domenica 19 febbraio 2017

Alastair Crooke - Con l'amministrazione Trump nella diplomazia statunitense arrivano i businessmen capaci negli affari



Traduzione da Conflicts Forum, 23 dicembre 2016.

Sembra che diverso tempo fa (attorno all'anno 2000) quando il signor Trump per la prima volta cominciò a baloccarsi con l'idea di concorrere alla presidenza, in qualità di candidato potenziale contribuì ad uno scritto propagandistico recentemente riscoperto da Uri Friedman.
Trump scriveva:
"Durante la guerra fredda la politica estera aveva la forma di una grande partita a scacchi" tra l'Unione Sovietica, gli Stati Uniti ed i loro alleati; ogni altro paese faceva da "spettatore". A suo dire, la caduta dell'URSS aveva però cambiato le regole del gioco:" noi stringiamo accordi con tutti tigli altri paesi del mondo sulla base del caso specifico. Molti di questi spettatori non sembrano poi così innocenti." Per come stavano le cose secondo il signor Trump "l'epoca delle partite a scacchi è finita... La politica estera americana deve essere affidata a qualcuno che fa affari." Secondo lui c'erano già stati dei precedenti in questo senso [nell'epoca che andava da Roosevelt a Nixon].
"Chi davvero si intende di affari," scriveva Trump, "riesce a tenere aperte più possibilità contemporaneamente, a valutare gli interessi competenti delle altre nazioni e soprattutto a mettere sempre al primo posto i migliori interessi dell'AmeriKKKa. Il vero affarista sa quando è il caso di insistere e quando è il caso di mollare. Sa quando bluffare e quando minacciare, ben sapendo che alle minacce si deve ricorrere solo quando si è pronti a metterle in pratica. Il vero affarista è scaltro, riservato, concentrato, e non arriva mai ad accordarsi per qualcosa di meno di quello che voleva. Sono passati molti anni da quando l'AmeriKKKa ha avuto un presidente del genere."
Lo spirito di Trump presenta una linea coerente che va dal 2000 al 2016; si tratta di temi che la recente campagna presidenziale ci ha reso familiari. Nel suo libretto Trump spiega molto chiaramente di avere, e di avere tutt'oggi, intenzioni piuttosto radicali: gli Stati Uniti stanno cercando una figura nuova che provenga dall'esterno del mondo della politica; Trump avverte anche gli ameriKKKani di quello che devono attendersi da lui: "Io mi presento davvero in modo diverso. Non sono di plastica, non seguo un copione e nessuno mi manipola. Io vi dico quello che penso. Si tratta quasi di una cesura rispetto ai soliti politici in caccia di poltrone. Magari gli elettori la troverebbero una boccata d'aria fresca. La cosa che io vi garantisco che la troverebbero interessante."
Insomma, eccoci giunti ai "tempi interessanti". A tutt'oggi nessuno davvero sa cosa concludere sulla squadra di Trump dal punto di vista della linea politica o di un possibile equilibrio tra avventatezza e pratica affaristica "scaltra, riservata, concentrata". Trump ci viene a dire che la prima qualità che cerca nei componenti della sua squadra è la lealtà, ma tiene anche a mostrarsi orgoglioso del fatto che riesce a mettere insieme elementi disparati e contrari che vengono da lui lasciati correre una volta che l'alchimia si è rivelata funzionante."Quando mi accorgo di avere una squadra che funziona, lascio che mi faccia vedere cosa riesce a fare."
La carica di tutti questi pratici di affari potrebbe davvero rappresentare una boccata d'aria fresca: un decisa rottura con i decenni passati, nel corso dei quali si è imposta una scatenata ideologia neoliberista, effettuata senza troppi riguardi. Il Medio Oriente caotico e frammentato di oggi segna il ritorno a cuccia dei cialtroni residuo di un'epoca profondamente segnata dall'ideologia e che ha fatto abbastanza danni.
Insomma, Trump ha per lo meno sparigliato questa schiera.
Nel libretto, come nella recente campagna elettorale, ricorrevano anche due temi di cui Trump si mostrava particolarmente orgoglioso. Il primo era definito come "la tempesta incombente" e trattava del disastro economico, del tonfo imminente ("peggiore del 1929") e della necessità di controllarne lo sviluppo; il secondo invece era la minaccia terroristica, e rifletteva la frustrazione di Trump a fronte dell'atteggiamento in massima parte ambivalente tenuto nei confronti della minaccia dell'Islam radicale. Ovviamente entrambi i temi avranno un ruolo di primo piano nel corso del suo mandato.
Al di là di questi insistenti ammonimenti, ripetuti anche quest'anno, secondo i quali chiunque fosse stato il nuovo presidente degli USA si sarebbe ritrovato ad affrontare l'inesorabile prospettiva di una crisi economica sistemica ("la grande, brutta bolla") la tendenza dei mercati rispetto a quelle che adesso vengono chiamate "Trumpeconomie" è stata paradossalmente quella di reagire in maniera assolutamente euforica, al di là di qualche iniziale esitazione. Ray Dalio gestisce il fondo speculativo più grande del mondo, il Bridgewater, e fa risalire la tendenza dei mercati all'avido anelito per la possibilità di un macroscopico mutamento economico; un mutamento ancor più radicale della passaggio dai "socialisti ai capitalisti" avvenuto nel Regno Unito, in USA ed in Germania fra il 1979 ed il 1982. Dalio pensa che "stiamo per assistere ad un profondo mutamento ideologico guidato dalla presidenza, che avrà un impatto profondo sia sugli USA che sul mondo intero."
Il mutamento di rotta tra la vecchia amministrazione e la nuova sarà probabilmente ancor più marcato del cambiamento che fra il 1979 ed il 1982 portò dai socialisti ai capitalisti nel Regno Unito, in USA ed in Germania quando Margaret Thatcher, Ronald Reagan e Helmut Kohl arrivarono al potere. Per capire questo mutamento ideologico si può leggere 'Gli anni a Downing Street" di Margaret Thatcher, o pensare al mutamento economico e politico della Cina, segnato dall'essere passati dal "proteggere la ciotola del riso" allo "essere ricchi è motivo di orgoglio".
I cambiamenti dell'amministrazione Trump potrebbero avere un impatto anche più vistoso sull'economia statunitense di quanto si potrebbe inferire sulla base dei cambiamenti introdotti nelle pure e semplici politiche della tassazione e della spesa, perché potrebbero innescare spiriti animali ed attrarre capitali produttivi. Sull'innesco degli spiriti animali, se l'amministrazione riesce ad avviare un circolo virtuoso in cui le persone possono arricchirsi, l'impegno di denaro che passa da una condizione di liquido che non rende praticamente più nulla a quella di in investimenti a rischio potrebbe essere ingente.
[Per quanto riguarda la politica estera] possiamo aspettarci che l'amministrazione Trump si comporti in modo relativamente aggressivo. Anche prima di assumere la presidenza, Trump già metteva in questione la politica su "una sola Cina", che è già una mossa scioccante. Probabilmente anche il comportamento verso l'Iran, il Messico e la maggior parte degli altri paesi sarà del pari aggressivo."
"In linea di massima saranno i combinatori di affari a mandare avanti il governo," ha detto Dalio, gestore del fondo speculativo più grande del mondo. "La loro sfrontatezza renderà quasi di sicuro incredibilmente stimolanti i prossimi quattro anni, e ci terrà tutti con il fiato sospeso."
Dalio enuncia reciso il suo punto di vista. La sua euforia probabilmente contribuisce alla corrente tendenza al rialzo dei mercati, ed è condivisa da altri dello stesso ambiente; la tendenza dei mercati però oggi come oggi tende a comportarsi in maniera frastornata, senza tenere in alcun conto la sostanza delle cose. Le entusiastiche dichiarazioni di Dalio inoltre contrastano con gli ammonimenti che lo stesso Trump ha ripetuto in merito ad un'inevitabile ed incombente tempesta, ed è probabile che il pendolo cambi nuovamente direzione.
E che dire del concetto di businessman "capace negli affari" in diplomazia? Certo, può anche avere qualche merito. Il mondo degli addetti alla politica estera può anche arricciare il naso, ma il perseguire a ruota libera risultati concreti, come principio guida di una politica estera, può portare a soluzioni innovative per problemi diplomatici non trattabili altrimenti. Certo, ogni medaglia ha il suo rovescio, e può essere che entino in gioco pedine di scambio prima impensabili. La questione di ciò che è negoziabile e di ciò che non lo è si trasforma in una perenne fonte di incertezza. Possiamo già vedere la Cina mettere le mani avanti contro l'eventualità che sul tavolo delle relazioni economiche con gli USA faccia la sua comparsa la carta dell'"una sola Cina". Anche Iran e Russia stanno cominciando a cercare contromosse "prima impensabili" con cui affrontare l'ostentata imprevedibilità di Trump.
I businessmen capaci negli affari inoltre sono propensi a vedere le loro controparti come simili a loro, come amministratori delegati che agiscono innanzitutto sulla spinta di considerazioni economiche. Questo ragionamento però è difettoso, perché nella maggior parte dei casi le controparti non sono amministratori delegati e non sono loro a decidere; sono persone emerse da un ambiente nazionale, politico, culturale e morale specifico, riflettono i valori del loro paese e ne sono a loro volta un prodotto. Possono anteporre i valori agli interessi materiali, e lo fanno, anche se la cosa può comportargli dei costi.
Trump viene comunemente considerato capace di assumersi rischi, e sembra nutrire prospettive meno ottimistiche di Dalio. Personaggi come Steve Bannon, che è l'eminenza grigia dell'ideologia di Trump, condividono la stessa visione meno ottimistica. Bannon attribuisce proprio agli eccessi dei businessmen capaci negli affari delle parti di Wall Street la colpa della grande crisi finanziaria del 2008. Bannon crede sicuramente nello spirito imprenditoriale dei primi anni dell'AmeriKKKa, ma ha anche detto piuttosto chiaramente che
La crisi del 2008, la crisi finanziaria intendo -dalla quale non credo siamo ancora usciti, sia detto per inciso- credo sia stata causata dall'avidità; soprattutto dall'avidità delle banche di investimento. Si pensi alla mia vecchia banca, la Goldman Sachs... Ecco perché, detto esplicitamente, negli Stati Uniti non ci siamo mai davvero ripresi dalla crisi del 2008. Questa è una delle ragioni per cui lo scorso quadrimestre abbiamo avuto una crescita negativa, 2,9% in meno nonostante l'economia statunitense sia molto, molto solida.
 Una delle ragioni è che non abbiamo mai identificato ed affrontato alla radice i problemi del 2008; tra questi soprattutto il fatto -pensateci- che nessuna accusa penale è mai stata mossa a nessuno dei banchieri coinvolti nella crisi del 2008. Ma c'è di peggio. A nessuno è stato revocato alcun bonus, alcuna prebenda... penso che questo rappresenti una parte di ciò che alimenta la rivolta populista rappresentata dal tea party. Quindi penso si possano prendere molti, molti provvedimenti, soprattutto per rimettere in carreggiata le banche e far loro trovare un impiego per la liquidità di cui dispongono. Penso ci sia proprio bisogno di un repulisti generale nei bilanci delle banche.
Bannon sembra dire che i businessmen capaci negli affari lasciati liberi di agire sono piuttosto parte dei problemi ameriKKKani che non parte delle soluzioni. L'idea che quello che va bene per gli affari va bene anche per l'AmeriKKKa poteva anche essere vera, in una qualche misura, fino al 1929 perché almeno i profitti venivano reinvestiti all'interno del paese, e poi negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta quando i beni prodotti in AmeriKKKa ancora costavano generalmente meno di quelli prodotti all'estero. Ma dagli anni Settanta in poi il processo si è rovesciato. La globalizzazione ha arricchito i capitalisti, ed impoverito il rimanente della popolazione ameriKKKana.
Torniamo a quella che è stata l'intuizione politica fondamentale per Trump: sono stati la consapevolezza e l'accertato lungo declino economico della maggior parte degli ameriKKKani per nascita, la loro sofferenza e la loro disillusione a portarlo alla presidenza. Stipendi e salari nel 1970 costituivano il 51% del PIL statunitense; adesso sono il 42%.
"I decenni successivi alla seconda guerra mondiale hanno assistito ad una lenta, costante erosione della superiorità tecnologica e produttiva ameriKKKana, e ad un lento e costante abbandono dei capitali. La globalizzazione ha indebolito l'AmeriKKKa. Dal punto di vista della prosperità globale, è più economico produrre in Cina, quindi bisogna delocalizzare in Cina. Dal punto di vista del lavoratore ameriKKKano invece questo è un tradimento, è una politica che distrugge gli Stati Uniti come potenza industriale, come nazione, come comunità di cittadini. Donald Trump è il primo politico di alto livello consapevole di questo semplice dato di fatto," ha scritto Vladimir Brovkin.
Si tratta di un grosso problema strutturale. Negli ultimi quarantacinque anni le politiche che piaccono a Ray Dalio, favorevoli all'offerta e fatte di tagli alle tasse e alle spese del fisco, non hanno potuto nulla contro il problema sistemico della globalizzazione ed hanno solo aggravato il deficit commerciale degli Stati Uniti. Il quantitative easing ha semplicemente peggiorato le cose perché ha diluito il valore reale del potere d'acquisto che ancora rimaneva ai redditi. Il fatto di detenere l'unica valuta di riserva del mondo, il quantitative easing e il riciclo di quelli che erano stati petrodollari in credito per i consumatori interni ha alimentato una prosperità illusoria; adesso, non è più così. Innescare nuovamente gli spiriti animali, come pretende Dalio, non è una cosa negativa, ma non va a colpire nessuno di questi problemi strutturali. Problemi che hanno causato un crollo della domanda, e deflazione del debito. Gli scritti di Trump fanno pensare che egli sia consapevole del fatto che questo profondo problema sistematico esiste.
Un ritorno degli "spiriti animali", ovvero della stessa avidità che ha portato alla crisi del 2008, sicuramente non è cosa cui stia pensando Steve Bannon.
La globalizzazione in un senso più ampio significa crisi anche per l'Europa. La rigidità strutturale introdotta dai cambi fissi dell'euro tuttavia, in mancanza di qualsiasi meccanismo di riciclo tra paesi dell'eurozona -a differenza del deficit statunitense, in cui il riciclo dei petrodollari fa rientrare a Wall Street tutti i dollari in deficit- è in crisi allo stesso modo, almeno sul microlivello europeo. Lo stato che occupa la penisola italiana sta lentamente perdendo produttività, industrie e posti di lavoro a scapito della Germania, che invece trae beneficio da una moneta deprezzata; tra i due paesi esiste una relazione analoga a quella che esiste tra AmeriKKKa e Cina. La soluzione peculiare dell'Europa nei confronti di questa rigidità del sistema è stata un'austerità che rovescia una svalutazione complessiva interna dei costi sui paesi in deficit. Una cosa disastrosa, ma l'Euro in sé preclude virtualmente qualunque altra possibilità.
La soluzione di Trump per i problemi strutturali della globalizzazione? Abbandonare, o rinegoziare, il NAFTA e gli altri accordi commerciali, costruire un muro al confine con il Messico e arrivare ad accordi stringenti con la Cina. A questo proposito ha già iniziato a costruire una posizione di forza: la sua telefonata a Taiwan è stato un atto apertamente ostile. Sta parlando senza mezzi termini di tariffe doganali e accusando la Cina di manipolare la propria valuta. Ecco cosa sta mettendo sul tavolo delle trattative.
Funzionerà? Una delle ragioni che fa pensare di no è che la stessa Cina, paradossalmente, sta avvertendo proprio alcuni degli stessi effetti negativi della globalizzazione di cui il signor Trump si sta lamentando a gran voce. Un articolo su Shenzhen dello Wall Street Journal spiega bene per quali motivi la Cina, alle prese con una potenziale "rivolta del tè" ad opera di operai e borghesi delusi, poco può offrire agli USA per alleviare la loro parte di scontento per la globalizzazione.
Shenzhen, un tempo sonnacchioso villaggio, oggi è l'epicentro in espansione dell'industria cinese delle elettroniche di consumo; il settore in testa alle esportazioni del paese. Le due fabbriche della Foxconn Technology impiegano qualcosa come 230000 lavoratori e producono per Apple e per competitori mondiali, tra i quali il gigante cinese delle comunicazioni Huawei Technologies Co., basato a Shenzhen.
Molti dirigenti affermano comunque che non hanno timore del signor Trump. Pensano che le forze economiche che hanno trasformato quella che era una zona isolata della provincia di Guangdong in un mare di grattacieli siano troppo grandi perché si possa richiamarle indietro. Anche se il signor Trump impone tariffe ai beni made in China come ha minacciato di fare, pianificare, produrre e spedire beni elettronici da questa regione della Cina meridionale è diventato un processo di una tale efficienza che potrebbe comunque rendere non competitivi gli USA, dicono.
Più del signor Trump, ad impensierire le attività di qui è la semplice sopravivenza nel processo darwiniano del commercio mondiale. Shenzhen è senz'altro una realtà vincente sul piano della globalizzazione, ma è interessata dalle stesse forze competitive che il signor Trump sta cercando di rovesciare negli USA, quelle che il presidente eletto ha accusato di aver annichilito l'industria statunitense ed i suoi posti di lavoro [il corsivo è nostro].  
A partire dal 2010 i salari sono aumentati, e molte delle fabbriche di abbigliamento e di giocattoli di Shenzhen, un tempo floride, si sono trasferite in regioni della Cina meno onerose, ed in paesi come il Vietnam. Adesso hanno cominciato a trasferirsi anche alcuni produttori di elettroniche di consumo; altri stanno tagliando i costi del lavoro usando robot invece di operai...
Il signor Trump sta usando la costrizione e le lusinghe per far sì che le imprese producano negli USA... Ma non è chiaro quali risultati concreti, e quanti posti di lavoro, una simile mossa riuscirà a produrre. Un'altra tendenza attuale presso la Foxconn è il passaggio a fabbriche maggiormente automatizzate, che utilizzano robot che fanno risparmiare sui costi. "Se questi lavori torneranno negli USA, saranno lavori per persone che comandano mille robot in fabbriche automatizzate", dice Christopher Balding, professore di finanza alla sede di Shenzhen dell'Università di Pechino. "Saranno lavori per gente che si intende di robotica, non per quelli che hanno votato per Trump".
Il tasso di crescita del settore manifatturiero a Shenzhen ha rallentato, mentre si stanno affermando settori come quello del software e della ricerca scientifica. Alcune piccole industrie stanno passando dalla produzione al design e al branding. In due anni la Qiwo Smartlink Technology Ltd. è passata dalla produzione di fotocamere di fascia bassa e aggeggi da pochi soldi per conto terzi ad operare nel campo del design, con un fatturato annuo di cento milioni di dollari. "Tutta la catena dei fornitori e le relative imprese si trovano qui, non penso siu possa trasferire tutto negli USA," dice James Guo, capo del settore esportazione della Qiwo.
Dazi statunitensi più alti non faranno altro che accelerare processi già in atto, dicono gli industriali di Shenzhen. Le fabbriche potranno abbandonare, certo, ma per trasferirsi in province della Cina dove la mano d'opera ha costi inferiori, non certo negli USA. La città al tempo stesso acquisirà posti di lavoro nel design, nella pianificazione, nel marketing; un processo già in corso. Uno di questi giovedì sera, allo spazio per ricercatori Hax di Shenzhen, il ventiseienne Junyi Song stava lavorando ad un braccio robot che spera di rivendere a settemila economici dollari a pezzo. Un prezzo che consentirebbe anche alle piccole imprese di rimpiazzare il lavoro umano con l'automazione.
"Il futuro è questo," ha detto il signor Song.
Shenzhen è un'icona, e manda un messaggio chiaro: persino qui, nel centro mondiale dell'economia tecnologica, i posti di lavoro nel manifatturiero sono destinati a scomparire e a dirigersi verso regioni più a buon mercato del contesto globale. Il signor Trump non deve risolvere solo un problema economico sistemico, ma anche un problema culturale. Shenzhen dispone quasi letteralmente di un esercito di ingegneri entusiasti e dalla formazione universitaria, che si impegnano per il miglioramento economico della Cina. L'Europa e gli USA non ce l'hanno. Trump avrà anche la sua rivoluzione da fare, eliminare l'amarezza occidentale, il senso di disperazione e la perdita di energia cui i fallimenti della globalizzazione hanno dato la stura. Il signor Dalio sentirà anche i suoi spiriti animali che bussano alla porta, ma la maggior parte degli europei e degli ameriKKKani non li sentono. Anzi.
Tutto ciò premesso, pare che il signor Trump si stia muovendo nella direzione giusta. Addio a David Ricardo e alle sue dottrine sul vantaggio comparativo: la globalizzazione si sta disfacendo da sola. La correzione di rotta che verrà imposta a livello mondiale a questa tendenza ormai esausta sarà verosimilmente turbolenta, e forse violenta; è piuttosto probabile che la crisi la accompagnerà e la precedera. Almeno Trump sembra sufficientemente realista circa i compiti che lo attendono; Dalio e i mercati, magari, no. Questo non significa che la sua diplomazia cinese a base di "businessmen capaci negli affari" avrà successo. Può anche non averlo.

domenica 12 febbraio 2017

"Natura Sì". Un luogo da non frequentare.


Natura Sì si presenta come "il tuo supermercato biologico".
Non abbiamo idea dei redditi dei nostri lettori, ma possiamo garantire che sul nostro estratto conto non compare alcuna entrata proveniente da "Emporio Ecologico Srl - P.IVA 03018021208", che tanto nostro non deve dunque essere.
Da Natura Sì, che i detrattori chiamano la boutique del fagiolo e con altre espressioni anche meno riferibili, vendono succhi di mirtilli a cinque euro la bottiglietta, dolcificanti ayurvedici, farine olistiche, biscottini tantrici e sottilette del dharma.
Fin qui nulla di male, un modo come un altro di vuotare le tasche altrui in un "Occidente" dove le panchine sono piene di gente che sta male.
Da diversi anni le leggi in materia di commercio hanno realizzato l'auspicio di Luciano Bianciardi, che parlando di un supermercato milanese all'inizio degli anni Sessanta diceva che se vi fossero stati esposti dei libri la gente avrebbe comprato anche quelli.
Da Natura Sì si trova appunto anche una certa scelta di libri, tra cui questi "Grazie dottor Hamer", volume primo e secondo.
Indispone persino il titolo, nel filone dei "Grazie Oriana" e simili. La fascetta in copertina che millanta l'esclusività di un testo non per tutti ricorda, in modo ancora più irritante, la pubblicità di un dozzinale alcolico diffusa negli anni Ottanta.
Il dottor Ryke Geerd Hamer, tedesco, è stato cacciato più di trent'anni fa dall'ordine dei medici del suo paese e secondo stime ottimistiche ha causato, con le sue "cure", la morte di circa centoquaranta persone.
Sui misfatti suoi e dei suoi volenterosi sostenitori esiste una letteratura abbondante, documentata e perentoria.
Il fatto di dare spazio ad elementi del genere permette di trarre conclusioni drastiche sul conto di questo bottegon del chakra, su chi lo gestisce e sulla sua clientela.
Quel tanto che basta per non volerci avere a che fare per nessun motivo.

sabato 11 febbraio 2017

Alastair Crooke - I servizi politicizzati che azzoppano Trump


Da Consortium News, 16 dicembre 2016

Non è difficile comprendere le dinamiche delle recenti elezioni presidenziali statunitensi. Si tratta delle stesse dinamiche che hanno avuto un loro ruolo nella Brexit e che continuano ad agire in tutta Europa: dal 2005 in poi molti ameriKKKani e molti europei hanno conosciuto poca o nessuna vera "crescita". I posti di lavoro di buona qualità sono scarsi sia per gli ameriKKKani che per gli europei, e quel poco di crescita di posti di lavoro che si è verificata si riscontra perlopiù nel settore meno retribuito ed è stata occupata da immigrati di recente arrivo. Molti ameriKKKani e molti europei sentono che in economia sono stati raggiunti i limiti, proprio negli stessi anni in cui i tassi di interesse a zero o addirittura negativi si sono accaniti contro i redditi da risparmio e stanno minacciando anche le loro pensioni.
Il malessere economico è questo. Al di sopra stanno il malessere politico ed un diffuso rigetto contro la politica delle identità "basata sui valori" diffusa dal centrosinistra, che ha posto l'accento sui diritti e sugli interessi di un sempre più ampio spettro di "vittime della società", definendolo in opposizione alla way of life maggioritaria in AmeriKKKa e in Europa. L'atteggiamento aggressivo che sostiene questa opposizione demonizza a bella posta ed indebolisce la cultura della maggioranza: di fatto la gente comune che ha lavorato, ha amato le proprie mogli o i propri mariti e i propri figli ed ha frequentato la Chiesa si è trovata intruppata con i detestabili, con gli intolleranti e con i razzisti perché si dovevano sostenere le vittime per motivi di identità contro questa ipotizzata tirannia culturale. Le relazioni tra i sessi sono finite sotto tiro per il proliferare di nuovi orientamenti sessuali; la propaganda sulla diversità di questi orientamenti è esplosa e le relazioni tra figli e genitori ne sono uscite indebolite. In compenso le uniche identità liberamente e gratuitamente calpestabili negli Stati Uniti e nell'Europa di oggi sono quelle di bianco, maschio e cristiano. Molte persone comuni negli USA ed in Europa non l'hanno ritenuto tollerabile e stanno respingendo tutto questo.
Nessuna di queste dinamiche ha niente a che vedere con la Russia o con il presidente Putin, tranne che per il fatto che molti russi rimangono meravigliati davanti all'impegno che l'Europa ha profuso per la politica di genere e per mettersi a contrasto con i tradizionali valori morali e culturali. Oggi però alcuni servizi occidentali -la CIA e il MI6- insinuano che Putin abbia truccato le carte delle elezioni presidenziali statunitensi e che "abbia il potere di manipolare una serie di consultazioni elettorali fondamentali che si terranno in Europa nel corso del 2017". La narrativa è cambiata: dall'avere una qualche influenza sulle elezioni statunitensi, la Russia è passata ad averne una decisiva.
Graham Fuller, ex funzionario della CIA e coordinatore dei servizi segreti statunitensi, dice:
"Adesso, in quello che è forse lo stratagemma delegittimante più volatile mai tentato, si vocifera che Trump sia stato il candidato di Putin, un uomo dei russi arrivato fino alla Casa Bianca... Sono cose molto brutte. Peggio, sembra che mettere in discussione il processo elettorale e la legittimità delle stesse elezioni possa diventare un argomento fisso della nostra politica interna, causando ulteriore contrapposizione e inasprimento delle posizioni su ambo i fronti della divisione politica e rendendo il paese (ancor più) ingovernabile."
Una cosa brutta davvero. La politicizzazione dei servizi segreti ha raggiunto un livello ancor più alto. La Russia non è responsabile della diffusa opposizione alla globalizzazione che si riscontra negli Stati Uniti ed in Europa; semplicemente la teoria originale che sta dietro la globalizzazione (che è la teoria del vantaggio comparativo di David Ricardo) non ha più alcuna validità o alcun significato nella mutata realtà del mondo contemporaneo (si veda qui per una spiegazione).
La crescita economica inoltre si sta rivelando elusiva per diverse ragioni che riflettono i radicati cambiamenti ormai in corso nel mondo contemporaneo (l'invecchiamento della popolazione, il rallentamento della crescita cinese e più in generale tra le altre cose il fatto che le politiche di crescita basate sul debito non funzionano più). Di sicuro ai piani alti della CIA capiscono che queste dinamiche di più ampia portata sono implicate nelle recenti consultazioni elettorali statunitensi ed europee.
Un sondaggio eseguito di recente da Pew evidenzia che "...il Partito Repubblicano si è profondamente radicato nelle zone del paese a predominanza borghese nel corso del 2016. Anche se molte aree borghesi hanno votato per Barack Obama nel 2008, alle elezioni del 2016 hanno preferito a stragrande maggioranza Donald Trump, e questo fenomeno è stato fondamentale per garantirgli la vittoria. Nel 2016 Trump ha tenuto con successo tutte le 27 zone a predominanza borghese che i repubblicani avevano conseguito nel 2008. Hillary Clinton invece, in un macroscopico cambiamento ha perso 18 delle 30 zone a predominanza borghese in cui i democratici avevano vinto nel 2008... In generale i democratici hanno riscontrato una diffusa perdita di consensi fra il 2008 e il 2016. La percentuale dei loro voti è diminuita vistosamente in 196 delle 221 aree metropolitane considerate. Questa perdita di consensi è stata sufficientemente ampia a far passare 37 zone dai democratici ai repubblicani..."
A tutt'oggi ufficialmente è stato sostenuto senza mezzi termini che non esiste prova a favore di un coinvolgimento russo; la National Security Agency sarebbe la sola a detenere prove del genere, ammesso che ne esistano, e non si è mossa in alcun modo per confermare le "valutazioni" della CIA. Altre agenzie di servizi statunitensi hanno direttamente contestato i "risultati" che la CIA ha lasciato trapelare. Insomma, ci stanno dicendo che le affermazioni della CIA si basano su delle "inferenze", vale a dire che i funzionari della CIA "nutrono fiducia", in base al profilo psicologico del Presidente Putin da loro costruito, che Putin avrebbe preferito Trump come Presidente; dal momento che sono stati i Democratici a ritrovarsi con delle fughe di notizie -e non i Repubblicani- se ne può inferire che dietro di esse vi fosse una potenza ostile; dal momento che Putin è alla testa del potere russo, si può "fondatamente" inferire che sia stato lui ad autorizzare e dirigere queste operazioni.
Ovviamente, nulla di tutto questo è cosa da servizi segreti. Questa qui è semplicemente una struttura concettuale data, o il risultato di un pensiero di gruppo, che può essere giusto o sbagliato. Un'operazione smaccatamente politica, a meno che i servizi non la corredino di prove inoppugnabili.
La cosa è pericolosa. Nonostante quello che se dice a livello ufficiale e secondo la dovuta prassi delle affermazioni della CIA, l'amministrazione Trump dovrà vedersela con una certa atmosfera di delegittimazione. Come osserva giustamente Graham Fuller, questa ipotizzata mancanza di legittimità che nascerebbe dalla decisiva influenza russa sulla consultazione elettorale potrebbe non essere un fenomeno passeggero e continuare invece a colpire il Presidente per tutto il corso del mandato. Difficile richiamare un'inferenza della CIA una volta emessa; il massimo che si può fare è ribadire che non c'è nulla di concreto a suo favore. Difficile che prenderne atto smorzi certe accese antipatie.
Pretendere che vi siano state interferenze russe può anche andare a disturbare la conferma di Rex Tillerson, ufficialmente un "amico della Russia" nel ruolo di Segretario di Stato. Tutto questo può mettere i bastoni tra le ruote alla capacità di Trump di arrivare alla distensione con la Russia, ed interferire anche con qualunque tipo di intesa si possa mai raggiungere con quel paese.
Affinché Trump sia messo in condizioni di comportarsi in modo ancor più guardingo verso un qualsiasi accordo con Tillerson si arriverà probabilmente a sospettare che qualunque iniziativa all'insegna della distensione con gli USA scatenerà un'altra ondata di angherie contro la Russia da parte di un'AmeriKKKa portata a dividersi profondamente. Anche se Putin stesso dovesse ben accogliere un'iniziativa politica da parte di Trump, il verificarsi di ulteriori arbitrii da parte di AmeriKKKa ed Europa potrebbe fargli pensare che il gioco non valga la candela. Non esiste popolo, e tantomeno il popolo russo, che ami vedere il proprio paese messo pubblicamente alla berlina, e per lungo tempo, sulla stampa mondiale. Simili violenti attacchi stanno già avendo conseguenze: i russi si chiederanno se Trump sarà in grado di imporsi ad un paese tanto diviso e rancoroso.
Possiamo concluderne che un simile risultato, ovvero la delegittimazione della presidenza, sia per certi diversi altra cosa rispetto a quello che la CIA intendeva? Secondo Pat Buchanan, che è stato tre volte candidato alla presidenza, non ci sono dubbi: "Secondo il [New York] Times 'si addensano nubi nere' sulla presidenza di Trump, e un fallimento nella ricerca e nella scoperta della verità sulle operazioni di hacking russe potrebbero solo 'alimentare i sospetti, nutriti da milioni di ameriKKKani, che... le elezioni sono state manipolate."
"Dietro lo sforzo fatto per gettare fango su Tillerson e per delegittimare Trump ci sono motivazioni più corpose. Trump ha nemici in entrambi i partiti, che sono entrati in fibrillazione dopo il suo trionfo perché esso mette in pericolo l'agenda di politica estera che rappresenta la loro stessa ragion d'essere, il motivo stesso della loro esistenza politica. Queste persone non vogliono che le sanzioni contro Mosca vengano revocate. Non vogliono che il confronto con la Russia finisca. Come si è visto per come hanno agguantato il piccolo Montenegro, vogliono allargare la NATO perché comprenda la Svezia, la Finlandia, l'Ucraina, la Georgia e la Moldavia. Pensano solo a realizzare un perenne accerchiamento statunitense della Russia... il loro obiettivo è quello di abbattere Putin, e di rovesciare il governo di Mosca."
Insomma, i russi sono preoccupati dal fatto che si mpedisca a Trump di compiere il ventilato allontanamento dalle posizioni di nuova guerra fredda caldeggiate invece dall'attuale establishment statunitense e di aprire alla distensione; forse soffiare sul fuoco della "minaccia" russa arriva fino alla speranza di poter intimorire abbastanza elettori presidenziali da far loro cambiare il voto del 19 dicemnre, anche se si tratta di una prospettiva per nulla probabile.
Se ci sono servizi segreti stranieri che approvano l'esito delle elezioni ameriKKKane è verosimile vadano cercati tra quei servizi europei che stanno alimentando la tiritera propagandistica sulla minaccia russa, contribuendo così alla delegittimazione del presidente eletto degli Stati Uniti e tenendo in vita la nuova guerra fredda. Esistono stati europei radicalmente contrari a qualsiasi riavvicinamento tra USA e Russia.
Questa politicizzazione dei servizi segreti è pericolosa anche per un altro verso; anche a questo Graham Fuller fa riferimento. Alludere al fatto che Trump è un burattino dei russi, consapevole o meno, significa gettare benzina sul fuoco di una psicologia ameriKKKana già infiammata, esasperata ed esacerbata per proprio conto. La tiritera del "non è il mio Presidente" può rendere impossibile a Trump la messa in pratica delle sue politiche perché i ministeri già schierati su fronti opposti si rivolgerebbero l'uno contro l'altro, come già sta succedendo tra le varie agenzie dei servizi. Insomma, la cosa potrebbe portare alla paralisi la stessa operatività del governo.
L'ovvia conclusione di Buchanan è che "all'inizio del suo mandato, se non addirittura prima, Trump dovrà imporre la propria politica estera al suo stesso partito e poi sul suo stesso governo. Diversamente, la sua presidenza diventerà impossibilitata ad agire, come quella di Lyndon Johnson."
Ora, diciamo chiaramente che la delegittimazione è un'arma a doppio taglio. Se capitasse l'impensabile e Hillary Clinton dovesse diventare presidente al posto di Trump, troverebbe la sua capacità di rivestire la carica statale minata dai rancori e dalla rabbia allo stesso modo di un Trump delegittimato.
La politicizzazione dei servizi non è una novità, e non lo sono neppure le operazioni "in nero" condotte dai servizi occidentali; la scala dell'assalto in corso contro il presidente eletto degli USA però è di un ordine diverso, per le conseguenze che potenzialmente implica.
Come può essere accaduto tutto questo? Sembra che la guerra in Siria abbia avuto un effetto corrosivo considerevole su servizi come la CIA e il MI6- In primo luogo c'era la tensione della contraddizione: si manteneva ostentatamente la facciata della lotta al terrorismo, mentre si sostenevano sottobanco quelle stesse sanguinarie formazioni pur di indebolire il Presidente Bashar al Assad e di riflesso la Russia. In secondo luogo, si faceva finta di perseguire una politica "di principio" basata su una "politica delle identità" dettata da fuori e che vedeva i sunniti come vittime. Intanto però si accettava in silenzio che giungessero a costoro i fondi a nero erogati dai padrini delle forze di cui sopra, ed in questo c'è l'ombra dell'etica della Clinton Foundation, del suo pagare per aver voce in capitolo. In terzo luogo, c'è stato il fatto che i servizi sono diventati la camera di risonanza di affermazioni improbabili e false levate da una congerie di movimenti armati e dai loro finanziatori, che avevano l'intento di forzare la mano dell'Occidente sul piano militare. I servizi hanno dunque cessato di essere degli osservatori, e sono diventati degli investitori. Si sono persi in un labirinto di realtà distorte, di falsa propaganda, e di assodata mancanza di ogni limite. Come Prometeo, pensano di perpetrare un furto ai danni di Zeus, dio della guerra: aspirano ad essere loro a decidere della guerra e della pace.
In questo esaltante mondo dove si fa la guerra con la "comunicazione strategica" è piombato il signor Trump, che ha mandato all'aria i giochetti siriani e ha promesso la distensione con la Russia. La cosa dev'essere parsa intollerabile.

martedì 7 febbraio 2017

Trump e la politica estera statunitense: un contrastato cambiamento di paradigma



Da Conflicts Forum, 25 novembre 2016

L'AmeriKKKa sta entrando in un periodo di lotte intestine sul piano della politica interna. Se guidare il paese era già un problema, a causa dei disaccordi che esistevano all'interno del governo di Obama, ora sarà anche peggio. Il nuovo Presidente eletto controllerà anche entrambe le camere, ma negli USA ci sono anche altri centri di potere influenti che possono ostacolarlo e che cercheranno di farlo. Non è una situazione sorprendente perché ci troviamo davanti al rovesciamento di un paradigma inveterato e a quello delle élite che lo hanno sostenuto. Steen Jacobsen di Saxo Bank, che ha correttamente convocato le elezioni, lo descrive in poche parole.
...Il mondo è diventato sempre più elitario, da ogni punto di vista... [Per dirla semplicemente] io sono convinto che nel più ampio contesto socioeconomico questo elitarismo faccia capo all'idea che esista un solo modello... Quindi, da un punto di vista intellettuale, elitarismo significa che abbiamo pochissimi margini di discussione sul contratto sociale, sul fatto che funzioni o meno, se sia giusto o meno. Si considerino per esempio il quantitative easing e la politica monetaria in generale... ci hanno detto tutti che non avevamo alternative ("...There Is No Alternative...", TINA); ma da dov'è saltata fuori quest'idea? C'è stata un'aperto confronto a riguardo? Elitarismo significa anche assenza di spazi per le voci più deboli, assenza di spazi per lo scontento dell'individuo medio che potrà anche non avere una profonda consapevolezza delle cose della politica e dell'economia ma nonostante questo desidera prendere posizione sulle questioni... E allora, chi o che cosa può prestargli voce? Un sistema politico mandato avanti da nomi familiari come Blair o Clinton, tutta gente che ha proposto una propria "terza via" che non esiste,e che quando esiste non è altro che la via che porta diritti contro un muro? ...Adesso, ecco che questi vecchi nomi cadono in rovina, perché il loro modello è quello di un programma che non funziona, e che si basa sulla globalizzazione.
Per quanti si erano trovati bene con l'idea che "esiste un unico modello [razionale e tecnologicamente corretto]" il fondatore del Movimento Cinque Stelle in Italia che mostrava la sua crescente fiducia in un video in cui giocava d'anticipo sul risultato di un referendum di fondamentale importanza è stato la conferma delle paure peggiori. "Questa è la deflagrazione di un'epoca", ha detto Beppe Grillo mentre in sottofondo passava il discorso con cui Donald Trump accettava il risultato delle elezioni. "Ma sono quelli che osano, gli ostinati, i barbari, che porteranno avanti il mondo... Finiremo al governo, e si chiederanno 'Ma come hanno fatto?'".
Ma fino a dove può arrivare questo contagio? Davvero è possibile che si arrivi al bagno di sangue? Siamo davvero arrivati a questo punto, e speriamo di no? Intanto però è già iniziata la messa dei bastoni tra le ruote. A quanto risulta a tutt'oggi il pilastro della politica estera di Trump è costituito dalla ricerca della distensione con il Presidente Putin. Solo che, come ha affermato il prof. Stephen Cohen,
L'opposizione sostenitrice della Guerra Fredda è velocemente uscita allo scoperto... guidata da personalità di ambo i partiti come i senatori McCain, Graham e Cardin e provenienti da organi mediatici come il New York Times e lo Washington Post... Il loro pensiero e i loro obiettivi sono espressi dal loro stenografo dello Washington Post Josh Rogin, che dice ai lettori che la distensione con Putin non è né ammissibile né raggiungibile, perché la strategia di Putin consiste "nel minare, nel lungo termine, la stabilità e l'affidabilità delle democrazie liberali occidentali." Ovviamente non esiste alcuna prova che Putin abbia obiettivi del genere; esistono soltano illazioni offensive, ma questa accusa riassume in sé il vocabolario esistenziale della precendente Guerra Fredda, durata quarant'anni.
Il che non è vero, perché le cose sono anche peggiori. L'accusa marchia Putin come un pericolo mortale per l'AmeriKKKa e l'Europa. Secondo Cohen Rogin finisce per dire esplicitamente ai lettori che i nemici della distensione hanno già messo in cantiere una campagna sul piano interno e su quello estero per "fermare la ricostruzione da zero [come Obama chiamava la distensione] dei rapporti con i russi prima e ancora che vi si metta mano... [Sicuramente allora] Trump avrà bisogno di decisione, competenze di leadership, consiglieri e alleati sul piano interno per venire a capo di quella che sarà sicuramente una feroce opposizione verso qualsiasi negoziato paritario con quella che ora viene chiamata 'la Russia di Putin'".
La distensione con la Russia tuttavia non è che il primo passo in direzione dei un progetto ancor più ambizioso, che è quello di muovere guerra all'Islam radicale. Non abbondano i dettagli su come questo potrebbe concretizarsi, ma alcuni uomini di Trump come Steve Bannon hanno accennato alla cosa nei termini dello "scontro di civiltà" di Bernard Lewis. La rivista statunitense Mother Jones ha raccolto in proposito una serie di voci di corridoio, provenienti dall'entourage di Trump.
"Io penso che l'Islam ci odi", ha detto Trump qualche mese fa. A chi gli chiedeva se intendesse riferirsi all'Islam radicale, ha risposto "Radicale lo è, ma è difficile definirlo perché è molto difficile fare distinzioni. Non si sa mai con chi si ha a che fare."
Vari membri della squadra di Trump, che va consolidandosi, hanno descritto la minaccia in modi altrettanto drastici e generici. "Siamo in una guerra mondiale contro un movimento messianico di massa fatto da gente malvagia e per lo più ispirata da un'ideologia totalitaria: l'Islam radicale. Ma non ci è concesso pronunciare o scrivere queste due parole, e questo è potenzialmente fatale per la nostra cultura," scrive Michael Flynn, che Trump si è scelto come consigliere per la sicurezza nazionale, in un libro pubblicato la scorsa estate e scritto a quattro mani con lo scrittore conservatore Michael Leeden.

"Io non credo che tutte le culture si equivalgano dal punto di vista morale, e credo che l'Occidente, e specialmente l'AmeriKKKa, sia molto più civilizzato, molto più etico e morale del sistema che i nostri nemici numero uno vogliono imporci," aggiunge Flynn.

"Non tutto il miliardo e seicento milioni di musulmani che ci sono al mondo è fatto di estremisti o terroristi. La gran parte non lo è," ha scritto il nuovo vice di Flynn K. T. McFarland a marzo. "Ma se solo il dieci per cento dell'uno per cento è costituito da radicali, si tratta di un imponente milione e seicentomila persone che vogliono distruggere la civiltà occidentale e i valori che teniamo cari".

...Mike Pompeo, il deputato del congresso del Kansas che Trump ha indicato come futuro capo della CIA, ha descritto lo scontro in termini più sfumati, sottolineando il fatto che l'Islam non dev'essere identificato con l'estremismo. Nondimeno [Pompeo] afferma che Obama ha grossolanamente sottovalutato i pericoli dello jihadismo."
Difficile dire quanto di queste espressioni (si tratta chiaramente di cose dette prima che a chi le ha pronunciate venisse proposta una qualche carica) vada preso alla lettera, ma la politica di Obama improntata all'ambiguità strategica verso lo jihadismo -da una parte usandolo e dall'altra combattendolo tiepidamente (ovvero venendone usato) oltre alla sua vigorosamente ribadita distinzione tra jihadisti moderati e jihadisti globali, in AmeriKKKa ha prodotto un grosso contraccolpo, che verosimilmente plasmerà la politica estera della prossima amministrazione.
Ancora è troppo presto anche per dire in che modo prenderà forma sul piano pratico questa nuova "guerra", ma la antologia di Mother Jones indica una forte ostilità (in Bannon) nei confronti dell'Arabia Saudita e "la sua penetrazione nell'amministrazione Obama" grazie a personaggi come John Brenner (capo della CIA) e Huma Abedin (il più vicino collaboratore della signora Clinton), che per giunta viene accusato di essere alleato dei Fratelli Musulmani. Se queste voci di corridoio si concretizzeranno -e in parte almeno dovremo considerarli delle polemiche- è probabile che al centro del mirino ci saranno proprio i Fratelli Musulmani, oltre all'Iran. Sia Bannon che Pompeo non paiono fare grossi distinguo tra Islam sunnita ed Islam sciita: si legga qui e qui.
Il nuovo "scontro di civiltà" ipotizzato può procedere passo passo fino ai limiti estremi? Questo è certamente possibile, ma è altrettanto possibile che la maggior parte delle sue minacce da donchisciotte impallidiscano alquanto alla prova dei fatti, a Washington o a Mosca che sia. Almeno l'Iran si mostra ottimista: Ali Larijani, intervistato da un canale televisivo cinese, ha detto di "avere tranquillamente fiducia nel fatto che i discorsi sull'Iran della campagna elettorale di Trump non si concretizzeranno". L'ex ambasciatore indiano Bhadrakumar nota che  "A Tehran dovrebbero comunque avere cognizione di causa. I discorsi della campagna elettorale di Ronald Reagan nel 1980, nel bel mezzo della crisi degli ostaggi, erano molto più minacciosi di quelli di Trump".
Sembra chiaro che le tradizionali alleanze statunitensi in Medio Oriente verranno riviste. Sia Flynn che Pompeo si sono espressi favorevolmente verso il leader egiziano Abdel Fattah al Sissi. Durante un suo discorso nel 2015 Pompeo ha detto: "Ho incontrato il Presidente al Sissi, e vi dirò una cosa: non è che da quelle parti si possano incontrare molti Thomas Jefferson. Una volta accettato questo... la linea da tracciare è quella che divide quanti stanno dalla parte dell'estremismo da quanti invece lo combattono, quale che sia la loro fede." Per le elezioni presidenziali i paesi del Golfo avevano ovviamente puntato tutti su Hillary Clinton; la loro parzialità non avrebbe potuto essere più sfacciata. Hanno sbagliato e ne pagheranno il prezzo probabilmente, ma non sono i soli. Anche alcuni paesi europei si sono mossi così male che si sono fatti sorprendere a cercare affannosamente un numero di telefono per raggiungere lo staff di Trump, ma solo dopo che era stato dichiarato l'esito del voto.
Anche gli europei sono divisi sulla progettata distensione di Trump nei confronti di Putin, e li preocuperà in modo particolare la prospettiva di una qualsiasi "guerra di civiltà" contro l'Islam radicale perché sono esposti a qualunque ritorsione. L'Europa tuttavia (si veda Fillon) ha già iniziato a passare dalla parte di Trump. Il fatto significativo è che gli europei hanno ricevuto una chiara spinta in quella direzione dal loro ex protettore, il signor Obama in persona: "Di recente Obama ha smesso di riferirsi agli Stati Uniti come 'alla nazione indispensabile' ed ha invece iniziato a parlarne come di 'una nazione indispensabile', facendo pensare che gli USA possano avere rapporti paritari con gli altri paesi. Mentre una volta derubricava la Russia a debole "potenza regionale", adesso ha profondamente rivisto questo giudizio. Adesso, secondo lo stesso Obama [che ha parlato a Berlino il 18 novembre 2016] "La Russia è un paese importante. Una superpotenza militare... che ha influenza in tutto il mondo. Perché possiamo risolvere molti gravi problemi in tutto il mondo, lavorare con la Russia ed ottenere la sua collaborazione è per noi una cosa importante."
Secondo Cohen, questo è il linguaggio classico della distensione. Nel contesto degli infuocati discorsi di Grillo, possiamo ben ricordare in conclusione Aspettando i barbari di Kavafis.
Che così inizia:

Che cosa stiamo aspettando, in assemblea nel foro?
Stanno per arrivare i barbari oggi.
Perché nel Senato non funziona niente?
Perché i Senatori vi siedono senza legiferare?
Perché oggi arrivano i barbari.
A che serve che i senatori facciano delle leggi?
Quando verranno, saranno i barbari a fare la legge.

...e così finisce:

Perché è scesa la notte e i barbari non arrivano.
E alcuni dei nostri sono tornati dalle frontiere dicendo
Che non ci sono più barbari.
E ora, che ci succederà senza i barbari?
Loro, bene o male, erano una soluzione.

sabato 4 febbraio 2017

Alastair Crooke - Una interpretazione della "rivoluzione" globale di Steve Bannon



Da Conflicts Forum, 26 novembre 2016.

Di recente è stata pubblicata una presentazione video in cui compare l'enigmatica figura che sta dietro il trono di Trump: Steve Bannon, il costruttore di inquadramenti intellettuali ed ideologici del nuovo presidente degli Stati Uniti. Il video illustra aspetti fondamentali della visione strategica di Bannon. In un'altra intervista, Bannon definisce in modo schietto la natura del suo rapporto con Donald Trump: "Lui coglie, coglie le questioni con l'intuito," dice. E poi: "Abbiamo forse il più grande oratore dai tempi di William Jennings Bryan, insieme ad un messaggio economico populista e a due partiti politici controllati dai loro finanziatori ad un punto tale che non si degnano neppure di rivolgere la parola al loro pubblico". Però, afferma, "Trump si esprime in un gergo che non ha nulla di politico: comunica con queste persone in modo molto viscerale. Nel Partito Democratico nessuno ha ascoltato i suoi discorsi, quindi nessuno aveva idea del messaggio economico trascinante e vigoroso che stava portando avanti."
In breve, lo stile criptico di Trump tocca corde culturali (e potremmo dire spirituali) rimaste in sordina e quasi dimenticate in almeno la metà del pubblico ameriKKKano; Steve Bannon ha il compito di dare a questi "istinti" una forma sistematica dal punto di vista intellettuale. Il risultato del rapporto tra i due non ha nulla del solito bla bla imporontato al determinismo economico. Si tratta di qualcosa di profondamente radicale e rivoluzionario, ed è necessario comprenderlo meglio a causa della portata di ciò che può implicare. I suoi autori credono chiaramente che questa visione radicale infonderà alla fine una sferzata di energia a tutti, sia alla élite repubblicana che all'elettorato intero. Parlandone alla élite repubblicana Bannon ha detto: "Paul Ryan pensa che tutto quello che Breitbart sostiene, che tutto quello che Steve Bannon sostiene, siano una gran cosa? No. Forse che io penso che tutto quello che [Ryan] sostiene sia una gran cosa? No. Possiamo lavorare insieme, a mettere in pratica le idee che Donald Trump ha per l'AmeriKKKa? Possiamo farlo? Oh sì!"
Primo punto. Trump ha detto nel corso della campagna elettorale che intende comportarsi in modo da unire. Ma non con il compromesso, solo assorbendo gli ex avversari, inviluppandoli nell'"energia" di una rivoluzione globale. Il tutto era nero su bianco, come scrive The Atlantic: "Attorno al 2013 Bannon era convinto che l'unico modo per distruggere la sinistra era una sollevazione populista di un qualche genere, che richiedeva innanzitutto la distruzione dello establishment del partito repubblicano". Tanto per essere chiari, il "vecchio" Partito Repubblicano era uno dei due partiti che Bannion descriveva come "comprati" dai loro finanziatori, e completamente ignaro di quello che stava capitando nel cortile di casa. Adesso pare che Bannon abbia corretto il tiro, prendendo di mira solo alcuni settori dell'apparato repubblicano e dicendo brutalmente che la vittoria di Trump non sarebbe stata possibile senza [l'aiuto] del Comitato Nazionale Repubblicano. Trump è il cavallo di Troia con cui Bannon intende prendere il controllo del Partito Repubblicano, per riplasmarlo come un'ascia per fare a pezzi la sinistra liberal.
L'appiattirsi della élite repubblicana sulla figura di Trump in seguito allo shock elettorale consente a Bannon di concentrare i suoi sforzi sulla lotta vitale di far crescere una risposta democratica determinata e accesamente "non liberale" a decenni di politiche liberali e antipopolari, ricacciando indietro la "guerra delle identità" laica condotta contro il retaggio nazionale, culturale e morale degli ameriKKKani. L'essenza della loro "rivoluzione" è questa: rovesciare "i custodi di una élite corrotta e incompetente e dello stato attuale delle cose". In questo, come nota Michael Wolff, "[Bannon] non potrebbe essere, agli occhi dei liberali, meno rassicurante o più inquietante: pazzescamente intelligente, e ponderosamente dedito all'esatto opposto di ogni concetto e di ogni parola d'ordine liberale".
L'inquadramento ideologico di Bannon emerge dalle sue considerazioni in occasione di una conferenza tenuta in Vaticano nell'estate del 2014. Nella sua presentazione Bannon afferma che a suo modo di vedere il capitalismo si è evoluto secondo tre diverse concezioni. Due di queste, a suo dire, rappresentano una minaccia diretta per la civiltà [occidentale]:
La prima è quella del capitalismo clientelare, [o corporativismo, che Bannon condanna senza appello], che rappresenta una brutale fortma di capitalismo che crea ricchezza e valore per un piccolissimo settore della popolazione e che non estende la sua possente creazione di ricchezza tramite una più ampia distribuzione, come invece abbiamo visto accadere nel XX secolo [specialmente negli Stati Uniti].
La seconda, che considero quasi altrettanto pericolosa, è quella che chiamo capitalismo libertario alla Ayn Rand, o della scuola filosofica oggettivista. Attenzione: io sono un grande estimatore dell'ideologia libertaria... Solo che questa forma di capitalismo è piuttosto diversa, quando la si paragona [alla terza forma] a quello che io chiamo "capitalismo illuminato" dell'Occidente ebraico e cristiano. [Il capitalismo oggettivista] è quello che davvero cerca di rendere gli uomini delle merci, di reificare le persone e di usarle.
A detta di Bannon il capitalismo clientelare è quello che si riscontra in Russia e in Cina. Bannon chiarisce che il capitalismo in cui le imprese concordano col governo, il "capitalismo" regolatore è nella sua essenza il capitalismo cui pensa il Partito Repubblicano: "La General Electric e le altre grandi imprese che se la intendono con il governo federale non sono esempi di quello che considereremmo capitalismo della libera impresa. Noi stiamo dalla parte dei capitalisti imprenditori, loro no. Loro fanno corporativismo. Vogliono sempre più potere di monopolio, e sono in combutta con il governo per questo." Insomma, il suo fastidio per il Partito Repubblicano è dato dal fatto che il partito avrebbe tradito la "base lavoratrice" plasmata ai tempi di Reagan. Tutti "detestabili" traditi dallo establishment, da quelli che Bannon derubrica a "classe dei finanziatori".
Peggio che mai, la sinistra liberal che costituisce il principale oggetto del viscerale rancore di Bannon sarebbe riuscita ad unire il capitalismo clientelare al pensiero oggettivista di Ayn Rand.A suo dire questo, insieme ad un laicismo culturale militante, ha di fatto messo all'angolo e tolto di mezzo i valori morali (ebraico-cristiani) dell'AmeriKKKa del XIX e del XX secolo:
Quando il capitalismo era al suo punto di maggior fulgore, e diffondeva i suoi benefici alla maggior parte del genere umano, quasi tutti quei capitalisti credevano fortemente nell'Occidente ebraico-cristiano. Partecipavano attivamente alla fede ebraica, partecipavano attivamente alla fede cristiana, avevano le loro credenze e la forza delle loro credenze si manifestava nel lavoro che svolgevano. Io penso fosse una cosa di enorme importanza, una cosa con la quale abbiamo davvero perso ogni contatto. Lo vedo nella Wall Street di oggi, lo vedo nella cartolarizzazione di tutto, a tutto si guarda come ad un'opportunità di cartolarizzazione. Le persone vengono considerate merci. Io non credo che i nostri antenati credessero in queste stesse cose.
Ora, negli ultimi dieci giorni [metà novembre 2016, n.d.t.] Wall Street e i mercati finanziari hanno mostrato piena fiducia nel fatto che Trump intenderebbe imporre un allentamento di ogni regola all'industria finanziaria, gratificarla di una diminuzione delle tasse e regalarle una manna di stimoli fiscali. Lo Standard and Poors non fa che salire allegramente dall'inizio del mese.
A prima vista si tratta di una prospettiva plausibile. Si potrebbe anche considerare la carriera finanziaria di Bannon (che ha lavorato per la Goldman Sachs e poi ha fondato una banca di investimenti che è una specie di boutique, la Bannon & Co.) come un attestato sufficiente a far esultare il mondo delle finanze. A farlo, però, si avrebbe torto. Bannon è spicciativo verso Wall Street almeno quanto lo è verso la sinistra. Vuole cambiarne da cima a fondo la cultura che vi è radicata. Come ha raccontato Bannon stesso, fu la grande crisi finanziaria del 2008 a radicalizzare le sue convinzioni. "Negli anni Ottanta la Goldman era come un seminario. Era un'esperienza monastica dove si lavorava come matti, ma era incredibilmente concentrata sul servizio al cliente, sul costruire e sul far crescere le imprese," dice. Secondo Bloomberg, "[Bannon] cambiò radicalmente idea... notando con orrore a come quelle che erano nate come imprese private, come la Goldman Sachs, erano diventate sempre più oggetto di influenze, organismi semipubblici che funzionavano come casino'. "Mi sono rivoltato contro Wall Street per la stessa ragione per cui lo facevano tutti: il contribuente ameriKKKano era costretto a patti odiosi per togliere dai pasticci gente che non lo meritava." Il film documentario di Bannon Generation Zero, del 2010, era una disamina critica del crollo finanziario di due anni prima.
Bannon, insomma, non è uno di quegli "amici" che lesina le critiche a wall Street.
La crisi del 2008, la crisi finanziaria intendo -dalla quale non credo siamo ancora usciti, sia detto per inciso- credo sia stata causata dall'avidità; soprattutto dall'avidità delle banche di investimento. Si pensi alla mia vecchia banca, la Goldman Sachs... Normalmente le migliori banche sono sottoposte ad una leva finanziaria di otto ad uno. Quando scoppiò la crisi del 2008, per le banche d'investimento il rapporto era di trentacinque ad uno. Un tizio di nome Hank Paulson aveva cambiato apposta le regole; Paulson era ministro del Tesoro. Anni prima, quando era presidente della Goldman Sachs, era andato a Washington a chiedere cambiamenti in tal senso. Questi cambiamenti fecero sì che le banche diventassero non delle banche d'investimento vere, ma dei fondi speculativi altamente sensibili ai cambiamenti nella liquidità. Ecco perché, detto esplicitamente, negli Stati Uniti non ci siamo mai davvero ripresi dalla crisi del 2008. Questa è una delle ragioni per cui lo scorso quadrimestre abbiamo avuto una crescita negativa, 2,9% in meno nonostante l'economia statunitense sia molto, molto solida.
Una delle ragioni è che non abbiamo mai identificato ed affrontato alla radice i problemi del 2008; tra questi soprattutto il fatto -pensateci- che nessuna accusa penale è mai stata mossa a nessuno dei banchieri coinvolti nella crisi del 2008. Ma c'è di peggio. A nessuno è stato revocato alcun bonus, alcuna prebenda. Quindi, parte dei principali cespiti della ricchezza che si sono presi nei quindici anni che hanno condotto alla crisi non sono stati per nulla colpiti, e penso che questo rappresenti una parte di ciò che alimenta la rivolta populista rappresentata dal tea party. Quindi penso si possano prendere molti, molti provvedimenti, soprattutto per rimettere in carreggiata le banche e far loro trovare un impiego per la liquidità di cui dispongono. Penso ci sia proprio bisogno di un repulisti generale nei bilanci delle banche.
Inoltre, sono convinto che si debba ripensare tutto quanto e fare in modo che le banche si comportino da banche: le banche commerciali prestano denaro, le banche d'investimento investono nelle imprese, e basta con la tratta di cose come i fondi speculativi e le cartolarizzazioni. Sono diventate delle operazioni di trading e di cartolarizzazione che non fanno rientrare capitali e non fanno davvero crescere le attività e l'economia. Io penso che sia l'intero settore, lo ripeto, è questo, è la crisi finanziaria del 2008 che ha causato questa rivolta populista. Quella rivolta, il suo svilupparsi, il modo in cui la gente se l'è presa con le banche e con i fondi speculativi non sono mai stati tenuti in debita considerazione per le loro conseguenze, ed hanno nutrito molta della rabbia portata avanti negli USA dal tea party.
Oltre al Partito Repubblicano, secondo Bannon anche il mondo finanziario avrebbe bisogno di una bella scossa. Una scossa culturale, oltre che strutturale. Ma a ben vedere neppure questo è il nucleo centrale della rivoluzione di Bannon. Quello che lui (e Trump) sembrano avere in mente non è una rivoluzione soltanto ameriKKKana, ma un rivolgimento mondiale. Le idee di Bannon su chi pottrebbe diventare interlocutore privilegiato per questo rivolgimento planetario fanno pensare che per l'Europa ed il Medio Oriente le conseguenze geopolitiche avranno una portata assai ampia. In primo luogo, Bannon ha detto che "questo movimento" non riguarda l'elezione di un solo individuo, ma rappresenta una rivolta diffusa in tutto il mondo, condotta da gruppi nazionalisti che si oppongono ad una élite globalista. "L'intero movimento presenta un aspetto comune in tutto il mondo... la gente vuole maggior controllo su quanto succede nel proprio paese. E vuole essere molto orgogliosa del proprio paese. Vuole delle frontiere. Vuole sovranità. Si tratta di una cosa che sta capitando ovunque. Lo si nota in Asia, in Europa, in Medio Oriente... e negli Stati Uniti."
In Vaticano nel 2014 un interlocutore aveva chiesto a Bannon se questi disparati movimenti diffusi ovunque (come appena descritto) ricevevano o meno sostegno dalla Russia, e se per caso non facevano che ripetere le idee dei russi; in questo caso si sarebbe dovuto guardare ad essi con preoccupazione. La risposta di Bannon fu molto interessante:
Penso che le cose siano un po' più complesse. Se andiamo a cercare i referenti di alcune di quelle che sono oggi le convinzioni di Vladimir Putin scopriamo che molti di essi si rifanno a quello che chiamo euroasianismo. Putin ha un consigliere che ha presente Julius Evola e vari altri scrittori dell'inizio del XX secolo che sono veri propugnatori di quello che viene chiamato movimento tradizionalista...
Una delle ragioni [per cui molta gente è attratta da simili concetti] è che penano che almeno Putin difenda le istituzioni tradizionali e che stia cercando di farlo da un punto di vista nazionalista. Penso che soprattutto in certi paesi le persone vogliano toccare con mano l'esistenza della sovranità, che vogliano il nazionalismo, che non credano in questa specie di Unione pan-europea o che, nel caso degli Stati Uniti, non credano al governo centrale. Preferirebbero un'entità basata sui singoli stati, quella stabilita dai fondatori all'origine, in cui le libertà erano controllate a livello locale.
Non sto giustificando Vladimir Putin e la cleptocrazia che egli rappresenta... Solo che noi, Occidente ebraico-cristiano, dobbiamo porre attenzione a quello che Putin afferma, finché a cosa rientra nei limiti del tradizionalismo, e soprattutto a ciò che afferma per sostenere il suo nazionalismo... Io penso che i paesi forti e i movimenti nazionalisti forti all'interno di ciascun paese possano essere interlocutori forti, e che l'Europa Occidentale e gli Stati Uniti siano sorti grazie a cose come queste, che sono poi quelle che ci attendono in futuro.
Insomma, Putin è un personaggio piuttosto interessante ed è anche molto, molto, molto intelligente. Lo noto negli Stati Uniti, in cui egli esercita molta attrattiva per i conservatori dal punto di vista sociale con il suo messaggio centrato sui valori tradizionali. Penso che sia una cosa cui dovremmo guardare con molta attenzione. Alla fin fine sono convinto che Putin e i suoi siano davvero una cleptocrazia e che rappresentino un potere imperialista di cui vogliono l'espansione. Nella situazione attuale comunque, in cui siamo davanti ad un nuovo califfato potenziale molto aggressivo -non è per metterli in secondo piano, ma la situazione oggi come oggi è questa- penso che per prima cosa si debba pensare a questo.
Due considerazioni, innanzitutto. La prima è che Bannon già nel 2014 e prima di far riferimento a Putin aveva illustrato al proprio pubblico che "ci troviamo in guerra contro il fascismo dello jihadismo islamico. Io penso che questa guerra stia producendo metastasi molto più velocemente di quanto il governo possa contrastarle". E poi continuava: "Io credo che verso l'Islam radicale si dovrebbe assumere un atteggiamento molto, molto aggressivo... Se considerate la lunga storia della lotta condotta dall'Occidente ebraico-cristiano contro l'Islam, penso che i nostri antenati siano stati coerenti, e penso che abbiano fatto la cosa giusta. Io penso che lo abbiano tolto dal mondo, che fosse a Vienna, a Tours o in altri luoghi". Quello che Bannon sembra suggerire è che il signor Putin e la Russia potrebbero benissimo essere degli alleati per questa "guerra".
In secondo luogo, Bannon ci dice che il signor Putin è "un personaggio interessante" e molto intelligente, e che bisogna considerare con attenzione le sue radici culturali e comprenderle. Bannon cita Julius Evola, un filosofo italiano, e il movimento tradizionalista dei primi anni del XX secolo. Bene, sia Evola che i tradizionalisti presentano aspetti che potrebbero ben accordarsi a Trump e a Bannon. Evola era radicalmente e cocciutamente antiliberale, e definiva il proprio punto di vista come maschile, tradizionalista, eroico e schiettamente reazionario. I tradizionalisti nel loro complesso inoltre pensavano che il difetto sostanziale del mondo moderno si trovasse nella sua negazione di una sfera metafisica all'esistenza umana e nella conseguente reificazione dell'essere umano. Un tema, questo, fondamentale in Bannon.
Se le radici culturali del Presidente Putin siano davvero queste, è materia che va oltre la questione. Bannon pensa di sì e, sia pure per allusioni, afferma che esiste qualcuno (il signor Putin) che condivide le nostre pulsioni istintuali e che sta combattendo il radicalismo islamico; qualcuno che "ci prende", al pari di Bannon e Trump, vale a dire qualcuno che comprende il movimento reazionario populista che interessa tutto il mondo, e che considera preziosi il concetto di sovranità e quello di nazione, non quello di globalismo, come essenziali per l'ordine internazionale. "Io penso che questo [inquadramento] possa portarci avanti", afferma Bannon. In altre parole, Bannon vedrebbe la Russia come interlocutore della "rivoluzione" di Trump, almeno in Europa.
Bannon ha ammesso che "sarà una lotta odiosa, lunga, estenuante". In un discorso in una riunione di conservatori ameriKKKani tenutasi nel 2013, affermava che "In questa città (Washington) esiste una tenace classe politica che comanda qui e che comanda in tutto il paese. Ed esiste un gruppo di libertari, di conservatori radicali, di conservatori del Tea Party e di conservatori favorevoli al concetto di governo limitato che sono qui per distruggerla. Sarà un brutto e duro lavoro, ma la realtà è questa. La gente non molla facilmente i propri privilegi".
Un'alleanza tra Stati Uniti e Russia, pur di limitata portata a causa delle inconciliabili divergenze che esistono tra le due parti, costituirebbe un grosso cambiamento per l'Europa sempre che si riesca ad arrivarci. Cambierebbe la carta geografica. Il bilancio dei poteri in Europa, che risale alla seconda guerra mondiale, ne risulterebbe rovesciato. Ed una guerra congiunta contro l'"Islam radicale" influirebbe per forza di cose sul quadro di alleanze che l'Occidente ha in Medio Oriente. Il Presidente Putin accoglierà di buon grado una rivoluzione di questo genere? Penso che si comporterà in modo molto cauto perché il cambiamento di rotta di Trump potrebbe essere inficiato, e piuttosto alla svelta, dalla crisi finanziaria. Il signor Putin cercherà di capire meglio quale potrebbe essere l'impatto di una simile concezione del mondo sui suoi rapporti con la Cina e con il Presidente Xi. E cercherà anche di capire meglio cosa pensi il signor Trump dell'Iran, che nella guerra contro l'Islam radicale rappresenta un attore di primo piano.
E se la "rivoluzione" di Bannon e Trump dovesse in qualche modo fallire? L'opinione corrente è che quelli di Davos si riprenderebbero la scena. Ma io sono scettico. Penso, come il dottor Paul Craig Roberts, che se Trump fallisce ci troveremo davanti ad una pesante ondata radicale.


domenica 29 gennaio 2017

Alastair Crooke - Gli ostacoli ai piani per la "crescita" di Donald Trump



Da Consortium News, 21 novembre 2016


Con ogni evidenza siamo giunti ad un punto di svolta. Il presidente eletto Trump vuole imporre drastici mutamenti di rotta ha percorso del suo paese. Il suo grido di battaglia che vuole una "AmeriKKKa di nuovo grande" evoca, e quasi certamente è fatto apposta per evocare, l'epica espansione economica ameriKKKana del XIX e del XX secolo.
Trump vuole invertire la rotta della delocalizzazione del lavoro americano; vuol far rivivere la base industriale del paese; vuole ridiscutere i termini del commercio internazionale; vuole la crescita; vuole posti di lavoro negli Stati Uniti, e vuole imporre una virata di centoottanta gradi alla politica estera ameriKKKana.
Così come si presenta si tratta di un'agenda piuttosto lodevole. Molti ameriKKKani desiderano proprio questo, ed il periodo di transizione in cui ci troviamo attualmente, in cui dettano legge l'evanescenza globale e la ricerca della crescita (qualunque cosa si intenda indicare con questo vocabolo) richiede veramente un approccio all'economia diverso da quello seguito negli ultimi decenni.
Raúl Ilargi Meijer ha affermato con perspicacia che una più grande autonomia
rappresenta il futuro del mondo, il mondo del dopo crescita e del dopo globalizzazione. Ogni paese ed ogni società ha bisogno di concentrarsi sulla autonomia, intesa non come una idealistica scelta di lusso, ma come una necessità. Non è una cosa cattiva o terribile come qualcuno vorrebbe che si credesse, e non è la fine del mondo... Non si tratta di una transizione idealizzata verso l'autosufficienza; è semplicemente e inevitabilmente l'unica cosa rimasta dopo che una crescita smodata ha finita col deragliare...
L'intera nostra visione del mondo e le nostre filosofie sono basate sul sempre di più e sul sempre più grande, e le nostre economie si basano per intero su questi concetti. Questo ci ha già resi incapaci di riconoscere il fatto che i nostri veri mercati sono in declino già da molti anni. Noi ci concentriamo sui dati dei mercati borsistici e così via, ed ignoriamo la rovina dei cuori pulsanti della nostra economia, le regioni ignorate dalle grandi rotte...
Donald Trump sembra proprio l'incastro adatto a questa transizione... Quello che importa [qui] è che egli promette di riportare il lavoro in AmeriKKKa ed è di questo che il paese ha bisogno... Non perché si possano esportare i nostri prodotti ma perché li si possa consumare qui, e venderli sul mercato interno... Non c'è nulla di sbagliato o di negativo se un ameriKKKano compra prodotti fabbricati in AmeriKKKa invece che in Cina. Non c'è nulla di sbagliato economicamente -e tantomeno moralmente- se le persone producono i beni cose di cui loro, le loro famiglie e i loro vicini desiderano e necessitano senza che questi debbano girare per mezzo mondo per un magro profitto. Almeno, non per l'uomo della strada. Non si tratta di una minaccia alla nostra 'società aperta' come vanno dicendo in molti. Questa apertura non dipende dal fatto che nei nostri negozi arrivano merci da oltre mille miglia lontano quando potremmo produrle noi stessi con grande beneficio per la nostra economia. La società aperta è una condizione mentale, che sia collettiva o personale. Non è un qualche cosa che si può vendere.
Sembra che il grande desiderio di Trump sia proprio questo. Non si tratta di una cosa priva di meriti, ma le cose sono cambiate: l'AmeriKKKa non è più quella che era nel XIX nel XX secolo, né in termini di risorse naturali da sfruttare né dal punto di vista sociale. E neanche il resto del mondo rimasto lo stesso. Il signor Trump, purtroppo per lui, può trovarsi a dover constatare che il suo compito principale non sarà la gestione di questo grande cambiamento di rotta, ma, più prosaicamente, il dover affrontare i venti tempestosi che si troverà davanti appena prenderà in mano il timone dell'economia.
In altre parole c'è la concreta possibilità che il suo ambizioso programma di riplasmare l'economia venga prematuramente inficiato dalla crisi finanziaria.
I venti di tempesta non sarà lui a suscitarli, e per la maggior parte sono di per sé oltre la possibilità di controllo da parte dell'uomo. Sono strutturali e sono molteplici. Essi rappresentano il risultato cumulativo della dottrina monetaria fin qui seguita, che caccerà il presidente eletto in un angolo ristretto. Qualunque percorso cercherà per uscirne, implicherà comunque degli effetti collaterali. Lo stesso vale per chiunque cerchi di imporre una rotta ad una qualunque nave statale nel mare dell'economia globale contemporanea. Paradossalmente, in un'epoca che si muove verso un maggior livello di autosufficienza, qualunque successo Trump possa conseguire non dipenderà dall'essere autonomi nella misura in cui gli piacerebbe. La sua politica estera in merito a questo cambiamento dipenderà dal trovare un terreno di interessi comuni con il signor Putin, e questo non dovrebbe essere troppo difficile; per gli aspetti economici invece questa virata dipenderà dalla abilità con cui Trump riuscirà a non mettersi a tu per tu con la Cina e a trovare un qualche modus vivendi con il Presidente Xi, e questo è meno facile.
"Le cose non sono più come prima". La teoria della complessità ciu dice che cercare di ripetere qualche cosa che una volta ha funzionato, in condizioni molto differenti, probabilmente non funzionerà in una successiva ripetizione. Nell'epoca di Clinton per esempio l'85% della crescita della popolazione statunitense derivava dalla parte della popolazione attiva. Il vento contrario che Trump dovrà affrontare è rappresentato dal fatto che per i prossimi otto anni l'80% della crescita della popolazione comprenderà gli ultra sessantacinquenni. E gli ultra sessantacinquenni non sono un buon motore per la crescita economica. Non si tratta di un problema esclusivamente americano; è anche una tendenza mondiale.
Secondo il blog Econimica "il picco di crescita nella popolazione attiva combinata (quella tra i quindici e i sessantaquattro anni) tra tutti i trentacinque paesi ricchi della OECD, il Brasile e la Russia è crollato dopo aver raggiunto il massimo nel 1981. La crescita annuale della popolazione attiva in questi paesi è crollato dai ventinove milioni annui in più ogni anno al milione scarso del 2016... ma da ora in avanti la popolazione attiva declinerà ogni anno.... Questi paesi rappresentano quasi i tre quarti della domanda mondiale di petrolio e beni esportati in generale. La loro popolazione attiva tuttavia continuerà a diminuire anno dopo anno da ora in poi, sicuramente per alcuni decenni e poi mentre per un tempo più lungo. La domanda globale di beni di quasi ogni genere è destinata a risentirne.

 (FFRindica il Federal Funds Rate: il tasso di interesse base negli USA)
Fonte: http://econimica.blogspot.it/2016/11/trump-lies-no-different-than-obama-or.html

Poi c'è la Cina. Anch'essa sta passando una difficile transizione dalla vecchia economia ad un'economia innovativa. Anch'essa a una popolazione che sta invecchiando ed un problema di debito, con un rapporto tra debito e prodotto interno lordo che sta arrivando a 247%. Trump pensa che la Cina stia tenendo deliberatamente basso il valore della sua valuta per accaparrarsi un indebito vantaggio commerciale e pensa anche di mettersi a tu per tu con il governo cinese su questa fondamentale questione.
Anche questo caso Trump ha ragione in parte, perché molti paesi stanno manipolando i loro tassi di cambio proprio per cercare di rubare un po' di crescita extra dal totale mondiale che sta diminuendo. Solo che, come si nota qui
Quello che in questo caso va bene per gli Stati Uniti [si tratta della salita del dollaro e dei tassi di interessi sulla scia delle anticipazioni della politica economica di Trump] non va bene invece per i mercati emergenti i mercati emergenti traggono benefici da un dollaro più debole, e non è questa la situazione verso cui stiamo andando. I mercati emergenti traggono beneficio dal fatto che il flusso globale dei capitali si muova nella loro direzione, e neppure questo sta succedendo. A febbraio i mercati emergenti erano in spiccato declino, un declino guidato da (1) un dollaro forte, dal (2) risalire dei tassi di interesse negli Stati Uniti e (3) dal rallentare della crescita cinese. Poi la Cina ha stimolato massicciamente il credito, la Fed è diventata sfrenatamente conciliante ed il dollaro è declinato rapidamente.
Nel corso dell'anno i tassi di interesse sono crollati. Una crescente quantità di dollari, euro e yen liquidi, alla ricerca di guadagni accettabili, è stata diretta sui mercati emergenti. Trump ha stimolato nuovamente la crescita del dollaro, ed il suo stimolo fiscale spingerà più in alto i tassi di interesse. Questo ha rovesciato il processo. [I dollari stanno rientrando]
ovviamente quelli di Pechino non vogliono trovarsi materialmente deboli in occasione del congresso del partito il prossimo autunno. Al momento però l'impulso che deriva dallo stimolo cinese del primo quadrimestre dell'anno ha quasi raggiunto il suo massimo.
In breve, Peters sta dicendo che con l'apprezzamento del dollaro e in un ambiente che facilita la risalita dei tassi di interesse, la crescita dei mercati emergenti nel loro complesso si indebolirà, dal momento che essi dipendevano dalla crescita cinese. Una volta essi erano solitamente legati alla crescita statunitense, ma oggi è la Cina che domina i loro flussi commerciali. Questo significa che se la Cina non cresce a risentirne sono i mercati emergenti. Il problema è questo: l'America può riprendere a crescere mentre la Cina ed i mercati emergenti ristagnano? Si tratta di un altro mutamento strutturale laddove fino ad oggi accadeva il contrario: se gli Stati Uniti non crescevano i mercati emergenti e la Cina ristagnavano. Adesso succede l'opposto.
Esistono altri mutamenti strutturali ovviamente che renderanno più difficile per le economie deindustrializzate dell'Occidente ricreare velocemente i posti di lavoro delocalizzati a suo tempo. In primo luogo l'innovazione e la tecnologia sono scivolate in modo sistemico verso est, spesso in direzione di una forza lavoro più competente e meglio istruita. Questo costituisce non soltanto un evento economico, ma anche una ridistribuzione del potere. In ogni caso, la tecnologia in questa nuova epoca distrugge posti di lavoro più che crearne.
In un certo senso il piano economico di Trump per portare di nuovo l'America al lavoro attraverso grossi progetti infrastrutturali finanziati col debito si ispira all'epoca di Reagan, che è stato anche un periodo di dollaro forte. Ma anche in questo caso "Le cose oggi non stanno come stavano a quei tempi". All'epoca l'inflazione era al 13%, i tassi di interesse attorno al 20%, e soprattutto il rapporto tra debito e prodotto interno lordo negli Stati Uniti era solo del 35%.
All'epoca, come ha suggerito Jack Richards, il dollaro forte veniva deliberatamente lasciato alla deflazione e i tassi di interesse non potevano fare altro che scendere. Si era all'inizio di tre decenni di boom per i titoli di Stato, un trentennio finalmente giunto a conclusione in coincidenza con l'elezione di Trump. Oggi l'inflazione non può far altro che salire, al pari dei tassi di interesse, ed il mercato dei titoli di Stato non può che scendere. In modo pericoloso.
Trump in queste condizioni può far crescere l'economia e i posti di lavoro spendendo nelle infrastrutture? Beh, il vocabolo crescita è ambiguo e mutevole. Il grafico a sinistra qui sotto "mostra entrambi i lati dell'equazione... La crescita annua del prodotto interno lordo e la crescita annua del debito federale si sono verificate in concorso per costituire la cosiddetta crescita. Il secondo grafico a destra mostra il prodotto interno lordo annuale, una volta sottratta la crescita annuale del debito federale contratto per arrivare proprio a quella crescita del prodotto interno lordo." In altre parole a differenza di quanto succedeva agli inizi dell'epoca di Reagan, negli ultimi anni il debito non produce alcuna crescita, ma per lo più solo altro debito.

 Fonte: http://econimica.blogspot.it/2016/11/trump-lies-no-different-than-obama-or.html

Di fatto il secondo grafico non fa che rispecchiare la diluizione del potere d'acquisto di cui è responsabile la stampa di nuova moneta. Il potere d'acquisto diminuisce per il consumatore ameriKKKano e, tramite l'intermediazione del settore finanziario, passa ad altre entità che sono per lo più organizzazioni finanziarie e società che riacquistano proprie quote. Si tratta della deflazione del debito: il consumatore ameriKKKano finisce per disporre di meno ricchezza e di meno potere d'acquisto, inteso come residuo di reddito spendibile a discrezione.
Il punto è che la "crescita" sta diventando ovunque un fenomeno più raro. Anche la Russia e la Cina, come tutti gli altri, sono in cerca di nuove fonti di crescita.
Il debito è proprio il diavolo che può mettere la coda in tutti i calcoli di Trump. un "piano di miglioramento infrastrutturale da mille miliardi di dollari, unito alla sua proposta di ricostruire le forze armate farà crescere in maniera significativa il deficit annuale, almeno nel breve termine. Di fatto il deficit sta già salendo: l'ammanco per l'anno fiscale 2016 è passato a 587 miliardi dai 438 dell'anno prima. Un aumento del 34%... Inoltre, le politiche protezioniste di Trump comporterebbero un dazio del 35% su determinate importazioni o imporrebbero la produzione degli stessi beni all'interno degli USA a prezzi molto più alti. Ad esempio, l'aumento nel costo del lavoro per i beni prodotti in Cina sarebbe del 190%, tenuto presente il salario minimo reso obbligatorio dalla legge federale che tocca al lavoratore negli Stati Uniti. Di qui la crescita dell'inflazione." Insomma, l'autosufficienza impilca costi interni più alti e l'aumento dei prezzi per i consumatori.
Il debito crescerà. E pare sia già in atto uno sciopero dei compratori contro il debito di stato degli USA: ben più di un terzo su un totale di mille miliardi di dollari di buoni del tesoro era già stato venduto dalle banche centrali straniere fino al 31 agosto del 2016.

Fonte: http://www.zerohedge.com/news/2016-11-16/saudis-china-dump-treasuries-foreign-central-banks-liquidate-record-375-billion-us-p 

...E chi è che li sta comprando? Il grafico mostra l'andamento degli acquisti, in percentuale del debito totale per cui il Tesoro ha fatto delle emissioni. Le banche centrali straniere sono scomparse. I cinesi non comprano più buoni del tesoro statunitensi dal 2011.

In alto, chi ha acquistato il debito messo in commercio, in percentuale e per periodo.
Fonte: http://econimica.blogspot.it/2016/11/trump-lies-no-different-than-obama-or.html

A comprare è il pubblico statunitense. Il pubblico statunitense sarà disposto a reggere i mille miliardi di spesa pazza di Trump per le infrastrutture? O il denaro necessario verrà stampato, diluendo ulteriormente il potere d'acquisto del consumatore ameriKKKano? La trasformazione di questa infatuazione per le infrastrutture in un aumento della crescita economica sta in gran parte in questa risposta. Ovviamente, in borsa le imprese di costruzioni andranno bene.
Morale della favola, secondo Michael Pento:
Se i tassi di interesse continuano a salire non sarà solo il prezzo dei buoni del tesoro a collassare. La stessa sorte toccherà ad ogni valore mobiliare cui è assegnato un valore al di fuori del cosiddetto "tasso di ritorno privo di rischio" offerto dal debito sovrano. Si imparerà allora la dolorosa lezione che l'aver mantenuto per gli scorsi novanta mesi una politica di tassi a zero non era iniziativa del tutto priva di rischi. I tassi di interessi negativi hanno causato una vistosa distorsione nel prezzo di molti asset, tra i quali il debito societario, i buoni emessi dalle amministrazioni locali, i fondi di investimento immobiliari, le obbligazioni per anticipo sui crediti, i valori di borsa, le merci, le auto di lusso, le opere d'arte, tutto quanto produce un reddito fisso e quanto dipende da essi, e tutto quello che c'è in mezzo; tutte cose che crolleranno tutte insieme con l'economia globale.
Normalizzare il tasso di rendimento dei titoli di stato farebbe molto bene all'economia nel lungo termine perché è necessario comporre in qualche modo i grossi squilibri economici oggi esistenti. Invece, il Presidente Trump non vuole sentir parlare della depressione che arriverà con il crollo del settore immobiliare, delle borse e del prezzo dei titoli di stato.
A dire il vero, per tutta la durata della sua campagna elettorale Trump non ha fatto che ripetere che chiunque avesse vinto le elezioni avrebbe dovuto affrontare una crisi finanziaria già al momento della salita in carica, a gennaio. Magari non si troverà ad affrontare i "violenti venti contrari" del quantitative easing e della bolla dei titoli di stato, come certi esperti hanno predetto, ma molti altri, secondo una ricerca condotta dalla Bank of AmeriKKKa su 177 gestori di fondi che controllano titoli per poco meno di mille miliardi di dollari, si attendono "un crollo dei titoli di stato dovuto a stagflazione".
Tutto questo ha implicazioni politiche di vasta portata. Trump si sta preparando, nientemeno, a cambiare completamente l'economia e la politica estera statunitensi e lo sta facendo mentre molti dei seguaci delle élite liberali sono così adirati per il risultato delle consultazioni da rifiutare completamente la sua legittimazione. E con le stesse élite rimaste impietrite davanti a questo rifiuto del processo democratico statunitense. Si stanno organizzando movimenti per indebolire la sua presidenza (si veda ad esempio qui). Se Trump si troverà ad affrontare una situazione finanziaria tempestosa intanto che in patria imperversano rabbia e disordini, le cose potrebbero mettersi piuttosto male.