21 gennaio 2026

Alastair Crooke - Le esternazioni di Trump sull'Iran e una loro interpretazione

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 gennaio 2026.

Per comprendere quale sia il contesto di ciò che sta succedendo in Iran dobbiamo ricordare una citazione qui presentata lo scorso luglio. Il commentatore statunitense e biografo di Trump Michael Wolff, riguardo a cosa pensasse Trump sugli agli imminenti attacchi agli impianti di arricchimento iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan, aveva detto:
Ho fatto molte telefonate, quindi credo di avere un'idea del percorso che ha portato Trump al punto in cui siamo [quello degli attacchi all'Iran]. Le telefonate sono uno dei principali metodi con cui cerco di capire cosa sta pensando (uso il termine "pensare" in senso lato). Parlo con persone con cui Trump ha parlato al telefono. Voglio dire, l'organizzazione cognitiva di Trump è completamente esterna, e si manifesta in una serie continua di telefonate. Ed è piuttosto facile da seguire, perché Trump dice la stessa cosa a tutti. Quindi è un continuo ripetersi... In sostanza, quando lo stato sionista ha attaccato l'Iran, lui si è eccitato molto e le sue telefonate erano tutte ripetizioni di un unico refrain: "Vinceranno? È una mossa vincente? È finita? Sono così bravi! È davvero uno spettacolo".
I disordini organizzati dall'esterno delle ultime settimane in Iran sono quasi completamente scomparsi dopo che l'Iran ha bloccato le chiamate internazionali, interrotto le connessioni Internet internazionali e, cosa più significativa, interrotto le connessioni satellitari Starlink. Nessuna agitazione, rivolta o protesta è stata registrata in nessuna città iraniana negli ultimi tre giorni. Non ci sono nuove segnalazioni; anzi, ci sono state massicce manifestazioni di sostegno alla Repubblica Islamica. I video che continuano a circolare sono per lo più vecchi e, secondo quanto riferito, diffusi da due fonti principali che si trovano fuori dall'Iran.
L'impatto dell'interruzione dei contatti tra i manifestanti e i loro controllori esterni è stato immediato e sottolinea che le rivolte non sono mai state spontanee, ma pianificate con largo anticipo. La repressione della violenza estrema praticata dall'intervento di rivoltosi ben addestrati, insieme all'arresto dei capi, ha tagliato fuori il pilastro principale di questa iterazione della strategia statunitense e sionista per il rovesciamento dei governi invisi.
La strategia della CIA e del Mossad aveva al centro una serie di attacchi imprevedibili, ideati per scioccare e disorientare l'Iran.
Per l'ondata di attacchi condotta da infiltrati statunitensi e sionisti il 13 giugno 2025 l'effetto sorpresa aveva funzionato. L'effetto shock si basava su una rete di agenti segreti infiltrati dal Mossad in Iran nel corso di un lungo periodo di tempo. Queste piccole squadre segrete sono state in grado di infliggere danni considerevoli alle difese aeree a corto raggio iraniane, utilizzando piccoli droni introdotti clandestinamente e armi anticarro Spike.
Questa ondata di sabotaggi all'interno del Paese sarebbe dovuta servire allo stato sionista da trampolino di lancio per una sfida diretta all'intero ombrello della difesa aerea iraniana. Per il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica gli attacchi sembravano arrivare dal nulla: hanno creato shock e costretto le loro difese aeree a passare a una posizione difensiva fino a quando non sono stati in grado di comprendere e identificare l'origine dell'attacco. A quel punto i sistemi radar mobili hanno ricevuto ordine di ritirarsi nella ramificatissima rete di tunnel esistente in Iran per motivi di sicurezza.
L'attivazione del terzo sistema di difesa aerea esteso su tutto il territorio non sarebbe potuta avvenire in sicurezza fino a quando non fosse stata eliminata la minaccia diretta ai sistemi mobili.
Questa iniziale ondata di sabotaggi ha permesso allo stato sionista di ingaggiare il sistema di difesa aerea integrato iraniano che, rimasto in assetto difensivo, operava a capacità ridotta. A quel punto lo stato sionista è entrato in conflitto utilizzando missili aerobalistici lanciati dall'aria da posizioni al di fuori dello spazio aereo iraniano.
Come primissima contromisura la connessione Internet della rete di telefonia mobile iraniana venne disattivata per interrompere il collegamento con gli operatori in incognito che fornivano dati di puntamento alle postazioni di lancio dei droni locali.
L'attacco del 13 giugno, che aveva lo scopo di far crollare quello che veniva definito il "castello di carte" dello Stato iraniano, fallì. Portò successivamente alla "guerra dei dodici giorni", anch'essa fallita. Lo stato sionista fu costretto a chiedere a Trump di negoziare un cessate il fuoco dopo quattro giorni di ripetuti attacchi missilistici iraniani.
La fase successiva del progetto statunitense e sionista per un "cambio di regime" prevedeva un piano completamente differente e basato sulla vecchia prassi di ammassare e incitare le folle e scatenare violenze estreme. È iniziata il 28 dicembre 2025 e ha coinciso con l'incontro di Netanyahu con Trump a Mar-a-Lago. Una vendita allo scoperto del rial (probabilmente orchestrata da Dubai) ha fatto crollare il valore della valuta del 30-40%.
La svalutazione ha minacciato il bazar, l'attività dei commercianti che, comprensibilmente, hanno inscenato proteste. Da alcuni anni l'economia iraniana non è gestita bene, un fatto che ha alimentato la loro rabbia. Anche i giovani iraniani hanno pensato che questa cattiva gestione economica li avesse spinti fuori dalla classe media e avviati alla povertà relativa. Il crollo del rial ha avuto ripercussioni pesanti. I bazari che protestavano contro l'improvviso stravolgimento dello status quo economico sono stati usati dagli USA e dallo stato sionista per allargare le proteste.
L'effetto sorpresa, in questa fase della prassi con cui si sovvertono i governi invisi, si è avuto grazie all'infiltrazione di professionisti dello scontro in luoghi indicati da chi li controllava da remoto.
Il modus operandi prevedeva che insorti armati si riunissero in alcune zone cittadine molto frequentate -di solito in piccoli centri- che scegliessero un passante a caso e che gli uomini del gruppo lo picchiassero selvaggiamente mentre le donne filmavano e gridavano loro davanti alla folla che si era radunata: "Ammazzatelo! Bruciatelo!".
La folla non capisce, si esalta e diventa violenta. Arriva la polizia. A quel punto vengono sparati dei colpi, generalmente da un punto sopraelevato rispetto alla folla, contro la polizia o contro le forze di sicurezza. Le forze di sicurezza rispondono al fuoco. Non sapendo da dove arrivano gli spari, finiscono per colpire a morte sia i "manifestanti" armati sia qualcuno della folla circostante. A quel punto la rivolta esplode.
Sono tecniche efficaci, da professionisti. Sono state utilizzate in molte altre occasioni in altri Paesi. La soluzione per contrastarle è stata duplice: in primo luogo, grazie alla collaborazione dei servizi segreti turchi, molti dei combattenti curdi armati -addestrati e riforniti dagli Stati Uniti e dallo stato sionista- sono stati uccisi o arrestati mentre attraversavano il confine con le zone a maggioranza curda dell'Iran, proveniendo dalla Siria e da Erbil.
A cambiare le carte in tavola, tuttavia, è stato il taglio delle connessioni Starlink ai circa quarantamila terminali satellitari che erano stati introdotti clandestinamente in Iran, molto probabilmente da parte di ONG occidentali.
I servizi segreti occidentali ritenevano che Starlink fosse impossibile da disturbare, da qui la sua importanza di prim'ordine tra i ferri del mestiere per un regime change.
Far fuori Starlink ha ribaltato la situazione. Le rivolte sono scomparse. E la Repubblica Islamica ha ripreso il sopravvento. Non ci sono state defezioni dall'esercito, dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica o dal Basij. La macchina statale è rimasta intatta, le sue difese sono state rafforzate.
E ora cosa succederà? Cosa può fare Trump? Il suo ipotetico intervento aveva alla base una versione dei fatti per cui "il regime stava massacrando il popolo" in mezzo a "fiumi di sangue". Questo non è successo. Anzi, ci sono state massicce manifestazioni a sostegno della Repubblica.
Insomma, Michael Wolff ha contattato nuovamente le sue fonti alla Casa Bianca: "Così sono tornato dalle persone con cui parlo alla Casa Bianca, per riesaminare la questione".
Wolff riferisce che l'idea di una nuova serie di attacchi contro l'Iran sembrava aver preso piede tra i suoi interlocutori verso fine estate, inizio autunno. Il punto di partenza era che Trump era ancora "entusiasta" di come era andato l'attacco di giugno contro gli impianti di arricchimento dell'uranio iraniani: "Ha funzionato, ha funzionato davvero", ripeteva.
Ma in autunno Trump aveva iniziato a riconoscere che le elezioni di metà mandato sarebbero state una sfida ardua. E aveva cominciato a dire: "Se perdiamo [la Camera], potremmo essere finiti. Finiti. Finiti". Trump continuava -con una certa consapevolezza della situazione, dice Wolff- a enumerare i problemi dei "suoi", ovvero "[la mancanza di] posti di lavoro, la merda di Epstein e quei video dell'ICE che fanno piangere tutti". In queste conversazioni Trump lascia intendere che i repubblicani potrebbero persino perdere il Senato, nel qual caso "tornerò in tribunale, e non sarà piacevole".
Il giorno prima di attaccare gli impianti di arricchimento nel giugno 2025 Trump -in una telefonata ai suoi amici che rivela il suo modo di pensare- ripeteva continuamente: "Se lo facciamo, tutto deve andare perfettamente. Deve essere una vittoria. Deve sembrare perfetto. Nessuno deve morire".
Trump continuava a dire ai suoi interlocutori: "Facciamo una cosa così, si va, bum, e poi via. Il grande giorno. Vogliamo un grande giorno. Vogliamo [aspettate, dice Wolff] una guerra perfetta". E poi all'improvviso dopo l'attacco ha annunciato un cessate il fuoco. Secondo Wolff, "Trump metteva fine alla sua guerra perfetta".
L'estrema violenza usata dai rivoltosi contro la polizia iraniana e le forze di sicurezza (che ha raggiunto il picco il 9 gennaio 2026); l'incendio di banche, autobus e biblioteche, oltre al saccheggio delle moschee, molto probabilmente è stata un'idea dei servizi segreti occidentali per mostrare uno Stato in rovina, in colliquazione; uno Stati che nella sua agonia stava uccidendo il proprio popolo.
Probabilmente, in coordinamento con lo stato sionista, tutto questo è stato presentato a Trump come il perfetto preludio a uno scenario di tipo venezuelano: puntiamo alla decapitazione, "si va, bum, e poi via".
Trump questa settimana ha detto ai suoi consiglieri -per la seconda volta, riferisce Wolff- che vuole "qualcosa di eccezionale; una roba grossa, che faccia notizia. Deve funzionare bene". Nonostante le rivolte siano svanite, insiste ancora perché i suoi gli garantiscano "una vittoria", qualsiasi iniziativa egli decida di intraprendere.
Ma in quale scenario si dovrebbe fare questo "si va, bum e poi via"? Le rivolte sono cessate. Dopo l'attacco del 12 giugno 2025 e il rapimento di Maduro, a Theran sono ben consapevoli di quanto a Washington abbiano il pallino delle decapitazioni.
Cosa può fare Trump? Bombardare sedi istituzionali come il quartier generale dei Guardiani della Rivoluzione Islamica? L'Iran quasi certamente risponderà. Ha minacciato di rispondere colpendo le basi statunitensi in tutta la regione. In una situazione del genere, un attacco autorizzato da Trump potrebbe non somigliare affatto a una "grande vittoria".
Forse Trump resterà soddisfatto di un qualche contentino. "Abbiamo un grosso bastone", continua a dire. "Nessuno sa se lo userò. Stiamo spaventando tutti!".

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