mercoledì 31 gennaio 2024

Alastair Crooke - La tragica autodistruzione di uno stato sionista sconvolto dalla rabbia

Lo stato sionista è in un vicolo cieco e la cosa sta diventando molto chiara a molti suoi cittadini. Un corrispondente sionista (ex segretario governativo) descrive la situazione:
Il significato della défaillance del 7 ottobre non sta solo nella perdita di vite umane... ma soprattutto nel fatto che potrebbe cambiare la percezione dello stato sionista... e gli attori mediorientali potrebbero smettere di considerarlo come una realtà temibile.
La leadership dello stato sionista deve comprendere che non possiamo più accontentarci di un qualche "senso di vittoria" diffuso tra l'opinione pubblica... È dubbio che la vittoria a Gaza sia sufficiente a riportare il timore verso lo stato sionista ai livelli di cui godevamo presso i nostri nemici. Una vittoria che si riduca alla mera liberazione dei prigionieri e a iniziative di fiducia per la creazione di uno Stato palestinese non sarebbe sufficiente a rafforzare l'immagine dello stato sionista in questo senso.
Se il pantano di Gaza... porta la leadership [dello stato sionista] a rendersi conto che non è in grado di riportare su questo fronte una vittoria netta, del tipo in grado ci portare a un cambiamento strategico nella regione, essa deve prendere in considerazione la possibilità di cambiare fronte e riaffermare la deterrenza dello stato sionista tramite la cancellazione della minaccia strategica in Libano ... la vittoria contro una delle organizzazioni terroristiche più ricche e potenti del mondo -Hezbollah- può ripristinare la situazione della deterrenza nella regione in generale... Lo stato sionista deve cancellare la minaccia dal nord e smantellare la struttura di potere che Hezbollah ha costruito in Libano, indipendentemente dalla situazione al sud.
Ma senza una vittoria a sud, un risultato significativo a nord diventa molto più importante.
La citazione di cui sopra va direttamente al cuore della questione. Ovvero: "Come si può salvare il sionismo?". Tutte le altre chiacchiere dei leader mondiali sono in gran parte fumo. Non solo Gaza NON sta rassicurando i sionisti del fattoche stanno vincendo ma anzi, tra loro sta ampiamente proliferando una rabbia violenta per una inattesa e vergognosa sconfitta.
Alcuni membri del governo di guerra (ad esempio Eisenkot) pensano che lo stato sionista dovrebbe guardare in faccia la realtà: dovrebbe capitolare a Hamas, dare una possibilità a un cessate il fuoco, rilasciare i palestinesi incarcerati e salvare gli ostaggi detenuti a Gaza:
Penso che sia necessario essere coraggiosi, e dire che è impossibile riportare indietro vivi gli ostaggi in un prossimo futuro senza un accordo [per il cessate il fuoco]; chiunque stia mentendo al pubblico sta mentendo, e basta.
Ma questo non è il sentimento predominante tra i cittadini dello stato sionista. L'ultimo sondaggio di Peace Index riflette la cupezza dilagante: il 94% degli ebrei pensa che o stato sionista abbia usato la giusta quantità di potenza di fuoco a Gaza (o "non abbastanza", per il 43%). Tre quarti di tutti i cittadini dello stato sionista pensano che il numero di palestinesi feriti da ottobre in poi sia giustificato rispetto al raggiungimento degli obiettivi; ben due terzi degli intervistati ebrei affermano che il numero di vittime è decisamente giustificato; solo il 21% lo considera "un po'" giustificato.
Il vero prezzo che lo stato sionista pagherà, tuttavia, non è semplicemente il rilascio dei prigionieri palestinesi (anche se già questo di per sé creerebbe sommosse fra la popolazione); piuttosto, esso consiste nel timore che l'acquiescenza verso le richieste di Hamas segnerebbe la fine del paradigma securitario dello stato sionista. Questo paradigma prevede una sorta di "contratto" di spirito quasi religioso per cui gli ebrei godranno di totale sicurezza in ogni punto della terra d'Israele. I termini del contratto contemplano la piena sovranità e protezione a tutela degli ebrei, contro l'imposizione ai non ebrei -ovvero ai palestinesi- di una elaborata matrice di radicale insicurezza dello spazio e dei diritti. Ecco in cosa consisteva il paradigma universale alla base della sicurezza degli ebrei.
Fino al 7 ottobre.
Gli eventi di quel giorno hanno dimostrato che gli ebrei dello stato sionista non sono più sicuri all'interno del territorio dello stato e che il modo sionista di intendere la questione della sicurezza, deve essere ripensato o abbandonato per forza di cose. Questa consapevolezza ha portato alla nascita, sul piano psicologico, a una massiccio e diffuso senso di insicurezza. Come nota Moshe Zimmermann, professore emerito di storia all'Università Ebraica:
La soluzione sionista non è una soluzione. Stiamo arrivando a una situazione tale che il popolo ebraico che vive in Sion vive in condizioni di totale insicurezza... dobbiamo renderci conto del fatto che sul piano della sicurezza lo stato sionista sta peggiorando la situazione degli ebrei della diaspora, piuttosto che il contrario. La soluzione sionista presenta gravi difetti, e dobbiamo pensare a cosa l'abbia resa tanto difettosa.
Il dibattito minoritario di oggi sul concetto dei due Stati non può rappresentare "una soluzione" alle attuali tensioni, ed è fallace. Questo, scrive l'eminente opinionista Alon Pinkas, la Casa Bianca e Netanyahu lo sanno. È fallace perché lo zeitgeist nello stato sionista, la paura a livello di psicosi e la voglia di vendetta la rendono irrealiszzabile, perché i coloni zeloti non se ne andrebbero senza versare fiumi di sangue, e perché l'esistenza di due Stati per la maggior parte dei cittadini sionisti minaccerebbe la fine del sionismo, poiché il gruppo dei non ebrei insisterebbe sulla parità dei diritti, ovvero sulla fine delle prerogative di riguardo, nella popolazione, per un gruppo (gli ebrei) a scapito di un altro (i non ebrei - cioè i palestinesi).
Anche l'idea di un accordo di normalizzazione tramite l'Arabia Saudita è priva di fondamento. L'Arabia Saudita è vincolata dall'Iniziativa di pace araba del 2002 da essa stessa condotta, e che prevede uno Stato palestinese come pre-condizione per la normalizzazione. Inoltre, non è certo facile procedere a una ricostituzione dell'Autorità Palestinese intesa come una Vichy dello stato sionista addetta alla vessazione degli stessi palestinesi. Allora, come mai tanti discorsi sulle "soluzioni", scollegati dalla realtà politica?
Il fatto è che questo dibattito fa comodo sia a Biden che a Netanyahu. L'amministrazione Biden sta cercando di limitare i danni. La Casa Bianca spera, con questo atteggiamento, di fermare il deflagrare bellicista sollevato dall'assalto a Gaza e di far scivolare impercettibilmente la situazione verso quella "tranquillità" a livello regionale che essa ritiene "appropriata" per un anno in cui ci sono le elezioni.
A tal fine, i discorsi sulla normalizzazione tramite l'Arabia Saudita e sui due Stati sono "pacificatori" (anche se infondati) e possono dare l'idea che Biden stia in qualch emodo controllando il conflitto per evitare che si allarghi. Da parte sua, Netanyahu può sfoggiare quale forte e coraggioso guerriero egli sia opponendosi agli Stati Uniti e dicendo di no a un qualsiasi Stato palestinese.
Ma la realtà è che lo stato sionista si trova in un vicolo cieco che per giunta si fa sempre più stretto. La situazione prende sempre di più i tratti della tragedia, e di una tragedia non certo nata per caso. Tutto questo accade perché doveva accadere, per la natura dei partecipanti, perché gli attori coinvolti lo fanno accadere. E non hanno altra scelta che farlo accadere perché, beh... perché questa è la loro natura.
La situazione è quella descritta da Ted Hughes, il poeta laureato britannico, che scrisse del violento conflitto religioso nell'Inghilterra elisabettiana causato dalla soppressione calvinista e puritana del vecchio cattolicesimo. In Hughes la "Dea delle precedenti credenze pagane" -ancora animata da naturali energie umane ancora intatte- alla fine irrompe feroce e distrugge l'eroe puritano.
Si sostituisca la soppressione puritana con un infuriato Geova che aborre l'antico immaginario e l'antica civiltà islamica (per il suo presunto tradimento e odio letale verso Israele) per adeguare al contesto la "verità" di Shakespeare.
Il leitmotiv di Ted Hughes è quello della storia dell'Inghilterra come fardello della colpa protestante.
Shakespeare, scrive, era perseguitato dalla sensazione che non molto tempo prima l'Inghilterra fosse un Paese cattolico che "si era indurito nel protestantesimo". Nel poema Il ratto di Lucrezia l'anima del re romano che ha perpetrato lo stupro di Lucrezia si trova deturpata, e in ultimo il re perde tutto e viene bandito, a causa delle sue stesse azioni. La pura Lucrezia finisce per suicidarsi.
Ecco il punto: Ted Hughes ha scritto che tra i miti in competizione all'epoca di Shakespeare Tarquinio (il re romano) rappresenta "il puritano adoratore di Geova"; il suo mito della creazione gli dice che è il Dio trascendente e onnipotente a sussistere, non l'altra divinità. Il re romano si propone zelante di distruggerla dato che essa rappresent l'altro. Solo che queste mutevoli e proteiformi forze puritane si rivelano alla fine autodistruttive.
Biden ha abbracciato (per così dire) l'impulso ebraico diretto ad annientare la violenta "alterità" che erompe da Gaza, ma è presumibile che si renda conto di come in questo modo si sia trovato a superare un invisibile limite morale. È complice dei crimini che hanno colpito Gaza. Deve assumersi una parte di colpa. Eppure deve continuare su questa strada. Non ha scelta. Deve lasciare che Gaza (e probabilmente anche in Libano) tutto si compia. Perché questa è la natura di Biden.
E Hamas e Hezbullah non possono ritirarsi, perché sono state scatenate energie collettive a lungo represse. È troppo tardi per fermare l'impulso rivoluzionario. Un impulso che si sta allargando alla Cisgiordania, allo Yemen, all'Iraq e anche oltre. I porti dello stato sionista adesso sono circondati e sotto assedio missilistico.
Netanyahu al contrario, temendo la crescente prospettiva di una disfatta a Gaza, si è spinto fino ad adottare la modalità dell'eroe classico. Da un lato, può essere definito in senso stretto come quel genere di mito che celebra l'ascesa di un eroe maschio che parte per una missione, affronta per via ostacoli terrificanti, e che dimostra il suo coraggio in combattimento tornando infine a casa accolto da ovazioni. Dall'altra parte, però, nella narrazione di Omero gli eroi con lo status più elevato sono anche quelli più vulnerabili alla vergogna. Qualsiasi affronto, qualsiasi rovescio può minacciare l'intera identità di un leader e anche la sua posizione agli occhi dei suoi pari. Coloro che godono dello status più elevato possono essere quelli che più subiscono danni in caso di sconfitta. Ettore resiste agli appelli degli amici e della famiglia a non andare in guerra, e va incontro alla morte. La sua solitudine e la lontananza dai suoi cari aggiungono pathos agli strazianti momenti che precedono la sua morte, quelli in cui si rende improvvisamente conto che gli dei lo hanno ingannato e condotto al suo destino.
È questo il destino di Netanyahu? Gli dei lo stanno portando alla tragedia? Di certo lo hanno messo in un vicolo cieco. Una sconfitta a Gaza significherebbe la sua rovina, e lo stato sionista non sta riportando a Gaza una vittoria netta al punto da portare a un cambiamento strategico nella regione. Netanyahu è sotto pressione affinché consideri la possibilità di cambiare fronte per riaffermare la deterrenza dello stato sionista tramite l'eliminazione della minaccia strategica in Libano. In questa situazione lo stato sionista non può accontentarsi di niente di meno che di una vittoria, si fa presente a Netanyahu.
Nir Barkat, ex sindaco di Gerusalemme e favorito per la successione a Netanyahu come leader del Likud, ha affermato che lo stato sionista può permettersi di continuare a combattere e di aprire un nuovo fronte con il Libano, nonostante il conflitto costi ogni giorno miliardi di shekel (duecento milioni di sterline).
Barakat ha detto che la crisi, per quanto grave,
è anche una grande opportunità: L'Iran è un obiettivo legittimo per lo stato sionista. Non la faranno franca. La testa del serpente è Tehran... Lo stato sionista si sta avvicinando a una guerra totale con Hezbollah nel sud del Libano, dopo aver evacuato il nord del paese.
Qualunque ne sia il costo... questa è una guerra di religione.
Quindi si sta concludendo la seconda fase della guerra, e si sta aprendo la terza. L'intensità del conflitto allargato probabilmente impennerà, innescata da un cambiamento di status nel ruolo di Hezbullah: sarà un intervento dello stato sionista a dare il via, o sarà Hezbollah a fare la prima mossa? Biden autorizzerà il coinvolgimento degli Stati Uniti nel sostegno allo stato sionsita? Probabilmente sì, perché è nella sua natura sostenere lo stato sionista. Ma fino a che punto si spingerà?
I palliativi politici -le "soluzioni" politiche che si prospettano- lasceranno il posto a un dibattito dai toni più duri su come fare per far rispettare il cessate il fuoco. Questa incombenza probabilmente passerà da un'ONU ingesssata alle strutture più informali dei BRICS, con Russia e Cina che svolgeranno un ruolo preponderante e diretto. L'Europa sarà afflitta dalle spaccature, e anche gli Stati Uniti, sia pure in minore misura. Questa fase successiva probabilmente si protrarrà senza costrutto durante il processo in cui tutte le parti metteranno alla prova le rispettive forze contro l'altra. Questo sarà il momento in cui la coesione sociale dello stato sionista sarà messa a dura prova. Riusciranno a farla reggere? Le fondamenta del sionismo saranno riconfigurate? Il sionismo sarà costretto ad abbandonare le radici che ha in Jabotinsky?
Sarà anche il momento in cui la supervisione ebraica sulla matrice politica occidentale degli Stati Uniti e dell'Europa dovrà lottare per comporre la tenzone fra due miti i cui poli energetici in conflitto finiranno per distruggere l'ordine sociale mentre l'uno o l'altro dei principali attori del conflitto fa le spese di una tragedia inevitabile.
La rivoluzione e le guerre culturali non sono eventi limitati nel tempo; essi riguardano tanto il prima dell'evento (cioè il conflitto incombente), quanto il dopo.
Tuttavia se l'idea di Ted Hughes secondo cui l'equazione tragica di Shakespeare è quella in cui narrazioni archetipiche in competizione -con le loro energie che si scatenano in modo esplosivo- finiscono per sfociare in una tragedia violenta è corretta, allora dovremmo aspettarci che la rappresentazione attualmente in atto del mito-creazione ebraico contro l'intero panorama culturale della civiltà islamica abbia un impatto epocale sia negli USA che in Europa, ben oltre i dettagli del conflitto in corso in Medio Oriente.
Diventerà il perno della nuova era.
Infatti, i miti fondanti associati alla puritana repressione di Geova da un lato, e al rilascio delle energie della resistenza dall'altro, attraversano l'esistenza umana come una doppia elica. Essi stanno già traboccando nelle attutite ma ancora esistenti sensibilità religiose occidentali. Esse attraverseranno gli analoghi della "rivoluzione" e della "guerra civile" in atto in Occidente.

martedì 30 gennaio 2024

Firenze: "Palestina libera da Israel nazisionista"

 

Scritta a vernice bianca e pennello, notata il 29 gennaio 2024 a Firenze su un muraglione della A1 in località Ponte a Ema; è visibile andando verso il Chianti per la strada 222 Chiantigiana.
I muri servono a tanti scopi. Servono a chi diffonde la degenerazione delle tags, della trap e del suo infero mondo di sciroppini per la tosse e di comportamenti abietti, e servono alle persone serie che Firenze non cessa di produrre.
"Palestina libera da Hamas", sentenziano dal 7 ottobre 2023 i ben vestiti della "libera informazione". Nella realtà fiorentina sono numerose le persone serie su accennate, che in quanto tali con la "libera informazione" non hanno nulla da spartire. E che considerano lo stato sionista un problema, non una soluzione.
Al momento in cui scriviamo -30 gennaio- la scritta viene valutata da personale in tuta da lavoro, presumibilmente per la cancellazione. 
Se la scritta fosse stata qualcosa come "SgUErTz50012" nessuno si sarebbe neanche sognato di intervenire con tanta rapidità.



Post scriptum. Come previsto, il 31 gennaio la scritta risultava essere stata cancellata con molta cura. Tutto il tratto interessato è stato coperto con uno strato grigio uniforme; una superficie ideale per chi avesse voglia di riprovarci.


martedì 23 gennaio 2024

Alastair Crooke - Netanyahu chiude i conti. Non con uno stratagemma, ma con una sperimentata strategia sionista

 


Traduzione da Strategic Culture, 22 gennaio 2024.

 Il defunto Ariel Sharon, leader militare e politico sionista di lungo corso, una volta confidò al suo caro amico Uri Dan che "gli arabi non avevano mai accettato veramente la presenza dello stato sionista... e che quindi una soluzione basata su due Stati non era possibile e nemmeno auspicabile".
I due, al pari della maggior parte dei cittadini dello stato sionista di oggi, avevano ben presente il nodo gordiano che si trova al centro del sionismo: come mantenere diritti differenziati su un terreno fisico che comprende una popolazione palestinese numerosa.
I leader dello stato sionista ritenevano che con l'approccio non convenzionale di Sharon, basato sulla "ambiguità spaziale", lo stato sionista fosse vicino a trovare una soluzione alla questione della gestione dei diritti differenziati all'interno di uno Stato a maggioranza sionista ma comprendente minoranze consistenti. Molti cittadini dello stato sionista erano convinti, fino a poco tempo fa, che i palestinesi fossero stati confinati con successo in uno spazio politico e fisico delimitato e che fossero addirittura "scomparsi" come entità significativa; solo che Hamas, il 7 ottobre, ha fatto saltare tutto questo elaborato paradigma.
Questo evento ha innescato un serpeggiante timore esistenziale: che il progetto sionista possa implodere, se l'eccezionalismo sionista su cui si basa dovesse essere rifiutato da un ampio fronte di resistenza pronto a portare la questione sul piano della guerra.
Il recente articolo del giornalista statunitense Steve Inskeep Israel's Lack of Strategy is the Strategy [La strategia dello stato sionista consiste nel non avere una strategia, n.d.t.] mette a fuoco un apparente paradosso: mentre Netanyahu è molto chiaro su ciò che non vuole, allo stesso tempo rimane ostinatamente sibillino sul futuro che vuole per i palestinesi che vivono su un territorio condiviso. Per coloro che pensano che la pace in Medio Oriente possa (o debba) essere l'obiettivo di Netanyahu, questa opacità appare come un fallo grave per la risoluzione della crisi di Gaza. Tuttavia, se Netanyahu (sostenuto dal suo esecutivo e dalla maggioranza dei cittadini) non espone alcuna strategia per la pace con i palestinesi, allora forse la sua omissione non è propriamente un difetto, ma una caratteristica.
Per comprendere l'ossimoro di fondo, bisogna capire perché Ariel Sharon e Uri Dan "hanno detto quello che hanno detto", e comprendere come l'esperienza militare di Sharon risalente alla guerra del 1973 abbia effettivamente plasmato l'intero paradigma palestinese. Nel 2011 ho scritto un articolo su Foreign Policy in cui sostenevo che mantenere i palestinesi in una condizione di perenne incertezza, come aveva fatto Sharon, era -ed è rimasta- la principale risposta dei sionisti su come aggirare il paradosso insito nel sionismo. Trent'anni dopo, tale concetto rimane sottinteso in tutte le recenti dichiarazioni di Netanyahu e dei leader sionisti di tutto lo spettro politico.
Anche nel 2008 il ministro degli Esteri (e avvocato) Tzipi Livni spiegava perché "l'unica risposta dello stato (al problema di come conservare il proprio fondamento sionista) è stata quella di mantenere indefiniti i propri confini -controllando le scarse risorse idriche e le terre fertili- lasciando i palestinesi in uno stato di incertezza permanente, dipendente dalla buona volontà dello stato sionista".
Io notai in un inciso che
Livni stava dicendo che voleva che lo Stato fosse uno Stato sionista, basato sulla Legge del Ritorno e aperto a qualsiasi ebreo. Tuttavia, garantire una forma stato di questo tipo in un Paese con un territorio molto limitato significa che la terra e l'acqua devono essere mantenute sotto controllo ebraico, con diritti differenziati per ebrei e non ebrei; diritti che riguardano tutto, dalla casa all'accesso alla terra, ai posti di lavoro, ai sussidi, ai matrimoni e all'emigrazione.
Una soluzione basata su due Stati quindi non risolveva il problema di come mantenere il fondamento sionista; anzi, lo aggravava. L'inevitabile richiesta di pieni diritti per i palestinesi porterebbe alla fine dei "diritti speciali" degli ebrei e del sionismo stesso, ha sostenuto Livni; che questo rappresenti una minaccia è opinione condivisa dalla maggior parte dei sionisti.
La risposta di Sharon a questo paradosso finale, tuttavia, era diversa.
Sharon aveva un piano alternativo per gestire un grande gruppo non ebraico, fisicamente presente all'interno di uno Stato sionista in cui vigono diritti differenziati. L'alternativa di Sharon consisteva nel rendere impossibile arrivare all'istituzione di due Stati compresi entro confini definiti.
Questo fa pensare a intenzioni molto diverse e in contrasto con quello che è stato a lungo ipotizzato dal consenso internazionale: che una soluzione a due Stati si sarebbe comunque affermata -comunque andasse- perché che questo accadesse era dal punto di vista della demografia nell'interesse dello stato sionista.
Le radici dell'"alternativa" di Sharon risalgono al suo pensiero militare radicalmente eterodosso su come difendere il Sinai (allora sotto occupazione sionista) dall'esercito egiziano durante la guerra con l'Egitto del 1973.
L'esito della guerra del Kippur del 1973 confermò pienamente la dottrina di Sharon per una difesa a rete, basata su una matrice di alte piazzeforti distribuite in tutta la profondità del Sinai; una struttura che agiva come una trappola spaziale estesa e che forniva agli israeliani un alto livello di mobilità, paralizzando al contempo il nemico catturato all'interno della sua matrice di piazzeforti interconnesse.
Il lettore avrà notato che i punti di insediamento sionisti costituiscono capisaldi interconnessi oggi in tutta la Cisgiordania proprio secondo un analogo criterio; non si tratta di una coincidenza.
Sharon aveva considerato la Cisgiordania nella sua interezza come una "frontiera" estesa, permeabile e temporanea. Un approccio che poteva quindi prescindere da qualsiasi sottile linea a matita venisse tracciata per indicare un confine politico. Questo quadro era destinato a lasciare i palestinesi in uno stato di incertezza permanente, intrappolati in una matrice di insediamenti interconnessi e soggetti ad intervento militare a totale discrezione dello stato sionista.
Nel 1982 Sharon elaborò il suo piano "H", una matrice di insediamenti in Cisgiordania a immagine e somiglianza della strategia nel Sinai. Questa strategia difensiva, tuttavia, ebbe anche l'effetto di conferire al "sionismo dei coloni" nuovi scopi e nuova legittimità.
Il successo di questa strategia ha vista quindi trasformarsi una struttura difensiva nata a scopi essenzialmente militari (paralizzare i palestinesi all'interno di una matrice di piazzaforti dell'esercito sionista) a base per un controllo di più ampia portata. Nel corso degli anni è diventata sempre più repressiva, iniqua e vessatoria. E alla fine ha dato vita alla soluzione dei due stati dell'apartheid.
Quando Ariel Sharon ha preso la linea di confine dello stato sionista e l'ha calata su entrambi i lati della Cisgiordania, di fatto stava dicendo che sono i coloni in Cisgiordania a costituire una linea di confine del territorio pre-1967 estesa nello spazio, così come la frontiera dello stato sionista si era estesa attraverso le matrici delle piazzaforti nel Sinai.
Era proprio questo il senso della sua visione: Non importa se lo stato sionista è costituito dal territorio pre-1967 o da quello post-1967; secondo lui tutti i confini erano fluidi e mutevoli. La "frontiera" di Sharon, estesa, elastica, permeabile e dotata di trappole a matrice, ha così dato il via a un processo -nella sfera militare- di offuscamento della distinzione tra un piano politico interno e piano politico esterno. Questo, insieme all'idea di Sharon sul non rispetto dello spazio, è diventato nello stato sionista la dottrina militare consolidata.
"Vogliamo opporre al concetto di spazio striato della antiquata pratica militare tradizionale una fluidità che ci consenta il movimento attraverso lo spazio, e che attraversi qualsiasi confine e barriera senza impedimenti. Piuttosto che mantenere e organizzare le nostre forze secondo i confini esistenti, vogliamo muoverci attraverso di essi", ha osservato nel 2006 un alto ufficiale sionista.
È fondamentale il fatto che l'indefinitezza che ha preso il posto dello spazio fissato e delimitato è gradualmente passata dalle forze armate alla sfera politica dello stato sionista. Inoltre, il principio per cui non esistono confini tra ciò che è dentro e ciò che è fuori è stato esteso allo spazio politico e legale dei Territori palestinesi occupati. Ha permesso la creazione di uno spazio a due livelli, sottoponendo gli ebrei dello stato sionista e gli arabi palestinesi a matrici di mobilità e di trattamento amministrativo differenti.
Lo spazio giuridico e amministrativo differenziato ha così tradotto in pratica il principio sionista dei diritti politici differenziati. Questo sistema a due livelli prevede l'esclusione dei palestinesi dalla vita politica, ma cura il persistere del loro stato di dipendenza e la loro sottomissione legale all'apparato di controllo sionista. Si tratta essenzialmente di un sistema basato su uno stato di eccezione, di cui si sono occupati filosofi come Carl Schmitt e Giorgio Agamben.
Arriviamo a oggi: Una volta esplicitato che l'obiettivo principale è il mantenimento del sionismo, tutto ciò che Netanyahu sta facendo acquista un senso. Il nocciolo del problema è immutato: la intrinseca contraddizione di uno Stato sionista eccezionalista che incorpora un gruppo esterno non ebraico rilevante e privo di diritti -sia esso detenuto nel ghetto recintato di Gaza o in una "matrice" formata dalle roccheforti dei coloni in Cisgiordania- è diventata insostenibile.
Una volta che il "doppio sistema" di Ariel Sharon si rompe, come è successo il 7 ottobre, nozioni come le proposte di Blinken sul "giorno dopo" per Gaza sono sufficienti a mettere in dubbio la fattibilità del progetto sionista in sé. In parole povere, il sionismo dovrà essere ripensato - o abbandonato.
Anche le risposte politiche dell'Occidente dovranno essere riviste. I luoghi comuni pieni di buone intenzioni sulla "soluzione" dei due Stati sono arrivati con anni di ritardo. Troppa acqua è passata sotto i ponti. Piuttosto, l'Occidente potrebbe iniziare a considerare le implicazioni della sconfitta per coloro che si sono schierati da una certa parte in questo conflitto. Non è solo lo stato sionista a Gaza a essere sul banco degli imputati all'Aia, ma anche molto altro, dal punto di vista del Sud del mondo.
Potrebbe davvero persistere questa "inclusione escludente" tipica dello stato sionista? Il sistema politico tecno-spaziale ispirato da Sharon, nonostante la sua pretesa di legittimità filosofica, in fondo non è altro che un'evoluzione del paradigma associato a un importante stratega sionista come Vladimir Jabotinsky, ovvero nient'altro che un modo diverso per far "sparire" i palestinesi.
E se l'escludendo gruppo palestinese non può essere fatto "sparire" per mezzo di costrutti tecno-spaziali, non sarebbe sorprendente se la logica della situazione portasse Netanyahu e il suo governo a tornare alla strategia originale di Sharon, centrata su una radicale mancanza di rispetto per lo spazio militare e i confini politici al fine di prendere di sorpresa i palestinesi creando una trappola che si estende nello spazio, proprio come Sharon fece con l'esercito egiziano.
"Lo stato sionista è lo Stato del popolo ebraico", ha sottolineato la Livni nel 2008 mettendo enfasi sul sionismo come orientamento fondante- "E vorrei sottolineare che con l'espressione "il suo popolo" si intende il popolo ebraico, con Gerusalemme capitale unita e indivisa di Israele e del popolo ebraico da 3007 anni".

mercoledì 17 gennaio 2024

Alastair Crooke - Le reazioni viscerali fanno commettere errori di strategia. Gli USA nella palude della guerra a Gaza, nello Yemen e anche in Iraq


Traduzione da Strategic Culture, 15 gennaio 2024.

La Cina e la Russia hanno conservato una notevole calma mentre osservavano con attenzione lo spostamento delle placche tettoniche globali in risposta alle "due guerre", quella in Ucraina e quella su più fronti dello stato sionista. In realtà non c'è da sorprendersi: entrambi i paesi possono starsene a guardare Biden e i suoi che continuano a fare errori strategici, in Ucraina e nelle guerre dello stato sionista.
L'intreccio delle due guerre, ovviamente, darà forma alla nuova era. Esistono dei rischi concreti, ma per il momento Russia e Cina possono osservare da lontano questo svilupparsi di una congiuntura climatica nella politica mondiale, e possono aumentare gradualmente l'intensità del logoramento fino a rendere incandescente la situazione.
Il punto è che Biden, che è al centro della tempesta, non è un Sun-Tzu dalla mente distaccata. La sua politica è personalista e altamente viscerale: come ha scritto Noah Lanard nella sua analisi forense su Come Joe Biden è diventato il falco più falco d'AmeriKKKa, la sua stessa squadra lo dice chiaramente: La politica di Biden viene dalle sue kishkes, le sue viscere [in yiddish, n.d.t.].
Lo si può vedere nei tratti sdegnosi e scenografici con cui Biden sbeffeggia il Presidente Putin definendolo un "autocrate", e nel come parla delle vittime dell'attacco di Hamas, che sono state massacrate, violentate e prese in ostaggio, mentre "le sofferenze dei palestinesi sono lasciate nel vago - sempre che vengano menzionate". "Credo che i palestinesi non li consideri neppure", afferma Rashid Khalidi, professore di studi arabi moderni alla Columbia University.
Esiste una lunga e attendibile storia sui leader che traggono sul momento la decisione giusta dal loro inconscio, senza ponderati calcoli razionali. Nel mondo antico questa era una qualità molto apprezzata. Odisseo la possedeva; era chiamata la μῆτις. Ma questa capacità dipendeva da un temperamento spassionato e dalla capacità di vedere le cose in tutti i loro aspetti, di cogliere le due facce di una medaglia, diremmo oggi.
Ma cosa succede se, come suggerisce il professor Khalidi, le kishkes sono piene di rabbia, di livore e di istintivo parteggiare per lo stato sionista, alimentati da una visione obsoleta del clima interno dello stesso stato? "Sembra che non ammetta l'umanità degli [altri]", come ha detto un ex membro dell'esecutivo di Biden a Lanard.
Ebbene, gli errori - errori strategici - diventano inevitabili. E questi errori stanno impelagando sempre di più gli Stati Uniti, proprio come previsto dalla Resistenza. Michael Knights, studioso del think tank neo-con Washington Institute, ha osservato che
Gli Houthi sono forti dei loro successi e non saranno facili da scoraggiare. Si stanno proprio godendo il loro momento, a tenenere testa a una superpotenza che probabilmente non è in grado di dissuaderli.
Tutto ciò avviene mentre la guerra in Ucraina si sta dirigendo verso la propria scontata conclusione, sempre che non ci sia già arrivata.
Sia negli Stati Uniti che tra i loro alleati in Europa si riconosce che la Russia ha prevalso in modo schiacciante, e in tutti i campi del conflitto. Non c'è quasi nessuna possibilità di mettere rimedio a questa situazione, a prescindere dal denaro o dal rinnovato "sostegno" occidentale.
Ai militari ucraini toccano tutti i giorni gli amari frutti di questo dato di fatto. Sono arrivati a capirlo anche molti membri della classe dirigente di Kiev, ma hanno paura di parlare. Il gruppo di integralisti dietro Zelensky, tuttavia, insiste a voler portare avanti le proprie illusioni sull'organizzazione di una nuova offensiva.
Se l'Occidente si fermasse, compirebbe un atto caritatevole nei confronti dei morituri di un'altra vacua mobilitazione. L'esito, ineludibile, è quello di un accordo per porre fine al conflitto. Alle condizioni della Russia. Ma non dimentichiamo le kishkes di Biden: un simile risultato significherebbe che Putin ha vinto, e che gli allori cui Biden aspirava sono finiti in cenere. La guerra deve continuare anche se il suo unico esito fosse quello di lanciare missili a lungo raggio direttamente sulle città russe, cioè un crimine di guerra.
È ovvio dove si andrà a parare. Biden si trova in una buca che non può che diventare più profonda ancora. Non può smettere di scavare?
Alcuni negli Stati Uniti potrebbero desiderare che lo faccia, dato che le prospettive elettorali dei Democratici stanno peggiorando. Ma sembra probabile che non possa farlo, perché in quel caso a vincere sarebbe quel Putin che rappresenta la sua nemesi.
E quella nemesi ha già vinto, ovviamente.
A proposito dello stato sionista, Lanard prosegue:
... Biden ha spesso fatto risalire il suo inflessibile sostegno allo stato sionista... a "una lunga, lunga discussione" con Henry "Scoop" Jackson - un senatore notoriamente falco (una volta descritto come "più sionista dei sionisti").
Dopo essere diventato vicepresidente, Biden è rimasto fedele alla sua convinzione che fosse necessario avere "piena luce": "la pace verrà solo se ci sarà piena luce tra stato sionista e Stati Uniti". In un libro di memorie pubblicato l'anno scorso, Netanyahu ha scritto che Biden ha chiarito fin da subito la sua disponibilità a essergli di aiuto: "Non hai molti amici qui, carissimo", avrebbe detto Biden. "Io sono l'unico amico che hai. Quindi rivolgiti a me in caso di bisogno".
Nel 2010, quando Netanyahu fece infuriare Obama intraprendendo una corposa espansione degli insediamenti proprio mentre Biden era nello stato sionista, Peter Beinart riferì che mentre Biden e i suoi volevano gestire la controversia in privato, Obama e il suo entourage presero una strada completamente diversa: Il Segretario Clinton diede a Netanyahu 24 ore per rispondere, avvertendolo che "Se non vi adeguerete, la questione potrebbe avere conseguenze senza precedenti sulle relazioni bilaterali; qualcosa di mai visto prima". "Biden si mise subito in contatto con l'esterrefatto Netanayhu... Biden sconfessò del tutto il Segretario di Stato [Clinton] e diede a [Netanyahu] un segnale forte sul fatto che qualsiasi cosa si stesse progettando a Washington si trattava di un gesto avventato e [che] avrebbe potuto renderlo inoffensivo al suo ritorno".
Quando la Clinton vide la trascrizione, "capì di essere stata gettata sotto l'autobus" da Biden, disse un funzionario. Beinart ha concluso che
durante un periodo critico all'inizio dell'amministrazione Obama, quando la Casa Bianca pensava di esercitare concrete pressioni su Netanyahu per mantenere in vita la prospettiva di uno Stato palestinese, Biden ha fatto più di ogni altro funzionario di gabinetto per proteggere Netanyahu.
È chiaro che tali resoconti permettono di collocare Biden visceralmente al fianco di alcuni membri del gabinetto di guerra di Netanyahu: "Non faremo un bel niente se non proteggere lo stato sionista", ha detto Biden a dicembre durante una raccolta fondi; "niente di niente".
Un sostegno tanto inscalfibile rappresenta un sicuro contesto per i prossimi errori strategici degli Stati Uniti, come Mosca, Teheran e Pechino avranno capito.
L'ex diplomatico dello stato sionista e attuale insider di Washington Alon Pinkas ritiene che, nonostante una guerra tra stato sionista e Hezbollah sarebbe devastante per entrambe le parti, "essa sembra tuttavia inevitabile. Come mai?".
"Mentre Washington non crede possibile un simile sviluppo... lo stato sionista sembra rassegnato all'idea. Tanto che un articolo dello Washington Post cita funzionari statunitensi che "si dicono allarmati", convinti che [Netanyahu] incoraggi l'escalation come chiave per la propria sopravvivenza politica".
Ma cosa dicono a Biden le sue kishkes? Se Pinkas ritiene inevitabile un'operazione militare da parte dello stato sionista per "spostare" Hezbollah a nord del Litani, e se lo stato sionista è "rassegnato a intraprenderla", non sarebbe anche probabile -dato l'incrollabile sostegno di Biden allo staot sionista- che anche Biden sia in qualche modo rassegnato a una guerra?
Che dire della notizia riportata domenica 7 gennaio dallo Washington Post, secondo cui Biden avrebbe incaricato il suo staff di impedire una guerra totale tra stato sionista e Hezbollah? Quel resoconto -chiaramente fatto trapelare di proposito- era probabilmente inteso a chiamare in correità gli Stati Uniti, nel caso in cui fosse scoppiata una guerra nel nord del paese. Il senatore Lindsay Graham ha recapitato un messaggio ben diverso a Netanyahu durante il loro incontro di giovedì scorso, e poi anche a Mohamed Bin Salman ncontrato più tardi nella sua tenda nel deserto; proprio come nel 2010, Biden ha detto a mezza voce a Netanyahu di ignorare il messaggio di Obama sulla ineludibile necessità di uno Stato palestinese? Gli alti esponenti statunitensi non sono soliti incontrare sia il premier sionista che, successivamente, il principe ereditario, senza aver contattato il comando della Casa Bianca.
La chiave per comprendere i complessi problemi che un'azione militare in Libano comporta risiede nella necessità di vederla da una prospettiva più ampia: dal punto di vista dei neoconservatori, il confronto con Hezbollah richiama i pro e i contro di una più ampia "guerra" degli Stati Uniti contro l'Iran. Tale conflitto comporterebbe aspetti geopolitici e strategici diversi e più esplosivi, dal momento che sia la Cina che la Russia hanno stretto con l'Iran una partnership strategica.
L'inviato statunitense Hochstein si trova a Beirut questa settimana e, secondo quanto riferito, è stato incaricato di richiamare la parte libanese e quella sionista al rispetto di quanto disposto dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2006, che non è mai stata attuata.
Il governo libanese ha proposto alle Nazioni Unite una road map per l'attuazione della risoluzione 1701. Il percorso prevede di chiudere un accordo su tutti i tredici punti di confine contestati, e propone di delimitare di conseguenza i confini tra Libano e stato sionista. Solo che, come sottolinea Pinkas, un tale modo di presentare la questione è del tutto fuorviante, perché la Risoluzione 1701 non riguarda una mera disputa territoriale irrisolta con il Libano. L'obiettivo principale della Risoluzione 1701 era ed è il disarmo e la smobilitazione di Hezbollah, ma nel piano del governo libanese Hezbollah non viene nemmeno menzionato. Il che pone chiari interrogativi sul suo realismo e sulle sue intenzioni.
Perché Hezbollah dovrebbe convincersi a disarmare quando Netanyahu, insieme al Ministro della Difesa Gallant, ha annunciato in una dichiarazione congiunta nel fine settimana del 7 gennaio che "la guerra non è vicina alla fine, né a Gaza né ai confini settentrionali" con il Libano?
Gallant nelle stesse circostanze ha detto a chiare lettere che lo stato sionista non tollererà che ai circa centomila suoi cittadini sfollati dalle loro case nel nord sia impossibile rientrare a causa delle minacce di Hezbollah. Se non dovesse affermarsi la soluzione diplomatica di Hochstein, che prevede che Hezbollah disarmi e si allontani dal sud del Libano, secondo quanto promesso da Gallant lo stato sionista interverrà militarmente. "La clessidra si capovolgerà presto", ha avvertito.
Forse l'aspetto più scoraggiante e minaccioso di un confronto militare tra stato sionista e Hezbollah sta nel fatto che a quanto pare è una cosa inevitabile, conclude Pinkas:
La sensazione è che si tratti di una conclusione scontata. In assenza di un accordo politico reciprocamente concordato e duraturo, e data la ragion d'essere di Hezbollah e le ambizioni regionali dell'Iran, lo scoppio di una guerra del genere potrebbe essere solo una questione di tempo.
Così non c'è da sorprendersi se al suo arrivo nello stato sionista Blinken si è imbattuto in un profondo scetticismo sulla possibilità di raggiungere un accordo con il Libano per il ritiro di Hezbollah al di là del fiume Litani, come riferisce il commentatore dello stato sionista Ben Caspit. Certo, di sollevare l'argomento con Hezbollah non se ne è parlato neppure...!
Se lo stato sionista dovesse invadere il Libano per tentare di allontanare Hezbollah dal confine, ovviamente invaderebbe uno stato sovrano membro delle Nazioni Unite. A prescindere dalle circostanze, questo gesto verrebbe immediatamente denunciato a livello internazionale come aggressione illegale.
Lo scopo di questi negoziati è allora quello di cercare di far accettare allo stato libanese un accordo svuotato, che ignori la situazione delle fattorie di Sheba pur accettando la risoluzione 1701 in linea di principio, in modo che lo stato sionista non possa essere accusato di aver invaso uno stato sovrano?
Anche in questo caso non potrebbe trattarsi di una tattica, adottata col benestare di Hezbollah, per evitare di incolpare i circoli libanesi di aver scatenato una guerra che danneggerebbe lo stato, addossando allo stato sionista la responsabilità di aver lanciato un attacco al Libano? L'iniziativa sulla risoluzione 1701 non potrebbe essere altro che una farsa, con lo sguardo rivolto alle possibili conseguenze legali? Se così fosse, in che modo potrebbe influire il messaggio che Biden potrebbe inviare per vie traverse allo stato sionista? Sappiamo che uno dei messaggi inviati dagli Stati Uniti all'Iran dice che gli Stati Uniti non vogliono una guerra con l'Iran. Tutto questo sta preparando la scena affinché Biden affermi di nuovo che il suo incrollabile sostegno per lo stato sionista è ancora intatto? Quasi certamente.
La Russia, l'Iran, la Cina e gran parte del mondo stanno osservando come gli Stati Uniti si stiano lasciando trascinare in una serie di errori strategici che si susseguono uno via l'altro, e che senza dubbio rimodelleranno l'ordine globale a loro vantaggio.

giovedì 4 gennaio 2024

La Repubblica Islamica dell'Iran contro Emanuele Pozzolo

 


Fino all'inizio di gennaio 2024 Emanuele Pozzolo altro non era che uno dei molti ben vestiti di nessuna rilevanza che ricoprono incarichi pubblici molto ben retribuiti nelle formazioni politiche "occidentaliste".
Secondo le gazzette, la notte di Capodanno avrebbe sparato un colpo di pistola con un'arma da borsetta durante una festicciola tra amici in una romitissima località piemontese, ferendo a una gamba un altro ospite.
Sicché Emanuele Pozzolo è tornato famoso per quattordici minuti.
Gli era già riuscito due o tre volte, non propriamente per il contributo fornito al bene comune.
Nei giorni successivi, sempre secondo le gazzette, l'elegante Pozzolo avrebbe detto di avere richiesto da qualche mese un porto d'armi perché minacciato su internet da "esponenti vicini al governo iraniano".
Non resta che arrendersi all'evidenza.
Il sepāh-e pāsdārān-e enghelāb-e eslāmi ha smesso di occuparsi delle mene dei sionisti, dei narcotrafficanti e dell'opposizione armata per concentrarsi sul pericolosissimo esponente politico vercellese.
Quasi certamente sono riprese le esercitazioni a Bandar-e-Anzali, nel caso si renda necessaria una caccia all'uomo fra le risaie di Ronsecco, Crova e Livorno Ferraris.

In altre parole, abbiamo il nuovo Nello Rega.