Repubblica Islamica dell'Iran. Manifestazioni filogovernative del 12 gennaio 2026. Qui su Archive.org.
Il 2026 è un anno in cui le scarse alternative sopravvissute a un Occidente trionfante rischiano di essere ridotte a failed states da un Occidente all'angolo.
Uno dei problemi di minor conto che la Repubblica Islamica dell'Iran ha dovuto affrontare nell'intero corso della sua esistenza è dato dalla copertura mediatica tra il demenziale e l'isterico fornita dalla "libera informazione". Il peccato originale dell'ostilità agli USA e gli smacchi inferti all'imperialismo occidentale -per tacere di quelli che l'Occidente si è inferto da solo- sono macchie irredimibili, in nome dei quali i ben vestiti della carta, del catodico, del web su su fino ai prodigi dell'intelligenza artificiosa si sono sentiti in diritto di scrivere e diffondere tutto e il contrario di tutto. Il democratismo rappresentativo ha sempre fatto il paio, con un uso dei due pesi e delle due misure oggi più che mai intollerabile visto che a Roma è sufficiente rimanere antipatici a un gendarme per passare qualche guaio mentre a Tehran è lodevole qualsiasi atto di guerriglia urbana.
Franco Cardini ha scritto le considerazioni che seguono nel 2006 come prefazione a uno dei primi libri che leggemmo e recensimmo dopo aver messo in piedi un sito che sulla Repubblica Islamica dell'Iran -e soprattutto sui suoi detrattori da gazzetta- ha sempre avuto le idee piuttosto chiare. Gli USA avevano aggredito tre anni prima un Iraq già in ginocchio nonostante la palese demenzialità dell'iniziativa. Alla umiliante e ancor più prevedibile sconfitta in Afghanistan mancavano quindici anni. L'atmosfera sarebbe rimasta la stessa: deridere la propaganda "occidentalista", allora come oggi, è cosa che può permettersi solo chi coltiva nostalgie inconfessabili.
Nei vent'anni trascorsi la "libera informazione" nella penisola italiana ha perso lettori a milioni e sopravvive in molti casi grazie alla generosità del Dipartimento per l'Editoria; in qualcuno dei casi più abietti non è dato neppure sapere a quante copie vendute corrispondano stanziamenti pubblici senz'altro generosi. La propaganda ha trovato altre strade, prima fra tutte quella di "reti sociali" che è facile inondare di propaganda e praticamente impermeabili alle confutazioni argomentate.
L'Iran resta, a tutt'oggi, un oggetto misterioso per noialtri europei e, come molti amano qualificarsi, "occidentali". A quasi trent'anni dalla cacciata dello Shah e dall'instaurazione d'un regime dotato di caratteristiche particolari e storicamente parlando innovative, la bibliografia disponibile sull'argomento è immensa ma spesso ripetitiva, inconcludente e soprattutto denigratoria; le immagini che i media ci rimbalzano sono quasi esclusivamente quelle di fanatizzati pasdaran, donne in chador e foto o filmati di repertorio con splendide moschee, fioriti giardini, polverose città e gente malvestita all'occidentale che si spintona su marciapiedi sbocconcellati dal tempo. L'immagine che in genere si propone e che si vuol più o meno surrettiziamente far passare è quella di un paese povero dominato da una tirannia populista, demagogica e "clericale". Chi abbia visitato anche solo una volta l'Iran, e magari anche solo come turista, si è trovato dinanzi a una realtà ben diversa: città magari "povere" ma ordinate e pulite, gente cordiale, donne e ragazze in chador certamente, ma che rivolgono cortesemente e allegramente la parola allo straniero -spesso per prime- e di solito in buon francese o inglese o tedesco o russo (talvolta dimostrando un'ottima conoscenza di queste lingue), gente che discute per strada liberamente e animatamente, librerie e chioschi di giornali piene di pubblicazioni. Nulla del sospetto e della paura di parlare o di avvicinare lo straniero che di solito si coglieva, sia pur in modo e con manifestazioni differenti, per esempio nella Russia sovietica o nella Spagna franchista. Un paese affetto da antisemitismo? Un generale e generico antisionismo, senza dubbio: ma chi ha visitato il santuario di Esther ad Hamadan, l'antica Ecbatana, e si è intrattenuto a parlare un po' con i visitatori o con i custodi, iraniani ebrei e non ebrei, ritrae al contrario l'impressione di un paese nel quale si è coscienti delle difficoltà del momento, ma dove l'antìco feeling tra civiltà persiane e popolo d'Israele -Esther è un'eroina anche per gli iraniani e, per gli ebrei, il Gran Re Ciro il Grande è il primo Giusto fra le Nazioni, il Liberatore dalla cattività babilonese- non si è mai affievolito. Un regime "totalitario"? L'idea che il visitatore non affetto da pregiudizi si porta con sé al riguardo è quello di una tumultuosa democrazia assembleare ("sovietica", nel senso etimologico del termine) di continuo corretta, diretta, controllata -però a malapena- da un "senato" di austeri giuristi-teologi. Un governo che imprigiona e tortura? Alcune testimonianze che ci provengono, e che sono attendibili, danno i brividi: ma, con quel che sappiamo su Abu Ghraib, Guantanamo e illegali sequestratori di persona della CIA in combutta con i governi europei, francamente noi "democratici occidentali" abbiamo il sospetto di non poter granché far lezione di libertà a nessuno (specie dopo l'ulteriore "giro di vite" imposto alle già compromesse libertà civili negli Stati Uniti dal governo Bush, con il solito alibi della "sicurezza" e della "lotta contro il Terrore", nell'ottobre del 2006). Un governo liberticida? È vero che ogni tanto si chiudono d'autorità certi giornali: ma lo si fa dal '79, e c'è da chiedersi quanti siano i giornali d'opposizione o anche solo "non allineati", se le autorità ne hanno di continuo tanti da chiudere. E quanto tempo ci vuole, a un regime totalitario, per sopprimere la libertà di opinione e di stampa? Mussolini ci mise tre anni, Hitler un paio di mesi, Stalin non dovette quasi nemmeno porsi il problema: questi inetti tiranni iraniani non ce l'hanno fatta in un quarto di secolo. Un paese senza opposizione? Chi ha parlato un po' con qualche studente di Tehran o d'Isfahan sa che è vero il contrario; e come cittadino italiano[*] debbo aggiungere che ce lo sogniamo, noialtri -e pur con tutti i suoi errori- un leader dell'opposizione del carisma, del livello e della cultura di un Khatami. Insomma, o non ce la stanno raccontando giusta o c'è comunque molta strada da farsi prima di sentirci adeguatamente informati al riguardo.
Per comprendere un po' meglio, e in modo meno impressionistico e superficiale, che cosa sia accaduto in Iran dal 1979 in poi e quali siano ancor oggi i caratteri della "rivoluzione islamica", il suo ruolo nell'ambito della fede coranica e dello sciismo e il suo rapporto con il resto del mondo, bisognerebbe cominciar dalla lettura degli scritti di uno dei pensatori e ideologi più importanti della rivoluzione islamica, Ali Shari'ati: "...respingere il principio 'date a cesare quel ch'è di Cesare' significa rendere ogni individuo responsabile del benessere, della giustizia e del progresso umani".
A ben contestualizzare il pensiero dello Shari'ati -che non è qui il caso di frettolosamente riassumere, si tratta di una figura di estremo interesse- bisogna ricordare comunque almeno due cose: anzitutto il regime di dura e coattiva occidentalizzazione (più rozzo, duro e violento di quello, per certi versi analogo, imposto da Mustafà Kemal in Turchia) come uno degli aspetti più odiosi della tirannide "nazionale", "laica" e "progressista" imposta agli iraniani da Reza Shah e da suo figlio Mohammed, che a ciò aggiunse il sistematico asservimento del paese agli interessi inglesi prima, statunitensi poi, con relativo drenaggio delle immense ricchezze del suo sottosuolo da parte delle companies straniere e immensa umiliazione del suo popolo; e quindi il carattere tutt'altro che "tradizionalista" del messaggio dell'imam Khomeini, il quale -con altri membri di quello che impropriamente da noi si definisce il "clero" sciita- si oppose e si ribellò con estrema energia all'asservimento degli alti gradi della gerarchia giuridico-teologica agli shah della dinastia Pahlavi e al loro quietismo. Contrariamente a quel che di solito s'immagina e stancamente si ripete, il "khomeinismo" è ben altrimenti che un frutto isterizzato d'un reazionarismo atavista: è semmai, al contrario, un movimento "modernista". Ma in ogni caso, modernità -il termine "modernismo", applicato all'islam, è sempre e comunque molto problematico- non significa affatto di per sé rinnegamento della tradizione. Il fatto è che, come ben fa osservare uno studioso serio quale Massimo Campanini, "...l'escatologia dell'Islam radicale non è attesa dell'Aldilà; o, perlomeno, non è solo quella: è soprattutto la thawra, la rivoluzione"; e, appunto a proposito dello Shari'ati, "è difficile esprimere con maggior chiarezza la vocazione islamica a una religiosità fortemente presente nel sociale, in cui la spiritualità non si può isolare dall'impegno nella lotta civile". Ed è appunto questo, il rapporto tra socialità e messaggio spirituale dell'Islam, il nucleo forte della problematica "modernista" in rapporto all'attesa escatologica di giustizia e quindi del messaggio politico e religioso del khomeinismo, pur nelle sue varie sfumature e articolazioni.
Seyyd Ruhullah Musavi Mustafawi nacque nella cittadina iranocentrale di Khumayn (da cui desunse la nisba, che impropriamente potremmo dire il "cognome", di Khomeini, "originario di Khumayn") il 20 di del mese di "jumada secondo" del 1320 dell'egira, corrispondente al 24 settembre 1902, da un'austera e autorevole famiglia di notabili religiosi. Era il minore di quattro figli e rimase presto orfano di padre. Nel 1918, perduta anche la madre nell'epidemia di colera, si trasferì nella città di Arak, da dove nel '22 passò ai severi studi nella città santa di Qom. Molto impressionato dall'insegnamento di Muhammad Ali Shahabadi, egli ne ereditò la passione politica e il forte impegno caratterizzato da un legame intimo tra mistica, filosofia e azione sociale. Per quanto dedito soprattutto agli studi, fu oppositore di Reza Shah ma ancor più del figlio Mohammed, salito al potere nel 1941 in seguito a un colpo di stato voluto da inglesi e russi -forte era la paura che Reza scendesse in guerra al fianco del Terzo Reich - e fin dai primi tempi rivelatosi, sotto l'aspetto charming del sovrano colto, elegante e amico dell'Occidente, un tiranno feroce e asservito allo straniero. Rimasto in disparte anche al tempo del governo di Mosaddeq, Khomeini cominciò la sua attività politica vera e proprio nel 1962-63 in seguito a una serie di provvedimenti del governo imperiale che egli, insieme con altri giuristi e teologi, giudicò fortemente lesivi del carattere musulmano della società iranica. Più volte imprigionato e infine costretto all'esilio fra Turchia, Iraq e Francia, rientrò trionfalmente nel 1979 nel suo paese, ormai libero dalla tirannia che lo aveva asservito agli interessi stranieri. Il resto è storia facilmente verificabile, ma purtroppo nel "nostro occidente" molto poco nota e profondamente manipolata.
Khomeini insegnò molto ma, a parte scritti d'occasione, non ha lasciato gran messe di opere. Il "trattato" Wilàyat-i faqih è in realtà la trascrizione di tredici lezioni di giurisprudenza tenute tra il gennaio e il febbraio nel 1970 a Najaf, nell'esilio irakeno.
[*] Il vocabolo è nell'originale. Come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


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