mercoledì 23 agosto 2017

Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani


La barzelletta che dà il titolo a questo scritto viene ripetuta alla fine di agosto 2017 da molti buoni a nulla con la cravatta[*] lautamente retribuiti per frequentare ristoranti, scribacchiare in giro, ingrassare, vestire con eleganza e rappresentare in varie sedi e in modo più che fedele l'elettorato del "paese" dove mangiano spaghetti.
Dal loro punto di vista hanno tutti i motivi di questo mondo, visto che il 17 del mese sedicenti appartenenti al sedicente Stato Islamico hanno dato prova in Catalogna di pessime capacità militari ed organizzative: basti pensare che per uccidere una quindicina di persone dalle competenze e dalle responsabilità militari presumibilmente nulle hanno sacrificato un pari numero di combattenti e provocato la distruzione della propria cellula.
Ora, in questa sede ci si è già espressi fino ad annoiare -e con molta chiarezza- sul conto della "libera informazione" e della politica con cui essa ha rapporti di endorsement; è sempre stato impossibile deriderne e confutarne tutte le alzate d'ingegno, perché la propaganda e la politica dispongono di fondi quasi inesauribili ed è impossibile per le persone serie -che per vivere sono costrette a lavorare- pensare ad una controbatteria minimamente efficace.
Tuttavia, repetita iuvant. Se da più di quindici anni la "Libera informazione" e la politica rappresentativa indicano come terrorista chiunque derida o confuti il collodio con cui sporcano la vita delle persone serie, il minimo che si possa fare è riportare di nuovo una definizione di terrorismo ad uso delle persone serie, e raffrontarla con la definizione di terrorismo ad uso di politici e gazzettieri.
Le persone serie considerano terrorismo la costellazione di comportamenti messi in atto da chiunque provi, con strumenti, mezzi, strategie belliche e comunicative, a rendere difficoltoso il tranquillo svolgersi della vita sociale in un dato contesto aumentando nei soggetti e nei gruppi sociali individuati come bersagli (o che come tali si autopercepiscono) il timore di rimanere vittime di attacchi imprevedibili ed influenzandone in ultimo il comportamento.
I politici e le gazzette considerano terrorismo qualsiasi cosa non procuri loro un reddito.
L'assunto gazzettiero, dunque, ascrive all'Islam chiunque utilizzi determinati sistemi. Non possiamo che unirci ai nostri lettori nel sincero moto di scherno che merita una simile affermazione.
Non meno importante, a ulteriore ridicolizzazione dell'assunto, è ricordare ancora una volta che le pratiche terroristiche sono state importate in Medio Oriente dalle formazioni sioniste del Lohamei Herut Israel, abbreviato in Lehi e detto "Banda Stern" dai britannici che ne sottolineavano le pratiche da gangster, e dall'altrettanto sionista Irgun.
Che hanno trovato nel corso dei decenni imitatori più o meno efficaci.


[*] Uno fra i tanti l'inutile Andrea Cangini, che lo ha affermato nuovamente sulle pagine de "La Nazaione" di Firenze. Di cui ricordiamo con piacere l'autorevolezza.

venerdì 11 agosto 2017

Alastair Crooke - In USA si gioca alla politica con il futuro del mondo



Traduzione da Consortium News, 6 agosto 2017

Finalmente il Congresso degli Stati Uniti ha emesso qualche legge, e lo ha fatto con l'approvazione quasi unanime da parte di esponenti di entrambi i partiti. Il problema è che al centro dei provvedimenti non troviamo un riflesso profondo degli interessi ameriKKKani in politica estera, quanto il desiderio di danneggiare il presidente degli Stati Uniti e di impedirgli per il futuro qualsiasi accordo con la Russia. Della preoccupante spinta verso uno scontro con la Russia insita in questa iniziativa o dei danni collaterali che essa comporta per gli altri nessuno si interessa.
L'obiettivo era quello di mettere all'angolo il presidente Trump; una questione che è passata davanti a qualsiasi altra considerazione, prima fra tutte l'eventualità che il resto del mondo ne deducesse che l'AmeriKKKa non ha alcuna capacità di seguire una politica estera coerente o addirittura di averne una, a fronte dello scontro in atto sul piano interno. Si tratta di una questione fondamentale. Per la grande maggioranza dei senatori e dei deputati democratici e repubblicani, abbattere "il Donald" è tutto, e al diavolo le conseguenze che questo ha per l'AmeriKKKa sul piano mondiale.
La senatrice Dianne Feinstein, democratica per la California, ha tranquillamente affermato che le preoccupazioni degli alleati degli USA passano in secondo piano rispetto alla necessità di punire la Russia per le sue interferenze nel processo elettorale. A chi le chiedeva se la cosa riguardasse anche gli interessi dell'Unione Europea uno dei principali promotori della legge, il repubblicano dell'Arizona John McCain ha detto semplicemente "Non che io sappia. Sicuramente non riguardano lo specifico della mia iniziativa."
Un altro dei promotori, il democratico del New Jersey Bob Menendez, ha laconicamente risposto alla stessa domanda: "Non moto, ad essere sinceri."
McCain poi ha affermato con noncuranza che sostanzialmente "tocca all'Unione Europea adeguarsi al provvedimento, non al provvedimento adeguarsi ad essa."
Il presidente degli Stati Uniti non aveva altra scelta che firmare la legge, questo però non significa che la diplomazia abbia le mani completamente legate. Come ci si attendeva, il presidente ha emesso una dichiarazione all'atto della firma (consultabile qui) in cui pur accettando il mandato del congresso Trump si è soffermato sul nuovo sconfinamento del Congresso in quelle che sono le prerogative del presidente (secondo articolo della costituzione) in materia di politica estera, e si è riservato il diritto di decidere su come tradurre in pratica il mandato del Congresso rispetto ai negoziati a quattro sull'Ucraina. Trump dispone di un po' di spazio di manovra, specialmente sul modo di tradurre (o non tradurre, come sembrerebbe il caso) in termini operazionali la legislazione, ma sicuramente non ne dispone per ammansire l'Europa o, in maniera più attinente, per convincere la Russia che l'AmeriKKKa adesso ha qualcosa di concreto da offrire o, se l'offerta si concretizzasse, che ha modo di tenere ad essa fede. In altre parole, per la Russia gli USA non sono davvero in condizione di stringere degli accordi.


La dichiarazione di Medvedev

Il Primo Ministro russo Dimitri Medvedev ha scritto in risposta:
"La firma delle nuove sanzioni contro la Russia e la loro traduzione in legge da parte del presidente degli Stati Uniti a varie conseguenze. In primo luogo questa è la fine di qualunque speranza di migliorare le nostre relazioni con la nuova amministrazione statunitense. Secondo, gli Stati Uniti hanno appena dichiarato una vera e propria guerra commerciale alla Russia. Terzo, l'amministrazione Trump si è dimostrata oltremodo impotente, e nella maniera più umiliante, perché il congresso si è arrogato i poteri dell'esecutivo. Questo indica un mutamento dei rapporti di forza nei circoli politici degli Stati Uniti.
Cosa significa tutto questo per gli Stati Uniti? Lo establishment ameriKKKano ha messo Trump completamente fuori gioco. Il Presidente non approva queste nuove sanzioni ma non ha potuto evitare di firmare la nuova legge. Lo scopo di queste nuove sanzioni era rimettere Trump al suo posto. Il loro obiettivo a lungo termine è quello di rimuovere Trump dalla sua carica."
Le norme fondamentali nella nuova legge vanno sotto il titolo di The Russia Sanctions Review Act of 2017. Questo capo traduce in legge le sanzioni imposte in passato alla Russia dalle amministrazioni precedenti, e proibisce al presidente di alleviare qualunque sanzione in vigore contro la Russia senza il previo consenso del congresso la legge stabilisce che la procedura per arrivare a questo consenso di chiedere al presidente di inviare al congresso un rapporto che attesti e che riporti i presunti benefici che gli Stati Uniti conterrebbero dall'abolizione di questa o di quella sanzione in congresso poi può decidere un dibattito sulla relazione presidenziale e nel merito dei suoi argomenti sul potenziale do ut des che fa da giustificazione all'iniziativa proposta. Alla luce del dibattito il congresso può a quel punto considerare spedirsi favorevole o contrario entro i 30 giorni dal ricevimento della relazione presidenziale.
L'influente sito Lawfare specifica comunque che "il provvedimento è abbozzato in maniera piuttosto lasca così da contemplare azioni che abbiano un qualsiasi effetto di alleggerimento nonostante non si possa propriamente parlare di abolizione formale di qualche sanzione. Per esempio è necessaria una verifica del congresso anche per un'esenzione, "la concessione della licenza che altera in maniera significativa la politica estera degli Stati Uniti nei confronti della Federazione Russa", e per qualsiasi altra iniziativa che permetta alla Russia di accedere nuovamente ai beni immobili posseduti nel Maryland e a New York."
in breve il congresso si è dato 30 giorni di tempo per esprimere voto contrario su qualsiasi cambiamento Trump cerchi di imporre alla politica estera nei confronti della Russia.


L'offesa all'Europa

La sostanza è questa, il provvedimento presenta altri piccoli addentellati. La legge colpisce il settore energetico russo, permettendo agli Stati Uniti di emettere sanzioni contro le società interessate allo sviluppo degli oleodotti russi. Esso "andrebbe quasi di sicuro ad impattare sul controverso progetto di oleodotto tra Russia e Germania noto come Nord Stream 2, che è di proprietà della Gazprom ma include anche il sostegno finanziario di società europee. Il progetto intende portare attraverso il Mar Baltico il gas naturale russo, aggirando paesi come l'Ucraina, la Polonia e negli Stati baltici," come riferisce il New York Times.
Qualcuno può considerare tutto questo come una semplice risposta alla pretesa intromissione russa negli affari interni degli Stati Uniti (come ha detto Feinstein), ma i sondaggi, anche quelli della CNN, indicano che l'establishment ha ovvi limiti politici -che interessano entrambi i partiti- nell'utilizzo del "Russia Gate" come sistema per mobilitare e accrescere il sostegno del pubblico alla rimozione del Presidente Trump. I sondaggi indicano che il 79% dei repubblicani non è "per niente" o "non molto" preoccupato per i pretesi legami di Trump con la Russia, mentre la stessa proprorzione di democratici è "molto" o "abbastanza" preoccupato. il 55% degli indipendenti in seno ai repubblicani è al 37% "per niente"preoccupato, e al 18% lo è "non molto". In sostanza il sostegno repubblicano al desiderio di Trump di arrivare alla distensione con la Russia non si è minimamente eroso, laddove la "preoccupazione" degli indipendenti e anche quella dei democratici ha invece perso qualche punto.
L'essenza è questa: la conventicola che sta attorno all'ex capo della CIA John Brennan e ad altri ha messo il cappello sul "Russia gate" per abbattere Trump, gridando allo scandalo. Solo che molto spesso le cose mandate in giro alla fin fine ritornano al mittente. A meno che l'establishment non riesca a reggere il ritmo delle illazioni e a produrre nuove rivelazioni, il "Russia gate" rischia di diventare una narrativa sterile, o un'imbeccata per la satira. Peggio, un tema tanto insistito potrebbe ritorcersi contro chi lo ha alimentato. Ci potrebbero anche essere altri scheletri nell'armadio... ma di pertinenza dell'altro partito: chi ha pagato ad esempio la Fusion GPS, cui è stato commissionato il libro nero contro Trump? La storia dell'assassinio di Seth Rich potrebbe arrivare ad una svolta? Ancora, l'ex impiegato dei servizi informatici della presidentessa del Comitato Nazionale Democratico Imran Awan, recentemente arrestato, imporrà alla narrativa un tono diverso? O c'è ancora qualcosa da svelare?


Le sanzioni vaghe

Fin dove arriverà la tensione antirussa? Il Ron Paul Institute intravede in un paragrafo della legge la possibilità che i siti Web che si esprimono contro le sanzioni potrebbero essere considerati collusi con i servizi segreti russi, perché starebbero cercando di influenzare i lettori secondo i loro dettami. Potrebbe essere interpretato come una relazione di scambio, sia pure attraverso Internet? La legge sanziona specificamente le "persone" che "intraprendono relazioni di scambio con i servizi o il settore della difesa del governo della Federazione Russa."
Secondo l'autore a prima vista si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione esagerata. "Dopo 12 anni passati a leggere i documenti di Capitol Hill, vi posso garantire che non si tratta mai di cose scritte in maniera semplice e descrittiva. Esiste sempre qualche sottinteso, ed in questo caso dobbiamo tenere presenti le molte occasioni in cui il direttore centrale dei servizi ed altri personaggi ai piani alti dei servizi di intelligence statunitensi hanno cercato di imporre l'idea che i canali di informazione stranieri come RT o Sputnik News non sono stampa tutelata dal Primo Emendamento, ma strumenti di un'organizzazione di intelligence straniera."
Non c'è dunque più speranza per Trump di arrivare alla distensione con la Russia? È troppo presto per dirlo, a mio parere. Medvedev ha parlato senza mezzi termini, ma le sue fosche previsioni forse intendono più ricordare agli statunitensi che le loro relazioni con la Russia non sono un giochetto della loro politica interna non una questione estremamente seria. D'ora in avanti, qualunque atto politico di una qualche rilevanza tra Stati Uniti e Russia sarà considerato in sospeso a tempo indeterminato.
La questione più essenziale è se lo stato profondo statunitense non abbia fatto il passo più lungo della gamba. Prima c'era questa lista di sanzioni, poi è arrivata la notizia che il consigliere speciale Robert Mueller, parte in causa nell'investigazione sui potenziali abboccamenti col Kremlino della campagna elettorale di Trump, sta avvalendosi di un Gran Giurì per emettere mandati di comparizione. L'uso di un Gran Giurì non impica per forza una messa in stato d'accusa, ma è uno strumento che serve a costringere i testimoni a prestare testimonianza, o a imporre la consegna di documenti sensibili che possano facilitare le cose per gli investigatori.
Questo segno di un atteggiamento ancora più aggressivo nella ricerca di prove favorevoli al "Russia gate"; la ricerca ormai interessa tutta la sfera finanziaria della famiglia Trump. Non è che ci si sta allargando troppo? A tutt'oggi non è stato provato alcun illecito.
Come già detto, la base repubblicana che sostiene Trump (a differenza del sostegno che gli arriva dallo establishment del partito) non mostra segni di erosione; sta diventando invece risentita ed irritata. Più vanno avanti gli attacchi da parte dei grandi mass media e della elite della costa orientale nei confronti della stampa alternativa e dei siti Web "disprezzabili" e più aspra sembra diventare la reazione. Oggi come oggi le divisioni in AmeriKKKa sono divenute troppo aspre perché si possa anche solo pensare che essa possa in qualche modo far tornare indietro il nastro e ricominciare dal momento in cui Obama ha lasciato la carica, come se Trump non fosse mai esistito.


Una strategia incoerente

La politica estera ameriKKKana nei confronti della Russia è al momento ridotta a un fantasma; tuttavia i malfunzionamenti della politica hanno una portata assai più ampia, e di questo non si può incolpare lo Stato profondo. La politica mediorientale non ha coerenza strategica, semplicemente.
Il 25 luglio Trump, a fianco del Primo Ministro libanese Saad Hariri, ha sbrigativamente definito il Libano con questo apprezzamento: "il Libano è sulla linea del fronte nella lotta contro lo Stato Islamico, contro al Qaeda e contro Hezbollah." Hariri ha dovuto correggere con educazione il presidente: Hezbollah è un membro della sua coalizione di governo, fa parte del suo governo ed è suo alleato in Parlamento. Il Libano sta combattendo lo Stato Islamico ed al Qaeda in Siria proprio tramite Hezbollah.
Non si dovrebbe considerare questo pur banale incidente come una delle tante papere presidenziali. Esso è un sintomo del grado di disadattamento raggiunto dall'Occidente nel contesto mediorientale. Sembra che nel campo occidentale non si trovi un solo individuo adulto e che vi abbondi soltanto una rabbiosa ignoranza che a comprendere la complessità del contesto mediorientale non ci prova neppure.
Joe Scarborough riassume bene la situazione in un articolo in cui, pur profondendo molte lodi sulle qualità personali della famiglia Trump, mette in guardia contro "l'ostinata arroganza che spesso inficia l'aspetto vincente delle campagne presidenziali." La vittoria di Trump ha portato suo genero a credere "di poter rifare il governo da cima a fondo come Al Gore, di controllare la Casa Bianca in ogni dettaglio come James Baker e di ridisegnare il Medio Oriente come Mosè. Sembra che la fiducia di Kushner arrivi a toccare il proprio apice," continua Scarborough, "ogni volta che è in discussione la pace in Medio Oriente. La sua curiosa convinzione che la storia del mondo sia iniziata il giorno che Trump si è insediato alla presidenza è venuta nuovamente alla luce questa settimana quando una registrazione clandestina lo ha sorpreso mentre diceva al personale della Casa Bianca: "Non vogliamo lezioni di storia. Di libri ne abbiamo letti abbastanza."
Ecco, probabilmente di libri sull'Iran dovrà leggerne qualcuno in più prima di decidere di accusarlo di non rispettare il JCPOA, l'accordo che pone limiti stringenti al programma nucleare iraniano. Kushner non deve per forza apprezzare l'Iran, ma semplicemente capire che si tratta di una importante potenza regionale, che le "divisioni" al suo comando sono vere e che a differenza della maggior parte dei paesi mediorientali in caso di bisogno è capace di agire in modo scaltro, efficace e deciso.


La cattiva gestione di una crisi

La sensazione che l'Occidente manchi di competenze strategiche non riguarda soltanto gli avversari di Trump. L'Iran utilizza le accuse statunitensi di violazioni degli accordi come mere pezze d'appoggio per rafforzare la propria alleanza con la Russia e la Cina che in via di rapido consolidamento. Lo scontento ha trovato anche una inattesa sponda nello stato sionista; si consideri ad esempio questo scritto, opera di quel Ben Caspit che è uno dei giornalisti meglio ammanicati del paese.
L'episodio è meglio illustra la situazione si è verificato la scorsa settimana quando la crisi sul Monte del Tempio ha minacciato di investire tutto il Medioriente in un deflagrazione iniziata nella moschea di al Aqsa. Per tutta la durata della crisi l'amministrazione statunitense di fatto si è comportata da assente ingiustificata. Nonostante essa abbia cercato di farsi credere profondamente coinvolta negli sforzi per arrivare ad una soluzione, la verità è che gli ameriKKKani non hanno rappresentato un elemento significativo durante i giorni più tesi della crisi, quando sembrava che tutto il Medio Oriente sarebbe precipitato in una nuova spirale di violenza.
Lo stesso presidente Trump non era certo coinvolto negli eventi come l'amministrazione voleva far intendere. Il suo inviato speciale Jason Greenblatt ha perso il proprio ruolo di mediatore imparziale fin dai primissimi giorni della crisi. Una affidabile fonte palestinese ha detto sotto condizione dell'anonimato ad Al Monitor che "Greenblat si è schierato, ed ha rappresentato Netanyahu per l'intera durata della crisi... Il comportamento degli ameriKKKani non ha fatto altro che rafforzare l'idea prevalente negli scorsi giorni a Ramallah: Greenblatt e Jared Kushner non hanno alcuna rilevanza."
"Non conoscono affatto l'altra parte in causa, [ha detto a Caspit un'altra fonte palestinese] non conoscono il medio oriente e non hanno consapevolezza delle cose. Non si può venire a conoscenza di quanto sta succedendo qui con un seminario di qualche settimana..."
"Un ministro sionista di lunga esperienza ha aggiunto, a condizione di restare anonimo: 'Gli ameriKKKani non sono davvero presenti qui. Ci lasciano fare tutto quello che vogliamo. Non sono loro a tenere banco, e non sono loro a definire le cose da fare.'
Ovviamente questa libertà d'azione quasi completa sarebbe il sogno della destra sionista. Ma anche nella destra sionista c'è chi sta cominciando a preoccuparsi per come stanno andando le cose. 'Era chiaro, per quanto poteva esserlo, durante la crisi del Monte del Tempio. Non c'era un solo adulto responsabile in tutta la banda.'"

martedì 1 agosto 2017

Alastair Crooke - Il crollo di alcuni capisaldi statunitensi



Traduzione da Consortium News, 28 luglio 2017.

Facebook è l'icona di chi crede in certi punti fermi. Poco tempo fa ha scritto a uno dei siti della "destra alternativa" statunitense informandolo del fatto che vari post da esso curati dovevano essere rimossi immediatamente o sarebbero stati cancellati.
I riferimenti offensivi erano la parola "travelli" per indicare i transgender, e la parola "travestiti." Il messaggio scritto da Facebook suggeriva inoltre che l'identità di genere costituisse una "caratteristica protetta" su base legale, cosa che non è vera, e che riferirsi ai transgender definendoli "travelli" poteva essere considerato "istigazione all'odio", ovvero un illecito penale.
In sé è una questione di rilevanza nulla, non fosse per il fatto che è un perfetto esempio della discussa visione delle cose che ingloba la società civile statunitense di oggi. Da una parte c'è l'idea secondo cui la diversità, l'orientamento sessuale liberamente scelto e il diritto all'identità si traducano sul piano sociale in coesione e solidità. Dall'altra invece c'è l'idea di cui è esempio Pat Buchanan: un paese, ivi compresi i nuovi arrivati, sta insieme per lo più grazie al patrimonio di memorie, al retaggio culturale di usi e costumi, all'attaccamento a un certo "modo di essere" e per i principi che lo governano. Questo è quello che costituirebbe la fonte della solidità di un paese.
La questione, qui, è che i punti fermi dell'Occidente stanno franando. Insistere per gestire e controllare il discorso (per dirla con Michel Foucault) mantenendolo all'interno di un'ideologia politica strettamente delimitata attira adesso un pubblico disprezzo -e negli Stati Uniti anche manifestazioni di piazza- che si dirigono contro i media sociali e contro costituitivi del mainstream mediatico come la CNN. Insomma, più le parole d'ordine del caposaldo della diversità vengono imposte negli USA, e maggiore è la ripulsa popolare che incontrano, a quanto sembra.
I siti che si oppongono a questa "correttezza" stanno attirando un pubblico molto più vasto di quelli che la promuovono. Ma non è tutto qui. Anzi, non è neppure la metà. I capisaldi stanno cedendo su vari fronti, con ampie e probabilmente burrascose conseguenze.


Il caos in politica estera

Il settore in cui questo è più evidente è quello della politica estera in generale e della politica mediorientale in particolare. Il mainstream mediatico se ne è occupato poco, ma stando a certi resoconti il Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ancora una volta non è riuscito a presentare alcun argomento convincente su come l'AmeriKKKa potrebbe in qualche modo vincere in Afghanistan, anche con un sostanziale incremento della forza militare come auspicherebbe il consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster. La guerra in Afghanistan è stata una guerra lunga e nessuno ne trarrà un esito soddisfacente, anzi. E questo è da molto tempo chiaro per quasi tutti coloro che ne hanno seguito le vicende.
In secondo luogo, Hezbollah ha cacciato in pochi giorni Al Qaeda dalla enclave di Arsal nel Libano del nord. Il Libano confina con la Siria, proprio come vi confina l'Iraq, che della Siria è alleato. Facilitati dallo shock provocato sugli insorti dalle notizie sulla fine della fornitura di armi da parte della CIA e delle paghe passate ad alcuni (non a tutti) gruppi di insorti, l'Esercito Arabo Siriano e i suoi alleati stanno rapidamente rioccupando il territorio dello stato siriano. Sembra che gli USA siano arrivati alla conclusione che in Siria l'AmeriKKKa non ha nulla da guadagnare e che con la caduta di Raqqa e la sconfitta dello Stato Islamico la Casa Bianca può ritenere a buona ragione che gli obiettivi degli USA sono stati raggiunti.
In terzo luogo, il popolo iracheno ha subito una trasformazione significativa. La brutalità dello Stato Islamico e il totalitarismo ideologico nel Nord del paese lo hanno mobilitato e radicalizzato, e l'Iraq è oggi un paese in trasformazione. Anche il panorama politico cambierà: gli sciiti iracheni stanno prendendo coscienza del loro rafforzamento.
Il governo (che è impopolare) e la leadership religiosa, la Hauza rispettata ma oggi minata dall'età, devono per forza vedersela con questa nuova ondata di mobilitazione popolare. Questi profondi mutamenti di tendenza già si riflettono sul posizionamento strategico di un Iraq che si sta avvicinando alla Russia (si veda l'acquisto dei carri armati russi T90), alla Siria e all'Iran. La spina dorsale del Medio Oriente sta rafforzandosi, certo, ma seguendo un'altra strada.
Questo mutamento del clima può determinare anche il futuro dell'Islam sunnita. La maggior parte dei sunniti iracheni ha provato repulsione e disgusto davanti agli eccessi del Da'ish wahabita, al pari dei siriani di ogni confessione. I cittadini sunniti di Mossul, adesso liberi di raccontare la loro esperienza, hanno raccontato ai loro compatrioti iracheni (così mi è stato riferito) della perenne rabbia per le decapitazioni del clero sunnita della zona da parte dello Stato Islamico: c'erano state lamentele per il comportamento non conforme all'Islam di jihadisti stranieri parte del Da'ish a Mossul. Quella dell'Islam venuto dal Najd è stata una brutta esperienza, che alla fine avrà conseguenze sull'Arabia Saudita e sui suoi vertici -ferocemente odiati oggi in Iraq- oltre che sull'AmeriKKKa che dell'Arabia Saudita è un alleato stretto.
Insomma, i punti fermi della politica mediorientale dell'Europa e degli USA stanno collassando, ed è in crisi anche il baluardo presieduto dal Consiglio per la Cooperazione nel Golfo. Per quanto riguarda la Siria, lo starnazzare dei "falchi" esasperati risuona in tutto l'Occidente.
Ovviamente ci saranno delle conseguenze. Lo stato sionista asserirà minaccioso che "non può rimanere impassibile" mentre Hezbollah e l'Iran si acquartierano sulla linea armistiziale nel Golan, e magari cercherà di mettere alla prova la Russia come garante della zona di de-escalation militare nel sud ovest della Siria. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è particolarmente irritato perché lo stato sionista è stato messo fuori dai giochi in Siria ad opera del Presidente russo Putin: la speranza di creare un cordone sanitario sotto controllo sionista all'interno del sud ovest siriano è stata frustrata. Lo stato sionista e i suoi alleati adesso faranno forti pressioni sugli USA perché per rappresaglia si argini l'Iran in maniera punitiva.
Il nuovo reggente saudita, principe della corona Mohammed bin Salman detto MbS, costituisce un altro elemento imprevedibile e volatile in questo miscuglio. Nonostante ciò, il Pentagono sa bene che gran parte della spacconeria sionista nei confronti dell'Iran non è altro che un bluff. Lo stato sionista, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non hanno alcuna capacità di sfidare l'Iran così, da un giorno all'altro, senza il pieno sostegno dell'AmeriKKKa.


Vacillano i punti fermi dell'economia

Quello della politica economica è un altro bastione sempre più vacillante. Sembra che la convinzione diffusa fra alcuni leader del mercato secondo cui i valori azionari non possono salire all'infinito, retti da un oceano di liquidità e da tassi di interesse vicino allo zero, che significano volatilità vicina allo zero e scambi a senso unico, che hanno fatto somigliare i mercati ad una sorta di barca sovraffollata e sul punto di rovesciarsi, dal momento che tutti i passeggeri sono corsi a sistemarsi su un unico lato.
Alcuni fra quanti partecipano ai mercati sembrano convinti che i governatori delle banche centrali non avranno mai il coraggio di alzare i tassi o di  far deperire i propri bilanci, mandando in bestia i mercati. Tutti costoro, che fino a qualche tempo fa erano forse la maggioranza, credono che questa barca fatta di bassa inflazione e di bassi tassi di interesse continuerà a stare a galla praticamente a tempo indeterminato, magari con l'aiuto di un'altra ventina o cinquantina di migliaia di miliardi di quantitative easing, detto QE.
La questione è tutt'altro che nuova, ma in questi ultimi tempi un considerevole numero di responsabili della finanza di alto livello e anche alcuni banchieri delle banche centrali hanno scandito ammonimenti tombali sul conto delle alte sopravvalutazioni dei valori finanziari, sulle sacche di debiti sub-prime che stanno tornando a galla (i prestiti per le automobili) e i livelli del rapporto fra debito interno e prodotto interno lordo sia a livello individuale che a livello pubblico che stanno salendo oltre i valori della crisi del 2008.
Il debito globale ha superato cinquecentosessantottomila miliardi; il 46% in più rispetto alla crisi del 2008. Adesso vale il 327% del prodotto mondiale. Una massa critica di opinionisti finanziari esperti sembra se ne sia accorta. Essi contrappongono questa problematica distorsione monetaria e dei mercati alla prospettiva che un tetto al debito USA tagli nell'immediato futuro le gambe alle spese del governo federale, e alla probabilità che un Congresso profondamente minato dai conflitti e interessato da fenomeni di polarizzazione in entrambi gli schieramenti principali non potrà né approvare un bilancio, né portare alla "reflazione" vagheggiata da Trump, né varae una campagna significativa per la ricostruzione di infrastrutture.
Il loro timore è che esista una significativa percentuale di membri del Congresso e di senatori, in entrambi i partiti, talmente ostili a Trump da volerne vedere volentieri la rovina, anche a prezzo di una crisi economica. O che temono che se anche venisse approvato qualche provvedimento per stimolare l'economia, le banche centrali toglierebbero troppo velocemente ai mercati la massa di liquidità offerta loro. In un modo o nell'altro vedono tutti gravi rischi per quest'anno e per il 2018.
In breve, non solo la politica estera ma anche la politica finanziaria potrebbe trovarsi ostaggio della dissoluzione dei capisaldi della politica statunitense con tutto quello che ne consegue, ovvero la mancanza di quell'organismo efficiente, centralizzato e portatore di coesione che il governo ameriKKKano è stato e per come esso era noto fin dalla seconda guerra mondiale.


Invitare al rifiuto

Ed eccoci di nuovo all'ininfluente aneddoto citato all'inizio, su Facebook che cerca di rifondare il caposaldo narrativo secondo cui la scelta del genere apparterrebbe in maniera indiscutibile alle "categorie tutelate". Il problema è che questo caposaldo non regge. Più ci prova, più si fa ribadire, più rifiuti deliberati esso ottiene.
In maniera analoga, lo starnazzare dei falchi che invocano il ripristino dei vecchi caposaldi della politica secondo cui armare, addestrare e pagare jihadisti wahabiti per massacrare centomila soldati siriani (sunniti in molti casi, se non nella maggioranza) costituisce una tutela degli interessi ameriKKKani non regge più. Si consideri ad esempio David Stockman, il suo Bravo Trump, per quel tweet che ha messo sottosopra il partito della guerra (Trump: "Lo Amazon Washington Post ha distorto i fatti in merito alle mie ultime massicce, pericolose e sprecate elargizioni ai ribelli siriani che combattono Assad...").
La tiritera secondo cui si rimedia al troppo debito aggiungendovi altro debito, e che il conseguente crescere dell'inflazione andrebbe ben accolto in quanto mera conferma del fatto che è in atto proprio un recupero dell'economia, non regge più neanch'essa. Anche questo modo di intendere le cose è adesso oggetto di aspra disputa.
Persino i banchieri della banca centrale adesso si preoccupano dell'inflazione da loro stessi agevolata, ma si preoccupano anche di più delle conseguenze che potrebbe avere un qualunque tentativo di farle fronte. Stanno fra l'incudine e il martello.
Dove andremo a finire? Magari l'angoscia per le batoste subìte dagli USA in politica estera continuerà a dispiegarsi per l'intera estate, ma in autunno magari in USA ci sarà meno bramosia -o meno attenzione- per le iniziative in politica estera intanto che si avvicina l'inverno dell'economia. Nel peggiore dei casi il tumultuoso incombere del conflitto interno potrebbe anche far sembrare allettante l'idea di un'iniziativa in politica estera, che sarebbe un benvenuto diversivo rispetto alle preoccupazioni economiche.
In questo momento la retorica statunitense sta usando l'Iran e la Corea del Nord come sacche da boxe. Nessuno dei due tuttavia andrebbe considerato come un candidato per una qualche distrazione. Essi rappresentano piuttosto delle potenziali nemesi.
E per le preoccupazioni economiche, non servirebbe tanto un quarto quantitative easing, ma forse una qualche chiamata diretta a un ripianamento del deficit con una pioggia di denaro. Insomma, si dovrebbe usare denaro fresco di stampa per finanziare direttamente le spese federali. Ah, nella sua attività Trump non è mai rifuggito dai debiti.
Si dice spesso che le condizioni monetarie di questo periodo sono eccezionali e prive di precedenti. Tuttavia la storia degli assignat francesi degli anni successivi al 1790 può fornire qualche suggerimento. Nonostante la massiccia creazione di denaro, Andrew White, nel suo Fiat Money Inflation in France pubblicato nel 1896 afferma che "anche se è cresciuto l'ammontare della moneta cartacea, la ricchezza è sensibilmente diminuita. Nonostante tutte queste emissioni di carta le attività commerciali sono cresciute in modo sempre più stentato. L'impresa è rimasta congelata e gli affari hanno ristagnato sempre di più".
Infine è bene ssere chiari. Trump senza dubbio sta agevolando la dissoluzione dei capisaldi dello establishment, e questo era in fondo il suo obiettivo dichiarato. Solo che questo non sta accadendo grazie a lui. Si tratta di un evento che era già in corso: Trump se n'è accorto e si è messo a cavalcare l'onda al momento giusto. 

lunedì 31 luglio 2017

Al Decathlon di Lastra a Signa (FI), il bottegone dove uno scalino diventa un'area test.


Il securitarismo ebete che non conosce limiti e quella mercantilizzazione integrale dei rapporti sociali che da sempre indichiamo al sarcasmo e al disprezzo di chi legge producono risultati surreali da talmente tanti anni che ormai non li si nota quasi più.
A molta parte di questi risultati finisce per fare caso (per mancanza di abitudine) soltanto chi evita per quanto possibile di frequentare centri commerciali e bottegoni in genere.
Le foto vengono da un bottegone dove vendono articoli sportivi, il Decathlon di Lastra a Signa in provincia di Firenze.
Nel reparto si vendono quelle che una volta si sarebbero definite scarpe pesanti, magari con le suole vibram, e che adesso pare abbiano un sacco di nomi differenti di cui nulla ci interessa.



Nel mezzo del reparto c'è questo arnese, che ricorda un po' i giochi degli asili come quello qui sotto, solo che è molto più basso e molto più brutto.
L'utenza degli asili vi si accosterebbe giustamente con sufficienza, poendo magari ad alta voce e a dileggio qualche ovvio dubbio sulla funzione di questo coso.
Per non parlare dell'estetica.

In un contesto normale lo si chiamerebbe, sempre che qualcuno voglia curarsene, scalino di legno con dei sassi da una parte.
Qui no.
Qui lo chiamano area test.


Sopra l'area test lo scalino di legno con i sassi da una parte c'è un adesivo con una scritta.
Il contenuto è tale da strappare una risata sarcastica ad ogni rigo. 
Dev'essere frutto dell'intraprendenza di un ufficio legale reso folle dal terrore di dover risarcire qualche tatuato figlio di avvocati che mentre cercava di impressionare la poco vestita diciassettenne che si era portato dietro in lambretta atteggiandosi a futuro Reinhold Messner si è procurato un'allegra frattura esposta del malleolo.
Ai signori fruitori dell'area test.
Regolamento di accesso all'area test e di utilizzo della stessa.
Accesso all'area test
Decathlon Lasta [sic] a Signa mette a disposizione della propria clientela questo spazio per testare i propri articoli sportivi.
L'accesso all'area test è gratuito.
Per i minorenni, l'accesso all'area test è subordinato alla presenza di un genitore o di un accompagnatore maggiorenne.
L'area test non è sorvegliata. L'accesso ad essa si intende a rischio e pericolo dell'avventore con esclusione di ogni responsabilità di Decathlon S.r.l.
Si invitano gli avventori dell'area test ad utilizzare la massima diligenza e cura della stessa, a non imbrattare e a non recare disturbo agli altri utenti.

Decathlon Italia[*] S.r.l.

Fra i tanti motivi di scherno vale la pena di indicare che i fruitori cui è rivolto l'avviso non sono né clientiutenti, ma avventori; come quelli delle mescite.
Ah, se avete diciassette anni e trecentosessantaquattro giorni, non azzardatevi ad accedere.Nulla sfugge alla doppia sorveglianza delle telecamere di negozio e del personale addetto: risparmiate al vostro genitore o accompagnatore maggiorenne un DASPO urbano.




[*] Il vocabolo compare nell'orginale. Ce ne scusiamo come d'uso con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

sabato 22 luglio 2017

Matteo Renzi - Avanti


Il 21 luglio 2017 il boiscàut di Rignano sull'Arno ha presentato a Firenze il proprio ultimo libello davanti a circa trecento persone. Secondo i foglietti c'erano molti addetti ai lavori (nella penisola italiana ci sarebbero centodiecimila gazzettieri) il che significa che persino nella città che viene postulata più amica del ben nutrito e ben vestito segretario del "Partito Democratico" i sudditi hanno accolto l'evento con l'indifferenza che meritava.
Qualche chilometro più in là e più o meno in contemporanea un paparino anconetano di nome Diego Urbisaglia dava invece una più concreta e assai più credibile prova di che individui infarciscano i ranghi di quel "partito", vanificando con puntualità gli sforzi del boiscàut di presentarlo come diverso dai sedicenti avversari.
Avanti sembra richiamare nel titolo l'en marche francese, visto che da quelle parti in pochi mesi l'establishment è riuscito ad affidare a un certo Macron il compito di mandare avanti le cose con i soliti sistemi (più mercato, più galera, non ci sono alternative) e dovrebbe essere una specie di autobiografia apologetica cui non abbiamo alcuna intenzione di dedicarci. Bastano le velenose invettive di Alessandra Daniele, che con il suo autore ha un rancoroso conto aperto ormai da anni.
Da “Basta tasse” ad “Aiutiamoli a casa loro”, Avanti, il presunto nuovo libro-manifesto politico di Matteo Renzi, è fatto con gli avanzi della Lega.
La cosa non dovrebbe stupire nessuno.
Sotto la verniciata ipocrita di fuffa politically correct, il Cazzaro è sempre stato profondamente reazionario, e lo hanno abbondantemente dimostrato tutte le sue iniziative politico-economiche, dal Jobs Act all’abolizione dell’Articolo 18, da Salvabanche e Pacchetti Sicurezza, al tentativo di smantellare la Costituzione antifascista per istituire una dittatura della maggioranza relativa, dall’alleanza organica coi Marchionne e i Berlusconi, all’arrogante disprezzo che ha sempre dimostrato nei confronti di sindacati e movimenti, dei rari giornalisti non leccaculo, e in definitiva di chiunque e qualsiasi cosa anche solo d’un millimetro alla sua sinistra, compresi gli innocui devoti di Padre Pisapio che adesso il PD vorrebbe fagocitare per la ripicca di sottrarli alle fauci di D’Alema.
Il conservatorismo borghese reazionario di matrice berlusconiana del quale il Cazzaro è un tardo sottoprodotto ormai però non basta più. E Renzi lo ha capito.
Lo Zeitgeist è cambiato, l’egemonia culturale è passata all’estrema destra, oggi rappresentata in Italia innanzitutto dalla Lega.
E anche questo non dovrebbe stupire nessuno, a cominciare dai costernati commentatori di quell’establishment che è in realtà il vero responsabile della deriva fascista in atto.
Dopo aver sistematicamente strappato a milioni di persone diritti, speranze e dignità, ficcandogli in testa con ogni media necessario che l’unico modo per sopravvivere sia sbranarsi a vicenda; dopo aver ridicolizzato e criminalizzato ogni forma di idealismo e di solidarietà, ogni desiderio di giustizia e di uguaglianza; dopo aver ridotto interi stati a distese di macerie in fiamme costringendone le popolazioni a vendersi in schiavitù, usandole come esercito industriale di riserva per tagliare i salari, e capro espiatorio su cui scaricare le tensioni sociali mettendo gli sfruttati l’uno contro l’altro; dopo aver umiliato e portato alla rovina intere generazioni, derubando gli anziani del frutto d’una vita di lavoro e i giovani d’ogni speranza per il futuro, adesso le élites hanno la faccia da culo di fingere persino d’indignarsi che le classi sfruttate si rivolgano nella direzione sbagliata dopo che tutte le altre gli sono state intenzionalmente precluse.
La colpa storica, politica, e sociale della deriva fascista in atto ricade innanzitutto sulle lerce coscienze di coloro che adesso la denunciano dall’alto dei privilegi che hanno estorto e dei miliardi che hanno saccheggiato.
Le classi dirigenti e i loro Cazzari, che sono da sempre la prima causa del fascismo, e che come sempre si preparano ad approfittarne ancora una volta.
Perché se è vero che preferiscono una falsa democrazia a una dittatura esplicita, è anche vero che a una democrazia autentica preferiscono il fascismo.


venerdì 21 luglio 2017

Alastair Crooke - Il futuro secondo Donald Trump



Traduzione da Consortium News, 20 luglio 2017.

Secondo The Guardian l'Europa ha riacquistato la sua vecchia fiducia in se stessa. Un'aria nuova e ottimistica, "addirittura un'atmosfera trionfalistica, nella maggior parte del continente." Il cancelliere tedesco Angela Merkel viene lodata per aver raggiunto una dichiarazione finale "sfumata" al recente incontro del G20 e per aver "tenuto testa" al Presidente Trump in nome dell'"ordine liberale internazionale". Davvero? Sarebbe questa la fiducia in se stessi? Può anche darsi, ma perfino l'editorialista indipendente del Guardian pensa che la narrativa secondo cui l'Europa starebbe tornando alla ribalta dopo aver sconfitto l'ondata populista sia distorta: "lo spirito di coesione vi è sopravvalutato."
In realtà le élite europeiste dovevano star guardando da qualche altra parte. Il "grande scompaginatore", come David Stockman chiama il Presidente Trump, ha scagliato un pesante sasso nello stagno liberale: ignorarlo è segno di educazione, ma le vecchie divisioni tra quanti stanno nella "sfera" globalista, presuntamente democratica, e quelli dei "regimi" canaglia al di fuori di essa, che stanno al di fuori del perimetro della sua civiltà, stanno lentamente scomparendo.
L'ostilità che esisteva tra una sfera e l'altra sta soccombendo a fronte delle insurrezioni interne a ciascuna sfera. Il rancore e la polarizzazione che ne sono frutto stanno mostrando i propri effetti: quello che il Guardian chiama "ordine liberale internazionale" potrebbe smettere di funzionare inteso come quello stato di cose altamente centralizzato e semiconnesso che esso è stato negli ultimi sessant'anni. Non esiste più un "centro", non esiste più alcuna certezza unificante; non esistono più né una direzione né uno scopo comuni.
Che l'Europa voglia presentare la dichiarazione del G20 come un'intelligente conciliazione fra punti di vista diversi è comprensibile. Solo che mentre l'Europa ha menzionato nella dichiarazione l'impegno al "libero" scambio, i negoziatori statunitensi lo hanno tamponato con un "giusto", e per loro è giusto proteggersi conto pratiche commerciali non eque e prendere in considerazione l'eventuale imposizione di dazi, per esempio sull'acciaio.
Per quanto riguarda i mutamenti climatici i G19 si sono tenuti all'accordo di Parigi, mentre l'AmeriKKKa è rimasta al contrario dell'idea di ritirarsi da esso. Il consenso sulla riduzione delle emissioni di monossido di carbonio è rimasto, ma adesso si è purtroppo contrapposto l'invito ameriKKKano ad utilizzare (invece) in modo più pulito i combustibili fossili. Si è trattato più che altro di accordarsi sul disaccordo, non tanto di raggiungere una sintesi come quella presentata dalla Merkel.


Il sasso più grande

Il sasso più grande che Trump ha gettato nello stagno del G20 è passato quasi sotto silenzio. Eppure esso può potenzialmente colpire gli europei nel punto più doloroso. Tutto questo non è successo neppure ad Amburgo; è successo nel corso della preparazione.
Il commentatore conservatore Pat Buchanan ha detto: "Chiamando il popolo polacco 'l'anima dell'Europa,' [Trump] si riferiva a come nel 1920 in quello che fu chiamato miracolo della Vistola la Polonia, risorta dopo 120 anni di sottomissione, respinse gli invasori dell'Armata Rossa di Lev Trotzky.
[Poi Trump] ha descritto lo stupro di gruppo della Polonia da parte dei nazisti e dei sovietici dopo il patto Hitler-Stalin. Ha ricordato il massacro degli ufficiali polacchi nella foresta di Katyn perpetrato da Stalin e l'insurrezione del popolo polacco contro gli occupanti nazisti nel 1944.
"Quando il Papa polacco Giovanni Paolo II ha celebrato la sua prima messa in piazza della Vittoria nel 1979," ha detto Trump, "1 milione di uomini, donne e bambini polacchi ha levato la voce in una sola preghiera... 'noi vogliam Dio'..."
"A permettere ai polacchi di resistere [a tutte le vicissitudini] è stata la ferma convinzione e la volontà di combattere per quello che erano, un popolo con un Dio, una patria ed una fede, per le proprie famiglie e per la libertà, con il coraggio e la determinazione di difendere una nazione che si regge sulle verità del proprio retaggio e delle tradizioni cattoliche.
L'interrogativo fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo fiducia nei nostri valori al punto da difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini da proteggere le nostre frontiere? Abbiamo la volontà e il coraggio di tutelare la nostra civiltà davanti a quanti vogliono sovvertirla e distruggerla?" [il corsivo è dell'autore, n.d.t.]
Possiamo anche disporre delle economie più forti e degli armamenti più letali del mondo, ma se non sono forti le nostre famiglie, se non sono forti i nostri valori, saremo deboli e non sopravviveremo."


Ignorare la questione

Le élite del G20 hanno ignorato la questione? Trump sta chiedendo agli europei: "avete voi la volontà, la determinazione, la visione limpida e la forza necessarie a "riprendervi" la vostra cultura, il vostro modo di essere, i vostri valori", i vostri paesi? Credo che il messaggio non fosse diretto tanto ai polacchi quanto agli altri europei. Trump a implicitamente preso a bersaglio il punto in cui può colpire gli europei in modo più grave: la questione dell'immigrazione, le politiche della diversità ed il timore degli europei di soccombere dal punto di vista culturale all'ondata dell'immigrazione. A questa questione fondamentale il G20 non ha proposto soluzioni.
Piuttosto a proposito Buchanan si chiede: la Merkel, che i mass media hanno incoronato nuova leader dell'Occidente, ha impressionato con la "risoluta" risposta data ai disordini ad Amburgo, seconda città della Germania? Le immagini da Amburgo, sottintendeva, hanno rafforzato il punto di vista di Trump.
In Europa in molti possono sentirsi offesi dalle parole di Trump, perché esse possono indicare qualcosa di assolutamente contrario ad ogni loro assunto. Anche per tutti costoro Trump può risultare visceralmente sgradito. Simili sentimenti tuttavia non dovrebbero renderli ciechi davanti al punto su cui egli, a torto o a ragione, sta facendo pressioni: è la politica della diversità e delle identità a costituisre il nostro punto di forza -come ci raccontano- o è invece il detenere una sorta di retaggio storico e culturale (spiritualità compresa) a tenerci insieme e a rafforzare interiormente le persone?
Si tratta, come minimo, di un interrogativo valido. Proprio il lato che si sceglie nel rispondere a questo interrogativo va a costituire la nuova linea di rottura che separa il vecchio "bravo ragazzo" globalista da quello cattivo, dal delinquente della sfera non globale. La nuova insurrezione è dentro casa. E il "centro" è sparito, si è diviso in due in modo probabilmente irreparabile.


L'incontro con Putin

Infine c'è stato l'ultimo gesto di rottura simbolico da parte di Trump: il lungo e cordiale incontro con il Presidente Putin. La Russia non segue alla lettera il comportamento di Trump, ma anch'essa ha seguito un percorso parallelo di recupero della propria sovranità politica e culturale. Il lungo incontro con il presidente russo ha sconcertato ed offeso molta gente (si veda qui, per esempio). Solo che il fatto di aver provocato una reazione tanto (troppo) indignata è quello che molti sostenitori di Trump che apprezzano la distruzione del vecchio paradigma considererebbero un merito.
Trump non era né solo né isolato come i principali mass media danno ritratto: Le élites possono anche deplorare e disprezzare la sua rinuncia alla supremazia mondiale ameriKKKana e il suo pericoloso insistere sul fatto che la perdita di posti di lavoro dovuta a pratiche commerciali svantaggiose deve essere riassorbita, ma esiste comunque uno zoccolo duro in Europa che approva senza eccezioni il suo approccio.
Il fatto che Trump metta in dubbio l'assunto ortodosso secondo cui gli Stati Uniti devono mantenere la supremazia dell'ordine mondiale e la sua idea che il sistema del libero scambio abbia fatto perdere all'AmeriKKKa la propria base industriale poggiano per molti ameriKKKani e per molti europei su basi incontestabili. Trump afferma, abbastanza semplicemente: "Noi (gli USA) non possiamo più permettercelo. Siamo carichi di debiti fino al soffitto, le cambiali debordano dalle finestre, e tutti quelli che si riparano sotto il nostro ombrello dal pericolo di una bancarotta mondiale non ci danno un centesimo. Non è che stiamo cercando di imporre qualche cosa agli altri; metteremo noi a posto le cose, e continueremo a comportarci secondo la nostra peculiare cultura, secondo il modo di essere ameriKKKano, lasciando che gli altri seguano la propria." Un discorso semplice, chiaro ed attraente.
Qualunque cosa si pensi di Trump, e abbia ragione o torto su questo argomento, è un'altra questione. Il punto fondamentale è che le questioni essenziali, che sono il dissenso espresso al G20, il discorso fatto ai polacchi e il cordiale incontro con Putin costituiscono nel loro insieme una strategia chiara. Il clima poi al G20 era migliore che non al G7 di maggio in Sicilia: ad Amburgo a pranzo Pippo sembra si sia davvero trovato bene... e perché non avrebbe dovuto.
Dopo due vertici è difficile eludere un paio di conclusioni sulla presidenza Trump.
Innanzitutto, le cose sono cambiate. Probabilmente in maniera irreversibile. Sorprendendo tutti, è stato il "globalista" Emmanuel Macron ad esprimersi al meglio quando ha notato: "Il nostro mondo non è mai stato tanto diviso: le forze centrifughe non sono mai state così forti; il nostro bene comune non ha mai subìto una minaccia così grave."
In secondo luogo, l'immediata recrudescenza al ritorno del Presidente a Washington delle "illazioni isteriche" sul "falso scandalo" di Donald Trump Jr. con la Russia, come le definisce un editorialista indipendente dello Washington Post quali che siano i motivi e gli scopi di tutta la questione, rafforza l'idea "che l'AmeriKKKa non possa più funzionare come entità largamente centralizzata e semiconnessa che è stata per tutto il corso della nostra vita." Lo afferma Mike Krieger, che si mostra forse troppo delicato. Per chi guarda dal di fuori, gli ameriKKKani sembra si stiano divorando vivi a vicenda.
Con cognizione di causa, Krieger cita William Yeats.

Turbinando nel cerchio che si allarga
il falcone non può sentire il falconiere;
le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.
Pura anarchia dilaga nel mondo,
la marea insanguinata s'innalza e dovunque
la cerimonia dell'innocenza è annegata.
I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori
sono pieni di intensità appassionata.