lunedì 16 ottobre 2017

Alastair Crooke - La preoccupante dottrina nucleare di Donald Trump



Traduzione da Consortium News, 2 ottobre 2017.

Esistono carrettate di pubblicazioni che riguardo all'iniziativa militare del Presidente Trump contro la Corea del Nord discettano del "lo farà, non lo farà". Ed esistono carrettate di pubblicazioni anche su quello che Trump potrebbe voler fare con l'Iran; si è impegnato in un teatrino della retorica per compiacere la propria base e ottenere il plauso della stampa, o sta cercando di arrivare ad un confronto, caldo o freddo che sia?
L'interrogativo che rimane senza risposta è: il Presidente Trump considera la Corea del Nord e l'Iran, anche se l'Iran non ha armamenti nucleari e neppure un programma nucleare militare, come realtà in relazione tra loro? Sicuramente esiste almeno un individuo, uno che presso la famiglia Trump trova molto ascolto, che pensa che lo siano.
Jeffrey Sachs, che ha ascoltato il discorso che Trump ha pronunciato alle Nazioni Unite in cui il Presidente ha detto che era pronto a "distruggere completamente" la Corea del Nord, così descrive la reazione dei presenti: "Beh, c'era chi strascicava i piedi, chi sghignazzava, chi si mostrava sorpreso, chi stupito, pochi che applaudivano. C'era Netanyahu, che applaudiva entusiasta; una scena davvero strana. A ripensarci sono ancora un po' stranito."
Sicuramente per il Primo Ministro dello stato sionista Benjamin Netanyahu e per qualche neoconservatore un attacco statunitense contro il programma nucleare nordcoreano costituirebbe un meraviglioso precedente rispetto all'Iran, per l'immediato o per il futuro.
Solo che non lo sappiamo. La passata carriera di Trump come ospite di reality televisivi gli ha lasciato la passione per il battage pubblicitario seducente ("ne saprete di più la prossima settimana"). Quello che è sempre più chiaro è che gli addetti ai lavori come il presidente del comitato per gli affari esteri del senato non sanno dire se Trump stia per scatenare la terza guerra mondiale oppure no.
Sappiamo comunque che Trump si considera un esperto di confronti nucleari: in un'intervista del 1984 concessa allo Washington Post Trump disse che sperava di diventare un giorno il capo della commissione incaricata di negoziare con l'Unione Sovietica sugli armamenti nucleari. Trump affermò che avrebbe potuto negoziare con Mosca un bell'accordo sul nucleare. Trump paragonava la negoziazione di un accordo sugli armamenti alla preparazione di un accordo immobiliare e ribadiva di possedere un talento innato per questo compito.
In un'intervista a Playboy del 1990, Trump disse: "Penso al futuro, ma mi rifiuto di tracciarne un quadro. Può succedere di tutto. Ma penso spesso alla guerra nucleare." Spiegò: "Ho sempre pensato al tema della guerra nucleare; è un elemento molto importante dei miei pensieri. Si tratta di una cosa definitiva, della catastrofe definitiva, del più grande problema mondiale, e nessuno sta pensando all'essenza e alla portata di questo problema."
Cinque anni dopo, a Trump fu chiesto cosa avrebbe fatto di lì a cinque anni. "Chi lo sa?" rispose. "Magari vengono giù le bombe dal cielo, chi lo sa? Si vive in un mondo impazzito, dobbiamo vedercela con un sacco di pazzi. E tu hai la bomba e tu hai questo e tu hai quello."


La previsione di un olocausto nucleare

Trump ha continuato a dirsi convinto che all'orizzonte ci potrebbe essere un olocausto nucleae: "Oh, certamente. Voglio dire, è la natura umana che è malsana. Se Hitler avesse avuto la bomba, non siete convinti che l'avrebbe usata? L'avrebbe messa nel mezzo della Fifth Avenue. Avrebbe usato la Trump Tower, tra la Cinquantasettesima e la Fifth! Bum!"
In un'altra intervista a Playboy, stavolta nel 2004, Trump ha ancora una volta fatto presente quanto il nucleare lo preoccupasse. Alla domanda "Pensa che la Trump Tower e gli altri suoi edifici porteranno ancora il suo nome, di qui a cent'anni?" Trump rispose: "Non penso che ci sarà alcun edificio di qui a cent'anni: a meno che non troviamo persone davvero intelligenti a mandarlo avanti, di qui a cent'anni il mondo non sarà certo come oggi. Esistono armi troppo potenti, troppo forti."
Durante un dibattito presidenziale repubblicano nel dicembre 2015, il candidato Trump ha detto: "Il problema più grande che il mondo ha oggi non è il Presidente Obama con il suo riscaldamento globale... Il problema più grande che abbiamo è il nucleare, la proliferzione nucleare, e c'è qualche pazzo, qualche incosciente che va e mette su un'arma nucleare. Io la penso così, è questo l'unico enorme problema che oggi come oggi il nostro paese si trova davanti... Io credo, credo, per quanto mi riguarda, che il nucleare sia solo potenza, la distruzione è molto importante ai miei occhi."
"INsomma, pare che per decenni" scrive David Corn su Mother Jones "Trump sia stato ossessionato dall'idea che una guerra nucleare sia potenzialmente inevitabile. Adesso si trova in una posizione in cui può fare qualcosa di concreto in proposito."
Come ha notato l'ex direttore dei servizi nazionali James Clapper, "[Se] in un colpo di testa [Trump] decide di agire in qualche modo contro Kim Jong Un, si può fare pochissimo di concreto per fermarlo... Tutto il sistema [degli armamenti nucleari] è congegnato in modo da assicurare una rapida reazione se necessario. Quindi l'esercizio dell'opzione nucleare è di fatto molto poco controllabile, e questo è dannatamente preoccupante."
In breve, nel caso un Presidente statunitense in vena di fatalismi ordinasse un attacco con armi nucleari tattiche, magari perché convinto che uno scontro nucleare è in qualche modo inevitabile, non esiste praticamente nulla che glielo impedisca.
Cosa implica tutto questo per la Repubblica Islamica dell'Iran? I vertici della Repubblica non sanno certo meglio del senatore Bob Corker se Trump intende aggredire la Corea del Nord oppure no, ma devono prepararsi al peggio; se la Corea del Nord viene attaccata, questo precedente permetterà allo stato sionista e ai falchi statunitensi di sostenere che l'Iran sarà in grado di costruire armi nucleari quando il Piano d'Azione Congiunto Globale (JCPOA) sarà giunto a scadenza, e che occorre prevenire questa minaccia. Questa argomentazione è una fandonia, perché l'Iran si è impegnato a firmare il protocollo aggiuntivo sul trattato di non proliferazione, che stabilisce ispezioni accurate da parte della IAEA anche dopo la scadenza del JCPOA.
In una riunione con i vertici militari all'inizio di ottobre Trump ha esplicitamente collegato la Corea del Nord e l'Iran, affermando che la sua amministrazione si stava concentrando su "sfide che avremmo in realtà dovuto affrontare molto tempo fa, come la Corea del Nord, l'Iran, l'Afghanistan, lo Stato Islamico e le potenze revisioniste che minacciano i nostri interessi in tutto il mondo... Non possiamo permettere a questo regime dittatoriale [la Corea del Nord] di minacciare il nostro paese o i nostri alleati di stragi al di là di ogni immaginazione... Faremo quello che dobbiamo fare per impedire che questo succeda. E se sarà necessario lo faremo, credetemi."


L'Iran in allarme

L'Iran deve tenersi pronto anche ad un'altra possibilità. L'Iran non sta minacciando gli USA con armi nucleari, e il riferimento di Trump all'Iran inteso come stato canaglia della regione mediorientale può essergli servito a compiacere la base e a giocare in genere sul piano dell'iranofobia ameriKKKana oltre che per gratificare lo stato sionista -che si sente vulnerabile- e l'Arabia Saudita.
In questo caso Trump può aspettarsi di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Può "decertificare" l'Iran, affermando che non sta rispettando il JCPOA; questa decertificazione vale solo per la politica interna degli Stati Uniti ed è un modo per passare al Congresso la grana sul da farsi. Tocca al Congresso decidere, dopo sessanta giorni di dibattito, se imporre nuovamente all'Iran le sanzioni dovute alla questione del nucleare. Se il Congresso dovesse decidere di ripristinare le sanzioni, gli USA si troverebbero nelle condizioni di non aver rispettato il JCPOA perché quegli accordi sarebbero ancora legalmente validi, a meno che -e solo se- il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non decida di comune accordo di scioglierli altrimenti.
Esistono alcune prove circostanziate che fanno pensare che Trump stia pensando proprio a questo; ad avere la botte piena e la moglie ubriaca. La maggioranza repubblicana in Senato è molto risicata. La cocente umiliazione che Trump ha imposto al senatore Bon Corker, capo del comitato per gli affari esteri e voce molto ascoltata dai senatori democratici non ha molto senso se Trump vuole che il Congresso minacci di ripristinare le sanzioni contro l'Iran ser esso non ottempererà a un JCPOA inasprito, o distinte restrizioni al programma missilistico rianiano.
Il Congresso conosce bene le difficoltà che deve affrontare per ottenere il sostegno degli alleati degli USA, per convincere il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e per mantenere la reputazione degli USA a livello mondiale a fronte di questa continua incostanza. Persino a Washington ci si rende conto che il triumvirato di generali della Casa Bianca è contrario a scatenare una crisi con l'Iran, e che anche l'Iran non acconsentirà mai ad una rinegoziazione del JCPOA.
L'Iran, insomma, non si farà coinvolgere in dialoghi con la Casa Bianca. Trump può sempre rigirare la questione come fa Trump inteso come l'uomo forte, e fare allo stesso tempo apparire il Congresso come la componente debole, quella che vacilla sotto il peso dei vari (e concreti) impedimenta. Sarà comunque difficile che il Congresso, data la diffusa antipatia che esiste in AmeriKKKa nei confronti dell'Iran, non approvi ulteriori sanzioni, quale che ne sia il pretesto.
Considerazioni del genere potrebbero anche rassicurare l'Iran, ma non poi tanto. L'Iran non può far conto sui paesi europei, le cui banche e le cui istituzioni finanziarie sono già in preda del terrore per le sanzioni. L'Europa dice di non approvare qualunque eventuale sanzione gli USA intenedano imporre all'Iran, ma ha la forza necessaria a farsi valere?
Soprattutto, i vertici della Repubblica Islamica dell'Iran sanno bene che lo stato sionista sta cercando di forzare la mano degli USA affinché impongano delle "linee rosse" alla Siria circa la presenza di milizie iraniane, irachene e di Hezbollah dopo la sconfitta dello Stato Islamico. Lo stato sionista cercherà di fare in modo che queste "linee rosse" abbiano a presidio l'apparato militare statunitense.
Il fatto è che lo stato sionista, come alcuni editorialisti sionisti hanno affermato, può sopportare soltanto un numero limitato di perdite civili in un eventuale futuro conflitto cui prenda parte Hezbollah in Libano, per non parlare di uno che abbia per teatro un fronte esteso fra il Mediterraneo e l'Eufrate. La sensazione è che lo stato sionista stia facendo le moine al proprio protettore affinché intervenga prima in Siria e poi, in un secondo tempo, in Iran.
L'Iran non può contare sul fatto che il Segretario alla Difesa -e generale in pensione- Jim Mattis si mantenga coerentemente contrario ad un nuovo massiccio intervento in Medio Oriente, nonostante la sua contrarietà sia nota. L'Iran non ha altra scelta che comportarsi in modo intransigente: ecco perché è occupato a costruire un nuovo fronte di resistenza con la Turchia e l'Iraq -la Siria ne fa già parte- e a costruire strutture militari di deterrenza contro lo stato sionista. Anche l'Iran ha fissato la propria "linea rossa": "bollate come terrorista il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, e l'Iran farà lo stesso con le forze armate statunitensi." Una "linea rossa" che permette all'Iran di reagire in maniera flessibile, a seconda di come giudica gli eventi. Ma è bene essere chiari; se nessuno mette un freno, in Medio Oriente gli eventi stanno andando verso l'irrompere di nuove tensioni.
Tutto questo chiude il cerchio, e ci riporta al "noto ignoto" alla Rumsfeld con cui abbiamo cominciato: il fino a che punto Bibi Netanyahu, per mezzo del suo Jared Kushner, è riuscito a convincere il Presidente Trump che agire contro la Corea del Nord e contro l'Iran è inevitabile, e che inevitabile è il ricorso alle armi nucleari. Durante la campagna del 2016 Joe Scarborough di MSNBC ha riferito che Trump aveva chiesto per tre volte a un consigliere per la sicurezza nazionale perché un presidente non potesse usare armi nucleari.
Non sappiamo quello che Trump potrebbe ordinare, e a quanto pare non c'è nessuno che lo sappia; men che meno a Washington.

lunedì 9 ottobre 2017

Alastair Crooke - Sul Medio Oriente il torbido del referendum curdo



Traduzione da Consortium News, 7 ottobre 2017.

A una settimana dal referendum sull'indipendenza del Kurdistan iracheno voluto da Massud Barzani -sono contrari alla costituzione irachena sia il referendum che l'indipendenza- le reazioni si sono rivelate nella quasi totalità dei casi aspre ed irritate.
Quella che poteva essere intesa come una astuta mossa di Masrur, figlio maggiore di Massud, per rafforzare la traballante popolarità della famiglia Barzani facendone la guida del nazionalismo si sta rivelando sempre di più un passo falso. Michel Rubin della AEI ha notato che "il personale del Congresso [statunitense] e i capi con cui [Masrur] si è incontrato si sono allontanati al termine dell'incontro convinti del fatto che Masrour abbia cercato un'indipendenza intesa come apparentemente legata alla propria linea dinastica in quella che diventerà una leadership ereditaria [in Kurdistan] più che per una preoccupazione sinceramente nazionalista."
Adesso le elezioni presidenziali e parlamentari -invocate con forza all'indomani della morte dell'ex presidente iracheno e leader politico curdo Jalal Talabani avvenuta il 3 ottobre- sono diventate un pasticcio. Invece di convalidare la "successione" del proprio figlio maggiore, Massud Barzani può ritrovarsi ad aver dato il via ad una più ampia contesa per la guida del popolo curdo.
In effetti il Governo Regionale del Kurdistan viene ritratto come una democrazia, ma come afferma Michael Rubin di fatto funziona come una (corrotta) ditta a conduzione familiare "in cui i Barzani e i Talabani fanno confusione fra fondi personali, fondi pubblici e fondi di partito." Dice Rubin: "Massud Barzani fa il presidente, e vive in un palazzo che si trova in una tenuta che ha ereditato da Saddam Hussein. Suo nipote Nechirvan Barzani fa il primo ministro. Suo zio Hoshyar Zebari è stato ministro degli esteri per l'Iraq, e adesso fa il ministro delle finanze. Il figlio maggiore di Massud, Masrur, è a capo dei servizi segreti; il suo secondogenito Mansur fa il generale, e generale è anche Wajy, fratello di Massud. Il nipote di Barzani, Sirwan, possiede la locale compagnia di telefonia cellulare che, pur acquistata con denaro pubblico, è una proprietà privata. I figli di Barzani si recano spesso a Washington... [dove] Masrur Barzani ha comprtato a McLean, in Virginia, una villa da undici milioni di dollari
Il referendum ha mostrato che il nazionalismo fa facilmente presa fra i curdi, e di questo nessuno dubitava. Solo che ignorando il consiglio che gli veniva da ogni parte di cancellare o di rinviare questo provocatorio referendum, Massud Barzani ha forse concesso senza accorgersene ai suoi contendenti proprio il pretesto di cui avevano bisogno per deprecare il "progetto curdo" statunitense e sionista.
In Occidente qualcuno potrà anche pensare che la questione curda riguardi un giustificato diritto all'autodeterminazione nazionale, ma gli stati vicini non la vedono in questo modo. Essi la considerano una bomba politica, deliberatamente cacciata nel più sensibile punto del Medio Oriente per far esplodere l'assetto statale di quattro paesi importanti: l'Iraq, l'Iran, la Siria e la Turchia.


Una regione infiammabile

Questa zona è infiammabile, infiammabile fino all'esplosione, proprio perché esistono tante appartenenze etniche diverse e perché le rivendicazioni territoriali su zone che sono passate più volte di mano per il susseguirsi di ondate di pulizia etnica sono quasi impossibili da comporre; eppure, la riconquista dei territori perduti resta un obiettivo molto sentito da quanti ne sono stati spossessati.
Dal punto di vista della pulizia etnica non è che i curdi abbiano subìto più di quanto abbiano essi stessi commesso, come spiega una relazione economica della Seeking Alpha:
Questa zona [il nord dell'Iraq] era sul percorso di un'importante antica via commerciale... e nel corso dei secoli è stata colonizzata da diverse popolazioni. Gli ultimi a stabilirvisi sono stati i turchi, ai tempi dell'Impero Ottomano... Kirkuk in particolare è una località problematica perché è rivendicata da arabi, curdi e turkmeni, e sono soprattutto le pretese di questi ultimi a sembrare maggiormente fondate.
La scoperta del petrolio a Kirkuk nel 1927 e il conseguente boom ha comportato la diluizione della popolazione turkmena, per l'arrivo di migranti curdi da nord e di migranti arabi da sud. Il censimento del 1957 [l'ultimo]... mostrava che a livello di governatorato c'era un 48,2% di curdi, un 28,2% di arabi e un 21,4% di turkmeni; nella città di Kirkuk i turkmeni erano il 37,6%, i curdi il 33,5% e gli arabi il 22,5%. Queste percentuali sono cambiate significativamente sotto il governo [di Saddam Hussein], che ha incentivato l'arabizzazione a spese dei curdi e delle altre minoranze, ma la tendenza si è invertita dopo il 2003 con il ritorno di molti curdi ma non di un pari numero di turkmeni.
A chi giova rimestare nel torbido delle contrastanti rivendicazioni etniche su questo territorio (e sul 40% delle risorse petrolifere irachene), che comporta anche la potenziale frammentazione dei quattro stati sovrani su ricordati? La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran Alì Khamenei ha detto chiaramente mercoledi 4 ottobre al presidente turco Recep Tayyip Erdogan che a suo modo di vedere gli Stati Uniti stanno cercando di creare un nuovo "stato sionista" in Medio Oriente, incentivando la secessione curda. Lo stato sionista ha fatto chiaramente intendere da parte sua, tramite considerazioni provenienti da ambienti ministeriali, che è favorevole ad uno stato curdo, lo sostiene e considera che esso corrisponda ai propri interessi.
Siria, Turchia, Iran e Iraq hanno seguito con attenzione gli eventi fin da quando gli USA -e con loro alcuni alleati europei- hanno iniziato a realizzare le undici basi semipermanenti dell'esercito statunitense nella Siria settentrionale, in zone in cui i curdi sono una presenza consistente ma non per forza maggioritaria. In ogni caso, con la guerra in Siria che si avvicina alla conclusione e con la Siria che si oppone all'instaurazione di una zona cuscinetto a ridosso della linea di armistizio sul Golan e di zone demilitarizzate lungo la frontiera con l'Iraq, è ovvio che i quattro paesi non sarebbero per nulla soddisfatti se proprio in mezzo a loro venisse imposto un altro "cuscinetto" filooccidentale anche più grande.
Barzani in ogni caso non è l'unico a cercare di ribadire le proprie credenziali di leader giocando la carta del nazionalismo. Il Primo Ministro iracheno Haider al Abadi il prossimo anno dovrà affrontare una consultazione elettorale di cruciale importanza; l'ex Primo Ministro Nouri al Maliki gli è poco distante e sta recuperando. La ferma risposta di Abadi al referendum in Kurdistan si è rivelata popolare presso la sua base elettorale, ed è riuscita a mettere una qualche distanza fra lui ed al Maliki. La fermezza nel difendere la sovranità statale per Abadi sarà fondamentale per restare al potere.


La rappresaglia irachena

Secondo la Reuters alcune contromisure sono già state prese: "Baghdad ha reagito al referendum bandendo i voli internazionali dagli aeroporti curdi; l'Iran e la Turchia hanno iniziato esercitazioni militari congiunte assieme alle truppe irachene alle frontiere del Kurdistan iracheno. Il governo iracheno ha respinto la proposta del Governo Regionale del Kurdistan di aprire un confronto sull'indipendenza; anzi, ha preteso che i leader curdi annullassero il referendum, pena l'imposizione di continue sanzioni, l'isolamento internazionale ed un possibile intervento militare.
Martedi [3 ottobre] la banca centrale dell'Iraq ha comunicato al Governo Regionale del Kurdistan che non avrebbe più venduto dollari a quattro importanti banche curde, e che avrebbe bloccato tutti i trasferimenti di valuta estera nella regione, hanno riferito alla Reuters fonti dell'ambiente bancario e governativo... In precedenza, il parlamento federale di Baghdad aveva ventilato la minaccia di espellere i parlamentari curdi che avevano preso parte al referendum, dal momento che si trattava di un'iniziativa contraria alla costituzione. Il Presidente del Parlamento iracheno Salim al Jabouri ha detto in conferenza stampa al termine di una seduta che il Parlamento ha deliberato di prendere nota dei nomi di quanti hanno votato al referendum come premessa per un loro impeachment da parte dell'Alta Corte federale.
Probabilmente i quattro paesi, che stanno agendo in stretta coordinazione, faranno pressione con mezzi costituzionali contro il Governo Regionale del Kurdistan. Baghdad, che già controlla lo spazio aereo, cercherà di riprendere il controllo degli aeroporti internazionali in mano al Governo Regionale del Kurdistan, quello delle frontiere regionali, quello della produzione petrolifera e quello della città di Kirkuk, in mano ai curdi da quando lo Stato Islamico ha catturato Mossul. Turchia, Siria, Iran e Iraq strangoleranno economicamente il Governo Regionale del Kurdistan fino all'estremo limite, nel caso Barzani cercasse di usare i suoi peshmerga per mantenere il controllo di Kirkuk e dei suoi campi petroliferi.
Il mutamento degli equilibri strategici rispetto al passato ha in questo caso tre aspetti. Tutti i paesi che confinano col territorio del Governo Regionale del Kurdistan sono per la prima volta uniti nell'ostilità verso l'iniziativa di Barzani: il Governo Regionale del Kurdistan non ha sbocchi sul mare, per cui la cosa è significativa. In secondo luogo, mentre i peshmerga curdi hanno potuto godere di libertà d'azione nel nord dell'Iraq fin dal dopo la guerra del 2003 e della successiva occupazione statunitense, adesso esiste una mobilitazione di ampia portata di una forza armata come le Hashd al Sha'abi, le Forze di Mobilitazione Popolari. Si tratta di formazioni pronte, decise e capaci di  impegnare militarmente le milizie curde dei peshmerga nell'Iraq settentrionale; in terzo luogo, la Russia -pur mantenendo un profilo basso nella questione del Kurdistan iracheno- ha preso con decisione le parti della sovranità siriana.
Fin dall'arrivo in Siria, i russi hanno mantenuto stretti rapporti con le forze curde siriane. Questo significa che le relazioni con l'estero delle forze curde siriane non sono mai state un monopolio statunitense. I russi hanno dunque usato proprie truppe per proteggere i curdi dall'esercito turco, con particolare riferimento alla località di Manbij. Nonostante i russi non rilascino dichiarazioni pubbliche sui rapporti che intercorrono fra le loro forze armate e i curdi, è facile ipotizzare che essi stiano dicendo ai curdi di venire a patti con Damasco perché l'alternativa è quella di venire distrutti militarmente se solo cercheranno di interferire con la riconquista del territorio siriano (e delle sue risorse petrolifere) da parte dell'Esercito Arabo Siriano.


Le pressioni dello stato sionista

La questione fondamentale è dunque fino a che punto gli USA, messi sotto pressione dallo stato sionista, andranno avanti con questo piano. Sembra che in merito all'indipendenza del Kurdistan il governo statunitense sia diviso. Come suggerisce Michael Rubin nel suo articolo, chissà se "Masrur Barzani sarà il prossimo motivo di imbarazzo per la CIA". Il governo statunitense si è anche mostrato ambivalente sul sostegno da dare ad una dittatura ereditaria ad opera dei Barzani.
Rubin scrive: "Cosa significa questo per gli Stati Uniti? In privato, sia i circoli della diplomazia che quelli dei servizi sembrano capire il perché del dissidio tra Masrur e Nerchivan e anche, se l'espressione non è troppo forte, il perché delle tendenze psicopatologiche nel comportamento di Masrur."
Si fa riferimento qui a resoconti stilati da un'organizzazione internazionale che si occupa di diritti umani sulle torture perpetrate dalle forze di sicurezza di Masrur, e sulla carcerazione e sulle torture inflitte a prigionieri che avevano rifiutato di offrire a Masrur una percentuale sulle imprese di cui erano titolari, tra le altre cose.
Da una parte, insomma, la "dittatura" dei Barzani è un problema per la reputazione degli Stati Uniti, e l'indipendenza del Kurdistan potrebbe comportare il rischio di un crollo dell'Iraq che invece gli USA sperano di utilizzare per arginare l'Iran. Dall'altra parte il Centcom, che è il comando militare statunitense nella regione, sta avendo un idillio con le reclute curde che sta addestrando in Siria, intanto che il Dipartimento di Stato si preoccupa innanzitutto del macroscopico cambiamento di fronte operato dalla Turchia, che è un membro della NATO. Insomma, non è chiaro quale possa essere l'interesse degli Stati Uniti, al di là di quello che è l'interesse dello stato sionista.
Eppure sembra che gli eventi siano come concatenati, a formare un piano preciso. Lo stato sionista teme di trovarsi isolato in Medio Oriente, perché oggi come oggi l'unico suo alleato saldo è l'Arabia Saudita. In Siria, lo stato sionista ha avuto la peggio e teme la conseguente presenza di Hezbollah e dell'Iran nel paese oltre a dubitare che gli USA o la Russia faranno -o potranno fare- gran che per mitigare certi timori. Di conseguenza la leadership sionista sta reagendo mostrando i denti, minacciando attacchi alle fabbriche che in Siria e in Libano starebbero fabbricando missili sofisticati, attacchi alle basi militari iraniane permanenti, o ad entrambi gli obiettivi.
La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran ha equiparato un ipotetico stato curdo ad "un altro stato sionista"; Hezbollah ha esortato gli ebrei a prendere in considerazione l'idea di abbandonare lo stato sionista; il Presidente Bashar al Assad ha espresso l'intenzione di riprendere il controllo di tutta la Siria; l'ayatollah al Sistani è una personalità influente contraria all'indipendenza curda. Tutti elementi che fanno parte di uno stesso piano: un piano in cui gli ammonimenti si fanno sempre più gravi, ed in cui sono nuove le regole della deterrenza.
In sostanza allora l'"iniziativa" di Barzani è diventata il perno attorno a cui ruota un nuovo paradigma di deterrenza. Il piano di cui il suo referendum faceva parte è già stato silenziosamente sommerso dal nuovo assetto della regione.

sabato 30 settembre 2017

Alastair Crooke - La sopravvivenza della Repubblica Araba di Siria è un colpo micidiale per gli jihadisti



Traduzione da Consortium News, 8 settembre 2017.

Il fatto che la Repubblica Araba di Siria abbia vinto perché è sopravvissuta, perché è rimasta per così dire in piedi tra le macerie di tutto quello che le è successo, costituisce la definitiva sconfitta della dottrina Bush per il Medio Oriente, detta anche del Nuovo Medio Oriente. Esso segna l'inizio della fine non soltanto per il progetto politico centrato sul rovesciamento del suo governo, ma anche per il progetto del jihad sunnita usato come attrezzo per trasformare il Nuovo Medio Oriente in una realtà.
La regione è arrivata ad un punto in cui la tendenza si è invertita e lo stesso è successo all'Islam sunnita. L'Islam di ispirazione wahabita ha subìto una considerevole batosta e adesso si trova ampiamente screditato presso i sunniti; tutti gli altri lo considerano con disprezzo.
Facciamo chiarezza su come i due progetti siano collegati tra loro.
Dopo la prima Guerra del Golfo (1990-91) il generale Wesley Clark -ex comandante supremo della NATO in Europa- ricordò che "Nel 1991 [Paul Wolfowitz] era sottosegretario alla Difesa con responsabilità delle politiche del settore... e richiesi un colloquio con lui... Gli dissi: 'Signor Segretario, deve essere davvero soddisfatto per come si sono comportate le truppe nell'operazione Desert Storm.' Lui rispose 'Certo, ma in realtà non lo sono perché a dire il vero avremmo dovuto liberarci di Saddam Hussein e non lo abbiamo fatto... Ma una cosa che abbiamo capito è che possiamo ricorrere alla forza in Medio Oriente, senza che i sovietici ci fermino. E abbiamo cinque o dieci anni di tempo per far fuori i vecchi protettorati sovietici, la Siria, l'Iran, l'Iraq, prima che si affermi la prossima grande superpotenza in grado di sfidarci."
Il pensiero di Wolfowitz fu ripreso in maniera più esplicita nel 1996 da David Wurmser, nel suo documento intitolato Come trattare gli stati in via di frammentazione che nasceva dal suo contributo al famigerato scritto sulla strategia politica del taglio netto elaborato da Richard Pearle per Bibi Netanyahu qualche mese prima nel corso dello stesso anno. L'idea, in entrambi i casi di questi testi gravidi di conseguenze, era quella di contrastare direttamente il presunto isolazionismo di Pat Buchanan. Il quale Buchanan è recentemente tornato alla ribalta in settori della Nuova Destra e della Destra Alternativa statunitensi.
Lo scrittore libertario Daniel Sanchez ha rilevato che "Wurmser connotava il rovesciamento del governo in Iraq e in Siria -paesi entrambi a guida baathista- come un modo per 'accelerare il caotico collasso' del nazionalismo arabo laico in generale, oltre che del baathismo in particolare. A suo dire 'il fenomeno del baathismo' fin dalle sue origini 'metteva in atto politiche straniere, vale a dire politiche sovietiche'... [ed egli ammoniva] l'Occidente affinché 'liberasse dalla propria stessa miseria' questo anacronistico avversario e portasse così la vittoria ameriKKKana nella Guerra Fredda al suo definitivo culmine. Il baathismo avrebbe dovuto essere soppiantato da quella che definiva 'l'opzione hashemita'. Concluso il loro collasso nel caos, l'Iraq e la Siria sarebbero tornati sotto controllo hashemita, dominati dalla casa reale di Giordania a sua volta guarda caso controllata dagli USA e dallo stato sionista."


Influenzare Washington

Lo scritto di Wurmster sul come trattare gli stati in via di frammentazione, al pari dell'altro elaborato sul taglio netto, avrebbe avuto un profondo impatto sul modo di pensare di Washington durante l'era Bush. Lo stesso Wurmser fece peraltro parte dell'esecutivo. A levare l'ira neoconservatrice da lungo tempo sopita contro i paesi arabi caratterizzati dal nazionalismo laico non era solo il fatto che agli occhi dei neoconservatori altro non erano che relitti pericolanti della malvagia Unione Sovietica, ma anche il fatto che dal 1953 in poi la Russia si era schierata con essi in tutti i conflitti che avevano sostenuto contro lo stato sionista. Una cosa che i neoconservatori non potevano né tollerare, né perdonare.
Sia il taglio netto sia il testo del 1997 per il Progetto per un Nuovo Secolo AmeriKKKano (PNAC) avevano come premessa esclusiva la più ampia politica statunitense diretta a consolidare lo stato sionista. Il punto essenziale è che mentre Wurmser sottolineava il fatto che demolire il baathismo doveva essere l'obiettivo principale della politica mediorientale, aggiungeva anche che "la lotta al nazionalismo laico arabo dev'essere senza quartiere," anche "per fermare l'ascesa del fondamentalismo islamico." [corsivo dell'A.]
In concreto l'AmeriKKKa non aveva alcun interesse a fermare l'ascesa del fondamentalismo islamico, di cui gli USA si erano generosamente serviti. Avevano già mandato insorti islamici armati e galvanizzati in Afghanistan nel 1979, proprio con lo scopo di "indurre" un'invasione sovietica. Cosa che puntualmente si verificò.
Molto tempo dopo, a chi gli chiedeva se avesse qualche ripensamento sull'aver fomentato l'estremismo islamico a quel modo a fronte del fenomeno terroristico che si era successivamente concretizzato, l'ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Jimmy Carter Zbignew Brzezinski rispose: "Quale ripensamento? Quell'operazione segreta fu una pensata eccezionale; ebbe l'effetto di attirare i russi in quella trappola che era l'Afghanistan. Cosa c'è da ripensare? Quando i sovietici passarono ufficialmente la frontiera, scrissi al Presidente Carter che in sostanza "Abbiamo adesso la possibilità di dare all'URSS un suo Vietnam."
Soffiare sul fuoco del radicalismo sunnita è servito ai paesi occidentali per contrastare il nasserismo, il baathismo, l'URSS, l'influenza iraniana e da ultimo anche per cercare di rovesciare il Presidente Bashar al Assad in Siria. Un ex funzionario dell CIA descrisse in questo modo, nel 1999, il punto di vista di quegli anni.
In Occidente l'espressione fondamentalismo islamico evoca l'immagine di uomini barbuti col turbante e di donne coperte con mantelli neri. E alcuni movimenti islamici effettivamente contengono elementi violenti e reazionari. Gli stereotipi tuttavia non devono renderci ciechi davanti al fatto che all'interno di essi operano anche potenti forze modernizzatrici. L'islam politico è favorevole al cambiamento. In questo senso, i moderni movimenti islamici possono rappresentare il mezzo principale per introdurre mutamenti nel mondo islamico e per provocare la caduta dei vecchi dinosauri al governo." [Corsivo dell'A.]


Proteggere gli emiri

Ecco a cosa serviva la Primavera Araba. Il ruolo assegnato ai movimenti islamici era quello di mandare in pezzo il mondo arabo laico e nazionalista, concretizzando l'idea di Wurmser secondo cui "la lotta al nazionalismo laico arabo dev'essere senza quartiere"; inoltre però avrebbero dovuto proteggere re ed emiri del Golfo cui l'AmeriKKKa era stata costretta a legarsi -come Wurmser riconosce esplicitamente- in quanto erano le dirette controparti del progetto finalizzato alla dissoluzione del mondo arabo nazionalista e laico. Ovviamente i re e gli emiri, così come i neoconservatori, temevano il socialismo che era associato al nazionalismo arabo.
Dan Sanchez ha scritto con buona cognizione di causa e ben prima dell'intervento russo in Medio Oriente che Robert Kagan e il suo sodale neoconservatore Bill Kristol nel loro articolo del 1996 su Foreign Affairs intitolato Per una politica estera neoreaganiana avevano cercato di immunizzare sia il movimento conservatore sia la politica estera statunitense contro l'isolazionismo di Pat Buchanan.
La minaccia sovietica recentemente è scomparsa, e con essa la Guerra Fredda. I neoconservatori tremavano all'idea che il pubblico statunitense avrebbe colto al volo l'occasione per liberarsi del loro fardello imperialista. Kristol e Kagan spinsero i loro lettori a resistere a questa tentazione e a capitalizzare anzi la nuova supremazia ameriKKKana, che non conosceva avversari... [e che] doveva diventare dominio, in ogni contesto e in ogni occasione possibili. In questo modo, chiunque in futuro si fosse anche solo avvicinato a diventare un contendente sarebbe rimasto stroncato sul nascere e questo momento unipolare sarebbe durato per sempre.... La cosa che fece sembrare a portata di mano la realizzazione del sogno neoconservatore fu l'indifferenza della Russia post sovietica."
L'anno dopo la caduta del Muro di Berlino, la guerra contro l'Iraq rappresentò il debutto della riformulazione del Medio Oriente: per l'AmeriKKKa, l'affermazione a livello mondiale il proprio potere unilaterale su base militare, la distruzione dell'Iraq e dell'Iran, il "contenimento della Siria" così come indicato nel taglio netto e la messa in sicurezza dello stato sionista.



Il ritorno della Russia

Ebbene, in Medio Oriente i russi sono tornati. E la Russia non è più "indifferente" nei confronti delle iniziative AmeriKKKane. Per giunta, adesso in AmeriKKKa quanti vogliono punire Putin per aver tanto deliberatamente scompaginato l'assoluta supremazia statunitense nella regione e aver rotto così bene le uova nel paniere in Siria e quanti invocano -capeggiati da Steve Bannon- una politica estera all'insegna dell'isolazionismo alla Buchanan -la stessa che i neoconservatori avevano tanto sperato di affossare (… plus ça change, plus c’est la même chose)- sono finalmente ai ferri corti.
Una cosa è chiaramente cambiata: il lungo ricorso agli jihadisti siriani come prediletto strumento per riplasmare il Medio Oriente è finito. I segni di questo sono evidenti ovunque.
I leader dei cinque paesi emergenti del BRICS per la prima volta hanno indicato nei gruppi militanti basati in Pakistan un pericolo per la sicurezza della regione ed hanno invitato i loro protettori a renderne conto.
"Siamo preoccupati per la situazione della sicurezza nella regione e per la violenza di cui sono responsabili i talebani, (lo Stato Islamico) ... Al Qaeda e i suoi affiliati, ivi compresi il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, il Movimento Islamico dell'Uzbekistan, la rete Haqqani, Lashkar-e-Taiba, Jaish-e-Mohammad, il TTP e Hizb ut-Tahrir," hanno affermato i leader del BRICS in una dichiarazione congiunta che Pakistan e Arabia Saudita faranno bene a tenere presente.
Allo stesso modo, un articolo pubblicato su un giornale egiziano e scritto dal Ministro britannico per gli affari mediorientali Alistair Burt fa pensare che adesso Londra sostenga senza tentennamenti il governo di al Sissi in Egitto nella guerra che ha intrapreso contro i Fratelli Musulmani. Burt ha attaccato i Fratelli Musulmani per i loro legami con l'estremismo, e ha sottolineato il fatto che il Regno Unito ha imposto un vero e proprio bando su qualsivoglia contatto con quella organizzazione fin dal 2013, specificando che "è tempo adesso che tutti coloro che difendono i Fratelli a Londra o al Cairo mettano fine a questa ambiguità e a questa confusione." Non sorprende certo il fatto che al Cairo gli appunti di Burt siano stati accolti con profonda soddisfazione.
Chiaramente c'erano uomini e donne tra gli islamici sunniti animati da buone intenzioni e guidati da dei principi, intenzionati a togliere l'Islam dalla depressione in cui si trovava dagli anni successivi al 1920 e dall'abolizione del califfato. Purtroppo negli stessi anni si affermò l'idea sostenuta dal primo re saudita Abdul Aziz -sostenuto con entusiasmo dai britannici- di servirsi dello wahabismo galvanizzato apposta come braccio per arrivare al potere in Arabia. Quello che successe poi, e che è finito con i recenti violenti attacchi terroristici nelle città europee, non è molto sorprendente: la maggior parte di questi movimenti islamici erano attaccati al rubinetto dei petrodollari sauditi, e si muovevano all'insegna dell'eccezionalismo violento tipico della concezione wahabita. Lo wahabismo è l'unico ad affermare di costituire "il solo vero Islam."


Uno strumento politico

L'Islam ha conosciuto una crescente strumentalizzazione politica e questo ha fatto sì che la sua corrente più violenta diventasse quella predominante. Inevitabilmente lo spettro dei movimenti islamici sunniti, ivi compresi quelli considerati "moderati", si è sempre più appiattito sull'intollerante e dogmatico letteralismo wahabita e sull'adozione dell'estremismo violento. In pratica anche movimenti nominalmente non violenti come i Fratelli Musulmani si sono alleati con le forze di Al Qaeda in Siria, nello Yemen e in altri contesti e hanno combattuto a loro fianco.
Insomma, i movimenti wahabiti non sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi politici; il loro è un fallimento completo. Sembra passato davvero poco tempo da quando i giovani musulmani, ivi compresi quelli che avevano trascorso la loro vita in Occidente, traevano autentica ispirazione dal radicalismo intransigente e dalla prospettiva di un'apocalisse islamica. Per questo giovani la profezia del Dabiq, di un imminente redenzione, sembrava prossima a realizzarsi. Adesso tutto si è ridotto in polvere. Lo wahabismo ha perso ogni credito a causa della propria indiscriminata brutalità. E le pretese dell'Arabia Saudita di saperci fare sul piano politico e di rappresentare un'autorità su quello dell'Islam hanno patito un colpo formidabile.
Meno ovvio a chi osserva dall'esterno è il fatto che ad assestare queste bordate è stato in parte quell'Esercito Arabo Siriano che è per lo più formato da sunniti. La propaganda e gli stereotipi diffusi in Occidente circa il conflitto in Siria lo presentavano come una questione di sciiti contro sunniti, ma sono stati i sunniti siriani a combattere e a morire per la propria tradizione islamica levantina e contro l'intromissione di un orientamento eccezionalista e intollerante portato nel Levante di recente -dopo la Seconda Guerra Mondiale- a partire dal deserto saudita del Nejid, luogo della sua originaria affermazione.
Dopo la guerra in Siria e dopo la brutalità assassina dello Stato Islamico a Mossul, molti sunniti hanno deciso che ne avevano avuto abbastanza dell'Islam wahabita. Di conseguenza, è possibile che si assisterà al riaffermarsi di un nazionalismo laico e non settario. Probabilmente rifiorirà anche il tradizionale modello levantino di Islam tollerante, maggiormente interiorizzato e semilaico.
Galvanizzare il radicalismo sunnita e servirsene come strumento politico potrà anche essere un qualche cosa che non funziona più, ma l'Islam sunnita inteso come orientamento riformatore radicale non è affatto fuori dai giochi. Anzi, se a livello mondiale la tendenza è a sfavore dei movimenti sunniti, l'ostilità che essi hanno generato alimenterà molto probabilmente l'idea che l'Islam nel suo complesso sia sotto assedio e sotto attacco, che le sue terre e il suo potere siano oggetto di usurpazione e di occupazione prepotente nel caso degli stati sovrani, dal momento che i sunniti hanno sempre pensato che ad essi toccasse il controllo della macchina statale. Una corrente puritana e intollerante è presente nell'Islam sin dal suo esordio, nel pensiero di Hanbali, di Ibn Taymiyya e -nel XVIII secolo- di Abd el Wahhab; si tratta di un orientamento che torna ad affermarsi in tempi di crisi per il mondo islamico. Lo Stato Islamico può anche essere sconfitto, ma l'orientamento cui esso fa capo non viene mai sconfitto definitivamente, né scompare mai del tutto.
Il "vincitore", in questo campo, è Al Qaeda. Al Qaeda aveva previsto il fallimento dello Stato Islamico sostenendo che l'instaurazione di un califfato su base territoriale era prematura. Il leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri si è rivelato un buon giudice. Al Qaeda da una parte racoglierà quello che resta dello Stato Islamico, e dall'altra gli appartenenti arrabbiati e disillusi dei Fratelli Musulmani. Potremmo in questo senso trovarci davanti alla più ampia convergenza tra movimenti islamici che si sia mai vista, soprattutto se i loro finanziatori del Golfo si faranno da parte.
Probabilmente assisteremo ad un ritorno al jihad virtuale globale di Zawahiri, che ha lo scopo di provocare l'Occidente più che di sconfiggerlo militarmente, in contrapposizione ad ogni nuovo tentativo di instaurare e di controllare un emirato su base territoriale.
Ci si può aspettare che i sacrari sciiti di Kerbala e di Najaf comincino a mettere in ombra quelli sunniti della Mecca e di Medina. Nella realtà dei fatti è già così.

domenica 24 settembre 2017

Alastair Crooke - Trump getta nel fuoco la politica di Washington


Durante l'ultima settimana di agosto il presidente Trump ha scagliato una bomba a mano nei meccanismi della politica statunitense. I rottami adesso sono sparsi per terra tutto attorno a Washington. Probabilmente ci vorrà del tempo per stimare con cura gli effetti di questo gesto incendiario; di sicuro nei prossimi mesi e probabilmente fino alla fine del processo elettorale di metà mandato regnerà l'incertezza, e difficilmente la politica estera riuscirà a guadagnarsi la priorità agli occhi dei piani alti.
Una fonte democratica ha descritto in questo modo il fulmineo corso degli eventi nell'Ufficio Ovale: "All'inizio i repubblicani volevano un innalzamento del [limite per il] debito a diciotto mesi, poi a dodici, poi a sei, a quel punto Trump li ha zittiti e si è messo d'accordo con noi per tre mesi... L'Ufficio Ovale funziona veloce con Trump alla Casa Bianca."
ovviamente la questione essenziale è: si tratta del posto di comando di una nave che va avanti a vista, oppure c'è in gioco una strategia di più ampio respiro? In poche parole, ecco che cosa ha fatto Trump.
Prima cosa, ha approvato lo stanziamento di otto miliardi di dollari per l'emergenza uragano Harvey senza dare corso alla richiesta dei repubblicani conservatori che vi fosse un diretto taglio alle spese di pari importo.
Seconda cosa, ha consentito che questo stanziamento si unisse all'innalzamento del tetto del debito, ignorando così i repubblicani del caucus della libertà, quella base del tea party che ha contribuito così direttamente alla sua elezione e che aveva chiesto esplicitamente che le due questioni venissero messe al voto separatamente.
Terza cosa, Trump si è schierato con i capi della rappresentanza democratica al congresso piuttosto che con quella repubblicana, approvando un aumento del tetto del debito per soli tre mesi.
Quarta cosa, Trump a quanto sembra a approvato il ricorso ad una risoluzione continuata lunga tre mesi. Questo significa che se il Congresso non approva la legislazione finanziaria per il governo prima che inizi il nuovo anno fiscale il 1 ottobre, la Casa Bianca può approvare le leggi necessarie a far funzionare determinate operazioni federali ai livelli di spesa in vigore. Tali leggi vengono chiamate "risoluzione continuata". Questo era quello che i capi democratici, la repubblicana Nancy Pelosi dalla California e il senatore Chuck Schumer di New York volevano, e che hanno ottenuto. Il partito repubblicano non ha avuto in cambio niente di niente.
In ultimo, Trump ha poi meditato se sia possibile eliminare del tutto il tetto per il debito.


Il debito cresce

Il tetto per il debito è una questione cruciale perché quando si fissa il bilancio annuale degli Stati Uniti non ci si trova a fare un mero esercizio di raffronto fra uscite ed entrate. La maggior parte delle spese federali sono assegnate in automatico perché derivano dalla passata legislazione che in qualche caso risale a decenni fa; questo intrinseco automatismo le fa crescere inesorabilmente. Senza un tetto per il debito il debito interno statunitense resta privo di controllo e tende inesorabilmente a crescere; oggigiorno cresce sempre più velocemente.
Le spese coperte da questi automatismi ammontano già nel bilancio statunitense ad una cifra che oscilla fra i diecimila e i dodicimila miliardi di nuovi debiti di qui al 2027. Queste cifre -non verificate- potrebbero comportare per il 2027 un debito pari a 35.000 miliardi di dollari, che equivalgono al 140% del PIL.
Bene, i capi del partito repubblicano sono rimasti furibondi per l'accordo che Trump ha stretto con i democratici. Una voce repubblicana ha confidato ad Axios: "Non va dato eccessivo peso alla rabbia dei repubblicani."
Inoltre, praticamente tutti nel caucus della libertà che è lo zoccolo duro dei sostenitori di Trump hanno votato conto l'accordo fra Trump, Schumer e Pelosi che punta a posticipare la soluzione del problema, e lo stesso hanno fatto novanta dei centocinquanta appartenenti al più ampio Gruppo di Studio Repubblicano. In breve, né la dirigenza repubblicana né la base sono soddisfatte, anche se considerano la situazione posizionandosi ad estremi opposti dell'areale del partito.
Da un altro punto di vista, pur rimanendo comprensibile l'irritazione dei repubblicani al pari del loro giustificao lamentarsi per aver perso le proprie carte negoziali a favore dei democratici nel tetto per il debito e nelle negoziazioni per il bilancio, la cruda verità è che la leadership repubblicana si è rivelata incapace di qualsiasi iniziativa in materia di legislazione mirante ad un preciso scopo, assorbita com'è dalle lotte intestine e dalle scissioni.
In altre parole, il sistema politico statunitense fondato sui due partiti non funziona ormai più. Non può esercitare un'azione legislativa vera e propria, e neppure affrontare in maniera minimamente significativa il problema del deficit fiscale che aumenta a vista d'occhio. Questo rappresenta un grosso ostacolo per qualsiasi presidente aspiri a introdurre cambiamenti con un aiuto esterno. Forse per questo il Presidente Trump ha deciso all'improvviso di procedere ad accordi con i democratici?
Ora, la bomba a mano che ha lanciato nella palude del suo stesso partito contribuirà alla sua agenda, che prevede una legislazione fiscale all'insegna di una reflazione radicale? David Stockman ha a lungo sostenuto che non esiste una maggioranza repubblicana che approvi un bilancio per l'anno fiscale 2018 in cui decine di migliaia di miliardi di dollari vengono stanziati per la difesa, il controllo delle frontiere, i veterani, le infrastrutture di Trump, senza contare i tagli fiscali privi di copertura. Che vanno ad aggiungersi ai diecimila o dodicimila miliardi di nuovo debito che già si sta accumulando da qui al 2027.
Probabilmente Stockman ha ragione. Ed ha probabilmente ragione anche quando afferma che il minimo che possa succedere è che l'unica legge fiscale che potrà essere approvata prima della fine dell'anno non può che essere una legge dettata dai democratici, da Schumer e dalla Pelosi come contropartita per il prossimo rinvio del problema rappresentato dall'ampliamento del tetto per il debito e per le leggi di risoluzione continuata per l'anno fiscale in corso. I repubblicani insomma affronteranno sguarniti le elezioni di metà mandato: non avranno nulla da far vedere ai propri elettori. Per questo il partito repubblicano teme un bagno di sangue.


Trump e i suoi ammonimenti sulla bolla

Cosa sta succedendo, insomma? Sembra quasi che Trump stia andando a cercarsela, una crisi da debito; e con essa una sostanziale corsa alle vendite nei mercati. Questo paradosso ci mette a tu per tu con la più grande lacuna della comprensione del fenomeno Trump: fin dal 2000 egli ha lanciato coerenti ammonimenti su un'incombente crisi finanziaria negli Stati Uniti, "chiunque sia alla Presidenza". Durante la campagna elettorale per la Presidenza ha parlato di "gran brutte bolle"; ha avvertito che la crisi finanziaria che sarebbe arrivata sarebbe stata peggiore, molto peggiore di quella del 2008.
Insomma, adesso è diventato incoerente, cosa che non è da lui. Solo che nel corso della campagna elettorale in cui era candidato ha spesso lanciato ammonimenti su una crisi finanziaria, ma non ha detto nulla su come avrebbe cercato di affrontarla. In un comizio ha ripetuto questo pressante ammonimento nei confronti della crisi incombente affermando poi che gli elettori non avrebbero dovuto preoccuparsi: ce l'avremmo fatta. Ci saremo barcamenati.
Più che lanciarle con noncuranza, queste bombe a mano che renderanno praticamente impossibile da raggiungere il bilancio per l'anno fiscale 2018 che aveva in mente (a tutt'oggi l'intero parlamento non è riuscito nemmeno a mandare in dibattito una risoluzione) sembra che Trump a fare il guerrigliero ci si diverta proprio. Di più. Per affrontare una situazione economica che secondo le sue stesse considerazioni si sta avviando alla crisi, Trump si è deliberatamente circondato di consiglieri finanziari della Goldman Sachs. Come chiedere a un pasticcere dei consigli per perdere peso...
Trump sta forse pensando di servirsi della crisi finanziaria da lui stesso profetizzata come occasione per una catarsi economica? Come una terapia d'urto nello stile di Naomi Klein? C'è anche questa possibilità. Trump non ha mai avanzato l'idea, ma Steve Bannon è stato abbastanza chiaro, prima di unirsi alla squadra di Trump, sul fatto che il primo bersaglio politico che si intendeva smantellare era proprio lo stesso partito repubblicano. Si dovevano sconfiggere i democratici, certo, ma il principale nemico erano i repubblicani che, denunciava Bannon, sono pappa e ciccia con gli oligarchi delle multinazionali.
La strategia di Trump è dunque quella di fare enormi promesse alla propria base, di dare la colpa all'establishment del Congresso perché non si sono concretizzate e di servirsi infine della susseguente crisi come terapia d'urto per rifondare il partito repubblicano?


Il ruolo di Bannon

Più o meno all'inizio di agosto secondo lo Washington Post Steve Bannon è tornato sul sentiero di guerra dopo essere stato quanto sembra estromesso dal suo posto alla Casa Bianca.
"Recenti resoconti hanno rivelato che l'ex uomo ombra di Trump e l'ideologo ultranazionalista Steve Bannon sta guidando il tentativo di scagliare un fuoco di fila di sfide di vasta portata contro gli eletti repubblicani che sembrano opporsi alla sua agenda. Questa offensiva diretta contro i personaggi in carica potrebbe macroscopicamente riplasmare il panorama delle primarie del 2018, se solo giunge a realizzarsi," ha scritto Politico. "Essa vorrebbe a fronte dei legislatori in carica e percepiti come più vicini alla corrente principale un gruppo di sfidanti favorevoli a Trump."
In un'intervista al 60 minutes della CBS Bannon si è scagliato contro i vertici del partito che a suo dire hanno boicottato le promesse fatte da Trump in campagna elettorale e non sono riusciti a esercitare pressione in favore di fondamentali provvedimenti legislativi cui la Casa Bianca teneva, ivi compresa l'abolizione dell'Obamacare.
"Lo establishment repubblicano sta cercando di annullare l'elezione del 2016," ha detto Bannon dalla sua abitazione di Washington, che fa da ufficio vero e proprio per il sito web di estrema destra Breitbart. "Essi non vogliono che l'agenda populista ed economicamente nazionalista di Trump si trasformi in realtà... Vero come il sole."
Bannon, che una volta ha descritto Trump come "un mero strumento" della propria agenda, vede per gli Stati Uniti un futuro assai diverso. "L'unica questione è se si tratterà di un populismo di sinistra o di un populismo di destra," ha detto alla CBS. "La risposta l'avremo nel 2020."
Si sta dunque facendo politica alla rovescia? Trump ha messo fuori i suoi luogotenenti più vicini, e ha tenuto dentro i generali dello establishment (che gli hanno fatto mangiare il cappello per quello che riguarda l'Afghanistan) e le icone della Wall Street più agguerrite di casa Goldman, in modo che siano loro a prendersi le colpe e facciano le vittime sacrificali per gli dèi della terapia d'urto quando sarà l'ora di rifondare il partito repubblicano a immagine di Trump? Forse che la rottura dei tradizionali partiti francesi operata da François Macron e la costruzione di un terzo partito virtuale, reclutato su internet, sta esercitando in questo caso la propria influenza?
Altrimenti è possibile che Trump abbia soltanto agito di impulso, e che consideri il debito "una cosa positiva": un debito abbondante e a buon mercato in fin dei conti è proprio la cosa che lo ha fatto diventare miliardario. Prima di diventare Presidente era un uomo d'affari liberale di New York, con tutta la flessibilità che questo comporta: se i repubblicani non ti possono aiutare, ti accordi con i democratici.
Come per tutte le cose, è bene sapere quando fermarsi, quali sono i limiti: cercare di barattare il programma DACA -gli interventi a posteriori per i giovani arrivati negli USA- con un "muro" messicano (soltanto di nome) potrebbe rivelarsi una cosa troppo azzardata.
L'arma politica di Bannon, il Breitbart, è immediatamente sceso in campo e in un titolo feroce ha battezzato Trump "Amnesty Don".
I fedeli alleati conservatori del Presidente Trump sono scoppiati di rabbia e di incredulità dopo che i democratici mercoledi scorso hanno annunciato che il presidente aveva acconsentito ad un accordo legislativo che avrebbe protetto dall'espulsione migliaia di giovani immigrati non in regola, ma che non avrebbe assicurato la promessa elettorale che era il sigillo della campagna di Trump: la costruzione di un massiccio muro lungo la frontiera tra USA e Messico.
Attorno a mezzanotte e poi per tutto il giovedì gli account sui social media si sono attivati man mano che gli eletti e gli attivisti di destra buttavano giù messaggi su Twitter e scritti vari per condividere il proprio stupore.
Fra tutti questi post, una grandinata di chiamate e di SMS imbestialiti che denunciavano un crepitante incendio politico fra i più strenui sostenitori di Trump.
Il repubblicano Steve King (Iowa), in materia di immigrazione uno dei più intransigenti falchi del partito, ha ammonito in toni drammatici il presidente dopo aver scorso i titoli delle agenzie di stampa. "Se AP dice il vero, la base di Trump è saltata, distrutta, irreparabile, disillusa al di là del rimediabile," ha scritto King su Twitter riferendosi ad un articolo della Associated Press sull'accordo bipartisan raggiunto. E poi: "Nessuna promessa è credibile..."
La polemista conservatrice Ann Coulter, autrice del libro 'In Trump We Trust', non ha creduto alla spiegazione del Presidente. "A questo punto, chi è che NON vuole la messa in stato di accusa di Trump," ha scritto su twitter la Coulter giovedì mattina.


L'incendio politico

Sembra che avremo non tanto la promessa legge fiscale, per metà parto dei democratici, ma  proprio quella conflagrazione politica che Bannon ha predetto e che sarà tra populismo di destra e populismo di sinistra. Entrambe le parti in conflitto sono decise a prendersi l'AmeriKKKa, ma nel corso della contesa possono finire con saccheggiare sia l'AmeriKKKa che la sua economia. La questione del DACA ha messo in luce la latente e rabbiosa intransigenza della base di Trump, e la resa dei conti sembra vicina.
Cosa significa questo per la politica estera? Significa non avere una direzione precisa su nulla: in qualche caso qualche linea politica contraddittoria andrà avanti col pilota automatico, un pilota automatico regolato dalla precedente amministrazione, al pari di altre che sono state concepite ma non portate avanti da un'amministrazione Trump già preda delle divisioni. La politica estera sarà questione largamente ignorata, Corea del Nord a parte, perché gli ameriKKKani sono dentro fino al collo nel conflitto interno prossimo venturo. E così sarà fino a quando in politica estera una qualunque cosa scoppierà come una bomba e atterrerà davanti alla porta di Washington.


venerdì 8 settembre 2017

Robert Fisk - In Occidente faranno fatica a crederci: la guerra in Siria sta per finire. E l'ha vinta Assad.



Traduzione da The Independent, 7 settembre 2017.

La settimana scorsa mi è arrivato dalla Siria un messaggio sul cellulare: "Il generale Khadour ha mantenuto la promessa." Sapevo cosa voleva dire.
Cinque anni fa ho incontrato Mohamed Khadour, che all'epoca comandava una truppa poco numerosa di soldati siriani in un piccolo quartiere perfierico ad est di Aleppo minacciato dai combattenti islamici. Mi fece vedere una cartina: in undici giorni, disse, avrebbe ripreso il controllo di quelle strade.
L'ho incontrato di nuovo nel luglio scorso, parecchio più a oriente nel deserto siriano. Disse che prima della fine di agosto sarebbe rientrato nella città assediata di Der ez Zor. Gli ricordai con un pizzico di perfidia che l'ultima volta mi aveva detto che in undici giorni avrebbe ripreso il controllo di quel quartiere di Aleppo, e che poi l'esercito siriano ci aveva messo più di quattro anni. Era molto tempo fa, mi ha risposto. All'epoca l'esercito non aveva imparato come si combatte una guerra di guerriglia; l'esercito era stato addestrato per riprendere il Golan e per difendere Damasco. Adesso ha imparato, invece.
Sicuro che ha imparato. Nel deserto, Khadour mi disse che stavano per bombardare la cittadina di Sukhna: a gran parte del bombardamento avrebbero pensato i russi; poi i suoi soldati siriani avrebbero fatto irruzione da Sukhna verso Deir ez Zor, che da tre anni era circondata dallo Stato Islamico insieme a ottantamila civili e diecimila militari. Khadour mi disse che sarebbe arrivato a Der ez Zor il 23 agosto. Si è rivelata una previsione quasi perfetta, e adesso Khadour sta puntando a completare la liberazione di Deir ez Zor e a raggiungere poi la frontiera con l'Iraq.
Insomma, adesso che la conquista della città e stata ultimata, che Khadour si sta dirigendo alla frontiera e che Aleppo è tutta nelle mani dei governativi con solo la provincia di Idlib a fare da cestino dei rifiuti di ribelli per lo più di orientamento islamista (Al Qaeda compresa), autorizzati in molti casi a trasferirvisi da sacche che avevano capitolato in altre città della Siria, sembra che quello che in Occidente si è sempre ritenuto impensabile stia davvero succedendo: le forze di Bashar al Assad sembrano sul punto di vincere la guerra.
E non è che lo sembrano soltanto. Hassan "Tigre" Saleh, il più popolare comandante siriano cui il ministro della difesa russo ha fatto riferimento due volte, si è aperto la strada verso le caserme della centotrentasettesima brigata dell'esercito siriano a Deir ez Zor e ha dato il cambio ai soldati che vi si trovavano; intanto a Khadour, suo ufficiale comandante ed amico personale, spetta la liberazione della base aerea della città.
Quanti ricordano quella volta che gli ameriKKKani hanno bombardato i soldati dell'esercito siriano che si trovavano vicino a quella base aerea, uccidendone più di sessanta e consentendo allo Stato Islamico di tagliarla fuori dal rimanente della città? I siriani non hanno mai creduto alle assicurazioni ameriKKKane che "si era trattato di un errore". Soltanto i russi hanno detto alle forze aeree statunitensi che stavano bombardando soldati siriani dell'esercito regolare.
Gli inglesi sembra abbiano già capito. Senza fare tanto chiasso, hanno ritirato la scorsa settimana i loro istruttori militari, gli uomini che avrebbero dovuto addestrare i mitici "settantamila ribelli" di David Cameron che nelle intenzioni avrebbero dovuto rovesciare il governo di Assad. Persino la relazione dell'ONU secondo cui i governativi avrebbero ucciso oltre ottanta civili in un attacco cin o gas nel corso dell'estate ha avuto poco ascolto presso i politici europei assidui sottolineatori di crimini di guerra, quelli che avevano approvato l'inutile attacco missilistico di Trump su una base aerea siriana.
E lo stato sionista? Ecco un paese che davvero contava sulla fine di Assad, che è arrivato a bombardare i soldati siriani e quelli degli alleati iraniani e di Hezbollah intanto che forniva assistenza medica nelle proprie città a combattenti islamici provenienti dalla Siria. Nessuna meraviglia che Netanyahu fosse così' "agitato" e "emotivo", secondo quanto detto dai russi, quando ha incontrato Vladimir Putin a Sochi. L'Iran è alleato strategico nella regione, gli ha detto Putin. Lo stato sionsita per la russa è "un partner importante". Che non è proprio la stessa cosa, e non è quello che Netanyahu voleva sentirsi dire.
Le ricorrenti vittorie siriane indicano che l'Esercito Arabo Siriano è fra i più temprati del Medio Oriente, che i suoi soldati hanno dovuto combattere per la vita e che adesso vengono addestrati da quartier generali dove un solo comando coordina truppe e servizi di informazione. Questa settimana, l'ex ricercatore associato del St Anthony College Sharmine Narwany ha detto che ormai questa alleanza gode di copertura politica da parte di due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, la Russia e la Cina.
Cosa faranno adesso i sionisti? Netanyahu era ossessionato dal programma nucleare iraniano al punto che chiaramente -in buona compagnia con Obama, la Clinton, Trump, Cameron, la May, Hollande e altri appartenenti alla élite politica occidentale- non aveva neppure immaginato che Assad potesse vincere e che dalle macerie di Mossul sarebbe emerso un esercito iracheno più forte.
Netanyahu sostiene ancora i curdi, ma né la Siria, né la Turchia né l'Iran né l'Iraq hanno alcun interesse a sostenere le aspirazioni nazionali dei curdi, nonostante l'AmeriKKKa si avvalga di miliziani curdi nelle cosiddette Forze Democratiche Siriane (che sono più curde che siriane, per nulla democratiche e forze per modo di dire, senza l'appoggio aereo statunitense).
Intanto che stiamo aspettando che Trump scateni la terza guerra mondiale, non abbiamo notato che la cartina militare del Medio Oriente è cambiata. Cambiata radicalmente, cambiata sanguinosamente. Ci vorranno anni prima che la Siria, l'Iraq -e lo Yemen- vengano ricostruiti, e i sionisti potrebbero trovarsi a dover chiedere a Putin di toglierli dal pasticcio in cui sono finiti.
Gli appartenenti alla destra politica dello stato sionista che andavano dicendo che Assad era più pericoloso dello Stato Islamico potrebbero trovarsi a doverci ripensare, anche solo perché Assad potrebbe essere il signore con cui dovranno conferire se vogliono tenere sicura la frontiera settentrionale del loro paese.

sabato 2 settembre 2017

Alastair Crooke - Netanyahu nel panico: ecco perché



Traduzione da Consortium News, 1 settembre 2017.


Una delegazione di altissimi funzionari dei servizi dello stato sionista si è recata a Washington una settimana fa. Poi, il Primo Ministro dello stato sionista Benjamin Netanyahu ha interrotto le vacanze estive del Presidente Putin per incontrarlo a Sochi. Nel corso dell'incontro, secondo un importante membro del governo sionista (citato come tale dallo Jerusalem Post) Netanyahu ha minacciato di bombardare il palazzo presidenziale di Damasco e di mandare all'aria il cessate il fuoco di Astana se l'Iran dovesse continuare a "estendere la propria presenza in Siria."
La Pravda russa ha scritto: "Secondo testimoni presenti alla sessione di colloqui aperta al pubblico il Primo Ministro sionista era troppo impulsivo e in certi momenti anche vicino al panico. Ha detto al Presidente russo che il mondo rischia di assistere a uno scenario apocalittico se non viene posto un freno all'Iran che -Netanyahu ne è convinto- intende distruggere lo stato sionista."
Insomma, cosa sta succedendo? A prescindere dall'accuratezza della Pravda (il quadro è stato confermato da autorevoli editorialisti sionisti) è assolutamente chiaro -e a dirlo sono fonti sioniste- che sia a Washington che a Sochi gli esponenti sionisti sono stati fatti sfogare, ma non hanno ottenuto alcunché.
Lo stato sionista è solo.
Insomma, sembra che Netanyahu stesse cercando "garanzie" sul ruolo che l'Iran avrà in futuro in Siria, e non certo "pretendendo la luna" rappresentata dall'estromissione dell'Iran. Ma quale realistica garanzia in proposito avrebbero mai potuto fornirgli Washington o Mosca?  
Lo stato sionista ha capito in ritardo che in Siria ha sostenuto la parte sbagliata e ha perso. Non è nelle condizioni di pretendere nulla. Non ci sarà alcuna zona cuscinetto garantita dagli ameriKKKani a ridosso della linea armistiziale del Golan, la frontiera tra Iraq e Siria non sarà né chiusa né supervisionata per conto dello stato sionista.
La situazione in Siria è certamente importante, ma considerare solo questo aspetto impedirebbe di cogliere l'insieme della situazione. La guerra del 2006 che lo stato sionista scatenò per distruggere Hezbollah (col sostegno degli USA, dell'Arabia Saudita e anche di qualche settore libanese) è stata un fallimento. Un fallimento simbolico, perché per la prima volta in Medio Oriente uno stato-nazione di ispirazione occidentale massicciamente armato e che poteva contare su tecnologie sofisticate è stato seccamente sconfitto. A rendere il fallimento ancor più bruciante e doloroso, il fatto che questo paese occidentale non è stato soltanto superato militarmente, ma ha perso anche la guerra elettronica e quella combattuta con l'elemento umano dell'intelligence: due campi in cui gli occidentali pensavano che la loro supremazia fosse fuori discussione.


Le ricadute del fallimento

L'inattesa sconfitta dello stato sionista ha destato profonda preoccupazione sia in Occidente che nel Golfo. Un piccolo movimento armato (e rivoluzionario) aveva tenuto testa allo stato sionista contro ogni previsione, e aveva vinto: non aveva ceduto un palmo di terreno. Un precedente ampiamente considerato come possibile punto di svolta a livello regionale. Le autocrazie feudali del Golfo si accorsero che la vittoria di Hezbollah rappresentava un latente pericolo per il loro predominio, e che ad esserne responsabile era una forza di resistenza armata.
Le contromisure furono immediate. Hezbollah fu messo al bando -e in questo i poteri sanzionatori d'AmeriKKKa fecero del loro meglio- e si iniziò fin dal 2007 a teorizzare la guerra in Siria nel contesto di una "strategia correttiva" riguardo alla sconfitta dell'anno precedente, anche se poi si è passati alla sua realizzazione pratica (e ad oltranza) soltanto con gli eventi successivi al 2011.
Contro Hezbollah lo stato sionista ha scagliato tutto il peso della propria forza militare, anche se oggi i sionisti dicono sempre che avrebbero potuto fare di più. Contro la Siria gli USA, l'Europa, i paesi del Golfo (e dietro le quinte anche lo stato sionista) hanno scatenato di tutto: jihadisti, al Qaeda, lo Stato Islamico (esatto), armamenti, corruzione, sanzioni, e la più massiccia guerra di propaganda che si fosse mai vista. Eppure la Siria, sia pure con l'innegabile aiuto dei propri alleati, sembra sul punto di prevalere: non ha ceduto, per quanto sfavorevoli fossero i pronostici.
Per dirlo con chiarezza, se il 2006 ha segnato un punto di svolta, il fatto che la Siria non abbia ceduto rappresenta un evento storico di portata assai più ampia. Si dovrebbe capire che è stato sconfitto il solito sistema dei sauditi -e degli statunitensi, e dei britannici- rappresentato dal fomentare il radicalismo sunnita. Questo va a danneggiare i paesi del Golfo, ma l'Arabia Saudita soprattutto, perché essa si affida alla forza dello wahabismo sin dai tempi della fondazione del regno. Solo che lo wahabismo in Libano, in Siria e in Iraq è stato pienamente sconfitto e screditato, anche agli occhi della maggior parte dei musulmani sunniti. Può essere sconfitto anche nello Yemen. Questa sconfitta cambierà il volto dell'Islam sunnita.
Già vediamo che gli appartenenti al Consiglio di Cooperazione nel Golfo, fondato in origine nel 1981 da sei capi tribù al solo scopo di preservare il proprio dominio tribale nella penisola arabica, che si fanno la guerra l'uno contro l'altro in quella che ha tutta l'aria di essere una lunga e aspra contesa intestina. Il "sistema arabo", il prolungamento delle vecchie strutture ottomane assicurato all'indomani della prima guerra mondiale dalla Francia e dall'Inghilterra, compiacenti vincitori del conflitto, sembra aver interrotto con il golpe in Egitto del 2013 la propria restaurazione, e abbia ripreso la lunga via verso il declino.


Il campo sconfitto

L'atteggiamento vicino al panico di Netanyahu, se davvero le cose si sono svolte come descritto, può senz'altro riflettere lo squassante mutamento in corso in Medio Oriente. Lo stato sionista ha a lungo sostenuto la parte sconfitta, e adesso si trova da solo e in ansia per i propri combattenti per procura che sono la Giordania e i curdi. La nuova strategia correttiva di Tel Aviv sembra si basi sull'allontanare l'Iraq dall'Iran e sull'inserimento di quel paese in un'alleanza che comprenda stato sionista, USA e Arabia Saudita.
Se le cose stanno così, stato sionista e Arabia Saudita si sono mossi probabilmente troppo tardi ed è anche verosimile che stiano sottovalutando l'odio viscerale che molti iracheni di ogni settore sociale provano nei confronti della criminosa condotta dello Stato Islamico. Non sono in molti a credere all'improbabile narrativa occidentale secondo cui lo Stato Islamico è sbucato fuori all'improvviso, armi soldi e tutto, a causa del preteso "settarismo" dell'ex Primo Ministro iracheno Nouri al Maliki. No: in linea generale, dietro un movimento tanto ben fornito si trova uno stato.
Daniel Levy ha scritto un interessante articolo in cui sostiene che in generale i cittadini dello stato sionista non sarebbero d'accordo con quanto ho scritto qui: anzi, "la lunga permanenza in carica di Netanyahu, le molte vittorie elettorali e la sua abilità di tenere insieme la coalizione di governo... [si basano] sul fatto che le sue parole d'ordine hanno ascolto presso un pubblico numeroso. Il discorso in genere è che Netanyahu [ha] 'portato lo stato sionista al miglior stato di cose in cui si sia mai trovato in tutta la sua storia, quello di una forza mondiale in ascesa... lo stato sionista ha una diplomazia fiorente.'  Netanyahu ha sconfitto quelle che chiama 'le istanze delle false notizie' che senza un accordo con i palestinesi 'lo stato sionista sarebbe rimasto isolato, indebolito e abbandonato' alle prese con un 'terremoto diplomatico.'
Quello che i suoi detrattori sul piano politico trovano difficile da capire è che le affermazioni di Netanyahu trovano ascolto perché riflettono uno stato di cose reale, e questo ha spostato sempre più a destra il centro di gravità della politica dello stato sionista. Si tratta di intenti che, se si riveleranno fondati e ripetibili nel corso del tempo, lasceranno un retaggio destinato a durare ben oltre il mandato di Netanyahu e al di là di qualsiasi accusa egli si troverà mai ad affrontare.
Netanyahu sostiene che non sta soltanto prendendo tempo nel conflitto con i palestinesi per ottenere le condizioni migliori in un compromesso conclusivo e inevitabile. Le affermazioni di Netanyahu si basano su una prospettiva differente, che è quella della vittoria definitiva, della sconfitta finale e definitiva dei palestinesi, dei loro obiettivi come nazione e come gruppo.
Negli oltre dieci anni in cui è stato Primo Ministro, Netanyahu ha sistematicamente e senza mezzi termini respinto qualunque piano o qualunque passo concreto per prendere anche solo in considerazione le aspettative dei palestinesi. Netanyahu è completamente dedito all'esasperazione del conflitto, non alla sua gestione; lasciamo perdere il risolverlo... [Il] messaggio è chiaro: non vi sarà alcuno stato palestinese, perché la West Bank e Gerusalemme Est sono soltanto Grande Israele."


Nessuno stato palestinese

Levi continua: "L'approccio rovescia ogni assunto che ha condotto gli sforzi di pace e la politica statunitense per oltre venticinque anni, secondo cui lo stato sionista non ha alternative rispetto ad un ritiro finale da determinati territori e all'accetazione di un qualche cosa che somigli a sufficienza ad uno stato sovrano palestinese indipendente più o meno secondo i confini del 1967. L'atteggiamento sfida il presupposto che il negare sistematicamente un simile risultato sia incompatibile con il concetto che lo stato sionista e i suoi cittadini hanno di se stessi come democrazia. Inoltre, sfida il presupposto delle iniziative di pace secondo cui negare questo esito sarebbe in qualche modo inaccettabile agli occhi degli alleati insostituibili dai quali lo stato sionista dipende... Nelle più tradizionali roccaforti di sostegno per lo stato sionista Netanyahu ha corso un rischio calcolato: il sostegno degli ebrei ameriKKKani sarebbe continuato a fronte di uno stato sionista sempre più illiberale e nazionalista su base etnica, permettendo alle asimmetriche relazioni tra USA e stato sionista di rimanere come sono? Netanyahu ha scommesso di sì, e aveva ragione.
Levy sottolinea un'altra cosa interessante: "Gli eventi hanno preso una piega ancor più favorevole a Netanyahu con la salita al potere negli USA e in alcuni paesi dell'Europa Centrale -oltre all'incrementata importanza acquisita altrove in Europa e in Occidente- della tendenza molto nazionalista su base etnica cui Netanyahu appartiene, e che lavora per sostituire la democrazia liberale con la democrazia illiberale. Non dovrebbe essere sottovalutata l'importanza dello stato sionista e di Netanyahu in qualità di avanguardie di questa tendenza."
L'ex ambasciatore statunitense e accreditato analista politico Chas Freeman di recente si è espresso senza mezzi termini: "l'obiettivo fondamentale della politica statunitense in Medio Oriente è stato per molto tempo quello di arrivare a far sì che si arrivasse all'accettazione dello stato dei coloni ebrei in Palestina." In altre parole, la politica mediorientale di Washington e tutte le conseguenti iniziative sono state determinate da un "essere o non essere": essere a fianco dello stato sionista, oppure no.


Il terreno perduto dallo stato sionista

Il fatto è che il Medio Oriente è appena passato, e bruscamente, nel campo del non essere. L'AmeriKKKa può porre a questo un vero rimedio? Lo stato sionista è davvero da solo, c'è solo un'Arabia Saudita indebolita a sostenerlo, e le iniziative che i sauditi possono prendere hanno dei limiti evidenti.
L'invito rivolto dagli USA ai paesi arabi affinché si impegnino di più per intavolare un dialogo con il Primo Ministro iracheno Haider al Abadi sembra in un certo senso non all'altezza della situazione. L'Iran non sta cercando di far guerra allo stato sionista, cosa di cui hanno preso atto anche svariati osservatori sionisti; tuttavia è vero anche che il Presindente siriano ha detto chiaramente che il suo governo intende recuperare il controllo "di tutta la Siria", e tutta la Siria singifica anche le alture del Golan occupato. Durante l'ultima settimana di agosto Hassan Nassrallah ha invitato il governo libanese "a ideare un piano e a prendere la sovrana decisione di liberare le fattorie di Shebaa e le colline di Kfarshouba" dalla presenza sionista.
Molti commentatori sionisti stanno già dicendo che tutto è ormai deciso, e che sarebbe meglio per lo stato sionista cedere unilateralmente del territorio invece di rischiare di perdere centinaia di soldati nel vano tentativo di mantenerne il controllo. Difficile che questo si accordi con il temperamento del Primo Ministro sionista -che è di quelli che "non cedono di un centimetro", e con le sue recenti dichiarazioni.
Il nazionalismo su base etnica permetterà di trovare nuove basi al sostegno per lo stato sionista? In primo luogo io non considero la dottrina politica dello stato sionista come una "democrazia illiberale", ma come un sistema di apartheid che ha lo scopo di affossare i diritti politici dei palestinesi. Mentre lo scisma politico in Occidente si allarga, con un'ala che cerca di delegittimare l'altra tacciandola di razzismo, di intolleranza e di nazismo, è chiaro che gli autentici sostenitori del "Prima l'AmeriKKKa" cercheranno di prendere le distanze dagli estremisti, costi quello che costi.
Daniel Levy sottolinea il fatto che il leader della destra alternativa Richard Spencer definisce il suo movimento "sionismo bianco". Ma è davvero probabile che una cosa del genere rafforzi il sostegno verso lo stato sionista? Quanto ci vorrà prima che i "globalisti" tirino fuori la tiritera secondo cui la "democrazia illiberale" di Netanyahu contrasta contro i diritti costituzionali statunitensi, che è proprio quello cui aspira la destra alternativa, col suo modello di società in cui i messicani e gli afroamericani vengono trattati come i palestinesi?


Il nazionalismo etnico

La tendenza al venir meno del sostegno verso lo stato sionista che domina attualmente in Medio Oriente indica il "nazionalismo etnico" di Netanyahu in modo più semplice. Lo chiama colonialismo occidentale. Fine della questione.
La prima fase del piano di Chas Freeman per far sì che il Medio Oriente stesse dalla parte dello stato sionista è stata l'aggressione militare contro l'Iraq, condotta con il massimo della forza. Risultato, l'Iraq è oggi alleato dell'Iran, e la milizia Hashad -le forze di mobilitazione popolare- sta diventando una forza combattente di ampia mobilitazione.
La seconda fase era quella del 2006. Risultato, Hezbollah è una forza regionale, non più confinata al solo Libano.
La terza fase era l'attacco contro la Siria. Risultato, la Siria è alleata con la Russia, con l'Iran, con Hezbollah e con l'Iraq.
Cosa ci riserverà la prossima fase in questa guerra dell'essere o non essere [a fianco dello stato sionista, n.d.r.]?
Dopo tutte le sbruffonate di Netanyahu sullo stato sionista che è più forte, che ha sconfitto quelle che chiama "le istanze delle false notizie" secondo cui senza un accordo con i palestinesi "lo stato sionista sarebbe rimasto isolato, indebolito e abbandonato" alle prese con un "terremoto diplomatico," è possibile che negli ultimi quindici giorni lo stesso Netanyahu si sia reso conto di aver scambiato l'aver messo al loro posto i palestinesi indeboliti con una vittoria, solo per accorgersi di essere rimasto solo in un "Nuovo Medio Oriente" di tutt'altro genere, proprio nel momento del suo apparente trionfo.
Forse la Pravda aveva ragione, e Netanyahu sembrava davvero vicino al panico durante l'incontro di Sochi da lui organizzato in fretta e furia e con urgenza sollecitato.