martedì 25 marzo 2025

Alastair Crooke - Trump e Putin cominciano a togliere di mezzo un po' di macerie geostrategiche... intanto che Trump manda un ultimatum all'Iran

 


Traduzione da Strategic Culture, 24 marzo 2025.

Il 18 marzo c'è stata la prevista telefonata tra i presidenti Trump e Putin. È stata un successo, nel senso che è andata in modo tale che entrambe le parti possono definirne gli esiti come "positivi". E non ha portato a una rottura perché Putin ha concesso proprio il minimo, una tregua negli attacchi alle infrastrutture energetiche. Sarebbe stato facile arrivare allo scontro, ovvero a una impasse in cui Trump avrebbe attaccato Putin come ha fatto con Zelensky, dato che in Occidente si stanno nutrendo fantasiose e irrealistiche aspettative per cui si sarebbe trattato di un incontro decisivo per giungere a una spartizione definitiva dell'Ucraina.
Potrebbe anche essere stata un successo nel senso che è servita a mettere le basi per il grosso del lavoro, che adesso è in mano a due squadre di personalità esperte nella meccanica dettagliata del cessate il fuoco. Continua a rimanere misterioso il motivo per cui non ci avesse pensato in precedenza la delegazione statunitense a Riyadh; forse per mancanza di esperienza? In effetti il cessate il fuoco è stato trattato come se fosse un qualche cosa che viene fuori dal nulla in virtù di una firma statunitense; le aspettative occidentali si sono impennate, nella convinzione che i dettagli non contassero; tutto ciò che restava da fare -in questa zoppicante stima- era "dividersi la torta".
Data la dinamica di un cessate il fuoco -che deve essere totale, dato che i cessate il fuoco sono quasi sempre condannati al fallimento- nella telefonata di martedi c'era poco da discutere su questo argomento. Secondo quanto riferito e come prevedibile, la discussione sembrava essersi spostata su altre questioni; innanzitutto su temi economici, e poi sull'Iran. Rilevando ancora una volta che il processo di negoziazione tra Stati Uniti e Russia non si riduce alla sola Ucraina.
Quindi, come arrivare a mettere in pratica il cessate il fuoco? Semplice. Cominciando a districare il groviglio di impedimenti che impediscono di avere normali relazioni. Putin, prendendo in esame un solo aspetto di questo problema, ha osservato che
Le sanzioni [da sole] non sono né temporanee né mirate. Costituiscono [piuttosto] un meccanismo di pressione sistemica e strategica contro la nostra nazione. I nostri concorrenti cercano continuamente di limitare la Russia e di ridurne le capacità economiche e tecnologiche... sfornano questi pacchetti incessantemente.
Si devono quindi affrontare e sistemare molti mucchi di macerie geostrategiche risalenti a molti anni fa, prima che una normalizzazione del quadro generale possa iniziare sul serio.
Quello che balza agli occhi è che mentre Trump sembra avere una fretta disperata, Putin non pare proprio nelle stesse condizioni. E non andrà di fretta. Il suo stesso elettorato non accetterà che con gli Stati Uniti si arrivi a un accordo raffazzonato e tendenzioso destinato a implodere in mezzo a recriminazioni che gridano all'inganno e di come Mosca sia stata nuovamente ingannata dall'Occidente. Questo processo di normalizzazione strategica i russi lo stanno pagando con il sangue. Deve per forza funzionare.
Cosa c'è dietro l'evidente fretta di Trump? È il bisogno di procedere a velocità vertiginosa sul fronte interno per andare avanti, prima che l'insieme delle forze dell'opposizione negli Stati Uniti -più le loro consimili in Europa- abbia il tempo di riorganizzarsi e di silurare la normalizzazione con la Russia?
Oppure Trump teme che un lungo intervallo prima dell'attuazione di un cessate il fuoco consentirà alle forze di opposizione di fare pressione perché riprendano le forniture di armi e la condivisione delle informazioni, intanto che il rullo compressore militare russo continua la sua avanzata? O forse Trump teme -come ha detto Steve Bannon- che riarmando l'Ucraina metterebbe il cappello sulla guerra e si assumerebbe la colpa di una grave sconfitta dell'Occidente e della NATO?
Ancora, Trump forse prevede che Kiev potrebbe collassare all'improvviso come è successo al governo Karzai in Afghanistan. Trump è profondamente consapevole del disastro politico che sono state per Biden le immagini degli afghani aggrappati ai carrelli degli aerei da trasporto statunitensi che decollavano, mentre gli Stati Uniti evacuavano il paese in una scena da Vietnam.
Eppure, ancora una volta, potrebbe essere qualcosa di diverso. Ho imparato a tempo debito, come facilitatore dei cessate il fuoco tra Palestina e stato sionista, che non è possibile instaurare un cessate il fuoco in una località (ad esempio a Betlemme), mentre le forze militari dello stato sionista in quel momento mettevano a ferro e fuoco Nablus o Jenin. Il contagio emotivo e la rabbia legati a un conflitto non possono essere sottoposti a restrizioni in una località soltanto; si riverserebbero in un'altra. È un fenomeno noto. E ha rovinato le intenzioni implicitamente sincere che c'erano dietro il cessate il fuoco.
Forse Trump ha fretta soprattutto perché sospetta che il suo sostegno incondizionato allo stato sionista finirà per coinvolgerlo in un conflitto mediorientale di vaste proporzioni? Il mondo di oggi, grazie a Internet, è molto più piccolo di prima: è possibile fare il pacificatore e il guerrafondaio allo stesso tempo, e pretendere di essere presi sul serio come campioni della pace?
Tump e i politici statunitensi controllati dalla lobby vicina allo stato sionista sanno che Netanyahu e gli altri vogliono che gli Stati Uniti contribuiscano a togliere di mezzo quell'Iran che è il rivale regionale dello stato sionista. Trump non può ridimensionare la sfera di influenza degli USA nell'emisfero occidentale e al tempo stesso continuare a far valere il peso degli Stati Uniti come egemone mondiale; manderebbe in fallimento il governo statunitense. Trump riuscirà a ridurre gli Stati Uniti a una fortezza o i problemi all'estero -ad esempio l'instabilità dello stato sionista- porteranno alla guerra e faranno deragliare la sua amministrazione, dato che si tratta di questioni intrecciate l'una all'altra?
Qual è la visione di Trump per il Medio Oriente? Di certo ne ha una, che è radicata nella sua inscalfibile fedeltà agli interessi dello stato sionista. Il piano è quello di distruggere finanziariamente l'Iran o di decapitarlo, per rafforzare una Grande Israele. La lettera di Trump alla Guida Suprema Ali Khamenei specificava una scadenza di due mesi per raggiungere un nuovo accordo sul nucleare.
Il giorno dopo la sua missiva, Trump ha detto che gli Stati Uniti con l'Iran sono arrivati alle ultime battute.
"Non possiamo permettere che abbiano un'arma nucleare. Succederà qualcosa molto presto. Preferirei concludere un accordo pacifico piuttosto che ricorrere all'altra scelta, ma l'altra scelta risolverà il problema".
Il giornalista statunitense Ken Klippenstein ha notato che il 28 febbraio due bombardieri B-52 in volo dal Qatar hanno sganciato bombe su una "località segreta" in Iraq. Questi bombardieri con capacità nucleare recavano un messaggio il cui destinatario "era chiaro come il sole: la Repubblica Islamica dell'Iran". Perché dei B-52 e non degli F-35, anch'essi in grado di trasportare bombe? Forse perché le bombe bunker buster sono troppo pesanti per gli F-35? Lo stato sionista ha degli F-35, ma non i bombardieri pesanti B-52.
Poi il 9 marzo, scrive Klippenstein, è stata fatta una seconda dimostrazione: un B-52 ha volato in una missione a lungo raggio a fianco di caccia dello stato sionista, esercitandosi in operazioni di rifornimento aereo. La stampa dello stato sionista ha riferito correttamente il vero scopo dell'operazione: "preparare le forze sioniste a un potenziale attacco congiunto con gli Stati Uniti contro l'Iran".
Poi, il 17 marzo il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz si è vantato del fatto che i molteplici attacchi aerei anglo-statunitensi hanno "eliminato" i massimi funzionari Houthi, rendendo molto chiaro che tutto questo riguarda l'Iran:
"Questa è stata una risposta schiacciante che ha effettivamente preso di mira vari leader Houthi e li ha eliminati. E la differenza qui è: primo, reprimere la leadership Houthi; secondo, ritenere l'Iran responsabile".
Marco Rubio ha spiegato alla CBS: "Stiamo facendo un favore al mondo intero, sbarazzandoci di questi tizi".
Trump ha poi proseguito con lo stesso tema:
"Ogni colpo sparato dagli Houthi sarà considerato da questo momento in poi come un colpo sparato dalle armi e dalla leadership dell'IRAN, l'IRAN sarà ritenuto responsabile, ne subirà le conseguenze, e quelle conseguenze saranno terribili!"
In un altro articolo, Klippenstein scrive:
"Fra le opzioni a disposizione di Trump per trattare con Tehran adesso ne figura una che durante il suo primo mandato non aveva a disposizione: la guerra a tutto campo, armi nucleari comprese (i missili Trident II a bassa potenza). I documenti del Pentagono e della società sotto contratto che sono riuscito a ottenere descrivono l'impegno nella pianificazione cui è intenta la squadra operativa congiunta sia a Washington che in Medio Oriente, per perfezionare le future operazioni inerenti "un grande conflitto regionale" con l'Iran. I piani sono il risultato di una rivalutazione delle capacità militari dell'Iran, nonché di un cambiamento sostanziale nella linea di condotta delle ostilità da parte degli USA."
La novità è che la componente “multilaterale” include per la prima volta uno stato sionista che opera all'unisono con i partner arabi del Golfo, sia direttamente che indirettamente. Il piano include anche diverse contingenze e livelli di ostilità, secondo i documenti citati da Klippenstein; dalla "azione di crisi" (ovvero la risposta a eventi e attacchi) alla pianificazione "deliberata" (che si riferisce a scenari prestabiliti che derivano da crisi che sfuggono al controllo). Un documento avverte della "possibilità concreta" che la guerra "si intensifichi oltre le intenzioni del governo degli Stati Uniti" e abbia un impatto sul resto della regione, richiedendo un approccio multiforme.
I preparativi delle ostilità contro l'Iran sono così strettamente secretati che persino alle società appaltatrici coinvolte nella pianificazione bellica è vietato menzionare anche quelli non coperte da segreto, osserva Klippenstein:
"Anche se ai presidenti viene spesso fornita una serie di opzioni militari e il Pentagono cerca di indirizzare il Presidente verso quella che esso preferisce, Trump ha già dimostrato la sua propensione a scegliere l'opzione più provocatoria.
Allo stesso modo, il via libera di Trump agli attacchi aerei dello stato sionista contro Gaza, che hanno ucciso centinaia di persone [lo scorso] lunedì ma che a quanto pare avevano come obiettivo la leadership di Hamas, può essere visto come in linea con la scelta delle maniere forti".
Dopo essere riuscito ad assassinare il generale iraniano Qassem Suleimani nel 2020, Trump sembra essersi convinto che l'azione aggressiva è relativamente a costo zero, osserva Klippenstein.
Come ha notato Waltz nella sua intervista alla stampa:
"La differenza è che questi [attacchi in Yemen] non erano punture di spillo del tipo mordi e fuggi e che alla fine si rivelano inutili. Questa è stata una risposta schiacciante che ha effettivamente preso di mira vari leader Houthi e li ha eliminati".
Klippenstein avverte che "il 2024 potrebbe essere alle nostre spalle, ma le sue lezioni non lo sono. L'assassinio da parte dello stato sionista di alti funzionari di Hezbollah in Libano è stato ampiamente percepito da Washington come un successo clamoroso e con pochi aspetti negativi. Trump probabilmente ha fatto proprio questo assunto quando ha fatto sferrare l'attacco contro la leadership Houthi questa settimana".
Se gli osservatori occidentali considerano tutto ciò che sta accadendo come una ripetizione della politica del contrappasso di Biden o come attacchi limitati da parte dello stato sionista ai sistemi di allarme e di difesa aerea iraniani, potrebbero fraintendere ciò che sta accadendo dietro le quinte. Ciò che Trump potrebbe fare ora, che è proprio quello che sta scritto nel copione sionista, sarebbe attaccare i centri di comando e di controllo dell'Iran, compresa la leadership iraniana.
Questo –molto probabilmente– avrebbe un profondo effetto sulle relazioni di Trump con la Russia e con la Cina. A Mosca e a Pechino scomparirebbe persino l'idea che Trump sia capace di una qualche trattativa. Quale sarebbe il prezzo del suo ripristino del "quadro generale" da "pacificatore" se, sulla scia delle guerre in Libano, Siria e Yemen, iniziasse una guerra con l'Iran? Trump vede l'Iran attraverso una prospettiva tanto difettosa da fargli pensare che distruggendolo arriverebbe alla pace per mezzo della forza?

lunedì 24 marzo 2025

Breve considerazione sul succo di frutta fermentato

Succo di frutta fermentato.
Ci si mettono mucchi e mucchi di tannini, affinamenti, decanter, barbatelle, strutture, buchette, vitigni, barrique, terroir, bacche, sentori, note, persistenze, legni.
Lo si lardella di crinali, manieri, poderi, palagi, barbacani, castelli, tenute, conventi, torri, rocche, cantine e ripostigli vari.
Si rifinisce con lauree, diplomi, attestati, associazioni.
Si completa di cappe, gualdrappe, cravatte, agenzie, iniziative, consorzi.
Così un po' di succo di frutta fermentato costa una cifra che per moltissime persone equivale ad almeno due giorni di lavoro.
Quello ammantato di una coltre di sciocchezze particolarmente fitta -che ci giurano ottenuto e conservato in condizioni che parecchi esseri umani invidierebbero- costa l'equivalente di anni, di lavoro.
Poi qualcuno schiocca le dita ai funzionari di dogana.
E tutto il baraccone trema.

venerdì 21 marzo 2025

Alastair Crooke - Il Regno di Giudea contro lo stato sionista




Traduzione da Strategic Culture, 17 marzo 2025.

Lo stato sionista è profondamente diviso. La spaccatura è aspra e dolorosa perché entrambe le parti credono di trovarsi a combattere per l'esistenza stessa dello stato sionista. Il linguaggio corrente è diventato talmente velenoso (in particolare nei canali riservati in ebraico) che vi sono tutt'altro che rare le invocazioni al colpo di stato e alla guerra civile.
Lo stato sionista si sta avvicinando al baratro e le divergenze apparentemente inconciliabili potrebbero presto sfociare in scontro aperto: come scrive Uri Misgav questa settimana, una sua "primavera" è alle porte.
Il fatto è che lo stile del Presidente Trump -utilitaristico e decisamente orientato alla trattativa commerciale- può risultare efficace nell'emisfero occidentale laico; con lo stato sionista (o con l'Iran) Trump invece potrebbe fare poca o nessuna presa in un ambiente caratterizzato da una weltanschauung alternativa e che si basa su un concetto sostanzialmente diverso della moralità, della filosofia e della epistemologia rispetto al classico paradigma della deterrenza occidentale e della mera materialità del suo bastone e della sua carota.
Anzi, il solo tentativo di imporsi incutendo timore e minacciando di scatenare l'inferno se i suoi ordini non vengono rispettati potrebbe portare all'opposto del risultato cercato, ovvero a scatenare nuovi conflitti e nuove guerre.
Nello stato sionista esiste una composito fronte di arrabbiati -guidato per adesso da Netanyahu- che ha messo le mani sul potere dopo una lunga marcia attraverso le istituzioni, e che adesso si sta dedicando allo smantellamento dello "Stato profondo" all'interno della macchina statale. Di pari passo si è sviluppata una furibonda reazione a quella che viene percepita come una totale presa della scena.
Ad esacerbare questa frattura nella società concorrono due sue caratteristiche: quella di essere etnico-culturale e quella di essere ideologica. In terzo luogo, la frattura è anche escatologica e questo è il suo aspetto più esplosivo.
Nelle ultime elezioni nazionali nello stato sionista la "classe subalterna" ha finalmente infranto il tetto di cristallo, ha vinto le consultazioni ed è arrivata al potere. I mizrahi -gli ebrei provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa- erano stati per lungo tempo trattati come la classe più povera e meno importante della società.
Gli ashkenaziti -ebrei europei, in gran parte liberali e laici- costituiscono la gran parte dei professionisti che vivono nei centri urbani e fino a poco tempo fa costituivano anche il grosso della classe dirigente. Una élite che alle ultime elezioni è stata spodestata dalla coalizione dei nazionalisti religiosi e del movimento dei coloni.
L'inizio dell'attuale fase di quella che è stata una lunga lotta per il potere può forse essere collocato nel 2015. Come ha scritto Gadi Taub,
Fu allora che i giudici della Corte Suprema dello stato sionista tolsero l'essenza della sovranità -cioè il potere di decisione finale su quanto attiene il diritto e la politica- agli organi elettivi del governo e lo avocaronoo a se stessi. Il potere è ufficialmente in mano a un organo governativo non soggetto ad elezioni, che non è soggetto né a controlli né a contrappesi ad opera di nessun altro.
Nell'ottica della destra questa prerogativa di revisione giudiziaria che essa si è autoattribuita ha messo in mano alla Corte Suprema, scrive Taub, il potere di
stabilire le regole del gioco in politica, e non solo i suoi esiti concreti. Il potere esecutivo è quindi diventato l'enorme braccio investigativo della stampa. Come nel caso della bufala del Russiagate, in cui la polizia e il procuratore di Stato, più che raccogliere prove per un processo penale, si erano messi a produrre spazzatura politica da servire poi alla stampa.
Lo Stato profondo, nello stato sionista, è la bestia nera che sta consumando Netanyahu e il suo governo: in un discorso alla Knesset questo mese, per esempio, Netanyahu ha attaccato i media accusando le agenzie di stampa di "collaborare senza riserve con lo Stato profondo" e di creare "scandali". "La collaborazione tra la burocrazia dello Stato profondo e i media non ha funzionato negli Stati Uniti e non funzionerà nemmeno qui", ha detto.
Va specificato che al momento delle ultime elezioni politiche la Corte Suprema era formata da quindici giudici, tutti ashkenaziti tranne uno mizrahi.
Tuttavia sarebbe sbagliato vedere gli scontri fra i due schieramenti rivali come una oscura disputa sull'usurpazione del potere esecutivo e sulla fine della separazione tra i poteri dello Stato.
Il motivo sostanziale della contesa è invece una radicale disputa ideologica sul futuro e sul carattere dello stato sionista. Dovrà essere uno Stato messianico fondato sulla Halacha', in ossequio alla Rivelazione? O sarà invece uno Stato democratico, liberale e sostanzialmente laico? Ecco su cosa lo stato sionista sta andando in pezzi.
Dal punto di vista culturale i Mizrahim (intesi nell'accezione più ampia) e la destra considerano la sfera liberale dalle radici europee come se fosse a malapena ebraica sul serio. Da qui la loro intransigenza: la Terra di Israele deve essere intrisa per intero di ebraismo.
Sono stati gli eventi del 7 ottobre a cristallizzare in modo assoluto questa contesa, il cui carattere ideologico rappresenta il secondo fattore rilevante che rispecchia in gran parte la spaccatura generale.
La concezione classica della sicurezza, nello stato sionista, risaliva ai tempi di Ben Gurion e doveva fornire una risposta a un dilemma sempiterno: lo stato sionista non poteva imporre la fine del conflitto ai suoi nemici, e allo stesso tempo non poteva mantenere a lungo termine un grande esercito.
In quest'ottica pertanto lo stato sionista doveva fare affidamento su un esercito di riservisti, cui sarebbe servito un adeguato preallarme prima di una qualsiasi guerra. Diventava quindi essenziale che i servizi fossero in grado di comunicare l'allerta in caso di imminenti ostilità.
È stato questo prerequisito fondamentale a mancare clamorosamente il 7 ottobre.
Lo shock e la sensazione di disastro derivanti dal 7 ottobre hanno portato molti a pensare che l'attacco di Hamas avesse infranto in modo irrimediabile la concezione di sicurezza nello stato sionista: la politica di deterrenza aveva fallito, prova era il fatto che Hamas aveva attaccato comunque.
E qui ci avviciniamo al punto fondamentale della contesa in atto nello stato sionista: a finire distrutto il 7 ottobre non è stato solo il vecchio paradigma di sicurezza del Partito Laburista e delle vecchie élite dell'apparato di sicurezza. Tutto è crollato, certamente: ma dalle rovine è nata una visione del mondo di tutt'altro genere che esprimeva una filosofia e un'epistemologia radicalmente diverse rispetto al classico paradigma della deterrenza:
"Sono nato nello stato sionista, sono cresciuto nello stato sionista... ho prestato servizio nell'IDF", dice Alon Mizrahi; "Sono stato esposto a queste cose. Sono stato indottrinato in questo modo e per molti anni della mia vita ho creduto a tutto questo. Questo rappresenta un grave problema ebraico: non è solo [questione di un certo modo di intendere il] sionismo... Come puoi insegnare ai tuoi figli -e questo ha una validità quasi universale- che tutti quelli che non sono ebrei vogliono ucciderti. Quando condividi questa paranoia, ti autoassegni il benestare per fare qualsiasi cosa a chiunque... Non è un buon modo per fondare una società. Ed è davvero pericoloso".
Si veda qui sul Times un resoconto di un dibattito in una scuola superiore (avvenuto dopo il 7 ottobre) sulla liceità morale di spazzare via gli Amaleciti; uno studente chiede: "Come facciamo a condannare Hamas per aver ucciso uomini, donne e bambini innocenti se ci è stato ordinato di spazzare via gli Amaleciti?"
"Come possiamo vivere in una situazione normale un domani", si chiede Alon Mizrahi, "se questo è ciò che siamo oggi"?
La destra religiosa nazionalista sta suonando la carica perché cambi radicalmente la dottrina di sicurezza. Non crede più nel classico paradigma di deterrenza di Ben Gurion, in particolare dopo il 7 ottobre. La destra non crede che sia possibile arrivare a un accordo con i palestinesi e non vuole assolutamente uno stato binazionale. Secondo la concezione di Bezalel Smotrich, la dottrina di sicurezza dello stato sionista deve d'ora in poi contemplare una guerra incessante contro i palestinesi, fino a quando non saranno stati cacciati o eliminati.
Il vecchio establishment liberale è indignato. Come ha dichiarato la scorsa settimana uno dei suoi appartenenti, l'ex generale di brigata ed ex capo dell'ufficio di Netanyahu David Agmon,
"Bezalel Smotrich, io ti accuso della distruzione del sionismo religioso! Stai mettendo in piedi uno Stato retto dalla Halacha e dal sionismo Haredi, non dal sionismo religioso... Per non parlare del fatto che ti sei unito al terrorista Ben Gvir, che strumentalizza quei ragazzi delle colline che infrangono la legge e li fa continuare a infrangere la leggede, che va contro il governo, il sistema giudiziario e la polizia che è sotto la sua responsabilità. Netanyahu non è la soluzione. Netanyahu è il problema, è la testa del serpente. La protesta dovrebbe andare contro Netanyahu e contro la sua coalizione. La protesta dovrebbe pretendere la caduta di un governo malvagio".
Netanyahu è in un certo senso laico, ma per altri versi ha fatto sua la missione biblica del Grande Israele che ha annientato tutti i suoi nemici. Se vogliamo, possiamo considerarlo un neo jabotinskiano; suo padre era il segretario privato di Jabotinsky. Si trova in pratica in un rapporto di reciproca dipendenza con figure come Ben Gvir e Smotrich.
"Cosa vuole questa gente?", si chiede Max Blumenthal; "Qual è il suo obiettivo ultimo?" "L'apocalisse", avverte Blumenthal, il cui libro Goliath ripercorre l'ascesa della destra escatologica nello stato sionista.
"Essi hanno un'escatologia basata sull'ideologia del Terzo Tempio: la Moschea di Al-Aqsa sarà distrutta e sostituita da un Terzo Tempio, si praticheranno i rituali ebraici tradizionali".
E per realizzare tutto questo, una "Grande Guerra" è quello che gli serve.
Smotrich si è sempre espresso con chiarezza su questo punto. Il piano per cacciare definitivamente tutti gli arabi dalla "Terra di Israele" richiederà qualcosa di fuori dall'ordinario, una "grande guerra", ha detto.
La questione più rilevante è: Trump e i suoi ne capiscono qualcosa? Perché tutto questo ha profonde implicazioni sul sistema cui Trump ricorre per arrivare ad accordi secondo la prassi tipica delle transazioni commerciali. "Bastone e carota" e razionalità laica non serviranno a gran che con chi ha una epistemologia piuttosto diversa, prende la Rivelazione come verità in senso letterale ed è convinto che essa imponga completa obbedienza.
Trump dice di voler porre fine ai conflitti in Medio Oriente e di arrivare a una "pace" regionale.
Il suo approccio laico e da trattativa commerciale alla politica, tuttavia, è del tutto inadatto a risolvere un conflitto che ha basi escatologiche. Il suo approccio da bravaccio in cui minaccia lo scatenarsi dell'inferno se non otterrà ciò che vuole non funzionerà, quando una delle due parti l'Armageddon lo vuole davvero.
Al suo "si scatenerà l'inferno" Trump potrebbe ricevere una risposta del tipo "Benissimo, si scateni pure".

venerdì 14 marzo 2025

Alastair Crooke - L'Europa e il cambiamento: il Make AmeriKKKa Great Again, Trump e la rifondazione di un mondo

 


Traduzione da Strategic Culture, 11 marzo 2025.

Il presidente Trump vuole chiudere la questione ucraina, punto e basta. Così potrà andare avanti rapidamente, normalizzare i rapporti con la Russia e avviare il suo piano di ridefinizione complessiva di un nuovo ordine mondiale, un quadro d'insieme che metterà fine alle guerre e faciliterà le relazioni commerciali.
L'Europa finge di non afferrare quella che è l'essenza della questione: la fine del conflitto in Ucraina è semplicemente il punto di partenza di tutta la logica e di tutto l'impianto su cui Trump si è basato e che è rappresentato da una completa ridefinizione del panorama geopolitico. L'Ucraina, in parole povere, altro non è che un ostacolo al perseguimento dell'obiettivo che Trump considera essenziale, che è il riassetto globale.
Starmer, Macron e gli ambienti orientali delle élite europee sono ciechi di fronte alle implicazioni di un orientamento mondiale che si sta ridefinendo attorno alla politica e all'etica tradizionaliste statunitensi. Non si rendono conto nemmeno di quanto sia rabbioso il mondo di Trump che si cela dietro questa rivoluzione nascente e di quanto questa rabbia sia a malapena tenuta a freno. "La destra del Make AmeriKKKa Great Again non ha nessuna delle inibizioni dei suoi predecessori. Sta progettando di sfruttare il potere che le deriva da aver rimesso le mani sullo Stato per annientare i suoi nemici", scrive Allister Heath.
La classe dirigente europea è in difficoltà e sempre più isolata, in un mondo che si sta spostando a destra a una velocità vertiginosa. "Gli Stati Uniti sono ora il nemico dell'Occidente", afferma il Financial Times. I leader europei non lo capiranno mai.
La realtà è che gli Stati Uniti sono ora impegnati a mettere in ginocchio la politica estera europea. E stanno per iniziare a esportare i tradizionali valori repubblicani statunitensi con l'intenzione di smantellare il sistema di credenze woke europeo. Le classi dirigenti europee sono lontane dalla base e non sono riuscite a rendersi conto di come i loro interessi siano minacciati (uno scenario delineato qui).
L'amministrazione Trump sta cercando di ricostruire una Repubblica in difficoltà, e gli statunitensi di quest'epoca nuova non si curano dell'ossessione europea per le antiche faide e per le guerre che ne derivano.
Secondo quanto riferito, Trump guarda con totale disprezzo alle millanterie britanniche ed europee per cui quello che non lo faranno gli Stati Uniti, lo farà l'Europa. Dopo tre anni di batoste in Ucraina la classe dirigente di Bruxelles sostiene di essere ancora in grado di infliggere una sconfitta umiliante al presidente Putin.
A un livello più recondito tuttavia l'amministrazione Trump, impegnata nel compito di abbattere quello stato profondo che considera un nemico assoluto, si rende conto (giustamente) che l'apparato bellico britannico resta unito alla sua controparte statunitense, come parte della sua meta-struttura globale. E la componente essenziale più antica e profonda di esso è sempre stata la distruzione della Russia e il suo smembramento. Di conseguenza, quando in un discorso alla Nazione tenuto il 5 marzo Macron ha respinto l'idea di un cessate il fuoco in Ucraina e ha dichiarato che "la pace in Europa è possibile solo con una Russia più debole" definendo la Russia una minaccia diretta per la Francia e per l'intero continente, molti nel mondo di Trump hanno interpretato questa dichiarazione provocatoria ("la sconfitta della Russia da parte dell'Ucraina è preferibile alla 'pace'") come nulla più che il prodotto di un Macron e di uno Starmer che fanno da ventriloqui per gli obiettivi dello stato profondo statunitense.
Questa idea è corroborata dall'improvvisa pletora di articoli apparsi sui mass media sotto controllo europeo, secondo cui l'economia russa è molto più debole di quanto sembri e potrebbe crollare durante il prossimo anno. Naturalmente si tratta di una sciocchezza che però dovrebbe servire a convincere l'opinione pubblica europea che continuare la guerra in Ucraina sarebbe una buona idea.
L'assurdità della posizione europea è stata forse espressa al meglio e nella sua più assoluta arroganza -come nota Wolfgang Münchau- lo scorso anno dalla storica e scrittrice Anne Applebaum quando ha vinto un prestigioso premio tedesco per la pace. Durante il suo discorso alla premiazione, la Applebaum ha sostenuto che la vittoria era più importante della pace, affermando che l'obiettivo finale dell'Occidente dovrebbe essere la sovversione politica della Russia: "Dobbiamo aiutare gli ucraini a raggiungere la vittoria, e non solo per il bene dell'Ucraina", ha detto.
Zelensky e i suoi sostenitori europei vogliono "negoziare", ma più dopo che prima. Forse tra un anno, come un ministro degli Esteri europeo avrebbe detto in privato a Marco Rubio.
"Questo", scrive Münchau, "è il motivo della lite in pubblico avvenuta nello Studio Ovale [la scorsa settimana]. La pace cui si arriva con una vittoria netta -essenzialmente il modello della Seconda Guerra Mondiale- è la prospettiva con cui praticamente tutti i leader europei e la maggior parte dei commentatori vedono il conflitto Russia-Ucraina".
Gli USA vedono le cose in modo diverso: ritengono che quasi certamente che il deep state europeo stia mettendo i bastoni tra le ruote alla normalizzazione con la Russia voluta da Trump, una normalizzazione a cui esso si oppone visceralmente. O, per lo meno, pensano che gli europei stiano inseguendo un "miraggio che non esiste più, intestardendosi a tassare e a spendere intanto che l'immigrazione di massa raddoppia e i prezzi dell'energia si impennano, ignari delle luci rosse lampeggianti nei [mercati finanziari] intanto che i rendimenti del debito pubblico salgono ai massimi livelli dal 1998", come sottolinea Allister Heath.
In altre parole si suggerisce che Friedrich Merz, Macron e Starmer stiano parlando di come trasformare i loro paesi in pretoriani armati fino ai denti grazie a un massiccio aumento del debito. Eppure, a un certo livello della loro consapevolezza, devono rendersi conto che la cosa non è fattibile e quindi si accontentano di presentarsi come "leader mondiali sulla scena internazionale".
Le élite europee sono dei leader -se così le si può chiamare- profondamente instabili, e stanno mettendo a rischio la prosperità e la stabilità del continente. È chiaro che questi paesi non hanno le capacità militari necessarie per intervenire in un qualche modo coordinato. Più di ogni altra cosa, l'incombente realtà è data dal fatto che l'economia europea sta andando in malora.
Zelensky è complice di questo insistere degli europei sul fatto che la sconfitta della Russia sia più importante della pace in Ucraina, nonostante la mancanza di qualsiasi logica strategica su come vi si possa arrivare dopo che per tre anni la situazione militare non ha fatto che peggiorare. Entrambi i piani –schiacciare l'economia russa con le sanzioni e logorare l'esercito russo fino al collasso– sono falliti. Perché allora Zelensky resiste alle proposte di pace di Trump? In apparenza è una cosa insensata.
Per trovare una spiegazione occorre probabilmente risalire ai tempi successivi a Maidan, quando la metastruttura di sicurezza occidentale (principalmente britannici e statunitensi) ha imposto il radicamento dei banderisti intransigenti -che allora erano una piccola minoranza- nella polizia, nei servizi segreti e nella sicurezza ucraini. Ancora oggi il controllo effettivo è nelle loro mani. Anche se questo gruppo dovesse ammettere che non può vincere la guerra, ha ben chiaro cosa gli succede se la perde: la Russia con loro non tratterà. Li considera estremisti -se non criminali di guerra- che non sono in alcun modo "in grado di raggiungere un accordo" e che devono essere sostituiti da una leadership effettivamente capace di compromessi. La Russia probabilmente li incarcererebbe e li processerebbe. Zelensky deve essere spaventato dal trattamento che i banderisti potrebbero riservargli nonostante la sua squadra di guardie del corpo britanniche.
Ebbene, Trump non si sta divertendo a vedere gli europei che fanno questi giochetti e ha deciso di dare una lezione sia a loro che a Zelensky. Chissà che non sia riuscito a rimettere Zelensky in riga; forse anche no. Secondo Politico, l'amministrazione Trump ha avviato colloqui diretti con l'opposizione ucraina per indire elezioni anticipate e spodestare Zelensky, che secondo voci dall'éntourage di Tump sta per perdere la carica.
Zelensky potrebbe essere finito, ma è interessante notare che di Zaluzhniy non si è nemmeno parlato. Gli inglesi lo stanno preparando come sostituto, ma sembra che anche gli statunitensi arriveranno a questa risoluzione indipendentemente dagli inglesi.
Il presidente Trump ha ordinato la sospensione della condivisione di informazioni con l'Ucraina. Tecnicamente, ciò che ha fatto è stato impedire all'Ucraina di utilizzare i sistemi di puntamento controllati dall'intelligence statunitense, dalla CIA, dal National Reconnaissance Office e dalla National Geospatial Intelligence Agency. Ciò che è stato sospeso è lo scambio dei cosiddetti dati letali, comprese le informazioni per il puntamento degli HIMARS. I dati di tipo difensivo di cui l'Ucraina ha bisogno per proteggersi continuano comunque a essere forniti.
"Le conseguenze del blocco della condivisione di informazioni, che sembra essere stata imposta insieme alla sospensione degli aiuti militari annunciata lunedì da Trump, inizialmente sembravano essere piuttosto limitate... Ma mercoledì pomeriggio è diventato chiaro che l'amministrazione Trump, ignorando le aperture di Zelensky della sera precedente, si era spinta molto oltre. Un ufficiale dell'intelligence militare a Kiev ha dichiarato al Telegraph che il blocco equivaleva a 'un blackout più o meno totale'". In parole povere, il precedente blocco delle forniture di munizioni avrà senza dubbio un qualche impatto sulle capacità militari dell'Ucraina nel tempo, anche se potrebbe non essere apprezzabile ancora per alcune settimane. La perdita di informazioni vitali invece avrà un impatto immediato. In parole povere renderà cieca l'Ucraina. Nei posti di comando ucraini il monitoraggio delle battaglie e i feed satellitari online su tablet e schermi TV hanno effettivamente perso la connessione.
Lo schiaffo di Trump ha sfatato la convinzione che l'Ucraina sia in grado di difendersi da sola, ricorrendo al piccolo rincalzo rappresentato dal sostegno europeo. Questa è sempre stata una spavalderia senza senso. La NATO, la CIA e la comunità di intelligence globale hanno avuto il controllo della guerra fin dall'inizio. E questo sostegno, per adesso, è venuto meno. L'Europa vuole quindi farsi carico dell'onere lasciato dagli Stati Uniti? Bloomberg riferisce che i mercati obbligazionari europei sono in crisi. La pretesa europea di sostituire gli Stati Uniti costerà estremamente cara, sarà molto costosa sul piano politico e si risolverà in un fallimento.

mercoledì 19 febbraio 2025

Ilaria Salis e la capra ferrata



C'era una vedova, che aveva un figlio. Un giorno, ha detto a questo figlio: «Stai 'n casa. Voglio andare a i' viajo a lavare i' bucato. Bada, non mi lasciare l'uscio aperto, perché ti potrebbe entrare la capra ferrata in casa, con la bocca di ferro e la lingua di spada.» Questo poero bambino volse andare a trovà' sua madre e lasciò l'uscio aperto. Quando fu a mezza strada, si rammentò, che non aveva chiuso l'uscio; tornò indietro. Va per entrare in casa, c'era la capra ferrata: «Chi va là?» «Son io. Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.» Questo poero bambino si messe sulla porta a piangere. Passò una vecchina: «Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?» «Cos'ho? I' ho lasciato la porta di casa aperta, per andare a trovare mia madre. Mi ci è entrato la capra ferrata. Non so come fare a mandarla via.» «Quanto tu mi dai, te la mando via io?» «Da mia madre vi faccio dare quel, che volete, basta che me la mandate via.» «Mi devi dare tre staja di grano; io te la mando via.» Va a picchiare all'uscio di casa: «Chi è?» «Son io.» «Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.» Quella donna disse a quel bambino lì: «Senti, bambino mio; non m'importa di quelle tre staja di grano; ma io non te la mando via davvero.» Questo poero bambino non faceva altro che piangere. Passò un vecchio: «Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?» «Poerino! sono disgraziato. Ho lasciato l'uscio di casa aperto. Mi c'è entrato la capra ferrata. Non so come fare per mandarla via.» «Se te mi dai quattro forme di formaggio, te la mando via io.» «Se me la mandate via, quando torna mia madre, io ve le faccio dare.» Va a picchiare alla porta e domanda: «Chi va là?» «Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.» E questo poero vecchio va da i' bambino: «Senti, bambino mio, poi fare quel che voi, ma io non te la mando via davvero.» Questo poero bambino non faceva che piangere e passò un uccellino: «Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?» «Poerino, che non ho io? M'è entrata la capra ferrata in casa e non mi riesce di mandarla via. Se torna la mia madre, non pole entrare in casa.» «Quanto tu mi dai, te la mando via io?» «Cosa ti devo da', che non ho nulla? Se me la mandi via, ti farò pagare a mia madre.» «Mi devi dare tre staja di panico e io te la mando via.» Dice: «Sì. Io te lo do.» L'uccellino va: «Chi va là?» «Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.» «E io, cor i' mio becchino, ti beccherò i' cervellino.» E la capra ferrata s'è impaurita e è sortita di casa. E i' bambino ha dovuto pagare tre staja di panico all'uccellino.

Stretta la foglia e largo il bocciolo,
Della pelle di mi' nonno io ne farò un lenzuolo!

La Novellaja Fiorentina di Vittorio Imbriani riportava nel 1871 questa versione de la capra ferrata, una favola di ampia diffusione e dalle molte varianti.
Quando parla di stabili occupati e di movimenti di lotta per la casa, la "libera informazione" ritrae il fenomeno negli stessi termini: la capra ferrata inganna un debole -in questa versione un bambino, in altre una vecchietta- e lo caccia da casa sua con le minacce e con la prepotenza per sistemarcisi lei. Pare che esista addirittura una trasmissione televisiva praticamente monografica, che si avvarrebbe di delatori in servizio permanente verosimilmente sguinzagliati in quel milieu di disperazione e di marginalità che fa la fortuna di molti Michael Lupino.
Nel 2024, la capra ferrata ha preso viso e aspetto umani e definiti; l'incarnazione maligna è diventata l'insegnante precaria e attivista politica Ilaria Salis. In occasione della sua lunga e probabilmente indebita detenzione in Ungheria, terminata solo grazie alla sua elezione al parlamento europeo, una tra le gazzette "occidentaliste" più purulente se ne è occupata con assiduità addossandole una nutrita serie di nequizie. Già questo sarebbe stato sufficiente per interessarsi con intenti costruttivi alla sua vicenda; quando alla fine di gennaio del 2025 gli stessi settori del gazzettificio hanno iniziato ad inveire contro un libro autobiografico curato dalla stessa Salis, abbiamo proceduto immediatamente ad occuparcene in modo esauriente, come nostra abitudine da molti anni in una quantità di casi dello stesso genere.

sabato 15 febbraio 2025

Il tramonto dell'Occidente

 

Un sabato mattina di febbraio, il funerale di una donna molto benvoluta la cui famiglia ha affrontato cinque lutti dei più gravi in meno di due anni.
Alla funzione hanno presenziato alcune centinaia di persone. Gli organizzatori, previdenti, la avevano allestita in una sala cinema di un circolo cattolico.
Prima dell'Agnus Dei erano già squillati, insistenti e a lungo, almeno cinque cellulari.
Al raccoglimento della mesta assemblea contribuivano anche alcune fedeli manifestamente insofferenti per la durata dell'omelia, circa sette minuti.
Dopo l'eucaristia i quattro celebranti hanno lasciato il microfono ad alcuni amici e parenti perché aggiungessero qualche ricordo.
"Ci hai dato un tutorial per affrontare la vita. Noi saremo i tuoi follower e aspetteremo i tuoi like".
Si attende la formula di congedo conservando a fatica la necessaria compostezza.
Spengler, non sei nessuno.

sabato 8 febbraio 2025

Firenze. Il Giorno del Piagnisteo dei consiglieri comunali Gandolfo, Sirello, Draghi e Chelli



"Al CPA Firenze Sud va in scena il solito triste teatrino negazionista", comunicatostampano dal consiglio comunale di Firenze Giovanni Gandolfo, Angela Sirello, Alessandro Draghi e Matteo Chelli.
Che non amano le bandiere a bande orizzontali blu, bianca e rossa di uguali dimensioni con al centro una stella rossa bordata d'oro.
In allegato al comunicato stampa hanno messo una foto scattata a distanza di sicurezza; qui ce n'è una appena un po' meglio.
Dal momento che il triste teatrino negazionista (come lo chiamano loro) è sempre il solito, può essere la solita anche la considerazione di chi scrive.
Che condivide, partecipa e contribuisce in modo fattivo all'esposizione di quella bandiera, in questo 2025 preparata anche con lodevole anticipo.
Esporre la bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia in occasione del Giorno del Piagnisteo ha almeno quattro significati, ordinati dal più contingente al più generale.
1. Evidenziare la propria contrarietà alla propaganda governativa e all'agenda mediatica conseguente.
2. Sottolineare un completo disaccordo con la politica dell'esecutivo in carica, a prescindere dal suo orientamento, mettendone apertamente in discussione la legittimità.
3. Deridere i sostenitori dello stesso esecutivo, con particolare riferimento a chi occupa posizioni in organi elettivi di qualsiasi livello.
4. Riaffermare una sostanziale estraneità verso lo stato che occupa la penisola italiana e verso i suoi simboli.
Ne zaboravimo dragu Jugoslaviju, ni zalaganje za mir maršala Tita!