28 novembre 2025

Sapere e volere lavorare. L'esempio di Matteo Salvini



"Non c'è bisogno di salario minimo o reddito di cittadinanza, c'è bisogno di gente che sa e vuole lavorare".
Nel 2025 Matteo Salvini avrebbe dovuto fare il ministro dei trasporti per il governo dello stato che occupa la penisola italiana.
L'impressione invece è che trascorresse gran parte del tempo riempiendo internet di propaganda.
Una cosa che permette anche a chi non fosse ampiamente prevenuto nei confronti della sua persona, del suo "partito" e del governo di cui fa parte di trarre considerazioni piuttosto sprezzanti sul suo, di sapere e volere lavorare.
Oltre a questo esistono altri stimolanti dati di fatto che non favoriscono un'opinione positiva sul suo conto. Sovrappeso, divorziato, quindici anni di università senza concludere niente e con un curriculum che gli varrebbe una risatina di compatimento in una interinale specializzata in operatori per autospurgo con contratto a chiamata, Matteo Salvini racchiude almeno quattro fallimenti in un corpo solo.
La frasettina perentoria, ditino alzato e cravatta al collo -chi porta la cravatta è parte dei problemi nel migliore dei casi, negli altri opera attivamente e consapevolmente per crearne in prima persona- è un caposaldo della propaganda conservatrice da sempre, e il più delle volte omette alcune cose fondamentali che si vanno qui a indicare ricordando un caso identico.
Al congresso del Partito Conservatore britannico del 1981, Norman Tebbit raccontò di come il padre, rimasto disoccupato negli anni Trenta, invece di partecipare a cortei o manifestazioni "prese la bicicletta, andò a cercare lavoro, e non smise di cercare finché non lo ebbe trovato". In quel 1981 l'industria britannica era in pieno smantellamento e ovviamente non c'era nulla da trovare. Ma questo "prendere la bicicletta" sarebbe diventato una risposta fissa a qualsiasi lecito dubbio e a qualsiasi fondata obiezione intanto che si varavano le leggi antisindacali più stringenti che si fossero mai viste. Non che il ben vestito Tebbit disprezzasse i sindacati: pro domo sua andavano benissimo. E l'intero esecutivo si entusiasmava per l'attività sindacale, bastava che si svolgesse in Polonia.
L'invito ad arrangiarsi rappresentò l'essenza stessa del thatcherismo: allora nel Regno Unito come oggi nella penisola italiana, i sudditi avrebbero dovuto risolvere, ognuno per proprio conto, i problemi che il governo stesso gli aveva deliberatamente procurato.

25 novembre 2025

Alastair Crooke - La proposta di pace statunitense per l'Ucraina? Uno specchietto per le allodole

 


Traduzione da Strategic Culture, 24 novembre 2025.

Finalmente abbiamo i dettagli del cosiddetto "piano di pace" in ventotto punti che il parlamentare ucraino Goncharenko ha divulgato, asserendo che si tatterebbe di una traduzione dall'originale.
Il testo, redatto come se fosse un documento legale, apparirà a qualsiasi lettore competente come a dir poco amatoriale, pieno di riferimenti a "discussioni successive" e "aspettative".
In altre parole molte cose sono ambigue, vaghe o non ben definite. Un piano del genere sarebbe ovviamente inaccettabile per Mosca, anche se potrebbe non rifiutarlo apertamente. Ciononostante, il piano ha suscitato rabbia e reazioni negative in Europa. The Economist -che riporta il punto di vista dello establishment- definisce il documento "una terribile proposta americano-russa... che soddisfa molte delle richieste massimaliste [della Russia] e ne aggiunge anche altre".
Gli europei e la Gran Bretagna dalla Russia vogliono una capitolazione, pura e semplice.
Il dato fondamentale, che Mosca ha sottolineato, è che Kirill Dmitriev –che ha collaborato con Steve Witkoff a stendere la bozza– non rappresenta il Presidente Putin e non rappresenta la Russia. Non ha alcun mandato ufficiale.
Il portavoce di Putin Dmitri Peskov afferma seccamente:
Non sono in corso consultazioni formali tra Russia e Stati Uniti sulla risoluzione della questione ucraina, ma esistono dei contatti. Maria Zakharova ha dichiarato che "il Ministero degli Esteri russo non ha ricevuto alcuna informazione ufficiale dagli Stati Uniti su presunti ‘accordi’ sull'Ucraina, che i media stanno diffondendo con entusiasmo".
La posizione di Mosca è che la Russia è aperta al dialogo solo entro i limiti dei principi che essa ha dichiarato, e che gli Stati Uniti non hanno ancora offerto nulla di ufficiale che possa servire come punto di partenza.
Cosa sta succedendo? Due "non delegati" con poca esperienza politica si sono incontrati più volte e da questi colloqui hanno messo insieme alcune proposte apparentemente speculative. Non è nemmeno chiaro se Dmitriev avesse ottenuto approvazione per incontrare Witkoff negli Stati Uniti in ottobre o se stesse agendo di propria iniziativa. Il Ministero degli Esteri russo nega di essere a conoscenza del contenuto di queste lunghe discussioni. Sarebbe assolutamente inusuale che Dmitriev non avesse informato nessuno a Mosca.
In ogni caso, il Presidente Putin ha inviato una propria risposta alla valanga di notizie che circolano nei media occidentali, basate per quanto è dato sapere su una fuga di notizie da Axios, a quanto pare provenienti da Dmitriev).
Vestito in uniforme militare, Putin ha visitato il posto di comando del Gruppo di Battaglia Ovest in prima linea. Qui si è limitato ad affermare che il popolo russo "si aspetta e ha bisogno" dei risultati dell'Operazione Militare Speciale: "Il raggiungimento incondizionato degli obiettivi dell'Operazione Militare Speciale è l'obiettivo principale della Russia", ha detto.
La risposta di Putin agli Stati Uniti è quindi chiara.
Sembra quindi che la bozza di discussione scritta dal punto di vista statunitense sia stata concepita come un classico specchietto per le allodole. Il segretario Rubio ha ripetutamente affermato che non sa "se la Russia sia seriamente intenzionata a perseguire la pace oppure no":
Stiamo verificando se i russi sono interessati alla pace. Saranno le loro azioni, non le loro parole, a determinare se le loro intenzioni sono serie o no; intendiamo scoprirlo il prima possibile... Ci sono alcuni segnali promettenti, e ci sono alcuni segnali preoccupanti.
La bozza con le proposte quindi era con ogni probabilità una trappola per mettere alla prova la Russia. E la Russia viene messa alla prova in diversi contesti. Ad esempio,
Si prevede ... che la NATO non si espanderà ulteriormente, sulla base del dialogo tra Russia e NATO, ma con la mediazione degli Stati Uniti; l'Ucraina riceverà “garanzie di sicurezza affidabili” [non definite]; la dimensione delle forze armate ucraine sarà “limitata” [sic] a soli seicentomila uomini; gli Stati Uniti saranno compensati per queste garanzie; se la Russia invaderà l'Ucraina, [allora] oltre a una risposta militare coordinata e decisiva, saranno ripristinate tutte le sanzioni globali, il riconoscimento dei nuovi territori e tutti gli altri benefici saranno revocati; gli Stati Uniti coopereranno con l'Ucraina alla ricostruzione congiunta ... e alla gestione delle infrastrutture del gas ucraine, compresi i gasdotti e gli impianti di stoccaggio.
La revoca delle sanzioni [alla Russia] sarà discussa e concordata gradualmente e caso per caso.
Cento miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti nella ricostruzione e nelle iniziative di investimento guidate dagli Stati Uniti in Ucraina. Gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei profitti derivanti da questa operazione; la Russia sancirà per legge una politica di non aggressione nei confronti dell'Europa [non si fa alcun cenno alla reciprocità da parte dell'Europa].
La Crimea, Luhansk e Donetsk saranno riconosciute de facto come russe; a Kherson e a Zaporizhzhia la situazione verrà congelata lungo la linea di contatto, il che significherà un riconoscimento de facto del confine lungo la linea del fronte; La Russia rinuncia agli altri territori annessi.
L'ultimo paragrafo equivale di fatto a un cessate il fuoco -non a un accordo di pace- con un riconoscimento solo de facto e non de jure.
Questo accordo sarà giuridicamente vincolante. La sua attuazione sarà monitorata e garantita da un Consiglio di pace presieduto dal presidente Trump.
Una volta concordato, il cessate il fuoco entrerà in vigore.
È improbabile che questa serie di proposte venga accettata dagli europei, dalla Russia o dallo stesso Zelensky. Il loro scopo è quello di indicare un punto di partenza completamente nuovo per qualsiasi negoziato. Qualsiasi concessione russa prevista nel testo sarà "intascata" dagli Stati Uniti, e dei principi irrinunciabili che la Russia ha dichiarato non si parla nemmeno. Le pressioni sulla Russia aumenteranno.
In realtà, l'escalation è già iniziata. In concomitanza con la pubblicazione delle proposte, quattro missili ATACMS a lungo raggio forniti dagli Stati Uniti sono stati lanciati in profondità nel territorio russo pre-2014 verso Voronezh, dove si trovano i radar strategici russi a lunga portata. Tutti sono stati abbattuti e i missili russi Iksander hanno immediatamente distrutto le piattaforme di lancio uccidendo dieci operatori.
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha minacciato ulteriori sanzioni contro la Russia. Trump ha dichiarato di essere d'accordo con la proposta del senatore Lindsay Graham di aumentare del 500% le sanzioni per chi commercia con la Russia, a condizione di essere lui stesso a poter decidere senza vincoli sui nuovi pacchetti di sanzioni.
L'obiettivo generale di queste proposte è chiaramente quello di mettere Putin alle strette e spingerlo ad abbandonare i suoi principi irrinunciabili, a cominciare dalla sua ostinazione sul fatto che vadano eliminate le cause profonde del conflitto e non solo i sintomi. In questo documento non vi è alcun accenno al riconoscimento delle cause profonde -che sono l'espansione della NATO e il posizionamento di missili- al di là della vaga promessa di un "dialogo [che] sarà condotto tra la Russia e la NATO, con la mediazione degli Stati Uniti, per risolvere tutte le questioni di sicurezza e creare le condizioni per un allentamento della tensione, garantendo così la sicurezza globale e aumentando le opportunità di cooperazione e di sviluppo economico futuro".
Tutte chiacchiere.
Sembra che ci sia un'escalation in vista. La Russia dovrà cercare il modo di scoraggiare militarmente gli Stati Uniti in modo efficace, senza però prendere la via dell'escalation verso la terza guerra mondiale.
L'equilibrio tra deterrenza e mantenimento di una porta aperta alla diplomazia si gioca su una linea sottile: un'enfasi eccessiva sulla deterrenza potrebbe rivelarsi controproducente e spingere l'avversario a compensare ricorrendo a una escalation.
D'altra parte, un avversario potrebbe intendere il ricorso a toni eccessivamente diplomatici come debolezza, e come un invito alla escalation.
Witkoff e Dmitriev possono anche essere stati mossi da intenzioni più o meno buone, ma è improbabile che i custodi della profonda architettura della redemptio equitis globale consentano alla Russia di preservare valori che vanno in direzione contraria.
Kirill Dmitriev, insomma, potrebbe essere stato fregato.

13 novembre 2025

Alastair Crooke - In Occidente un incrocio di correnti. Populismo culturale contro architettura profonda



Traduzione da Strategic Culture, 12 novembre 2025.

Il segnale di partenza per la corsa alle elezioni di medio termine del 2026 è stato dato questa settimana da tre consultazioni importanti e da un referendum fondamentale sulla ridefinizione dei distretti elettorali, tenutosi in California. I democratici hanno stravinto le tre importanti competizioni elettorali -a New York, in New Jersey e in Virginia- e hanno vinto il referendum sulla ridefinizione dei distretti elettorali in California. La ridefinizione di quei distretti elettorali potrebbe garantire ai democratici cinque seggi in più alla Camera.
Forse l'ottica attraverso cui interpretare quanto successo è quella delle ultime elezioni generali britanniche: il partito al governo era screditato e ampiamente impopolare. L'elettorato britannico voleva dargli una lezione, e così ha fatto. Il problema era che agli elettori non piacevano molto nemmeno i partiti alternativi: solo che per mandare quel messaggio dovevano pur votare per qualcuno. Il Partito Laburista ha ottenuto una maggioranza schiacciante, ma nessun mandato reale. Il nuovo Primo Ministro e il suo partito (a quanto pare) sono ampiamente impopolari quanto lo erano i loro predecessori.
La politica nel Regno Unito è attualmente in crisi. Lo stesso vale in gran parte anche per la Francia.
Quindi, quando i titoli dei giornali dicono che i Democratici hanno "stravinto" le elezioni negli Stati Uniti, probabilmente riflettono la stessa doppia avversione già vista in Europa. I populisti in USA non si curano dell'establishment al potere di entrambi i partiti, perché li considerano come i gemelli di Alice nel Paese delle Meraviglie: "peste vi colga a tutti e due", è la loro risposta. Perché anche i Democratici hanno i loro populisti.
Questa situazione di stallo non è suscettibile di rapide soluzioni. La classe dirigente è profondamente radicata, ed è sotto il controllo dei grandi finanziatori proprio perché le cose rimangano come sono.
Ciononostante, la dinamica populista negli Stati Uniti è inconfutabile e potrebbe presto evolversi al di là della portata delle strutture repressive con cui i grandi donatori intendono controllare il discorso politico.
Le ragioni principali di questa situazione di stallo sono profondamente strutturali, oltre che ideologiche.
Dal punto di vista strutturale siamo in presenza di una crisi che colpisce tutti, tranne il 10% circa in cui si trovano le famiglie più ricche. Il mercato azionario statunitense è entrato in una fase di fantasiosa euforia: i fondamentali non contano, i dati non contano, contano solo il meme del giorno e il come negoziarlo. Quel 10% di famiglie più ricche possiede l'87% di tutte le azioni.
I gradi più bassi della società invece si ritrovano ulteriormente castigati dall'aumento dei prezzi (inflazione) che ha provocato una crisi di fiducia dei consumatori che non si vedeva da decenni. Anche i prodotti di prima necessità rimangono invenduti sugli scaffali dei supermercati.
Le critiche alle politiche di Trump -in particolare sui dazi, dato il loro effetto sui prezzi- hanno notevolmente perso vigore a partire dall'estate scorsa, scrive il Financial Times: Trump ha chiesto allora a Goldman Sachs di licenziare il proprio economista in capo, autore di un equilibrato corsivo sui dazi commerciali che aveva suscitato l'ira del presidente. Tutti zitti. Secondo il Financial Times solo due guru sembrano avere il permesso di dire ciò che pensano: Ray Dalio di Bridgewater e Jamie Dimon di JPMorgan.
A segnare un sostanziale mutamento strutturale di quelli che fanno venire i brividi per l'ansia ai pezzi grossi della finanza, forieri come sarebbero di disordini sociali, è tuttavia un semplice grafico che mostra i prezzi del mercato azionario statunitense in vertiginosa ascesa, che incrociano a un certo punto una traiettoria in forte calo che sta a rappresentare le offerte di lavoro. Un grafico del genere ha il nomignolo di death cross, incrocio mortale.
Questo grafico spiega molto di ciò che si nasconde dietro i risultati delle elezioni in Occidente.
Il punto dell'incrocio, quello in cui le due linee divergono in modo così esplosivo, è indicato come la data di lancio dello strumento di intelligenza artificiale Chat GPT. Il grafico preannuncia quindi una bomba sociale a orologeria. Le grandi aziende prevedono forse che l'intelligenza artificiale si sostituirà in modo massiccio ai lavoratori?
È probabile un simile risultato? Uno studio recente del MIT ha rilevato piuttosto che il 95% delle aziende che hanno investito in strumenti di AI non ha ottenuto alcun ritorno dall'investimento e ne ha concluso che la AI odierna non ha una comprensione degli "ambienti", ma si limita a individuare dei modelli al loro interno.
In entrambi i casi, le prospettive sono cupe: o siamo davanti a un grave errore di valutazione del mercato da parte dei giganti statunitensi della AI -errore che potrebbe innescare un crollo del mercato- oppure le principali aziende statunitensi di AI sono nel giusto quando prevedono un'imminente crollo nel numero dei posti di lavoro, sostituiti dai loro prodotti. Qualunque sia la verità, le implicazioni politiche sono enormi.
Giusto o sbagliato che sia il loro giudizio, la realtà è che i primi quattro investitori statunitensi nel settore della AI prevedono di investire 420 miliardi di dollari in infrastrutture il prossimo anno. Il "padrino della AI" Geoffrey Hinton afferma che un tale livello di spesa può essere giustificato solo dalla sostituzione degli esseri umani: "Penso che le grandi aziende stiano scommettendo sul fatto che l'intelligenza artificiale causerà una massiccia sostituzione di posti di lavoro, perché è lì che andranno a finire le grandi cifre... Credo che per fare soldi si dovrà sostituire la manodopera umana".
Giusto per chiarire, Trump ha proprio scommesso sul dominio degli Stati Uniti nell'intelligenza artificiale globale: "Se guardate a un paio d'anni nel futuro, vedrete cose che non avete mai visto prima. Stiamo costruendo alcuni degli edifici più grandi mai realizzati al mondo: gli edifici dell'intelligenza artificiale".
Tuttavia, l'amministratore delegato di Nividia ha dichiarato al Financial Times che la Cina supererà gli Stati Uniti nel campo dell'intelligenza artificiale, e Open AI sta cercando di ottenere una garanzia di prestito dal governo.
La crepa, in questo caso, è data dal fatto che non esiste un'unica economia statunitense o un'unica economia europea. Esistono due economie ben distinte: una cornucopia finanziarizzata da un lato e un impoverimento strutturale dall'altro. Due cose che non si incontrano. L'Occidente ha investito troppo dalla parte della cornucopia per poter cambiare le cose in breve tempo; vorrebbe dire rovesciare ogni cosa dalle fondamenta.
Se così fosse, Trump rischierebbe grosso e le elezioni di medio termine di novembre negli Stati Uniti potrebbero essere difficili. Le prospettive sono quelle di una intrinseca instabilità. La bolla dell'intelligenza artificiale potrebbe scoppiare in qualsiasi momento e innescare una svendita sui mercati. Anche la Corte Suprema degli Stati Uniti potrebbe decidere che il forte ricorso di Trump ai dazi doganali, sia come strumento geopolitico che come fonte di entrate per colmare il deficit del bilancio federale, sia da considerarsi parzialmente o totalmente incostituzionale.
Trump ha dichiarato che, se la Corte Suprema dovesse dichiarare incostituzionali i suoi dazi, "rimarremmo indifesi, cosa che potrebbe portare addirittura alla rovina della nostra nazione".
Per Trump anche a livello di base elettorale le prospettive sono incerte: questa settimana i sostenitori del MAGA hanno disertato le urne, rimanendo a casa o passando al Partito Democratico.
Alla base del disincanto del movimento MAGA ci sono sia la sperequazione economica sia – sulla scia dell'uccisione di Charlie Kirk – una spaccatura sempre più ampia tra i sostenitori del MAGA e la cerchia dei grandi finanziatori favorevoli allo stato sionista. La stretta identificazione di Trump con Netanyahu e con lo stato sionista dal punto di vista elettorale si è dimostrata un accostamento perdente. Eppure, questo è l'unico campo in cui –cosa unica- Trump non è semplicemente transazionale. In questo caso agisce, parla –e passa dalle parole ai fatti- comportandosi come un sionista zelante.
Il grosso dubbio è questo: Trump riuscirà a ridefinire se stesso, davanti alla chiara indicazione che rischia di perdere le elezioni di metà mandato? Se non riuscirà a ricalibrare la sua posizione, dovrà affrontare un'annata al termine della quale potrebbe trovarsi sotto inchiesta da parte della Camera o addirittura sotto impeachment, e con gli Stati Uniti che entrano in una fase di turbolenza politica ed economica.
Le opzioni di Trump non sono molte: non gli sarà permesso mettere in discussione il radicato orientamento in politica estera per cui i finanziatori pagano, e che è in vigore da quattro decenni: sostegno incondizionato allo stato sionista e ricorso illimitato all'inziativa militare ovunque qualcuno si rifiuti di allinearsi alle posizioni degli Stati Uniti e dello stato sionista o non accetti di sottostare alla supremazia commerciale del dollaro.
Anche il sostegno all'intelligenza artificiale, considerata da gran parte del movimento MAGA come "orwelliana", non è vincente in termini di suffragi. A prevalere in futuro -sia negli Stati Uniti che in Europa- sarà chi riuscirà a persuadere gli elettori di potere e di volere fornire soluzioni alle contraddizioni strutturali che stanno attentando al benessere del corpo elettorale.
Se Trump dovesse essere sconfitto alle elezioni di metà mandato del prossimo anno, non assisteremo certo al ritorno alle politiche neoliberiste degli ultimi quarant'anni. Nessun candidato negli Stati Uniti o in Europa può più aspettarsi di vincere con un programma elettorale a favore della globalizzazione o con cose come Diversità, Equità e Inclusione. Questo è ovvio. E se le soluzioni politiche vengono vietate (o manipolate) dai ceti dominanti, ecco che quella dell'insurrezione diventa una prospettiva concreta.
Conclusione? La politica estera di Trump dovrà affrontare problemi per via dello stato sionista -che esaspera il malcontento dei sostenitori del MAGA- sia per via dell'Europa. La tecnocrazia della élite europea continua a negare il fatto che i suoi elettori la considerano malaccorta e fallita. La sua fiducia nel fatto che alla prevista sconfitta di Trump nelle consultazioni di metà mandato seguirà un qualche "ritorno all'ordine" è alla base della sua tecnocratica reazione, che altrimenti non troverebbe sbocchi.
Per prendere politicamente le distanze dalla incombente sconfitta in Ucraina, lo establishment europeo confida di poter reprimere con la forza il dissenso e di controllare ancora di più la narrativa dei media. La russofobia è il suo monocorde grido di battaglia e possiamo aspettarci ulteriori provocazioni nei confronti della Russia. Si spera -ancora-di dimostrare che fin dall'inizio si aveva ragione a dire che la Russia è davvero una minaccia. Le élite possono anche crederci, ma i loro elettori no, nonostante lo strapotere della "estonite", come è stata a volte definita "la coda baltica che muove il cane che è l'Unione Europea".
L'ordine di Trump è intrinsecamente instabile. Di fronte all'evidente declino occidentale, Trump naviga imperterritamente controcorrente, cercando di far rivivere l'età dell'oro dell'AmeriKKKa. Ma quell'epoca, sempre che sia mai esistita, non tornerà più. È finita; il movimento MAGA sta ritrovando i suoi valori più nell'eredità di Pat Buchanan che nel mondo di Bush e Cheney.
Quando l'equilibrio su cui si fonda un dato ordine viene sconvolto oltre un certo punto, quando i giovani si ribellano alle illusioni e iniziano a cercare qualcosa di nuovo che sostituisca i modelli logori del passato... ecco, il momento è come quello in cui si attende una nuova era.
Ecco dove ci troviamo. In attesa.

07 novembre 2025

Alastair Crooke - La politica estera degli USA è in discussione; Trump può accordarsi con la Cina... ma non con la Russia o con l'Iran

 


Traduzione da
Strategic Culture, 3 novembre 2025.

La politica estera degli Stati Uniti è intrisa dell'arroganza che deriva loro dall'aver vinto la Guerra Fredda militarmente (in Afghanistan), economicamente (libero mercato) e anche culturalmente (Hollywood). Questo farebbe loro meritare a buon diritto, come dice Trump, di "divertirsi" a "governare sia il Paese che il mondo".
Ecco: adesso, quella politica è per la prima volta in discussione.
La cosa avrà una qualche importanza?
Questo mese la RAND Organization, un istituto che da tempo influenza la politica estera statunitense, ha messo in discussione l'atteggiamento arrogante dalla Guerra Fredda tenuto nei confronti della Cina.
Sebbene il rapporto della RAND sia focalizzato sui timori degli Stati Uniti per la minacciosa ascesa della Cina, le implicazioni della messa in discussione della dottrina per cui non esiste tolleranza per nessuno che sfidi l'egemonia statunitense -finanziaria o militare- toccano il cuore stesso della prassi statunitense in materia di politica estera.
La conclusione fondamentale della RAND è che "la Cina e gli Stati Uniti dovrebbero sforzarsi di raggiungere un modus vivendi", "accettando reciprocamente la legittimità politica dell'altro e limitando in modo ragionevole gli sforzi volti a danneggiarsi a vicenda".
Proporre che ciascuna delle parti riconosca e accetti la legittimità dell'altra, piuttosto che considerare "l'altro" come una malevola minaccia, sarebbe di per sé una piccola rivoluzione. Se vale per la Cina, perché non dovrebbe valere anche per la Russia o l'Iran?
E ancora: la RAND afferma in particolare che la leadership statunitense dovrebbe rifiutare l'idea di una "vittoria totale" sulla Cina, nonché accettare la politica della "Una sola Cina" smettendola con le provocazioni a suon di visite di natura militare a Taiwan, che servono proprio a far sentire la Cina minacciata e a tenerla in un costante stato di allerta.
Tutto questo alla vigilia dell'incontro previsto tra Trump e il presidente Xi Jinping a Kuala Lumpur, in cui Trump ha cercato di arrivare a un "accordo commerciale" con la Cina che riaffermi il suo dominio e gli dia spazio per i suoi piani radicali di ristrutturazione del panorama finanziario statunitense, sempre che la cosa gli riesca.
È possibile che a Washington accettino il cambiamento proposto dalla RAND? La RAND ha un peso concreto negli ambienti governativi; questo rapporto riflette forse una crepa nell'architettura dello Stato profondo? Altri segnali -in Medio Oriente o Asia Occidentale- farebbero pensare il contrario.
In politica estera gli Stati Uniti seguono la stessa linea da decenni; sarebbero davvero in grado di attuare una trasformazione culturale tanto radicale come quella sostenuta dalla RAND?
L'Occidente è in declino, senz'altro. Ma questa condizione rende più facile o rende più difficile accettare qualche consiglio sensato da parte della RAND? Per quanto riguarda la Cina, sembra che negli ambienti della difesa statunitensi si sia arrivati a concludere, tecnicamente, che gli Stati Uniti non possono assolutamente affrontare la Cina sul piano militare.
Qualsiasi cambiamento profondo richiede comunque del tempo per essere pienamente recepito, e può essere rovesciato da qualche evento imprevisto. In questo momento sono possibili diversi imprevisti di grave impatto.
Inoltre, a chi toccherebbe condurre un tale cambiamento nella percezione che un Paese ha di se stesso? Un cambiamento concreto, istituzionale, si affermerebbe dall'alto verso il basso o viceversa?
Se si verificasse a partire dal basso, potrebbe emergere come un impulso populista all'insegna del suprematismo statunitense dovuto alla perdita della Camera da parte di Trump e del Partito Repubblicano alle elezioni di medio termine?
In un certo senso, la RAND ha senz'altro ragione quando afferma che al di là di una qualche schermaglia di breve durata gli Stati Uniti non possono più vincere una guerra economica o tecnologica –per non dire un conflitto militare- con la Cina nel lungo periodo. Per ora sembra profilarsi una tregua instabile. Ma per quanto?
Lo Wall Street Journal ha suggerito una prospettiva diversa rispetto a quella che gode del consenso generale a Washington: "Durante il suo primo mandato, Trump ha spesso spiazzato Xi Jinping con il suo disinvolto mescolare minacce e bonarietà".
Questa volta il leader cinese crede di aver decifrato il codice", scrive il Wall Street Journal: Xi ha abbandonato la tradizionale prassi diplomatica e ne ha adottata una nuova fatta su misura per Trump. Dopo una lunga preparazione, sostiene il WSJ, Xi ha deciso di reagire alzando la posta -nel tentativo di ottenere un vantaggio su Trump- proiettando al contempo forza e imprevedibilità, qualità che secondo Xi il Presidente degli Stati Uniti tiene in grande considerazione.
A quanto pare la Cina è intenzionata ad avanzare le proprie istanze in modo assertivo. Vuole avere l'ultima parola ed è fiduciosa che questo approccio intransigente otterrà una risposta decisamente positiva sul proprio piano interno.
E nel resto del mondo, cosa che il WSJ omette di specificare.
La domanda è: quali effetti potrebbe avere negli Stati Uniti l'atteggiamento di Xi? La questione essenziale tuttavia rimane senza risposta: chi è che controlla la politica estera degli Stati Uniti?
Una risposta ovvia, dopo il fallimento del (mai avvenuto) vertice di Budapest è che Trump ha poca o nessuna influenza in questo ambito. È stato completamente normalizzato. E i poteri forti non hanno mancato di fargli avere un promemoria a riguardo: "Nessuna normalizzazione con Mosca".
Direbbero invece di sì a un cessate il fuoco; il congelamento delle ostilità senza restrizioni sul riarmo dell'Ucraina darebbe allo establishment della NATO la possibilità di ridefinire il conflitto -che da sconfitta strategica della NATO diventerebbe una vittoria a lungo termine- attraverso la diffusione della narrativa su un progressivo indebolimento dell'economia russa.
Questa formulazione artificiosa consentirebbe, almeno secondo gli europei, di mantenere la promessa di un cessate il fuoco definitivo in una fase successiva, imponendo alla Russia di sostenere costi fissi tali da costringerla alla lunga a deporre le armi.
L'unico problema con questo piano è che Mosca non accetterà assolutamente di congelare il conflitto. Sul campo, in ogni caso, la situazione è favorevole a una vittoria russa.
Il fatto è che l'esito finale della guerra in Ucraina sarà quello che sarà. Gli europei lo sanno, ma non possono dirlo perché non riescono a orientarsi in un mondo in cui il loro modo di ragionare non ha la meglio. E se questo chiudere entrambi gli occhi davanti alla realtà è quello che considerano il punto di forza dell'Occidente, esso verrà meno quando l'Europa verrà colpita dai dati di fatto dell'economia.
Come spiegare allora la débacle di Trump con la Russia? Da un lato, è stato il veto dei grandi finanziatori simpatizzanti con lo stato sionista, che considerano indispensabile preservare a tutti i costi l'egemonia militare degli Stati Uniti in quanto sostegno dello stato sionista. Senza di essa, lo stato sionista non può esistere. Molti dei componenti della squadra governativa di Trump, se non tutti, sono stati imposti dall'esterno, da alcuni finanziatori fanatici e miliardari che la pensano allo stesso modo. Trump è stato sorprendentemente sincero su questo stato di cose durante il suo discorso alla Knesset il mese scorso.
Alcuni tra questi finanziatori di Trump fanno anche parte di quella ben distinta fazione di Wall Street che oltre ad essere filosionista è intenzionata a perseguire interessi finanziari più ampi. Il sistema finanziario statunitense ha un disperato bisogno di essere rafforzato con garanzie collaterali -cioè con beni che hanno un valore intrinseco come petrolio, risorse naturali, eccetera- a sostegno di un sistema bancario ombra eccessivamente indebitato.
I corpi franchi di questa fazione filosionista di Wall Street continuano a invocare una ritorno della "Russia degli anni Novanta", per improbabile che sia. Con il principale blocco di finanziatori filosionisti essi condividono la determinata decisione con cui lo stato sionista intende tenere la Russia fuori dal Medio Oriente, e che esso adotta anche per il conflitto in Ucraina. Il 7 ottobre di quest'anno Netanyahu ha implorato Putin di non armare l'Iran, minacciandolo secondo quanto riferito di ritorsioni in Ucraina.
La valutazione dell'accordo commerciale con la Cina –per tali finanziatori– è completamente diversa. Se Trump dovesse concordare un accordo commerciale "forte" con la Cina, la Casa Bianca lo considererebbe un indebolimento della capacità del Canada di assemblare componenti economici provenienti dalla Cina e da altri paesi per poi trasferire e vendere i prodotti finiti sul mercato statunitense. Un accordo con la Cina darebbe a Trump un ulteriore vantaggio nell'imminenza della fase di dissoluzione degli accordi con il Messico e con il Canada nel 2026.
Quest'ultimo aspetto è importante, poiché Trump sta cercando di inglobare l'intero emisfero occidentale, dall'Argentina all'Artide settentrionale, nella sfera di influenza degli Stati Uniti.
Un accordo con la Cina sul controllo delle esportazioni di terre rare sarebbe tuttavia cruciale per l'intero settore tecnologico statunitense. La presenza della Cina nella catena di approvvigionamento delle terre rare non è solo dominante, ma è quasi inattaccabile. Con il 70% delle terre rare globali (il 100% per alcuni metalli) e con il 94% della capacità di raffinazione, Pechino ha preparato e costruito una fortezza attorno a uno degli elementi più critici per la tecnologia moderna.
Ed esiste un altro motivo, forse addirittura più importante, per cui gli Stati Uniti hanno urgente bisogno di essere "salvati" dalla Cina.
La base giuridica dell'offensiva tariffaria globale di Trump si è allontanata sempre più dalle condizioni di eccezionalità di una "emergenza economica". La Costituzione degli Stati Uniti stabilisce in modo chiaro che l'autorità di aumentare le entrate, in linea di principio, spetta al Congresso e che non è una prerogativa dell'Esecutivo. E i dazi sono delle entrate.
Chiaramente, Trump ha accampato la giustificazione dell'"emergenza economica" fino ai limiti estremi. I primi casi relativi ai dazi doganali saranno discussi molto presto dalla Corte Suprema. Se la Corte dovesse pronunciarsi contro Trump, potrebbe ordinare la restituzione di tutti gli introiti doganali raccolti finora.
Quale potrebbe essere l'impatto sulla politica estera degli Stati Uniti, dato che i dazi sono stati usati come uno strumento per costringere gli altri Paesi a pagare ingenti somme agli Stati Uniti in relazione agli investimenti di capitali in entrata?
È troppo presto per dirlo. Ma nel caso della Cina, Trump e gli Stati Uniti hanno disperato bisogno di arrivare a un accordo. La politica economica di Trump in generale (a meno che non venga buttata all'aria dalla Corte Suprema) segna un cambiamento permanente nel panorama economico e geopolitico. Non si può tornare alla situazione precedente al novembre 2024.
Lo stato di cose un tempo prevalente, interconnesso a livello globale, sta scomparendo: al suo posto sta prendendo piede un nuovo ordine costituito da blocchi economici autonomi, con alleanze interne, catene di approvvigionamento e tecnologie proprie.
In altri settori della politica estera un cambiamento di rotta così radicale è meno probabile, almeno per adesso. I miliardari filosionisti che sostengono Trump non si fermeranno davanti a nulla nel loro impegno a sostegno di uno stato sionista deciso a imporre una Grande Israele fondata nel mezzo di una nuova Nakba.
Nel lungo periodo però la prevalenza della linea filosionista in politica estera non può essere data per scontata. Il sostegno dei giovani statunitensi verso lo stato sionista sta venendo meno. L'AIPAC manterrà la sua presa sul Congresso e Trump ha inequivocabilmente definito se stesso come un sostenitore incondizionato dello stato sionista. Si è aperta una spaccatura fra Trump e la sua base MAGA. E lo stato sionista ha iniziato a intimorirsi al fronte del peggiorare dell'atteggiamento verso lo stato sionista che si sta verificando fra i giovani statunitensi.
Nonostante ci sia di mezzo la ridefinizione dei collegi elettorali nel sud degli Stati Uniti, provocata dalle contestazioni alla legge elettorale del 1965 e che potrebbe dare al Partito Repubblicano dodici seggi in più alla Camera, Trump potrebbe comunque perdere le elezioni di medio termine. Ciò significa che in pratica Trump avrebbe solo un anno di tempo per realizzare il suo programma prima di essere travolto dall'ostruzionismo democratico, dalle indagini o addirittura dai tentativi di impeachment. Evidente quindi perché Trump ha fretta. Naturalmente, potrebbe anche non verificarsi nulla di tutto questo e le classi dirigenti statunitensi (ed europee) potrebbero sprofondare nuovamente nei loro divani, accogliendo con un sospiro di sollievo la possibilità di riprendere il solito tran tran. Ma l'autocompiacimento sarebbe fuori luogo. Il tanto rassicurante vecchio mondo non tornerà più. Anzi, le nuove generazioni sono molto più radicali.