23 gennaio 2026

Noah Carl - La maggioranza degli iraniani è davvero contraria alla Repubblica Islamica?

 

Traduzione da AntiWar.com, 16 gennaio 2026.

A sentire i politici statunitensi che parlano di Iran si ha l'impressione che gli iraniani siano a stragrande maggioranza contrari all'attuale forma di governo. Mike Waltz afferma: "Il popolo iraniano vuole la libertà". Ted Cruz sostiene che "Il popolo iraniano vuole stare dalla parte degli USA" e "vuole stare dalla parte della libertà". Newt Gingrich, che "La stragrande maggioranza degli iraniani vuole la libertà e rifiuterebbe il regime in una consultazione elettorale equa".
È davvero così?
Un argomento a favore è rappresentato dalle ondate di proteste che hanno sconvolto il Paese, compresa l'ultima in cui potrebbero essere morte più di duemila persone. Compiere inferenze sull'orientamento dell'opinione pubblica a partire dalle proteste è una pratica comune, ma è irta di difficoltà.
Ogni volta che c'è un grande movimento di protesta in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, i suoi sostenitori sono sicuri che le proteste dimostrano che "il popolo" vuole ciò che loro vogliono. Ma spesso non è così. Ad esempio, la più grande manifestazione di un solo giorno mai registrata negli Stati Uniti è stata la manifestazione "No Kings" del 18 ottobre, in cui diversi milioni di statunitensi sono scesi in strada. Questo dimostra che gli statunitensi sono a stragrande maggioranza contrari a Trump? No. Dimostra semplicemente che nei suoi confronti esiste una forte avversione da parte di alcuni liberali e di alcuni democratici.
Allo stesso modo, durante la pandemia ci sono state numerose proteste contro il lockdown in Gran Bretagna, nonostante il lockdown fosse estremamente popolare tra la popolazione. In questo caso, le proteste erano di un segno opposto rispetto alla preferenza della maggioranza. Quindi, mentre le proteste in Iran riflettono ovviamente l'esistenza di una certa opposizione, non dimostrano che tale opposizione sia schiacciante.
Un'altra fonte addotta a prova del fatto che gli iraniani si oppongono in modo schiacciante alla Repubblica Islcamica è il sondaggio condotto da un Group for Analyzing and Measuring Attitudes in Iran (GAMAAN). Il Tony Blair Institute cita un sondaggio GAMAAN del 2022 in cui la grande maggioranza degli intervistati si è definita "favorevole a un cambio di regime".
Il problema è che la metodologia del GAMAAN è molto discutibile ed è stata criticata da altri studiosi dell'Iran e dall'autorevole istituto di rilevazioni Pew Research. Anziché utilizzare il tradizionale campionamento probabilistico, GAMAAN distribuisce i suoi sondaggi tramite i social media e Psiphon VPN, un software progettato per aggirare la censura su internet. Di conseguenza, è improbabile che i suoi campioni siano rappresentativi della popolazione iraniana e che vi sia un forte sovracampionamento dei dissidenti.
A titolo illustrativo, il GAMAAN ha rilevato in un sondaggio del 2020 che addirittura un terzo degli iraniani era "ateo", "umanista" o "senza religione". Tuttavia, quando l'Iran ha partecipato al World Values Survey di quell'anno, solo il 4% degli intervistati ha affermato che la religione non era "affatto importante" nella propria vita. Secondo i dati ufficiali, il 99% degli iraniani è musulmano.
I dati raccolti da altri istituti di ricerca inoltre dipingono un quadro molto più sfumato dell'opinione pubblica in Iran.
Nell'edizione 2020 del World Values Survey, circa la metà degli iraniani ha dichiarato di avere "molta" o "moltissima" fiducia nel proprio governo nazionale, una percentuale che in concreto è superiore a quella registrata in alcuni paesi occidentali. Gallup ha rilevato un dato quasi identico nel 2022. La stessa Gallup in un sondaggio del 2024 ha rilevato che gli iraniani esprimevano maggiore approvazione per i leader cinesi e russi che per quelli statunitensi.
Allo stesso modo il Center for International and Security Studies at Maryland (CISSM) ha chiesto agli iraniani nel 2024 se "la Repubblica Islamica dovrebbe essere sostituita con un'altra forma di governo" e ha scoperto che l'80% non era d'accordo.
Hanno posto una domanda correlata, ovvero se il sistema di governo iraniano cambierà, ponendo la domanda secondo quanto prescritto dalla tecnica del list experiment, che si usa per rilevare le vere convinzioni delle persone in contesti in cui potrebbero essere inclini a nasconderle, proprio come in un paese del tipo dell'Iran. Tuttavia, la percentuale di coloro che hanno indicato che il sistema di governo sarebbe cambiato è risultata superiore solo di poco, il che suggerisce che le convinzioni rilevate non soffrano di un alto livello di falsificazione.
Il CISSM ha chiesto anche agli interpellati: "se poteste cambiare una cosa dell'Iran, quale sarebbe?". La risposta di gran lunga più comune è stata "una maggiore prosperità economica", mentre solo il 9% degli intervistati ha risposto "più democrazia e libertà". In effetti l'insoddisfazione per le condizioni economiche del Paese sembra essere molto diffusa.
Sono tutti risultati da interpretare con cautela. Anche con i list experiment non è possibile aggirare il problema dei dissidenti, che sono meno inclini a partecipare ai sondaggi. Tuttavia il CISSM ha effettuato un accurato controllo di qualità. La loro stima sugli spettatori della BBC Persian corrisponde quasi esattamente alle cifre pubblicate dalla stessa BBC Persian stessa, il cui istituto di rilevazioni IranPoll è stato in grado di prevedere il risultato delle elezioni iraniane del 2017 con uno scarto di soli due punti percentuali.
Le prove che in Iran esista una schiacciante maggioranza contraria alla Repubblica Islamica sono deboli. E le affermazioni di Waltz, Cruz e Gingrich sono probabilmente errate.
 

Noah Carl è redattore della rivista Aporia Magazine. Su Twitter è @NoahCarl90.

21 gennaio 2026

Alastair Crooke - Le esternazioni di Trump sull'Iran e una loro interpretazione

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 gennaio 2026.

Per comprendere quale sia il contesto di ciò che sta succedendo in Iran dobbiamo ricordare una citazione qui presentata lo scorso luglio. Il commentatore statunitense e biografo di Trump Michael Wolff, riguardo a cosa pensasse Trump sugli agli imminenti attacchi agli impianti di arricchimento iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan, aveva detto:
Ho fatto molte telefonate, quindi credo di avere un'idea del percorso che ha portato Trump al punto in cui siamo [quello degli attacchi all'Iran]. Le telefonate sono uno dei principali metodi con cui cerco di capire cosa sta pensando (uso il termine "pensare" in senso lato). Parlo con persone con cui Trump ha parlato al telefono. Voglio dire, l'organizzazione cognitiva di Trump è completamente esterna, e si manifesta in una serie continua di telefonate. Ed è piuttosto facile da seguire, perché Trump dice la stessa cosa a tutti. Quindi è un continuo ripetersi... In sostanza, quando lo stato sionista ha attaccato l'Iran, lui si è eccitato molto e le sue telefonate erano tutte ripetizioni di un unico refrain: "Vinceranno? È una mossa vincente? È finita? Sono così bravi! È davvero uno spettacolo".
I disordini organizzati dall'esterno delle ultime settimane in Iran sono quasi completamente scomparsi dopo che l'Iran ha bloccato le chiamate internazionali, interrotto le connessioni Internet internazionali e, cosa più significativa, interrotto le connessioni satellitari Starlink. Nessuna agitazione, rivolta o protesta è stata registrata in nessuna città iraniana negli ultimi tre giorni. Non ci sono nuove segnalazioni; anzi, ci sono state massicce manifestazioni di sostegno alla Repubblica Islamica. I video che continuano a circolare sono per lo più vecchi e, secondo quanto riferito, diffusi da due fonti principali che si trovano fuori dall'Iran.
L'impatto dell'interruzione dei contatti tra i manifestanti e i loro controllori esterni è stato immediato e sottolinea che le rivolte non sono mai state spontanee, ma pianificate con largo anticipo. La repressione della violenza estrema praticata dall'intervento di rivoltosi ben addestrati, insieme all'arresto dei capi, ha tagliato fuori il pilastro principale di questa iterazione della strategia statunitense e sionista per il rovesciamento dei governi invisi.
La strategia della CIA e del Mossad aveva al centro una serie di attacchi imprevedibili, ideati per scioccare e disorientare l'Iran.
Per l'ondata di attacchi condotta da infiltrati statunitensi e sionisti il 13 giugno 2025 l'effetto sorpresa aveva funzionato. L'effetto shock si basava su una rete di agenti segreti infiltrati dal Mossad in Iran nel corso di un lungo periodo di tempo. Queste piccole squadre segrete sono state in grado di infliggere danni considerevoli alle difese aeree a corto raggio iraniane, utilizzando piccoli droni introdotti clandestinamente e armi anticarro Spike.
Questa ondata di sabotaggi all'interno del Paese sarebbe dovuta servire allo stato sionista da trampolino di lancio per una sfida diretta all'intero ombrello della difesa aerea iraniana. Per il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica gli attacchi sembravano arrivare dal nulla: hanno creato shock e costretto le loro difese aeree a passare a una posizione difensiva fino a quando non sono stati in grado di comprendere e identificare l'origine dell'attacco. A quel punto i sistemi radar mobili hanno ricevuto ordine di ritirarsi nella ramificatissima rete di tunnel esistente in Iran per motivi di sicurezza.
L'attivazione del terzo sistema di difesa aerea esteso su tutto il territorio non sarebbe potuta avvenire in sicurezza fino a quando non fosse stata eliminata la minaccia diretta ai sistemi mobili.
Questa iniziale ondata di sabotaggi ha permesso allo stato sionista di ingaggiare il sistema di difesa aerea integrato iraniano che, rimasto in assetto difensivo, operava a capacità ridotta. A quel punto lo stato sionista è entrato in conflitto utilizzando missili aerobalistici lanciati dall'aria da posizioni al di fuori dello spazio aereo iraniano.
Come primissima contromisura la connessione Internet della rete di telefonia mobile iraniana venne disattivata per interrompere il collegamento con gli operatori in incognito che fornivano dati di puntamento alle postazioni di lancio dei droni locali.
L'attacco del 13 giugno, che aveva lo scopo di far crollare quello che veniva definito il "castello di carte" dello Stato iraniano, fallì. Portò successivamente alla "guerra dei dodici giorni", anch'essa fallita. Lo stato sionista fu costretto a chiedere a Trump di negoziare un cessate il fuoco dopo quattro giorni di ripetuti attacchi missilistici iraniani.
La fase successiva del progetto statunitense e sionista per un "cambio di regime" prevedeva un piano completamente differente e basato sulla vecchia prassi di ammassare e incitare le folle e scatenare violenze estreme. È iniziata il 28 dicembre 2025 e ha coinciso con l'incontro di Netanyahu con Trump a Mar-a-Lago. Una vendita allo scoperto del rial (probabilmente orchestrata da Dubai) ha fatto crollare il valore della valuta del 30-40%.
La svalutazione ha minacciato il bazar, l'attività dei commercianti che, comprensibilmente, hanno inscenato proteste. Da alcuni anni l'economia iraniana non è gestita bene, un fatto che ha alimentato la loro rabbia. Anche i giovani iraniani hanno pensato che questa cattiva gestione economica li avesse spinti fuori dalla classe media e avviati alla povertà relativa. Il crollo del rial ha avuto ripercussioni pesanti. I bazari che protestavano contro l'improvviso stravolgimento dello status quo economico sono stati usati dagli USA e dallo stato sionista per allargare le proteste.
L'effetto sorpresa, in questa fase della prassi con cui si sovvertono i governi invisi, si è avuto grazie all'infiltrazione di professionisti dello scontro in luoghi indicati da chi li controllava da remoto.
Il modus operandi prevedeva che insorti armati si riunissero in alcune zone cittadine molto frequentate -di solito in piccoli centri- che scegliessero un passante a caso e che gli uomini del gruppo lo picchiassero selvaggiamente mentre le donne filmavano e gridavano loro davanti alla folla che si era radunata: "Ammazzatelo! Bruciatelo!".
La folla non capisce, si esalta e diventa violenta. Arriva la polizia. A quel punto vengono sparati dei colpi, generalmente da un punto sopraelevato rispetto alla folla, contro la polizia o contro le forze di sicurezza. Le forze di sicurezza rispondono al fuoco. Non sapendo da dove arrivano gli spari, finiscono per colpire a morte sia i "manifestanti" armati sia qualcuno della folla circostante. A quel punto la rivolta esplode.
Sono tecniche efficaci, da professionisti. Sono state utilizzate in molte altre occasioni in altri Paesi. La soluzione per contrastarle è stata duplice: in primo luogo, grazie alla collaborazione dei servizi segreti turchi, molti dei combattenti curdi armati -addestrati e riforniti dagli Stati Uniti e dallo stato sionista- sono stati uccisi o arrestati mentre attraversavano il confine con le zone a maggioranza curda dell'Iran, proveniendo dalla Siria e da Erbil.
A cambiare le carte in tavola, tuttavia, è stato il taglio delle connessioni Starlink ai circa quarantamila terminali satellitari che erano stati introdotti clandestinamente in Iran, molto probabilmente da parte di ONG occidentali.
I servizi segreti occidentali ritenevano che Starlink fosse impossibile da disturbare, da qui la sua importanza di prim'ordine tra i ferri del mestiere per un regime change.
Far fuori Starlink ha ribaltato la situazione. Le rivolte sono scomparse. E la Repubblica Islamica ha ripreso il sopravvento. Non ci sono state defezioni dall'esercito, dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica o dal Basij. La macchina statale è rimasta intatta, le sue difese sono state rafforzate.
E ora cosa succederà? Cosa può fare Trump? Il suo ipotetico intervento aveva alla base una versione dei fatti per cui "il regime stava massacrando il popolo" in mezzo a "fiumi di sangue". Questo non è successo. Anzi, ci sono state massicce manifestazioni a sostegno della Repubblica.
Insomma, Michael Wolff ha contattato nuovamente le sue fonti alla Casa Bianca: "Così sono tornato dalle persone con cui parlo alla Casa Bianca, per riesaminare la questione".
Wolff riferisce che l'idea di una nuova serie di attacchi contro l'Iran sembrava aver preso piede tra i suoi interlocutori verso fine estate, inizio autunno. Il punto di partenza era che Trump era ancora "entusiasta" di come era andato l'attacco di giugno contro gli impianti di arricchimento dell'uranio iraniani: "Ha funzionato, ha funzionato davvero", ripeteva.
Ma in autunno Trump aveva iniziato a riconoscere che le elezioni di metà mandato sarebbero state una sfida ardua. E aveva cominciato a dire: "Se perdiamo [la Camera], potremmo essere finiti. Finiti. Finiti". Trump continuava -con una certa consapevolezza della situazione, dice Wolff- a enumerare i problemi dei "suoi", ovvero "[la mancanza di] posti di lavoro, la merda di Epstein e quei video dell'ICE che fanno piangere tutti". In queste conversazioni Trump lascia intendere che i repubblicani potrebbero persino perdere il Senato, nel qual caso "tornerò in tribunale, e non sarà piacevole".
Il giorno prima di attaccare gli impianti di arricchimento nel giugno 2025 Trump -in una telefonata ai suoi amici che rivela il suo modo di pensare- ripeteva continuamente: "Se lo facciamo, tutto deve andare perfettamente. Deve essere una vittoria. Deve sembrare perfetto. Nessuno deve morire".
Trump continuava a dire ai suoi interlocutori: "Facciamo una cosa così, si va, bum, e poi via. Il grande giorno. Vogliamo un grande giorno. Vogliamo [aspettate, dice Wolff] una guerra perfetta". E poi all'improvviso dopo l'attacco ha annunciato un cessate il fuoco. Secondo Wolff, "Trump metteva fine alla sua guerra perfetta".
L'estrema violenza usata dai rivoltosi contro la polizia iraniana e le forze di sicurezza (che ha raggiunto il picco il 9 gennaio 2026); l'incendio di banche, autobus e biblioteche, oltre al saccheggio delle moschee, molto probabilmente è stata un'idea dei servizi segreti occidentali per mostrare uno Stato in rovina, in colliquazione; uno Stati che nella sua agonia stava uccidendo il proprio popolo.
Probabilmente, in coordinamento con lo stato sionista, tutto questo è stato presentato a Trump come il perfetto preludio a uno scenario di tipo venezuelano: puntiamo alla decapitazione, "si va, bum, e poi via".
Trump questa settimana ha detto ai suoi consiglieri -per la seconda volta, riferisce Wolff- che vuole "qualcosa di eccezionale; una roba grossa, che faccia notizia. Deve funzionare bene". Nonostante le rivolte siano svanite, insiste ancora perché i suoi gli garantiscano "una vittoria", qualsiasi iniziativa egli decida di intraprendere.
Ma in quale scenario si dovrebbe fare questo "si va, bum e poi via"? Le rivolte sono cessate. Dopo l'attacco del 12 giugno 2025 e il rapimento di Maduro, a Theran sono ben consapevoli di quanto a Washington abbiano il pallino delle decapitazioni.
Cosa può fare Trump? Bombardare sedi istituzionali come il quartier generale dei Guardiani della Rivoluzione Islamica? L'Iran quasi certamente risponderà. Ha minacciato di rispondere colpendo le basi statunitensi in tutta la regione. In una situazione del genere, un attacco autorizzato da Trump potrebbe non somigliare affatto a una "grande vittoria".
Forse Trump resterà soddisfatto di un qualche contentino. "Abbiamo un grosso bastone", continua a dire. "Nessuno sa se lo userò. Stiamo spaventando tutti!".

14 gennaio 2026

Alastair Crooke - Varcato il Rubicone. L'esecutivo Trump, nichilismo nemico di ogni valore

 


Traduzione da Strategic Culture, 12 gennaio 2026.

Insomma, un gesto di pura e semplice aggressione come il rapimento del presidente Maduro nel corso di un fulmineo attacco militare notturno da parte di Trump e dei suoi ha trasformato il 2026 in un momento cruciale. Un momento cruciale non solo per l'America Latina, ma per la politica globale.
Il "metodo Venezuela" è in linea con l'approccio affaristico di Trump, che si basa sulla costruzione di un "sistema di ricompense finanziarie" in cui ai diversi soggetti coinvolti in un conflitto vengono offerti vantaggi finanziari che consentono agli Stati Uniti di raggiungere (apparentemente) i propri obiettivi, mentre la popolazione locale continua a trarre profitto dallo sfruttamento delle risorse -in questo caso da quelle venezuelane- sotto la stretta supervisione degli Stati Uniti.
Così facendo gli Stati Uniti non hanno bisogno di mettere in piedi da zero un nuovo governo né di inviare truppe sul campo: per il Venezuela, il piano prevede che l'attuale governo del neoinsediato presidente Delcy Rodriguez rimanga al controllo del Paese, a condizione che ottemperi ai desideri di Trump. Se la Rodriguez o uno dei suoi ministri non seguiranno le indicazioni prescritte saranno trattati come Maduro o peggio. Secondo quanto riferito gli Stati Uniti hanno già minacciato il Ministro dell'Interno venezuelano Diosdado Cabello che sarà preso di mira da Washington a meno che non collabori con il Presidente Rodriguez per soddisfare le richieste degli Stati Uniti.
In altre parole, il piano si riduce a un'unica premessa fondamentale: l'unica cosa che conta sono i soldi.
In questo contesto, l'approccio degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela assomiglia a quello di un buy out da parte di un fondo speculativo che si comporta da avvoltoio: rimuovere l'amministratore delegato e cooptarne col denaro la squadra di dirigenti già esistente perché gestisca l'azienda secondo nuove direttive. Nel caso del Venezuela, Trump spera probabilmente che la Rodriguez (che ha "parlato" con il segretario Rubio tramite la famiglia reale del Qatar, e che è anche il ministro responsabile dell'industria petrolifera) abbia messo d'accordo tutte le fazioni che compongono la struttura di potere venezuelano affinché accettino la cessione delle risorse sovrane dello Stato a Trump.
Quello che è importante in questo caso è che è venuta meno ogni finzione: gli Stati Uniti sono indebitati a livelli critici intendono appropriarsi -per proprio uso esclusivo- del petrolio venezuelano. L'unico dato rilevante è la sottomissione alle pretese di Trump. Tutte le maschere sono cadute. Il Rubicone è varcato.
"Il Venezuela cederà agli USA da trenta a cinquanta milioni di barili di petrolio di alta qualità, soggetto a sanzioni, venduto a prezzo di mercato con il denaro controllato da me", ha scritto Trump su Truth Social.
La cancellazione del progetto statunitense, la sostituzione della narrativa per cui gli USA erano "una luce per tutte le nazioni" con un duro potere egoistico costituisce un cambiamento rivoluzionario. I miti e le morali che li sostengono conferiscono spessore a qualsiasi nazione. Senza un inquadramento morale, cosa terrà insieme gli Stati Uniti? La celebre asserzione di Ayn Rand per cui l'egoismo razionale sarebbe la massima espressione della natura umana non serve certo a rafforzare l'ordine sociale.
L'Illuminismo occidentale ha voltato le spalle ai propri valori e ha distrutto se stesso con le proprie mani. Le conseguenze si ripercuoteranno in tutto il mondo.
Aurelien scrive:
È stato Nietzsche, divulgatore di verità scomode, a sottolineare come la "morte di Dio" e la conseguente mancanza di un sistema etico condiviso avrebbero portato a un mondo senza significato né scopo, in cui tutti i valori sono privi di fondamento, tutte le azioni sono inutili, tutti i risultati sono moralmente equivalenti e quindi non esiste alcun obiettivo che valga la pena di perseguire...
Nel suo La volontà di potenza, Nietzsche sosteneva che la fine di tutti i valori e di ogni senso avrebbe comportato anche la fine del concetto stesso di Verità, rivelando l'impotenza della Ragione meccanica occidentale. Nel complesso, tutto questo avrebbe costituito "la forza più distruttiva della storia" e avrebbe provocato una "catastrofe". Scrivendo nel 1888, egli predisse che ciò sarebbe accaduto nei due secoli successivi.
Nietzsche sosteneva che attraversare questo Rubicone non era cosa da poco. L'Occidente avrebbe perso l'architettura interna che rende possibile la vita morale, sia al suo interno che come attore sulla scena globale. Uno Stato che perde la sua architettura interna diventa semplicemente un mafioso che minaccia chiunque non accetti le sue prepotenze e non gli dia il denaro su cui ha messo gli occhi.
È troppo presto per dire come andranno a finire le cose in Venezuela, ma ciò che si può intuire è che Caracas sta elaborando una strategia collettiva su come vedersela con degli USA tanto aggressivi nel contesto del crescente nazionalismo popolare che esiste sul piano interno. E non possiamo nemmeno prevedere come andrà a finire l'ambizioso progetto di Trump e dei suoi di svuotare il tessuto regionale sudamericano, con particolare riferimento a Cuba. Allo stesso modo, è troppo presto per giudicare se il piano di Trump per "acquisire" la Groenlandia avrà successo.
Ciò che si può dire, tuttavia, è che l'attuale equilibrio globale è stato stravolto dal passaggio a un paradigma nichilista e nemico di ogni valore.
Il mondo ora è governato dalla forza, dalla violenza e dal potere. "Abbiamo il potere" (proclamano Trump e i suoi), quindi siamo noi a dettare le condizioni. Russia, Cina, Iran e altri capiranno che il tempo delle sottigliezze diplomatiche è finito. È tempo di essere risoluti e assolutamente intransigenti, perché nessuno si prende più la briga di valutare i rischi e di pensiero critico non si parla neanche più. In compenso i rischi pullulano.
La coercizione spinge gli altri a cercare deterrenti più efficaci sotto qualsiasi forma. Essi considereranno con attenzione se varrà la pena impegnarsi con la diplomazia; perché mai fidarsi degli Stati Uniti? È possibile convincere gli Stati Uniti a tornare alla classica politica dei negoziati? Un interrogativo del genere oggi come oggi susciterebbe un forte scetticismo.
Come fare per proteggersi? Ogni leader sta facendo silenziosamente i propri calcoli. Tutti ne stanno facendo più degli europei.
Nel 2022, quando è iniziata l'operazione speciale della Russia in Ucraina, i leader occidentali erano ben consapevoli sia del loro divario democratico che della loro mancanza di autorità morale. L'operazione speciale in Ucraina, tuttavia, sembrava aver fornito loro il destro per appianare le divergenze tra i loro Paesi. Hanno scelto di abbracciare il manicheismo che il presidente Biden aveva adottato verso Putin: si trattava del Bene contro il Male. Molti europei ne sono stati attratti; sembrava colmare un vuoto nella legittimità dell'Unione Europea.
Solo che oggi Trump ha ridotto in briciole questo atteggiarsi a moralisti. Nell'entusiasmo di elevare l'Ucraina a simbolo di un'Europa che sale sulla scena per dare lezioni di morale, l'Unione Europea è arrivata vicino, almeno sul piano retorico, a una catastrofica guerra con la Russia per colpa di una serie di valutazioni errate sulla natura del conflitto militare e sulle sue cause. I vertici dell'Unione Europea hanno scommesso che avrebbero inflitto una sconfitta umiliante a Putin, ma all'attuale impasse non sanno dare altra risposta se non il costruire castelli in aria con proposte suddivise in più punti, che sperano di persuadere Trump a imporre in qualche modo a Mosca.
Trump invece ammonisce l'Europa che la fine della sua civiltà è comunque incombente, e afferma di star pensando all'uso della forza militare contro la Danimarca per annettere la Groenlandia. L'Europa è rimasta nuda, ma si arrogherebbe non si sa bene quale superiorità morale.
Infine, quale sarà l'impatto di questo passaggio al nichilismo a somma zero all'interno degli Stati Uniti? La base del MAGA è già rimasta frammentata dalla sempre più aperta parzialità con cui Trump tratta lo stato sionista, mettendo al primo posto più quello che l'AmeriKKKa. Ora è la volta dei miliardari ebrei che insistono affinché a qualsiasi critica rivolta allo stato sionista sia messa una mordacchia digitale.
Le immagini provenienti da Gaza di donne e bambini morti hanno galvanizzato molti giovani statunitensi sotto i quarant'anni. Gaza si è rivelata l'esempio di una politica di potenza dalla amoralità così estrema da radicalizzare una generazione più giovane che si stava orientando sempre più verso un cristianesimo intransigente.
Ciò è stato particolarmente vero per quella Turning Point USA che è come un collegio elettorale chiave. Gran parte della vittoria del MAGA nel 2024 fu dovuta a questo movimento giovanile con migliaia di sezioni, animato da valori cristiani e da una grande energia. Turning Point USA, almeno potenzialmente, presenta ancora la prospettiva di una formidabile operazione di "Get Out the Vote", "Andate a votare".
Quello che molti repubblicani ignorano tuttavia è che la loro base elettorale è costituita da circa un terzo degli elettori che si recano alle urne. Per vincere, Trump dovrà convincere almeno la metà del "terzo indipendente del Paese" a votare per lui. I sondaggi mostrano che il suo indice di gradimento in questo momento ha perso dieci punti.
Un piccolo gruppo di funzionari del partito repubblicano, insieme a potenti politici di primo piano e a finanziatori miliardari, sta cercando di limitare l'influenza del MAGA sul partito. Proprio come hanno schiacciato il precedente movimento repubblicano Tea Party nato nel 2010, gli apparati vogliono riportare il MAGA sotto il pieno controllo del partito e fargli accettare le istruzioni della leadership su chi potrà candidarsi come leader del GOP alle elezioni di medio termine del 2026 e oltre, fino al 2028.
Nel 2016, l'agenda dei leader e dei finanziatori del partito unico che costituivano la cricca di Sea Island era incentrata sul tutelare gli affari della politica di Washington dalla variabile impazzita rappresentata da Trump. Oggi, questo gruppo allargato mira a frammentare la base del MAGA che è diventata il pilastro del partito repubblicano, in modo da poter continuare a comprarsi come al solito "tutti i cavalli (i candidati) in gara". L'obiettivo è quello di presentare una parvenza di scelta, limitandola però alla possibilità di "scegliere" tra due candidati accettabili per entrambe le ali (democratica e repubblicana) del partitone che comanda.
Il problema è che quando i governanti diventano egocentrici e senza scrupoli, questa amoralità non rimane confinata ai vertici. Si diffonde a cascata nelle strutture dei partiti. E quando qualcuno ostenta moralismo in modo apertamente e trionfalmente farsesco come stanno facendo Trump e i suoi, i giovani cristiani che fanno sul serio sono spinti a ribellarsi. Non stanno più zitti. Capiscono come funziona il gioco che si sta giocando contro di loro.
Alla fine si adegueranno ai dettami del partito? È una buona domanda. E dalla risposta dipende in larga misura il futuro degli USA.

10 gennaio 2026

Firenze, 9 gennaio 2026. L'avvocato Sauro Poli al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud

Firenze. Il 9 gennaio 2026 al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud si è tenuta una iniziativa intitolata "Pratiche di resistenza - Incontro con l'avvocato Sauro Poli".
Codici alla mano, Sauro Poli ha seguito una scaletta fitta di questioni pratiche su quali siano i comportamenti da tenere se si ricevono attenzioni da parte della gendarmeria o del potere giudiziario, in modo da cavarne i minori danni e le minori beffe possibile.
Per qualche motivo la cosa non piaceva al rabbioso e orgoglioso Jacopo Cellai, a Francesco Torselli e a qualche altro "occidentalista", i cui lai sono stati ripresi per tempo da una gazzetta cittadina. Roma locuta, alle realtà come i centri sociali va tolto il terreno sotto ai piedi ogni giorno bollandole come feccia da eliminare qualsiasi cosa combinino, e pazienza se con questi sistemi a Firenze ci si perdono le elezioni da quarant'anni.
Sauro Poli li ha liquidati con sobrietà e Costituzione.
Quale che sia la materia specifica, se a Firenze i sostenitori del governo di Roma non approvano qualcosa si hanno ottime probabilità di trovarsi nel giusto assumendo l'atteggiamento opposto. La schermaglia ha quindi spinto diverse persone serie a partecipare all'appuntamento e a infoltirne l'uditorio.
Nelle stesse ore la Repubblica Islamica dell'Iran era percorsa da violente dimostrazioni di piazza.
La propaganda "occidentalista" e il governo di Roma, se non bastasse tutto il resto, levano una dissonanza cognitiva tanto costante quanto fastidiosa. Aggredire e uccidere poliziotti va benissimo: nessuno scomoderà Pasolini. Vandalizzare la proprietà pubblica e privata? Perfetto. Bruciare bandiere, incendiare monumenti, assalire le sedi della polizia (facendosi ammazzare)? Lodevole. Anzi, da incentivare con ogni mezzo, balle a reti (sociali) unificate in primo luogo.
Se siete delle giovani donne meglio che mai. Venite meglio in foto e pazienza se ci rimettete le penne; permetterete a qualcuno di meritarsi i fondi del Dipartimento per l'Editoria facendoci giornata per almeno una settimana a suon di piagnistei inclusivi.
Qualcun altro si limiterà a prendere direttamente tutti in giro, tanto per vedere l'effetto che fa.
 Solo, ricordatevi di farlo a Tehran.
Perché a Firenze basta scrivere su un muro che il governo di Roma non piace -che è una cosa ovvia per due semplicissimi motivi, perché è governo e perché è di Roma- per vedersela a tempo indeterminato con la sua gendarmeria.

09 gennaio 2026

Alastair Crooke - I presupposti per la guerra ci sono tutti. L'Iran è al centro di alacri manovre politiche per definire il dopo Trump


Traduzione da
Strategic Culture, 5 gennaio 2026.

Durante l'incontro del 30 dicembre con Netanyahu e i suoi, il presidente Trump si è pubblicamente impegnato ad attaccare l'Iran: "Sì", se continuerà con il suo programma sui missili balistici. E "Immediatamente" se continuerà col programma nucleare. "Li distruggeremo", ha detto Trump.
In contrasto con tanta bellicosità, il linguaggio di Trump durante l'incontro a Mar-a-Lago rifletteva solo calorosi e smisurati elogi per Netanyahu e lo stato sionista. Pubblicamente Netanyahu ha ricevuto pubblico sostegno da Trump per un attacco all'Iran e per la Fase Due a Gaza, ma dietro le quinte molti dei dettagli sono rimasti indefiniti e controversi.
Il riscaldarsi dei toni contro l'Iran non è stato una sorpresa per Tehran. Era prevedibile. Ogni indizio che fa pensare a ostilità imminenti è sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla narrativa bellicosa su "centinaia di cellule dormienti di al Qaeda pronte a scatenare una carneficina... Al Qaeda ha trovato rifugio in Iran per venticinque anni... [permettendo all'Iran] di potenziare la diffusione del fondamentalismo islamico", afferma un "infiltrato dell'MI5 e dell'MI6". Come previsto, la valuta iraniana crolla di schianto e gli iraniani scendono in piazza.
Cosa c'è dietro questo scoppio di tintinnar di sciabole di AmeriKKKa e stato sionista? Le minacce di Trump sull'apertura delle "porte dell'inferno" contro "chiunque" sono ormai note a tutti. Tuttavia, i segnali indicano che Trump e Netanyahu sono pronti per un'altra guerra.
Ma perché Netanyahu dovrebbe decidersi per un'azione militare quando lo stato sionista è stato così gravemente colpito dai sofisticati missili iraniani durante la cosiddetta guerra dei 12 giorni di giugno, e quando le difese aeree dello stato sionista si sono dimostrate carenti? Da allora l'Iran si è riarmato ed è pronto a nuove ostilità.
È necessario contestualizzare un po' tutto quanto, per spiegare perché lo stato sionista avrebbe intrapreso un percorso apparentemente irrazionale dati gli evidenti pericoli che una guerra con l'Iran comporta.
Il primo punto da notare è che Netanyahu è nei guai. Molte volte in passato è stata vaticinata la sua rovina in politica, ma in qualche modo questo Houdini è sempre riuscito a sfuggire alle catene e alle manette di un destino malevolo. Questa volta la situazione è più grave. Dal punto di vista giuridico c'è consenso sul fatto che Netanyahu rischia di essere condannato se i processi per corruzione in cui è coinvolto giungeranno a sentenza.
Ma questo è solo un aspetto. La cosa grossa sono piuttosto le accuse del Qatargate. In sostanza, tre fra i più stretti collaboratori del Primo Ministro hanno ricevuto denaro dal Qatar negli ultimi anni, anche mentre la guerra a Gaza era in corso. Un dato di fatto incontestato. Le questioni chiave sono: Netanyahu ne era a conoscenza? Se no, perché? E quale vantaggio cercava di ottenere il Qatar in cambio? Quest'ultimo aspetto, ovvero che cosa il Qatar cercasse di ottenere, non è chiaro. È possibile che per il Qatar fosse sufficiente avere a libro paga qualche collaboratore del Primo Ministro, caso mai in futuro ce ne fosse bisogno.
Nello stato sionista tuttavia le accuse sono diventate dinamite. Si parla tranquillamente di tradimento, lo fanno anche l'ex primo ministro Nafthali Bennett e l'ex ministro della Difesa Bogie Yalom. I più cinici suggeriscono che lo scopo principale della visita del clan di Netanyahu a Palm Beach non fosse tanto discutere di Gaza, quanto piuttosto esortare Trump affinché prema per ottenere la grazia o la chiusura del processo; una cosa da richiedere con insistenza al presidente Herzog che sta temporeggiando.
Insomma, Netanyahu ha bisogno di un metaforico pallone aerostatico che lo sollevi dal pantano dei suoi pasticci legali e delle sue guerre lasciate a mezzo, e che lo faccia volare in alto grazie a qualche argomento popolare che gli faccia vincere le elezioni generali del 2026. La sconfitta dell'Iran, giusto per essere chiari, sarebbe applaudita non solo nello stato sionista, ma anche -e con entusiasmo- dal Congresso degli Stati Uniti, dai finanziatori e da entrambe le ali delle strutture di controllo del Partitone Unico.
Per Trump, il calcolo sarebbe leggermente diverso. Il principio di evitare dispute pubbliche con Netanyahu è stato stabilito dall'ex presidente Biden, non senza intoppi: "Bibi ha cercato deliberatamente lo scontro con Biden. Con il presidente Trump invece evita di arrivarci", ha osservato un funzionario statunitense. Trump è anche personalmente restio ad allontanare alcuni dei suoi più fedeli finanziatori come Miriam Adelson, e commentatori come Mark Levin.
Il comportamento di Trump può essere compreso tenendo conto delle divisioni sul sostegno degli Stati Uniti allo stato sionista che hanno frammentato la sua base MAGA e allontanato anche i giovani democratici. Le immagini di donne e bambini morti provenienti da Gaza hanno galvanizzato l'elettorato chiave del Turning Point USA. La vittoria del movimento MAGA nel 2024 doveva molto a questa organizzazione giovanile con migliaia di sezioni, animata da valori cristiani e da una grande energia. Turning Point USA offre ragguardevoli potenzialità per il "Get Out the Vote", "andate a votare".
Un piccolo gruppo di alti funzionari del partito repubblicano, in collaborazione con potenti politici affermati e importanti finanziatori, sta cercando di impedire al movimento MAGA di estendere la propria influenza fino prendere il controllo del Partito Repubblicano, minacciando così la supremazia dei leader del partito. Questa “maggioranza silenziosa”, ad oggi priva di leader ma in forte crescita organica, silenziosa non è più. I responsabili del controllo del partito vogliono domarla e riportarla sotto controllo.
In mezzo al movimento MAGA la controversa affermazione per cui "se non sostieni le politiche di Netanyahu sei un antisemita e un nemico dello stato sionista" è stata imposta intenzionalmente, con influencer pagati che hanno alimentato la frattura all'interno del partito e con l'obiettivo di indebolire il movimento. I tradizionali leader del Partito Repubblicano vogliono riprenderne il pieno controllo.
Dal punto di vista di Trump, è del tutto possibile sostenere lo stato sionista e continuare a essere critici nei confronti della politica dell'attuale amministrazione Netanyahu. Questo è il compromesso con cui Trump spera di mantenere integro il movimento MAGA in vista delle elezioni di medio termine. Dietro la strategia di Trump a Mar-a-Lago nei confronti di Netanyahu si nasconde un'intensa contesa non solo per i risultati delle elezioni di medio termine, ma anche per l'andamento delle elezioni presidenziali del 2028.
La fazione dei finanziatori vicini allo stato sionista sostiene che la posizione di Trump (e di Vance) per cui si appoggia lo stato sionista pur mettendo in discussione le sue politiche sia una falsa dicotomia: criticare lo stato sionista è ipso facto antisemita, insiste Netanyahu. Questo tentativo di dividere la base del MAGA tirando in mezzo lo stato sionista potrebbe funzionare, ma anche no. Il problema, per gli alti gradi del partito, è che il loro puntare al divide et impera è ormai fin troppo chiaro per la Generazione Z.
Di conseguenza una guerra tra Stati Uniti e stato sionista contro l'Iran si svolge a tutti gli effetti a livelli diversi da quelli della razionalità quotidiana. A farne le spese è ovviamente l'Iran, ma per la cerchia di Trump è anche una complicata partita a scacchi su chi finirà per controllare il MAGA e, per estensione, l'era del dopo Trump.
Nello stato sionista la prospettiva della guerra diventa anche una scacchiera su cui osservare quali fazioni (e quali finanziatori) prevarranno nel calderone della guerra incombente per controllare il sistema e definire cosa sarà lo stato sionista. O meglio, cosa ne rimarrà.
Di fronte a tutto questo i dubbi e le preoccupazioni dei vertici militari, tanto nello stato sionista quanto negli USA, potrebbero essere messi a tacere. Il timore è che possano non essere sufficientemente allineate al clima adella guerra che si prepara.

24 dicembre 2025

Alastair Crooke - Per lo stato sionista Trump passa da risorsa a grattacapo



Traduzione da Strategic Culture, 22 dicembre 2025.

La nota commentatrice dello stato sionista Anna Barsky scrive su Ma'ariv (in ebraico): "Lasciamo che il piano [di Trump] per Gaza fallisca".
Nello stato sionista sta prendendo campo la volontà di temporeggiare: non replicare con un netto rifiuto... [ma piuttosto] confidare sul fatto che la realtà della regione seguirà il suo corso. [In ogni caso], il disaccordo [sul] piano di Trump per Gaza è concreto... lo stato sionista esige che le cose seguano un ordine preciso: prima il disarmo di Hamas, ovvero la sua effettiva rimozione dal potere, e solo dopo la ricostruzione, la presenza internazionale e il ritiro dei militari dello stato sionista.
Ed ecco il "problema": "L'ufficio del Primo Ministro è consapevole del fatto che Trump, a quanto pare, non intende accettare le precondizioni poste dallo stato sionista". "Ed ecco il nocciolo della questione... Hamas non intende disarmare, né abbandonare il territorio".
Quindi... "Gli Stati del Golfo, l'Egitto e anche settori significativi dello establishment statunitense propongono di procedere secondo un altro ordine: prima si mettono in moto la ricostruzione e la presenza internazionale, poi si introducono una forza di stabilizzazione e un governo tecnico, e poi, 'nel corso del processo', la questione di Hamas viene affrontata [solo] per gradi".
Stando così le cose, la leadership dello stato sionista è rimasta disillusa e frustrata.
Ma questa è solo la punta dell'iceberg. Il problema è più profondo, come sottolinea Alon Mizrahi:
I vertici dello stato sionista stanno notando che gli Stati arabi non hanno accettato di normalizzare i loro rapporti con lo stato sionista. I nazionalisti ebrei possono anche avere il loro uomo alla Casa Bianca, solo che quest'uomo sembra interessato solo a fare soldi con gli arabi. Nessuna annessione [della Cisgiordania]; nessun [cambio di regime] in Iran e ora l'offensiva pretesa di una "Fase 2" a Gaza in cui lo stato sionista dovrebbe non solo tollerare la presenza militare straniera, ma anche permettere la ricostruzione".
Il problema sono gli interessi strategici sempre meno coincidenti di Netanyahu e di Trump: essi sono in disaccordo non solo sul piano di Trump per Gaza, ma anche sulla Siria -dove l'inviato statunitense Tom Barrack sembra schierarsi su posizioni filoturche- e sul Libano, dove Washington sembra schierarsi con Beirut.
"Trump ha bisogno di portare a casa qualche risultato. Ha bisogno di firmare qualcosa". Lo stato sionista invece intenderebbe mantenere la libertà di azione militare di cui gode attualmente in Siria e Libano, solo che la cosa disturba e ostacola gli sforzi degli Stati Uniti di combinare accordi di grande risonanza tra lo stato sionista e le potenze regionali.
Trump vuole il premio Nobel: a giudicare dalle sue recenti dichiarazioni, ritiene che Netanyahu non stia "portando risultati". Una sensazione di disillusione che l'ufficio del Primo Ministro dello stato sionista contraccambia senz'altro.
Ben Caspit riferisce che l'incoerenza con cui Trump prende le proprie decisioni resta una delle principali fonti di frustrazione per Netanyahu:
"Il Presidente oggi può anche essere dalla tua parte, suggerisce un collaboratore... ma è facile che domani cambi idea senza battere ciglio. Con Trump, ogni giorno è una nuova battaglia, a seconda di chi ha parlato la sera prima o di quali interessi economici ci sono in gioco. È una lotta difficile e, soprattutto, senza fine...".
Un commentatore suggerisce che "lavorare con i qatarioti e i sauditi" secondo quanto si pensa nello stato sionista, "rappresenta per Trump la promessa affascinante di investimenti mastodontici, cosa che rafforza la sua immagine di uomo influente e di successo; ma rappresenta anche una cosa più importante ancora: l'aprirsi di entrature personali che potrebbero fargli guadagnare miliardi in affari immobiliari in tutto il Medio Oriente".
La virata di Trump verso un approccio transazionale che mette gli affari avanti a tutto è di fatto descritta nella recente Dichiarazione Strategica Nazionale degli Stati Uniti (NSS), che sposta l'attenzione degli Stati Uniti dalle preoccupazioni per la sicurezza dello stato sionista a "partnership, amicizia e investimenti". La visita di Bin Salman a Washington nel mese di novembre è stata un chiaro indice di questo cambiamento, segnato da incontri ad alto livello, da un forum sugli investimenti e da una lunga lista di accordi sull'espansione della cooperazione in questi settori.
La World Liberty Financial, lanciata nel 2024 dai figli di Trump Donald Jr. ed Eric insieme a soci come Zach e Alex Witkoff (figli dell'inviato di Trump Steve Witkoff), sottolinea come la famiglia Trump abbia nel Golfo delle priorità commerciali, dei progetti che stanno portando miliardi di dollari al patrimonio familiare.
Inoltre l'eccessiva parzialità di Trump nei confronti dello stato sionista, attestata da episodi come quello in cui ha ammesso a Mark Levine alla festa di Chanukkà alla Casa Bianca di essere effettivamente il primo presidente ebreo degli Stati Uniti ("È vero. È vero"), in pratica si è tradotta in un versare gratuitamente sale sulle ferite aperte della sua base elettorale. Questo comportamento ossequioso si è tradotto in un danno strategico per il sionismo, anche tra i conservatori statunitensi del Congresso: "Loro lo stato sionista lo odiano", ha detto Trump durante lo stesso incontro.
"A questo punto", sostiene Alon Mizrahi, "lo stato sionista e le legioni di suoi sostenitori nel sistema politico statunitense devono chiedersi se non hanno commesso un grave errore a puntare tutto su Trump". Hanno sostenuto Trump per motivi strategici, non solo per il suo impegno a difendere l'immagine dello stato sionista e a rendere efficaci le leggi contro l'antisemitismo.
Mizrahi spiega:
Gli obiettivi nel campo delle pubbliche relazioni, pur eleganti e potenzialmente importanti, non sono ciò che interessa davvero [alla destra escatologica sionista]: i suoi scopi fondamentali sono l'espansione del potere reale e il controllo sulle persone e sul territorio. Trump è stato scelto perché aiutasse in questo, perché lo stato sionista possa formalmente annettere parti della Siria, per mettere fine a Hezbollah in Libano, per annettere e ripulire etnicamente la Cisgiordania... per stroncare l'Iran e per frenare l'ascesa di qualsiasi potenza rivale in Medio Oriente, compresa quella dei paesi arabi del Golfo tanto accomodanti nei confronti del sionismo.
Essi sanno di avere poco tempo prima che il disgusto generalizzato per il sionismo che domina nel mondo, compresi gli Stati Uniti, porti alla ribalta nuovi leader, nuove regole e nuovi criteri. Quindi devono agire con urgenza. Ed è quello che stanno facendo: essi non sono interessati a limitare i danni, ma a prepararsi all'impatto. Non stanno giocando in difesa, stanno giocando in attacco.
Ben Caspit scrive che, mentre la seconda fase del piano di Trump per Gaza sarà probabilmente la questione più urgente al vertice di fine anno tra Netanyahu e Trump, è l'Iran a rappresentare la minaccia strategica maggiore per lo stato sionista. Ed è in questo contesto che il commentatore strategico dello stato sionista Shemuel Meir fa notare quello che nello stato sionista viene considerato un altro errore di Trump:
I siti di arricchimento dell'uranio iraniani sono stati davvero distrutti, il 13 giugno? E che fine hanno fatto i 440 kg di uranio arricchito al 60% che l'Iran possiede ancora?
Nell'attuale clima di grosso scetticismo sui risultati dell'attacco di Trump all'Iran, "questa settimana è emersa una novità di grossa rilevanza per il nucleare nel dibattito interno allo stato sionista, con più implicazioni di quanto sembri: Netanyahu ha annunciato inaspettatamente la nomina del suo segretario militare -il maggiore generale Roman Goffman- a nuovo capo del Mossad".
Goffman, che non ha alcuna esperienza nota nel campo dell'intelligence, è più noto per aver scritto alcuni anni fa sulla questione nucleare proponendo un cambiamento radicale nella dottrina di deterrenza strategica dello stato sionista.
In qualità di capo del Mossad, Goffman riferisce direttamente ed esclusivamente a Netanyahu. Nello stato sionista il Primo Ministro è anche il capo della Commissione per l'energia atomica. "Sembra che più che pensare fuori dagli schemi, Goffman pensi come pensa Netanyahu", scrive Meir.
Attraverso gli "accordi Nixon-Golda" avviati da Henry Kissinger cinquant'anni fa, allo stato sionista gli USA hanno concesso in via del tutto eccezionale l'esenzione dall'obbligo di aderire al Trattato di Non Proliferazione. Gli stessi Stati Uniti hanno comunque posto delle condizioni per questa posizione di privilegio tutta speciale: lo stato sionista non avrebbe dichiarato di possedere armi nucleari e non avrebbe condotto test nucleari. Ecco in cosa consiste la ambigua politica nucleare dello stato sionista.
Uno dei possibili motivi per cui Netanyahu sta contemplando l'idea di allontanarsi da questa linea ufficiale di ambiguità è dato da quello che Shemuel Meir chiama "effetto Trump":
Da un lato, c'è un presidente degli Stati Uniti che ha dato il via libera allo stato sionista per un attacco contro siti nucleari nonostante i servizi segreti degli USA avessero valutato che l'Iran non stava costruendo armi nucleari. Dall'altro lato, però, c'è un uomo instabile e imprevedibile.
Un presidente che ha dichiarato che tutti i siti nucleari erano stati distrutti non offre alcuna certezza sul fatto che accorderà a Netanyahu la possibilità di una seconda guerra preventiva; questo, in contrasto con l'affermazione di Netanyahu per cui lo stato sionista si riserverebbe libertà di azione ogni volta che venissero scoperti segnali (reali o meno) di una ripresa del programma nucleare iraniano.
Ebbene, il Mossad ha appena dichiarato che "l'Iran sta solo aspettando l'occasione per costruire una bomba nucleare. L'Iran vuole cancellare lo stato sionista dalla carta geografica. Troveremo i loro agenti. Ci penseremo noi. Giustizia sarà fatta", ha detto David Barnea, capo uscente del Mossad.
Il cambio di leadership al Mossad potrebbe segnalare intenzionalmente che la questione del nucleare iraniano sarà sul tavolo del vertice di fine anno.
Su questa vitale questione, Netanyahu potrebbe anche valutare se Trump, un tempo una risorsa, non sia ora diventato un grattacapo.
"Se rimane in carica e continua a perseguire con determinazione vantaggi finanziari approfittandosi di quest'aura filosionista ma senza offrire nulla di sostanziale allo stato sionista, non vedo proprio come potranno lasciarlo andare avanti", ipotizza Mizrahi. "Preferirebbero di gran lunga che scomparisse".
Tuttavia, anche il vicepresidente J.D. Vance è ora compromesso. "La delegittimazione sistematica degli ebrei" parte oggi anche dal vicepresidente degli Stati Uniti, scrive Anna Barsky su Ma'ariv: "'Esiste differenza tra antipatia per lo stato sionista e antisemitismo'; ecco cosa ha scritto sui social media il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance", ha scritto la Barsky.
Dal punto di vista dello stato sionista non c'è nulla di più inquietante di questa breve e quasi casuale considerazione. Non perché sia sorprendente, non perché sia palese, ma per ciò che simboleggia: l'adozione aperta, da parte di alti funzionari dell'amministrazione statunitense, di una narrativa ideologica che cerca di separare gli atteggiamenti verso lo stato sionista da quelli verso gli ebrei, e di legittimare una profonda ostilità verso lo Stato ebraico mantenendosi apparentemente irreprensibili sul piano morale.
Forse –parafrasando Anna Barsky– nello stato sionista si stanno adesso rendendo contro che la realtà del Medio Oriente sta cambiando.

09 dicembre 2025

Alastair Crooke - La proposta di pace statunitense per l'Ucraina? Uno specchietto per le allodole... con quattro chiacchiere a Mosca




Traduzione da Strategic Culture, 8 dicembre 2025.

 L'amico del presidente Trump Steve Witkoff, insieme al genero dello stesso Trump Jared Kushner, ha incontrato il 2 dicembre il Presidente Putin al Cremlino a Mosca.
Per la parte russa hanno partecipato all'incontro il consigliere presidenziale Yury Ushakov e Kirill Dmitriev. Si è trattato del sesto incontro di Witkoff con Putin nel 2025: per la prima volta invece Kushner è coinvolto di persona in questi colloqui.
Secondo quanto riferito, il principale argomento all'ordine del giorno era un "aggiornamento" dei punti di discussione proposti dagli Stati Uniti, aggiornamento che avrebbe contemplato ulteriori contributi (non specificati) da parte degli ucraini e degli europei.
Nonostante la riformulazione, i punti di discussione riflettono un'agenda statunitense che in sostanza è cambiata poco rispetto alla già nota lista di Witkoff. Ad esempio, al centro della questione ci sono ancora un cessate il fuoco -anziché su un accordo politico più ampio, come richiesto dalla Russia- e il riconoscimento de facto dei confini anziché il riconoscimento de jure dell'annessione dei quattro oblast, che la Russia considera propri per via costituzionale.
Sembra che siano state discusse anche alcune possibili concessioni ucraine nella regione del Donbass; si sarebbe parlato anche di garanzie di sicurezza per l'Ucraina, che sarebbero coordinate con gli alleati europei; infine, si è toccato l'argomento dei "limiti" alle capacità militari dell'Ucraina, per i quali gira un ridicolo tetto di ottocentomila uomini anziché la cifra approssimativamente stimata a Istanbul nel 2022 di cinquanta o sessantamila.
Secondo quanto riferito, Putin avrebbe concordato sul fatto che alcuni elementi della proposta potrebbero meritare un'ulteriore discussione, ma ha confermato i punti che la Russia considera non negoziabili.
In sintesi sembra che, come ha affermato Marco Rubio, "[gli Stati Uniti continuino] a verificare se i russi sono 'interessati alla pace'. Saranno le loro azioni –non le loro parole, le loro azioni – a determinare se sono seri o meno, e noi [l'entourage di Trump] intendiamo scoprirlo il prima possibile...".
In effetti, Witkoff è stato inviato a Mosca "per verificare ancora una volta" (dopo un altro episodio di escalation da parte statunitense, con quattro missili a lungo raggio ATACM lanciati "in profondità nel territorio russo" e l'imposizione di ulteriori sanzioni sul petrolio) se Putin fosse ora disposto a concludere un "accordo" che Trump potesse presentare come "risultato" statunitense.
Nel caso degli USA, la carota è rappresentata dall'offerta di un graduale allentamento delle sanzioni. A discrezione degli Stati Uniti. Il bastone, appunto, dai missili lanciati in profondità nel territorio russo e dalle ulteriori sanzioni imposte alle compagnie petrolifere russe. Queste sanzioni erano chiaramente intese come un "promemoria" di ciò che potrebbe seguire se Putin non accettasse un "accordo".
Si tratta dello stesso "accordo" offerto alla Russia in precedenza. Ed è qui che sta il problema: Putin non vuole "un accordo". Putin vuole un trattato giuridicamente vincolante, come ha ribadito più volte.
A sottolinere in modo significativo questa richiesta, il fatto che a incontrare Witkoff non ci fosse Lavrov. È stato un modo con cui la Russia ha indicato con chiarezza il fatto che le basi per dei negoziati effettivi non sono ancora state gettate. L'obiettivo di Putin era quello di illustrare, in modo cortese ma fermo, quali sono le posizioni non negoziabili della Russia riguardo alla risoluzione della guerra in Ucraina.
Rispetto a quanto affermato da Putin il 14 giugno 2024 nel suo discorso al personale del Ministero degli Esteri russo non è cambiato niente.
Putin, tuttavia, ha inviato un proprio messaggio alla Casa Bianca.
Parlando ai giornalisti a Bishkek in Kirghizistan il 4 dicembre, Putin ha spiegato come dovrebbero – e devono – essere gestiti i negoziati con gli Stati Uniti. Ha affermato che il ministro degli Esteri Lavrov è responsabile dei contatti e dei negoziati sui possibili termini per porre fine alla guerra in Ucraina, che i resoconti di Lavrov sui colloqui faranno fede e che non si intende portare specifiche proposte a livello di dibattito pubblico.
Ecco qua. Putin intuisce l'imminente cambiamento di posizione degli Stati Uniti e non intende sentire ragioni. I negoziati devono essere condotti solo attraverso canali professionali, in modo traducibile giuridicamente e tramite personale professionale che porti a un trattato, non ad un "accordo". A questo "accordo" Putin è intenzionato a rinunciare esplicitamente. Witkoff e Kushner avevano idea di cercare di ottenere qualche concessione dalla Russia: volevano un cessate il fuoco temporaneo -piuttosto che un accordo vincolante- ed erano pronti a indorare la pillola con un graduale alleggerimento delle sanzioni; perdurare in un buon comportamento avrebbe fruttato alla Russia un incrementale venir meno delle sanzioni. Un po' come quando si addestrano i topi di laboratorio a premere sul pulsante che rilascia un po' di cibo.
Perché gli Stati Uniti tengono così tanto a un cessate il fuoco, piuttosto che concordare un quadro di sicurezza complessivo che preveda una nuova architettura per la sicurezza in l'Europa orientale?
La risposta è che Trump pretende una "vittoria", un risultato che possa essere presentato al pubblico statunitense come un'altra guerra "fermata da Trump". A sentir lui sarebbe l'ottava. Al tempo stesso, la cosa potrebbe essere presentata ai poteri forti come una semplice pausa in un conflitto che riprenderà dopo una tregua, quando gli europei ("garanti della sicurezza") avranno rimesso in piedi l'esercito ucraino. Un esito del genere rappresenterebbe una "vittoria" per i falchi, perché vi si potrebbe imbastire un racconto per cui la ripresa del conflitto intaccherebbe l'economia russa e potrebbe persino portare alla destituzione di Putin.
Un pio desiderio, ovviamente. Ma molte narrazioni occidentali sono pii desideri, piuttosto che pensieri realistici.
Insomma, l'obiettivo generale dei punti di discussione cari agli USA, opachi e ambigui, è quello di mettere Putin alle strette e spingerlo ad abbandonare le posizioni non negoziabili a cominciare dal suo insistere per eliminare le cause profonde del conflitto e non solo i suoi sintomi. Non c'è alcun accenno in questa bozza o in quelle precedenti al riconoscimento di queste cause profonde -che sono l'espansionismo della NATO e il posizionamento di missili- al di là della vaga promessa di un "dialogo [che] sarà condotto tra la Russia e la NATO, con la mediazione degli Stati Uniti, per risolvere tutte le questioni di sicurezza e creare le condizioni per un allentamento della tensione, garantendo così la sicurezza globale e aumentando le opportunità di cooperazione e di sviluppo economico futuro".
La circostanza rivelatrice è rappresentata dalla eloquente assenza di Rubio, che è il Segretario di Stato ufficiale e quindi l'uomo che in circostanze normali negozierebbe un trattato legale e vincolante.
Al suo posto invece troviamo l'amico immobiliare newyorkese di Trump e il suo genero. Nessuno dei due è membro ufficiale dell'amministrazione statunitense; nessuno dei due è incaricato dagli organi ufficiali dello Stato di negoziare per conto degli Stati Uniti.
Quindi, se gli USA decidessero di riprendere le ostilità contro la Russia, sarebbe possibile dire la stessa cosa che fu detta per il "nemmeno un centimetro verso est" ai tempi della riunificazione tedesca: "Scusate, ma dove mai era scritta questa storia del 'nemmeno un centimetro più in là'"?
Witkoff e Kushner? "Ah, erano solo amici di Trump che facevano quattro chiacchiere durante una visita a Mosca"...