martedì 2 marzo 2021

Alastair Crooke - Lo stato sionista è stato superato in astuzia?



Traduzione da Strategic Culture, 1 marzo 2021. 

  La riattivazione dell'accordo sul nucleare iraniano ha trovato difensori inattesi: alti funzionari dell'apparato di sicurezza dello stato sionista ne vorrebbero il ripristino.

Un alto funzionario russo lo scorso fine settimana ha detto qualcosa di rivelatore circa i tempi in cui viviamo. Può sembrare un'osservazione buttata lì, ma dietro di essa, appena fuori vista, c'è qualcosa di profondo. Ha detto che l'accordo sul nucleare iraniano, -agli occhi di moltissimi, e non solo per l'Iran- è diventato il primo simbolo di come l'ordine globale basato sulle regole venga utilizzato proprio per svuotare di significato la sovranità e l'autonomia di un popolo - e per imporne la caricatura rappresentata dal suo gemello siamese, che è l'ordine monetario basato sulle regole.
A prima vista una considerazione in questi termini potrebbe sembrare un po' esagerata e persino ostile: l'intento di prevenire la proliferazione delle armi nucleari da parte degli Stati Uniti è di sicuro un obiettivo lodevole...
Apparentemente l'obiettivo può proprio sembrare questo, e sembrerebbe anche condiviso dalla Russia. Ma è anche vero che la metodologia dell'accordo sul nucleare iraniano presenta uno schema tutto particolare: si dichiara unilateralmente che una certa visione e i valori che essa sottende sono universali, e si stabiliscono le regole operazionali per tradurre questo universale. Queste regole non saranno necessariamente conformi al diritto internazionale, ma poi, secondo la famigerata frase di Carl Schmitt per cui "Sovrano è colui che decide l'eccezione (al diritto)" e siccome è proprio di questa universalità il considerarsi superiore di una spanna alle civiltà arretrate e nazionaliste, essa rivendica un proprio carattere eccezionale su queste mere basi. Secondo questo modo di intendere le cose un "ordine" basato sulle regole deve sostituire e soppiantare la "legge".
Nel caso specifico si voleva che le regole "universali" suddette, e imposte d'imperio, soppiantassero i diritti che il trattato di non proliferazione garantiva per legge all'Iran, per far regredire l'impulso rivoluzionario in Iran, prosciugarne il radicalismo residuale imponendo un faticoso conformarsi alle capziose regole dell'accordo sul nucleare e per forzare infine l'assimilazione dell'Iran alla governance monetaria globale.
Fin qui niente di nuovo; è la procedura occidentale standard. Eppure, certe considerazioni su come l'accordo sul nucleare iraniano sia diventato il caso tipico di procedura al dissanguamento della sovranità di una nazione indica un mutamento di più vasta portata, che riguarda sia la Russia che l'Iran. Indicano che gran parte del mondo ragiona in termini che nei discorsi degli ambienti politici di Washington sono quasi inimmaginabili.
Ancora cinque anni or sono molti in Russia credevano che lo stato dovesse come minimo curarsi di sondare le vivaci acque di quello che è il "si può fare" del dinamismo occidentale. Anche se costava qualcosa in termini di sovranità russa, era necessario in considerazione della tecnologia, della finanza e del know-how occidentali. Poi è arrivato il discorso di Putin del 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. E quello è stato un punto di svolta fondamentale: "La Russia è sotto attacco da parte dell'Occidente. Accettiamo la sfida e la vinceremo".
Nel 2007 i russi hanno intuito che le acque del pozzo rappresentato dal dinamismo occidentale stavano diventando stagnanti. A Davos il mese scorso, Putin ha suggerito che non solo erano stagnanti, ma ormai anche inquinate. Il progetto occidentale era diventato ottuso perché tutto il sistema era manipolato a beneficio dello 0,1%.
L'Unione Europea, come costrutto, è tagliata sullo stesso "universalismo" del suo progenitore statunitense, anche se nel suo caso viene gabellato per comune fondamento universalista europeo. Solo che le acque europee ristagnano allo stesso modo. La leadership russa ha capito che una Grande Europa non esisterà mai. Ancora più importante, la Russia ha scoperto che può trarre energia culturale da risorse proprie, per innovare e sviluppare la nazione russa.
Molti iraniani sono giunti a conclusioni simili per quello che riguarda l'Iran. Una volta la maggior parte -forse l'80%- degli iraniani avrebbe volentieri sondato le acque del dinamismo tecnico occidentale; oggi sono in pochi a volerlo. Per la loro società, un contatto troppo stretto con l'acqua stagnante comporta un ovvio pericolo. Come i russi, anche gli iraniani si stanno impegnando nel trovare energia al proprio interno, e nell'utilizzare le risorse a loro disposizione. E stanno scoprendo che queste risorse possono essere presenti oggi in Asia come lo erano un tempo in Europa.
L'altro discorso che c'è in giro è questo. A parte le narrative fracassone sull'Iran che emanano dal chiuso mondo della Beltway, questa è la visione alternativa scopertamente disponibile, e al pari dell'oculato inquadramento di Putin essa è oggetto di ampia disamina in gran parte del mondo. Ma non sarà ascoltata a Washington. Biden si è presentato a Monaco dipingendo la Russia come un personaggio voodoo, che fa incantesimi dannosi per gli Stati Uniti. L'idea era quella di far intendere che chiunque critichi l'AmeriKKKa sugli stessi temi non può che essere un agente dei russi e quindi un traditore. La Russia è diventata la bambola voodoo da tirare fuori per spaventare il pubblico americano e per disciplinare il discorso pubblico.
Come mai con l'Iran sul punto di un possibile disaccoppiamento dall'Europa -al pari della Russia- la riattivazione dell'accordo sul nucleare ha attirato alcuni insospettabili sostenitori tra i funzionari e gli ex funzionari della sicurezza dello stato sionista, che vogliono far rientrare l'Iran nell'accordo?
Cosa sta succedendo? Si tratta di una ribellione contro la linea della massima pressione tenuta in permanenza da Netanyahu? Ancora più interessante è il fatto che un certo numero di questi alti funzionari stiano sostenendo un ritorno puro e semplice all'accordo, non una sua ricontrattazione serrata. Come spiega Ben Caspit, "Un team di esperti [dello stato sionista] particolarmente versati ha concluso che, contrariamente a quanto pensano per lo più i membri di punta del governo Netanyahu-Gantz, l'accordo con l'Iran non dovrebbe includere il programma missilistico di Tehran o le sue attività regionali" [corsivo dell'A., N.d.T.]. Si tratta di un paradosso assoluto? Proprio nel momento in cui lo scetticismo iraniano minaccia di prevalere, dovrebbe calare quello della controparte? Forse si passeranno accanto senza incontrarsi, e l'esito sarà nullo.
Questi ex alti funzionari dello stato sionista adesso suggeriscono che l'accordo non era poi così male, dopo tutto: "Quando si è saputo dell'accordo", spiega ora l'ex generale della riserva Yair Golan, "abbiamo tenuto una discussione con tutti i funzionari e ci siamo detti che se l'Iran l'avesse rispettato sarebbe stato un risultato incredibile".
O forse si tratta di un oscuro segreto di quelli che nessuno vuole discutere pubblicamente, vale a dire che lo stato sionista è stato battuto. Mentre tutto il mondo si trovava ossessonato da qualcosa di grosso (ovvero la prospettiva dell'arma nucleare) e si chiedeva se la massima pressione di Trump avrebbe portato o meno l'Iran a rispettare l'accordo, l'Iran stava preparando non qualcosa di grosso, ma un sacco di cose più piccole.
Lo stato sionista è ora circondato da migliaia di missili da crociera intelligenti che volano rasoterra, e da droni da attacco capaci di muoversi come uno sciame. L'arma nucleare è sempre stata un depistaggio (il Medio Oriente è troppo piccolo e densamente popolato perché le atomiche abbiano un senso). Il baratro della guerra, sul cui ciglio Netanyahu ama ballare, forse è un rischio troppo grave agli occhi di questi ex funzionari perché potessero rimanersene a guardare.
Sanno (a differenza di Blinken, si direbbe), che l'Iran non metterà mai i suoi missili su nessun tavolo di negoziato. Forse sono dei realisti, e considerano il puro e semplice ripristino dell'accordo come l'unica via da seguire. Probabilmente su questo hanno ragione.
Ma perché sostenere un ritorno dell'Iran all'accordo? Beh, un pieno ritorno dell'Iran e dell'AmeriKKKa all'accordo sul nucleare portare alla nascita di un'architettura di sicurezza del Golfo che include l'Iran, ma ovviamente non lo stato sionista. E poi questa architettura potrebbe agevolare un ulteriore passaggio in secondo piano della deterrenza missilistica intelligente iraniana.
Per lo stato sionista potrebbe essere il modo per imboccare una de-escalation con l'Iran; magari, per fare un passo indietro rispetto alla pericolosa guerra di Netanyahu.
Ma i falchi statunitensi quando mai sarebbero d'accordo? Essi desiderano ancora che l'Iran rivoluzionario venga punito in qualche modo. E gli iraniani crederanno mai a Washington? Probabilmente no.

venerdì 12 febbraio 2021

Emanuele Cocollini della Lega non apprezza il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud e le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia

Emanuele Cocollini è un ben vestito amante del buon mangiare e soprattutto del buon bere, cui non piacciono le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e nemmeno i centri sociali, specie quelli in attività da prima che lui nascesse.
In questa sede si è compiuta e si continua a compiere una paziente e rilassata opera di confutazione e soprattutto di derisione della propaganda "occidentalista" e dei suoi esponenti. Il minimo che si possa fare è rilevare come il "partito" del signor Cocollini abbia avuto per trent'anni talmente a cuore le sorti dello stato che occupa la penisola italiana da destinarne le insegne ai luoghi di decenza e da adoperarsi -in teoria- per il suo smembramento. La traduzione operazionale dell'intento è stata molto dissonante, visto che gli esponenti della Lega si sono limitati ad occupare ogni carica possibile in quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto sovvertire. 
 Il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud è una realtà un po' più seria. Le bandiere della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia esposte ogni dieci febbraio sono state acquistate dal sottoscritto nel 2005 in numero di 10 (dieci) in modo da assicurare una scorta durevole.
Una somma molto bene spesa.

mercoledì 10 febbraio 2021

Firenze. Un giardino per Norma Cossetto, vittima dellA foibe

 

L'ufficio toponomastica del Comune di Firenze deve essere una sorta di catalizzatore di nequizie di ogni specie. Nonostante l'amministrazione cittadina abbia da molto tempo adottato una linea politica assolutamente indistinguibile da quella "occidentalista", alcuni particolari rivelano ostinatamente una deep town (non potendosi parlare di un deep state) cocciutamente refrattaria alla propaganda e alle parole d'ordine.
Dopo aver imposto per legge una ricostruzione propagandistica di quanto avvenuto ai confini orientali dello stato che occupa la penisola italiana alla metà del XX secolo, le formazioni politiche "occidentaliste" hanno messo in cima all'agenda dei propri rappresentanti locali la sua traduzione pratica, con particolare attenzione alla dedica di vie, strade e parchi cittadini.
A Firenze i mariti delle foibe hanno avuto da tempo il dubbissimo onore di uno squallido parcheggio.
L'agenda "occidentalista" ha fatto attenzione anche ad Oriana Fallaci, cui è toccata una piazza ben isolata dagli stabili di abitazione. Il che è un ottima cosa: evita di doverne pronunciare il nome comunicando o chiedendo un indirizzo.
A Jan Palach è toccata una rampa stradale di periferia, e non certo fra un golf club e una beauty farm.
Norma Cossetto è stata insignita alla memoria con uno scampolo di aiuole a bordo strada in un quartiere molto periferico e storicamente piuttosto problematico.
Con una lapide recante un marchiano errore di scrittura.
A quel punto, persino i postulatori hanno avuto qualche piccolissimo dubbio. Essere presi in giro non piace a nessuno.



 

venerdì 22 gennaio 2021

Andrea Chesi, baluardo della cristianità a Siena e provincia. Soprattutto provincia.



La vita di provincia è piuttosto noiosa e la noia è una bruttissima bestia in quegli inverni lunghi lunghi in cui non si capisce nemmeno quale sia il cimitero e quale sia il paese. 
Sicché per vincere la noia tanta gente fa cose un po' criticabili.
Invece di costruire modellini nelle bottiglie, di eccedere con gli alcolici, di violare il sesto comandamento o di dedicarsi ad altri atti sconsigliati dal buon senso, il signor Andrea Chesi di Sovicille si era messo a pianificare con tutta calma e con il massimo della segretezza la distruzione della moschea di Colle val d'Elsa, assecondando il desiderio di Oriana Fallaci
Lo ha fatto in maniera tanto oculata, tanto fredda, tanto militare che la gendarmeria lo ha intercettato senza nessunissimo problema a partire dalle prime ciarle sul Libro dei Ceffi e dopo un po' lo ha lasciato con un palmo di naso vuotandogli la casa di tutto l'arsenale. 
I gendarmi non sono famosi né per il cuore tenero (cit.) né per il senso dell'umorismo: certe bischerate fra amici non devono essergli piaciute. 
E ancora meno devono essere piaciute al giudice per le indagini preliminari. 
Sicché il 22 gennaio 2021 si viene a sapere da una gazzetta qualsiasi ("La Repubblica", edizione di Firenze) che un giudice per le indagini preliminari ancor meno propenso all'umorismo di quanto non fossero i gendarmi ha tirato in faccia al signor Chesi mezzo codice penale, ivi compresa quell'accusa di terrorismo che presso gli "occidentalisti" compendia qualsiasi comportamento non procuri loro un reddito. 
"Lui aveva già portato le mappe, gli si voleva far saltare il coso del gas, così saltava tutto" [...]. Padre e figlio condividevano una passione sfrenata per le armi ed erano sempre alla ricerca di ordigni bellici inesplosi. Il chiodo fisso era la sicurezza: "Se devo tirare una pistolettata non mi faccio problemi". E ancora: "la destra estrema è una filosofia di vita … bisogna cominciare davvero a fare quadrato e a contarsi. .. una guardia repubblicana di quartiere, bisogna farsi giustizia da soli arma alla mano senza chiamare le forze dell’ordine, giustizia sommaria".
Durante gli interrogatori i due avevano cercato di ridimensionare le accuse parlando di "chiacchiere in libertà" e di "bischerate tra amici".
Bene che vada, per uscire da questo pasticcio la famiglia Chesi dovrà separarsi da una certa quantità di denaro.
Dalla collezione di moschetti, di Panzerfaust e di Eiserne Kreuze si è già separata.





giovedì 14 gennaio 2021

Elogio del cattolico Matteo Renzi e del suo virtuoso esempio

 


Matteo Renzi non è affatto fotogenico. I gazzettieri cui è inviso, gli avversari politici e soprattutto l'enorme quantità di buoni a nulla che sporca il web ogni giorno grazie alle "reti sociali" ne hanno spesso liquidato le affermazioni senza contestarle nel merito, limitandosi a qualche accostamento fotografico.
Matteo Renzi inoltre è un assiduo frequentatore di studi televisivi, redazioni, ambienti del democratismo rappresentativo e altri posti che per chi fa politica sul serio nei quartieri e nelle piazze sono spesso fonte di seccature, intralci e vere e proprie campagne di odio finanziate da un decennio all'altro. Il che fa pensare che il non essere fotogenico sia uno dei suoi aspetti meno problematici.
Alle sue già fastidiose propensioni va aggiunta una stabile, documentata e ripetuta prossimità a individui dalla levatura per lo meno discutibile che è materia di pubblico dominio praticamente da sempre.
A Natale del 2020, con lodevole e coerente testimonianza di fede, Matteo Renzi ha adempiuto all'opera di misericordia che impone di visitare i carcerati.
Nello stato che occupa la penisola italiana la popolazione detenuta ammontava in quei giorni a 53.364 individui.
In tanta possibilità di scelta il cattolico Matteo ha visitato Denis Verdini.
Denis Verdini è un elegante signore che da qualche mese si annoia in una casa circondariale romana dopo anni e anni di processi e dopo aver esaurito tutte le scappatoie possibili. La sentenza a suo carico non fa alcun riferimento ad attività rivoluzionarie, sovversive o semplicemente animate dall'intento di perseguire un minimo di giustizia sociale. E a Firenze è noto alle persone più serie per aver lordato per anni e anni ogni aspetto della vita associata tramite la filiazione locale di una gazzetta milanese già repellente per conto proprio.
Un mese dopo la visita -sulle arance non si hanno dati disponibili- Matteo Renzi si è messo a fare i capricci in uno degli ambienti del democratismo rappresentativo su ricordati, in una conferenza stampa dalla retorica zoppicante come quella di chi sta scorrendo in prima lettura un copione scritto da altre mani.
Senza dubbio un caso, ci mancherebbe altro.

venerdì 8 gennaio 2021

Washington DC. Un cinepanettone a Capitol Hill: i Fratelli Vanzina, Donald Trump e il meglio dell'AmeriKKKa


Il 6 gennaio 2021 una motley crew di personaggi estrosi ha organizzato a Washington una manifestazione in favore del presidente uscente e delle sue non dimostrate tesi di elezioni rubate. La claque mediatica a sostegno di Donald Trump ha colto l'occasione per prodursi in illazioni improbabili, ivi compresa una che voleva complici Barack Obama e un irritante micropolitico proveniente dalla penisola italiana nel rovesciamento dei dati elettorali. Non mettiamo link, per non concedere ulteriore visibilità a uno dei personaggi più fastidiosi e inutili di una politica peninsulare che di elementi simili ne schiera a centinaia.
E' andata a finire con un po' di gente che sembrava presa per metà da un raduno della Lega Nord e per l'altra metà dal set di un film dei Vanzina che si aggirava per Capitol Hill mettendo i piedi sulle scrivanie e curiosando qua e là. L'effetto, all'occhio di un entomologo in osservazione partecipante, deve essere stato quello di un numero n di copie dello spacciatore di cui Andrea Pazienza fa il ritratto ne Gli ultimi giorni di Pompeo
Il corriere era arrivato da Milano con la roba: 5 grammi. Pompeo rimase con lui a chiacchierare un po’. Non aveva fretta. Aldo, così si chiamava, stupiva della disponibilità del suo nuovo cliente -un artista pieno di pilla- abituato com’era ad essere licenziato con una scusa qualsiasi non appena effettuata la consegna. Ne approfittava alla maniera dei tossici da due e passa al giorno, farneticando, compiacendo e menandola. Clandestinamente, il vuoto intellettuale di Aldo confortava Pompeo nella sua ultima ora di vita, aiutandolo a credere in un mondo, come il pusher, del tutto esaurito.
Il corriere dei piccoli girava per casa farfugliando approvazioni, tutto toccando ed inclinando, forse rubacchiando, finché durante un trasbordo infilò per sbaglio la porta d’ingresso e sparì. 
Prima di infilare per sbaglio la porta d'ingresso e di sparire i manifestanti ci hanno rimesso una sessantina di fermati e quattro morti, letteralmente fucilati da qualche gendarme poco compiacente. La folla faceva per lo più capo a gruppi sociali noti per la passione per le armi e per l'ostentazione di modelli di consumo ispirati a una società di frontiera morta e defunta da cent'anni, il che induce almeno due riflessioni, entrambe scevre da complottismi e dietrologie. La prima è che se la siano cavata con un numero di perdite senz'altro accettabile. La seconda è che i difensori dei centri istituzionali statunitensi devono aver capito che non c'era alcun motivo per reagire con troppa fermezza visto che i Davy Crockett con le pelliccette comprate con la carta di debito sarebbero rifluiti all'imbrunire alla volta del fast food più vicino lasciandosi dietro qualche vetro rotto e qualche tappeto pesticciato. 
Le gazzette hanno riempito qualche pagina di indignazioncina da educande e gli "occidentalisti" della penisola italiana hanno nascosto la manina dopo aver tirato sassi per anni.
Si sa, appena vola qualche sedia la viltà degli riempitori di gazzette assume dimensioni eroiche, quale che sia la causa.
I quattro anni della presidenza Trump hanno mostrato un volto degli USA talmente lunare che le parole d'ordine ameriKKKane riportate con diligenza dai propagandisti maccaruna e pummarola devono essere sembrate roba aliena persino ai meno svegli tra loro. Donald Trump ha deluso le aspettative degli yankee di complemento al punto di non aver intrapreso nemmeno una guerra degna di questo nome. E quella -ventennale- in Afghanistan ha cercato di chiuderla con un umiliante accordo con quegli stessi talebani che un suo predecessore aveva giurato di cacciare sasso per sasso.
Mentre questo irritante aggregato di rochibalbòa, rambi, pi punto e baracus e richicànningam sopravvissuti con le coronarie grosso modo in ordine a trent'anni di hamburger e scevrolé truccate dava per l'ennesima volta ragione a Warhol e ai suoi quindici minuti il mondo ha continuato a girare come se niente fosse, a cominciare dai mercati finanziari. La roba inutile ha continuato a riempire case e mall, prodotta sempre peggio e consegnata per retribuzioni sempre minori. E il giorno dopo si è tranquillamente parlato d'altro. 
In altre e ben più serie sedi nessuno si è neppure disturbato troppo. Konstantin Kosachev, presidente del Comitato per gli Affari Esteri del Consiglio della Federazione Russa, ha gelidamente e appropriatamente liquidato la giornata: "Gli USA non stanno più tracciando la rotta e, pertanto, hanno perso ogni diritto di stabilirla. E, ancor più, d'imporla agli altri".