29 gennaio 2026

Martin Jay - Dopo le bravate in Groenlandia, un Trump in difficoltà guarda adesso all'Iran



Traduzione da Strategic Culture, 27 gennaio 2026.

Si pubblica con l'avvertenza -e con la consapevolezza- che previsioni tanto nette sono suscettibili di essere smentite dai fatti.
Anche a stretto giro.

La recente marcia indietro di Trump in Groenlandia è motivo di interesse perché sono stati il mercato obbligazionario traballante e i sondaggi poco incoraggianti a spingerlo a rinunciare a mettere in pratica il più trito copione in politica estera di cui un Presidente in carica negli USA abbia mai dato prova negli ultimi cento anni. Agli europei è piaciuto credere che fosse stata la loro opposizione a fermarlo; diversi paesi che hanno inviato contingenti militari per dimostrare l'unica cosa che Trump non avrebbe potuto immaginare: che mentre lui avrebbe potuto allegramente distruggere la NATO per il suo tornaconto politico, nessuno immaginava che i paesi dell'UE avrebbero fatto lo stesso per opporsi alla sua follia.
Di conseguenza, andarsi a mettere con le spalle al muro e poi usare il fumo negli occhi della stampa di Davos per tirarsi fuori da quella che sarebbe stata una mossa disastrosa –che lo avrebbe ulteriormente isolato rispetto agli altri leader mondiali– potrebbe essere definito come un lampo di genio. Trump ha schivato un proiettile dalla sua stessa pistola.
Ma l'Iran è un'altra cosa.
Mentre due portaerei statunitensi si dirigono verso il Golfo Persico -o almeno in quella direzione- sono in pochi, ammesso che qualcuno ci sia, a sapere quale sarà la prossima mossa di Trump. Per il semplice motivo che non ne ha idea nemmeno lui. Commentatori esperti come Alastair Crooke sottolineano giustamente che Trump vorrebbe fare un colpo pulito e veloce da poter presentare come una vittoria, ma realisticamente sarà una cosa difficile. Tehran ha già dichiarato che qualsiasi attacco provocherà una guerra totale. Niente più risposte misurate.
Con le elezioni di medio termine non lontane, l'ultima cosa di cui Trump ha bisogno ora è una guerra in Medio Oriente e di feriti statunitensi che tornano in patria. Una cosa del genere spingerebbe quasi certamente gli elettori a cacciare il suo partito da entrambe le camere, aprendo la porta ai procedimenti giudiziari che gli pendono contro. Quest'ultima prospettiva potrebbe non infastidirlo molto, ma vale la pena rilevarla.
Il vero problema è: come fare per uscire da una situazione di stallo con gli iraniani e far credere che ha fatto valere il suo peso, ha minacciato i leader di Tehran e questi hanno ceduto? Con una enorme quantità di fake news, che i media occidentali gli forniranno volentieri. Quando l'armata si avvicinerà al Golfo Persico, i nostri schermi televisivi saranno pieni di immagini di aerei da combattimento che decollano dalle piste prima di lanciarsi nei cieli, accompagnate senza dubbio da videoclip della CIA e/o del Mossad che ritraggono l'Iran sull'orlo del collasso e il regime che crolla.
Probabilmente quasi nulla di tutto questo corrisponderà al vero. Trump si sta dirigendo verso l'Iran con l'esercito statunitense e sta per sferrare il colpo di grazia a forza di fake news. Sebbene sia vero che gran parte delle malefatte del Mossad in Iran sono state smascherate –i manifestanti catturati con tutti i loro dispositivi Starlink sono ora nelle mani delle autorità– la situazione politica del Paese consente ancora a Trump un certo margine di manovra. Gli iraniani sono ben consapevoli di trovarsi in una situazione di equilibrio: cercano di evitare di sostenere lo stato sionista e gli Stati Uniti chiedendo un cambiamento, ma allo stesso tempo vogliono una nuova leadership che possa tenere lontani questi nemici dalle loro coste.
Il commentatore ed economista di sinistra Yanis Varoufakis ha recentemente scritto: "... i più istruiti e/o riflessivi temevano ciò che sarebbe accaduto. Una guerra civile, una massiccia destabilizzazione che avrebbe portato scompiglio nelle sicurezze di base del sistema sociale. Letteralmente nessuno di quelli con cui ho parlato difendeva la Repubblica Islamica. Tutti invece temevano che nell'attuale contesto in cui all'interno manca un'opposizione valida e a livello internazionale imperano forze straniere nefaste, ci fossero poche speranze di una transizione pacifica verso un governo migliore. Condivido questa paura. Le cose potrebbero peggiorare molto e molti sono troppo istintivamente contrari allo stato di cose presente per vedere i reali pericoli e i limiti di questa situazione".
Trump potrebbe benissimo stare mettendo in atto un enorme bluff avvicinando le portaerei. Gli piace, come dicono i soldati delle forze speciali, "mettere il cazzo sul tavolo", ma è improbabile che entri in conflitto con l'Iran. Con il passare del tempo diventa sempre più chiaro che la campagna del 12 giugno è stata un fallimento ancora peggiore di quanto si credesse in precedenza, sia per lo stato sionista che per gli Stati Uniti. Le bombe sganciate sugli impianti nucleari sotterranei iraniani non erano nemmeno le cosiddette "bunker buster" e non sono riuscite a penetrare nelle caverne dove era conservato il materiale, che comunque era stato spostato giorni prima.
La cosa più strana in tutta l'operazione è che Trump sapeva che non avrebbe avuto alcuna rilevanza militare, ed è per questo che per lui è stata una mossa perfetta.
Trump è un uomo che ama evitare i conflitti, e -come suo padre- ha evitato anche il servizio militare. Questo rende particolarmente odiose le sue considerazioni sui soldati britannici che in Afghanistan non avrebbero combattuto in prima linea. Durante il suo primo mandato gli iraniani abbatterono un drone statunitense; per qualche istante Trump avrebbe voluto colpire una base militare, ma quando i capi del Pentagono gli parlarono delle conseguenze fece rapidamente marcia indietro. Trump è molto probabilmente pazzo, e per la prima volta i leader europei hanno iniziato a parlarne in questi termini. Ma non è stupido e non farà nulla per provocare l'Iran fino a indurlo a colpire lo stato sionista e i paesi del Consiglio di Cooperazione nel Golfo, per non parlare di rischiare un blocco dello Stretto di Hormuz lungo mesi. Quest'ultima mossa avrebbe un impatto così grave sui prezzi del petrolio da scuotere ulteriormente i mercati obbligazionari, uno scenario che Trump non può rischiare. Gli Stati Uniti e lo stato sionista hanno già subito una grave perdita in Iran, perché la loro rete di agenti è stata smascherata. L'invio delle portaerei è in gran parte una mossa per salvare la faccia, e forse anche per indurre Netanyahu a credere che gli USA siano dalla sua parte e sostengano la sua folle idea di attaccare l'Iran. Ma in realtà Trump non può permettersi nemmeno una sola vittima. E gli iraniani lo sanno.


Nessun commento:

Posta un commento