mercoledì 11 novembre 2020

Arrestato il Presidente dell'Orchestra da Camera fiorentina

Salvatore Leggiero con quello che sembra proprio un lingotto d'oro.
L'esperienza insegna che è molto più probabile che si tratti di cioccolata, e neanche delle migliori.

Con un po' di ritardo si prende atto dell'arresto di Salvatore Leggiero, un elegante signore del quale abbiamo avuto modo di parlare nel 2013 e nel 2016, non proprio per dirne bene.
Nomi, cognomi e contesto presentati negli scritti in link aiuteranno i lettori, specialmente se non fiorentini, a inquadrare meglio eventi e personaggi.
Gli hanno concesso, come si usa fra gentiluomini, gli arresti domiciliari.
Speriamo che le finiture di casa sua siano un po' meglio di quelle del fiorentino Palazzo Santarelli; in caso contrario persino la sobria sistemazione assicurata dall'Amministrazione Penitenziaria potrebbe avere qualche attrattiva.

Dal blog Kelebekler:
Mi arriva la notizia dell’arresto di Salvatore Leggiero, quello che trasforma le zucche in palazzi, e i palazzi in zucche.


Salvatore Leggiero
è l’imprenditore immobiliare, cresciuto con Marcello Dell’Utri, che nel 2012 tolse ai bambini di San Frediano quella che era stata la loro ludoteca e asilo da oltre novant’anni, in palazzo Santarelli in Via della Chiesa 44, 46, 48 e 50.
A quanto riesco a capire, il condirettore generale della Banca Popolare di Bari, Gianluca Jacobini, era solito concedere prestiti rischiosi, che hanno condotto al commissariamento della banca. E successivamente all’arresto, appunto di Jacobini, di suo padre e di Salvatore Leggiero.
Diversi mesi fa, Letizia Giorgianni scriveva:

“Chissà se tra le pieghe di quei bilanci già critici della Banca Popolare di Bari non abbia inciso anche quel prestito milionario concesso alla Leggiero Real Estate, la società immobiliare fondata dall’imprenditore Salvatore Leggiero?

Spulciando in rete infatti, da un articolo pubblicato da Milano Finanza scopro che, nell’aprile del 2018, Leggiero Re si compra per 50 milioni di euro l’ex sede AgCom davanti alla fontana di Trevi, con un’operazione supportata da Banca Popolare di Bari, grazie a un mutuo con un rapporto loan-to-value del 75%.”

Una curiosità. Fino al 2018, il prefetto di Firenze era un certo Alessio Giuffrida, adesso andato in pensione, ma tuttora Presidente Onorario dell’Orchestra da Camera Fiorentina.
E Salvatore Leggiero ne è il Presidente.
Come si vede anche sul sito dell’Orchestra da Camera Fiorentina:


Ma immagino che oggi si possano presiedere anche le orchestre in remoto.
Smart Presidenting dagli arresti domiciliari.

L'altra possibilità è che, sempre secondo l'uso dei gentiluomini, ai presidenti di orchestre da camera che incappino in certi inconvenienti sia data la possibilità di presiedere... orchestre da cella.

sabato 26 settembre 2020

Firenze: Emanuele Cocollini (Lega) lotta contro il degrado, contro l'insicurezza... e contro l'evidenza. Prosit!

 

Il segretario della Lega Matteo Salvini, con addosso qualcosa che inneggia a quello stesso "stato" che il suo "partito" diceva di voler smembrare (salvo occuparvi ogni carica possibile) e il promettente Emanuele Cocollini.


Emanuele Cocollini a Firenze è consigliere per la Lega e vicepresidente del Consiglio comunale.
Come i nostri lettori sanno bene, un micropolitico "occidentalista" fa una vita veramente d'inferno.
Pallone, pallonate, palloneggi, pallonieri, Oriana Fallaci, le "sentinelle in piedi", lo stato sionista, i mariti delle foibe, l'insihurézza, i'ddegràdo eccetera.
Il tutto lardellato da robetta presa dalle gazzette, casi umani e parole d'ordine che arrivano diritte da Roma o da Gallarate, secondo l'agenda politica di qualcuno che non ha alcuna contezza della città di Firenze.
Una pratica politica e una strategia di comunicazione che riescono a garantire da sempre agli esponenti di certe formazioni politiche quelle figure da marziani che dopo tanti anni sono più una caratteristica simpatica che uno stigma.
A tutto questo si aggiungono dispiaceri da affogare e rospi da buttare giù.
Per quante ciarle si diffondano, per quanto denaro si sperperi, per quante nullità si possano schierare, a Firenze e in Toscana la Lega e i suoi alleati riescono tutt'al più a fare da comprimario anche nelle annate migliori.
Il problema è che occuparsi di sconcezze tutto il giorno mette a dura prova anche gli stomaci più robusti.
E a quanto pare mette anche sete.
Anzi: soprattutto, mette sete.
La sera del 22 settembre 2020 la Lega ha dovuto prendere atto della sconfitta in Toscana.
Dopo essere stato preso praticamente a bastonate dai risultati elettorali il signor Cocollini è andato a cena fuori.
Sulla via del ritorno è stato fermato dai gendarmi, sottoposto ad alcolimetro, trovato positivo e orbato di patente e scooter.
La cosa ha fatto il giro delle gazzette e lo ha costretto a diramare una nota stampa, che qui riportiamo con annesse le nostre considerazioni.
Come tradizione negli ambienti "occidentalisti", il suo "partito" ha immediatamente fatto finta di non conoscerlo nemmeno.



24 settembre 2020

Non ho problemi a chiedere scusa per quanto accaduto nella notte di lunedì scorso. Giacché non ne vado certo fiero.

E soprattutto perché le gazzette -le stesse cui noi "occidentalisti" dobbiamo redditi ed agibilità politica- sono fatte di pubblicità e di mattinali della gendarmeria. Questa piccola seccatura sarebbe planata sui laptop di mezza penisola in due ore al massimo, quindi è inutile che mi nasconda dietro un dito.

Mi preme però fare delle doverose precisazioni: non mi sono messo alla guida pensando di aver superato il limite consentito dalla legge. Ero molto stanco e provato dalla lunga maratona elettorale ed ero stato a cena con alcuni colleghi.

...Durante la quale mi sono comportato come un brambilla qualunque. D'altronde il nostro elettorato potenziale è piuttosto sensibile all'argomento, al punto che un certo Giampaolo Vallardi ebbe i suoi quindici millisecondi di notorietà per un "emendamento del grappino" inserito nella legislazione sulla circolazione stradale. Noi amiamo le leggi rigorose, fermo restando che di tale rigore devono fare le spese solo gli appartenenti a quei gruppi sociali di cui le gazzette di cui sopra si servono per le loro incessanti campagne di denigrazione.

Sono stato fermato - com’è successo a tanti - per un normale controllo di routine, sottoposto all‘alcol test e mi è stata tolta la patente. Sono ancora in attesa delle notifica del provvedimento. Tengo inoltre a precisare che tutto ciò non è accaduto nell’esercizio delle mie funzioni istituzionali. E non accetto pertanto che su di un fatto personale si monti una speculazione politica. Credo infatti che in politica la censura vada esercitata laddove un amministratore, nel pieno esercizio delle sue funzioni, commetta atti illeciti o immorali. Perché se salta la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata rischiamo di trovarci al di fuori dello stato di diritto, col risultato d’imbarbarire ancora di più il dibattito politico.

Se non mettessi le mani avanti pretendendo una rigida distinzione tra vita pubblica e vita privata -la stessa che noi "occidentalisti", la nostra propaganda, il gazzettaio che la riporta e il nostro stesso elettorato non concepiamo neppure possa riguardare chiunque ci stia antipatico per qualche motivo- e mi ripagassero con la mia stessa moneta sarei proprio in un bel pasticcio.

E a questo proposito - ricordo a tutti consiglieri e non - che le stesse leggi che stabiliscono i limiti stabiliscono le pene e fra queste non mi risulta che sia previsto il linciaggio.

Nonostante ci siamo impegnati non poco per incentivare la gente a farsi giustizia da sola (La difesa è sempre legittima, si legge anche nella foto che mi ritrae col segretario del "partito"), devo per una volta sospirare di sollievo. Comunque, visto che saranno più o meno trent'anni che nello stato che occupa la penisola italiana l'agenda politica si compendia di repressione, paura e piccoli atti vili, la prudenza non è mai troppa.

Infine offro la mia disponibilità verso le Associazioni che si occupano di vittime della strada. E non mi fermo alle scuse, ma do a loro la garanzia ad impegnarmi, anche attraverso il mio ruolo politico, affinché l'attenzione sul tema sia la più elevata possibile.

Non solo non ho la minima intenzione di finire vittima dei meccanismi sociali che io stesso ho contribuito con entusiasmo a mettere in moto, ma mi atteggio anche a integerrimo, in modo che il prossimo che finisce nella stessa situazione si attiri le stesse attenzioni gazzettiere che rischio di tirarmi addosso io.


sabato 19 settembre 2020

Firenze, un giorno di settembre nel degrado e nell'insicurezza

 


"Studia la storia per non votare Salvini da grande"

Nonostante vi imperversino testimonianze di arte degenerata (rigurgitante tags e altre inutili sconcezze da cialtroni del Bronx di sei generazioni fa) i muri di Firenze restano senz'altro una lettura interessante.

domenica 13 settembre 2020

Un bentornato da Eros Santini Massai e da una signora della Lega

 


Rientrando a Firenze dopo un'assenza di un paio di settimane siamo stati accolti dal bentornato del signor Eros Santini Massai, premuroso fornitore di rilevatori di fughe di gas operante secondo il puntiglioso rispetto di ogni regola. La comunicazione aziendale della sua Pro Gas - Sicurezza Domestica non ci risultava del tutto nuova -a cominciare dalla tessera di riconoscimento con fotografia- ed in effetti abbiamo notato che ricorda da vicino quella della Secur Gas - La Sicurezza S.R.L. di Brescia, di cui avemmo modo di occuparci alcuni anni fa.
Ad attenderci, anche un buon numero di volantini in cui una signora bionda e ben vestita ci assicurava del suo impegno per i diritti dei lavoratori e ci esortava ad accordarle preferenza, in occasione di una prossima consultazione elettorale. Il "partito"? Quella "Lega" che dei diritti dei lavoratori ha fatto strame per decenni. Proposta, dunque, irricevibile. Esistono dei limiti anche alla faccia tosta.


giovedì 27 agosto 2020

Guglielmo Stagno d'Alcontres, sfruttatore a chilometri zero

 


Questo signore ben vestito e dall'aria molto ben nutrita si chiama Guglielmo Stagno d'Alcontres.
 In questa sede va ad aggiungersi a un piccola schiera di sedicenti imprenditori, locandieri poco furbi (Alessio Maggi di Marina di Pietrasanta) e mezzane di pigione che sarebbero (forse) piaciute a Edmondo de Amicis. 
 Tutti rappresentanti di vari settori della popolazione che possiedono molto più del necessario a una vita dignitosa, con i quali chi scrive si vanta apertamente di non avere nulla da spartire. 
Alcuni anni fa l'elegante Guglielmo Stagno d'Alcontres ha fondato una startup
 Una startup non è un'impresa e men che meno è un salvacondotto per l'agiatezza, perché si compendia di un nonsisabenecosa che consiste nel dire di avere un'idea sfruttabile economicamente e nel cercare qualcuno che ti affidi del denaro per realizzarla. 
D'Alcontres ci è riuscito e attorno al 2010 si è messo a produrre frutti di bosco vicino a Milano.
Non gli ci è voluta molta fatica, i terreni erano della sua famiglia. Un rilievo che è assennato fare, perché elementi del genere sono anche capaci di invitarli a qualche convegno a parlare di meritocrazia.
Comunque, per qualche anno le gazzette lo hanno portato in palmo di mano: pittoresche Apecar per le consegne, produzione a chilometro zero, azienda giovane e innovativa, premi. 
I toni sono cambiati all'improvviso nell'agosto del 2020. Sfruttamento della manodopera, condizioni degradanti, prodotti mal conservati, esplicita instaurazione di un clima di terrore tra braccianti sistematicamente sottopagati. Perfino il gazzettaio di più stretta osservanza "occidentalista" ha parlato di ispezioni della gendarmeria, di sequestro e di commissariamento.
In questa sede non si riconosce alcun diritto all'oblio. Questo scritto serve -nel suo piccolo- ad aggiungere per gli anni a venire qualche difficoltà alla carriera del signor d'Alcontres fidando nell'ottima memoria del web.
"Poi si è rivolto a me (D'Alcontres ndr) ed ha iniziato ad urlarmi in faccia che dovevo firmare la lettera per annullare il contratto e mi ha detto che siamo dei poveracci africani che non hanno niente poi mi ha spintonato violentemente provando a buttarmi fuori dall’ufficio e mentre mi spingeva continuava a venirmi sulla faccia e continuava ad urlare e sputacchiarmi in faccia. Io però gli ho detto che finché non mi dava i miei soldi non me ne sarei andato da lì."
I giovani e vincenti, nei vari campi dell'economia e della politica, hanno somma cura di scegliere i soggetti contro cui accanirsi tra quanti hanno troppo da fare per mangiare un paio di volte al giorno per curarsi di trattarli nella maniera più adeguata. Innovazioni e chilometri zero non hanno ancora inciso su questa prassi.

mercoledì 12 agosto 2020

Dodici agosto


E poi ti hanno riportato 
in quel paese al sole 
su in montagna,
e sembra quasi di vederla
quella mano, che il tuo nome 
copre con una riga nel registro.

martedì 21 luglio 2020

Fazelminallah Qazizai - Ecco l'uomo che ha cacciato gli USA dall'Afghanistan



Traduzione da Asia Times, 16 luglio 2020.


KABUL - La prima volta che mullah Ibrahim Sadar si trovò davanti le forze statunitensi in Afganistan ne ebbe una indimenticabile lezione sulla brutalità della guerra. A quanti ebbero in seguito modo di assistere alla sua ascesa nella gerarchia talebana e al suo ottenere il rispetto del circolo ristretto di Al Qaeda, la sua determinazione era evidente già all'epoca.
Era l'autunno del 2001; Sadar era un comandante sul campo di medio calibro, con il compito di organizzare la difesa di Kabul. Mentre gli attacchi aerei statunitensi martellavano la città, fece mettere in atto ai suoi combattenti le tecniche cui erano stati addestrati per respingere un attacco da terra, e tenne a portata di mano le maschere antigas, nell'errata convinzione che fosse imminente un attacco chimico. La sua tattica, il suo equipaggiamento superato si rivelarono inutili a fronte del furioso assalto ameriKKKano che arrivava dal cielo.
"Bastava una bomba sola per mandare in subbuglio tutte le montagne attorno a Kabul," ha ricordato Haji Saied, uno dei suoi uomini.
Chi non fuggì venne ucciso. Dai B52 che volteggiavano in cielo o dalle milizie avversarie dei talebani in Afghanistan, che avanzarono rapidamente. Sadar tenne duro finché poté, prima di ammettere che era inutile cercare di resistere e di combattere. Intanto che le istituzioni talebane crollavano attorno a lui, si aprì la strada verso sud fino a Kandahar. Poi scomparve. Solo i suoi confidenti più initimi sapevano dove si trovava.
La rocambolesca fuga di Sadar ha influenzato moltissimo gli esiti della più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti.
Per i successivi diciannove anni avrebbe elaborato il cattivo sapore di quella prima sconfitta fino a ricoprire un ruolo fondamentale nel fare dei talebani una delle più efficienti formazioni guerrigliere del mondo, da umiliato governo di paria che erano stati. Nonostante questo, pochissimi che in Afghanistan o negli USA hanno sentito parlare di lui; un elemento che ben si accorda con la natura dimessa del suo modo di fare.
Sadar è il capo militare dei talebani ed è responsabile dell'insurrezione in tutto il territorio afghano. Sotto il suo controllo i talebani hanno fatto ricorso a un misto di attacchi suicidi, bombe a bordo strada, omicidi e operazioni di guerra urbana su vasta scala che ha avuto effetti devastanti.
Più di tremilacinquecento soldati ameriKKKani e decine di migliaia di civili afghani sono morti da quando è iniziata la guerra nel 2001. Adesso, gli USA stanno finalmente preparandosi a lasciare il paese, secondo un accordo raggiunto con i talebani a febbraio; il bagno di sangue, comunque, è tutt'altro che finito. In una sola settimana a giugno, secondo il Consiglio Afghano per la Sicurezza Nazionale, sono stati uccisi 291 soldati afghani.
Coloro che lo conoscono non si stupiscono che Sadar sia riuscito a realizzare un simile capovolgimento nelle sorti, proprie e dei talebani, continuando al tempo stesso a mantenere un basso profilo. Amici e confidenti, che parlano mantenendo l'anonimato, lo descrivono come un comandante competente, cui la fama non interessa. Sadar resta tenacemente fedele all'interpretazione rigida dell'Islam che caratterizzò il dominio talebano negli anni Novanta.
Sadar ha impiegato decenni per raggiungere i vertici del movimento insurrezionale; è nato nel villaggio di Jogharan, nella provincia meridionale di Helmand, verso la fine degli anni Sessanta e Sangin, il suo distretto, è una zona verde di melograni e di papaveri in cui sono avvenute le più grandi battaglie durante gli anni dell'occupazione capeggiata dagli USA.
Figlio di mezzo di un pashtun rispettato e proveniente dalla tribù degli Alakozai, Sadar da ragazzo era noto come Khodaidad, che era il suo nome vero, e non con il nome di battaglia con cui sarebbe passato alla storia. Dopo la presa del potere da parte dei comunisti afghani, con il colpo di stato di Kabul del 1978 e l'invasione sovietica del paese avvenuta l'anno successivo, lui e la sua famiglia finirono nella resistenza islamica.
INsieme al padre Sadar finì per unirsi a Jamiat-e Islami, una delle principali formazioni mujaheddin dell'Afghanistan. Un abitante di Sangin che combatté insieme a loro ricorda che fu una scelta pragmatica. "Scegliemmo di andre con Jamiat perché ci davano le armi e il cibo migliori," ricorda l'anziano.
Quando il governo comunista in Afghanistan venne rovesciato nel 1992 Sadar rifiutò di farsi coinvolgere dalla guerra civile che scoppiò tra le fazioni mujaheddin uscite vincitrici. Anzi, andò a studiare in una madrasa di Peshawar, in Pakistan.
All'epoca aveva già cambiato il proprio nome in Ibrahim, uno dei principali profeti dell'Islam. I suoi compagni di studi gli diedero presto l'appellativo onorifico di Sadar -che significa "presidente" in farsi- in omaggio alle sue innate competenze di capo. Lui ne fece il proprio cognome.
Nella guerra civile che infuriò in tutto il paese finirono per affermarsi i talebani, che cercarono di ripristinare la legge e l'ordine. Sadar conosceva già qualcuno dei loro fondatori, e rientro nella prima ondata di reclute che rispose al loro appello unendosi al movimento che rastrellava Kandahar e Helmand poche settimane dopo essersi formato, nel 1994.
"Era vicino ai capi, ma rimaneva accanto a loro in silenzio e non si atteggiava a comandante," ha detto un ex combattente talebano oggi uomo d'affari a Kandahar, che ha frequentato Sadar per anni.
Un ruolo vero e proprio Sadar lo ebbe solo dopo la presa del potere dei talebani a Kabul nel 1996. Venne nominato sovrintendente dell'aeroporto della capitale e, cosa più importante, comandante delle forze aeree per la zona di Kabul. Diventò responsabile della eteroclita aeronautica talebana, un insieme di fatiscenti caccia sovietici, elicotteri da combattimento e aerei da trasporto.
Come gli altri quadri talebani di quel pertiodo, Sadar era orgoglioso del proprio modesto tenore di vita. Vestiva gli abiti tradizionali del pashtun timorato nell'Afghanistan del sud: uno shalwar kamiz e un turbante nero, anche quando era impegnato in mansioni ufficiali. Il carisma e l'ambizione che ne avrebbero fatto un capo guerrigliero di prim'ordine erano comunque già evidenti.
In qualità di comandante delle forze aeree di Kabul e dintorni, Sadar ebbe un piccolo ma importante ruolo nella repressione degli avversari interni al potere talebano.
I suoi piloti effettuavano attacchi aerei e operazioni logistiche contro l'Alleanza del Nord, una coalizione di ex mujaheddin, ex comunisti e signori della guerra che anni dopo avrebbero agevolato l'invasione statunitense. Man mano che procedeva nella sua carriera, Sadar allacciò un certo numero di rapporti che gli sarebbero stati utili nei decenni successivi.
Sadar ebbe sempre più stretti contatti con mullah Akhtar Mohammed Mansur, che sarebbe diventato capo dei talebani e che all'epoca era ministro dell'aviazione civile. Alcune fonti hanno riferito ad Asia Times che iniziò anche a coltivare solide relazioni con i combattenti stranieri di stanza a Kabul, compresi alcuni appartenenti ad AlQaeda.
Quando gli USA invasero l'Afghanistan nell'ottobre del 2001, Sadar era sul fronte di Shomali, appena a nord di Kabul, ed operava con diversi combattenti arabi. Non riuscendo a tenere la posizione, si ritirò in una base militare dei sobborghi meridionali di Kabul; quella in cui distribuì ai suoi le maschere antigas, secondo quanto riferito dal suo sodale talebano Haji Sayed, il cui nome è stato cambiato per motivi di incolumità.
"Non ho visto nessun altro prendere l'iniziativa in quei giorni. Era lui a guidare lo sforzo bellico", ricorda Sayed.
Si hanno poche informazioni su dove Sadar abbia trascorso gli anni successivi, e su cosa abbia fatto. Si pensa che sia diventato capo della commissione militare talebana nel 2014, circa un anno dopo che il capo del movimento, il mullah Mohammed Omar, era morto per cause naturali.
La sua promozione a quello che è verosimilmente il più importante ruolo all'interno del movimento insurrezionale si doveva molto al fatto che l'ex ministro dell'aviazione civile mullah Mansur aveva preso il posto del mullah Omar come leader dei talebani. Mansur fu ucciso da un drone statunitense in Pakistan il 21 maggio 2016, ma per allora Sadar si era già mostrato più che in grado di mandare avanti la baracca.
"Controlla tutti i combattenti stranieri e il traffico di oppio," ha detto l'ex talebano che fa l'uomo d'affari a Kandahar.
All'inizio dell'anno girava la voce che Sadar fosse stato sostituito da uno dei figli del mullah Omar, nel tentativo di ricomporre i disaccordi interni ai talebani. Le fonti di Asia Times sostengono comunque che qualsiasi cambiamento al vertice sarebbe di pura facciata: è Sadar a controllare il braccio militare del movimento.
Queste convinzioni trovano sostegno in un recente resoconto del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che ha definito Sadar capo della commissione militare dei talebani. Secondo il rapporto dell'ONU, nella primavera del 2019 ha anche incontrato Hamza, il figlio di bin Laden, nella sua casa nella provincia di Sangin "per assicurarlo personalmente del fatto che l'Emirato Islamico per nulla al mondo avrebbe interrotto i propri storici legami con AlQaeda."
Pochi mesi dopo il presidente degli USA Donald Trump annunciò che Hamza bin Laden era stato ucciso in un'operazione "antiterrorismo" ameriKKKana, senza specificare esattamente il quando e il dove. Nel frattempo Sadar continua a rischiare e a vincere proprio come nel 2001, solo che stavolta sono gli USA che si trovano sull'orlo della sconfitta.
Secondo i termini dell'accordo per il ritiro che Washington ha firmato con i talebani a febbraio, gli ultimi soldati ameriKKKani lasceranno l'Afghanistan l'anno prossimo. Gli emissari politici dei talebani hanno accettato, in cambio, di non fornire ospitalità a gruppi terroristici stranieri. Un impegno che il loro capo militare e molti combattenti (sia fra i graduati che fra la truppa) devono aver considerato un boccone amaro.
Adesso i talebani devono decidere se porre fine all'insurrezione e arrivare alla pace con il governo afghano, o se cercare di prendere il potere con la forza dopo la partenza degli ameriKKKani. L'opinione di Sadar sarà di fondamentale importanza. "Ha una volontà di ferro," dice l'uomo d'affari di Kandahar. "Per lui, un sì è un sì, un no è un no."


Fazelminallah Qazizai è un giornalista afghano, coautore di Night Letters: Gulbuddin Hekmatyar and the Afghan Islamists who Changed the World. Sul Cinguettatore è @FazelQazizai