martedì 20 aprile 2021

Alastair Crooke - In Medio Oriente qualcosa si muove

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 aprile 2021.

Se consideriamo il Medio Oriente come un complesso sistema di reti, è possibile identificare una serie di dinamiche che hanno adesso attivato le proprie potenzialità per imporre una nuova rotta all'intera matrice regionale.
Le basi di alcune di queste potenzialità sono state gettate ormai da qualche tempo. Nel 2007 a Monaco di Baviera il presidente Putin disse davanti a un pubblico in gran parte occidentale che l'Occidente aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della Russia e che si era messo a sfidarla. "Va bene", disse Putin: "noi la sfida la accettiamo, e la vinceremo".
La sua dichiarazione venne accolta con aperta derisione dal pubblico di Monaco.
Ora, molti anni dopo e in seguito ai litigiosi scambi di Anchorage, la risposta di Putin si è rivelata in tutte le sue implicazioni: La Cina ha detto a Washington, senza mezzi termini, che rifiuta l'imposizione dei valori e dell'egemonia occidentale. La Cina ha quindi raccolto, come la Russia, il guanto della sfida occidentale; in possesso di valori propri e di una propria visione del mondo che è determinata a perseguire, ha notato che gli Stati Uniti non erano in una posizione di forza che consentisse loro di pretendere altrimenti. La Cina o la Russia non cercano la guerra con gli Stati Uniti e non vogliono la guerra fredda; però sono intransigenti sulle proprie "linee rosse". Che dovrebbero essere prese alla lettera e non intese come degli impuntamenti di circostanza, ha indicato la Cina.
Due giorni dopo il Ministro degli Esteri cinese e Lavrov hanno consigliato agli altri stati di non accarezzare nemmeno l'idea di schierarsi con gli USA contro la 'squadra' concertata Russia-Cina; sarebbe inutile. Pochi giorni dopo Wang Li era in Medio Oriente - Arabia Saudita, Emirati Arabi e poi Teheran. Il messaggio era sempre lo stesso: scuotere il giogo dell'egemonia; resistere alle "pressioni" sulla questione dei diritti umani; dare piena attuazione alla propria sovranità. L'attraversamento del Rubicone. In Iran, il ministro degli Esteri Wang Li ha firmato accordi per quattrocento miliardi di dollari in progetti di infrastrutture di trasporto e di energia. Dal punto di vista della Cina, una ragnatela eurasiatica di binari ferroviari e condutture interconnesse ha la potenzialità di abbattere i costi di trasporto e di creare nuovi mercati, mentre l'investimento nell'energia iraniana fornisce alla Cina un accesso sicuro alle fonti energetiche.
Il piano cronologico degli accordi fra Cina e Iran prevede tuttavia anche la cooperazione in materia di sicurezza (con la Cina che appoggia la piena adesione iraniana all'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), esercitazioni navali congiunte, condivisione delle informazioni di intelligence e altro ancora. Ancora più significativa sarà forse l'incorporazione dell'Iran nella Via della Seta Digitale Eurasiatica, che incorpora telecomunicazioni, cablaggio in fibra ottica dalla Cina alla Francia, 5G, sistemi di intelligenza artificiale 'Smart City', piattaforme di pagamento digitale (il gestore di hedge fund americano Kyle Bass sostiene che i sistemi di pagamento digitale della Cina saranno in grado di raggiungere il 62% circa della popolazione mondiale), analisi di cloud storage e strutture internet "sovrane".
L'Iran, anche se non fa ancora parte della Via della Seta Digitale, è già abbastanza "cinese" da questo punto di vista, al pari di gran parte dell'Asia occidentale. Alcune stime suggeriscono che un terzo dei paesi che partecipano alla Nuova Via della Seta a questo punto stiano collaborando per progetti che fanno parte della Via della Seta Digitale.
Le narrazioni occidentali generalmente sopravvalutano la misura in cui i progetti legati alla Via della Seta Digitale sono parte di una strategia cinese coordinata. I progetti raggruppati sotto la corrispondente sigla DSR, tuttavia, sono in gran parte guidati dal settore privato e permettono alle aziende cinesi di trarre vantaggio dal sostegno politico fornito sotto il marchio DSR (un tipo di franchising), mentre rispondono alla crescente domanda di infrastrutture digitali nei paesi della BRI. Fino a poco tempo fa, la Nuova Via della Seta era intesa in gran parte nel modo più tradizionale (cioè ferrovie e condotte), piuttosto che come una 'strada' digitale; ma è quest'ultima che alla fine dividerà una 'Eurasia secondo standard cinesi' dall'Occidente.
Giusto per essere chiari, in qualunque modo si tagli la matrice delle vie di connessione della Nuova Via della Seta -est-ovest o nord-sud - l'Iran si trova proprio al centro della mappa. Il punto qui è che gran parte della fascia settentrionale del Medio Oriente - dal Pakistan al Caspio fino al Mar Nero, al Mediterraneo e all'Europa - è sui tavoli da disegno sia a Mosca che a Pechino.
Mentre la rete fisica e digitale si sviluppa dalla sua crisalide, nessuno Stato del Golfo sarà in grado di ignorare completamente questa entità geopolitica che si estende da Vladivostok a Xingjian. E in effetti non lo stanno facendo; con mille cautele, tenendo presente l'ira di Washington, stanno creandosi qualche appiglio con Mosca e con Pechino. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti sono già nella Via della Seta digitale; sembra improbabile che vadano fino alla piena integrazione, come ha fatto l'Iran con la Cina. Per quanto tempo sarà possibile destreggiarsi tra i protocolli e gli standard cinesi e quelli occidentali, è una questione aperta; alla fin fine la duplicazione degli standard diventa costosa e poco pratica.
È in questo contesto di "parte giusta della storia" che i negoziati degli accordi sul nucleare iraniano dovrebbero essere considerati. Il Dipartimento di Stato indica che gli ambienti vicini a Biden insistono che gli Stati Uniti ottempereranno agli accordi; tuttavia esistono funzionari che, al contrario, affermano che alcune sanzioni rimarranno, senza tuttavia entrare nello specifico del loro numero e del loro tipo. Non c'è da stupirsene: dopo gli accordi sono state varate 1600 sanzioni che sono andate ad aggiungersi a quelle previste dall'Iran Sanctions Act del 1996, dal Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act del 2010, dal capo 1245 del National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2012, dell'Iran Threat Reduction and Syria Human Rights Act del 2012, dell'Iran Freedom and Counter-Proliferation Act del 2012, dell'International Emergency Economic Powers Act e infine del CAATSA Act del 2017...
L'amministrazione Obama ha attuato la maggior parte delle misure di alleggerimento delle sanzioni statunitensi previste dagli accordi sul nucleare iraniano promulgando una serie di deroghe in materia di sicurezza nazionale. Ha anche lasciato in vigore una serie di sanzioni, tra cui l'embargo sulla maggior parte del commercio degli Stati Uniti con l'Iran, le sanzioni che colpiscono il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e altre sanzioni dirette a contrastare il presunto sostegno dell'Iran al terrorismo, oltre che quelle dirette contro il programma iraniano per i missili balistici. Queste deroghe alla sicurezza nazionale tuttavia hanno una durata limitata nel tempo, generalmente per 120 o 180 giorni, a seconda della sanzione specifica; alcune sanzioni richiedono che l'amministrazione giustifichi qualsiasi deroga e fornisca in anticipo un argomento a suo sostegno, per una revisione preventiva da parte del Congresso.
Insomma, le sanzioni statunitensi sono facili da imporre ma non da annullare, sia pure temporaneamente. Questioni istituzionali rendono quasi impossibile eliminarle in maniera definitiva. Non è affatto chiaro se l'amministrazione statunitense possa ottemperare pienamente agli accordi, anche volendo; inoltre è tutt'altro che chiaro fino a dove arrivi la motivazione di Biden in questo campo. Recentemente dal Congresso sono partite due lettere bi-partisan indirizzate a Blinken, in cui si esprime contrarietà a qualsiasi riattivazione degli accordi. Una è firmata da centoquaranta membri del Congresso. Occorre attendere gli eventi. Tuttavia, un Iran teoricamente rispettoso degli accordi -anche senza gli Stati Uniti a fare la loro parte- sarà comunque un giocatore influente sul piano regionale, specialmente se a giugno verrà eletto un presidente conservatore. Le conseguenze saranno considerevoli in tutta la regione: le pressioni per estromettere le forze statunitensi dagli stati mediorientali del nord aumenteranno significativamente.
Una terza dinamica, che risale ai tempi di Obama), è data dal fatto che gli Stati Uniti, sia pure a malincuore, si stanno disimpegnando dalla regione. Questo naturalmente ha dato impulso alla normalizzazione dei rapporti con lo stato sionista da parte di alcuni stati interessati a ripararsi sotto il suo ombrello di sicurezza.
Un'altra ancora è il fatto che la fine dell'era di Netanyahu -che del tu per tu con l'Iran ha fatto un chiodo fisso- potrebbe essere vicina. In questo momento lo stato sionista è in pezzi, a livello decisionale; il gabinetto di sicurezza non si riunisce, non esiste alcuna supervisione sul processo decisionale del Primo Ministro e le istituzioni responsabili della sicurezza stanno rischiando un salto nel vuoto per avere la meglio sui loro rivali. Netanyahu probabilmente sta cercando di segnalare a Washington che è lui ad avere diritto di veto su qualsiasi "accordo" con l'Iran, ed è sospettato dai commentatori locali anche di imporre nello stato sionista un'atmosfera di crisi tale da spingere i piccoli partiti a unirsi a un governo guidato da lui. Ha meno di tre settimane per trovare sessantuno seggi alla Knesset, o si troverà ad affrontare la possibilità di finire in carcere per corruzione; il processo è già iniziato. La realtà è che la coesione non tornerà facilmente a regnare nella politica israeliana, che Netanyahu ne levi le gambe o meno. Lo stato sionista è aspramente diviso su troppi fronti.
Molti funzionari sionisti temono insomma che le varie agenzie in competizione tra di loro per dimostrare il proprio valore, e in assenza di qualsiasi reale supervisione o coordinamento politico, possano finire con l'esagerare e con imporre allo stato sionista una rischiosa escalation militare con l'Iran.
Washington ha le mani legate: Netanyahu e il Mossad hanno spacciato alla squadra di Biden il refrain per cui l'Iran si sarebbe messo a implorare segretamente gli USA di tornare agli accordi. Questo non è vero. Netanyahu insiste su questa linea per confermare l'ipotesi cui è aggrappato da lungo tempo, per cui esercitare una massima pressione metterebbe in ginocchio l'Iran. E vuole dimostrarlo continuando a imporre questa massima pressione. Magari per sempre.
La premessa di Netanyahu è sempre stata che l'Iran, in ginocchio, avrebbe implorato di poter tornare agli accordi. Aveva torto, e questo nello stato sionista è un dato assodato per molti. Ma forse è stata questa analisi, ormai marginale anche negli ambienti politici dello stato sionista, a far sì che la squadra di Biden immaginasse che l'Iran avrebbe accettato di ottemperare pienamente agli accordi anche se gli USA non avessero fatto la propria parte, acconsentendo addirittura al permanere di determinate sanzioni.



giovedì 11 marzo 2021

Miguel Martinez - Renzi, Carrai, Peretola, Dubai e un futuro dannando

 

Qualche settimana fa abbiamo elogiato Matteo Renzi e la puntualità con cui assolve alle pratiche di misericordia cui sono tenuti i cattolici praticanti.
Scrivevamo che Matteo Renzi non è affatto fotogenico. 
E aggiungevamo anche che i gazzettieri cui è inviso, gli avversari politici e soprattutto l'enorme quantità di buoni a nulla che sporca il web ogni giorno grazie alle "reti sociali" ne hanno spesso liquidato le affermazioni senza contestarle nel merito, limitandosi a qualche accostamento fotografico.
Miguel Martinez è un signore che per i nostri ventidue lettori non ha bisogno di presentazioni e che di solito non abusa della fisiognomica. Nelle righe che seguono, pubblicate il 10 marzo 2021, si è limitato a utilizzare l'ottima memoria del web per contrastare l'effetto recency delle gazzette e per inquadrare in una luce un po' più obiettiva il signore qui ritratto. Il nome dello stato sionista e di quello che occupa la penisola italiana sono presenti nell'originale; come sempre ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

Matteo Renzi, un signore che ogni tanto vedo a fare jogging sotto casa mia, poche settimane fa rovesciò il governo e fece arrivare al potere “il primo governo occidentale compiutamente “post-democratico“.
Adesso sta passando un momento particolare.
L’hanno pizzicato in un misterioso viaggio segreto a Dubai; e quando al ritorno è sceso all’aeroporto, hanno notato che assieme a lui c’era Marco Carrai.[1]
La signora Francesca Campana Compariniconiugata Carrai, è attualmente sotto inchiesta per riciclaggio, da quando durante un controllo all’aeroporto di Firenze, una cittadina del Togo fu trovata con addosso 160 mila euro in contanti, che ammise erano destinati proprio alla signora Carrai.[2]
Passa qualche ora, e si legge che anche il babbo e la mamma di Matteo Renzi sono stati rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta.[3]
Intanto continua l’inchiesta della magistratura fiorentina sulla Fondazione Open con cui Marco Carrai e Alberto Bianchi (del giro del Monte dei Paschi di Siena) [4] hanno finanziato la carriera di Renzi.
L’accusa è di traffico d’influenze illecite e finanziamento illecito ai partiti. Impegnandosi a versare 100.000 euro l’anno, i donatori conquistavano il diritto di”interloquire” con Renzi (figlio) in persona.
Svariati milioni di euro raccolti tra idealisti che volevano fare il bene dell’Italia, senza nulla chiedere in cambio: in testa la British American Tobacco, che vende fumo in 180 paesi del mondo:[5] la filiale italiana ha l’onore di mandare nei polmoni italici Rothmans, MS, Lucky Strike, Vogue, Dunhill, Esportazione, Kent, Lido, Samson.

Di tutta questa vicenda, mi interessa una sola cosa, qui ce ne sbattiamo delle polemiche tra partiti.

Tra i presunti finanziatori della Fondazione Open (e quindi di Matteo Renzi), compare Corporación América Italia, del miliardario armeno-argentino Eduardo Eurnekian: un signore che ha fatto soldi con tutto, e oggi si dedica agli aeroporti: ne controlla ben cinquanta.
Renzi e l’ex-presidente della Regione Toscana Rossi hanno voluto la società Toscana Aeroporti, che oggi gestisce gli scali sia di Pisa che di Firenze Peretola.[6]
Toscana Aeroporti appartiene per il 62,2% a Eurnekian.
Il presidente di Toscana Aeroporti, casualmente, è Marco Carrai.
E l’obiettivo principale della società è di trasformare il piccolo aeroporto di Firenze in un aeroporto intercontinentale.
Per farlo, devono distruggere il Parco della Piana, il polmone verde che collega i monti al fiume e permette a Firenze di respirare (e dove passai un’indimenticabile notte), con tutte le sue forme straordinarie di vita.

Il signor Eurnekian oggi ha 89 anni, magari non è mai stato a Firenze.
Invece di pregare ogni sera che non lo trascinino tra qualche mese all’Inferno (avari, usurai, barattieri?), il futuro dannando pensa solo a come trasformare questa terra nei suoi profitti privati.[6]
Ora, nella descrizione di Wikipedia:

Nel 2018 Dicasa Spain S.A.U e Mataar Holdings 2 B.V. hanno acquistato il 25% di Corporacion America Italia S.p.a.
Il controllante ultimo di Dicasa è Southern Cone Foundation, una fondazione di diritto del Principato del Lichtenstein con sede legale in Vaduz, Lichtenstein.
Il controllante ultimo di Mataar è Investment Corporation of Dubai con sede legale in Dubai, Emirati Arabi Uniti.

 A decidere che bisogna distruggere la Piana di noialtri fiorentini, sono quindi:
- uno speculatore argentino (la cui ditta però ha sede in Uruguay, che però appartiene a una ditta con sede nel Delaware, che però appartiene a una ditta con sede nelle Virgin Islands),
- una ditta finta spagnola che appartiene a una finta fondazione,

beneficiari di questa fondazione sono "i membri della famiglia Eurnekian ed istituzioni religiose, caritative o dedite all’educazione"
con finta sede nel Lichtenstein per eludere le tasse,
- e una ditta che appartiene a un’altra ditta del Dubai, e che è proprietà privata dello sceicco padrone del paese.

Dubai, Carrai, Renzi…

Finalmente capiamo che ci sono andati a fare Renzi e Carrai a Dubai.
Poi me la prendo con il kebabbaro pakistano che si dimentica regolarmente lo scontrino…
Ora, vi presento un interessante ragionamento fatto su Twitter da qualcuno che si firma, immagino ironicamente, Cuore Immacolato di Maria.
A febbraio del 2020, il TAR ha sostanzalmente bocciato il progetto di Eurnekian.
Poi, Renzi interviene:
"L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi si è messo in contatto con Eduardo Eurnekian, miliardario argentino, per rassicurarlo su una cosa: la nuova pista dell’aeroporto fiorentino di Peretola sarà fatta. 'Stia tranquillo, la pista parallela si farà', ha detto il leader di Italia Viva all’imprenditore sudamericano, che con la sua Corporacion America detiene il controllo di Toscana Aeroporti, la società che gestisce l’aeroporto di Firenze e quello di Pisa."
Lo scorso agosto, il M5S ha introdotto nel decreto Semplificazioni un emendamento che rendeva obbligatoria la valutazione ambientale strategica (VAS) per l’ampliamento dell’aeroporto.
Il microscopico partito di Renzi, che a ogni sondaggio perde punti, butta giù il governo senza apparente motivo e fa mettere uno dei suoi, la Bellanova, proprio come viceministro alle infrastrutture e ai trasporti.
Non spiegherà tutto, ma ci aiuta a capire parecchie cose.

Mi dicono diverse persone che la conoscono (Firenze è un villaggio) che la moglie di Matteo è una persona limpida che andrebbe tenuta fuori dalle critiche che si possono rivolgere al marito.


Note.

1. Marco Carrai, ciellino storico e nipote di repubblichini, è anche misteriosamente Console d’Israele a Firenze. Quando Renzi nel 2016 volle imporlo come responsabile dei servizi segreti italiani, la stessa CIA è intervenuta fermamente per bloccarlo, considerandolo un agente del Mossad.
2. Come regalo di pre-matrimonio, il Comune di Firenze, nonché la Fondazione bancaria che possiede il Comune di Firenze, misero a disposizione dell’allora fidanzata del Carrai tutta la città, per farci un suo personale Festival delle Religioni, forte del suo notevole curriculum ("A 22 anni scrive il suo primo articolo su La Nazione denunciando il degrado urbano e morale ed inneggiando alla responsabilità di ogni cittadino". … "Last but not least, all’età di 12 anni intrattiene un breve epistolario con la Regina Madre Queen Elizabeth, The Queen Mother, perché sognava  di bere una tazza di tè insieme a lei…").
3. I peccati dei padri non dovrebbero ricadere sui figli. Finché non peccano insieme.
Nel 2013, il sindaco/figlio Renzi ha fatto vendere il Teatro Comunale di Firenze, valutato 44 milioni di euro, a un ente pubblico, la Cdp, per 26 milioni, e lo stesso ente l’ha subito rivenduto alla Nikila Invest, una società partner dell’imprenditore/babbo Renzi – miracolosamente, il titolare della Nikila Invest entrò nel consiglio di amministrazione della Cdp. E appena il figlio è andato a Roma, gli amici del babbo hanno messo su a Roma una società specializzata in lobbying politico: il fatturato della ditta di Tiziano Renzi passa da 1,9 a 7,3 milioni in tre anni.
4. Nessuno potrà mai accusare Renzi di ingratitudine: nel 2013 Francesco Bianchi, fratello di Alberto fu nominato “commissario straordinario del Maggio Musicale Fiorentino.”
5. La British American Tobacco Italia, che nel 2003 si è aggiudicata la gara della privatizzazione dei tumori ai polmoni nel nostro paese, è particolarmente impegnata nella diffusione delle sigarette elettroniche: “BAT has been active at global level also in the Next Generation Products sector. The Company developed innovative nicotine delivery devices for adult smokers, with the highest quality standards. The main areas of activity in this field concern Vaping products (namely e-cigs), such as Vype, as well as Tobacco Heated Products, such as glo.” Sarebbe interessante vedere cos’abbia fatto Renzi (figlio) nel suo periodo al governo dell’Italia, in merito.
6. Entrambi del Partito Unico, ufficiosamente avversari, ma quando si tratta di sbucaltare le Alpi Apuane o distruggere la Piana, improvisamente d’accordo.
7. Per far capire quanto sia una presa in giro lo scontro “destra-sinistra”, Eurnekian amico dell’ex-capo del PD è socio onorario del Comitato Leonardo: l’eccellenza italiana nel mondo. Diretto dall’ex-europarlamentare forzitaliota Luisa Tadini.

martedì 2 marzo 2021

Alastair Crooke - Lo stato sionista è stato superato in astuzia?



Traduzione da Strategic Culture, 1 marzo 2021. 

  La riattivazione dell'accordo sul nucleare iraniano ha trovato difensori inattesi: alti funzionari dell'apparato di sicurezza dello stato sionista ne vorrebbero il ripristino.

Un alto funzionario russo lo scorso fine settimana ha detto qualcosa di rivelatore circa i tempi in cui viviamo. Può sembrare un'osservazione buttata lì, ma dietro di essa, appena fuori vista, c'è qualcosa di profondo. Ha detto che l'accordo sul nucleare iraniano, -agli occhi di moltissimi, e non solo per l'Iran- è diventato il primo simbolo di come l'ordine globale basato sulle regole venga utilizzato proprio per svuotare di significato la sovranità e l'autonomia di un popolo - e per imporne la caricatura rappresentata dal suo gemello siamese, che è l'ordine monetario basato sulle regole.
A prima vista una considerazione in questi termini potrebbe sembrare un po' esagerata e persino ostile: l'intento di prevenire la proliferazione delle armi nucleari da parte degli Stati Uniti è di sicuro un obiettivo lodevole...
Apparentemente l'obiettivo può proprio sembrare questo, e sembrerebbe anche condiviso dalla Russia. Ma è anche vero che la metodologia dell'accordo sul nucleare iraniano presenta uno schema tutto particolare: si dichiara unilateralmente che una certa visione e i valori che essa sottende sono universali, e si stabiliscono le regole operazionali per tradurre questo universale. Queste regole non saranno necessariamente conformi al diritto internazionale, ma poi, secondo la famigerata frase di Carl Schmitt per cui "Sovrano è colui che decide l'eccezione (al diritto)" e siccome è proprio di questa universalità il considerarsi superiore di una spanna alle civiltà arretrate e nazionaliste, essa rivendica un proprio carattere eccezionale su queste mere basi. Secondo questo modo di intendere le cose un "ordine" basato sulle regole deve sostituire e soppiantare la "legge".
Nel caso specifico si voleva che le regole "universali" suddette, e imposte d'imperio, soppiantassero i diritti che il trattato di non proliferazione garantiva per legge all'Iran, per far regredire l'impulso rivoluzionario in Iran, prosciugarne il radicalismo residuale imponendo un faticoso conformarsi alle capziose regole dell'accordo sul nucleare e per forzare infine l'assimilazione dell'Iran alla governance monetaria globale.
Fin qui niente di nuovo; è la procedura occidentale standard. Eppure, certe considerazioni su come l'accordo sul nucleare iraniano sia diventato il caso tipico di procedura al dissanguamento della sovranità di una nazione indica un mutamento di più vasta portata, che riguarda sia la Russia che l'Iran. Indicano che gran parte del mondo ragiona in termini che nei discorsi degli ambienti politici di Washington sono quasi inimmaginabili.
Ancora cinque anni or sono molti in Russia credevano che lo stato dovesse come minimo curarsi di sondare le vivaci acque di quello che è il "si può fare" del dinamismo occidentale. Anche se costava qualcosa in termini di sovranità russa, era necessario in considerazione della tecnologia, della finanza e del know-how occidentali. Poi è arrivato il discorso di Putin del 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. E quello è stato un punto di svolta fondamentale: "La Russia è sotto attacco da parte dell'Occidente. Accettiamo la sfida e la vinceremo".
Nel 2007 i russi hanno intuito che le acque del pozzo rappresentato dal dinamismo occidentale stavano diventando stagnanti. A Davos il mese scorso, Putin ha suggerito che non solo erano stagnanti, ma ormai anche inquinate. Il progetto occidentale era diventato ottuso perché tutto il sistema era manipolato a beneficio dello 0,1%.
L'Unione Europea, come costrutto, è tagliata sullo stesso "universalismo" del suo progenitore statunitense, anche se nel suo caso viene gabellato per comune fondamento universalista europeo. Solo che le acque europee ristagnano allo stesso modo. La leadership russa ha capito che una Grande Europa non esisterà mai. Ancora più importante, la Russia ha scoperto che può trarre energia culturale da risorse proprie, per innovare e sviluppare la nazione russa.
Molti iraniani sono giunti a conclusioni simili per quello che riguarda l'Iran. Una volta la maggior parte -forse l'80%- degli iraniani avrebbe volentieri sondato le acque del dinamismo tecnico occidentale; oggi sono in pochi a volerlo. Per la loro società, un contatto troppo stretto con l'acqua stagnante comporta un ovvio pericolo. Come i russi, anche gli iraniani si stanno impegnando nel trovare energia al proprio interno, e nell'utilizzare le risorse a loro disposizione. E stanno scoprendo che queste risorse possono essere presenti oggi in Asia come lo erano un tempo in Europa.
L'altro discorso che c'è in giro è questo. A parte le narrative fracassone sull'Iran che emanano dal chiuso mondo della Beltway, questa è la visione alternativa scopertamente disponibile, e al pari dell'oculato inquadramento di Putin essa è oggetto di ampia disamina in gran parte del mondo. Ma non sarà ascoltata a Washington. Biden si è presentato a Monaco dipingendo la Russia come un personaggio voodoo, che fa incantesimi dannosi per gli Stati Uniti. L'idea era quella di far intendere che chiunque critichi l'AmeriKKKa sugli stessi temi non può che essere un agente dei russi e quindi un traditore. La Russia è diventata la bambola voodoo da tirare fuori per spaventare il pubblico americano e per disciplinare il discorso pubblico.
Come mai con l'Iran sul punto di un possibile disaccoppiamento dall'Europa -al pari della Russia- la riattivazione dell'accordo sul nucleare ha attirato alcuni insospettabili sostenitori tra i funzionari e gli ex funzionari della sicurezza dello stato sionista, che vogliono far rientrare l'Iran nell'accordo?
Cosa sta succedendo? Si tratta di una ribellione contro la linea della massima pressione tenuta in permanenza da Netanyahu? Ancora più interessante è il fatto che un certo numero di questi alti funzionari stiano sostenendo un ritorno puro e semplice all'accordo, non una sua ricontrattazione serrata. Come spiega Ben Caspit, "Un team di esperti [dello stato sionista] particolarmente versati ha concluso che, contrariamente a quanto pensano per lo più i membri di punta del governo Netanyahu-Gantz, l'accordo con l'Iran non dovrebbe includere il programma missilistico di Tehran o le sue attività regionali" [corsivo dell'A., N.d.T.]. Si tratta di un paradosso assoluto? Proprio nel momento in cui lo scetticismo iraniano minaccia di prevalere, dovrebbe calare quello della controparte? Forse si passeranno accanto senza incontrarsi, e l'esito sarà nullo.
Questi ex alti funzionari dello stato sionista adesso suggeriscono che l'accordo non era poi così male, dopo tutto: "Quando si è saputo dell'accordo", spiega ora l'ex generale della riserva Yair Golan, "abbiamo tenuto una discussione con tutti i funzionari e ci siamo detti che se l'Iran l'avesse rispettato sarebbe stato un risultato incredibile".
O forse si tratta di un oscuro segreto di quelli che nessuno vuole discutere pubblicamente, vale a dire che lo stato sionista è stato battuto. Mentre tutto il mondo si trovava ossessonato da qualcosa di grosso (ovvero la prospettiva dell'arma nucleare) e si chiedeva se la massima pressione di Trump avrebbe portato o meno l'Iran a rispettare l'accordo, l'Iran stava preparando non qualcosa di grosso, ma un sacco di cose più piccole.
Lo stato sionista è ora circondato da migliaia di missili da crociera intelligenti che volano rasoterra, e da droni da attacco capaci di muoversi come uno sciame. L'arma nucleare è sempre stata un depistaggio (il Medio Oriente è troppo piccolo e densamente popolato perché le atomiche abbiano un senso). Il baratro della guerra, sul cui ciglio Netanyahu ama ballare, forse è un rischio troppo grave agli occhi di questi ex funzionari perché potessero rimanersene a guardare.
Sanno (a differenza di Blinken, si direbbe), che l'Iran non metterà mai i suoi missili su nessun tavolo di negoziato. Forse sono dei realisti, e considerano il puro e semplice ripristino dell'accordo come l'unica via da seguire. Probabilmente su questo hanno ragione.
Ma perché sostenere un ritorno dell'Iran all'accordo? Beh, un pieno ritorno dell'Iran e dell'AmeriKKKa all'accordo sul nucleare portare alla nascita di un'architettura di sicurezza del Golfo che include l'Iran, ma ovviamente non lo stato sionista. E poi questa architettura potrebbe agevolare un ulteriore passaggio in secondo piano della deterrenza missilistica intelligente iraniana.
Per lo stato sionista potrebbe essere il modo per imboccare una de-escalation con l'Iran; magari, per fare un passo indietro rispetto alla pericolosa guerra di Netanyahu.
Ma i falchi statunitensi quando mai sarebbero d'accordo? Essi desiderano ancora che l'Iran rivoluzionario venga punito in qualche modo. E gli iraniani crederanno mai a Washington? Probabilmente no.

venerdì 12 febbraio 2021

Emanuele Cocollini della Lega non apprezza il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud e le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia

Emanuele Cocollini è un ben vestito amante del buon mangiare e soprattutto del buon bere, cui non piacciono le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e nemmeno i centri sociali, specie quelli in attività da prima che lui nascesse.
In questa sede si è compiuta e si continua a compiere una paziente e rilassata opera di confutazione e soprattutto di derisione della propaganda "occidentalista" e dei suoi esponenti. Il minimo che si possa fare è rilevare come il "partito" del signor Cocollini abbia avuto per trent'anni talmente a cuore le sorti dello stato che occupa la penisola italiana da destinarne le insegne ai luoghi di decenza e da adoperarsi -in teoria- per il suo smembramento. La traduzione operazionale dell'intento è stata molto dissonante, visto che gli esponenti della Lega si sono limitati ad occupare ogni carica possibile in quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto sovvertire. 
 Il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud è una realtà un po' più seria. Le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia esposte ogni dieci febbraio sono state acquistate dal sottoscritto nel 2005 in numero di 10 (dieci) in modo da assicurare una scorta durevole.
Una somma molto bene spesa.

mercoledì 10 febbraio 2021

Firenze. Un giardino per Norma Cossetto, vittima dellA foibe

 

L'ufficio toponomastica del Comune di Firenze deve essere una sorta di catalizzatore di nequizie di ogni specie. Nonostante l'amministrazione cittadina abbia da molto tempo adottato una linea politica assolutamente indistinguibile da quella "occidentalista", alcuni particolari rivelano ostinatamente una deep town (non potendosi parlare di un deep state) cocciutamente refrattaria alla propaganda e alle parole d'ordine.
Dopo aver imposto per legge una ricostruzione propagandistica di quanto avvenuto ai confini orientali dello stato che occupa la penisola italiana alla metà del XX secolo, le formazioni politiche "occidentaliste" hanno messo in cima all'agenda dei propri rappresentanti locali la sua traduzione pratica, con particolare attenzione alla dedica di vie, strade e parchi cittadini.
A Firenze i mariti delle foibe hanno avuto da tempo il dubbissimo onore di uno squallido parcheggio.
L'agenda "occidentalista" ha fatto attenzione anche ad Oriana Fallaci, cui è toccata una piazza ben isolata dagli stabili di abitazione. Il che è un ottima cosa: evita di doverne pronunciare il nome comunicando o chiedendo un indirizzo.
A Jan Palach è toccata una rampa stradale di periferia, e non certo fra un golf club e una beauty farm.
Norma Cossetto è stata insignita alla memoria con uno scampolo di aiuole a bordo strada in un quartiere molto periferico e storicamente piuttosto problematico.
Con una lapide recante un marchiano errore di scrittura.
A quel punto, persino i postulatori hanno avuto qualche piccolissimo dubbio. Essere presi in giro non piace a nessuno.



 

venerdì 22 gennaio 2021

Andrea Chesi, baluardo della cristianità a Siena e provincia. Soprattutto provincia.



La vita di provincia è piuttosto noiosa e la noia è una bruttissima bestia in quegli inverni lunghi lunghi in cui non si capisce nemmeno quale sia il cimitero e quale sia il paese. 
Sicché per vincere la noia tanta gente fa cose un po' criticabili.
Invece di costruire modellini nelle bottiglie, di eccedere con gli alcolici, di violare il sesto comandamento o di dedicarsi ad altri atti sconsigliati dal buon senso, il signor Andrea Chesi di Sovicille si era messo a pianificare con tutta calma e con il massimo della segretezza la distruzione della moschea di Colle val d'Elsa, assecondando il desiderio di Oriana Fallaci
Lo ha fatto in maniera tanto oculata, tanto fredda, tanto militare che la gendarmeria lo ha intercettato senza nessunissimo problema a partire dalle prime ciarle sul Libro dei Ceffi e dopo un po' lo ha lasciato con un palmo di naso vuotandogli la casa di tutto l'arsenale. 
I gendarmi non sono famosi né per il cuore tenero (cit.) né per il senso dell'umorismo: certe bischerate fra amici non devono essergli piaciute. 
E ancora meno devono essere piaciute al giudice per le indagini preliminari. 
Sicché il 22 gennaio 2021 si viene a sapere da una gazzetta qualsiasi ("La Repubblica", edizione di Firenze) che un giudice per le indagini preliminari ancor meno propenso all'umorismo di quanto non fossero i gendarmi ha tirato in faccia al signor Chesi mezzo codice penale, ivi compresa quell'accusa di terrorismo che presso gli "occidentalisti" compendia qualsiasi comportamento non procuri loro un reddito. 
"Lui aveva già portato le mappe, gli si voleva far saltare il coso del gas, così saltava tutto" [...]. Padre e figlio condividevano una passione sfrenata per le armi ed erano sempre alla ricerca di ordigni bellici inesplosi. Il chiodo fisso era la sicurezza: "Se devo tirare una pistolettata non mi faccio problemi". E ancora: "la destra estrema è una filosofia di vita … bisogna cominciare davvero a fare quadrato e a contarsi. .. una guardia repubblicana di quartiere, bisogna farsi giustizia da soli arma alla mano senza chiamare le forze dell’ordine, giustizia sommaria".
Durante gli interrogatori i due avevano cercato di ridimensionare le accuse parlando di "chiacchiere in libertà" e di "bischerate tra amici".
Bene che vada, per uscire da questo pasticcio la famiglia Chesi dovrà separarsi da una certa quantità di denaro.
Dalla collezione di moschetti, di Panzerfaust e di Eiserne Kreuze si è già separata.





giovedì 14 gennaio 2021

Elogio del cattolico Matteo Renzi e del suo virtuoso esempio

 


Matteo Renzi non è affatto fotogenico. I gazzettieri cui è inviso, gli avversari politici e soprattutto l'enorme quantità di buoni a nulla che sporca il web ogni giorno grazie alle "reti sociali" ne hanno spesso liquidato le affermazioni senza contestarle nel merito, limitandosi a qualche accostamento fotografico.
Matteo Renzi inoltre è un assiduo frequentatore di studi televisivi, redazioni, ambienti del democratismo rappresentativo e altri posti che per chi fa politica sul serio nei quartieri e nelle piazze sono spesso fonte di seccature, intralci e vere e proprie campagne di odio finanziate da un decennio all'altro. Il che fa pensare che il non essere fotogenico sia uno dei suoi aspetti meno problematici.
Alle sue già fastidiose propensioni va aggiunta una stabile, documentata e ripetuta prossimità a individui dalla levatura per lo meno discutibile che è materia di pubblico dominio praticamente da sempre.
A Natale del 2020, con lodevole e coerente testimonianza di fede, Matteo Renzi ha adempiuto all'opera di misericordia che impone di visitare i carcerati.
Nello stato che occupa la penisola italiana la popolazione detenuta ammontava in quei giorni a 53.364 individui.
In tanta possibilità di scelta il cattolico Matteo ha visitato Denis Verdini.
Denis Verdini è un elegante signore che da qualche mese si annoia in una casa circondariale romana dopo anni e anni di processi e dopo aver esaurito tutte le scappatoie possibili. La sentenza a suo carico non fa alcun riferimento ad attività rivoluzionarie, sovversive o semplicemente animate dall'intento di perseguire un minimo di giustizia sociale. E a Firenze è noto alle persone più serie per aver lordato per anni e anni ogni aspetto della vita associata tramite la filiazione locale di una gazzetta milanese già repellente per conto proprio.
Un mese dopo la visita -sulle arance non si hanno dati disponibili- Matteo Renzi si è messo a fare i capricci in uno degli ambienti del democratismo rappresentativo su ricordati, in una conferenza stampa dalla retorica zoppicante come quella di chi sta scorrendo in prima lettura un copione scritto da altre mani.
Senza dubbio un caso, ci mancherebbe altro.

venerdì 8 gennaio 2021

Washington DC. Un cinepanettone a Capitol Hill: i Fratelli Vanzina, Donald Trump e il meglio dell'AmeriKKKa


Il 6 gennaio 2021 una motley crew di personaggi estrosi ha organizzato a Washington una manifestazione in favore del presidente uscente e delle sue non dimostrate tesi di elezioni rubate. La claque mediatica a sostegno di Donald Trump ha colto l'occasione per prodursi in illazioni improbabili, ivi compresa una che voleva complici Barack Obama e un irritante micropolitico proveniente dalla penisola italiana nel rovesciamento dei dati elettorali. Non mettiamo link, per non concedere ulteriore visibilità a uno dei personaggi più fastidiosi e inutili di una politica peninsulare che di elementi simili ne schiera a centinaia.
E' andata a finire con un po' di gente che sembrava presa per metà da un raduno della Lega Nord e per l'altra metà dal set di un film dei Vanzina che si aggirava per Capitol Hill mettendo i piedi sulle scrivanie e curiosando qua e là. L'effetto, all'occhio di un entomologo in osservazione partecipante, deve essere stato quello di un numero n di copie dello spacciatore di cui Andrea Pazienza fa il ritratto ne Gli ultimi giorni di Pompeo
Il corriere era arrivato da Milano con la roba: 5 grammi. Pompeo rimase con lui a chiacchierare un po’. Non aveva fretta. Aldo, così si chiamava, stupiva della disponibilità del suo nuovo cliente -un artista pieno di pilla- abituato com’era ad essere licenziato con una scusa qualsiasi non appena effettuata la consegna. Ne approfittava alla maniera dei tossici da due e passa al giorno, farneticando, compiacendo e menandola. Clandestinamente, il vuoto intellettuale di Aldo confortava Pompeo nella sua ultima ora di vita, aiutandolo a credere in un mondo, come il pusher, del tutto esaurito.
Il corriere dei piccoli girava per casa farfugliando approvazioni, tutto toccando ed inclinando, forse rubacchiando, finché durante un trasbordo infilò per sbaglio la porta d’ingresso e sparì. 
Prima di infilare per sbaglio la porta d'ingresso e di sparire i manifestanti ci hanno rimesso una sessantina di fermati e quattro morti, letteralmente fucilati da qualche gendarme poco compiacente. La folla faceva per lo più capo a gruppi sociali noti per la passione per le armi e per l'ostentazione di modelli di consumo ispirati a una società di frontiera morta e defunta da cent'anni, il che induce almeno due riflessioni, entrambe scevre da complottismi e dietrologie. La prima è che se la siano cavata con un numero di perdite senz'altro accettabile. La seconda è che i difensori dei centri istituzionali statunitensi devono aver capito che non c'era alcun motivo per reagire con troppa fermezza visto che i Davy Crockett con le pelliccette comprate con la carta di debito sarebbero rifluiti all'imbrunire alla volta del fast food più vicino lasciandosi dietro qualche vetro rotto e qualche tappeto pesticciato. 
Le gazzette hanno riempito qualche pagina di indignazioncina da educande e gli "occidentalisti" della penisola italiana hanno nascosto la manina dopo aver tirato sassi per anni.
Si sa, appena vola qualche sedia la viltà degli riempitori di gazzette assume dimensioni eroiche, quale che sia la causa.
I quattro anni della presidenza Trump hanno mostrato un volto degli USA talmente lunare che le parole d'ordine ameriKKKane riportate con diligenza dai propagandisti maccaruna e pummarola devono essere sembrate roba aliena persino ai meno svegli tra loro. Donald Trump ha deluso le aspettative degli yankee di complemento al punto di non aver intrapreso nemmeno una guerra degna di questo nome. E quella -ventennale- in Afghanistan ha cercato di chiuderla con un umiliante accordo con quegli stessi talebani che un suo predecessore aveva giurato di cacciare sasso per sasso.
Mentre questo irritante aggregato di rochibalbòa, rambi, pi punto e baracus e richicànningam sopravvissuti con le coronarie grosso modo in ordine a trent'anni di hamburger e scevrolé truccate dava per l'ennesima volta ragione a Warhol e ai suoi quindici minuti il mondo ha continuato a girare come se niente fosse, a cominciare dai mercati finanziari. La roba inutile ha continuato a riempire case e mall, prodotta sempre peggio e consegnata per retribuzioni sempre minori. E il giorno dopo si è tranquillamente parlato d'altro. 
In altre e ben più serie sedi nessuno si è neppure disturbato troppo. Konstantin Kosachev, presidente del Comitato per gli Affari Esteri del Consiglio della Federazione Russa, ha gelidamente e appropriatamente liquidato la giornata: "Gli USA non stanno più tracciando la rotta e, pertanto, hanno perso ogni diritto di stabilirla. E, ancor più, d'imporla agli altri".