giornalisti un funzionario superiore della Casa Bianca ha detto che gli Stati Uniti intendono insistere con la Russia durante il vertice a tre che si terrà a Gerusalemme sul fatto che i militari iraniani e i loro alleati sul terreno devono lasciare la Siria.
L'amministrazione sta cercando da un anno di ottenere la collaborazione dei russi a questo proposito. La cosa non ha mai avuto alcun senso. Il governo russo non ha alcun motivo per acconsentire al piano degli Stati Uniti. Perché mai la Russia dovrebbe fare agli Stati Uniti il favore di avallare la politica antiiraniana del governo? Il problema del governo statunitense è quello di essere convinto, a torto, che gli altri esecutivi abbiano la stessa opinione sul ruolo dell'Iran in Medio Oriente". La Reuters cita le parole di un funzionario governativo:
"oltre ai colloqui volti a prevenire qualsiasi escalation militare non voluta, il funzionario governativo statunitense ha detto che l'obiettivo del vertice sarebbe quello di 'vedere in che modo sarebbe possibile collaborare per liberarsi della principale fonte di disturbo in Medio Oriente, che è la Repubblica islamica dell'Iran.'
Gli Stati Uniti e lo stato sionista possono anche considerare l'Iran la principale fonte di disturbo, ma la Russia non vede le cose in questo modo e non si mostrerà propensa ad assecondare gli sforzi di arruolarla nella campagna di pressioni contro l'Iran. La Russia vuole mantenere buoni rapporti con lo stato sionista e quindi presenzierà al vertice, ma partecipare non significa concedere a Bolton quello che vuole. Insomma, il vertice di Gerusalemme si presterà a un reportage fotografico inusuale, ma non produrrà nulla di significativo."
Insomma, pare un'altra convinzione sbagliata. Ma è una convinzione che a Bolton fa molto comodo: se gli USA non riescono ad assicurarsi l'impegno russo per l'estromissione dell'Iran dalla Siria, assisteremo probabilmente a una escalation da parte dello stato sionista (con il sostegno statunitense) contro la presenza iraniana in Siria. Negli ultimi giorni sono già piovuti missili sul Golan occupato, segno che la Siria e l'Iran possono all'occorrenza aprire nel Golan un nuovo fronte nel conflitto con lo stato sionista.

mercoledì 19 giugno 2019

Alastair Crooke - Medio Oriente: il rischio calcolato dei russi contro il tacito consenso di Trump alla Grande Israele



Traduzione da Strategic Culture, 4 giugno 2019.



Il Segretario di Stato Pompeo si è recato a Sochi il 14 maggio a colloquio col suo corrispettivo Sergej Lavrov. Nel suo discorso di apertura, Lavrov ha osservato: "Credo che sia venuta l'ora di iniziare a definire una nuova, più costruttiva e maggiormente responsabile base di concetti e di opinioni sul come ci vediamo l'uno con l'altro. Ovviamente noi siamo pronti a farlo, se i nostri pari negli Stati Uniti sono ugualmente interessati... Il fatto che si tratti del nostro secondo incontro in due settimane autorizza ad essere ottimisti. Proviamoci e vediamo cosa succede".
Il presidente Putin successivamente ha brevemente discusso con Pompeo dicendo: "Ho l'impressione che il presidente [Trump] sia favorevole a ripristinare i legami e i contatti tra Russia e Stati Uniti e a risolvere alcune questioni di reciproco interesse. Da parte nostra, lo abbiamo detto molte volte, gradiremmo un pieno ripristino di questi rapporti."
È chiaro che l'impressione del signor Putin che gli Stati Uniti siano propensi ad una apertura [così nel testo inglese, n.d.t.] nasce dalla conversazione avuta per telefono con Trump il 3 maggio scorso, durante la quale si è parlato di collaborazione per garantire la stabilità strategica. I rilievi fatti sia da Lavrov che da Putin mostrano una generosità e una disponibilità (l'amministrazione statunitense viene definita "i nostri pari negli Stati Uniti") davvero sorprendenti, vista la quantità e la grandezza di bastoni tra le ruote che Washington ha cacciato in qualsiasi cosa Mosca abbia cercato di fare negli ultimi tempi.
Perché Trump appreso proprio adesso questa iniziativa, controllato come da due dei più intransigenti falchi che ci siano negli Stati Uniti? Allora: l'inchiesta di Mueller è un capitolo chiuso, ma Mosca non sarà ingenua al punto di pensare che questo rappresenti la fine di ogni narrativa centrata su una malevola intromissione russa. Mueller ha semplicemente passato la palla al Congresso.
La disponibilità di Mosca da un certo punto di vista può anche sorprendere, ma da altri non costituisce affatto una sorpresa. L'AmeriKKKa ha considerato la Russia come un avversario sempiterno fin da quando la Gran Bretagna e l'AmeriKKKa hanno agevolato il rientro di Lev Trotzky e di Vladimir Lenin tra i rivoluzionari bolscevichi al fine di mandare all'aria il paese. E proprio mentre Trump telefonava Putin la Rand Corporation pubblicata un proprio saggio intitolato Sovraccaricare e sbilanciare la Russia in cui si evidenziano dettagliate opzioni politiche in grado di "imporre un prezzo sul piano geopolitico". Qualsiasi cambio di atteggiamento dell'AmeriKKKa rispetto a questa bellicosità sarebbe ovviamente qualcosa di significativo, e vale la pena di prenderlo in considerazione. Il presidente Putin ha spesso ammonito sulle incalcolabili conseguenze per l'umanità che avrebbe un vero e proprio conflitto fra i due paesi. Si tratta della minaccia esistenziale per eccellenza.
Ma cosa hanno in mente Trump, Pompeo e Bolton? La collaborazione o la "stabilità strategica"? Quali sono i primi rischi della instabilità strategica? Almeno un paio vengono subito in mente: la guerra finanziaria e commerciale con la Cina, e l'Iran.
Nonostante il cauto ottimismo del "proviamoci" del signor Lavrov, egli deve sapere fin troppo bene che non ci sono molte possibilità e che sono molte le forze che si oppongono a qualsiasi riavvicinamento con la Russia. Nondimeno, il fatto che il leader russi rilascino dichiarazioni del genere implica che stanno prendendo questa iniziativa sul serio.
Più nello specifico tuttavia persino il tentativo di "provarci" potrebbe rivelarsi un calice amaro per la Russia, almeno in Medio Oriente. Con questo non si intende dire che il presidente Trump stia proponendo di riallacciare i rapporti per tendere una trappola ai russi. Il suo interesse a ripristinare le relazioni con la Russia è molto chiaro e di lunga data. Non si intende neppure dire che a Mosca ci si comporta con cinismo: gli sforzi altrettanto di lunga data del signor Putin per barcamenarsi fra le tendenze filooccidentali e filoorientali della "personalità" culturale russa, al pari della sua preoccupazione per i pericoli che comporterebbe un crollo degli accordi sulla limitazione degli armamenti, sono ben conosciuti.
No, i rischi vengono piuttosto dal delicato equilibrio in cui si trova il Medio Oriente di oggi. La regione si trova ad un critico punto di svolta: il pendolo del potere si dirige verso nord, questo è il risultato della vittoria della Siria contro la campagna wahabita ordita ai suoi danni. La Siria, l'Iran, l'Iraq e il Libano in questo momento sono mobilitati e pieni di energia. E poi esiste una specie di comune legame fatto di comprensione politica che oggi collega questi paesi al contrario, gli avversari della Siria nel Golfo sono snervati, indeboliti e concentrati sulle proprie crisi interne.
Questo nuovo equilibrio dei poteri tuttavia non è ancora consolidato e non è ancora stabile. Si tratta anzi di un equilibrio delicato che gli eventi potrebbero indirizzare in un modo o in un altro. Il fatto è che la Russia si considera l'arbitro di questa situazione, che la cosa piaccia o no.
I due eventi potenzialmente in grado di far saltare tutto sono la determinazione con cui la squadra di Trump intende realizzare la Grande Israele e, in connessione con questo, il sostegno russo alla Siria e all'Iran intanto che il piano di Trump per il Medio Oriente va avanti.
Trump sta cercando aiuto dal presidente Putin per questo, per la questione delle rane della Siria ma soprattutto per spingere in direzione della Grande Israele? Lavrov ha detto durante la visita di Pompeo che la questione dell'Iran "è complessa"; uno understatement eroico. Lo storico militare Andrew Bacevich spiega che comunque è stato Trump "a scegliere di fare dell'ostilità all'Iran il perno della propria politica estera. Trump non sarebbe in grado di disincagliare Stati Uniti dalla regione e al tempo stesso di condurre nei confronti dell'Iran una politica più aggressiva del suo predecessore. Non si è riusciti a porre fine il coinvolgimento statunitense in molte guerre inutili in grande misura proprio a causa di questa linea politica antiiraniana. Si tratta di qualcosa che gli è stato imposto da altri; fin dall'inizio è stata tutta opera sua. Quando i suoi sottoposti non si sono mostrati d'accordo sulla questione del nucleare iraniano, come Tillerson e McMaster, Trump li ha presto o tardi sostituiti e ha scelto al loro posto persone anche più bellicose ed aggressive. Ha approvato tutte le iniziative contrarie all'Iran e favorevoli all'Arabia Saudita che poteva."
Sta dunque succedendo questo? Trump vuole che Putin faccia il poliziotto con la Siria con l'Iran in modo che possa realizzare il suo grande piano di pace? Nell'agosto del 2018 Trump scrisse sul Cinguettatore: "Chiunque faccia affari con l'Iran non farà affari con gli Stati Uniti; io chiedo la PACE MONDIALE, niente di meno!"
Ma davvero? Trump vuole che le ripercussioni della sua incontenibile e bellicosa ostilità verso l'Iran -considerato il principale ostacolo alla realizzazione della Grande Israele- abbiano un limite, così da poter porre fine al coinvolgimento statunitense in guerre inutili e da addossare ad una Grande Israele potenziata e resa stabile e alla Russia il grave peso della stabilizzazione del Medio Oriente? Davvero sembra che le cose stiano così, e ci sono notizie sulla preparazione di un nuovo vertice strategico fra stato sionista, Stati Uniti e Russia per il controllo della "sicurezza regionale".
L'"Accordo del Secolo" può ben subire qualche ritardo se si considera che a settembre nello stato sionista si terranno nuove elezioni, ma in concreto alcune componenti di questo accordo (il trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme; l'assegnazione allo stato sionista della sovranità sul Golan; i tagli ai fondi destinati all'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi; l'annessione degli insediamenti eccetera) sono già una realtà sono andati a posto pezzo per pezzo anche se il progetto complessivo non è mai stato reso pubblico, sempre che di renderlo pubblico si fosse l'intenzione.
Ovviamente la Russia vuole arrivare velocemente ad un accordo politico sulla Siria e Mosca dice di aver notato qualche cambiamento nella retorica occidentale in materia. Tuttavia esercitare pressioni premature sul governo siriano affinché accetti condizioni sgradevoli, che vengano della Turchia come quelle in favore di una nutrita partecipazione dei Fratelli Musulmani all'assemblea costituente, o che vengono dall'Occidente come quelle tese a facilitare l'uscita di scena del presidente Assad, possono portare ad una crisi di fiducia dei siriani nei confronti di Mosca. A Mosca qualcuno potrebbe anche pensare che in un equilibrio strategico di più vasta portata si tratti di una considerazione secondaria, eppure una brusca rottura con Damasco potrebbe rappresentare una minaccia per la posizione di Mosca in un contesto regionale assai più ampio.
La considerazione di Bacevich in questo caso è molto pertinente: Trump non è in grado di collaborare con Mosca per le questioni siriane proprio perché è ossessionato dall'Iran e si trova a braccetto con l'Arabia Saudita.
Se in Siria si arriva a un punto morto intanto che gli Stati Uniti aumentano le pressioni contro l'Iran, minacciano Bagdad e si sforzano di dividere i libanesi e di metterli gli uni contro gli altri per Mosca le cose si complicheranno di sicuro. Perché mai Mosca dovrebbe volerlo?
Dopo il vertice di Sochi Lavrov ha detto: "Per quanto riguarda l'Iran e [l'accordo sul nucleare] spero che alla fine prevarrà il buon senso... Quando dico che speriamo di trovare una soluzione politica alla situazione in Iran, dico che ci adopereremo per assicurarci che il quadro non peggiori fino a diventare un teatro bellico. Ho avuto la sensazione che anche da parte statunitense ci sia l'idea di cercare una soluzione politica...". Il giorno successivo tuttavia l'addetto stampa di Putin Dimitri Peskov ha esplicitamente negato che Pompeo abbia rassicurato Mosca sul fatto che gli Stati Uniti non vogliono la guerra con l'Iran, ed ha aggiunto (stranamente) che Mosca "prendeva atto con tristezza delle decisioni assunte da parte iraniana". Si tratta di un riferimento alla decisione dell'Iran di ignorare determinati elementi dell'accordo sul nucleare (quelli in merito allo smaltimento delle scorte) che è stata deliberatamente provocata dal fatto che Pompeo ha cancellato i capitolati che regolavano i termini sulla proliferazione compresi negli accordi.
Il fatto che tutte queste "ulteriori complicazioni", come le ha chiamate Lavrov, non sono distinte o distinguibili. Sono direttamente collegate al progetto della "Grande Israele" del presidente Trump.
"Grande Israele" non significa soltanto cambiare di posto i palestinesi e fare scambi sul mercato immobiliare più qualche piccolo aggiustamento di frontiera. Non è neppure un progetto istituzionale definito cui c'è bisogno -per così dire - di dare respiro, di assegnare uno spazio più ampio. Si tratta di molto di più: quello della Grande Israele è sempre stato un progetto biblico volto alla trasformazione in realtà del cammino di Israele verso il proprio destino di redenzione ed è stato anche un progetto ideologico giudaico-cristiano. Se non fosse l'una e l'altra cosa la base evangelica di Trump non farebbe tanto baccano perché il presidente si adoperasse per realizzare la Grande Israele della Bibbia. Su questo punto esiste una stretta sinergia tra i sionisti dello stato sionista e i sionisti cristiani ameriKKKani.
Tutte queste "ulteriori complicazioni" che la Russia deve affrontare risalgono a questo: la Grande Israele una sorta di metaprogetto che dal punto di vista degli evangelici deve essere coronato da successo. Qualsiasi opposizione adesso deve essere stroncata, per prima e prima fra tutte quella che viene dall'Iran, oltre alla lunga resistenza siriana. Sono stati gli evangelici statunitensi, oltre a Netanyahu, a spingere Trump ad abbandonare gli accordi sul nucleare iraniano.
Nel caso questo metaprogetto prendesse l'abbrivio, l'idea negli Stati Uniti che si potrebbero usare i curdi per agevolare la frammentazione della Turchia, della Siria e dell'Iran; il Libano potrebbe finire invischiato in schermaglie di frontiera senza fine, la Siria essere divisa in una parte orientale e una occidentale, l'Iraq essere sottoposto a sanzioni e l'Iran destabilizzato e dato in pasto ai movimenti secessionisti. Questi sconvolgimenti permetteranno al "progetto" -che è poi l'"Accordo"- di trovare spazio e maggiore respiro non soltanto in termini fisici ma anche in termini ideologici e metafisici, oltre che di guadagnare instabilità e in vigore.
Perché Pompeo si è recato a Sochi? Ecco, Trump lo va dicendo chiaramente da tempo. Vuole che Putin lo aiuti per la PACE MONDFIALE, nientemeno. E il maiuscolo è suo. In altre parole, Trump vuole che la Russia accetti l'idea della Grande Israele e si adoperi attivamente nel contenerne le ripercussioni.
Per Mosca questa è davvero una politica del rischio calcolato. Essa desidera certamente ristabilire rapporti strategici con gli USA, ma il prezzo di allinearsi agli USA, allo stato sionista e ai sionisti cristiani sarebbe salato. Mosca perderebbe amici e alleati e potrebbe comunque non essere in grado di impedire che la situazione scivoli verso un conflitto regionale. In questo caso, i russi con chi si schiererebbero? Putin ovviamente non ha alcuna intenzione di andare allo scontro con gli USA. La Russia è un mediatore abile. Ma qui stiamo parlando di uno scontro di civiltà di ampie proporzioni: da una parte i giudaico-cristiani con la loro idea di essere un popolo eletto, di avere un destino e una missione biblici, dall'altra l'antica civiltà che è retaggio proprio del Medio Oriente.
La Russia potrebbe trovarsi dal lato sbagliato della storia. E come prenderebbero a Pechino questo fare fronte comune con gli USA e con lo stato sionista? Non è che Xi potrebbe temere che il passo successivo sarebbe la richiesta di mettersi con gli USA contro la Cina?


sabato 15 giugno 2019

In morte di Franco Zeffirelli



Franco Zeffirelli è stato un regista gazzettescamente definito "maestro" per meriti pregressi e abbondantemente dimenticati; è passato trai più il 15 giugno 2019 a novantasei anni dopo essersi atteggiato a morituro per lo meno per tre lustri consecutivi.
Lo ha strozzato la balia, si dice sarcasticamente in questi casi a Firenze.
Nel novembre del 2002 Firenze ospitò il Social Forum europeo; giornate di assemblee, dibattiti e manifestazioni sulla globalizzazione che si chiusero con un mostruoso corteo in cui dominava la ferma contrarietà all'aggressione statunitense all'Iraq, che foriera di tanti benefici, di tanti miglioramenti e di tanti vantaggi si sarebbe rivelata negli anni a seguire.
Lo svolgimento di ogni iniziativa, in una settimana di altissima partecipazione democratica, si tenne in un ordine da caserma prussiana nonostante le gazzette avessero tentato con ogni mezzo a loro disposizione di dettare una linea politica perentoria e improntata a tutt'altro, che nei giorni e nei mesi successivi sarebbe stata oggetto di aperto dileggio in ogni sede.
Si potrebbe persino sostenere che le perduranti difficoltà degli "occidentalisti" fiorentini siano a tutt'oggi parzialmente dovute a quei giorni memorabili, in cui tanta feccia con la cravatta si guadagnò lo scherno di almeno un paio di generazioni.
Il "Corrierino della Seratina" primeggiò, in questa repellente campagna denigratoria portata avanti per mesi e mesi; in questa sede se ne è più volte dato conto.
Tra i campioni di collodio che quella gazzettina eresse a uniche interpretazioni lecite del reale (chi si azzardava a obiettare era un terrorista) si trovavano gli starnazzi di Oriana Fallaci e, nel numero del 21 ottobre 2002, la mandolinesca serqua di ciance di questo regista, pubblicata per gli stessi fini e inquadrata nello stesso contesto.
In questa sede l'ipocrisia non ha mai avuto cittadinanza. Rendiamo dunque l'onore delle armi a questo Zeffirelli riproponendo ai lettori il capo d'opera con cui sputava sulla parte più reattiva e consapevole della società contemporanea, che in molti casi non gliele mandò certo a dire.
Il testo dell'articolo è reperibile a tutt'oggi in vari siti web. Sono evidenziate a nostra cura le considerazioni più offensive.



"Salvate Firenze dai no-global . Mandateli tutti a Viareggio":

"Caro direttore, questa patata bollente del raduno dei no-global a Firenze comincia a scottare le dita a parecchia gente. Il governo ha certamente preso decisioni forti, ma il pericolo che corre una città tanto cara al cuore di ogni cittadino civile del mondo richiede misure di emergenza che potranno essere sembrate offensive al prefetto Serra. Lo possiamo capire, però: questo alto funzionario, esempio di civiltà e correttezza, è stato anche lui vittima di una diffusa speranza di poter trovare un’intesa civile con questi gruppi senza regole né leggi che oggi promettono rispetto verso la città per poi metterla, domani, a ferro e fuoco come hanno fatto dovunque si siano affacciati.
Come se non bastasse, tutto questo dovrebbe succedere in un momento storico in cui sono drammaticamente in gioco i destini del nostro pianeta. La presenza di questa folla che contiene cellule violente e bellicose (in numero «difficile da calcolare») è proprio l’ultimo problema di cui Firenze e l’Italia avevano bisogno.
Una patata bollentissima davvero. Lo avevano subito capito tutti, meno che il primo cittadino, Leonardo Domenici, e il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. E’ stato fatto perfino un referendum in cui i tre quarti dei fiorentini hanno espresso un parere contrario. Niente da fare; i due amministratori sono stati ciechi e sordi ad ogni consiglio, illudendosi di poter tenere a bada questi gruppi tanto diversi e riportarli nel seno della comunità civile.
E allora che si può fare? Lo sgomento sta prendendo tutti, perché le idi di novembre incombono. Si pensa addirittura, con la scusa di «lavori in corso», di proteggere i tesori più esposti come si fece durante la guerra. Qualcuno dice, giustamente, che sarebbe un insulto all’immagine della nostra identità democratica. Come sarebbe un insulto anche la serrata dei negozi e delle attività commerciali minacciata dai fiorentini per i giorni del raduno. Insulto, d’accordo, ma che devono fare allora? Lasciare che questi energumeni sfascino Ponte Vecchio, via Tornabuoni, l’antico e il nuovo centro? La nostra sola consolazione sarà quella di chiamare il sindaco e il presidente della Regione a rispondere per quello che potrà succedere. Ma sarà una ben magra soddisfazione.
Io mi trovo in questi giorni a New York e ho visto con i miei occhi come è governata e difesa, e come i diritti dei cittadini siano protetti. Una questione come quella posta dai no-global non sarebbe stata neppure recepita. E in ogni caso la New York Police avrebbe saputo mostrare una grinta e un’autorità in confronto alle quali i modesti tentativi delle nostre forze dell’ordine per far rispettare le leggi sono una pallida ombra. Firenze appartiene alla cultura e alla civiltà del mondo: quelli che non la rispettano e che la minacciano dovrebbero essere presi a cinghiate, proprio come si vide fare da un padre esasperato ne I vitelloni di Fellini.
Ora lo Stato italiano fa finalmente la voce grossa, sia pure, mi sia permesso, un po’ tardivamente. Ci risulta infatti che questi vili «kamikaze» si stiano già organizzando in Toscana da un bel po’ di tempo, sparsi in ville e agriturismi del Chianti (affittati, pare, fino al primo di novembre), e che una fitta rete di appoggio in città è già pronta: tombini, rifugi di extracomunitari sicuramente di fede islamica pronti ad aiutare, e quant’altro, perché questi violenti abbiano a portata di mano i loro arnesi e i loro travestimenti. Sono fatti e informazioni precise, non pettegolezzi.
Bloccare alle frontiere i sospetti è un modo di prendere in mano la situazione, anche se non si può più nulla contro coloro che sono già arrivati. Auguriamoci che i cittadini italiani siano solidamente e consapevolmente solidali. Quelli di tutto il mondo certamente lo saranno e apprezzeranno la forza, l’intelligenza e il coraggio di questo governo che ha difeso una città che appartiene a tutto il mondo. Se poi questi «bravi ragazzi», con diversi obiettivi e strategie, vogliono ritrovarsi pacificamente insieme per capirsi, per farsi conoscere e rispettare, come molti di loro affermano, scelgano comunque un altro scenario. Che ne so? Viareggio, per esempio. È sempre in Toscana ed è strutturata e preparata caratterialmente ad ospitare e a tenere a bada un «carnevale». Ma i viareggini lo vorranno? "

domenica 9 giugno 2019

Firenze, via del Corso, giugno 2019. Ricordate Don Roberto Tassi, Oriana Fallaci e la Tour Eiffel da far saltare in aria?



Firenze. Le elezioni amministrative si sono appena tenute e visto che dall'episodio su ricordato sono passati altri sei anni di degrado e insihurézza abbaiati a tutte gazzette si pensava che gli "occidentalisti" sarebbero una buona volta riusciti a "cambiare colore" a Firenze, dato che la mutazione antropologica del loro target e la conseguente amplificazione del loro elettorato sembrava renderlo un obiettivo realizzabile.
Invece l'ennesima persona rispettabile messa a rendere presentabile la solita colmata di deiezioni ha fallito anche stavolta, e di brutto, per il puro e semplice motivo che a Firenze chi vuole fare politica di destra si iscrive al PD.
Non si sa se gioire per l'ennesima riconsegna ai sottoscala della casistica umana che sarebbe finita ad "amministrare" la città o fremere di ripugnanza all'idea di un altro lustro di ciance, amplificate da moltissimo tempo senza ritegno alcuno da quelle autoschedature per mediocri che chiamano "reti sociali".
In ogni caso, nulla di meglio che una camminata per la città notturna dopo una delle prime giornate davvero calde dell'anno, in quel degrado e in quell'insihurézza che amiamo moltissimo.
Intanto che studentesse alla scuola della strada e laureati all'università della vita dimenticano mutui da pagare e alimenti da versare cercando qualche zingaro cui dare fuoco, abbiamo fatto caso -con colpevolissimo ritardo- a un'interessante trasformazione nel setting della chiesa di Santa Maria de' Ricci in via del Corso.
Non ci sono più tazebao irosi e strappucchiati.
Dal 2015 Don Roberto Tassi non ne è più parroco, e a suo nome in internet figura anche qualche vecchia ciancia deteriore delle più prevedibili e ingloriose, che non è nostra intenzione condividere.
Adesso ne è preposto Don Vittorio Ianari, che figura come "esperto di questioni mediorientali" in forza alla Comunità di Sant'Egidio.
E le ciance contro l'Islàmme del suo predecessore hanno fatto la fine che era logico che facessero.
Quando si lavora sodo e con coerenza non si ha né tempo né voglia di assecondare certi cialtroni.

sabato 1 giugno 2019

I paninari al potere



Maggio 2019. Lo stato che occupa la penisola italiana si impegna nella propria costituzione al rispetto del cosiddetto "pareggio di bilancio", ed ha degli impegni internazionali da rispettare.
Non certo da oggi.
A Bruxelles lo sanno, e lo hanno ricordato anche a quelli di Roma.
A Roma comandano un per nulla appariscente docente universitario che certe cose dovrebbe saperle senza che si debba ripetergliele, un sovrappeso divorziato che non è stato capace di laurearsi neppure in sedici anni, e uno di Pomigliano d'Arco.
I tre hanno reagito come primedonne contrariate.
Le persone un po' più serie hanno fatto altre considerazioni.

Paninari al potere. La generazione dei Salvini-Di Maio è quella dei paninari anni '80  caratterizzati dal disimpegno sociale e dall'aureo cazzeggio.
Ora sono al potere e l'aureo cazzeggio è la modalità con cui lo esercitano.
A fronte di una realtà che procede alimentata dalla potente dialettica "materiale" delle cose, troviamo la risposta dei fancazzisti storici che parlano di grembiulini nelle scuole, di sparare al ladro che entra dalla finestra, di chiudere i porti per far dispetto a qualche barcone di migranti, di stampare di nascosto moneta fasulla da rifilare ai creditori, di scrivere e riscrivere decreti sicurezza perché in fondo non si è mai sicuri di niente, di riaprire le case chiuse, di ripristinare il servizio militare anche se le caserme non esistono più.

(Il commentatore thedayafter su Repubblica.)

venerdì 31 maggio 2019

Alastair Crooke - La trappola di Bolton: additare l'Iran come minaccia nucleare e distogliere l'attenzione dal suo progetto nascosto.



Traduzione da Strategic Culture, 27 maggio 2019.

Il Presidente Putin aveva visto giusto quando aveva predetto che le iniziative degli USA che costringevano l'Iran a venire meno agli accordi sul nucleare sarebbero finite presto nel dimenticatoio, come infatti è stato, e che i principali mass media statunitensi avrebbero adottato a tutto campo una narrativa antiiraniana. Cosa verificatasi anche questa.

John Bolton ha messo in funzione la sua trappola, un gesto che farà inevitabilmente salire la tensione tra Iran e USA. Bolton ha cambiato musica, passando dalla "Grande Israele" o Accordo del Secolo, un progetto che richiedeva il prendere a bastonate l'opposizione iraniana, alla minaccia di un potenziale raggiungimento della capacità di costruire atomiche da parte dell'Iran, dal momento che l'Iran si trova effettivamente costretto ad accumulare uranio arricchito, anche fino al 3,67%.
Per dirla con precisione, col ritiro da parte degli Stati Uniti dei capitolati di esenzione che permettevano all'Iran di rimanere negli stretti limiti fissati dagli accordi per quanto riguarda il possesso di uranio e di acqua pesante (proveniente da Arak) si sanziona l'esportazione di qualunque eccedenza iraniana (esportazione cui l'Iran era obbligato dagli accordi). Pompeo e Bolton hanno così deliberatamente reso inevitabile la violazione degli accordi. La prospettiva di questa violazione (e il fatto che l'Iran abbia risposto minacciando di produrre uranio ancora più arricchito) permette alla squadra di Trump di scrivere un copione in cui l'Iran sta cercando di dotarsi di armi nucleari.
In che modo tutto questo è utile a Pompeo e a Bolton per incastrare l'Iran? Per capirlo, dobbiamo rifarci alla fondamentale dottrina politica elaborata nel 1958 da Albert Wholstetter della Rand Corporation: non esiste e non può esistere alcuna differenza sostanziale tra un arricchimento dell'uranio rivolto a scopi pacifici e uno rivolto a scopi bellici. Wholstetter affermò che i procedimenti sono identici e quindi per fermare la proliferazione è necessario che agli Stati inaffidabili come l'Iran non sia concesso procedere ad alcuna procedura di arricchimento, ovvero ad alcun programma nucleare.
La dottrina di Wohlstetter è alla base di tutte le accalorate liti che hanno portato agli accordi sul nucleare iraniano. Obama alla fine si defilò dalle provocazioni permettendo che l'Iran procedesse a un basso arricchimento sotto sorveglianza internazionale secondo un accordo formulato in termini tali che all'Iran sarebbe stato necessario almeno un anno per accumulare il materiale necessario l'ordigno. Questo significa che l'Iran avrebbe impiegato più di un anno per accumulare uranio arricchito bastante per un ordigno.
Pompeo e Bolton hanno effettivamente deciso di propria iniziativa che all'Iran è consentito un arricchimento dello 0%. La stampa occidentale ha ripreso a frignare sul nuovo concretizzarsi della minaccia atomica iraniana. È bene essere chiari: è Bolton a volere questo dall'Iran. Bolton ha eliminato il solo compromesso che si era frapposto sulla strada verso una soluzione militare imposta dagli Stati Uniti, sotto la minaccia di incombenti iniziative militari agitata dallo stato sionista. E la tesi di Wohlstetter, che negli Stati Uniti gode ancora di un seguito significativo, non offre alcuna pezza d'appoggio per alleviare le tensioni.
Di nuovo, è bene essere chiari: dall'Iran non sta arrivando alcuna minaccia di proliferazione. L'Iran ha rispettato gli accordi sul nucleare; la cosa è stata verificata dall'agenzia internazionale per l'energia atomica svariate volte. Adesso gli Stati Uniti hanno reso letteralmente impossibile il rispetto degli accordi eliminando gli stessi capitolati di esenzione che consentivano all'Iran di rispettarli. Questo è il punto che Putin ha specificato; e le origini di tutta la faccenda saranno ora sommerse dalle ciarle sulla proliferazione.
Come mai Pompeo de Bolton si stanno dedicando con tanto impegno al progetto per incastrare l'Iran?
Chi è che sta insistendo in questa direzione? Chi c'è dietro? Una componente essenziale -per Trump- è la sua base elettorale evangelica: si definisce evangelico un ameriKKKano su quattro. Sono stati gli evangelici a insistere perché l'ambasciata degli Stati Uniti fosse trasferita a Gerusalemme; sono stati gli evangelici a sostenere la rivendicazione della sovranità sionista sul Golan da parte di Trump; sono stati gli evangelici a sostenere l'annessione delle colonie sioniste; e sono stati gli evangelici a sostenere il rifiuto degli accordi sul nucleare da parte degli Stati Uniti. Sopra ogni altra cosa, galvanizzati come sono dai traguardi raggiunti, adesso guardano finalmente a Trump perché diventi realtà la Grande Israele della Bibbia.
Trump non è evangelico: è presbiteriano sin da ragazzino. Nel corso degli anni tuttavia si è avvicinato agli evangelici e ha fatto loro capire di essere convinto che la costruzione di una "Grande Israele" porrebbe fine ai conflitti in Medio Oriente portando nella regione una pace duratura. Tale sarebbe l'eredità politica della sua presidenza.
È vero che Trump continua a ripetere, magari in buona fede, che non vuole la guerra; tuttavia la creazione di una Grande Israele non è questione di risistemare i palestinesi in qualche sede alternativa, come farebbe un piccolo immobiliarista, in modo che lo stato sionista possa svilupparsi ed estendersi fino alla "Grande Israele". Laurent Guyénot, un luminare negli studi biblici, scrive per tutto questo possiede anche un'altra dimensione spesso sottovalutata ma densa di significato.
Il sionismo non può essere un movimento nazionalista come gli altri perché rispecchia il destino di Israele così come esso viene esplicitato nella Bibbia... Senz'altro Theodor Herzl e Max Nordau erano sinceri quando affermavano di volere che lo stato sionista fosse "un paese come gli altri"... [Ma dire] che il sionismo è biblico non significa che esso sia religioso; per i sionisti la Bibbia rappresenta sia una narrativa nazionale che un programma geopolitico più che un testo religioso; nell'antico ebraico il vocabolo "religione" non ha alcun corrispettivo.
Ben Gurion non era religioso; in sinagoga non andava mai e mangiava pancetta a colazione. Però era ferventemente biblico. Dan Kurzman [il biografo di ben Gurion] lo definisce "la personificazione del sogno sionista" e riporta una sua affermazione che indica quanto fosse fermamente convinto che ci fosse una missione da compiere: "Io credo nella nostra superiorità morale e intellettuale e nella nostra capacità di costituire un modello per la redenzione della razza umana".
"Dieci giorni dopo la proclamazione dell'indipendenza dello stato sionista [Ben Gurion] scriveva nel suo diario: "Irromperemo nella Transgiordania, bombarderemo Amman e distruggeremo il suo esercito, poi cadrà la Siria, e se l'Egitto continuerà a combattere bombarderemo Porto Said, Alessandria e il Cairo." Aggiunge poi: "questa sarà la ritorsione per quello che hanno fatto (gli egiziani, gli aramei e gli assiri) ai nostri avi ai tempi della Bibbia."
Millantando la capacità nucleare bellica iraniana Bolton e Pompeo stanno deliberatamente distogliendo l'attenzione da tutto questo. L'idea di concretizzare una "Grande Israele" in linea col suo destino metafisico e in possesso di una condizione di prestigio tale che "tutte le nazioni" pagheranno tributo "alla montagna di Yahvehm alla casa del dio di Giacobbe" quando "la Legge nascerà da Sion e la parola di Yahveh da Gerusalemme" è musica per le orecchie dei cristiani sionisti, dal momento che sono convinti che proprio questo sarà quello che anticiperà il ritorno del loro Messia e che avvicinerà la Fine dei Tempi.
Ovviamente qualsiasi intento di questo tipo, esplicitato o meno che sia, è destinato a incontrare l'opposizione di un paese di antica civiltà come l'Iran, che dispone di una metafisica molto potente e in contrasto con questa. Perché la "Grande Israele" diventi una realtà, occorre inficiare l'opposizione dell'Iran alle pretese di "elezione divina" dello stato sionista.
Bolton non è un evangelico ma è un alleato stretto della destra sionista. Spiega meglio Ben Caspit, un editorialista sionista di primo piano:

"Gli Stati Uniti non hanno intenzione di invadere l'Iran," ha messo le mani avanti la [mia] fonte sionista, "ma gli iraniani stanno cercando di indicare agli ameriKKKani che [qualsiasi escalation] ... Potrebbe provocare danni gravi agli interessi ameriKKKani e imporre un prezzo più alto di qualsiasi cosa il governo di Saddam Hussein fosse stato capace di intentare...".
La freddezza di Netanyahu per il crescere della tensione si può evincere dalla [sua comparsa] davanti a una commissione del Congresso nei giorni che portarono all'invasione dell'Iraq; affermò che Hussein stava cercando di costruire armamenti nucleari e che rovesciare il governo iracheno avrebbe arginato l'Iran e posto le basi per una maggiore stabilità in tutto il Medio Oriente. La storia ha provato che le predizioni di Netanyahu erano interamente sbagliate... Adesso, Netanyahu sta cercando di ammorbidire i toni in modo che non si pensi a lui come a quello che ha insistito perché gli ameriKKKani attaccassero l'Iran. Non è affatto certo che ci riuscirà.
Lo stato sionista adesso sta cercando di ridimensionare il suo sostegno per la posizione del consigliere sulla sicurezza nazionale John Bolton, che per ora la causa di un confronto diretto con l'iraniani ed è dunque considerato il più interventista di tutta l'amministrazione. Secondo qualcuno che ha lavorato con Netanyahu in campo militare per anni e che si è espresso a condizione di mantenere l'anonimato, "dovrebbe essere chiaro che quando nessuno lo sente Netanyahu prega che Bolton riesca a convincere il presidente ad attaccare l'Iran, ma la cosa non deve essere troppo evidente. [Netanyahu] non deve essere identificato con questo atteggiamento, soprattutto dopo essere già stato oggetto di attenzioni negative per essere stato quello che ha spinto gli Stati Uniti ad aggredire l'Iraq." Gerusalemme sta assistendo al contrasto fra i toni concilianti del presidente Donald Trump, intenzionato a evitare un avventurismo militare non necessario, e l'approccio più bellicista di Bolton. La paura è che Trump sarà il primo a cedere in questa guerra di nervi con l'Iran, che alla fine perderà interesse e abbasserà la pressione."
Nell'ottobre del 2003 ebbe luogo un incontro a Gerusalemme cui presero parte tre ministri sionisti in carica -Benjamin Netanyahu compreso- e Ruchard Perle -ex collega di John Bolton- come ospite d'onore. Fu firmata una dichiarazione in cui si affermava che Gerusalemme godeva di una "peculiare autorevolezza per diventare un centro di unificazione mondiale" e si statuiva: "Noi crediamo che uno degli obiettivi della rinascita di ispirazione divina di Israele sia quello di farla diventare il centro della nuova unificazione di tutti i paesi, che porterà a un'epoca di pace e di prosperità come vaticinato dai Profeti."
Tutto questo non è soltanto una qualche schermaglia astratta in merito a una dottrina nucleare. La escalation contro l'Iran serve invece per nascondere un conflitto metafisico e di civiltà assai più profondo. L'Iran ovviamente di questo è consapevole. E Putin ovviamente aveva ragione quando prevedeva che il mancato rispetto degli accordi da parte dell'Iran sarebbe stato usato come un'arma, ma che l'Iran aveva avuto poca scelta. Starsene tranquilli intanto che Trump stringeva a morte era semplicemente fuori questione.

mercoledì 29 maggio 2019

Firenze, la giornata di uno scrutatore



Una domenica piovosa a Firenze, quella del 26 maggio 2019.
Il seggio è allestito in una scuola elementare; gentilissimi, i custodi hanno lasciato una scatola di frutta con un cartellino che invita tutti a servirsene.
Il pomeriggio precedente si era provveduto a tutte le operazioni preliminari, con la verifica e la timbratura delle schede, il posizionamento dei sigilli dove servivano e tutto quanto il resto.
Alle sette del mattino si ammettono gli elettori. Comincia una processione, a tratti anche intensa, composta praticamente per intero da ultrasettantenni con le tessere elettorali cariche di bolli. In Comune sono consapevoli della situazione e hanno fatto avere ai presidenti di seggio uno stampato da consegnare a chi si trova in questa situazione: ci sono le istruzioni e gli indirizzi per provvedere al rinnovo in tempo, senza intasare le strutture all'ultimo minuto. Alla fine della giornata si saranno raccolte almeno una trentina di attestazioni pronunciate con sicurezza da gente convintissima che la cosa non la riguardava dal momento che non sarebbe arrivata viva al giro successivo. La trentunesima viene accolta da chi scrive con un'apertissima manifestazione di insofferenza.
A votare si presentano ipovendenti e non deambulanti (questa la definizione giuridica) accompagnati e, sempre accompagnate, persone dal comportamento non perfettamente lucido. Per loro è la cabina 1, vicinissima all'entrata.
Il tempo passa in modo regolare e piuttosto noioso: solo nel primo pomeriggio si presenta un diversivo.
Un signore nella media -vale a dire appena uscito dal circolo pensionati, ed è una valutazione generosa- fa l'atto di avventarsi sull'altro scrutatore lamentando la perdita di un telefono e minacciando l'intervento della gendarmeria.
L'altro scrutatore lo guarda senza capire; un vecchio cellulare è da ore su un tavolo senza che nessuno lo abbia reclamato, figuriamoci impossessarsene.
Il tale fa finta di vederlo solo allora, e se ne va dopo aver profuso ringraziamenti. Se avesse scelto lo scrivente come comprimario alla scenaggiata ne avrebbe avuto un gelido "ma cosa vuoi denunciare che come ti danno una guardata ci finisci tu in centrale..."
Arriva, unica, una ragazza di diciotto anni che vota per la prima volta. Probabilmente anche per l'ultima, in considerazione del fatto che l'ambiente della politica rappresentativa viene considerato infrequentabile da moltissime persone serie.
Alla fine della giornata l'affluenza risulta molto più alta della media peninsulare: quasi venti punti in più.
Solo che scorrendo l'elenco degli iscritti si nota l'assenza quasi totale delle classi comprese fra il 1980 e il 2001.
I giovani non votano, e basta.
Non è certo il caso di chiedersi il perché: se almeno venti milioni di sudditi non partecipano alle consultazioni deve esserci più di un motivo ed è verosimile che i motivi non siano gli stessi dappertutto e per tutte le classi, anche se per l'esperienza di chi scrive è sicuro che una parte consistente degli astenuti, almeno a Firenze, consideri l'offerta politica contemporanea inaccettabile, se non proprio ripugnante e/o offensiva.
Lo spoglio rivela tracce dell'umanità che è passata per il seggio. Preferenze sbagliate o strampalate (un "Berlusconi" vergato in corsivo tremolante fra le preferenze per le elezioni di quartiere), croci vergate con rabbia fin quasi a forare la scheda, qualche sporadico insulto, voti doppi su liste opposte destinati a finire tra le schede nulle.
Il lavoro di presidio, di spoglio, di verbalizzazione e di chiusura del seggio tiene impegnate sei persone per un numero di ore decisamente sproporzionato a quello che potremmo definire più una mancia di incoraggiamento che una retribuzione. Parte degli interessati, componenti del bigio e diffuso numero del genere mogliaccàsa figliascuola e il resto tuttolavoro, non manca di farlo notare ad alta voce più volte prima che arrivi la fine della sfacchinata, con la consegna dei verbali a notte fatta da un pezzo.

Restano i risultati.
Firenze ha, all'apparenza, sorpreso: il politicame "occidentalista" ha raccolto suffragi magrissimi, una specie di Kobarid inattesa. Qualcosa non deve aver funzionato: questa volta in quell'ambiente doveva maturare il passaggio di bandiera dai liberisti in cravatta ai sovranisti con le pezze al culo. E il passaggio, difficile, è stato affrontato more solito con una eterodirezione che ha imposto al povero Ubaldo Bocci una linea politica tra l'incolore e il ridicolo.
Questo però stupisce solo chi non conosce la realtà locale. A Firenze, chi vuol fare politica di destra si iscrive da decenni al partito di maggioranza; in caso contrario non il rischio, ma la certezza, è quello di fare la figura del ben vestito appena piovuto dalla luna.
L'attribuzione causale di chi scrive è più spiccia e senz'altro errata, ma si basa sull'assunto che Firenze sia una cosa, lo stato che occupa la penisola italiana un'altra.


giovedì 23 maggio 2019

Alastair Crooke - Alle pressioni statunitensi l'Iran reagisce rispondendo che il danno può essere reciproco




Traduzione da Strategic Culture, 20 maggio 2019.


La dottrina "della massima pressione" cara a Trump sta avvicinandosi al fine vita? Trump non ne è convinto: "chiamatemi" (quando proprio non ne potete più), fa sapere a tutti quelli che ha assediato e sanzionato. A quanto pare ha fatto avere a Tehran anche un numero di telefono, per tramite dell'ambasciata svizzera. Solo che da Tehran non telefonerà nessuno.

Sembra che il periodo in cui si attendono gli eventi stia arrivando ovunque a conclusione: a dispetto di tutta la retorica non ha portato ad alcun risultato. In particolare sembra che la Cina abbia abbandonato i nodi e i toni concilianti per chiamare invece il suo popolo a raccolta per una lotta strategica dolorosa ma necessaria. Anche la Corea del Nord sembra abbia finito la pazienza con i negoziati senza sbocco; e adesso anche l'Iran, come gli altri, sta facendo capire che subire senza resistere intanto che gli Stati Uniti esercitano il massimo della pressione senza soffrirne alcun effetto collaterale non è una possibilità contemplata. Comincia adesso la fase successiva, in cui questi paesi sono pronti e sono intenzionati a imporre a Trump un dazio, per quanto asimmetrico.
Il pericolo evidente nel ricorso ad una strategia che prevede l'esercizio della massima pressione, e che magari è stata anche proficua, nell'ambiente immobiliare newyorkese da cui viene Trump, sta nel fatto che in geopolitica mettere l'avversario con le spalle al muro fin quando quello non "telefona" per arrendersi presenta qualche evidente problema: innanzitutto una resa significa verosimilmente la fine politica -o letterale- per il capo della compagine avversaria.
In secondo luogo, gli avvoltoi pazienti come John Bolton non hanno mai dubitato del fatto che la strategia di Trump non avrebbe mai funzionato. A dire il vero, Bolton è stato perfettamente esplicito a questo riguardo. Non ha usato infingimenti. Bolton semplicemente non crede che la Corea del Nord cederà mai il proprio arsenale nucleare in seguito a qualche negoziato; e non crede neppure che i vertici politici dell'Iran cambieranno mai l'assetto del paese. A logica dunque, solo il rovesciamento del governo produrrà il tipo di cambiamento tanto caro a Bolton, ovvero la condiscendenza verso gli interessi statunitensi.
Bolton e i compari che la pensano come lui sono consapevoli del fatto che devono pazientemente attendere finché Trump non si sarà stancato di aspettare vicino al telefono e non gli risulterà chiaro che tutti i convocati gli hanno dato buca. Intanto comunque i compari di Bolton -come lo stato sionista- ammazzano il tempo dell'attesa lavorandosi i mass media con una serqua di notizie che ingigantiscono le "minacce" dell'avversario di turno. Un classico in questi casi sono le foto satellitari che "dimostrano" la nequizia della controparte.
L'Iran è così passato ad avvertire Washington che non intende accettare di subire i costi che questa "massima pressione" comporta per la popolazione in quello che per Washington è un esercizio privo di rimesse e che quindi può andare avanti a tempo indeterminato. L'Iran sta cercando di porvi dei limiti.
All'inizio del mese il Jihad Islamico Palestinese ha lanciato da Gaza dei missili di cui lo stato sionista non conosceva l'esistenza. I missili hanno ucciso cinque cittadini dello stato sionista e mostrato che il vantato sistema antimissile Iron Dome è in qualche misura inefficace. Il 12 maggio alcune petroliere al largo della costa di Fujaira -il numero esatto non è noto- hanno subito dei danni al timone che le hanno messe completamente fuori uso. Due giorni dopo alcuni droni hanno attaccato due centrali di pompaggio interrompendo il passaggio di circa 3 milioni di barili di petrolio al giorno, in un oleodotto che va da est ad ovest fra le province orientali e quelle occidentali dell'Arabia Saudita.
Si tratta di tre eventi distinti, non necessariamente connessi tra di loro; l'Iran può esservi coinvolto o meno -e l'Iran nega ogni coinvolgimento- ma rappresentano comunque un deciso messaggio diretto ai tre principali protagonisti del sostegno all'inasprimento delle pressioni contro l'Iran: gli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita e lo stato sionista. Il messaggio essenziale è che il danno può essere reciproco.
Questo tris di avvertimenti non indica soltanto che l'inasprirsi della pressione sull'Iran può portare terze parti a subire danni asimmetrici; esso toglie la foglia di fico all'"arte dell'accordo" di Trump. Trump ha tolto dal tavolo le carte palestinesi (Gerusalemme, il Golan, l'annessione dei territori degli insediamenti e le negazione al diritto al ritorno per i rifugiati) ma i tre avvertimenti indeboliscono la posizione di Trump nella sua politica della massima pressione verso l'Iran, perché mettono in discussione il sostegno regionale per qualsiasi ulteriore escalation statunitense. La casa dei Saud, oggi alle prese con un'altra ondata di purghe e con le lotte intestine, si sentirà al sicuro quanto basta per superare l'escalation statunitense contro l'Iran? Gli Emirati Arabi Uniti penseranno a quanto sono vulnerabili le loro esportazioni di petrolio? Lo stato sionista non pensa con nervosismo a cosa potrebbe comportare un conflitto su più ampia scala in termini di attacchi missilistici, dopo il campioncino fattogli avere dal Jihad Islamico? E Trump è tanto sicuro oggi che si possa manipolare il mercato del petrolio in maniera da evitare che il prezzo della benzina negli Stati Uniti si impenni? Le carte sono state mescolate un'altra volta.
I tre segnali indicano che nel gioco esistono nuovi limiti da non superare, proprio come limiti da non superare sono stati stabiliti da Hezbollah e dallo stato sionista nel conflitto che li contrappone a nord. L'Iran ha indicato che non intende arrivare alla guerra, ma che non accetterà neppure di farsi stritolare a morte.
Al di là di questo, scopo del tutto può essere quello di guastare l'intesa fra Trump e Bolton. Tocca a Trump dire se intende dare ragione a Bolton (e alla sua idea di arrivare a qualsiasi costo a rovesciare il governo iraniano) o se il limite da non superare per lui quello che non contempla alcuna nuova "guerra ameriKKKana" in Medio Oriente."Io non credo che Trump voglia la guerra", ha detto il Ministro degli Esteri Zarif durante la sua visita a New York il mese scorso indicando in Muhammad bin Zayed, Muhammad bin Salman, Bolton e Netanyahu i veri guerrafondai.
Staremo a vedere: gli USA, l'Arabia Saudita lo stato sionista e gli Emirati Arabi Uniti adesso devono considerare come reagire alla risposta iraniana. L'Iran rischia che Trump possa decidersi per quello che potrebbe considerare un compromesso, esibirsi di nuovo in un messaggino su Twitter a mezzo missile da crociera come quello spedito alla Siria lo scorso anno, tanto per ostentare la sua determinazione e non per causare all'Iran un danno strategico.
L'ambasciatore statunitense in Arabia Saudita ha detto che una volta che sia saltato fuori chi è stato a sabotare le petroliere gli Stati Uniti dovrebbero attuare "contromisure ragionevoli, guerra esclusa".
Perché Trump potrebbe fare una guerra?
Forse Trump crede alle analisi dello stato sionista per cui l'Iran è sull'orlo del crollo e che una spintarella basterebbe a far perdere la presa al governo iraniano e a farlo scivolare nell'abisso. Netanyahu si è detto insistentemente convinto con Trump che l'Iran è sul punto di crollare, ed è chiaro che le reti interne agli Stati Uniti -compresi gli esuli iraniani- sono della stessa idea. Questa convinzione potrebbe sembrare facile da liquidare come priva di qualsiasi appiglio concreto, ma si tratta di un'idea quasi certamente passata direttamente ai piani alti di una Casa Bianca che si è mostrata molto ricettiva.
L'intera linea politica di Trump inoltre è essenzialmente rivolta al piano interno, a riportare negli Stati Uniti posti di lavoro nel settore manifatturiero; il suo approccio è quello mercantile, quello fondato sulla trattativa; cosa del genere non tengono conto della base evangelica del suo elettorato, ovvero di uno statunitense ogni quattro. Al contrario, questo settore dell'elettorato ha in politica estera un interesse molto forte: quello di adempiere le profezie bibliche su Israele, e quindi a riportare il Messia sulla terra. Un eminente cristiano sionista prevede:
È trascorso esattamente un anno da quando l'ambasciata statunitense in Israele è stata spostata a Gerusalemme e gli evangelici ameriKKKani stanno festeggiando l'obiettivo raggiunto e se ne sentono politicamente galvanizzati. Robert Stearns, pastore evangelico e ascoltata voce del movimento cristiano sionista ha detto che gli evangelici "traggono forza" dal trasferimento dell'ambasciata e sono "motivati" a nient'altro che ad aumentare il loro attivismo a favore dello Stato ebraico... Stearns crede che "nei prossimi anni l'attivismo a sostegno di Israele crescerà come non è mai cresciuto prima". A chi si dice convinto che il trasferimento dell'ambasciata porterà ad un atteggiamento accomodante e rilassato, Stearns risponde: "Non avete ancora visto nulla. Questo è solo l'inizio."
La politica di Trump nei confronti dell'Iran, compreso il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi sul nucleare iraniano, si inquadra nel contesto di questo attivismo evangelico; di qui le pressioni elettorali che Trump subisce da parte del proprio elettorato più fedele.
Il sionismo ebraico, per quanto laico, è stato sin dall'inizio un progetto biblico; osserva Laurent Guyénot: "Il fatto che il sionismo sia biblico non significa che sia religioso; per i sionisti la Bibbia rappresenta sia una narrativa nazionale sia un programma geopolitico piuttosto che un testo religioso: in realtà nell'ebraico antico non esiste alcun vocabolo che indichi il concetto di religione. Ben Gurion non era religioso; in sinagoga non andava mai e mangiava pancetta colazione. Invece era ferventemente biblico".
Di conseguenza quando i cristiani sionisti e il leader dello stato sionista vagheggiano di una "Grande Israele" , porzioni bibliche, non stanno solo facendo un riferimento romantico ad una narrativa vecchia di due millenni: "il sionismo non può essere un movimento nazionalista analogo agli altri", scrive Guyénot, "perché esso richiama il destino di Israele così come esso viene espresso nella Bibbia". È in questo, in questa natura di grande progetto ideologico, che i cristiani sionisti degli Stati Uniti acquisiscono rilevanza politica tanto grande. Col tempo essi possono dunque riuscire a influenzare la risposta di Trump ai tentativi iraniani di imporre agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali un limite da non superare.
"Il progetto", per così dire, proprio in conseguenza della sua implicita ideologia richiede nientemeno che una nuova ridefinizione del medio oriente in stile Sykes-Picot; una cosa verosimilmente problematica come lo fu la ridefinizione originale. Lo stato sionista dovrebbe crescere sul piano politico -e non soltanto in termini di territori annessi- per diventare "grande Israele"; i suoi effettivi confini verrebbero ridisegnati; i palestinesi verrebbero eliminati dalla scena, dispersi divisi, e le altre minoranze etniche regionali come i curdi verrebbero elevate al rango di paesi sovrani o incoraggiate alla secessione come i baluci, gli azeri ed altre. Al crescere dello stato sionista dovrebbe corrispondere una riduzione e/o un indebolimento di altre compagini storiche come la Siria, la Mesopotamia e la Persia, in modo da conferire stabilità al nuovo assetto in stile Sykes-Picot.
Trump tentennerebbe davanti all'idea dello scompiglio causato da una salva di missili Tomahawk? Probabilmente no. Gli evangelici voteranno sicuramente per lui nel 2020 anche solo per aver trasferito l'ambasciata a Gerusalemme. Paradossalmente, l'instabilità del Medio Oriente potrebbe anche andargli bene, perché essa aiuterebbe a consolidare il dominio dell'AmeriKKKa sul mercato energetico mondiale, convincendo gli europei ad acquistare gas ameriKKKano dato che le forniture mediorientali sono cosa "inaffidabile".
Il calcolo implicito nei messaggi iraniani è che Trump non voglia la guerra; d'altronde neppure l'Iran la vuole. Per evitarla è tuttavia necessario che Trump rispetti i limiti invalicabili stabiliti dall'Iran. Insomma, tocca a lui reagire razionalmente e prendere le distanze da Bolton. 
Dobbiamo sperare che l'Iran ci abbia visto giusto. E se invece Trump penserà che non può deludere la base evangelica del proprio elettorato e farà lanciare qualche missile? Questo è il rischio che l'Iran si sta accollando. L'alternativa però è il non fare niente, e non fare niente significa più probabilmente agevolare il percorso di minacce sempre più gravi cui sta pensando Bolton, destinato a tenere Trump sotto pressione fino a pensare che l'unica alternativa sia dare la parola al cannone.

martedì 21 maggio 2019

Mario Razzanelli candidato a Firenze: un giovane di belle speranze per Ubaldo Bocci



Come i lettori avranno notato da anni, in questa sede l'attualità politica dello stato che occupa la penisola italiana non è più oggetto di interesse perché l'argomento è diventato inaffrontabile da parte di chiunque abbia un minimo di rispetto per se stesso.
Che se ne occupi pure il cicaleccio delle "reti sociali", con tutte le conseguenze del caso; in un contesto in cui è normale rischiare di essere aggrediti fisicamente da parte di qualche laureato all'università della vita se si usa in maniera corretta il congiuntivo, l'attuale democratismo rappresentativo funziona in maniera pressoché perfetta ed è giustissimo che ognuno abbia quello che si merita.
Ci limiteremo dunque a evidenziare la mutazione antropologica dell'"occidentalismo", anni fa impersonato da liberisti in cravatta dediti al sorridente smantellamento dei diritti altrui in un tripudio di donne poco vestite e servi volenterosi, oggi trasformatisi in sovranisti con le pezze al culo dediti al dragaggio dei contesti sociali più abbrutiti, per ramazzare suffragi in quelle zone di marginalità che avevano personalmente contribuito a creare.
In occasione delle elezioni amministrative a Firenze gli "occidentalisti" si sono trovati davanti a un problema che è ormai una costante della loro pratica politica, vale a dire cercare qualcuno che si addossasse lo stigma della candidatura e che non suscitasse reazioni emetiche nelle persone serie. Sono andati a cercare un certo Ubaldo Bocci, chiamato come tutti i suoi predecessori a cercare di rendere presentabili individui e programmi che presentabili non sono. La funzione di questo indossatore di maglioncini è soltanto quella di conferire profumo di fragola a uno sformato di escrementi.

Dietro di lui c'è un sottobosco di morti in piedi (come il vivace signore qui sopra, che viene anche a parlare di normalità) che pare fatto apposta per soddisfare l'unico settore veramente degno di attenzione per la politica rappresentativa, che è fatto di ultraottantenni incarogniti, la televisione a riempirgli la testa e le giornate di oscenità e di propaganda, le doppiette nella vetrinetta del soggiorno e qualche repellente cagnaccio mordace a gironzolare nella resede del terratetto condonato e impestato di telecamere e di serrature.
Uno di questi questuanti è Mario Razzanelli.
Mario Razzanelli è un volto noto ai nostri lettori, uno che galleggia nella totale ininfluenza da una ventina d'anni. E che deve avere soldi da buttare se ha spedito centinaia di volantini e se ha acquistato diversi spazi sulle gazzette.
Il caposaldo della politica di questo signore è la contrarietà a un sistema di trasporto che è apprezzato da tutta Firenze tranne che da lui e dai preagonici che lo stimano. A differenza delle altre volte a questo giro ha persino rinunciato ai fotomontaggi. Forse perché erano, ovviamente, fatti da cani.
E i ggggiovani no tramvia chissà che fine hanno fatto.
L'esame del programmino elettoraluccio di Mario Razzanelli deve partire da una premessa. Razzanelli ha cambiato casacca almeno per la terza volta, passando al "partito" fondato e diretto da uno straricco polipregiudicato che ad oggi ha passato anche lui gli ottant'anni da un pezzo. L'esame del programmino elettoraluccio di Mario Razzanelli può compendiarsi di un sintetico nichts neues. Solita ripetizione ecoica di ciarle stupide e cattive che sono ormai talmente in tanti a ripetere che la "competizione elettorale" è ridotta da anni a una gara a chi ripete ecoicamente la ciarla più stupida e cattiva.
Se dovessero decidere di girare un film sui morti viventi ambientato a Firenze, la politica "occidentalista" potrebbe fornire comparse e protagonisti credibili ed entusiasti.


mercoledì 15 maggio 2019

Alastair Crooke - Iran: si prepara il campo alle operazioni militari



Traduzione da Strategic Culture, 13 maggio 2019.


Lo storico del Medio Oriente angloameriKKKano Bernard Lewis ha avuto un'enorme influenza in AmeriKKKa. All'ombra delle sue idee politiche si sono messi presidenti, responsabili della linea politica e think tank; un fenomeno che dura a tutt'oggi. Nonostante sia morto lo scorso anno, le sue minacciose concezioni ancora plasmano il pensiero ameriKKKano sull'Iran. Mike Pompeo ad esempio ha scritto: "L'ho incontrato solo una volta, ma ho letto molto di quello che ha scritto. Molto di quello che so sul Medio Oriente lo devo al suo lavoro... Era anche un uomo che credeva, come credo io, che gli ameriKKKani devono riporre più fiducia nella grandezza del nostro paese, non meno".
Quello che è diventato noto come "piano Bernard Lewis" contemplava il mandare in pezzi tutti gli stati della regione compresa fra il Medio Oriente e l'India secondo linee etniche, confessionali e linguistiche. Una balcanizzazione radicale dell'intera regione. Un ex ufficiale dell'esercito statunitense, Ralph Peters, si è spinto fino a realizzare una mappa di come sarebbe questo Medio Oriente balcanizzato. Anche Ben Gurion nutriva simili ambizioni strategiche nell'interesse dello stato sionista.
L'influenza di Lewis è arrivata ai vertici: il Presidente Bush è stato visto portare degli scritti di Lewis a una riunione nell'Ufficio Ovale poco dopo l'Undici Settembre, e appena otto giorni dopo l'attacco al World Trade Center e al Pentagono Lewis partecipava a una riunione del comitato per le politiche di difesa di Richard Perle, seduto accanto al suo amico Ahmed Chalabi, leader del Congresso Nazionale Iracheno. A quella riunione fondamentale di un organismo molto influente sul Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, i due invocarono l'invasione dell'Iraq.
Lewis seminò anche il concetto più ampio di un mondo musulmano retrogrado e intriso di odio contro un Occidente modernizzatore e virtuoso. Fu lui e non Samuel Huntington a coniare l'espressione "scontro di civiltà", che implica inoltre l'idea che l'Islam e l'Occidente siano impegnati in una battaglia all'ultimo sangue per la sopravvivenza.
L'ottica evangelica di coloro che dettano oggi la linea politica come Pompeo e Mike Pence ha trasformato questo pessimo presagio da "scontro" di civiltà a battaglia metafisica del Bene contro il Male, con l'Iran additato in modo particolare come la fonte del Male metafisico nel mondo di oggi.
Il punto essenziale è questo: Lewis ha sempre fantasticato di rovesciare il governo iraniano, che a suo dire rappresenta la minaccia primigenia. Henry Kissinger gli chiese una volta: "Dovremmo trattare con gli ayatollah iraniani?" "Ovviamente no," rispose immediatamente Lewis senza mezzi termini. L'atteggiamento complessivo che l'AmeriKKKa dovrebbe assumere in Medio Oriente fu presentato in nuce a Dick Cheney: "Io penso che una delle cose che dovete fare con gli arabi sia tirargli una bella bastonata in mezzo agli occhi. Loro il potere lo rispettano". Questo consiglio da orientalista ovviamente valeva ancora di più per quanto riguardava l'Iran e i suoi "Ayatollah", visto che Lewis si diceva convinto che "Dovremmo se mai chiederci: perché non ci temono né ci rispettano?"
Insomma adesso, ispirati dal loro eroe intellettuale che è Lewis, Pompeo e John Bolton -a suo tempo collega di Richard Perle al comitato per le politiche di difesa- paiono ansiosi di provare i sistemi di Lewis e di assestare agli iraniani una bella bastonata in mezzo agli occhi usando il randello delle sanzioni.
Cose già viste. Non è che negli USA, per dire, i libri di Lewis li abbiano solo sfogliati; sono serviti da guida per decenni. Già negli anni Sessanta del secolo scorso Lewis aveva pubblicato un libro in cui presentava le potenziali vulnerabilità, e dunque il potenziale utilizzo, delle diversità religiose, etniche e di classe come punti d'appoggio per distruggere gli stati del Medio Oriente.
Scrivendo nel 2008, Seymour Hersh riportava:
Alla fine dello scorso anno [2007] il Congresso ha approvato la richiesta del Presidente Bush di finanziare un rimarchevole aumento di intensità e portata delle operazioni sotto copertura dirette contro l'Iran, secondo fonti militari, dei servizi e del Congresso sia presenti che di allora. Queste operazioni, per le quali il Presidente chiedeva fino a quattrocento milioni di dollari, vennero descritte in una nota presidenziale firmata da Bush e devono servire a destabilizzare la leadership religiosa del paese. Le attività sotto copertura comprendono l'appoggio alle minoranze ahwazi, arabe e baluche e ad altri gruppi dissidenti...
Le operazioni clandestine contro l'Iran non sono una novità. Le forze speciali degli USA hanno portato a termine operazioni oltrefrontiera dall'Iraq meridionale... a partire dallo scorso anno. Ma la scala e la portata delle operazioni in Iran, che coinvolgono la CIA e il comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC) si sono ora notevolmente estese, secondo funzionari in servizio e non. Molte di queste attività non sono descritte nel dettaglio in questa nuova nota, e alcuni capicorrente del Congresso hanno nutrito seri interrogativi circa la loro natura.
Operazioni del genere sono ulteriormente aumentate; l'attuale capo della CIA Gina Haspel ha confermato che sta riorientando le risorse dell'agenzia affinché si concentrino sulla Russia e sull'Iran. E gli USA hanno curato l'installazione di basi militari in punti che confinano con le zone abitate dalle minoranze etniche iraniane.
La posta in gioco quale potrebbe essere? Si tratta di campagna per le elezioni statunitensi, roba ad uso interno? È un'iniziativa per arginare e per indebolire l'Iran? Serve a costringere l'Iran a negoziare un miglior accordo sul nucleare? O è l'innesco di un'iniziativa per rovesciarne il governo?
Sembra che le cose stiano così: Pompeo si è rifiutato di rinnovare due fondamentali capitolati di esenzione, oltre ai vari capitolati che riguardano il petrolio. Due rifiuti che sembrano costituire la "pistola fumante" che denuncia le vere intenzioni di Pompeo e di Bolton. Uno riguarda l'esportazione di uranio a basso arricchimento da parte dell'Iran, l'altro l'esportazione di acqua pesante dal reattore di Arak.
Il fatto è che gli accordi sul nucleare non consentono all'Iran di accumulare questi due materiali oltre un massimo di trecento chili e di trecento litri rispettivamente; gli accordi obbligano l'Iran a esportare ogni potenziale eccesso che potrebbe superare questi limiti. L'uranio finisce in Russia in cambio di yellowkake grezzo, l'acqua pesante viene immagazzinata in Oman.
Che sia chiaro: l'Iran non trae alcun vantaggio in campo nucleare da queste esportazioni, che servono soltanto gli interessi dei firmatari degli accordi. Esistono disposizioni d'ordine, negli accordi, che sono utili solo per chi difende la non proliferazione dei materiali nucleari. L'esportazione è prevista dagli accordi ed è un'incombenza che spetta all'Iran.
Le esportazioni indicano esattamente che gli accordi sul nucleare stanno funzionando; perché allora Pompeo rifiuterebbe di rinnovare i capitolati di esenzione che riguardano un passaggio tanto essenziale per la non proliferazione? Di per sé non sono cosa significativa sul piano economico.
L'unica è che Pompeo e Bolton stiano cercando di inchiodare l'Iran a qualche infrazione degli accordi sul nucleare. Pompeo e Bolton stanno deliberatamente cercando di mettere l'Iran in condizione di non poter ottemperare ad essi, costringendolo di fatto a mettersi in condizioni di proliferazione nucleare. Se i materiali oggetto degli accordi non possono essere esportati, l'Iran sarà costretto ad accumularli in violazione degli accordi. A meno che la procedura di infrazione davanti al Consiglio di Sicurezza contemplata dagli accordi non stabilisca altrimenti.
Comunque, spingere l'Iran a una formale infrazione apre a Bolton molte possibilità per ulteriori provocazioni, forse fino a spingerlo a dare agli USA il casus belli per bombardare gli impianti di arricchimento. Chissà.
Cosa c'entrano con tutto questo le minoranze etniche in Iran? La maggioranza della popolazione in Iran è persiana, in percentuali stimate fra il 51 e il 65 per cento. I gruppi etnolinguistici più numerosi sono poi gli azeri (16-25%), i curdi (7-10%), i luri (7%), i mazandarani e i gilachi (7%) gli arabi (2-3%) i baluci (2%) e i turkmeni (2%). QUesti gruppi sono la materia grezza che gli USA sperano di trasformare in secessionisti armati e in insorti antiiraniani con i programmi di addestramento ed assistenza della CIA. Quando l'iniziativa entrò nel dibattito, nel 2007, fu accolta da ampio disaccordo anche in seno all'amministrazione (compresi il segretario Gates e il generale Fallon, che respinsero entrambi la validità di questo modo di pensare). Come notò Seymour Hersh,
Una strategia che punti a usare le minoranze etniche per indebolire l'Iran non può funzionare, afferma Vali Nasr, che insegna politica internazionale alla Tuft University ed è anche un componente esperto del Council on Foreign Relations. "Il fatto che il Libano, l'Iraq e il Pakistan abbiano problemi etnici non significa che l'Iran ne sia afflitto anch'esso," ha detto. "L'Iran è un paese antico, come la Francia e la Germania, e i suoi cittadini sono nazionalisti nella stessa misura.
"Gli USA stanno sopravvalutando le tensioni etniche in Iran." I gruppi di minoranza che gli USA stanno contattando sono ben integrati o sono realtà piccole e marginali, senza molta influenza sul governo o molta capacità di rappresentare un problema sul piano politico, ha detto Nasr.
"[Certo,] si può sempre trovare qualche gruppo di attivisti che va ad ammazzare un poliziotto, ma puntare sulle minoranze sarà un boomerang che alienerà la maggioranza della popolazione".
Come ha mostrato il professor Salehi-Isfahani della Brookings, gli elementi più deboli della società iraniana sono stati in qualche modo tutelati rispetto al duro impatto che le sanzioni hanno avuto sull'economia; sono stati tutelati meglio della classe media. Quindi se ne potrebbe concludere a ragione che l'Iran può affrontare l'assedio economico.
Sì, ma... cose già viste anche sotto un altro importante aspetto.
L'Iraq e "curveball" (nome in codice che indicava l'agente iracheno dei servizi tedeschi che fornì prove false sulle armi di distruzione di massa irachene); gli esiliati iracheni che giurarono agli ameriKKKani che a Baghdad sarebbero stati accolti come dei liberatori e che il loro cammino sarebbe stato tutto rose e fiori; e il "Team B" (l'unità di spionaggio alternativo messa in piedi dall'allora vicepresidente Cheney perché fornisse relazioni addomesticate secondo la sua visione del mondo, da contrapporre a quelle della CIA). Il risultato della nulla consapevolezza ameriKKKana della realtà irachena è stato, ovviamente, quello di un disastro.
Ed eccoci daccapo, con la storia che sembra ripetersi: l'ex "Team B" adesso non è più qualcosa di organico al Ministero della Difesa, ma è una specie di rete di ex funzionari dei servizi che agiscono insieme a qualche esiliato iraniano incarognito dragando i Mujaheddin E' Kalq e la invelenita comunità degli esiliati e passando direttamente quello che trovano a un think tank che si chiama Foundation for the Defense of Democracies e alla Casa Bianca. Insomma i soliti Chalabi e tutte le storie combinate per l'Iraq, ancora una volta.
Di nuovo la vecchia storia dei servizi: si comincia con radicati pregiudizi orientalisti e con opinioni preconfezionate circa la natura dell'Altro, ci si convince che nessun uomo o nessuna donna "moderni" sosterrebbe gli "ayatollah" e poi, ma guarda un po', si finisce con lo scoprire quello che si cercava: che l'Iran è sull'orlo di un "imminente crollo", che le minoranze sono pronte a insorgere contro la soverchiante élite persiana, e che l'intervento ameriKKKano per abbattere l'odiato regime sarebbe accolto a rose e fiori.
Una sciocchezza, ovvio. Ma la capacità di autoilludersi è di per sé sufficiente per cominciare una guerra.