09 gennaio 2026

Alastair Crooke - I presupposti per la guerra ci sono tutti. L'Iran è al centro di alacri manovre politiche per definire il dopo Trump


Traduzione da
Strategic Culture, 5 gennaio 2026.

Durante l'incontro del 30 dicembre con Netanyahu e i suoi, il presidente Trump si è pubblicamente impegnato ad attaccare l'Iran: "Sì", se continuerà con il suo programma sui missili balistici. E "Immediatamente" se continuerà col programma nucleare. "Li distruggeremo", ha detto Trump.
In contrasto con tanta bellicosità, il linguaggio di Trump durante l'incontro a Mar-a-Lago rifletteva solo calorosi e smisurati elogi per Netanyahu e lo stato sionista. Pubblicamente Netanyahu ha ricevuto pubblico sostegno da Trump per un attacco all'Iran e per la Fase Due a Gaza, ma dietro le quinte molti dei dettagli sono rimasti indefiniti e controversi.
Il riscaldarsi dei toni contro l'Iran non è stato una sorpresa per Tehran. Era prevedibile. Ogni indizio che fa pensare a ostilità imminenti è sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla narrativa bellicosa su "centinaia di cellule dormienti di al Qaeda pronte a scatenare una carneficina... Al Qaeda ha trovato rifugio in Iran per venticinque anni... [permettendo all'Iran] di potenziare la diffusione del fondamentalismo islamico", afferma un "infiltrato dell'MI5 e dell'MI6". Come previsto, la valuta iraniana crolla di schianto e gli iraniani scendono in piazza.
Cosa c'è dietro questo scoppio di tintinnar di sciabole di AmeriKKKa e stato sionista? Le minacce di Trump sull'apertura delle "porte dell'inferno" contro "chiunque" sono ormai note a tutti. Tuttavia, i segnali indicano che Trump e Netanyahu sono pronti per un'altra guerra.
Ma perché Netanyahu dovrebbe decidersi per un'azione militare quando lo stato sionista è stato così gravemente colpito dai sofisticati missili iraniani durante la cosiddetta guerra dei 12 giorni di giugno, e quando le difese aeree dello stato sionista si sono dimostrate carenti? Da allora l'Iran si è riarmato ed è pronto a nuove ostilità.
È necessario contestualizzare un po' tutto quanto, per spiegare perché lo stato sionista avrebbe intrapreso un percorso apparentemente irrazionale dati gli evidenti pericoli che una guerra con l'Iran comporta.
Il primo punto da notare è che Netanyahu è nei guai. Molte volte in passato è stata vaticinata la sua rovina in politica, ma in qualche modo questo Houdini è sempre riuscito a sfuggire alle catene e alle manette di un destino malevolo. Questa volta la situazione è più grave. Dal punto di vista giuridico c'è consenso sul fatto che Netanyahu rischia di essere condannato se i processi per corruzione in cui è coinvolto giungeranno a sentenza.
Ma questo è solo un aspetto. La cosa grossa sono piuttosto le accuse del Qatargate. In sostanza, tre fra i più stretti collaboratori del Primo Ministro hanno ricevuto denaro dal Qatar negli ultimi anni, anche mentre la guerra a Gaza era in corso. Un dato di fatto incontestato. Le questioni chiave sono: Netanyahu ne era a conoscenza? Se no, perché? E quale vantaggio cercava di ottenere il Qatar in cambio? Quest'ultimo aspetto, ovvero che cosa il Qatar cercasse di ottenere, non è chiaro. È possibile che per il Qatar fosse sufficiente avere a libro paga qualche collaboratore del Primo Ministro, caso mai in futuro ce ne fosse bisogno.
Nello stato sionista tuttavia le accuse sono diventate dinamite. Si parla tranquillamente di tradimento, lo fanno anche l'ex primo ministro Nafthali Bennett e l'ex ministro della Difesa Bogie Yalom. I più cinici suggeriscono che lo scopo principale della visita del clan di Netanyahu a Palm Beach non fosse tanto discutere di Gaza, quanto piuttosto esortare Trump affinché prema per ottenere la grazia o la chiusura del processo; una cosa da richiedere con insistenza al presidente Herzog che sta temporeggiando.
Insomma, Netanyahu ha bisogno di un metaforico pallone aerostatico che lo sollevi dal pantano dei suoi pasticci legali e delle sue guerre lasciate a mezzo, e che lo faccia volare in alto grazie a qualche argomento popolare che gli faccia vincere le elezioni generali del 2026. La sconfitta dell'Iran, giusto per essere chiari, sarebbe applaudita non solo nello stato sionista, ma anche -e con entusiasmo- dal Congresso degli Stati Uniti, dai finanziatori e da entrambe le ali delle strutture di controllo del Partitone Unico.
Per Trump, il calcolo sarebbe leggermente diverso. Il principio di evitare dispute pubbliche con Netanyahu è stato stabilito dall'ex presidente Biden, non senza intoppi: "Bibi ha cercato deliberatamente lo scontro con Biden. Con il presidente Trump invece evita di arrivarci", ha osservato un funzionario statunitense. Trump è anche personalmente restio ad allontanare alcuni dei suoi più fedeli finanziatori come Miriam Adelson, e commentatori come Mark Levin.
Il comportamento di Trump può essere compreso tenendo conto delle divisioni sul sostegno degli Stati Uniti allo stato sionista che hanno frammentato la sua base MAGA e allontanato anche i giovani democratici. Le immagini di donne e bambini morti provenienti da Gaza hanno galvanizzato l'elettorato chiave del Turning Point USA. La vittoria del movimento MAGA nel 2024 doveva molto a questa organizzazione giovanile con migliaia di sezioni, animata da valori cristiani e da una grande energia. Turning Point USA offre ragguardevoli potenzialità per il "Get Out the Vote", "andate a votare".
Un piccolo gruppo di alti funzionari del partito repubblicano, in collaborazione con potenti politici affermati e importanti finanziatori, sta cercando di impedire al movimento MAGA di estendere la propria influenza fino prendere il controllo del Partito Repubblicano, minacciando così la supremazia dei leader del partito. Questa “maggioranza silenziosa”, ad oggi priva di leader ma in forte crescita organica, silenziosa non è più. I responsabili del controllo del partito vogliono domarla e riportarla sotto controllo.
In mezzo al movimento MAGA la controversa affermazione per cui "se non sostieni le politiche di Netanyahu sei un antisemita e un nemico dello stato sionista" è stata imposta intenzionalmente, con influencer pagati che hanno alimentato la frattura all'interno del partito e con l'obiettivo di indebolire il movimento. I tradizionali leader del Partito Repubblicano vogliono riprenderne il pieno controllo.
Dal punto di vista di Trump, è del tutto possibile sostenere lo stato sionista e continuare a essere critici nei confronti della politica dell'attuale amministrazione Netanyahu. Questo è il compromesso con cui Trump spera di mantenere integro il movimento MAGA in vista delle elezioni di medio termine. Dietro la strategia di Trump a Mar-a-Lago nei confronti di Netanyahu si nasconde un'intensa contesa non solo per i risultati delle elezioni di medio termine, ma anche per l'andamento delle elezioni presidenziali del 2028.
La fazione dei finanziatori vicini allo stato sionista sostiene che la posizione di Trump (e di Vance) per cui si appoggia lo stato sionista pur mettendo in discussione le sue politiche sia una falsa dicotomia: criticare lo stato sionista è ipso facto antisemita, insiste Netanyahu. Questo tentativo di dividere la base del MAGA tirando in mezzo lo stato sionista potrebbe funzionare, ma anche no. Il problema, per gli alti gradi del partito, è che il loro puntare al divide et impera è ormai fin troppo chiaro per la Generazione Z.
Di conseguenza una guerra tra Stati Uniti e stato sionista contro l'Iran si svolge a tutti gli effetti a livelli diversi da quelli della razionalità quotidiana. A farne le spese è ovviamente l'Iran, ma per la cerchia di Trump è anche una complicata partita a scacchi su chi finirà per controllare il MAGA e, per estensione, l'era del dopo Trump.
Nello stato sionista la prospettiva della guerra diventa anche una scacchiera su cui osservare quali fazioni (e quali finanziatori) prevarranno nel calderone della guerra incombente per controllare il sistema e definire cosa sarà lo stato sionista. O meglio, cosa ne rimarrà.
Di fronte a tutto questo i dubbi e le preoccupazioni dei vertici militari, tanto nello stato sionista quanto negli USA, potrebbero essere messi a tacere. Il timore è che possano non essere sufficientemente allineate al clima adella guerra che si prepara.

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