sabato 24 luglio 2010

Dei dedali di Viareggio e della propaganda


Un'occhiata rapida a "Il Giornale della Toscana" del 24 luglio 2010 ci riserva una piccola delusione.
Il terzo e sperabilmente ultimo giorno del doposcuola di "partito" per quelli che all'inizio erano ottocento (poi sono diventati settecento, poi si è smesso di sparar cifre) "giovani" del piddì con la elle non deve essere stato connotato da chissà quali lanci di cuori oltre gli ostacoli visto che in tutta la gazzetta non si fa menzione della cosa.
In compenso continuano per pagine e pagine i panegirici di questo Denis Verdini, uno che per quanto è dato sapere fa il "coordinatore nazionale" del piddì con la elle ed il banchiere, e che è l'editore della stessa gazzetta su cui i panegirici vengono pubblicati. In che altre sedi viene più sbrigativamente indicato con la definizione di "pluriinquisito".
Fin qui nulla di strano o di nuovo: un partito "occidentalista" talmente ben rappresentato e talmente strapieno di voti com'è il piddì con la elle può benissimo permettersi che quadri, base, lavapiatti e lacché trascorrano i quattro quinti della loro giornata scannandosi a vicenda, e che le componenti, le correnti, le conventicole e le cricche tirino ciascuna l'acqua al proprio mulino. La distanza di questa gente dai sudditi di cui ha solleticato per anni le paure, la voglia di sopraffazione, l'abiezione e la meschinità di tanti comportamenti non potrebbe essere più grande e trova un paragone solo nella parallela ed assoluta impotenza di poter influire in modo minimamente sostanziale sullo stato di cose presente.
La militarizzazione del territorio operata in modo da contentare più il lobbysmo militare che altro e le galere stracolme di mustad'afin sono gli unici àmbiti in cui l'azione "occidentalista" abbia prodotto frutti tanto visibili quanto posticci, puro frutto di un esercizio di autoreferenzialità mentre gli esclusi dal giro delle greppie possono soltanto sperare che nessun gazzettiere, nessun armato, nessun ammanicato, nessun mazziere abbia mai ad occuparsi di loro per arrivare a fine giornata.
Lo spettro della scomparsa dalla ribalta e del dover abbandonare poltrone e prebende per essere riconsegnati giù per la scala di servizio ad una quotidianità bigia e dal futuro peggio che incerto identica a quella dei tanti sudditi cui la si è data a bere per anni sono dunque le uniche guide seguite dal comportamento dei politicanti "occidentalisti", e i dedali messi in piedi da una cricca possono benissimo essere ignorati da una gazzetta che fa capo ad un'altra.
Il web offre miriadi e miriadi di esempi in merito alla quotidianità dei politicanti "occidentalisti", e la serie di post pubblicati in questa sede nel corso del tempo ha passato in rassegna rutilanti discoteche, banchetti, convention, serate, interi battages denigratori. Insieme ad un securitarismo frenastenico, all'incensamento delle lobby e a qualche sporadica campagna anti tasse -un'arma peggio che a doppio taglio, stante il costante, sicuro e palpabile calo del potere d'acquisto dei quattro quinti dei sudditi- è tutto quello che quella compagine ha da offrire.
Propaganda per propaganda, abbiamo altre preferenze. E proprio da un testo propagandistico riprendiamo quanto segue.
Una volta fatta la tara ai toni smaccatamente agiografici dello scritto, si considerino le istanze di sobrietà, di studio assiduo, di modestia e di totale dedizione alla causa su cui si fonda questa comunicazione propagandistica, e le si paragonino alle istanze di prevaricazione, di sperpero e di giustificazione -se non di incentivazione- dell'ignoranza e dell'incompetenza che rappresentano l'abituale registro della propaganda "occidentalista".



...Il suo stile di vita era un esempio perfetto di ascetismo, sobrietà e semplicità, e questo stile non fu limitato al periodo precedente la funzione di guida. Anzi, egli credeva che il livello di vita di una guida deve essere pari se non inferiore a quello comune alla popolazione. Egli rimase molto legato al suo stile di vita ascetico durante tutta la sua esistenza terrena. Sebbene molti libri siano stati scritti e pubblicati riguardo a questo particolare aspetto della sua vita, le dimensioni del suo attaccamento all’ascesi e alla vita semplice rimangono ancora per lo più inesplorate.
Per dare un’idea del suo attaccamento a questo stile di vita, e della sua opinione riguardo all’obbligo di porre molta attenzione alla spesa dei fondi pubblici, basta ricordare che fu egli stesso a sollecitare l’inserimento dell’articolo 142 della costituzione della Repubblica Islamica, secondo il quale la Corte Suprema ha il dovere di investigare sulle proprietà della guida e delle più alte cariche della Repubblica Islamica, prima e dopo l’assoluzione del loro incarico, al fine di assicurarsi che non sia stato compiuto nessun arricchimento illecito.
Egli fu il primo a sottoscrivere una lista delle sue proprietà alla Corte suprema il 14 gennaio 1980.
Immediatamente dopo la sua morte, in una lettera riportata poi dai giornali del 18 giugno 1989, il figlio chiese al potere giudiziario di investigare nuovamente sulle proprietà del padre così come previsto dalla costituzione. Il risultato dell’indagine fu pubblicato il 2 luglio 1989 dalla Corte suprema e riportato dai giornali. Questo documento rivela che durante quel lasso di tempo, non solo nulla si era aggiunto al suo patrimonio personale, ma anzi un lotto di terreno nella zona di Khomein, ereditato da suo padre, era stato donato per sua precisa volontà ad alcune persone indigenti del luogo.
Il suo unico bene immobile era la sua vecchia casa di Qom, che sin dal suo esilio nel 1964 fu dì fatto messa a disposizione del movimento e divenne luogo d’incontro per gli studenti delle hawzat e per i pubblici visitatori e che, attualmente, non è più una proprietà privata. La suddetta lista dei beni, stilata nel 1979 e nuovamente al momento della sua morte dopo un legittimo controllo, non rivelava quindi alcuna aggiunta, ma anzi una riduzione. Nel documento vi era scritto che la persona deceduta non aveva che qualche libro e alcuni oggetti personali. I pochi utensili casalinghi presenti in casa necessari a portare avanti la semplice vita quotidiana appartenevano a sua moglie. I due tappeti di seconda mano non erano di sua proprietà e dovevano andare ai discendenti del Profeta (Sayyid) bisognosi. Non vi era contante personale di rilievo, ma solo donazioni religiose appartenenti al popolo e consegnate al marja per le spese religiose, fondi che gli eredi non potevano toccare.
E così le proprietà rimanenti di un uomo che aveva trascorso circa novanta anni della sua vita nella più completa semplicità includevano un paio di occhiali, un tagliaunghie, un rosario, una copia del Corano, un tappetino per la preghiera, un turbante, i vestiti da religioso e alcuni libri di argomenti religioso.
Questa era lista di tutti i beni di un uomo che non solo era stato la guida di un paese di decine di milioni di abitanti e ricco di petrolio, ma che governava su milioni di cuori, su tutte quelle persone che, a un suo ordine in difesa dell’Islam e della Rivoluzione, erano pronte a sacrificare anche la vita. Queste erano le persone che, sentendo dei disturbi al cuore di cui egli soffriva, si precipitarono all’ospedale pronti a donare il proprio cuore per lui. Il segreto di un simile amore per l’imam Khomeini deve essere ricercato in quella sua fede autentica, nel suo ascetismo e nella sua sincerità.
L’imam Khomeini, che credeva fortemente in una vita ben programmata e disciplinata, era solito trascorrere specifiche ore del giorno e della notte nell’adorazione, nello studio, nella preghiera e nella recitazione del Corano. Passeggiare e riflettere mentre recitava delle invocazioni a Dio era un altra particolarità del suo programma giornaliero. Alla soglia dei novanta anni egli era uno dei più attivi uomini politici del mondo, che anche nelle circostanze più difficili non perdeva l’entusiasmo di adoperarsi per la crescita della comunità islamica e la risoluzione dei suoi problemi.
In aggiunta alla lettura quotidiana delle principali notizie e dei servizi della stampa ufficiale, allo scorrere i bollettini e all’ascoltare le notizie della radio e della televisione locale, egli ascoltava diverse volte al giorno le analisi che delle notizie facevano in lingua persiana le radio straniere, per poter così conoscere direttamente il processo della propaganda dei nemici della Rivoluzione e studiare le mosse per contrastarla.
Le pressanti attività quotidiane e i frequenti incontri con le autorità della Repubblica islamica non gli impedivano comunque di mantenere sempre un contatto diretto con la gente comune, considerata il patrimonio più essenziale del movimento islamico; i particolari di oltre 3700 incontri che ebbe con persone comuni negli anni successivi alla vittoria della Rivoluzione sono ora riportati in un libro in due volumi dal titolo Mahzar-e-Nur (In presenza della Luce).
Questo al fine di ricordare il suo profondo interesse per la gente del suo tempo e per il rapporto con essa. Egli non prendeva mai una decisione riguardante il destino della società senza informare il popolo, considerato il suo miglior confidente per conoscere i fatti.
Dal punto di vista fisico l’imam Khomeini aveva un volto particolare e ben delineato. I suoi sguardi erano solenni, attraenti e pieni di spiritualità. In sua presenza si era inevitabilmente attratti dalla sua spiritualità e molti non riuscivano a trattenere le lacrime. Il popolo iraniano arrivò a pregare Dio di prendere le loro vite in cambio di qualche attimo in più da aggiungere alla sua. Il mondo estraneo alla spiritualità non riesce a concepire e ad accettare queste cose, ma coloro che sono cresciuti con lui hanno imparato ad apprezzare ogni istante della sua vita, interamente votata a Dio e al servizio del popolo.

Hamid Ansari, Il racconto del Risveglio. Una biografia politica e spirituale dell'ayatollah Khomeini.

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