domenica 13 aprile 2014

Marco Stella e il suo "Progetto per Firenze". Adesso ci divertiamo noi.


A fine novembre 2013 Marco Stella parlò con i gazzettieri di un costruendo "Progetto per Firenze"; un qualcosa che doveva dare una patina di "partecipazione popolare" alla campagna elettorale per le elezioni amministrative previste per il maggio successivo.
Lo fece, ovviamente, nell'indifferenza generale.

Beh, quasi generale.

Un progetto per Firenze - Una necessaria premessa

C'è anche il Cinguettatore.

sabato 5 aprile 2014

La politica estera statunitense in Medio Oriente tra fallimento e disimpegno. L'opinione di Conflicts Forum.



Traduzione da Conflicts Forum.

Nel corso dell'ultima settimana le iniziative in politica estera del Presidente Obama non hanno fatto altro che girare in aceto. E, cosa anche peggiore, pare che lo abbiano fatto tutte insieme. Non è facile dire per quale motivo questa costellazione di eventi si sia verificata all'unisono, ma non c'è nessun dubbio sul fatto che Obama in Medio Oriente deve ora vedersela con una monolitica parete di scarogne. Che sia perché i sauditi hanno le mani in pasta in ogni cosa, che sia per Abu Mazen e per la Lega Araba sul riconoscimento dello stato sionista come stato ebraico fino alla liberazione dei detenuti, che sia perché Moshe Yaalon è tutt'altro che contento per il regalino statunitense che si chiama piano di sicurezza, che sia perché in Egitto la fa da padrone lo sdegno per il disgusto con cui in AmeriKKKa si sono accolte le uccisioni e le sentenze collettive contro i Fratelli Musulmani, che sia perché Assad sta mettendo in tavola carte che mostrano che è lui a condurre il gioco sul terreno delle operazioni militari, che sia perché in Iran la musica è cambiata e per il "cinque più uno" le prospettive sono peggiorate, che sia perché ad Ankara sta uscendo di testa un bestione ferito e con il sangue agli occhi, in complesso il Presidente Obama si ritrova ad affrontare un periodo tutt'altro che facile per la politica estera, e -cosa peggiore di tutte- capitato proprio nello scorcio di tempo che porta alle elezioni di metà mandato.
Tanto per essere chiari, i sauditi hanno detto chiaro e tondo che Obama non ha da aspettarsi che a Riyadh gli facilitino la vita, a meno che non cambi registro sull'Iran, non sia favorevole all'intervento militare in Siria e sostenga senza lesinare lo stritolamento dei Fratelli Musulmani in cui è impegnato al Sissi. Nel caso il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, alla vigilia della visita di Obama in Arabia Saudita è stato reso noto il fatto che il principe Muqrin sarà il prossimo nell'ordine di successione dopo l'attuale pretendente al trono. In altre parole, il regno sta dicendo "AmeriKKKa, non pensare di poter intrometterti nella successione per mezzo del tuo favorito, il principe Mohammad bin Naif". Perché fosse chiaro ad Obama che nemmeno i colloqui di pace tra palestinesi e stato sionista sarebbero stati una passeggiata, la Lega Araba si è attenuta, assieme ad Abu Mazen, a dichiarazioni secondo le quali gli appartenenti alla Lega Araba sarebbero d'accordo sull'"assoluta esclusione" di un qualsiasi riconoscimento dello stato sionista come stato ebraico. Abbastanza perché il Segretario di Stato Kerry lasciasse Roma in tutta fretta alla volta di Amman, per cercare di far sì che almeno i colloqui si protraggano oltre la fine di aprile e che continui ad esistere una "road map" che pure fa acqua da tutte le parti. In Egitto, proprio il giorno prima della visita di Obama, al Sissi ha dato il tanto atteso annuncio della sua candidatura alla presidenza. Come per dire agli Stati Uniti "Io sono qui per rimanere. non avete altra scelta che avere a che fare con me, che vi piaccia o no".
A sovrastare il tutto ci sono le relazioni degli Stati Uniti con la Russia. La settimana scorsa abbiamo avanzato l'idea che la politica mediorientale di Obama dipenda fortemente dai buoni rapporti con il Presidente Putin, sia pure non ammessi ufficialmente e mantenuti nell'àmbito del privato. secondo ambienti vicini alla presidenza, si è reso necessario agire senza dare nell'occhio e in modo informale perché certe braci residue della guerra fredda sono ancora accese, anche e soprattutto all'interno della "squadra di oppositori" dell'amministrazione Obama, irritati per la Siria, irritati per i negoziati con l'Iran e animati da un profondo risentimento per una Russia nuovamente in ascesa.
Sembra che, messo all'angolo dai neoconservatori di turno per il suo confronto con Putin su una delle materie più spinose -ossia messo alle strette dai segmenti antirussi e neoconservatori del suo stesso governo- il Presidente Obama non abbia potuto che ammettere che l'Ucraina, dopo tutto, per molti ameriKKKani costituisce un simbolo dalla forte portata psicologica. Per quale altro motivo la situazione politica di uno stato fallito, lontano e di second'ordine dovrebbe assumere un significato tanto forte ed una portata emotiva tanto vasta presso le élite della politica?
L'intraprendenza dei russi è stata percepita come profondamente disturbante, ed ha fatto montare un senso di rabbia, parzialmente sublimato, dovuto al fatto che la storia del mondo non ha preso quella strada dritta che avrebbe dovuto prendere. Di fatto, il Presidente Putin sta incarnando la negazione di quella narrativa che prevedeva "la fine della storia", in cui tutti avrebbero fatto cerchio attorno alla globalizzazione liberale ameriKKKana e alle "regole del gioco" che, autoriproducendosi, l'avrebbero accompagnata. I russi stanno mettendo in dubbio elementi basilari del concetto che ameriKKKani ed europei hanno di se stessi, del modo in cui si vedono ed in cui si definiscono.
Di tutto questo Obama pare essersi accorto, e che abbia capito che se non riesce a rispondere in qualche maniera alle pressioni psicologiche di questo momento, la rabbia sublimata diretta verso la Russia finirà per riverberarsi su di lui. Per questo, a Bruxelles, ha incanalato la questione dell'Ucraina su binari narrativi semplici: nello sfidare Putin, Obama afferma che gli eventi in Ucraina non hanno nulla a che vedere con i tentativi dell'alleanza occidentale di puntare al ventre molle della Russia, ma vanno considerati come null'altro che una scelta dell'occidente civilizzato, una scelta che sostiene una lineare e progressiva spinta verso la libertà, l'individualismo e la democrazia. Siamo tutti in movimento secondo questa traiettoria, e siamo tutti per natura portati ad accettare le "regole del gioco" che governano questo mondo interconnesso e globalizzato e ne presiedono l'espansione. Non c'è posto per chi rifiuta l'ordine internazionale o per chi sabota le regole che sovrintendono all'interconnettività del liberalismo mondiale e ne sovrintendono l'espandersi.
Probabilmente Obama non aveva molte altre scelte che non rilasciare questa generica dichiarazione in sostegno della linearità della storia; doveva mettersi al riparo dalle accuse di corresponsabilità nell'aver lasciato indebolirsi e venir meno una supremazia ameriKKKana che non aveva precedenti. Questa narrativa della storia lineare rappresenta dopotutto la principale giustificazione alla condizione priva di paragoni in cui si trovano gli Stati Uniti. Solo che un approccio del genere, nonostante Obama sia forse obbligato ad attenervisi per tener buono il fronte interno, lo estrometterà d qualsiasi ruolo in Medio Oriente. Negando alla Federazione Russa, all'Iran o alla Siria anche la cortesia di potersi permettere una visione alternativa del futuro, gli Stati Uniti cercano di imporre la narrativa che li considera dominatori mondiali e di avocarsi il ruolo di moralizzatori ed arbitri di quanto è normale o non normale in tutto ciò che è pensiero e comportamento. Questa pretesa finirà inevitabilmente per rendere inestricabile e complesso qualunque negoziato in politica estera, che diventerà ancora più difficile. L'Europa è già divisa (si veda sotto); i russi ed i cinesi rifiuteranno di averci a che fare, ed in Iran ne trarrà ulteriore vantaggio chi si oppone alle richieste degli ameriKKKani.  
In pratica Obama, trovandosi a che fare con un Medio Oriente tanto ostile, deve sperare che le tensioni con la Russia possano in qualche modo essere acquietate senza troppo chiasso, nonostante i discorsi di Bruxelles, e che con Putin si possano di nuovo mettere in piedi relazioni grosso modo funzionanti. In questo modo potrebbe anche sperare di salvare qualcosa della sua politica estera dall'assalto di chi lo avversa ideologicamente sul piano politico. Si tratta di qualcosa che è possibile realizzare perché anche se la Russia riorienterà senza dubbio la sua politica estera in modo diverso alla luce degli eventi in Ucraina, Putin si è sempre dimostrato capace di distinguere caso per caso; potrebbe mostrarsi inflessibile su alcune questioni fondamentali, ma rimanere collaborativo sulle altre.
Angela Merkel sarà molto probabilmente la persona su cui Obama potrà contare di più nel tentativo di salvare qualcosa dal pasticcio ucraino. Il cancelliere tedesco ha detto che "non gli interessa far salire" la tensione con la Russia. "Al contrario", ha affermato, "io sto lavorando perché diminuiscano le tensioni". La Merkel ha detto che l'Occidente "non è arrivato ad un punto che implichi l'imposizione di sanzioni economiche" contro la Russia. "Spero che sarà in grado di evitarlo", ha aggiunto.
C'è un altro politico tedesco, l'ex cancelliere Helmut Schmidt, che scrive regolarmente dei corsivi sul Die Zeit. Secondo Schmidt il modo in cui Putin ha affrontato la questione della Crimea è "perfettamente comprensibile" e le prime sanzioni occidentali, dirette contro singoli individui, sono "perfettamente idiote". "Sanzioni economiche più serie finiranno per colpire tanto l'Occidente quanto i russi", afferma; la decisione di far diventare il G8 un G7 per "punire la Russia" è un errore grave: "Sarebbe stato meglio ritrovarsi tutti attorno ad un tavolo. [Se così fosse stato, a questo punto] la cosa si sarebbe rivelata più utile per la pace di quanto non lo sia la minaccia di sanzioni".
Obama deve anche sperare ardentemente un'altra cosa. Ci sono in giro un sacco di combattenti della guerra fredda, di vecchia e di nuova generazione, sia negli USA che in Europa, che temono sopra ogni altra cosa che in Europa si affermi un asse russo-tedesco. L'affare ucraino ha già aperto delle crepe tra Europa e Stati Uniti, laddove l'intenzione era -come possiamo ricordare secondo le dichiarazioni di John Kerry alla conferenza sulla sicurezza di Monaco- quella di far sì che la situazione in Ucraina ricompattasse l'Europa dietro una rinvigorita leadership degli Stati uniti e della NATO.
Oggi come oggi la NATO non ha alcuno scopo credibile, e mancando uno scopo manca anche una giustificazione alle spese per la difesa. L'Ucraina ha appena fornito alla NATO una causa presentabile per rafforzare una linea Maginot che va dall'Estonia all'Azebaigian e dunque di riformulare i propri obiettivi di fondo. L'industria della difesa non è un cancelliere tedesco, ed il suo interesse è proprio quello di far sì che le tensioni con la Russia si inaspriscano.

martedì 1 aprile 2014

Stendardi d'Occidente


Nei contesti normali uno stendardo è un'insegna che caratterizza stati sovrani, enti pubblici, istituzioni o associazioni ed è costituita da un drappo rettangolare "di seta, cotone o velluto, ricamato, dipinto e spesso listato e frangiato" [*], fissato per tutta la sua larghezza a un pennone sostenuto da un’asta verticale.
Nel contesto contemporaneo invece tocca accontentarsi di stendardi pubblicitari come quelli della foto, accomunati agli stendardi veri soltanto dalla forma e dal sistema di ancoraggio. I materiali sono i più vili che si possano immaginare ed un lampione qualunque funziona egregiamente da asta parodistica. La campagna pubblicitaria in alto ha impestato tutte le superfici verticali di Firenze nel marzo del 2014.
Aria quasi sveglia per lui, a suggerire indulgente dedizione a cattive abitudini, e aria quasi seducente per lei, a suggerire indulgente dedizione a cattive abitudini di altro genere.
Per tutti e due una buona passata al fotoritocco.

E così conciati, pastranelli compresi, possono anche andare insieme ad approfittare dell'offerta di quest'altro stendardo.
Un'ascella per uno, certo.



 [*] Dalla definizione Treccani.

domenica 30 marzo 2014

La Russia mette limiti all'intraprendenza "occidentale". I fatti in Ucraina e le conseguenze in Medio Oriente secondo Conflicts Forum



Traduzione da Conflicts Forum.

Una fonte ben informata ci fa sapere da Washington che "per quanto riguarda la Siria, l'attenzione degli Stati Uniti è venuta meno di colpo. Gli esperti dei servizi dicono che Assad sta conseguendo vantaggi sul terreno che sarà praticamente impossibile togliergli. Uno ci ha detto che 'Assad ha praticamente vinto'".
Da questo punto di vista, l'effetto Ucraina si fa già sentire. I funzionari statunitensi avevano qualche grattacapo per l'impatto dei colloqui dei "cinque più uno" con l'Iran e stavano tirando un po' il fiato perché la Russia, almeno durante l'ultimo giro di colloqui, aveva mostrato un po' di collaborazione anche se sapevano che uno degli effetti dello stallo tra Stati Uniti ed alleati da una parte e Putin dall'altra avrebbe potuto essere un riavvicinamento tra Russia ed Iran. Cosa meno esplicita ma più importante, la crisi in Ucraina ha reso molto difficile -se non impossibile- mandare avanti il lavoro di squadra tra Obama e Putin per quanto riguarda la Siria e l'Iran. Un risultato di cui qualcuno, a Washington, può anche essere contento.
A Tehran si pensa che stabilire relazioni più strette con la Russia non sia solo probabile, ma inevitabile. C'è la diffusa convinzione che l'Ucraina, e l'ondata emotiva di biasimo contro la Russia ed il suo Presidente che gli eventi hanno causato, abbia rafforzato la posizione di Tehran nei confronti degli USA e dell'Europa perché la Russia reagirà consolidando la sua alleanza con l'Iran. L'idea predominante è questa, anche se, in qualche modo paradossalmente, accanto ad essa troviamo la molto diffusa convinzione che i colloqui siano destinati al fallimento o, nel migliore dei casi, a sfociare in un'ulteriore proroga di sei mesi dopo la conclusione della tornata in corso. Questa forte sensazione che l'Iran stia traendo vantaggio da quanto succede non pare collegata solo al desiderio di rivalsa che i russi hanno contro l'Ucraina, le cui ripercussioni sono favorevoli all'Iran, ma sembra radicata nella convinzione che gli ultimi avvenimenti possano recare conseguenze geopolitiche di più ampia portata. Di cosa si tratta?
Come abbiamo scritto nel nostro ultimo commento agli eventi della settimana, qualcuno all'interno del governo ha messo Obama con le spalle al muro. Obama pensava di poter sistemare le cose direttamente con il Presidente Putin. Quello che colpisce è il fatto che a Washington si è molto preoccupati che Putin posdsa aver mal compreso la determinazione dell'Occidente di fargliela pagare. A questa preoccupazione fa da pendant la sorpresa con cui in Russia e in gran parte della zona interessata è stato accolto il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati possano aver così mal interpretato la possibile reazione di Putin alle mosse occidentali in Ucraina, vista la storia dell'Ucraina e della Crimea così come la si intende in Russia. I mass media hanno dato la stura alla retorica anti Putin e la cosa può aver sorpreso qualcuno, ma non avrebbe dovuto essercene motivo perché gli indizi per capire come sarebbe andata c'erano comunque tutti.
Alla conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco a febbraio i segretari statunitensi Hagel e Kerry si sono dati molto da fare per demolire la narrativa ora in voga che considera in declino la potenza statunitense; hanno negato che le cose stiano in questo modo, anche se hanno dovuto dare atto del fatto che l'alleanza con i paesi oltre l'Atlantico è un po' inflaccidita perchè manca una leadership statunitense. Hagel ha detto: "Gli stati Uniti stanno uscendo da un impegno bellico lungo tredici anni; per noi è chiaro, e lo è anche per il Presidente Obama, che il nostro futuro avrà bisogno di un'epoca di rinnovate ed estese relazioni con i nostri amici ed alleati... C'è bisogno di un rinascimento atlantico". "Il fondamento della nostra relazione di sicurezza collettiva con l'Europa è sempre stato costituito dalla cooperazione nei confronti delle comuni minacce... L'elemento centrale della difesa atlantica continuerà ad essere la NATO".
In breve, agli europei si è dovuta dare prova del fatto che nulla è cambiato nella qualità della potenza e della guida statunitensi facendo assumere alla NATO un atteggiamento più aggressivo. Nel caso qualcuno non avesse capito, ci ha pensato John Kerry a spiegare le cose senza mezzi termini: "In nessun luogo come in Ucraina è oggi in corso una lotta più importante per il futuro della democrazia in Europa". In poche parole la NATO deve riprendere vigore, e l'Europa tornare sotto l'ala della guida ameriKKKana, facendo fronte comune contro la comune "minaccia" di una Russia in nuova ascesa. In questo modo la NATO potrà essere "riorientata", via dal lungo fallimento della guerra in Afghanistan, verso una uova missione in Ucraina. In questo modo la NATO continuerà ad avere un senso, perché servirà a tenere un piede nella porta dell'Eurasia. I mass media si sono levati come un solo uomo contro Putin: si può star sicuri che la NATO e gli altri hanno preparato bene il terreno, con qualcuno di quegli incontri di cui portano per intero la responsabilità morale. 
E questa responsabilità morale esiste eccome. Come nota l'esperto giornalista investigativo statunitense Robert Parry, fin da settembre del 2013 Carl Gershman, che è presidente dell'organizzazione finanziata dagli statunitensi chiamata National Endowment for Democracy si è accaparrato pagine sullo Washington Post per scriverci che l'Ucraina ora era "la posta in gioco più grossa". Il NED aveva sessantacinque progetti in corso in Ucraina: addestramento di "attivisti", sostegno a "giornalisti" e organizzazione di gruppi di affari, almeno secondo il suo ultimo resoconto. Gershman però ha aggiunto anche che in realtà l'Ucraina era solo un primo passo verso una posta in gioco ancora più alta: il rovesciamento di Putin, che ha mostrato forte volontà e mentalità indipendente e che secondo Gerhsam "alla fine può trovarsi sconfitto non solo nel cortile di casa [l'Ucraina] ma anche nella stessa Russia". In altre parole, si sperava in un "cambiamento di governo" sia a Kiev che a Mosca.
Dunque, i russi hanno semplicemente mal interpretato la volontà della NATO di imporre a Putin un prezzo per qualsiasi reazione all'assorbimento dell'Ucraina nell'orbita occidentale, come afferma qualche funzionario statunitense? Non è che Putin ha un quadro anche troppo chiaro della situazione, ovvero che i fatti in Ucraina rappresentano non tanto una ritorsione sproporzionata per la Siria, quanto una minaccian esistenziale al suo paese e alla base navale di Sebastopoli?
Un analista russo di primo piano, Fyodor Lukyanov, contestualizza gli eventi dal punto di vista russo. Quanto successo in Ucraina non è un fuoco di paglia, ma l'anticipazione della fine di venticinque anni di politica estera russa. Quando Gorbaciov formulò il suo "nuovo pensiero" il mondo si teneva in equilibrio su due superpotenze grosso modo equivalenti. Solo che "la rapida dissoluzione dell'Unione Sovietica pose fine al sogno gorbacioviano di un riavvicinamento su pari basi e di un reciproco arricchimento ideologico, consegnando al vincitore il diritto di interpretare a proprio arbitrio i valori umani e lre rgole delle relazioni internazionali".
Lukyanov afferma che per tutto questo tempo la Russia si è attenuta pedissequamente a queste regole non scritte, anche nei momenti in cui più profonda era la sua debolezza in politica estera. La Russia ha subìto vessazioni sempre più grandi in proporzione diretta con la potenza che recuperava. Eppure, nonostante le frustrazioni e gli interventi occidentali di rovesciamento dei governi a cui la Russia si opponeva tenacemente, essa ha continuato nonostante tutto a custodire il principale retaggio dei tempi di Gorbaciov: la convinzione che avere relazioni costruttive con l'Occdeinte fosse un valore irrinunciabile.  
Solo che al tempo stesso in cui la Russia formalizzava volta per volta la decisione di ridurre al minimo i possibili danni per le proprie relazioni con l'Europa e gli Stati uniti, a Mosca ci si rendeva anche conto che così facendo non si sarebbe mai usciti dalla condizione di "potenza sconfitta", col risultato di essere trattati come il Giappone. Divenne chiaro che la Russia sarebbe stata sempre un outsider, cui si sarebbe guardato con sufficienza come ad una potenza emergente destinata a non emergere mai.
Questo senso di amarezza è diventato sempre più forte perché i russi non credono di aver perso la guerra fredda. Pensano di esserne stati tirati fuori dai loro capi politici prima che fosse finita. Secondo Lukyanov, "L'obiettivo del Cremlino, adesso, non è quello di restaurare il paese andato in pezzi nel dicembre del 1991, ma quello di rigiocare la fase finale della guerra fredda".
I russi pensano che il vecchio modello di Gorbaciov non abbia nulla da offrire. La Russia non è stata accettata, e non lo sarà mai, come partner su un piano paritario. Nessuno intende discutere con la Russia di nuove regole del gioco e i massimi responsabili politici del mondo sono convinti che il sistema del dopo guerra fredda sia sufficientemente valido e non abbia alcun bisogno di essere corretto. Questo significa che intrattenere relazioni costruttive con le potenze occidentali non soltanto non ha protetto la Russia, ma l'ha esposta alle macchinazioni di gente come il National Endowment for Democracy ed alla loro pianificata crerazione di entità filooccidentali in grado di fare da base per la disaffezione popolare e da infrastrutture per lo scopo ultimo rappresentato dal rovesciamento del governo. 
Secondo Lukyanov i massimi rappresentanti politici della Russia hanno deciso che il paese non può limitarsi ad uscire dall'angolo rappresentato dalle condizioni in cui si trova oggi. Deve diventare uno dei principali paesi del mondo, o almeno stabilire un "equilibrio di confronto" basato su alleanze con partner non occidentali che gli consenta di porre un limite preciso: non devono esserci superbasi della NATO nel cuore del continente euroasiatico. 
Probabilmente è proprio questo che in Iran si tiene presente quando si guarda all'Ucraina come ad un punto di svolta geopolitico inevitabilmente destinato a portare dei vantaggi. La stessa cosa ha spinto il Presidente Assad ad offrire ogni aiuto possibile a sostegno della posizione di Putin in Ucraina ed in Crimea. In Medio Oriente non mancheranno i sostegni -assieme alla silente condiscendenza della Cina- affinché si metta un freno all'ambizione della NATO di reinventarsi in Eurasia.
La cosa che può causare autentica sorpresa in molti è che l'Europa non ha mostrato consapevolezza alcuna delle possibili conseguenze di tutto questo quando ha cercato di "togliere il trofeo ucraino dalle grinfie di Putin". Pare proprio che gli europei si siano fidati delle analisi dei principali think tank occidentali, che davano per scontato che Putin non si sarebbe mosso. Adesso che Putin ha fatto resistenza, e che sembra che sconfiggerà gli Stati Uniti e la NATO, tutti si rendono conto che l'Europa non ha alcuna carta in mano, retorica anti Putin nonostante.
In tutto questo, c'è appena un'ombra di quello che fu la crisi di Suez. La crisi in Ucraina gioverà alla NATO e alla sua leadership statunitense, così come si sperava Suez avrebbe ripristinato il prestigio francobritannico? Oppure l'Ucraina, così come successe a Suez per le potenze coloniali di allora, non farà che sottolineare la mancanza di ogni plausibile ragion d'essere per la NATO? Non ci resta che aspettare.
Come osserva Lukyanov, "Mosca ha dato il via ad una partita impegnativa. Il rischio di perdere è considerevole, ma la posta in gioco è innegabilmente attraente. Il vecchio ordine mondiale è diventato completamente privo di efficacia e andrebbe sostituito con qualcosa di nuovo. Mikhail Gorbaciov fece il suo annuncio nel 1986 [si tratta della sua idea sul come superare il conflitto tra due sistemi politici diversi], ma non riuscì a portare a termine il compito. Putin è ritornato a quel punto di svolta, per prendere un'altra strada".

sabato 29 marzo 2014

Il governo e (soprattutto) le riforme del boiscàut secondo un lettore di Militant Blog


Anni fa eravamo convinti che a pubblicare sistematicamente immagini in cui il boiscàut Matteo Renzi figura con un'espressione non troppo acuta
fossero soltanto i suoi avversari o, più spesso ancora, i sedicenti tali.
Abbiamo dovuto ricrederci.

Alla fine di marzo 2014 Militant Blog ospita uno scritto intitolato Fra realtà e percezione dei fenomeni politici, opera di qualcuno che si presenta come lettore affezionato.
Le righe che ne riportiamo illustrano con stringata completezza le basi essenziali della popolarità di cui sta godendo in queste settimane il boiscàut cui fanno fare il Primo Ministro nell'esecutivo in carica.
Il nome dello stato che occupa la penisola italiana compare nel testo citato; ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

L’altra sera ero a cena da una coppia di distinti amici dalle parti di San Pietro. Gente coi soldi, abituata a disinteressarsi alla politica, men che meno alle contraddizioni sociali di cui questa ne è la rappresentazione. [...]
Nella discussione, immancabile è arrivato il commento sulle vicende di palazzo e sui mille mali dell’Italia. E immancabile, l’accenno a una decisa sterzata che rimettesse in piedi il paese, lo agganciasse alle economie produttive, eliminasse i lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo del mercato: “ci vorrebbe un dittatore”, concludevano i padroni di casa. In questo paese “c’è troppa democrazia”, serve qualcuno che non stia più a sentire questa o quella lobby, questo o quel partito o sindacato, e agisse con forza approvando quelle riforme di cui il paese avrebbe bisogno: abbassare le tasse, smantellare la burocrazia statale, liberalizzare definitivamente il mercato del lavoro, liberarci dei sindacati, eccetera. Non ho avuto il coraggio di intavolare una discussione seria su questi punti di vista, troppo ampia la distanza fra le parti e l’incomunicabilità l’avrebbe fatta da padrona. Forse, solo il tentativo di non rovinare una serata altrimenti gradevole. Le certezze dei commensali mi hanno però stimolato una serie di riflessioni che vorrei qui spiegare.
Anzitutto, tale bisogno di “dittatura” è molto più diffuso di quanto sembri. Lo si sente ripetere spesso, il più delle volte come boutade, ma in fin dei conti valutata positivamente. E’, in fondo, lo stesso motivo per cui piace Renzi, che incarna un certo spirito decisionista di cui, si dice, ci vorrebbe un gran bisogno. Queste riflessioni cozzano però con la realtà dei fatti, ed è interessante questa discrasia evidente tra realtà e percezione della stessa. Stiamo vivendo una lunga fase storica di svuotamento di ogni forma, sostanziale e formale, di democrazia. Uno spostamento netto verso una “esecutivizzazione” della vita pubblica, un trasferimento di potere dalle assemblee di dibattito agli organi decisionali. Oggi, come mai nel corso della nostra storia, la politica si identifica col potere esecutivo, la possibilità, per un singolo, di proporre ed approvare politiche di suo pugno, senza tenere in conto alcuna mediazione. Davvero difficile capire questa esigenza, da parte della popolazione, di più decisionismo in una fase di superfetazione decisionista.
Il corollario al bisogno di dittatura sembrerebbe essere quello per cui, almeno in Italia, ci sarebbe “troppa democrazia”. Anche qui, la distanza tra realtà e immaginazione sembrerebbe abissale. E qui la colpa parrebbe essere degli agenti mediatici del consenso, che chiamano “democrazia” quella serie di scontri tra lobby economiche o élite di potere che investono permanentemente la politica di palazzo. [...]
Quello che tale massa di persone pensa è che le “improrogabili” riforme di cui necessiterebbe il paese siano frenate da passaggi troppo democratici in cui non viene mai presa una decisione. La realtà dei fatti, come riporta giustamente questo blog quotidianamente, è a dire il vero opposta: c’è una direzione politica chiara, che viene perseguita ogni giorno senza alcun intoppo sostanziale, e che nel suo prodursi cerca di tener conto di tutte quelle componenti che da tale processo cercano di trarre fuori qualche tornaconto. Nulla di questa dinamica può essere qualificato come democratico, mentre tutto è interno a logiche di potere elitario che vengono invece descritte dai media come forma democratica del processo decisionale. [...]
C’è però un altro passaggio sostanziale che salta agli occhi dalla strana discussione avuta con i simpatici anfitrioni. Le ricette che questo presunto “dittatore” dovrebbe portare avanti sarebbero in definitiva il proseguo ossequioso delle riforme che hanno caratterizzato questo ventennio abbondante. Lo smantellamento di ogni forma di welfare; l’abbattimento dei salari; la precarizzazione contrattuale di ogni rapporto lavorativo; la marginalizzazione dei sindacati; il blocco del turn over nella pubblica amministrazione; il processo costante di privatizzazione del settore pubblico; la dismissione del patrimonio pubblico. Tranne sulla politica fiscale, che però in questi anni è servita a redistribuire verso l’alto margini di guadagno non più possibili nel mercato, sono esattamente tutte le riforme che hanno contraddistinto i governi di ogni colore e composizione. Perché allora questa percezione fuori senso, questo non riconoscere una direzione lampante, evidente anche al più disinteressato agli eventi politici? Anche qui, il ruolo dei media può spiegare una parte della domanda. A forza di ripetere che in Italia c’è un sistema di sviluppo cripto-socialista, con uno Stato ipertrofico e un mercato ristretto e imbrigliato, alla fine ci si crede pure. E si crede che la soluzione sia nello smantellare un sistema che è già bello che smantellato, in ogni sua forma.

mercoledì 26 marzo 2014

Uno scorcio fiorentino dell'Occidente, nel pieno del suo risveglio spirituale


Firenze, marzo 2014.
I luoghi sono gli stessi dove un paio d'anni fa si intimava ai frequentatori di lasciar stare il Partito Democratico.
Una vetrina piena di simboli fatti a tempera e pennello, con genericissimi slogan alla pace tra i popoli.
Manca solo, sparso qua e là, il vocabolo olistico [*].
Attaccato alla vetrina c'è il proclama della foto. 

26 09 2013
Penso che la pace, per raggiungere continenti, nazioni, società e comunità debba contemporaneamente toccare i singoli individui poiché siamo la base dell'intera umanità e destino del pianeta.
Molti ricercatori, psicoanalisti, terapisti, psicologi, analisti, psichiatri, sostengono che la sanità degli individui dipende da un'equilibrata vita sessuale; come puol essere sana una società nella quale gli operatori ecclesiastici che ci modellano fino da bambini appartengono esclusivamente ad una delle seguenti categorie?
Ia Completamente impotenti
IIa Repressi sessuali /
IIIa Onanisti
IVa Eterosessuali di nascosto
Va Omosessuali di nascosto
VIa Pedofili
VIIa Pedofili con endicappati
Come possono pretendere di essere a guida di milioni di persone; cosa ne sanno della vita reale?
Viversi la sessualità alla luce del sole o della luna; perché dovrebbe essere di ostacolo alla componente spirituale che è innata in ognuno? E chiede solo di essere autocoltivata, presa in considerazione e ci fa ritrovare o trovare il nostro percorso.
Chi vuole andare a farsi ipnotizzare da litanie e mantra di chi pretende di essere rappresentante di verità soprannaturali e non ha nemmeno il coraggio di essere una persona ordinaria?
Perché chi ama apertamente una donna (per esempio) non puol essere una guida sull'altare?

Un concentrato di competenza nei campi della vita consacrata e della esegesi biblica redatto da qualcuno sicuramente in possesso di una dimestichezza non comune con il magistero pontificio. Verrebbe voglia di inoltrare all'autore dello scritto la foto di un paio di Baedeker appoggiati sulla mensa della chiesa più vicina, chiedendogli se come guide sull'altare gli paiono appropriate.
Dev'essere stato dopo un certo numero di riscontri come questo che la politica "occidentalista" ha smesso di diffondere propaganda incentrata sulla salvaguardia delle "radici cristiane dell'Occidente".
I fogliettisti hanno persino smesso di frignare sui crocifissi nelle scuole.


[*] Nella penisola italiana le "discipline olistiche" sono diventate refugium di molti appartenenti ad un paio di generazioni allevate nei più coerenti valori "occidentali", costretti alla fine di più o meno lunghi percorsi formativi ed esistenziali a cercarsi un lavoro qualunque e ad interiorizzare piuttosto velocemente il fatto che non sarebbero mai diventati astronauti alla Ferrari.
Una gran brutta sorpresa. Da piccoli ci avevano sperato tanto.

domenica 23 marzo 2014

Meraviglie di Persia - VIAGGIO ANNULLATO



Alcuni tra i nostri lettori più affezionati hanno ricevuto nei giorni scorsi una mail che li ragguagliava su Meraviglie di Persia, il viaggio nella Repubblica Islamica dell'Iran che avevamo programmato con cura scegliendone itinerario ed attrattive in modo da renderlo il più possibile confacente agli interessi, alle aspettative ed alla competenza del visitatore "occidentale".
I recenti avvenimenti ci hanno costretto ad annullare tutto: riportiamo comunque il programma così come figura sui tremilacinquecento volantini già stampati, e adesso purtroppo destinati al macero. 
1° Giorno - Partenza per Tehran
Partenza al mattino molto presto in pullman GT alla volta di Fiumicino. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli per la casa senza obbligo di acquisto. Volo per Tehran con Iran Air. Pasto a bordo. Arrivo a Tehran, incontro con il nostro rappresentate locale e trasferimento in hotel per cena e pernottamento.

2° Giorno - Tehran / Tabriz
Visita del Museo Nazionale dei Gioielli, del Museo Archeologico e di quello dei tappeti. Pranzo in ristorante caratteristico e trasferimento a Tabriz in pullman GT. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli di artigianato locale senza obbligo di acquisto. Arrivo in hotel per cena e pernottamento.

3° Giorno - Tabriz / Tehran
Intera giornata a disposizione nella capitale dell'Azebaigian Orientale. Possibilità di partecipare alla LAPIDAZIONE di Sakineh Mohammadi Ashtiani: consigliati buona preparazione fisica ed abbigliamento comodo. Pranzo in locale caratteristico e partenza per Tehran in pullman GT. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli di artigianato locale senza obbligo di acquisto. Arrivo in hotel per cena e pernottamento.

4° Giorno - Rientro
Partenza al mattino molto presto in pullman GT alla volta dell'aeroporto Imam Khomeini.Volo per Fiumicino con Iran Air. Pasto a bordo. Arrivo a Fiumicino e rientro in pullman GT. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli per la casa senza obbligo di acquisto. Arrivo a destinazione e termine dei nostri servizi.