28 agosto 2025

Alastair Crooke - A Mosca il "mito" di Trump lo capiscono. E lo ricambiano

Traduzione da Strategic Culture, 26 agosto 2025.


Trump sta ascendendo a una valenza mitologica, la cosa è diventata fin troppo evidente. Come ha osservato John Greer,
Sta diventando difficile anche per i razionalisti più convinti continuare a credere che la carriera politica di Trump possa essere definita nei termini prosaici del 'fare politica come sempre'.
Trump, ovviamente, non è affatto un personaggio mitico. È un anziano oligarca immobiliare statunitense con qualche piccolo problema di salute, dai gusti volgari e con un ego insolitamente robusto.
In greco antico il vocabolo mythos originariamente significava ‘storia’. Come scrisse il filosofo Sallustio, i miti sono cose che non accadono mai, ma che esistono sempre.
In seguito, il vocabolo è passato a indicare storie che fanno riferimento a un significato profondo. Questo non implica che debbano per forza avere un valore fattuale; tuttavia è proprio quest'ultima dimensione che conferisce a Trump "la sua straordinaria presa sull'immaginario collettivo del nostro tempo", suggerisce Greer. Trump riesce a riemergere, letteralmente, da tutto ciò che viene scagliato contro di lui per distruggerlo. Trump diventa quello che Carl Jung chiamava "l'Ombra". Come scrive Greer:
I razionalisti ai tempi di Hitler erano costantemente sconcertati dal modo in cui egli spazzava via gli ostacoli e seguiva la sua traiettoria fino alla fine. Jung sottolineò in Wotan, suo lungimirante saggio del 1936, che gran parte del potere di Hitler sulla mentalità collettiva dell'Europa proveniva dal regno del mito e dell'archetipo.
Nel mito, Wotan è un vagabondo che non ha pace, che crea disordini e suscita conflitti ora qui ora là, e che compie magie. Jung trovava piuttosto intrigante il fatto che un antico dio delle tempeste e delle burrasche –il Wotan tanto a lungo quiescente– potesse prendere vita nel movimento giovanile tedesco.
Cosa c'entra questo con il vertice in Alaska con il presidente Putin?
Beh, Putin sembra aver prestato la dovuta attenzione ai meccanismi psicologici alla base dell'improvvisa richiesta di un incontro da parte di Trump. I russi hanno trattato Trump in modo molto rispettoso, cortese e amichevole. Hanno implicitamente preso atto della convinzione di Trump di possedere una sorta di aura mitica interiore, una condizione che Steve Witkoff -suo amico di lunga data- ha descritto come la profonda convinzione di Trump che la sua autorevole presenza, da sola, riesca a piegare le persone al suo volere (e agli interessi degli Stati Uniti). Witkoff ha aggiunto di essere d'accordo con questa valutazione.
Solo per citare un esempio, l'incontro alla Casa Bianca con Zelensky e i suoi sostenitori europei ha prodotto alcune delle immagini a tema politico forse più straordinarie della storia. Come osserva Simplicius,
Si è mai vista una cosa simile? L'intero pantheon della classe dirigente europea ridotto a un gruppetto di bambini piagnucolosi nell'ufficio del preside. Nessuno può negare che Trump sia riuscito a "spezzare le ginocchia all'Europa". Questa è una svolta da cui non si torna indietro, non c'è possibilità di redenzione per immagini come queste. La pretesa della Unione Europea di essere una potenza geopolitica è stata smascherata come una farsa.
Meno evidente, ma psicologicamente cruciale, è il fatto che Trump sembra riconoscere in Putin un interlocutore all'altezza del suo mito. Nonostante i due siano agli antipodi dal punto di vista caratteriale, Trump sembra comunque riconoscere in lui un compagno nel pantheon dei presunti "esseri mitologici". Guardate di nuovo le scene di Anchorage: Trump tratta Putin con enorme deferenza e rispetto. Un atteggiamento molto diverso da quello sprezzante che ha riservato agli europei.
Ad Anchorage comunque è stato Putin a mostrare un comportamento calmo, composto e dominante.
Resta tuttavia evidente che il comportamento rispettoso di Trump nei confronti di Putin ha fatto saltare la radicale demonizzazione della Russia da parte dell'Occidente e il cordone sanitario eretto contro tutto ciò che è russo. Un altro momento di svolta da cui non si può tornare indietro: "non c'è possibilità di redenzione per immagini come queste". La Russia è stata trattata come una potenza globale alla pari.
Di cosa si è trattato? Si è trattato di una svolta: il paradigma di Kellogg per il congelamento del conflitto non è più sul tavolo; adesso c'è il piano di pace a lungo termine di Putin. E di dazi non si parla da nessuna parte.
Ciò che è chiaro è che Trump ha deciso, dopo qualche esitazione, che deve occuparsi dell'Ucraina.
La dura realtà è che Trump deve affrontare enormi pressioni: il caso Epstein si rifiuta ostinatamente di sparire. È destinato a riproporsi dopo il Labor Day negli Stati Uniti.
La narrativa securitaria occidentale per cui "stiamo vicendo noi", o almeno "stanno perdendo loro", è stata così forte –e così universalmente accettata per così tanto tempo– che, di per sé, è sufficiente a creare una dinamica potente che avrebbe spinto Trump a ostinarsi con la guerra in Ucraina. La realtà dei fatti viene regolarmente distorta perché si adatti a questa narrativa, e questa dinamica non è stata ancora interrotta.
E Trump è intrappolato anche nel sostegno al macello messo in piedi dallo stato sionista, con le immagini di donne e bambini massacrati e affamati che negli Stati Uniti fanno rivolgare lo stomaco all'elettorato più giovane, quello sotto i trentacinque anni.
Queste dinamiche, insieme al contraccolpo economico dei dazi d'assalto in stile "Shock and Awe" destinato a frammentare i BRICS, nel loro insieme sono la minaccia più diretta alla base MAGA di Trump. Sta diventando una minaccia alla sua stessa esistenza. Epstein, il massacro di Gaza, la minaccia di "un'altra guerra" e la preoccupazione per il lavoro stanno sconvolgendo non solo la base MAGA, ma più in generale i giovani elettori ameriKKKani. Si chiedono se Trump sia ancora "uno di loro" o se sia sempre stato con "quegli altri".
Senza la base alle sue spalle, Trump rischia di perdere le elezioni di medio termine per il Congresso. I donatori straricchi possono anche pagare, ma non possono sostituire quella base.
Ciò che è emerso da Anchorage è quindi uno stato di cose che dal punto di vista intellettuale è piuttosto scarso. Trump ha deciso come minimo di non ostacolare più la Russia e il suo imporre una soluzione in Ucraina. Soluzione che è, in ogni caso, l'unica possibile.
Questo stato di cose non segna l'inizio di un percorso verso una sistemazione definitiva del problema. Sarebbe stato quindi un pio desiderio, come sottolinea Aurelien, aspettarsi che Trump e Putin avrebbero "negoziato" la fine della guerra in Ucraina, "come se Putin avesse tirato fuori un appunto dalla tasca e i due ne avessero poi discusso". Trump comunque non si muove bene quando si tratta di dettagli ed è solito divagare in modo discorsivo e inconcludente.
Man mano che ci avviciniamo alla fase finale, le iniziative importanti si svolgono altrove e gran parte di esse saranno nascoste alla vista del pubblico. Le linee generali dell'esito militare della crisi ucraina sono visibili da tempo, anche se i dettagli potrebbero ancora cambiare. Al contrario, la fase finale sotto il profilo politico, estremamente complessa, è appena iniziata. I giocatori non sono sicuri delle regole, nessuno sa con certezza quanti giocatori ci siano e il risultato è al momento poco chiaro,
sostiene Aurelien.
Allora perché Trump ha improvvisamente cambiato rotta? Beh, non è stato perché è incappato in una specie di fulminazione sulla via di Damasco. Trump rimane un convinto sostenitore di una politica che mette in tutto e per tutto al primo posto lo stato sionista; in secondo luogo, non può rinunciare alla sua ricerca dell'egemonia del dollaro perché anche questo obiettivo sta diventando problematico, dato che la bolla economica statunitense sta cominciando a sgonfiarsi, e i giovani sotto i trent'anni cominciano ad agitarsi, laggiù nelle cantine dei loro genitori.
È vantaggioso per Trump (per ora) lasciare che la Russia "porti" con la forza la UE e Zelensky verso una "pace negoziata". Negli Stati Uniti i fautori dell'intransigenza contro la Repubblica Popolare Cinese stanno mettendo su l'opinione pubblica in modo sempre più determinato, sostenendo che la Cina sia vicina a un decollo esponenziale -sia dal punto di vista economico che tecnologico- dopo il quale gli Stati Uniti perderanno la loro capacità di contenerne la supremazia globale. Probabilmente, va detto, è già troppo tardi per fermare questo processo.
Anche Putin sta correndo un grosso rischio nell'offrire a Trump una via d'uscita, accettando di lavorare per un rapporto stabile a lungo termine con gli Stati Uniti. Non si tratta della Finlandia del 1944, dove fu l'esercito sovietico a imporre un armistizio.
In Europa, le élite ritengono che la mano tesa di Trump verso Putin non porterà ad alcun risultato. Il loro piano è quello di assicurarsi che Trump fallisca assecondandolo e garantendo al contempo, tramite le loro condizioni, che tale accordo non si concretizzi. In questo modo dimostreranno a Trump che "Putin non è seriamente intenzionato a porre fine alla guerra". Spingendo così gli Stati Uniti a un'escalation.
La parte dell'accordo con Putin che Trump è chiamato a svolgere è chiaramente quella di farsi carico della gestione delle classi dirigenti europee (soprattutto inondando il mondo dell'informazione con dicerie contraddittorie) e di mettere la sordina ai falchi statunitensi (fingendo di corteggiare la Russia per allontanarla dalla Cina). Davvero? Sì, davvero.
Anche Putin deve affrontare pressioni interne, da parte di russi convinti che alla fine sarà costretto ad accettare una sorta di accordo provvisorio tipo Minsk 3 -una serie di cessate il fuoco limitati che non farebbero altro che esacerbare il conflitto- piuttosto che arrivare a una vittoria totale. Alcuni russi temono che il sangue versato finora possa rivelarsi solo l'anticipo di quanto ne dovranno versare nei prossimi anni, quando l'Occidente si sarà riarmato.
Putin deve anche affrontare l'ostacolo rappresentato dallo stesso Trump, che vede il suo rapporto con lui attraverso la ottusa ottica del mercato immobiliare newyorkese. Trump sembra ancora non capire che la questione chiave non è tanto quella dei territori ucraini, quanto quella della sicurezza geostrategica. Trump è entusiasta davanti alla prospettiva di un vertice trilaterale, e il suo entusiasmo sembra che si fondi sull'immagine di due magnati dell'immobiliare che giocano a Monopoli e si scambiano proprietà. Ma le cose non stanno così.
Sembra tuttavia che Putin sia effettivamente riuscito a trovare una via d'uscita dal cordone sanitario impostogli dall'Occidente. La Russia è nuovamente riconosciuta una grande potenza e la questione dell'Ucraina sarà risolta sul campo di battaglia. Le due grandi potenze nucleari stanno dialogando. Questo è importante di per sé. Trump riuscirà a offrire alla sua base elettorale le garanzie che essa richiede? La fine della partita in Ucraina, se mai ci si dovesse arrivare, sarà sufficiente per i MAGA? La furia genocida di Netanyahu a Gaza farà saltare la copertura che i MAGA forniscono a Trump? Molto probabilmente sì.

20 agosto 2025

Solidarietà a Leonardo Pistoia di Viareggio

Le gazzette amano presentarsi come espressioni di "libera informazione" e puntello della democrazia. Questo, a sentire chi ci scrive. In concreto, e da anni, sono invece alle prese con tirature da ridimensionare, vendite a rotta di collo, bilanci tenuti in piedi dal Dipartimento dell'Editoria (sempre che basti), e linee editoriali surreali dove la gara a chi ospita le opinioni e gli intenti più sporchi anche dal punto di vista morale pare non avere seri limiti.
A tutto questo nel mese di agosto si aggiunge anche una costante scarsità di argomenti.
Nel 2025 i foglietti della costa toscana hanno chiuso i numeri dedicando spazio a Leonardo Pistoia. Che sarebbe un ventunenne di Viareggio cui piace quella politica che si regge su ideali e principi anche se molto rara. O almeno così garantisce la sua autoschedatura sul Libro dei Ceffi (qui su Archive).
Gli ideali e i principi che apprezza gli hanno fatto guadagnare qualche ora di relativa notorietà come organizzatore di passeggiate serali antidegrado, come fanno da svariati anni i minicandidati "occidentalisti" a qualche consultazione elettorale.

🚶Non mi fermo. Dopo Ferragosto torneremo in strada per la Camminata per la Sicurezza.
📍Viareggio – Torre del Lago
La data precisa verrà comunicata a breve, ma una cosa è certa: questa volta dobbiamo essere ancora di più.
La sicurezza non è un privilegio, è un diritto. E per difenderlo dobbiamo esserci tutti, uniti, determinati e visibili.
Porta amici, familiari, colleghi: ogni persona conta, ogni passo è importante.
💪Insieme possiamo fare la differenza.
#CamminataPerLaSicurezza #Viareggio #TorreDelLago #UnitiperlaSicurezza #NonMiFermo

 Da questo punto di vista Viareggio è un po' vivace: si vede che vi esistono ambienti sociali favorevoli ai guitti dell'"occidentalismo" più abietto. A testimonianza della serietà dell'intento anche l'esistenza di una pagina personale su Wikipedia, presente in Google ma precipitosamente cancellata da qualcuno, probabilmente convinto che il giovane Pistoia per adesso non abbia fatto nulla che gli valga l'inclusione tra le grandi figure di interesse enciclopedico come Albert Einstein o Alvaro Vitali.
L'impegno gli sarebbe costato anche un'aggressione, denunciata con toni da sceneggiatura.



📣 DENUNCIA PRESENTATA 📣
A chi ancora parla, insinua o mette in dubbio: ecco la risposta.
Ho sporto denuncia ufficiale per lesioni personali aggravate e all’interno c’è riportato nero su bianco anche l’avvertimento che mi è stato dato da chi mi ha aggredito.
Non mi farò intimidire, non mi fermerò e non mi piegherò davanti a chi vuole screditarmi o fermare questa battaglia.
La verità è scritta negli atti ufficiali, e chi continua a diffamare dovrà assumersene la responsabilità.
Questa non è solo una mia lotta: è la lotta di tutti noi per una città sicura, libera dalla paura e dal controllo dei criminali.
Io non mollo. Anzi, vado avanti con ancora più forza.💪🔥
#Verità #Giustizia #IoNonMollo #TorreDelLago #Sicurezza
Una cosa che avrebbe rafforzato la sua determinazione e che gli ha attirato qualche attestazione di solidarietà (qui su Archive).
Invece dopo Ferragosto Leonardo Pistoia -che secondo le gazzette non svolgerebbe alcuna attività lavorativa- è stato arrestato come un indesiderabile qualsiasi, e non certo per aver organizzato un colpo di Stato.
Sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia, lesioni personali. Il gazzettaio riferisce anche delle dichiarazioni della sua vittima, sottoposta da mesi a continue violenze psicologiche, minacce, danneggiamenti, percosse e a un'aggressione fisica sotto la minaccia di un coltello e di un manganello effettivamente reperiti dalla gendarmeria.
Al momento in cui scriviamo è verosimile che ad attendere Leonardo Pistoia sia un futuro piuttosto difficile, e non è nel nostro stile spingerci oltre con l'infierire sui motivi che lo hanno fatto associare alla casa circondariale di competenza. Motivi che probabilmente non sono nemmeno estranei alla sua familiarità con l'ambiente di Torre del Lago, una località che ha il pregio di attirare frequentatori le cui propensioni hanno senz'altro il merito del non prestarsi a equivoci.
Tanto basti per adoperarsi nei modestissimi limiti del possibile a far sì che Leonardo Pistoia abbia qualche difficoltà ad avvalersi del diritto all'oblio per i prossimi cinque, dieci, venti o trent'anni. Internet ha una memoria più che discreta, cosa che chi apprezza la politica che si regge su ideali e principi anche se molto rara tiene senz'altro in buona considerazione. 


Oltre che su Blogspot, questo scritto viene pubblicato anche su Poliverso/Friendica e su iononstoconoriana.com



17 agosto 2025

Alastair Crooke - La Russia intende avere piena comprensione dei vincoli cui Trump è soggetto




Traduzione da Strategic Culture, 15 agosto 2025.

Un altro giro di negoziati tra l'inviato di Trump Steve Witkoff e la leadership russa? Un incontro tra Witkoff e il presidente Putin è ormai imminente. Intanto il generale Keith Kellogg si è recato a Kiev. Questo avviene mentre il cosiddetto ultimatum di Trump sta per scadere, anche se lo stesso Trump mette in dubbio che le sanzioni che potrebbero seguire possano davvero recare qualche fastidio a Putin.
È cambiato qualcosa, al di là del fatto che la Russia sta avanzando sempre più rapidamente lungo tutta la linea del fronte?
Da un certo punto di vista in effetti non è cambiato nulla. La posizione russa rimane quella espressa dal presidente Putin il 14 giugno 2024. È la posizione degli Stati Uniti è cambiata? Neppure.
All'inizio di questo mese il generale Kellogg -suggeritore di Trump- ha per l'appunto suggerito che gli Stati Uniti schierassero tutti i loro sottomarini dotati di missili balistici per vedere se Putin stesse bluffando. Il punto è proprio questo: Kellogg continua a credere che Putin stia bluffando. Sembra che il generale e coloro che nella squadra di governo stanno dalla sua parte non riescano a capire o a interiorizzare quello che Putin va dicendo loro dal giugno 2024: "sono le cause profonde che contano".
Per Kellogg e compagni, a un cessate il fuoco secondo i criteri fissati dallo stesso Kellogg si potrà arrivare solo facendo pressione su Putin.
Il presidente della Commissione per gli affari internazionali della Federazione Russa Grigory Karasin è anch'egli impegnato nei negoziati. E ha esposto molto chiaramente la situazione: "Tutti i contenuti emotivi che dominano attualmente lo spazio mediatico, con tutte queste dichiarazioni e tutti questi riferimenti a grandi nomi come quello di Trump, dovrebbero essere presi con calma", ha detto Karasin alla Izvestia:
Ci saranno contatti con lui [Witkoff] che riveleranno ciò che gli Stati Uniti pensano realmente -non la versione buona per l'opinione pubblica- sul ruolo assolutamente distruttivo attualmente svolto dai paesi dell'Unione Europea che controllano strettamente il regime di Zelensky. Si discuterà di tutto questo. Credo che almeno, dopo questi contatti, saremo a conoscenza di tutti gli aspetti sostanziali. Pertanto dobbiamo rimanere pazienti, composti e resistere alla tentazione di reagire in modo emotivo.
Sembra che, dal punto di vista russo, lo scopo sia quello di conoscere bene quali siano i limiti entro cui Trump può muoversi.
Ed è nel contesto di questi limiti che vanno interpretate le dichiarazioni di Trump sull'invio di due sottomarini nucleari della classe Ohio a “pattugliare le coste” della Russia. Le dichiarazioni di Trump e del suo stretto consigliere Kellogg sui sottomarini riflettono un'errata interpretazione del ruolo dei sottomarini di seconda linea, che devono rimanere silenti e invisibili sul fondo dell'oceano e non devono assolutamente essere messi in mostra.
Trump dunque ha fatto una considerazione sciocca, forse pensata più che altro a pro del fronte interno. Trump è sottoposto a molteplici pressioni. Si trova all'angholo a causa delle sempre più gravi accuse mosse contro Epstein, sul cui conto sarebbero in arrivo altre rivelazioni. E come molti altri presidenti degli Stati Uniti deve guardarsi sia dallo stato sionista -a causa della rete di donatori e di grandi interessi economici- sia, come Clinton, da minacce di livello ben più basso e ben più pericolose.
La vecchia guardia repubblicana guidata da Mitch McConnell e dal senatore Graham ha capito che è in un momento di debolezza e ha intravisto un'occasione per indebolire la fazione MAGA e per togliere il GOP dalla sua sbandata populista e reincanalarlo verso una leadership unipartitica tradizionale in stile country club.
Una potente commissione del Senato ha votato, con un forte sostegno sia dei democratici che dei repubblicani alleati di Trump, perché venga sottoposta al voto dell'intero Senato una proposta di spesa che include un miliardo di dollari di aiuti all'Ucraina, nonostante l'amministrazione avesse chiesto al Congresso di eliminare questi fondi dalla richieste di bilancio per la difesa.
Il senatore repubblicano Murkowski e la democratica Shaheen, entrambi membri della Commissione Bilancio, hanno presentato ciascuno per proprio conto un disegno di legge che prevede 54,6 miliardi di dollari in aiuti all'Ucraina nei prossimi due anni. Per diventare legge, la proposta Murkowski-Shaheen dovrà affrontare una dura battaglia.
Trump ovviamente aveva basato la campagna elettorale sulla promessa, fatta all'elettorato MAGA, di non stanziare ulteriori fondi per la guerra in Ucraina. Se il provvedimento da un miliardo di dollari dovesse essere approvato i suoi sostenitori MAGA, già infuriati per quello che ritengono essere un insabbiamento del caso Epstein, si sentirebbero traditi una volta di più.
Farsi vedere col Congresso che gli mette i piedi in testa è una cosa che nessun Presidente può permettersi, tanto meno su una promessa elettorale fondamentale. Un presidente deve cercare di dominare il Congresso e di non diventare il suo burattino, soprattutto perché la perentorietà del Senato sulla questione delle sanzioni mira a bloccare la strada di Trump verso una normalizzazione strategica con la Russia.
È possibile quindi che la dichiarazione di Trump sul dispiegamento dei sommergibili sia stata fatta più che altro per mandarla a dire al Congresso, per mettere in primo piano un approccio intransigente nei confronti della Russia e per far capire che ha altri strumenti a disposizione, oltre alle sanzioni su cui è scettico.
I grattacapi per Trump tuttavia non finiscono con l'impasse per l'Ucraina. Nello stato sionista lo establishment della "Giudea" (i coloni messianici) ha respinto i tentativi di Witkoff di fermare il genocidio e la messa alla fame degli abitanti di Gaza. Le immagini della carestia stanno danneggiando Trump; secondo il quotidiano ebraico Yedioth Ahronoth -che cita fonti vicine a Netanyahu- egli avrebbe dato il via libera a una massiccia operazione militare a condizione che i negoziati giungano a un punto morto. "La situazione sta andando verso la completa occupazione della Striscia. Se al capo dello Stato Maggiore la cosa non piace, che si dimetta", è il consiglio senza mezzi termini che viene dall'entourage di Netanyahu.
La guerra di Gaza sta influenzando il sentire politico statunitense, soprattutto tra i giovani. E ne ha anche sui giovani europei. Trump recentemente ha avvertito un donatore ebreo che la sua base sta arrivando "a odiare lo stato sionista". La base di Trump si sta disperdendo.
Dopo una reazione negativa di vaste proporzioni alla decisione dell'amministrazione Trump di tagliare i fondi federali di emergenza alle città e agli Stati che boicottano lo stato sionista, agli Interni sono stati costretti a mettere in programma la rimozione del divieto di boicottaggio. La disposizione adesso si applica solo alle violazioni delle disposizioni su diversità, equità e inclusione e su quelle per l'immigrazione. La base MAGA vede sempre più le politiche all'insegna del "prima lo stato sionista" come un tradimento del "prima l'AmeriKKKa" delle promesse elettorali.
Quindi, secondo l'analisi di Grigory Karasin, "i contatti con Steve Witkoff dovrebbero rivelare la vera posizione degli Stati Uniti [i suoi vincoli e limiti], in contrasto con le dichiarazioni ad alta voce che arrivano dalla Casa Bianca alla vigilia della scadenza dei termini dell'ultimatum sul conflitto in Ucraina e l'introduzione di nuove sanzioni anti-russe".
Witkoff, d'altra parte, sta probabilmente cercando di sondare l'esistenza di un qualsiasi margine di agibilità nella posizione dichiarata dalla Russia, e di esplorare la possibilità di imporre una qualche scadenza per il raggiungimento di accordi con Kiev. Mosca si è detta disponibile a un quarto incontro per dei colloqui a Istanbul. Il clamore mediatico e la vicenda dei sottomarini missilistici fanno parte delle tipiche tattiche che Trump mette in atto in vista di qualche negoziato.
La realtà che il clamore nasconde, tuttavia, è che Trump ha poche carte da giocare per aumentare la pressione sulla Russia. Gli arsenali sono vuoti e ricorrere a missili a più lungo raggio susciterebbe le ire dei sostenitori di MAGA, che accuserebbero Trump di portare l'AmeriKKKa verso la terza guerra mondiale.
A servire davvero a Trump sarebbe un qualche cosa che lo metta al sicuro dalle pressioni del Senato che minacciano di legarlo mani e piedi a sanzioni infinite e all'escalation dei finanziamenti all'Ucraina. Qualcosa che faccia almenoi presagire la fine del conflitto entro un lasso di tempo ragionevole. È possibile? C'è da dubitarne. Kiev sembra aver imboccato una strada che porta lentamente all'autodistruzione. È troppo presto per capire chi potrebbe emergere dal caos.
Paradossalmente, la provocazione di Trump con quel "navigare lungo le coste russe" con sottomarini della classe Ohio, per quanto assurda, ha fornito a Mosca il pretesto per proporre qualcosa che era da tempo nel cassetto del presidente Putin. La Russia ha annunciato ufficialmente il ritiro dalle restrizioni che si era autoimposta nell'ambito della moratoria sul dispiegamento di missili a medio e corto raggio (Trattato INF) e ha giustificato questa decisione con le iniziative degli Stati Uniti, che da tempo hanno dispiegato sistemi simili in Europa e nella regione dell'Asia-Pacifico, violando così lo status quo. Per la prima volta la Russia sottolinea ufficialmente che la minaccia dei missili a medio e corto raggio statunitensi non proviene solo dall'Europa, ma anche dalla regione dell'Asia-Pacifico.
A livello di logica formale la revoca della moratoria sul dispiegamento di questi missili da parte di Mosca non è altro che una risposta simmetrica alla precedente escalation di Washington. Ma a un livello più profondo, la Russia non sta solo rispondendo: sta creando una nuova architettura strategica senza che in questo intervengano limiti imposti a livello internazionale. E tra le altre cose la Russia dispone della produzione in serie del missile Oreshnik, oltre ad avere nella regione dell'Asia-Pacifico uno stretto alleato come la Corea del Nord.
Questo cambiamento di paradigma intende avere effetti strategici. Se in passato Mosca si affidava ai trattati e al gioco pulito, oggi punta sull'imprevedibilità, sui fronti interconnessi e sul reagire alle minacce.

12 agosto 2025

Dodici agosto


"...proseguendo poi la sua corsa per centoquarantaquattro metri".

Catanzaro, 12 agosto 2009, ore 23.45 circa.

07 agosto 2025

Alastair Crooke - Un altro attacco statunitense contro l'Iran sarebbe un inutile gesto teatrale

 


Traduzione da Strategic Culture, 4 agosto 2025.

Il presidente degli Stati Uniti, angustiato da una vicenda Epstein che non vuole saperne di passare in secondo piano e messo sotto pressione dai falchi a causa del sensibile collasso dell'Ucraina, sta sparando una raffica di minacce geopolitiche su tutti i fronti. Innanzitutto e soprattutto contro la Russia, ma in secondo luogo contro l'Iran.
"L'Iran è proprio malvagio. Le dichiarazioni degli iraniani sono intrise di malvagità. Sono stati colpiti. Non possiamo permettere loro di avere armi nucleari. Stanno ancora parlando di arricchimento dell'uranio. Chi è che parla così? È proprio stupido. Non lo permetteremo".
Una escalation di qualche genere con la Russia è chiaramente all'ordine del giorno, ma Trump ha minacciato anche di attaccare nuovamente i siti nucleari iraniani. Se lo facesse si tratterebbe di un gesto dimostrativo completamente scollegato dalla realtà delle cose sulla situazione in Iran.
Un altrio attacco, direbbero, significherebbe un'ulteriore regressione -o proprio la parola fine- per la capacità dell'Iran di mettere insieme un'arma nucleare.
E questa sarebbe una bugia.
Theodore Postol, professore emerito di scienza, tecnologia e sicurezza internazionale al MIT, viene considerato il massimo esperto statunitense in materia di armi nucleari e loro sistemi di lancio. Postol esprime alcune osservazioni tecniche controintuitive che questo articolo ha l'intenzione di tradurre in termini politici e che indicano con chiarezza come un ulteriore attacco ai tre siti nucleari colpiti dagli Stati Uniti il 22 giugno sarebbe inutile.
Sarebbe inutile per quanto riguarda l'obiettivo ostentato da Trump, ma un attacco potrebbe comunque esserci, sia pure solo come messinscena volta a facilitare altri e differenti obiettivi come il tentativo di rovesciare la Repubblica Islamica e favorire le ambizioni egemoniche dello stato sionista nella regione.
In parole povere la convincente argomentazione del professor Postol è che l'Iran non ha bisogno di ricostruire il suo precedente programma nucleare per costruire una bomba. Quell'epoca è finita. Sia gli Stati Uniti che lo stato sionista credono -e con ragione, afferma Postol- che la maggior parte delle scorte di uranio altamente arricchito dell'Iran siano sopravvissute all'attacco e siano disponibili.
"I tunnel di Esfahan sono profondi. Sono tanto profondi che gli Stati Uniti non hanno nemmeno provato a farli crollare con le bombe bunker buster. Supponendo che il materiale non sia stato spostato, ora si trova intatto nei tunnel. Dopo una settimana dall'attacco l'Iran aveva già sbloccato l'ingresso di un tunnel".
Insomma, l'attacco statunitense non ha ritardato di anni il programma iraniano. È altamente probabile che la maggior parte dell'uranio altamente arricchito iraniano sia sopravvissuto agli attacchi, pensa Postol.
L'AIEA afferma che al momento dell'attacco l'Iran possedeva 408 kg di uranio arricchito al 60%. Probabilmente gli iraniani lo hanno spostato prima dell'attacco di Trump; secondo Postol lo si sarebbe potuto portare facilmente altrove usando il cassone di un pick up ("o anche un carro trainato da un asino!"). Ma il punto è che nessuno sa dove si trovi quell'uranio arricchito. E quasi certamente è disponibile.
L'argomento essenziale del professor Postol -che evita di accennare a implicazioni politiche- è il paradosso per cui più l'uranio è arricchito, più facile diventa arricchirlo ulteriormente. Di conseguenza l'Iran potrebbe accontentarsi di un impianto di centrifugazione molto più piccolo. Esattamente: molto, molto più piccolo degli impianti su scala industriale di Fordow o di Natanz, progettati per ospitare rispettivamente migliaia e decine di migliaia di centrifughe.
Postol ha elaborato lo schema tecnico di una cascata di 174 centrifughe con cui l'Iran potrebbe arrivare in solo quattro o cinque settimane ad avere l'uranio arricchito -sotto forma di gas esafluoruro- sufficiente a realizzare un ordigno. Nel 2023 l'AIEA aveva trovato particelle di uranio arricchito all'83,7%: un livello militare. Probabilmente si è trattato di un esperimento con cui gli iraniani avrebbero dimostrato a se stessi che erano in grado di farlo quando e come volevano, suggerisce il professor Postol.
Lo schema della cascata di centrifughe di Postol aveva lo scopo di sottolineare il fatto che avendo a disposizione dell'uranio arricchito al 60% occorrono pochi o punti sforzi per proseguire l'arricchimento fino all'83,7%. Eccola qui, la storia dell'arricchimento in segreto.
La cosa che potrebbe risultare ancora più scioccante ad occhi inesperti è che Postol ha ulteriormente dimostrato che una cascata di 174 centrifughe potrebbe essere installata in uno spazio di soli sessanta metri quadrati -la superficie di un modesto appartamento cittadino- e consumerebbe solo poche decine di kilowatt.
Insomma, qualche impianto di arricchimento di dimensioni del genere si potrebbe nascondere ovunque in un paese vasto come l'Iran; aghi in un pagliaio. Anche la conversione dell'uranio in uranio metallico 235 comporterebbe il ricorso a impianti di piccole dimensioni; la si potrebbe eseguire in una struttura di centoventi, massimo centocinquanta metri quadrati.
Sempre a proposito di alcuni dei luoghi comuni che circondano la realtà iraniana, la costruzione di una bomba atomica sferica richiede non più di quattordici chilogrammi di uranio metallico 235 circondato da un riflettore. "Non si tratta di alta tecnologia, è roba da capanno degli attrezzi". Basta assemblare i pezzi e non servono test. Postol afferma che "Little Boy è stato sganciato su Hiroshima senza molti test; è sbagliato pensare che servano test". Ecco sfatato l'altro luogo comune per cui "sapremmo se l'Iran fosse arrivato ad avere capacità nucleari militari perché potremmo rilevare sismicamente il test di una qualsiasi arma".
Una piccola bomba atomica di questo tipo peserebbe solo centocinquanta chili. Le testate di alcuni missili iraniani lanciati contro lo stato sionista durante la guerra dei dodici giorni, sia detto per confronto, ne pesavano tra i quattrocentosessanta e i cinquecento.
Ted Postol è attento a non azzardare valutazioni sulle implicazioni politiche. Eppure sono assolutamente chiare: non ha senso un altro bombardamento su Fordow, Natanz e Isfahan. La stalla è aperta e i buoi sono scappati.
Il professor Postol, come massimo esperto tecnico in materia nucleare, fornisce informazioni al Pentagono e al Congresso. Conosce il direttore dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard, e secondo quanto riferito l'ha messa al corrente della situazione prima dell'attacco di Trump contro Fordow il 22 giugno sostenendo che gli Stati Uniti probabilmente non sarebbero stati in grado di distruggere la sala delle centrifughe, che a Fordow è molto profonda. Altri funzionari del Pentagono, pare, non sarebbero stati della stessa opinione.
Sappiamo che gli Stati Uniti non hanno nemmeno provato a far crollare i tunnel sotto Isfahan con le bombe bunker buster e che si sono accontentati di cercare di bloccare i vari ingressi dei tunnel verso il sito di Isfahan ricorrendo ad armi convenzionali, come i vecchi missili Tomahawk lanciati da sottomarini.
Ripetere l'esercitazione del 22 giugno sarebbe un mero gesto teatrale completamente privo di obiettivi concreti e realistici. Allora perché mai Trump ci starebbe ancora pensando? Durante la sua recente visita in Scozia, ha dichiarato ai giornalisti che l'Iran sta inviando "segnali negativi" e che qualsiasi tentativo di riavviare il suo programma nucleare verrebbe immediatamente represso:
"Abbiamo spazzato via il loro potenziale nucleare. Possono ricominciare. Se lo faranno, lo spazzeremo via più velocemente di quanto vi ci voglia per muovere un dito".
Ci sono diverse possibilità: Trump potrebbe sperare che un ulteriore attacco possa finalmente –secondo lui e altri– provocare la caduta del governo iraniano. Potrebbe anche provare l'istinto di rifuggire da un'escalation contro la Russia, per il pericolo di arrivare a un punto in cui il conflitto potrebbe diventare incontrollabile. E alla fine potrebbe concludere che sarebbe più facile presentare un attacco all'Iran come una dimostrazione della "forza" degli Stati Uniti da presentare poi con un'ulteriore dichiarazione del tipo "colpito e affondato", indipendentemente dai risultati concreti.
Infine, potrebbe pensare di attaccare nella convinzione che lo stato sionista voglia questo attacco, e che anzi ne abbia un disperato bisogno.
La motivazione più probabile potrebbe essere proprio questa. Solo che nell'attuale epoca della geostrategia gli impressionanti miglioramenti nell'accuratezza degli armamenti balistici e ipersonici russi e iraniani -che possono distruggere con precisione un obiettivo con danni collaterali trascurabili e che l'Occidente non è praticamente in grado di intercettare- hanno cambiato le regole del gioco.
E hanno fatto cambiare anche tutto il calcolo geostrategico, specialmente per lo stato sionista. Un ulteriore attacco all'Iran, lungi dal rivelarsi vantaggioso, potrebbe scatenare contro lo stato sionista una risposta devastante a mezzo missili.
Del resto tutte le narrazioni di Trump sono un po' un teatrino. Un teatrino in cui si ostenta sostegno allo stato sionista mentre il vero obiettivo è quello di far crollare e di balcanizzare l'Iran e di indebolire la Russia.
Postol riferisce che un colonnello dell'esercito sionista avrebbe detto a Netanyahu che attaccando l'Iran "probabilmente ce la prenderemmo con uno Stato dotato di armi nucleari". È probabile che Tulsi Gabbard abbia detto lo stesso a Trump.
Il professor Postol è d'accordo. L'Iran deve essere considerato una potenza nucleare non dichiarata, anche se la sua situazione effettiva viene accuratamente celata.

05 agosto 2025

Di Gazzette e di ristoranti. O di ristoranti e di gazzette

Per i gazzettieri agosto è un mese molto parco di argomenti. O meglio, di argomenti ce ne sarebbero quanti se ne vogliono, ma per chi fa giornata riempiendo gli spazi tra una pubblicità e l'altra e sperando che il Dipartimento per l'Editoria non perda in generosità è meglio annàcce cor bemollo, come avrebbe scritto il Belli, e non pestare troppi calli.
La divorante e deliberata deindustrializzazione della penisola italiana ha avuto d'altronde diverse conseguenze. Soprattutto al di fuori del palinsesto dei mass media e dell'agenda delle gazzette, che con la realtà hanno un rapporto che si potrebbe definire piuttosto libero. Ha finalmente tappato la bocca ai sindacati -che hanno roinàho l'ihàglia, lo sanno tutti- e messo a disposizione dei padroni una quantità impressionante di mano d'opera a costi ridicoli; di contro ha contribuito a instradare molte persone verso una piccola imprenditoria di esercizi commerciali che durano lo spazio di un mattino, di startup -che è il nome socialmente decoroso di quanti fanno il giro delle banche col cappello in mano- di "servizi" opinabili se non peggio, e soprattutto di posti dove si cuoce roba, o per lo meno la si taglia in piccole parti prima di metterla nei piatti. Si cuoce roba, o per lo meno la si taglia in piccole parti prima di metterla nei piatti, e si cerca di venderla a un prezzo che va dalle sette alle venti volte quello che vale. Un'esperienza che dipende da location, premium, valore aggiunto e altre cose irritanti che contribuiscono in ogni caso a concretizzare tentativi -per lo più ridicoli- di drenare ulteriore denaro. Una cosa che infastidisce ancora di più quando si rifà al ricordo di antiche spartanità elegiache e vite avventurose mai viste nemmeno in foto: osterie domenicane, locande del viandante, covi di bucanieri e via cianciando.
 Di quello che sono stati capaci di fare (e magari di pretendere) col succo di frutta fermentato abbiamo già scritto.
Ad accomunare tutto l'aggregato, la convinzione maturata chissà dove, chissà come e chissà perché che il bacino di potenziali clienti disposti a spendere centinaia di euro per qualcosa che in capo a qualche ora finisce nella fossa biologica sia inesauribile.
Sul piano gazzettiero la cosa è stata ben accolta, con interi numeri dedicati al lifestyle e al gusto. Solo che le vendite delle gazzette vanno a rotta di collo, cartaceo o digitale che sia, e sarebbe interessante valutare quanta influenza vi abbia la decisione di trattare temi del genere con una cadenza che rasenta la monografia; chissà perché qualcuno dovrebbe separarsi da del denaro per leggere di qualche milanese che vorrebbe imporre con autorevolezza il valore aggiunto della location premium con cui è decisissimo a vendere pasta scondita a trenta euro la porzione. E a separarsi da altro denaro dopo qualche tempo, per compartecipare allo scoramento dello stesso milanese che frigna perché non ci è riuscito. L'insofferenza velenosa che tanti ben vestiti nutrono nei confronti di chiunque non si affretti a corrispondergli cifre ragguardevoli per succo di frutta fermentato e roba cotta fa capire che si tratta di esborsi dovuti, di patenti per l'accesso alla società civile ancora prive di imposizione formale e delle relative sanzioni solo per un malaugurato accidente burocratico.
Insomma, bene che vada il rischio d'impresa è tutta colpa tua.
Ah, e dei sindacati.
E dei giovani che non vogliono lavorare (e ci sarebbe da stupirsi del contrario).
E dei comunisti.
Ovviamente per documentarsi sulla pratica che c'è dietro a tante teorie -pardon, theorie- non occorre essere esperti di marketing. Non occorre nemmeno comprare le gazzette.
Chi scrive ha un aneddoto da aggiungere in proprio, che a differenza della roba delle gazzette il rapporto con la realtà lo ha piuttosto stretto e che rappresenta solo uno dei motivi per cui ritiene i ristoranti dei luoghi da frequentare il meno possibile.
Anni fa ci recammo a cena in un locale sulle colline del Chianti fiorentino.
Un tale che diceva di essere un amico -e finché lo dice soltanto va anche bene- aveva rilevato da tempo una bottega di alimentari e ne aveva fatto un ristorante piuttosto rinomato; turisti nordeuropei molto presenti nella clientela, ottime recensioni, locale curato eccetera.
A notte, al momento del conto, gli dicemmo che ci aspettavamo di fare una buona dormita; avremmo avuto, l'indomani, una giornata piuttosto impegnativa.
Ne avemmo in cambio un'occhiata di sufficienza e l'asserzione che non si capiva da cosa ci si dovesse riposare, visto che non facevamo una sega tutto il giorno.
Parole testuali.
Gli mettemmo in mano il centinaio e più euro che gli stakhanov della cucina si erano duramente sudati maneggiando un'affettatrice e un coltello da formaggi (lui stava in sala, in cucina neanche ci aveva messo piede e la cena era stata per lo più a base di assaggi di salumi e pecorini), salutammo e ce ne andammo.
Poi vennero il 2020 e la pandemia, che costrinse la vita sociale a limiti molto rigidi.
Gli si saranno seccati i cespiti?
L'impresa avrà barcollato?
Moglie, figli ("Sta' diritto", "A me mi non si dice" e "Questa casa non è un albergo". Pare quasi di sentirlo, povero brambilla) e tutto il resto si saranno rivelate declinazioni di un unico concetto, quello di soldi in uscita?
Non riusciamo davvero a impietosirci.

01 agosto 2025

Alastair Crooke - Il movimento MAGA si sente tradito: è la fine per il mito di Trump?




Traduzione da Strategic Culture, 29 luglio 2025.

Il polverone del caso Epstein cresce. E diventa un catalizzatore per il profondo senso di alienazione che le masse provano nei confronti di alcuni strati della classe dirigente. Il pubblico, sia pure a malincuore, è rassegnato a interiorizzare il fatto che i suoi "governanti" siano dei mentitori e dei ladri abituali. Nonostante questo -in particolare all'interno della fazione del MAGA- ha comunque avuto sentore che all'interno del ceto governativo potrebbero covare vizi che considera troppo esecrabili anche solo per immaginarli. La gente ha capito che Trump era in un modo o nell'altro -sia pure solo come spettatore- legato ad ambienti in preda alla depravazione più totale.
È improbabile che la cosa gli verrà facilmente perdonata, o che gli sia perdonata proprio. Trump è stato eletto per smantellare tutte queste intricate reti di oligarchie, strutture di potere e servizi segreti che agiscono per interessi poco chiari. È quello che aveva promesso, il suo America First.
Cercare di distogliere l'attenzione del pubblico dalla vicenda Epstein probabilmente non avrà successo. Sfruttare, abusare e distruggere la vita di non si sa quante bambine secondo una condotta diabolicamente dissoluta in cui si mescolano potere e ricchezza è una cosa che va a toccare corde morali profonde: è impossibile cercare di sviare l'attenzione puntando il dito contro le mene finanziarie e altri giochetti da privilegiati. L'abuso -e peggio- inflitto a dei bambini appartiene a una categoria a sé stante, a una categoria infernale.
Trump può anche sostenere di non aver fatto nulla di giuridicamente sanzionabile. Sta di fatto che ormai è compromesso, e compromesso molto seriamente. Di conseguenza, come presidente potrebbe ritrovarsi a essere un'anatra zoppa, a meno che non si venga fuori un deus ex machina abbastanza potente da distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica.
Tanto per essere chiari, Trump resisterà con tutte le sue forze alla prospettiva di diventare un'anatra zoppa. Ed è qui che diventa pericoloso sul piano geopolitico. Trump ha bisogno di qualcosa che diventi una notizia distraente, ha bisogno di “vittorie”.
Ora come ora però si trova in una posizione di debolezza, in cui gli organismi per la sicurezza dello Stato e i loro alleati al Congresso stanno prendendo sempre di più il controllo della situazione. Allo stesso modo, molti esponenti della rete che collega politici e funzionari statunitensi, britannici e dello stato sionista a profondi legami commerciali e di intelligence saranno estremamente contrari a che venga fatta piena luce sul loro mondo. Singoli individui, tra cui la detenuta Ghislaine Maxwell, potrebbero rivelarsi pericolosi proprio come qualcuno che sta annegando e che in preda al panico si aggrappa alla persona più vicina facendola annegare con lui.
Il pedestre entourage che si occupa di politica estera per Trump ha limitato le iniziative presidenziali in materia erigendo una gabbia le cui sbarre hanno nomi come "arroganza" e "superbia".
Per l'Ucraina, Trump ha dato a Mosca cinquanta giorni di tempo per capitolare all'ultimatum di cessate il fuoco di Kellogg, se non vuole che la parola passi al cannone.
Le sanzioni del 100% sulle triangolazioni, che colpiscono principalmente le importazioni energetiche della Cina e dell'India dalla Russia, sono state categoricamente respinte dalla Cina e probabilmente lo saranno anche dall'India. Trump subirà le pressioni dei falchi del Congresso affinché faccia qualcosa per infliggere un duro colpo alla Russia.
Il problema è che l'arsenale è vuoto. Né gli Stati Uniti né l'Europa dispongono di scorte di armi significative in vista di una guerra. Anche se ordinassero missili o altre armi adesso, ci vorrebbero mesi prima della loro consegna.
Invece Trump di qualche diversivo o di qualche vittoria ne ha bisogno alla svelta.
Dal momento che negli arsenali non c'è gran che, Trump può solo far salire efficacemente la tensione usando missili a lungo raggio contro Mosca o contro San Pietroburgo. I missili Tomahawk con una gittata di duemila chilometri nell'arsenale degli Stati Uniti ci sono (e ne è stato discusso con la squadra di governo di Trump, secondo quanto riferito da David Ignatius).
E se questi missili Tomahawk, che sono vecchi, fossero abbattuti facilmente dalle forze russe? Beh, allora rimarrebbe un vuoto. Un vuoto grave. Perché non c'è nulla di intermedio tra qualche partita di armamenti dal valore simbolico (una manciata di missili Patriot) e le armi nucleari tattiche presenti nelle basi statunitensi, che potrebbero essere lanciate dai caccia schierati in Gran Bretagna.
A questo punto Trump piomberebbe verso un conflitto di vaste proporzioni con la Russia.
Un piano B esiste? Beh... sì. In alternativa all'escalation contro la Russia, si potrebbe bombardare di nuovo l'Iran.
Gli iraniani ritengono probabile un altro attacco contro la Repubblica Islamica, e Trump ha detto che potrebbe farlo. Quindi l'Iran si sta preparando al meglio per tale eventualità.
È possibile che Trump sia stato informato che la conseguenza di un attacco su larga scala contro l'Iran sarebbe l'effettiva smilitarizzazione dello stato sionista a mezzo missili balistici, con profonde ripercussioni sulla politica statunitense e sulla regione.
È anche possibile che Trump faccia finta di nulla e che preferisca a considerare lo stato sionista "tanto bravo", come disse durante l'attacco a sorpresa del 13 giugno.
E in Medio Oriente cosa sta succedendo? Sembra che Netanyahu stia brigando per aiutare Trump. Gaza è già una cosa scandalosa, sono scandalosi i crimini di guerra che vi vengono commessi, in una situazione che ha ottime prospettive di peggioramento.
Max Blumenthal riferisce che "quando Tucker Calson ha affermato che Epstein aveva legami con i servizi segreti dello stato sionista [e che questo spiegava] perché Trump sta insabbiando [il caso Epstein], nello stato sionista devono essersi spaventati. Neftali Bennett, ex primo ministro israeliano, è stato convocato per dichiarare che aveva avuto a che fare ogni giorno con il Mossad e che Jeffrey Epstein non lavorava per il Mossad e non era un agente per lo stato sionista. Ha poi minacciato Carson, dicendo "non lo tollereremo". Anche il ministro per gli Affari della diaspora ha denunciato Tucker Carson. È come se il rapporto tra il movimento conservatore statunitense e lo stato sionista si stesse incrinando a causa di Epstein", suggerisce Blumenthal.
Netanyahu forse intuisce che negli USA lo stato sionista rischia di passare qualche guaio, dato che i giovani statunitensi e i sostenitori del MAGA si stanno rivoltando contro un Trump che avrebbe tradito lo America First, sarebbe "corresponsabile" del massacro di Gaza, della guerra civile settaria in Siria guidata dagli USA e dallo stato sionista, dell'attacco contro l'Iran e del sacco del Libano.
Secondo i sondaggi, l'81% degli statunitensi vuole che vengano resi pubblici tutti i documenti relativi a Epstein. Due terzi –tra cui l'84% dei democratici e il 53% dei repubblicani– pensano che il governo stia nascondendo le prove relative alla lista dei suoi clienti e alla sua morte. Attualmente, il 53% disapprova l'operato di Trump.
Netanyahu è (forse di conseguenza) impegnato in una corsa frenetica per imporre la "Grande Israele". Imporre, perché la versione originale degli accordi di Abramo secondo ogni apparenza riguardavano la normalizzazione dei rapporti con lo stato sionista. Oggi, sotto la minaccia militare, gli Stati arabi sono costretti ad accettare le condizioni dello stato sionista e la sottomissione ad esso.
Si tratta di una parodia del vecchio concetto di un'alleanza di minoranze. Oggi le "minoranze" (che a volte sono maggioranze frammentate) vengono deliberatamente messe l'una contro l'altra. Gli Stati Uniti e lo stato sionista hanno nuovamente introdotto l'ISIS 2.0 in Medio Oriente. Le esecuzioni di alawiti, cristiani e sciiti in Siria ne sono la diretta conseguenza.
La prospettiva è quella di un Medio Oriente devastato, in cui solo le monarchie del Golfo fungono da isole obbedienti in mezzo a un panorama di guerre intestine, massacri su base etnica e balcanizzazione della politica.
Il nuovo Medio Oriente...?

16 luglio 2025

Alastair Crooke - Gli errori commessi dall'arroganza statunitense stanno cambiando la natura del conflitto mondiale



Traduzione da Strategic Culture, 15 luglio 2025.

La grande questione emersa dall'attacco statunitense del 22 giugno contro l'Iran –seconda solo a "che fine farà l'iran?"– è se Trump ritenga di poter imporre l'uso retorico dell'affermazione di aver "annientato" il programma nucleare iraniano per un periodo sufficientemente lungo da impedire allo stato sionista di colpire nuovamente l'Iran, e al tempo stesso di poter continuare a sbandierare il suo slogan ad effetto che è "ABBIAMO VINTO, adesso comando io e tutti faranno quello che dico io".
Queste erano le questioni chiave sul conflitto che dovevano essere discusse con Netanyahu durante la sua visita alla Casa Bianca questa settimana. A Netanyahu interessa essenzialmente continuare con la "guerra vera e propria", quindi ha esigenze diverse dalla strategia generale di Trump che è quella del cessate il fuoco. Ad essere implicito nel suo approccio del tipo "si arriva, si bombarda, ce ne andiamo e poi arriva il cessate il fuoco" nei confronti dell'Iran è che Trump potrebbe figurarsi di essere riuscito a creare lo spazio necessario a riprendere il suo obiettivo primario, quello di istituire per tutto il Medio Oriente un ordine più ampio incentrato sullo stato sionista e basato su accordi commerciali, legami economici, investimenti e connettività, per creare un'Asia occidentale guidata dal business con al centro Tel Aviv e con Trump come suo "presidente" de facto.
Una "super autostrada commerciale" che gli servirebbe a spingersi oltre, con gli Stati del Golfo che penetrano nel cuore dell'Asia meridionale dei BRICS per interromperne la connettività e tagliarne i corridoi.
Le condizioni indispensabili all'avvio di un ipotetico "Accordo di Abramo 2.0" -e Trump lo capisce chiaramente- sono la fine della guerra a Gaza, il ritiro dei militari dello stato sionista dalla Striscia e la sua ricostruzione. Nessuna sembra realisticamente raggiungibile.
Ciò che emerge piuttosto è che Trump continua ad essere ossessionato dall'illusione che la sua visione incentrata sullo stato sionista possa concretizzarsi ponendo semplicemente fine al genocidio a Gaza, mentre il mondo assiste inorridito al proseguimento della violenta campagna militare egemonica dello stato sionista in tutta la regione. Il difetto più evidente della premessa al ragionamento di Trump è che gli attacchi dello stato sionista e degli USA avrebbero in qualche modo punito l'Iran. È successo esattamente il contrario. L'Iran ne è uscito più unito, più risoluto e più ribelle. Lungi dal finire relegato a osservare passivamente da bordo campo, l'Iran ora, sulla scia dei recenti eventi, ha ripreso il suo posto di potenza regionale di primo piano. Un ruolo da cui sta preparando una risposta militare che potrebbe cambiare le carte in tavola in caso di ulteriori attacchi da parte dello stato sionista o degli USA.
A essere ignorato da tutte le millanterie occidentali sul successo dello stato sionista è che lo stato sionista aveva scelto di puntare tutto su un attacco a sorpresa del tipo shock and awe. Un attacco che avrebbe rovesciato la Repubblica Islamica in un colpo solo. Non ha funzionato: l'obiettivo strategico è stato fallito e il risultato è stato quello opposto. Ma la cosa più importante è che le tecniche utilizzate dallo stato sionista, che hanno richiesto mesi -se non anni- di preparazione, non si possono ripetere tali e quali adesso che i loro stratagemmi sono stati completamente smascherati.
L'errata interpretazione della realtà iraniana da parte della Casa Bianca indica che gli uomini di Trump si sono lasciati ingannare dall'insistente arroganza con cui lo stato sionista ha ribadito come l'Iran non fosse che un castello di carte destinato a crollare completamente una volta paralizzato dal primo assaggio della forza dimostrata dallo stato sionista con le decapitazioni a sorpresa del 13 giugno.
Si è trattato di un errore sostanziale, che fa parte di una serie di errori simili: che la Cina avrebbe capitolato appena minacciata dell'imposizione di dazi; che la Russia avrebbe potuto essere costretta a un cessate il fuoco anche contro i propri interessi; e che l'Iran sarebbe stato pronto a firmare un documento di resa incondizionata a fronte alle minacce di Trump dopo il 22 giugno.
Gli Stati Uniti hanno commesso degli errori che dimostrano, oltre a un costante distacco dalla realtà geopolitica, come l'arroganza e la spavalderia altro non siano che l'orpello della debolezza occidentale. Lo establishment statunitense si aggrappa a una supremazia ormai in declino, ma così facendo -per giunta senza nulla ottenere- ha invece accelerato la formazione di una potente alleanza geostrategica intenzionata a sfidare gli Stati Uniti.
La deriva occidentale verso il ricorso a mezzucci, menzogne e inganni è stata un campanello di allarme per gli altri Paesi: L'operazione "Spider Web" contro la flotta di bombardieri strategici russi alla vigilia dei colloqui di Istanbul e l'attacco a sorpresa degli Stati Uniti e dello stato sionista contro l'Iran due giorni prima di un previsto successivo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran hanno rafforzato la decisione a resistere della Cina, della Russia e dell'Iran in particolare, ma più in generale in tutto il Sud del mondo.
L'intero quadro delle ostilità in atto per mantenere il primato del dollaro statunitense ne è uscito irreversibilmente alterato.
Tutti sono sul chi vive perché hanno constatato che a fronte della prospettata sconfitta della NATO in Ucraina, l'Occidente sta intensificando la nuova Guerra Fredda su molti fronti: nel Mar Baltico, nel Caucaso, nella periferia dell'Iran (tramite attacchi informatici) e, naturalmente, tramite un'escalation della guerra finanziaria su tutti i fronti. Trump sta nuovamente minacciando di sanzionare l'Iran e qualsiasi Stato che acquisti il suo petrolio. Lunedì 14 luglio Trump ha pubblicato su Truth Social che avrebbe imposto una nuova tariffa del 10% a "qualsiasi paese che si allinei alle politiche antiamericane dei BRICS".
Naturalmente, i vari Paesi si stanno preparando a contrastare questa escalation. La tensione sta aumentando ovunque.
L'Azerbaigian (e persino l'Armenia) vengono utilizzati come armi contro la Russia e l'Iran dalle potenze della NATO e dalla Turchia. L'Azerbaigian è stato utilizzato per facilitare il lancio di droni dello stato sionista contro l'Iran, e il suo spazio aereo è stato utilizzato anche da aerei dello stato sionista per sorvolare il Mar Caspio, in modo che fosse possibile lanciare verso Tehran missili da crociera stand-off dallo spazio aereo azero sul Mar Caspio.
Il Kurdistan iracheno, il Kazakistan e le zone di confine del Belucistan sono stati utilizzati come piattaforme per infiltrare unità di sabotaggio sia in Russia che in Iran, per preposizionare missili, droni e unità di sabotaggio per la guerra asimmetrica.
Sull'altro fronte di questa guerra in pieno dispiegamento Trump si sta affannando per concludere una serie di accordi "commerciali" in tutto il Pacifico, compresi quelli con l'Indonesia, la Thailandia e la Cambogia. L'obiettivo è quello di costruire una “gabbia” di tariffe speciali più elevate per arginare la pratica cinese di ricorrere a triangolazioni, ovvero di esportare merci in altri Paesi che poi le riesportano a loro volta negli USA.
Gli Stati Uniti hanno creato un precedente con il Vietnam, con una tariffa del 40% su queste triangolazioni, che è esattamente il doppio dell'imposta del 20% sui prodotti fabbricati in Vietnam.
Solo che la strategia shock and awe di Trump, che consiste nell'imporre dazi per rilanciare l'attività industriale statunitense e mantenere il resto del mondo soggetto all'egemonia del dollaro, non sta funzionando: Trump è stato costretto ad annunciare una moratoria di novanta giorni sui dazi del Liberation Day nella speranza che nel frattempo venissero conclusi novanta accordi, ma in realtà sono stati raggiunti solo tre "accordi quadro". L'amministrazione è stata quindi costretta a prorogare ancora una volta la moratoria fino al 1° agosto. Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha affermato che molti dei novanta Stati originariamente soggetti ai dazi non hanno nemmeno cercato di contattare gli Stati Uniti per raggiungere un accordo.
La facoltà di punire finanziariamente chi non fa quello che gli USA dicono sta venendo meno. L'alternativa alla rete del dollaro esiste. E non si tratta di una "nuova valuta di riserva".
L'alternativa è la soluzione prevista dalla Cina: una fusione delle piattaforme di pagamento al dettaglio Fintech con i sistemi digitali bancari e delle banche centrali, basata sulla blockchain e su altre tecnologie digitali. Gli Stati Uniti non possono replicare questo approccio perché la Silicon Valley e Wall Street sono in contesta tra loro e non collaboreranno.
Come ha osservato ironicamente Will Schryver un paio di anni fa:
La serie apparentemente infinita di errori causati dall'arroganza dell'impero ha rapidamente accelerato la formazione di quella che è senza dubbio la più potente alleanza militare/economica/geostrategica mai vista in tempi moderni: l'asse tripartito di Russia, Cina e Iran...
Pare incredibile, ma gli USA sono riusciti a passare dalla padella di una guerra regionale per procura contro la Russia alla brace di un conflitto globale che tutti e tre i loro avversari, in costante rafforzamento, considerano ormai una lotta per l'esistenza.
A mio avviso, si tratta quasi certamente della serie di errori geopolitici più inspiegabili e inquietanti che la storia ricordi.

10 luglio 2025

Alastair Crooke - Iran. Trump voleva una guerra perfetta e una vittoria sensazionale: il suo è il "Paese delle performance"...



Traduzione da Strategic Culture, 8 luglio 2025.

"A seconda di chi risponde alla domanda, il bombardamento statunitense degli impianti nucleari iraniani a Fordow, Natanz e Isfahan è stato un successo clamoroso che ha gravemente compromesso il programma nucleare di Tehran oppure un vistoso fuoco di paglia i cui risultati sono stati inferiori alle aspettative... Nel quadro generale, tutto questo non è altro che una recita".
Michael Wolff ha scritto quattro libri su Trump; a suo parere la questione principale, seconda solo a cosa succederà in Iran e a come gli iraniani potrebbero reagire, è data da come reagiranno quelli del MAGA.
E penso che [Trump] sia sinceramente preoccupato, [sottolinea Wolff]. Credo proprio che dovrebbe esserlo. Ci sono due temi essenziali agli occhi di questa coalizione: l'immigrazione e la guerra. Tutto il resto non è intoccabile e può essere oggetto di compromesso. Ma non è certo che su questi due temi siano possibili compromessi.
Il segnale lanciato da Hegseth ("non siamo in guerra con il popolo iraniano, ma solo con il suo programma nucleare") riflette chiaramente un messaggio che di fronte alla reazione dei MAGA ha perso ardimento: "Non fateci caso. Non stiamo davvero facendo la guerra"; ecco cosa stava cercando di dire Hegseth.
Quindi cosa succederà? Ci sono fondamentalmente quattro possibilità: la prima è che gli iraniani dicano "Va bene, ci arrendiamo", ma questo non succederà. La seconda è quella di una guerra prolungata tra Iran e stato sionista, con lo stato sionista che continuerà a subire attacchi mai subiti prima d'ora. La terza è il tentativo di rovesciare la Repubblica Islamica, anche se una cosa del genere non è mai successa in seguito ai soli attacchi aerei. Storicamente, iniziative del genere per mano degli statunitensi si sono sempre svolte in un contesto fatto di massacri, periodi di instabilità lunghi molti anni, terrorismo e caos.
Infine, c'è chi avverte che sarebbe in ballo un Armageddon nucleare con l'obiettivo di distruggere l'Iran. Ma sarebbe un caso di autolesionismo, poiché con esso arriverebbe probabilmente anche l'Armageddon di Trump alle elezioni di metà mandato.
“Mi spiego meglio”, dice Wolff:
Ho fatto molte telefonate, quindi credo di avere un'idea del percorso che ha portato Trump al punto in cui siamo [quello degli attacchi all'Iran]. Le telefonate sono uno dei principali metodi con cui cerco di capire cosa sta pensando (uso il termine "pensare" in senso lato).
Parlo con persone con cui Trump ha parlato al telefono. Voglio dire, l'organizzazione cognitiva di Trump è completamente esterna, e si manifesta in una serie continua di telefonate. Ed è piuttosto facile da seguire, perché Trump dice la stessa cosa a tutti. Quindi è un continuo ripetersi...
In sostanza, quando lo stato sionista ha attaccato l'Iran, lui si è eccitato molto e le sue telefonate erano tutte ripetizioni di un unico refrain: "Vinceranno? È una mossa vincente? È finita? Sono così bravi! È davvero uno spettacolo".
Quindi, ancora una volta, siamo nel mondo dello spettacolo. Questo è un palcoscenico e il giorno prima che attaccassimo l'Iran le sue telefonate ripetevano costantemente: Se lo facciamo, deve essere perfetto. Deve essere una vittoria. Deve sembrare perfetto. Nessuno deve morire.
Trump continua a dire ai suoi interlocutori: "Arrivamo, giù bombe e via! Una gran giornata. Una grande giornata, vogliamo. Vogliamo (eccoci, dice Wolff) una guerra perfetta". Poi, all'improvviso, Trump ha annunciato un cessate il fuoco che secondo Wolff "ha segnato la fine della guerra perfetta di Trump".
E così, all'improvviso, con lo stato sionista e l'Iran che sono sembrati proprio collaborare a mettere in scena questo perfetto film di guerra, "Trump si infastidisce, perché proprio perfetto non è".
Wolff continua:
Trump, a quel punto, era già entrato nel ruolo di uno che dice che "questa è la sua guerra". La sua guerra perfetta. Un drammone televisivo della più bell'acqua, una guerra che è servita per tirare fuori un titolo. E il titolo è ABBIAMO VINTO. Ora comando io e tutti faranno quello che gli dico io. Quello che abbiamo visto in seguito è stato il manifestarsi della sua frustrazione per come è andato a finire il drammone con il titolo eccezionale: nessuno sta facendo quello che lui dice.
Quali sono gli sviluppi di più ampia portata di questo episodietto? Beh, Wolff per esempio ritiene improbabile che Trump venga risucchiato in una guerra lunga e complicata. Perché? "Perché Trump, semplicemente, non ha la capacità di attenzione necessaria. È così. Ha già chiuso: arriva, giù bombe e via".
Nelle considerazioni di Wolff si trova un punto fondamentale da afferrare, per coglierne il più ampio significato strategico: Trump è avido di attenzione. Pensa in termini di titoli da generare, ogni giorno, ma non necessariamente alle politiche che derivano da quei titoli. Cerca il dominio quotidiano dei titoli e per questo vuole definirli attraverso un atteggiamento retorico, modellando la "realtà" per darne una sua "interpretazione" spettacolare in linea col suo stile.
I titoli diventano quindi, per così dire, la materia dell'iniziativa politica. Poi possono svilupparsi in politiche vere e proprie, oppure no.
Al contrario di quello che pensa Wolff, per Trump non sarà facile cavarsela togliendo semplicemente l'Iran da sotto i riflettori, nonostante egli sia capace di prove magistrali quando si tratta di trovare nuovi terreni di contesa. Fondamentalmente Trump si è impegnato a rispettare i sottolitoli per cui "L'Iran non avrà mai la bomba". Si noti che Trump non ha definito la questione in termini politici e si è anzi lasciato margini di manovra per una possibile rivendicazione di vittoria in un secondo momento.
Tuttavia c'è un altro punto fondamentale: l'attacco dello stato sionista all'Iran del 13 giugno avrebbe dovuto far crollare la Repubblica Islamica dell'Iran come un castello di carte. Questo si aspettava lo stato sionista, e chiaramente questo era quello che si aspettava anche Trump: "[Le telefonate di Trump alla vigilia dell'attacco a sorpresa dello stato sionista] erano tutte ripetizioni di un unico refrain: "Vinceranno? È una mossa vincente? È finita? Sono così bravi! È davvero uno spettacolo". Insomma, Trump aveva messo in conto il possibile crollo dello Stato iraniano.
Beh... no. Nessuna fine dei giochi. Nello stato sionista si staranno anche abbracciando gli uni con gli altri emozionati per la pièce teatrale del Mossad del 13 giugno, per la "professionalità" delle decapitazioni guidate dal Mossad, per gli omicidi di scienziati, per gli attacchi informatici e per i sabotaggi. Il Mossad è acclamato da molti nello stato sionista, ma si è trattato solo di successi tattici.
L'obiettivo strategico, il fine ultimo, è stato un fallimento: il castello di carte non solo non è crollato, ma ha reagito vigorosamente. Invece di indebolire la Repubblica Islamica dell'Iran, l'attacco è riuscito ad incendiare il sentimento nazionale sciita e iraniano. Ha ridato vigore a un fervore e a una passione nazionale che erano in gran parte sopiti. L'Iran in futuro sarà più risoluto.
Quindi, se l'attacco dello stato sionista del 13 giugno non ha avuto successo, perché mai le cose dovrebbero andare meglio in un secondo tentativo che troverebbe l'Iran prontissimo a reagire? Contro l'Iran Netanyahu potrebbe preferire una lunga guerra di logoramento che contribuisca alla "grande vittoria in cui spera. Ma Netanyahu adesso non può lasciarsi andare a illusioni del genere (né lo stato sionista può sopravvivere a una guerra di logoramento) senza un aiuto sostanziale da parte degli Stati Uniti (che potrebbe anche non arrivare).
Tuttavia, l'atteggiamento vistosamente ansioso (descritto anche dagli interlocutori di Wolff) di Trump nei confronti degli esiti più o meno rapidamente vittoriosi dell'attacco a sopresa sferrato dallo stato sionista è un indice del suo temperamento: "È una mossa vincente? È finita? Deve essere una vittoria: deve sembrare perfetta! Arrivamo, giù bombe e via!".
Questo modo di fare petulante rivolto al suo entourage denota più una mancanza di fiducia in se stesso che la volontà –o la capacità di concentrazione– necessarie a un lungo scontro privo di un ben definito momento in cui si possa dichiarare la fine dei giochi.
Inoltre, Trump sarà preoccupato -e con buoni motivi- degli effetti di una lunga guerra sulla sua base MAGA, così come sui suoi giovani elettori (che stanno già cominciando ad allontanarsi da lui, come suggeriscono i sondaggi centrati su di essi). La maggioranza di Trump in entrambe le Camere è incredibilmente precaria. Trecento milioni di dollari potrebbero ribaltare la situazione, in un senso o nell'altro.
Occorre ricordare anche un secondo dato di fondamentale importanza. Lo stato sionista è stato attaccato in un modo mai visto prima. A tutt'oggi lo stato sionista nasconde l'estensione dei danni inflittigli dai missili iraniani ma anche i suoi esperti in materia di sicurezza, man mano che prendono atto dell'entità dei danni causati al Paese, stanno arrivando all'amara conclusione che distruggere il “programma” iraniano con mezzi militari potrebbe essere impossibile. Sempre che si riesca a farlo, sarà solo tramite accordi diplomatici di qualche tipo.
Anche il rovesciamento della Repubblica Islamica si è rivelato una chimera. L'Iran non è mai stato così unito e risoluto come lo è oggi. Persino la minaccia di uccidere la Guida Suprema ha avuto l'effetto diametralmente opposto. Quattro autorità religiose sciite (Marja'iyya) -tra cui il celebre Grande Ayatollah Sistani in Iraq- hanno emesso sentenze per cui qualsiasi attacco alla Guida Suprema renderebbe valida una fatwa di jihad che obbligherebbe tutta la Ummah (comunità dei credenti) a unirsi alla guerra religiosa contro l'AmeriKKKa e contro lo stato sionista.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sembrano lontani dal raggiungere un accordo. La AIEA si è resa protagonista del problema, invece di contribuire in qualche modo alla soluzione. L'attenzione di Trump per la questione di un cessate il fuoco in Ucraina sembra si stia affievolendo, e anche per l'Iran alla fine il risultato potrebbe essere lo stesso: quello di lunghi negoziati che non portano a nulla, mentre l'Iran riprende silenziosamente il suo programma di arricchimento. E presumibilmente lo stato sionista scaglierà altri attacchi contro l'Iran, provocandone l'inevitabile risposta e una escalation.

08 luglio 2025

Brian McGlinchey - Gli incredibili costi del sostegno statunitense allo stato sionista



Traduzione da Stark Realities, 6 luglio 2025.

Se qualcuno gli chiedesse quanto costa il sostegno governativo allo stato sionista, uno statunitense potrebbe rispondere che si tratta di tre miliardi e ottocento milioni di dollari all'anno. A tanto ammontano gli aiuti militari che gli Stati Uniti si sono impegnati a versare in base all'attuale memorandum di intesa di durata decennale. Questa risposta tuttavia sottovaluta enormemente il vero costo dei rapporti con lo stato sionista, non solo perché non tiene conto delle varie e ingenti spese che ne derivano, ma soprattutto perché quelli che sono davvero i costi più alti non si possono misurare in dollari.
Lo stato sionista è stato di gran lunga il principale destinatario degli aiuti statunitensi fin dalla sua fondazione nel 1948. Se non consideriamo la breve eccezione dovuta alla guerra in Ucraina, lo stato sionista è generalmente il primo della lista ogni anno nonostante sia uno dei paesi più ricchi del mondo, al terzo posto dopo il Regno Unito e al secondo dopo il Giappone in termini di PIL pro capite. A riprova di ciò, anche prendendo in considerazione la cifra largamente sottostimata di tre miliardi e ottocento milioni di dollari per gli stanziamenti statunitensi a favore dello stato sionista, l'AmeriKKKa ha dato allo stato sionista 404 dollari pro capite nell'anno fiscale 2023, contro i soli quindici dollari pro capite elargiti all'Etiopia, uno dei paesi più poveri della Terra e terzo beneficiario dei fondi statunitensi per lo stesso anno (fonte: Council on Foreign Relations).
Dai tempi della seconda guerra mondiale lo stato sionista ha ottenuto quasi il doppio del secondo beneficiario, che è l'Egitto. Quello che la maggior parte degli statunitensi non capisce, tuttavia, è che gran parte delle somme destinate all'Egitto –nel 2023 un miliardo e quattrocento mlioni di dollari– dovrebbero essere considerate come assegnate anche allo stato sionista, dato il perpetuarsi degli oneri che gli accordi di Camp David del 1978 comportarono per gli USA come mediatori per la pace tra Egitto e stato sionista. Lo stesso vale per la Giordania, quarto beneficiario degli Stati Uniti per l'anno fiscale 2023 con un miliardo e settecento milioni di dollari. Gli aiuti statunitensi al Regno sono aumentati dopo la firma del trattato del 1994 con lo stato sionista; una parte degli aiuti alla Giordania serve ad affrontare il problema dei numerosi rifugiati, che comprendono non solo i palestinesi sfollati a seguito della creazione dello stato sionista, ma anche le masse fuggite dalle guerre dirette alla sovversione di questo o quel Paese condotte dagli Stati Uniti per conto dello stato sionista.
Oltre a tutto questo, vanno considerati gli ulteriori fondi diretti allo stato sionista che il Congresso autorizza di quando in quando, in ulteriore aggiunta a quanto previsto dal suddetto memorandum d'intesa. Dal 7 ottobre, data dell'attacco di Hamas contro lo stato sionista, queste cifre supplementari hanno superato di gran lunga l'impegno previsto nel memorandum. Solo nel primo anno della guerra a Gaza il Congresso e il presidente Biden hanno approvato ulteriori quattordici miliardi e cento milioni di dollari in aiuti militari "di emergenza" a favore dello stato sionista, portando il totale per quell'anno a diciassette miliardi e novecento milioni di dollari. Bisogna anche considerare il fatto che, dato che il governo degli Stati Uniti accumula incessantemente deficit che superano ormai di gran lunga i mille miliardi di dollari, ogni spesa marginale, compresi gli aiuti allo stato sionista, viene finanziata ricorrendo al debito. Debito che comporta interessi passivi e che quindi provoca l'aumento del carico fiscale e dell'inflazione per i cittadini statunitensi.
Oltre ai fondi concessi direttamente allo stato sionista, il governo statunitense stanzia ingenti somme in attività destinate a favorire lo stato sionista o legate a sue iniziative. Ad esempio, solo nel primo anno della guerra contro Gaza dopo il 7 ottobre, l'aumento delle operazioni offensive e difensive della Marina statunitense nel teatro mediorientale è costato agli USA circa quattro miliardi e ottocentosessanta milioni di dollari.
Le spese legate alla guerra a Gaza non solo sono continuate, ma sono anche aumentate. Ad esempio all'inizio del 2025 il Pentagono ha intrapreso una serrata campagna contro gli Houthi dello Yemen. In risposta alla sistematica distruzione di Gaza da parte dello stato sionista, gli Houthi hanno preso di mira lo stato sionista e le navi che secondo loro avevano a che vedere con esso. In risposta, l'AmeriKKKa ha scatenato l'Operazione Rough Rider, che ha spesso contemplato il ricorso a missili da due milioni di dollari contro droni Houthi che ne costano diecimila, per una cifra compresa tra uno e due miliardi.
Gli attacchi militari del Presidente Trump contro gli impianti nucleari iraniani -nel contesto di una guerra iniziata dallo stato sionista con pretesti campati in aria- sono costati agli USA ulteriori uno o due miliardi di dollari, secondo le prime stime. Anche prima dell'attacco contro un programma nucleare che la comunità dell'intelligence statunitense continua a ritenere non finalizzato alla produzione di armi, il Pentagono stava già spendendo ancora più soldi dietro allo stato sionista, collaborando alla difesa del Paese contro la risposta dell'Iran alla sua immotivata aggressione. La fase preparatoria degli attacchi statunitensi ha comportato una mobilitazione massiccia e costosa di uomini e mezzi statunitensi nella regione, mentre il Pentagono si preparava a diversi possibili scenari.


Un marine commosso durante una cerimonia commemorativa tenutasi in Iraq nel 2005
in onore di trentun uomini uccisi in un solo giorno (Anja Nedringhaus/AP).

 Naturalmente la più famigerata impresa diretta a sovvertire un Paese è stata l'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003. "Se eliminate Saddam, vi garantisco che ci saranno enormi ripercussioni positive sulla regione", assicurò l'attuale Primo Ministro dello stato sionista Benjamin Netanyahu durante un'audizione al Congresso degli Stati Uniti. Facendo la sua parte per aiutare l'amministrazione Bush -dominata da neoconservatori allineati con lo stato sionista e determinati a eliminare uno dei suoi avversari regionali, Netanyahu disse anche che non c'era "alcun dubbio" che Hussein fosse "decisto a sviluppare un'arma nucleare". Il rovesciamento del governo siriano di Assad, alleato dell'Iran, è un altro esempio lampante di sovvertimento a favore dello stato sionista. USA e stato sionista avevano l'intenzione di spezzare la "mezzaluna sciita" che, grazie soprattutto alla cacciata di Saddam, rappresentava un canale diretto per l'influenza iraniana che si estendeva fino ai confini dello stato sionista. Con grande soddisfazione dei governi statunitense e sionista, la Siria è oggi guidata da un ex membro di al Qaeda che, secondo quanto riferito, sarebbe pronto a rinunciare alla rivendicazione di lunga data della Siria sulle alture del Golan, conquistate dallo stato sionista nel 1967.
Secondo il Costs of War Project della Brown University, il costo totale delle operazioni militari statunitensi in Iraq e Siria, comprese le cure mediche e l'assistenza ai veterani per invalidità passate e future, ammonta a duemilanovecento miliardi di dollari. Il bilancio umano è ancora più sconcertante: oltre cinquecentoottantamila vittime fra civili e combattenti. Il numero delle vittime indirette a causa di sfollamenti, malattie e altri fattori è forse due o quattro volte tanto. Più di quattomilaseicento militari statunitensi sono morti in Iraq. I feriti -molti dei quali hanno subito amputazioni e ustioni- sono trentaduemila. Oltre a tanto colossali sofferenze, questi e gli altri interventi intrapresi dagli USA per garantire la supremazia regionale dello stato sionista hanno fomentato un enorme risentimento nei confronti degli Stati Uniti in tutta la regione.
Questo risentimento contribuisce ad alimentare un altro enorme debito che lo stato sionista ha contratto verso gli Stati Uniti: qualsiasi valutazione approfondita dei costi del rapporto tra i due Paesi deve prendere in considerazione il fatto che il sostegno degli Stati Uniti verso lo stato sionista è uno dei principali motori del terrorismo islamico contro gli statunitensi. Non esiste esempio più lampante in proposito dei fatti dell'11 settembre.


 Il soldato Brendan Marrocco ha perso tutti e quattro gli arti in un attentato tramite bomba a bordo strada,
avvenuto in Iraq nel 2009. (Ruth Fremson per il New York Times, tramite 
NBC News).

La rabbia per l'appoggio statunitense verso lo stato sionista è stata una delle principali motivazioni di Al Qaeda, da Osama bin Laden fino ai dirottatori.
Nella sua dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti del 1996, Bin Laden citò il primo massacro di Qana, in cui lo stato sionista uccise 106 civili libanesi che avevano cercato rifugio in un compound delle Nazioni Unite. Egli affermò che i giovani musulmani "ritengono [gli Stati Uniti] responsabili di tutti gli omicidi... commessi dai vostri fratelli sionisti in Libano; voi li avete apertamente riforniti di armi e finanziamenti".
Bin Laden disse che l'idea di colpire i grattacieli negli USA gli era venuta dopo aver assistito alla distruzione di alcuni complessi residenziali in Libano da parte dello stato sionista nel 1982.
La Commissione sull'11 settembre affermò che "l'ostilità verso gli Stati Uniti del mandante Khalid Sheikh Mohammed non derivava dalla sua esperienza di studente in quel Paese, ma piuttosto dal suo violento dissenso nei confronti della politica estera statunitense, favorevole allo stato sionista".
Mohammed Atta, capo dei dirottatori dell'11 settembre, firmò il suo testamento il giorno in cui lo stato sionista iniziò l'operazione "Grapes of Wrath" (Furore) contro il Libano nel 1996. Un amico disse che Atta era furioso e che fece di quel testamento un mezzo per dedicare la sua vita alla causa.
Un conoscente del pilota dirottatore Marwan al-Shehhi gli chiese perché né lui né Atta avessero mai riso. "Come si può ridere quando in Palestina muoiono delle persone?", fu la sua risposta.
Riguardo alle motivazioni dei dirottatori dell'11 settembre, l'agente speciale dell'FBI James Fitzgerald disse alla Commissione sull'11 settembre: "Credo che siano furibondi vereso gli Stati Uniti. Si identificano con il problema palestinese... e credo che tendano a concentrare la loro rabbia sugli Stati Uniti".


Gli attentati dell'11 settembre hanno causato la morte di 2.977 persone, provocato circa cinquanta miliardi di dollari di danni liquidati dalle assicurazioni e dato il via alla guerra globale al terrorismo degli Stati Uniti. Oltre ad essere stato utilizzato come falso pretesto per invadere l'Iraq per conto dello stato sionista, l'11 settembre ha spinto gli Stati Uniti a invadere l'Afghanistan e a intraprendere la successiva missione suicida durata vent'anni, che ha causato la morte di 2.459 soldati statunitensi (su un totale di centosettantaseimila effettivi) ed è costata duemilatrecento miliardi di dollari.
Dobbiamo ora chiederci terrorizzati quale prezzo potremmo trovarci a pagare a causa dei terroristi che saranno spinti ad agire dal sostegno degli Stati Uniti alla sanguinosa violenza dello stato sionista contro Gaza, che ha ucciso più di cinquantaseimila persone -più della metà delle quali donne e bambini- e ha deliberatamente reso gran parte del territorio inabitabile.
Morte e distruzione arrivano dalle armi fornite dagli Stati Uniti, dai caccia F-15, F-16 e F-35 agli elicotteri d'attacco Apache, alle munizioni di precisione, fino ai proiettili di artiglieria e ai fucili. Nessuna arma ha avuto un ruolo più importante nel bilancio scioccante delle vittime civili e nella catastrofica distruzione fisica delle bombe MK-84 da duemila libbre fornite dagli Stati Uniti, che hanno un raggio letale fino a 1.198 piedi. Anche dopo che gli osservatori esterni erano rimasti esterrefatti a fronte del ricorso a queste bombe da parte dello stato sionista in aree densamente popolate, il governo degli Stati Uniti è andato avanti con le forniture.
Se tanta morte e tanta distruzione non fossero incentivi sufficienti a meditare vendette devastanti contro chi sostiene lo stato sionista, c'è anche il fatto che soldati sionisti depravati hanno utilizzato i social media per riprendersi mentre demolivano allegramente interi quartieri residenziali, devastavano negozi, spaccavano giocattoli e beni personali e, secondo un vezzo diffusosi in modo inquietante, sfoggiavano biancheria femminile appartenente a donne palestinesi sfollate. Da sempre politici, opinionisti e cittadini dello stato sionista sostengono apertamente la pulizia etnica, la messa alla fame e altri crimini di guerra. La scorsa settimana diversi soldati sionisti hanno confermato che -su ordine dei superiori- le truppe hanno regolarmente utilizzato armi letali, compresi proiettili di artiglieria, come barbaro sistema per controllare la ressa nei punti di distribuzione degli alimenti. Se un giorno degli ameriKKKani innocenti saranno vittime di terroristi che cercano di vendicare l'orrore inflitto a due milioni di uomini, donne e bambini di Gaza per mezzo di armi fornite dagli Stati Uniti, aspettatevi che l'accaduto alimenti una dinamica perversa per cui lo si accamperà come motivo per raddoppiare il sostegno statunitense allo stato sionista. Si tratta di manipolazioni efficaci, il che rende gli atti terrroristici contro gli USA una vera manna per lo stato sionista. Riflesso di questa dinamica oscura all'indomani dell'11 settembre, il fatto che Netanyahu sembrava faticare a contenere il suo entusiasmo mentre parlava al New York Times:
Alla domanda su cosa significasse l'attacco per le relazioni tra Stati Uniti e stato sionista Benjamin Netanyahu, ex Primo Ministro, ha risposto: "È una cosa molto positiva". Poi si è corretto: "Beh, no, non una cosa molto positiva. Ma genererà immediata simpatia".
Questo fenomeno che si autoalimenta, per cui il terrorismo motivato dal sostegno degli USA allo stato sionista viene utilizzato per promuovere lo stesso sostegno degli USA allo stato sionista, non è l'unico esempio del distorto modo di pensare che sovrintende alle relazioni tra i due Paesi. L'approccio ameriKKKano al Medio Oriente è dominato da un circolo vizioso di cui lo stato sionista è il centro. Ad esempio, agli statunitensi viene raccontato che lo stato sionista è un alleato fondamentale perché funge da baluardo contro l'Iran, e che l'AmeriKKKa ha bisogno di un baluardo contro l'Iran perché esso è un nemico dello stato sionista.


All'indomani dell'11 settembre, gli iraniani organizzarono una veglia a lume di candela in piazza Mohseni a Tehran
per esprimere le proprie condoglianze al popolo statunitense.

In una delle numerose osservazioni sul conto dello stato sionista che a giugno lo hanno portato a essere sollevato dall'incarico di capo della sezione "Levante ed Egitto" dello Stato Maggiore Congiunto degli Stati Uniti, il colonnello dell'esercito Nathan McCormack ha riassunto così la situazione:
Lo stato sionista è il nostro "alleato" peggiore. L'alleanza con lo stato sionista non ci frutta altro che l'inimicizia di milioni di persone in Medio Oriente, in Africa e in Asia.
A poco a poco questa consapevolezza si sta diffondendo in tutto il corpo sociale negli USA. I cittadini hanno fatto caso a come lo stato sionista si sta comportando a Gaza, stanno facendo attenzione come mai prima d'ora al conflitto tra stato sionista e palestinesi, e guardano con sempre maggiore diffidenza ai tentativi dello stato sionista di trascinare gli Stati Uniti in un altro grande conflitto scatenato sulla base di menzogne. Quest'ultimo aspetto ha una risonanza particolare per gli innumerevoli veterani di guerra statunitensi che sono giunti alla terribile conclusione di essersi sacrificati in fin dei conti, loro e i compagni caduti, a vantaggio di un governo straniero e a scapito della sicurezza degli USA.
All'inizio di quest'anno, Pew Research ha scoperto che la maggioranza degli statunitensi ha adesso un'opinione negativa dello stato sionista. Uno dei cambiamenti più sconcertanti si osserva all'interno di quello che è il più forte bastione di sostegno dello stato sionista: il Partito Repubblicano. A far presagire un ulteriore deterioramento della reputazione dello stato sionista ci sono i sentimenti negativi nei confronti di esso espressi da repubblicani sotto i cinquant'anni, che in soli tre anni sono aumentati di quindici punti. La metà di loro ha oggi un'opinione negativa dello stato sionista.
Nel 2010 Meir Dagan, all'epoca a capo del Mossad, avvertì nel corso di una audizione alla Knesset che "lo stato sionista sta gradualmente passando dall'essere una risorsa per gli Stati Uniti a rappresentare un peso". Quindici anni dopo, il fatto che lo stato sionista sia per il popolo statunitense un peso enorme, e che lo sia sotto vari aspetti, è più evidente che mai.