Traduzione da Strategic Culture, 2 febbraio 2026.
Nelle ultime due settimane sono stati mandati
all'Iran due messaggi importanti, entrambi rispediti al mittente.
Uno proveniva dagli Stati Uniti e l'altro dallo stato sionista. Il
primo era: "Noi [gli Stati Uniti] sferreremo un attacco limitato e
voi non dovrete fiatare, o al massimo rispondere solo
simbolicamente". Tehran ha respinto questa richiesta, affermando
che considererebbe qualsiasi attacco come l'inizio di una guerra
su vasta scala.
Il messaggio dello stato sionista, trasmesso attraverso uno dei
vari mediatori, era: "Non parteciperemo all'attacco statunitense"
e chiedeva poi all'Iran di non prendere di mira lo stato sionista.
Anche questa richiesta ha ricevuto una risposta negativa,
accompagnata dalla chiara precisazione che, se gli Stati Uniti
avessero intrapreso azioni militari, lo stato sionista sarebbe
stato immediatamente attaccato. Al tempo stesso l'Iran ha
informato tutti gli Stati della regione che qualsiasi attacco
lanciato dal loro territorio o spazio aereo avrebbe comportato un
attacco iraniano contro chiunque avesse facilitato tali iniziative
militari da parte degli USA.
Il contesto in Iran è di quelli in cui la le minacce militari da
parte degli USA non sono più considerate qualcosa di gestibile, ma
come minacce all'esistenza stessa della Repubblica Islamica
dell'Iran. Di conseguenza, scrive l'analista
iraniano Mostafa Najafi, la leadership iraniana ha
concluso che un attacco statunitense, anche se di portata limitata, non porterebbe alla fine del conflitto... [Piuttosto, comporterebbe] il persistere dell'ombra della guerra e un aumento dei costi militari, economici e politici per il Paese. Su questa base, una risposta globale a qualsiasi attacco, pur accettandone le conseguenze, è vista come una strategia per ripristinare la deterrenza e impedire il protrarsi di una intensa pressione militare.
Sembra, dato il rapporto di Hallel Rosen
trasmesso nello stato sionista da Channel 14 sui colloqui del 25
gennaio tra il comandante statunitense del CENTCOM generale Cooper
e le sue controparti sioniste che Cooper e i suoi collaboratori
abbiano detto ai loro colleghi dello stato sionista che
l'amministrazione statunitense fosse interessata in Iran soltanto
a un'operazione "pulita, rapida e senza costi", che non
richiedesse un dispendio significativo di risorse, non comportasse
il coinvolgimento degli Stati Uniti e che non degenerasse
all'interno dell'Iran in complicazioni diffuse.
L'Iran ovviamente, non è il Venezuela. Sembra che i tentativi di
Trump per mettere in piedi in Iran una brillante operazione del
tipo "Si va, bum e poi via" non stiano portando a gran che. Il
rischio di fare brutta figura, di non apparire come un
"vincitore", è troppo alto, soprattutto in un momento in cui il
tasso di approvazione per Trump sta calando.
Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner erano
arrivati nello stato sionista (da Davos, dove si erano concentrati
sia sull'Ucraina che su Gaza) per incontrare Netanyahu il sabato
in cui il team del CENTCOM era in città.
Senza dubbio Witkoff ha comunicato a Netanyahu – dal punto di
vista politico – i dubbi di Trump riguardo al possibile attacco
all'Iran che il generale Cooper stava considerando per sommi capi
a Tel Aviv.
Witkoff avrebbe più che altro portato l'invito di Trump, lanciato
lo stesso fine settimana sia a Netanyahu che a Putin, a
partecipare al suo Board of Peace, compreso quanto concerne Gaza.
Putin ha dichiarato di essere pronto a rispondere all'invito di
Trump previa revisione dei documenti da parte del suo Ministero
degli Esteri, e ha anche suggerito che Mosca potrebbe essere
disposta a pagare la quota di un miliardo di dollari richiesta per
diventarne membro permanente attingendo dai beni russi congelati
negli Stati Uniti. Ha anche aggiunto che ulteriori
fondi dalla stessa provenienza potrebbero essere utilizzati per la
ricostruzione "dei territori che hanno sofferto durante le
ostilità tra Russia e Ucraina [...] una volta firmato l'accordo di
pace".
Putin ha dichiarato di voler sollevare avanzare queste proposte in
una riunione prevista per il giorno successivo con Witkoff e
Kushner, nonché con il presidente palestinese Abbas che avrebbe
dovuto visitare Mosca lo stesso giorno.
L'attenzione del mondo è concentrata sul progetto più caro a
Trump: la ricostruzione di Gaza. Questo progetto vetrina promosso
da Trump, scrive Anna Barsky su
Ma'ariv (in ebraico),
mira a trasformare la Striscia in un'entità civile ricostruita e prospera, sul modello degli Stati del Golfo. A guidare questa visione sono due dei suoi più stretti consiglieri: Jared Kushner e Steve Witkoff, che stanno spingendo Trump a fare pressione sullo stato sionista affinché accetti di avviare la ricostruzione nelle zone di Gaza attualmente sotto il controllo dell'IDF, all'interno della zona smilitarizzata. Mentre gli stretti consiglieri del presidente Trump insistono per una rapida ricostruzione della Striscia, lo stato sionista è irremovibile sul fatto che senza un disarmo completo, reale e irreversibile di Hamas non possa esserci alcuna ricostruzione, nemmeno nel territorio sotto il controllo dell'IDF... [Il piano Witkoff] rappresenta quindi un risultato completamente contrario alla visione del mondo di Netanyahu, secondo fonti dello stato sionista... Secondo loro, il Primo Ministro non solo desidera impedire un simile scenario, ma dispone anche degli strumenti pratici per farlo.
"Perché l'amministrazione Trump sta investendo così tante energie
nella ricostruzione di Gaza?", ha chiesto Nahum Barnea,
decano dei corrispondenti politici dello stato sionista, a un
individuo che è stato protagonista dei colloqui tra i due governi
nel primo anno di Trump. "Soldi", ha risposto l'uomo. "È tutta una
questione di affari. La ricostruzione di Gaza costerà centinaia di
miliardi di dollari. Il denaro dovrebbe provenire dagli Stati del
Golfo. Gli uomini d'affari vicini a Trump stanno cercando di
ottenere la loro parte, in commissioni di intermediazione, in
società di costruzione ed evacuazione, e in sicurezza e
manodopera".
"Un momento", ha detto [Barnea]. Pensavo che fossero la Turchia e
l'Egitto a puntare ai soldi per la ricostruzione, non la gente di
Trump. [L'interlocutore] ha detto sorridendo: "Entrambi. Ti
sorprenderò. Anche gli uomini d'affari dello stato sionista stanno
mostrando interesse. Sono convinti che parte di questa manna
finirà nelle loro mani".
Barnea era sbalordito: "Gli stessi che hanno cancellato la
Striscia di Gaza e che l'hanno rasa al suolo porteranno via le
macerie e ricostruiranno le sue città. Proprio uno Happy End!"
Quindi è possibile intravedere come si stanno mettendo le cose. La
domanda che preoccupa la classe politica dello stato sionista è:
cosa succederà se Trump decidesse di promuovere il progetto di
ricostruzione di Gaza senza il consenso dello stato sionista?
Attenzione, “Kushner e Witkoff non si considerano presenze
decorative. Hanno una visione coerente per Gaza, che è in netto
contrasto con quella dello stato sionista", avrebbe detto alla
Barsky la sua fonte ai piani alti.
Barnea osserva ironicamente: "Netanyahu farà in modo di bluffare
sulla fase due del piano". A quel punto l'interlocutore di Barnea
ha sorriso di nuovo: "Potrebbe non esserci ricostruzione, [ma] ci
saranno i soldi", ha detto.
Il presidente Putin, senza dubbio, è consapevole di tutto questo.
E indovinate un po'? Quando Witkoff e Kushner sono arrivati a
Mosca desiderosi di discutere l'ingresso di Putin nel Board of
Peace, erano accompagnati da Josh Gruenbaum, un altro investitore
ebreo statunitense -un nuovo membro attivo del team negoziale di
Trump- che era venuto per negoziare con Netanyahu il controllo postbellico di
Gaza sotto il Board of Peace di cui lo stesso Gruenbaum era appena
stato nominato consigliere senior.
Witkoff, Kushner e Gruenbaum hanno chiaramente a cuore il progetto
immobiliare a Gaza, e Putin deve essersene reso conto.
Putin probabilmente ha il polso dell'amministrazione statunitense.
È stato lui, dopotutto, a suggerire che parte dei fondi russi
congelati potessero essere utilizzati per ricostruire "i territori
che hanno sofferto durante le ostilità tra Russia e Ucraina".
Trump a Davos ha accennato a un fondo di ottocento miliardi di
dollari per la ricostruzione in Ucraina. Non come sovvenzione a
fondo perduto -con grande disappunto di Zelensky- ma a condizione
che l'Ucraina si ritiri dal Donbass, cosa che Zelensky rifiuta.
Zelensky tuttavia ha adesso un disperato bisogno di denaro (da
distribuire ai suoi sostenitori). E Witkoff e Kushner hanno
bisogno dell'appoggio di Putin per sbloccare i fondi del Golfo per
la ricostruzione di Gaza, che per Trump è un progetto vetrina.
Hanno bisogno dell'appoggio di Putin anche per spingere Netanyahu
ad avviare finalmente la Fase Due a Gaza.
Putin ha incontrato il presidente Abbas poco prima del suo
incontro con Witkoff, Kushner e Gruenbaum. Putin ha un vantaggio
in questo caso; nella sua risposta iniziale al Board of Peace, ha
sottolineato in modo particolare l'importanza delle decisioni del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla Palestina. Se
Witkoff vuole che il peso politico di Putin porti alla
ricostruzione di Gaza -contro l'interesse di Netanyahu- la
dimensione palestinese dovrà entrare in gioco, in un modo o
nell'altro.
Il consigliere di PutinUshakov ha anche osservato che è stata
discussa "la situazione della Groenlandia". Altre prospettive
vantaggiose? Ai tre imprenditori è stato prospettato lo
sfruttamento congiunto dell'Artico da parte di Stati Uniti e
Russia?
Tutto è business, nella geopolitica di Trump.


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