martedì 25 febbraio 2020

Alastair Crooke - La aurea mediocritas liberale di Trump? Svanita.




Traduzione da Strategic Culture, 17 febbraio 2020.

Si pensi all'esempio della Giordania o del Libano: due paesi con un modello economico a pezzi. Il Libano finanzia il proprio considerevole deficit con le rimesse degli immigrati. La Giordania ha un disavanzo del 6% sul PIL che fino ad oggi è stato ripianato da prebende versate ogni anno dai paesi del Golfo e dagli USA. Il contributo della UE è relativamente piccolo. Questi flussi provenienti dall'esterno sono ormai agli sgoccioli, o stanno per arrivarci: il basso prezzo del greggio sta svenando le finanze dei paesi del Golfo, e alcuni di essi non hanno più intenzione di finanziare a pioggia il deficit giordano. Si limiteranno a offrire prestiti per motivi di affari.
Che fare, a chi rivolgersi per avere d'ora in poi protezione e finanziamenti visto che è assai improbabile che si arrivi all'autosufficienza? Non è un problema semplice. Le riforme radicali autentiche sono considerate essenziali da tutti, ma vengono bloccate nella pratica da qualche élite o da qualche leader settario. Di qui la tentazione di fare quello che si è sempre fatto: cercare il modo di barcamenarsi e di battere cassa fra i diversi schieramenti politici.
Tutto questo non tiene conto di un dato essenziale: la linea politica di Trump e il suo mai celato disprezzo per la "aurea mediocritas liberale" non lasciano alcuno spazio al barcamenarsi dei paesi del Medio Oriente. Trump polarizza di proposito ogni questione, lasciando solo due possibilità opposte.
L'effetto complessivo dei metodi di Trump -cui si accompagnano pressioni fortissime- nel contesto di decenni di sostegno statunitense all'egemonia securitaria dello stato sionista può arrivare alla fine. Può finire non -per così dire- con una giungla, ma con un vasto deserto in cui i pochi mezzi di produzione indipendenti della regione vengono devastati da guerre incessanti e in cui imperano la guerra finanziaria e sanzioni feroci e ubique. Gli ulivi di Idlib in Siria, un tempo produttivi, sono ridotti a dei ceppi. I terreni agricoli di al Hasakah sono in rovina. E questi non sono che due esempi.
Insomma, stiamo portando avanti un modello economico al collasso. Un modello economico che è al collasso non solo per la Giordania e per il Libano, che devono già vedersela con questa prospettiva, ma anche per i ricchi stati del Golfo. Senza l'adozione di riforme sostanziali, che saranno verosimilmente bloccate da questa o da quella élite corrotta, i più ricchi paesi del Medio Oriente potrebbero toccare il fondo della cassa fra il 2027 e il 2034 perché secondo le proiezioni pubblicate questo mese dal Fondo Monetario Internazionale la regione si sta indebitando. In capo ad altri dieci anni, sempre secondo la stessa fonte, finirebbero anche tutti i proventi non derivati dal petrolio. E in questo quadro si verrebbe a trovare una popolazione giovane in sovrannumero, disoccupata, incattivita e pronta a esplodere.   
Ed ecco un'altra aurea mediocritas liberale mandata in fumo da Trump, tratta dal quotidiano dello stato sionista Haaretz. Joathan Tobin rimarca che il problema che la lobby filosionista AIPAC deve affrontare è dato semplicemente dal fatto che il clima politico non è più favorevole al modo in cui essa ha portato avanti le proprie istanze negli ultimi decenni. Secondo l'articolo, all'inizio era facile per l'AIPAC comportarsi come un ombrello in grado di coprire i sostenitori dello stato sionista, che fossero di destra, di sinistra o di centro; avevano un'agenda comune che contemplava il sostegno al governo dello stato sionista e la sicurezza dello stato ebraico.
Il primo ostacolo al mantenimento di un atteggiamento bipartisan almeno di facciata da parte dell'AIPAC sta nel fatto che l'amministrazione Trump ha concesso allo stato sionista e ai suoi sostenitori ameriKKKani più o meno tutto quello che essi erano andati chiedendo alla Casa Bianca nel corso degli ultimi quarant'anni. Il ritiro di Trump dall'accordo per il nucleare iraniano lo ha messo in sintonia con la battaglia senza esclusione di colpi che la lobby sta conducendo per affossare il concretizzarsi della politica estera di Barack Obama.
Col riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale dello stato sionista e il suo sostegno per la sovranità sulle alture del Golan, con la pretesa che l'Autorità Palestinese smetta di sovvenzionare i terroristi e le loro famiglie, uniti a un piano di pace fortemente sbilanciato in favore dello stato ebraico, i democratici non hanno più alcuna agibilità politica per contendere a Trump il titolo di "amico di Israele".
Peggio ancora, non esiste alcuna mezza misura per il Partito Democratico, e neppure per la diaspora "democratica" araba mediorientale. Come spiega Max Blumenthal in una conversazione con Robert Scheer, la macchina della Clinton farà di tutto per fermare Bernie Sanders (il titolo dell'intervista si concentra sulla svolta a destra dei democratici clintoniani e sulla politica dello stato sionista). La discussione si centra poi si Bernie Sanders, che potrebbe diventare il primo presidente ebreo degli Stati Uniti se la macchina del partito non riuscirà a distruggerlo prima, come insinua Blumenthal. I mercati finanziari sembrano pensare che Sanders possa vincere la nomination solo per essere sconfitto a novembre da Trump. Cosa che agli investitori del mercato statunitense andrebbe bene.
Riguardo allo stato sionista "Mi sembra [che ci sia] una vera contraddizione [nel] Partito Democratico, di cui siete almeno un po' consapevoli," disce Scheer. "Donald Trump suscita molta repulsione. E molti democratici davvero non amano [Il primo ministro dello stato sionista Benjamin] Netanyahu. Ora, i sondaggi mostrano che gli ebrei sono, e lo sapete, aperti alla questione palestinesi come qualsiasi altro settore dell'elettorato. Bernie Sanders, che è l'unico candidato ebreo, è l'unico che ha osato parlare dei palestinesi, dire che anche loro sono degli esseri umani e che hanno dei diritti. Per questo lo hanno attaccato come attaccano te [Blumenthal], dicendo che è un ebreo che odia se stesso.
Insomma, sperare che dopo il 2020 ci possa essere un presidente democratico più accomodante può rivelarsi un pio desiderio. In concreto è verosimile che Sanders venga fermato prima della nomination o magari sconfitto dopo, alle elezioni. In un modo o nell'altro, l'"accordo del secolo" resterà in vigore.
E questo è il punto. Di concerto con Jared Kushner, Netanyahu ha tolto di mezzo, un pezzetto per volta, la prospettiva di una soluzione basata su due stati. E lo ha fatto ponendo condizioni che erano fatte apposta per non poter essere rispettate. Inoltre ha tolto la terra sotto i piedi ai "moderati" della regione, dimostrando che il "processo di pace" di Oslo poteva essere strozzato senza che lo stato sionista avesse a patirne qualche sofferenza. L'"accordo del secolo" ha potuto essere lanciato nel silenzio della comunità internazionale, si è potuta trasferire l'ambasciata USA a Gerusalemme senza che nessuno reagisse, Gerusalemme è "diventata" la capitale indivisa dello stato sionista, e il Golan è stato assegnato allo stato sionista. Tutto, senza incorrere in alcuno di quei detrimenti che a detta dei "moderati" mediorientali e dello stato sionista ne sarebbero stati conseguenza. Anzi, contrariamente alle aspettative dei moderati, che vaticinavano l'isolamento per lo stato sionista, in occasione del recente vertice sull'olocausto i leader mondiali si sono riversati a Gerusalemme.
Torniamo alla Giordania. Dopo la polarizzazione radicale verso lo stato sionista operata da Trump il clima politico per l'AIPAC "non è più quello favorevole in cui la lobby ha perseguito i propri scopi per molti decenni"; lo stesso vale per la Giordania, e per la stessa ragione.
Una volta che sarà avvenuta l'annessione della valle del Giordano, ed è probabile che non ci vorrà molto, la Giordania per lo stato sionista perderà importanza; conterà solo come discarica per i profughi palestinesi. La CIA, già ben inserita nei servizi di intelligence giordani, si adopererà per favorire gli interessi dello stato sionista. Il resto è scritto: al Libano verrà ordinato di assimilare la popolazione palestinese concedendole pieni diritti, cosa che sta già verificandosi, ed è probabile che poi toccherà alla Giordania.
Di questi tempi è entrato nell'uso dire che la Giordania si trova fra l'incudine e il martello. Anche un'espressione tanto scoraggiante implica la possibilità di scegliere tra l'uno e l'altro, cosa che invece la Giordania non può fare. Cosa può offrire la Giordania al Golfo, oltre al fatto di essere una monarchia e somigliare in questo alle altre monarchie regionali? Le future entrate della Giordania sarebbero assicurate da un atteggiamento maggiormente ostile verso l'Iran? Sarà, ma intanto l'Arabia Saudita ha già tagliato gli stanziamenti per la Giordania, e gli altri paesi del Golfo se la stanno vedendo con ristrettezze finanziarie proprie. Il cespite principale consiste nell'esasperare ulteriormente le minacce di re Abdallah contro l'asse sciita, ma questo potrebbe solo complicare i rapporti economici del regno con i propri vicini, che con l'Iran hanno rapporti migliori della Giordania.
Non si tratta di accanirsi contro la Giordania o contro il Libano. Trump sta deliberatamente facendo piazza pulita della mediocritas liberale e con questo vuol fare emergere nude e crude le dinamiche fondamentali e la distribuzione del potere fra le parti. In breve, vuole ridurre qualsiasi negoziato a un aut aut: o fai come dico io, o ti distruggo finanziariamente. Sono i sistemi dell'immobiliare newyorkese. Quando un inquilino si mette di mezzo a una grossa operazione, gli si toglie la terra di sotto i piedi. Gli si stacca la corrente, gli si chiude l'acqua, e alla fine gli si infesta di topi ogni cosa. L'alternativa è questa: o ti togli dai piedi, o se rimani ti rendo la vita impossibile.
I palestinesi hanno il ruolo dell'inquilino sgradito, secondo quelli di Kushner; che si trovino una sistemazione da qualche altra parte, in Giordania o in Libano. Insistere imperterriti sulla prospettiva ormai svaporata dei due stati o intraprendere qualsiasi altra iniziativa non aiuterà certo i giordani a evitare certe proposte di compromesso. L'essenza degli aut aut è questa.
Su questo non c'è dubbio. La politica degli aut aut cui Trump ricorre in Medio Oriente costituisce una profonda minaccia per i paesi arabi. Alcuni di essi potrebbero non sopravvivere intatti a questo periodo. Tra l'altro il redattore del quotidiano libanese al Akhbar Ibrahim al Amine ha scritto l'11 febbraio: "Sembra che gli ameriKKKani abbiano deciso di far crollare il Libano, e che i sauditi abbiano fatto propria la stessa idea... [e] per il resto degli attori regionali, sembra si voglia lasciarli in condizioni di grande confusione...".
Oggi come oggi potrebbe non apparire tanto chiara, ma la natura di questa minaccia si paleserà presto. Gli ameriKKKani non le capiscono, le conseguenze del creare una base di disperati, di disoccupati e di orientati al radicalismo in tutto il Medio oriente? Qualcuno le capisce, non sono mica stupidi. Per chi non le vuole capire, politica significa semplicemente procedere all'operazione a lungo termine che consiste nella fondazione della Grande Israele. Come ha detto il romanziere ameriKKKano Upton Sinclair a quanti si mostrano coscienti, "è [comunque] difficile portare un uomo alla consapevolezza, quando il suo stipendio dipende proprio dal non essere consapevole".

martedì 18 febbraio 2020

Alastair Crooke - Lo stato sionista e il Medio Oriente. Una guerra di civiltà, una guerra metafisica



Traduzione da Strategic Culture, 3 febbraio 2020.

Questa settimana è stato pubblicato l'"accordo del secolo" del Presidente Trump. Per lo più è stato considerato un mero progetto politico per le necessità sul piano interno, sue o di Netanyahu, oppure come un'operazione di stritolamento dei palestinesi, che potrebbe funzionare oppure no. Esiste tuttavia un'altra dimensione, implicita e appena in subordine, che sta dietro questi espliciti intenti politici.
C'è stato almeno uno storico statunitense che ha sostenuto che gli USA non sono uno stato nazionale come gli altri e che andrebbero considerati come i primi esponenti di un sistema, come potenza e civiltà al tempo stesso al pari di Roma, di Bisanzio e dell'Impero ottomano. Storicamente i primi esponenti di un sistema hanno sempre cercato di inculcare la loro specifica concezione della civiltà nelle lontane lande tributarie o limitrofe al loro potere. Questo significa che una concezione universalistica può anche caratterizzare un singolo stato, ma finisce giocoforza per dispiegarsi in tutto il mondo e a influenzare i nostri ineluttabili destini.
Non è difficile capire di cosa stiamo parlando, se quanto sopra si riferisce all'AmeriKKKa. Sul piano politico si tratta del libero mercato, del capitalismo liberale, dell'individualismo, della politica del laissez-faire. Se vi va, ci potete aggiungere anche la metafisica ebraico-cristiana. Per la maggioranza degli ameriKKKani l'aver vinto la Guerra Fredda, con la sconfitta e il crollo del comunismo, è stata una spettacolare conferma di quanto la loro concezione di civiltà fosse superiore. La sconfitta dell'URSS non è stata soltanto una sconfitta politica; per l'intero paradigma culturale ameriKKKano essa ha rappresentato un trionfo dalla portata più significativa: è stata una vittoria di civiltà.
Cosa c'entra tutto questo con quello che è successo il 28 gennaio nella Sala Est della Casa Bianca? Tutto questo ci permette di cogliere qualcosa di meno ovvio rispetto alla linea politica resa esplicita da quanto abbiamo visto. Qualcosa che è più una sensazione che non qualcosa di considerato in modo esplicito.
Questo perché il sionismo ebraico -come ha specificato Netanyahu la scorsa settimana- a parte il suo laicismo di facciata non è soltanto un costrutto politico: è anche, per così dire, un progetto veterotestamentario. Luarent Guyénot nota che quando si afferma che il sionismo ha un fondamento biblico, questo non implica necessariamente che esso sia religioso. Esso può servire come leitmotiv fondante anche per gli ebrei che religiosi non sono, come difatti succede. Per i sionisti laici, la Bibbia costituisce sì una "narrativa nazionale", ma anche una particolare visione della civiltà, a puntello di uno stato moderno (lo stato sionista).
Ben Gurion non era religioso; non era mai entrato in una sinagoga, mangiava maiale a colazione, eppure poteva affermare: "Io credo nella nostra superiorità morale e intellettuale, nella nostra capacità di fare da modello per la redenzione della razza umana. Dan Kurzman, nella sua biografia Ben Gurion, Prophet of Fire (1983) scrive che "[Ben Gurion] era una versione moderna di un Mosè, un Giosuè, un Isaia; era un messia che si sentiva destinato a creare uno stato ebraico esemplare, un 'lume sulle nazioni' che avrebbe aiutato la redenzione di tutto il genere umano". Questa è la visione universalistica essenziale (alla base di uno stato sovrano). Questa sottintesa e misconosciuta convinzione di essere un eletto, di costituire un esempio, chiaramente condiziona l'agire politico; ad esempio porta ad agire al di fuori delle leggi.
Ben Gurion non era un caso speciale da nessun punto di vista. Il suo inebriamento biblico era condiviso da quasi tutti i leader sionisti della sua generazione e di quella successiva. E lo stato sionista di oggi non è più laico come un tempo, ma sta retrocedendo allo iaveismo; si sta allontanando dall'apparato giuridico dello stato laico fondato dai sionisti per abbracciare la legge ebraica tradizionale così come viene rivelata nel Tanakh, il Vecchio Testamento dei cristiani. Implicitamente, quando Netanyahu dichiara tranquillamente che siccome lui è il "capo" non dovrebbe essere estromesso dal potere, torna a rifarsi alla tradizione ebraica piuttosto che alla normativa laica. Insomma, lo stato sionista sta diventando più biblico, non meno biblico.
Insomma, torniamo al 28 gennaio. Un portavoce dello stato sionista dice che Trump ha assicurato il destino dello stato sionista; e non sta solo lisciando il pelo al presidente USA. Sottolineare il concetto di "destino" singifica sottintendere questo retroterra nascosto: "Il sionismo non può essere un movimento nazionalista come gli altri," scrive Guyénot, "perché esso è in sintonia con il destino di Israele così come viene esplicitato nella Bibbia... Lo stato sionista, dunque, è una nazione molto particolare. E il fatto che esso non abbia alcuna intenzione di comportarsi come una nazione qualsiasi è sotto gli occhi di tutti. Il destino dello stato sionista è quello di essere un impero".
Un impero come lo si trova in Isaia, che descrive i tempi messianici come una Pax Judaica in cui "tutte le nazioni" pagheranno tributo "alla montagna di Yahvè, alla casa del dio di Giacobbe"; tempi in cui "la Legge verà da Sion e la parola di Yahvè da gerusalemme", e Yahvè "sarà giudice tra le nazioni e sarà arbitro tra molti popoli".
Proseguendo nella lettura, si trova: "le ricchezze del mare si riverseranno su di te, verranno a te i beni dei popoli" (60:5); "Perché il popolo e il regno che non vorranno servirti periranno e le nazioni saranno tutte sterminate" (60:12); "Tu succhierai il latte dei popoli, succhierai le ricchezze dei re" (60:16); "Vi godrete i beni delle nazioni, trarrete vanto dalle loro ricchezze" (61:5-6). Tutto molto chiaro; non si tratta di comune nazionalismo.
Sono storicamente troppo criptiche, queste citazioni? Cosa c'entrano con quanto successo il 28 gennaio? C'entrano, e parecchio. L'idea di essere degli eletti, di avere una missione e un destino eccezionali vengono intesi alla lettera da molti ameriKKKani, proprio come dagli ebrei. Per quanto riguarda il 28 gennaio alla luce di questo concetto e di questa condizione di implicita superiorità, diventa chiaro che l'"accordo" di Trump non riguarda certo una soluzione basata su due stati. Perché mai Trump dovrebbe incoraggiare l'affermarsi di uno stato rivale, o se è per questo di qualsiasi cosa che si metterebbe di traverso al cammino che porterebbe lo stato sionista a diventare la potenza-civiltà dominante in Medio Oriente? Il 28 gennaio si è trattato innanzitutto di mettere all'angolo i palestinesi, per costringerli a interiorizzare il fatto che non hanno altra alternativa che offrire la loro lealtà al "leader di sistema" regionale, che è lo stato sionista. Secondariamente, come fase due, dovranno conformare il loro comportamento a quello di entità sunnite subordinate sotto l'ombrello della Pax Judaica regionale.
Certe vecchie profezie possono anche non occupare il posto più importante nella coscienza quotidiana di molti contemporanei, ma sono vive e presenti nel mondo ebraico. E sono ben presenti anche in un settore fondamentale dell'elettorato statunitense: la base evangelica di Trump. E un ameriKKKano su quattro si dice evangelico. Essi considerano la concretizzazione del destino di Israele una necessità escatologica; sono stati loro a insistere perché l'ambasciata statunitense venisse trasferita a Gerusalemme, sono stati loro a sostenere le affermazioni di Trump sulla sovranità dello stato sionista sul Golan, sono loro che sostengono l'annessione allo stato sionista degli insediamenti dei coloni, ci sono loro dietro il ritiro degli USA dagli accordi sul nucleare iraniano. Non è verosimile che gli evangelici votino per i democratici, ma se si limitano a stare con le mani in mano e non votano per Trump, questo potrebbe far pensare ad un mutamento degli equilibri elettorali per le elezioni presidenziali di novembre.
Gli avvenimenti del 28 gennaio hanno fatto felici gli evangelici, sicuramente. L'impero civilizzatore di Israele, pensano, adesso è al sicuro almeno tra la riva destra del Giordano e il mare. L'avverarsi di queste profezie, per questi cristiani sionisti, significa che l'avvento del Redentore si avvicina.
Questa idea di trovarsi in una condizione privilegiata ci aiuta a comprendere un paradigma più ampio, centrato sull'espressione "ebraico-cristiano". I capi dell'AmeriKKKa di oggi tendono sempre più a riferirsi agli USA come a una realtà dalla cultura ebraico-cristiana. L'espressione potrebbe non essere uno ossimoro: la cristianità non era forse intesa come una cesura fondamentale con la legge letterale dell'ebraismo? San Paolo ha proclamato che la cristianità questo era, e non altro. Il punto è questo: autoclassificarsi ebraico-cristiani implica un quale sottile cambiamento, implica un inconscio ebraicizzarsi di alcune élite ameriKKKane? Che direzione sta prendendo la nostra visione culturale fondante? All'inizio, ai tempi in cui il sionismo aveva un orientamento a maggioranza laico, lo stato sionista è stato visto come un avamposto avanzato dei valori cristiani occidentali. Gli eventi del 28 gennaio fanno pensare che il percorso di questi valori possa aver preso la direzione contraria.
Come mai tutto questo armamentario ebraico-cristiano? Cosa sta succedendo? Dopo la caduta di Roma, attorno all'800, i vertici  della chiesa franca si rivolsero proprio al Vecchio Testamento e ne fecero la base per la legittimazione della guerra culturale contro la cristianità ortodossa orientale, spregiativamente indicata come "greca" e chiaramente connotata da un paganesimo di sapore orientale e dall'apostasia. Fecero abbondante affidamento sui testi veterotestamentari anche per regnare Dei Gratia; la sovranità aveva origine divina tanto per i papi quanto per gli imperatori come Carlo Magno, che pretendevano dai sudditi fedeltà e disciplina senza riserve. Il rifarsi dei franchi alla ebraico-cristianità fu il fondamento del feudalesimo europeo, portò alla distruzione dei Catari intesa come punizione esemplare per la scarsa disciplina, e vide l'imposizione del suo modello di civiltà in Medio Oriente, tramite crociate che erano operazioni militari. La cristianità occidentale era imbevuta di tradizione testuale ebraica, all'epoca. E tornò vieppiù ad esserlo con l'affermarsi del protestantesimo. La cristianità ortodossa, la cristianità orientale, invece non lo era. Le due chiese si erano divise in modo inconciliabile con il grande scisma del 1054.
Ecco dunque. L'ottica di civiltà dello stato sionista può non essere identica a quella ameriKKKana, ma le storie degli archetipi culturali ameriKKKani, come l'Abramo cui viene ordinato di sacrificare il figlio, vengono dalla bibbia degli ebrei. L'esercizio del potere da parte dell'AmeriKKKa non è mai stato, per così dire, più ispirato ai Franchi di quanto non lo sia oggi. E l'esercizio di questo potere viene giustificato ricorrendo in modo sempre maggiore al vocabolario dello stato sionista, come nel caso dell'assassinio mirato di Qassem Soleimani.
Il messaggio essenziale degli avvenimenti del 28 gennaio è questo: quando la destra ameriKKKana (come Steve Bannon) parla senza sosta del bisogno di sostenere il retaggio ebraico-cristiano dell'AmeriKKKa, quasi sicuramente lo fanno perché vedrebbero un piano sionista per la diffusione della Pax Judaica in Medio Oriente come una brillante vittoria di civiltà anche per l'AmeriKKKa. Trump può anche non essere pronto a scendere in guerra per lo stato sionista, ma sono in diversi nell'ambiente a considerare vitale per l'AmeriKKKa un'altra vittoria nello scontro di civiltà.
Esserne consapevoli offre forse un altro punto di vantaggio nella comprensione della politica contemporanea. Perché gli evangelici ameriKKKani sono tanto ostili verso l'Iran? perché l'Iran rappresenta l'ostacolo più grande alla egemonica Pax Judaica dello stato sionista. Più che altro, la sconfitta o il crollo della Repubblica Islamica rappresenterebbero per l'AmeriKKKa e per lo stato sionista una vittoria di civiltà quasi a pari con la vittoria dell'AmeriKKKa nella guerra fredda contro il comunismo? Ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano ha a che fare con questo, almeno per gli evangelici? Si tratta di un passo verso un'AmeriKKKa nuovamente vincente, per il mantenimento di una supremazia di sistema connotata in senso ebraico-cristiano?

mercoledì 12 febbraio 2020

Alastair Crooke - In USA l'Iran diventa la posta in gioco per la danza di guerra dei partiti



Traduzione da
Strategic Culture, 27 gennaio 2020.

I tre firmatari europei stanno per portare l'Iran davanti all'arbitrato dell'ONU per gli accordi sul nucleare: l'Iran risulterebbe inadempiente rispetto agli obblighi previsti.
L'Iran se ne è in parte ritirato, questo è vero. Ma che ci sarebbe stato un suo parziale ritiro dagli impegni era previsto quando fu redatta la bozza degli accordi. Data la mancanza di fiducia fra le parti, nel trattato fu inserita una clausola per cui se una parte fosse venuta meno ai propri impegni anche l'altra avrebbe potuto comportarsi di conseguenza. Gli USA ovviamente non ottempereranno agli obblighi: si sono unilateralmente ritirati dal trattato, e si potrebbe dire che anche la UE come garante risulta inadempiente.
Si tratta di argomentazioni anche valide, ma in larga misura prive di rilevanza. Si pensa che sulle dispute, come l'affermazione degli europei per cui l'Iran starebbe venendo meno ai propri obblighi, vengano decise nel contesto dell'arbitrato. Alle parti vengono concessi trenta giorni -con una proroga fino a sessantacinque, forse- per trovare una qualche soluzione. Se non si arriva a un accordo, la disputa finisce davanti al Consiglio di Sicurezza.
E qui sta il (grosso) problema: se l'Iran risultasse inadempiente tutte le sanzioni irrogate dall'ONU prima del trattato tornerebbero immediatamente in vigore. L'unica eccezione si verificherebbe soltanto se tutti i paesi del Consiglio votassero per mantenere la sospensione. Fatto salva questa improbabile eventualità, l'insieme delle sanzioni verrebbe ripristinato in blocco. E questo ripristino in blocco è stato insistentemente indicato da Obama come un importante risultato dei negoziati da lui condotti, per tenere buoni quanti criticavano l'accordo.
Bene, siamo realisti: in sede arbitrale ci potrà senz'altro essere qualche discussione a livello giuridico sul fatto che il ritiro degli USA dagli accordi abbia reso inevitabile -e giustificabile- il mancato rispetto degli impegni da parte dell'Iran. Ma è tutta roba che non vale niente.
Trump ha fatto pesanti pressioni sugli europei perché aprissero formalmente il ricorso all'arbitrato, ovviamente non perché la questione venisse risolta, ma perché arrivasse al Consiglio di Sicurezza. E in quella sede è pacifico che gli USA non voteranno certo per la sospensione delle sanzioni.
Ecco. Con l'arrivo della lamentela europea al Consiglio di Sicurezza, il ripristino in blocco delle sanzioni diventa inevitabile. E sarà così, per quanto riguarda l'Iran e gli accordi sul nucleare. Saranno fatti fuori.
In ogni caso il problema non è il ripristino delle sanzioni: oggi come oggi l'Iran sta soffrendo da parte degli USA sanzioni più severe di quanto non lo fossero prima dell'accordo. L'Iran considererà decaduti gli accordi e tornerà alla precedente politica sull'arricchimento, con o senza la supervisione dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Avere un programma nucleare costituisce una carta importante per contare politicamente, come dimostra tuttora Kim Jong Un. Ma non è neppure questo il problema.
I falchi antiiraniani in USA e nello stato sionista saranno contenti. A loro modo di vedere saranno riusciti a riportare la questione nucleare iraniana davanti a una scelta che prevede due possibilità soltanto: o l'Iran si mette nell'ordine di idee (comunicando con l'inviato statunitense Brian Hook) che non gli verrà consentito di arricchire uranio, concorda a un periodo di transizione, accetta un "trattato" legale, acconsente allo smantellamento dei missili che possiede, smantella la rete di formazioni irregolari e la smette con la politica aggressiva a livello regionale, o affronta un'azione militare.
La giustificazione di Boris Johnson per portare al Consiglio di Sicurezza il (presunto) mancato rispetto degli impegni da parte dell'Iran, in modo da aprire a Trump la via per negoziare un nuovo accordo, è palesemente puerile e probabilmente è stata da lui espressa solo come un modo per adulare Trump.
Forse gli europei hanno calcolato che essendo improbabile che le pressioni di Trump conducano al crollo economico dell'Iran, si possa considerare che l'Iran sopravviverà tranquillamente con l'aiuto di Russia, Cina, India, e in qualche misura anche dell'India.
L'Iran poi con l'attacco missilistico contro Ein al Assad si è dimostrato capace di colpire dolorosamente e con efficacia le basi statunitensi in Medio Oriente. Che sono tutte vulnerabili. Il livello sofisticato dell'attacco iraniano e le competenze dell'Iran in materia di elettronica avranno preso Washington di sorpresa, almeno un po'.
Il Pentagono si sarà anche reso conto tutto d'un tratto che al momento dell'attacco contro Ein al Assad l'Iran era pronto a una guerra asimmetrica a tutto campo contro gli USA e contro i loro alleati in Medio Oriente. Anche gli USA ovviamente hanno la loro macchina da guerra. Ma un attacco contro l'Iran non sarebbe del tipo di quelli da una botta e via, che alcuni sostenitori degli USA dicono si dovrebbero realizzare contro le infrastrutture nucleari iraniane. L'Iran reagirebbe immediatamente contro tutta una gamma di bersagli statunitensi e anche nello stato sionista. Insomma, la cosa costerebbe cara, e le sue conseguenze sarebbero imprevedibili.
Gli europei probabilmente si sono resi conto che nel pensiero di Washington sta diffondendosi questo nuovo paradigma strategico, e al tempo stesso hanno capito che l'Iraq sta facendo sul serio quando parla di uscita delle forze statunitensi dal paese. E si sono resi conto che la Turchia sembra sia sempre più in orbita di fuga rispetto a Washington. In altre parole si sono accorti che l'Iran ha dimostrato capacità insospettate appena la stretta di Washington sulla regione si è fatta più debole.
Di sicuro i paesi del Golfo hanno interiorizzato i messaggi che l'Iran ha mandato con Ein al Assad e con Kirkuk, e stanno mettendo dei limiti alla loro dipendenza da Washington, che un tempo era assoluta, stabilendo rapporti con altre potenze regionali come la Russia e aprendo una quantità di canali verso l'Iran. In breve, stanno mettendo su di proposito una vigorosa facciata da Villaggio Potëmkin nell'atmosfera bellicista che ha preso il sopravvento dopo l'assassinio di Soleimani, per impedire che il flusso degli affari si allontani intimorito dal Golfo.
Tutto questo potrebbe far pensare agli europei che hanno sottoscritto il trattato che l'AmeriKKKa non abbia molte possibilità di arrivare a uno scontro diretto con l'Iran; questo significa che l'Iran esercita una deterrenza concreta e che riuscirà a lottare anche sul piano economico, con l'aiuto dei propri alleati. Se l'Iran riesce a mantenere un profilo basso fino a dopo le elezioni statunitensi di novembre, Trump (se confermato) potrebbe rendersi conto che la sua politica non funziona, e tornare sui suoi passi. Anche questo è possibile, certamente.
Se questo è l'ordine di idee, è possibile che tacciare l'Iran di essere venuto meno agli impegni davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU agli europei non sembri un gran che come trattato, soprattutto con lo scemare della tensione in Medio Oriente.
Il professor Mike Vlahos ad ogni buon contro definisce un'altra prospettiva, che gli europei sembrano aver trascurato. Nel suo Fighting identity Vlahos supera i consueti e logori paralleli per sostenere che gli USA non sono uno stato nazionale qualsiasi, ma un "leader di sistema", una civiltà-potenza come Roma, Bisanzio o l'Impero Ottomano. Un leader di sistema è "una struttura identitaria universalistica incarnata da un sistema statale. Un vantaggio prezioso, perché gli Stati Uniti sicuramente possiedono a tutt'oggi questa struttura identitaria".
In secondo luogo, secondo Vlahos la vittoria degli USA contro l'Unione Sovietica ha dato luogo ad un eccesso, portando i leader ameriKKKani a "adottare una weltanschauung ferreamente conservatrice". Insomma, a loro modo di vedere non si tratta di difendere solo il proprio paese, ma piuttosto la sua visione del mondo, e un ordine mondiale basato sul predominio. Mentre i comuni cittadini si abbandonavano agli agi del Nuovo Secolo AmeriKKKano e la loro etica militare si affievoliva, il complesso militare e della sicurezza reagiva diventando di man mano più sicuro che avrebbe dovuto addossarsi il compito di difendere la visione del mondo degli USA che aveva avuto il sopravvento nella Guerra Fredda. "Lo stato" di fatto si è enfiato e si è separato dotandosi di una sottocultura propria, o meglio, di una costellazione di sottoculture statali di tipo militare e burocratico: il cosiddetto "stato profondo". Esso considera che il proprio scopo sia quello di comportarsi come inflessibile custode di questa visione universalistica, al punto (anche se Vlahos non descrive esplicitamente il nesso) da difendere lo stato da quei leader populisti alla Trump, che tradirebbero i loro doveri di custodi o i loro impegni in favore di una qualche concezione mercantilistica che a loro modo di vedere rappresenterebbe un vero e proprio danno.
L'essenziale a questo punto è che mentre il vecchio ordine viene messo in discussione e infranto sia da Trump che dalla "Resistenza" (cioè coloro che si considerano i custodi del vecchio ordine) "i belligeranti sono diventati talmente duri di cuore che faranno di tutto o quasi pur di prevalere. Il colmo dell'ironia è che [nel] reciproco afflato di vittoria [le parti in campo] rifiutano di lavorare fianco a fianco al riparo del logoro guscio rappresentato dal vecchio ordine costituzionale. Anzi, lavorano fianco a fianco per sovvertirlo. Entrambe le parti considerano il vecchio ordine un ostacolo sulla via per la vittoria. E alla vittoria si arriva tramite la sovversione."
Quello che i paesi europei firmatari del trattato non hanno incluso nelle loro valutazioni è proprio la grande importanza simbolica che entrambe le parti in lotta negli USA attribuiscono al mettere in ginocchio la Repubblica Islamica dell'Iran e a farla pentire di aver fatto la rivoluzione. Gli ambienti militari e della sicurezza lo intenderebbero come un altro segnale di vittoria per l'egemonia ameriKKKana: una vittoria di civiltà importante sul piano simbolico almeno quanto quella contro il "marxismo". Per Trump, nulla potrebbe dimostrare meglio agli ameriKKKani che il suo modo di mettere gli avversari con le spalle al muro ha una valenza strategica, che i rischi sono calcolati e che la contropartita sarà un Iran neutralizzato, privo di capacità nucleari.
Gli europei possono pensare che in fondo non hanno fatto altro che fare ulteriore pressione sull'Iran affinché sottoscrivesse un accordo con Trump: una cosa tanto razionale, tanto assennata. Solo che gli USA non sono coinvolti in questo tipo di analisi strategica da think tank. Gli USA stanno giocando per vincere, con ogni mezzo, la sporca guerra civile in corso al loro interno. I settori militari e della sicurezza vogliono il predominio dell'energia in Medio Oriente; non tollereranno che il vantaggio finanziario in dollari che gli deriva dagli armamenti venga a qualsiasi titolo minacciato da una nuova Via della Seta in sedicesimo controllata dalla Russia, e non permetteranno la marginalizzazione dello stato sionista.
I firmatari europei, rottamando gli accordi sul nucleare iraniano, ci riportano inevitabilmente alla solita narrativa binaria: "mai si dovrà permettere all'Iran di avere armi nucleari; gli iraniani devono rinunciare del tutto ad arricchire uranio, o affrontare le relative conseguenze". Gli europei possono anche avere chiesto a Trump di passare all'azione (o magari glielo hanno chiesto i neoconservatori repubblicani, in cambio del voto contro la sua messa in stato di accusa) ma la cosa potrebbe non essergli di alcun aiuto. Gli accordi sul nucleare iraniano erano in una certa misura un freno per un possibile conflitto: l'Iran ha più volte ribadito che erano l'unico modo possibile per calmare la situazione. Ma adesso, dopo l'uccisione di Soleimani, è improbabile che l'Iran voglia dialogare con Trump. Nessuno si fida di lui, semplicemente. E gli europei hanno appena perso -per colpa loro- credibilità come interlocutori.
L'aut aut che gli europei hanno preparato è un regalo per i neoconservatori ameriKKKani e per i loro alleati evangelici, più di quanto non rappresenti un aiuto per Trump. Esso potrebbe anche tradursi nel fatto che votare per la messa in stato d'accusa di Trump potrebbe essere considerato di comune interesse dagli evangelici da una parte, e dai senatori democratici legati mani e piedi ai settori militari e della sicurezza dall'altra. Al posto di Trump potrebbe salire in carica l'evangelico Pence.
Tendenzialmente le cose non si mettono bene. Le pressioni statunitensi si intensificheranno, in linea con l'aut aut; l'Iran reagirà aumentando l'arricchimento dell'uranio e con azioni di deterrenza. L'attuale allentarsi delle tensioni potrebbe essere di breve durata.

sabato 8 febbraio 2020

10 febbraio, Giorno del Ricordo




Bandiera Rossa nella versione dei KUD Idijoti è un brano indicatissimo per fare da controcanto in modo razionale e maturo alle iniziative del "giorno del ricordo".
Questo giorno del ricordo è una impostura propagandistica le cui istanze sono state più volte confutate e derise in questa sede, e che più volte saranno confutate e derise anche in futuro.
Nello stato che occupa la penisola italiana ha preso sostanzialmente il carattere di un'imposizione a titolo di legge, ed è vieppiù utile all'apparato governativo e gazzettiero per discriminare una volta di più i buoni dai cattivi, i titolari di diritto di parola dalla feccia da eliminare.
La canzone è appropriata per molti motivi.
- I KUD Idijoti erano di Pula, città nella Istarska županija particolarmente cara -con altro nome, ovviamente- ai giornanti del ricordo.
- Il testo è cantato con una buona pronuncia. Un'ottima lezione di stile per molti giornanti, spesso fieri della loro ignoranza delle lingue slave in un "paese" in cui l'ignoranza tout court è sempre un giustificativo e in casi come il loro diventa tranquillamente un vanto.
- Oltre a non presentare dubbio alcuno in materia di apertissimo e apologetico filocomunismo, la canzone è smaccatamente antibellicista, davvero degna dei pacifinti che dei giornanti mnestici sono l'antitesi da ogni punto di vista e sotto ogni aspetto, a cominciare da una cultura e da una competenza che spesso superano tranquillamente il campo storiografico.
- Nel testo sono stati inseriti versi tratti da Anarchy UK dei Sex Pistols. Come se non fosse abbastanza chiaro l'orientamento punk del gruppo ecco qui un rimando a una realtà commerciale finché si vuole, ma pur sempre in grado di agire da allegra rompiscatole nelle occasioni ufficiali. L'incipit di Anarchy, come noto, chiama in causa l'Anticristo e non è male caricare anche questa sulle spalle di chi tanto dice di tenere alle "radici cristiane" del mondo "occidentale".
Il brano è stato incluso anche in Canzoni contro la Guerra.


Avanti popolo, alla riscossa
bandiera rossa, bandiera rossa;
avanti popolo, alla riscossa
bandiera rossa trionferà!

Bandiera rossa la trionferà,
bandiera rossa la trionferà,
bandiera rossa la trionferà,
evviva il comunismo e la libertà!

Vogliamo fabbriche, vogliamo terra,
ma senza guerra, ma senza guerra;
vogliamo fabbriche, vogliamo terra,
ma senza guerra vogliamo star!

Ma senza guerra noi vogliamo star,
ma senza guerra noi vogliamo star;
ma senza guerra noi vogliamo star,
evviva il comunismo e la libertà!
Evviva il comunismo e la libertà!

I'm an antichrist,
I'm an anarchist;
I don't know what I want
but I know how to get it,
I wanna destroy passerby
cause I wanna be anarchist!

Bandiera rossa la trionferà,
bandiera rossa la trionferà,
bandiera rossa la trionferà,
evviva il comunismo e la libertà!

Bandiera rossa la trionferà,
bandiera rossa la trionferà,
bandiera rossa la trionferà,
evviva il comunismo e la libertà!

United rakija!
United pivo!
United pizza!
United, united!

mercoledì 5 febbraio 2020

Alastair Crooke - Iran. La matrioska dell'immaginario statunitense



Traduzione da Strategic Culture, 20 gennaio 2020.

Il 17 settembre 1656 il protestante puritano Oliver Cromwell, che aveva vinto una guerra civile e aveva fatto decapitare in pubblico il re inglese, si mise in marcia contro i nemici dell'Inghilterra. In Parlamento quel giorno disse che esisteva, fuori, nel mondo, un asse del male. Un asse capeggiato dalla Spagna cattolica che costituiva nell'essenza un problema perché un popolo intero si era messo al servizio del male. Questo male, e la schiavitù che esso comportava, era incarnato dalla religione cattolica: la religione cattolica non ammetteva l'anelito del popolo inglese verso libertà basilari: "...[un male] che impone agli uomini un giogo... sotto il quale non esiste lbertà... e sotto il quale non può esistere 'libertà alcuna per la coscienza individuale'".
Ecco come il capo dei protestanti inglesi considerava la Spagna cattolica nel 1656. Una concezione molto vicina a quella con cui gli USA di oggi considerano l'Iran dei nostri giorni: il male di una religione, l'Islam sciita, che a loro detta impone al popolo iraniano repressione e servitù. In Europa la guerra ideologica contro il male rappresentato da una comunanza religiosa imposta (all'epoca l'asse di Santa Romana Chiesa) portò il continente a un passo dalla fine: le regioni più colpite persero nel corso della guerra il sessanta per cento della popolazione.
Esiste negli USA una fazione che invoca il ripetersi delle stesse condizioni, stavolta in Medio Oriente, per distruggere come Cromwell la comunanza rappresentata dall'asse della Resistenza sciita -vista come un qualcosa che si estende in tutta la regione- per tutelare l'anelito del popolo ebraico verso libertà basilari?
Certo, oggi i capi di questa fazione ideologica non sono più i protestanti puritani, anche se i cristiani evangelici sono tutt'uno con lo spirito profetico e l'interpretazione letterale del Vecchio Testamento che caratterizzavano Cromwell. I suoi ideologi di punta sono invece i neoconservatori, che si sono ampiamentebasati su La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper; uno scritto fondamentale, in larga misura responsabile del modo in cui molti ameriKKKani immaginano il loro mondo. Popper intendeva la storia come un susseguirsi di tentativi, da parte di forze della reazione, di conculcare una società aperta tramite le armi della religione e della cultura tradizionali.
Marx e la Russia diventano in Popper l'archetipica minaccia reazionaria che si erge contro le società aperte. Di questo concetto si impadronì Reagan, che lo mise in connessione alla tradizione apocalittica cristiana. Di qui l'allinearsi dei neoconservatori all'anelito di redenzione degli evangelici e all'interventismo liberale che ambisce invece ad un millenarismo laico. Tutti sono d'accordo sul fatto che l'Iran incarni la reazione e anche sull'assunto che esso rappresenti una grave minaccia alla autonominata "società aperta" dello stato sionista.
Il fatto è che non si va lontano, con elementi del genere, sostenendo che l'Iran non costituisce una minaccia per gli USA (il che è ovvio); il loro progetto è sempre e comunque ideologico. E va interpretato in un'ottica ideologica. Popper voleva affermare che solo una visione liberale a livello mondiale avrebbe portato ad un periodo di "crescita sostanziale della vita umana e illuminata" e ad una società libera e aperta.
Tutto questo non è che la matrioska più esterna: una retorica adatta al pubblico e un'immagine dipinta da usare per nascondere le più interne e segrete. Eli Lake, su Bloomberg, indica quella successiva:
"Dopo che il Presidente Donald Trump ha ordinato l'attacco coi droni che ha ucciso [Soleimani, atto giustificato con la deterrenza e col dire che avrebbe impedito un'offensiva]... un pugno di consiglieri di Trump ha comunque [intravisto un altro] vantaggio strategico dato dall'uccidere Soleimani: chiamiamolo pure rovesciamento del governo..."
"Una serie di note inviate a [John Bolton] nei mesi di maggio e di giugno del 2019 -e rese pubbliche- indica che si tratta di un'occasione per rovesciare il governo iraniano. A redigerle è stato David Wurmser, da molto tempo consigliere di Bolton e impegnato anche come consulente del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Wurmser pensa che l'Iran si trovi in una crisi di legittimazione: i vertici politici del paese, a sentir lui, si dividono tra chi anela ad un ritorno apocalittico dell'Imam Nascosto, e chi è propenso al mantenimento della Repubblica Islamica. E in complesso molti iraniani sono preda di un crescente disgusto verso l'incompetenza e la corruttela delle istituzioni.
Il punto fondamentale nella visione di Wurmser [è che] se si prendessero contro l'Iran iniziative impreviste e fuori dall'ordinario, esse disorienterebbero il governo. Bisognerebbe compiere un attacco improvviso," scrive Lake. Un attacco del genere da parte degli USA "scuoterebbe il precario equilibrio di forze all'interno del paese, e il controllo su di esse da cui dipendono la stabilità e la sopravvivenza del governo." Quest'attimo di confusione, secondo Wurmser, si tradurrebbe in un momento di paralisi e provocherebbe nel pubblico iraniano l'impressione che i leader del paese sono deboli.
Le note di Wurmser indicano che l'amministrazione Trump ha pensato di colpire Soleimani fin dall'inizio della crisi in atto, qualcosa come sette mesi fa... [A giugno] l'Iran aveva abbattuto un drone statunitense, e Wurmser consigliò a Bolton di reagire con un'azione plateale, e congegnata in modo da far passare il messaggio che gli USA ritenevano responsabile il governo, e non il popolo iraniano. "La cosa potrebbe anche contemplare qualcosa come un attacco mirato contro qualcuno come Soleimani o i suoi massimi affiliati," scriveva Wumser in un appunto del 22 giugno.
In queste note Wurmser si dice contrario un'invasione dell'Iran. Afferma che la reazione degli USA "non ha bisogno di mettere piede sul terreno, cosa che in concreto non dovrebbe proprio succedere." Insiste invece sul fatto che la si sarebbe dovuta congegnare in modo da esacerbare per il governo iraniano la crisi di legittimità sul piano interno.
Insomma, David Wurmser è la matrioska interna: nessuna invasione militare, ma una strategia che spazzi via la Repubblica. Eli Lake rivela che Wurmser ha continuato tranquillamente a fare da consigliere per Bolton e per Trump per tutto questo tempo. Lo stesso neoconservatore che nel 1996 redasse Come trattare gli stati in via di frammentazione (che nasceva dal famigerato articolo sulla strategia politica del taglio netto scritto per Netanyahu, come guida per distruggere i nemici dello stato sionista). Entrambi gli scritti caldeggiavano il rovesciamento degli stati nazionali arabi di impianto laico, bollati come "cadenti relitti del male sovietico" (il linguaggio è quello di Popper, ovviamente) e come intrinsecamente ostili verso lo stato sionista (e questo era il messaggio vero).
Bene (ma che sorpresa); Wurmser ha scritto di come far implodere l'Iran e di come distruggerlo. La sua illuminazione? "Un attacco mirato contro qualcuno come Soleimani", dividere il vertice politico dell'Iran in fazioni ostili tra loro, aprire una piaga viva nella carne della legittimazione politica del governo iraniano, metterci un dito per allargarla e scatenare la rivolta contro di esso, dando a intendere che gli USA sono schierati col popolo iraniano.
Eli Lake, in questo articolo su Bloomberg, sembra convinto che la strategia di Wurmser abbia funzionato. Davvero? Il problema è che a Washington se la raccontano in una maniera che fino ad ora non ha avuto niente a che vedere con la realtà delle cose. Qualcosa di puramente avulso sotto ogni punto di vista. Al corteo funebre di Soleimani hanno partecipato milioni di persone. Il suo assassinio ha fornito nuovo slancio alla coesione dell'Iran. A protestare sono stati quattro gatti.
Adesso arriviamo alla matrioska successiva: Trump si è adeguato al copione di Wurmser, anche se poi ha ammesso di aver ordinato l'omicidio sotto le forti pressioni dei senatori repubblicani. Magari ha creduto alla narrativa, palesemente assurda, per cui gli iraniani avrebbero festeggiato per le strade l'uccisione di Soleimani. Trump non è comunque famoso per essere uno che ammette i propri errori. Anzi, quando qualche cosa viene fatto risalire ad un suo errore il Presidente indossa la montura del venditore: sta cercando di convincere la sua base che l'assassinio non è stato un errore, ma un grande successo strategico: "Gli piaciamo", ha detto Trump dei manifestanti in Iran.
Tom Luongo ha notato: "La prossima settimana inizia in senato la procedura di impeachment contro Trump. Per il Presidente non sarà una passeggiata, è chiaro. Chi non considera importante la cosa perché il senato è controllato dai repubblicani non capisce, tanto per cominciare, il perché esista questa messa in stato d'accusa. L'impeachment [è in atto perché costituisce] l'estrema forma di pressione su un Presidente il cui desiderio di porre fine alle guerre in Medio Oriente è un anatema per le correnti di potere trincerate nella palude di Washington." Ecco: qui arriviamo a un'altra matrioska, ancora più interna.
Luongo specifica che l'impeachment è stato lo strumento di pressione per dividere i neoconservatori repubblicani del senato da Trump. Adesso, le pressioni della Pelosi contro i senatori repubblicani stanno aumentando di portata. Il potere costituito ha gelato le affermazioni di Trump sull'attacco imminente come giustificativo per l'assassinio di Soleimani, e Trump ha risposto facendo il venditore a tutto campo, raffigurandosi come all'angolo per colpa dell'Iran.
Scendendo sul sentiero di guerra il Presidente ha detto e stradetto, definendo Soleimani "un figlio di..." che ha ucciso "migliaia di persone" e responsabile addirittura per ogni veterano statunitense rimasto mutilato in Iraq. Trump ordisce un'immagine di fantasia in cui i manifestanti si riversano per le strade di Tehran distruggendo le immagini di Soleimani e lanciando invettive contro la leadership iraniana.
Tutte cose senza alcun fondamento. Non c'è stata nessuna manifestazione di massa. Poche centinaia di studenti hanno protestato in una delle principali università di Tehran. Ma Trump ormai imperversa a tutto campo, e si è messo a minacciare i tre paesi europei che hanno firmato gli accordi sul nucleare iraniano che se non diranno in sede di arbitrio delle divergenze al Consiglio di Sicurezza dell'ONU che l'Iran è venuto meno ai patti gli imporrà un doloroso dazio del venticinque per cento sulle loro automobili.
Come farà Trump a evitare di trovarsi impelagato in un conflitto anche più grave se -e quando- in Iraq o in Siria degli ameriKKKani rimarranno vittima delle milizie e Pompeo o Lindsay Graham diranno -sbagliando- che "sono stati i fantocci dell'Iran"? Mandare fax conciliatori agli svizzeri perché li passino agli iraniani non funzionerà perché a Tehran non li leggeranno o comunque non crederanno a quello che c'è scritto, ammesso che l'abbiano mai fatto.
Tutto questo sa di messa in scena, di recita. Una messa in scena molto astuta, destinata a finire con gli USA che superano la linea rossa andando a bersagliare qualche cosa che si trova all'interno del territorio iraniano. Ed eccoci all'ultima matrioska.
A chi torna utile tutto questo? Ad alcuni senatori cui Trump non è mai piaciuto, e che preferirebbero Pence; ai democratici, che a novembre preferirebbero schierare il loro candidato contro Pence piuttosto che contro Trump. E poi, come ha osservato aspramente qualcuno che con Wurmser ha lavorato, quando si sente il nome Wurmser si pensa immediatamente al suo stretto sodale Netanyahu.
L'ultima matrioska?

sabato 1 febbraio 2020

Alastair Crooke - Leggere Sun Tzu a Tehran



Traduzione da Strategic Culture, 15 gennaio 2020.

L'Iran non è alle corde. Il generale Hajizadeh, comandante delle forze aerospaziali del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, ha detto in una riunione tenutasi il 14 gennaio che l'attacco [missilistico contro una base statunitense in Iraq, N.d.T.] "costituisce il punto di partenza di un'operazione in grande stile". Ha anche percisato che "gli attacchi non avevano lo scopo di causare perdite: abbiamo [piuttosto] voluto sferrare un colpo alla macchina bellica del nemico". Anche il Pentagono sta dicendo che l'Iran ha deliberatamente evitato di colpire le truppe USA che c'erano nelle basi. In pratica, il Pentagono ammette che l'Iran riesce a guidare con estrema accuratezza missili diretti a diverse centinaia di miglia di distanza e che lo ha fatto senza che un solo missile venisse intercettato dalle forze statunitensi. Evitare di colpire uomini in una grande base militare costituisce un risultato eccellente, che fa pensare che i missili iraniani abbiano un margine di precisione che si aggira sul metro o due, non sui dieci metri.
Non è forse un dato essenziale? Fa pensare che i progressi dei sistemi di guida iraniani li mettono ora in condizioni di sferrare attacchi di estrema precisione. Non abbiamo forse assistito a qualcosa di simile recentemente in Arabia Saudita, ad Abaqiq? E Abaqiq non ha forse messo in chiaro che i costosi sistemi di difesa aerea statunitensi non funzionano? Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha fornito soddisfacenti dimostrazioni del fatto che è in grado, al pari dei suoi alleati, di bucare i sistemi di difesa aerea di fabbricazione statunitense tramite missili "intelligenti" di produzione locale e tramite sistemi di contromisure elettroniche.
In breve le basi statunitensi nella regione sono diventate delle infrastrutture vulnerabili, e non dei punti di forza. Lo stesso vale per quelle costose flotte da battaglia dotate di portaerei. A chi capisce -o vuole capire- gli iraniani hanno mandato un messaggio chiaro e molto pertinente. A chi si intende meno di strategia potrebbe sembrare che l'Iran abbia sferrato un pugno che si è rivelato debole. Ma veramente, quando si è appena dimostrato di essere in grado di sovvertire lo status quo sul piano militare, non c'è bisogno di squilli di trombe. L'arrivo di un simile messagigo è di per sé un colpo a una macchina militare. Un colpo calibrato con cura, che ha evitato che si arrivasse alla guerra. Trump ha abbassato la guardia... e lo ha definito un successo.
Quindi è tutto finito, tutto fatto, tutto sepolto? Finito cosa? Non è finito niente. Sia la Guida Suprema che il generale Hajizadeh hanno detto esplicitamente che l'attacco non è che il primo passo, "un inizio". La maggior parte degli addetti ai lavori tuttavia, sia in Occidente che, in qualche caso, nello stato sionista, è per cultura insensibile alle sfumature linguistiche quando si tratta di gestione di una guerra asimmetrica da parte dell'Iran; anche quando la cosa è affrontata in modo esplicito.
Guerra asimmetrica non significa esercitarsi a chi se la tira di più. Invece, è come nella storia di David e Golia. Golia può sfracellare David con un pugno solo, ma David è agile, veloce, e si mette a danzare attorno al gigante appena fuori dalla sua portata. David ha una buona resistenza, mentre il gigante si muove pesantemente, e facilmente si esaspera e si stanca. Alla fine basta un sasso ben piazzato -neanche un colpo di cannone- per abbatterlo.
Si ascolti da vicino il messaggio dell'Iran: se gli USA si ritireranno dall'Iraq, come chiesto dal parlamento iracheno, e rispetteranno gli accordi presi col governo di Baghdad per abbandonare poi la regone, la situazione militare migliorerà. Se gli USA insisteranno a rimanere in Iraq, le forze statunitensi saranno sottoposte a pressioni politiche e militari affinché se ne vadano, ma non da parte dell'Iran. A farlo saranno gli abitanti di quei paesi in cui i militari statunitensi sono di stanza. E i soldati statunitensi possono finire uccisi, ma non da missili iraniani. Scegliere, tocca all'AmeriKKKa. L'Iran ha l'iniziativa.
I leader iraniani sono stati molto espliciti. Lo schiaffo rappresentato dall'attacco contro la base di Ain al Assad non è la ritorsione per l'assassinio mirato del generale Soleimani. La campagna condotta con una guerra amorfa, un po' militare e un po' politica, contro la presenza ameriKKKana in Medio Oriente è invece l'iniziativa indicata come adatta a ricordarlo.
Ed ecco David che danza attorno a Golia. L'uccisione di Soleimani ha attivato e mobilitato milioni di persone restituendo vigore alla resistenza. Non solo a quella sciita, tra l'altro. Il parlamento iracheno ha votato a favore dell'allontanamento delle forze armate straniere; la risposta del Presidente Trump è stata quella di trattare la sovranità irachena come spazzatura, e questo ha fatto sì che emergesse un nuovo paradigma politico che neppure il più filoameriKKKano degli iracheni può facilmente ignorare. Quella di allontanare i militari stranieri è, ed è questo l'elemento notevole, una missione senza connotazioni settarie.
Lo stato sionista, dopo che all'inizio i sostenitori di Netanyahu si sono congratulati con se stessi, ha capito che l'Iran ha fatto un passo avanti, e non un passo indietro. Scrive Ben Caspit, che ha una lunga esperienza in materia di sicurezza nello stato sionista:
"La lettera del generale William H. Sili, comandante delle operazioni militari statunitensi in Iraq, è stata fatta filtrare e poi rapidamente diffusa tra gli altri gradi della sicurezza dello stato sionista il 6 gennaio... Il testo della lettera affermava che gli ameriKKKani stavano preparando un immediato ritiro dall'Iraq e ha fatto scattare l'allarme a tutti i piani, al Ministero della Difesa di Tel Aviv. Di più: nello stato sionista lo scritto stava per mettere in moto uno scenario da incubo in cui, in vista delle imminenti elezioni, il Presidente Donald Trump avrebbe rapidamente fatto evacuare i soldati statunitensi presenti in Iraq e in Siria.
In contemporanea l'Iran ha annunciato che avrebbe immediatamente interrotto ogni impegno in materia di accordi sul nucleare con le superpotenze, ritornando ad arricchire uranio ad alto livello in quantità illimitate e riprendendo con maggior vigore i propri sforzi per sviluppare capacità nucleari di tipo militare. 'In queste condizioni,' ha detto un alto funzionario della difesa [a Caspit], 'ci ritroviamo davvero da soli, e nel momento più critico. Non esiste scenario peggiore di questo, per la sicurezza nazionale dello stato sionista... Non è chiaro quando sia stata scritta questa lettera, non è chiaro perché sia filtrata, non è chiaro -innanzitutto- perché sia stata scritta. In generale non c'è nulla di chiaro nel comportamento degli ameriKKKani in Medio Oriente. Ogni mattina ci svegliamo e c'è qualche dubbio nuovo.'"
L'impeachment del Presidente USA lanciato alla Camera ha lasciato Trump molto vulnerabile al superstite gruppo di sionisti e di evangelici che si trova in Senato; i loro voti gli saranno in ogni caso indispensabili quando la questione vi verrà discussa. Così in una prova in cui Trump deve impedire che i democratici si alleino con i repubblicani ribelli per arrivare a quei due terzi dei voti che significherebbero un verdetto di colpevolezza. La pressione dello impeachment è stata usata varie volte per spingere Trump a comportarsi circa il Medio Oriente in modo diametralmente opposto agli interessi del suo elettorato -a tutt'oggi impegnato a mantenere in piedi mercati traballanti- e a mantenere un dialogo per arrivare ad accordi commerciali con la Cina.
Adesso Trump, parlandone in termini di campagna elettorale, ha bisogno soprattutto di allentare la tensione con l'Iran, cosa che allevierebbe la pressione politica dei neoconservatori e degli evangelici permettendogli di mettere in vetrina, invece, i mercati inflazionati.
E questo è proprio quello che Trump non otterrà.
I suoi tentativi di mettere un argine alla reazione dell'Iran davanti all'assassinio di Soleimani sono stati esplicitamente respinti da Tehran. I suoi dispacci non sono stati neanche aperti, né si è lasciato che i mediatori ne parlassero. Non c'è posto per il dialogo, a meno che Trump non faccia alleviare le sanzioni e gli USA non tornino a rispettare gli accordi sul nucleare. E questo non succederà mai. Adesso ci saranno pressioni immense da parte di tutte le lobby dello stato sionista affinché l'AmeriKKKa resti in Iraq e in Siria, con buona pace di Caspit e delle sue considerazioni. E lo spettro della vendetta per la morte di Soleimani perseguiterà per i prossimi mesi, se non per i prossimi anni, i militari di stanza nella regione.
Saggiamente l'Iran ha rifiutato un confronto militare diretto, stato contro stato, in favore di una più sottile e micidiale guerra contro la presenza USA in Medio Oriente. Una guerra che, in caso di successo, darà un nuovo volto a tutta la regione.
No, non è finita. Anzi, peggiorerà al modo in cui peggiorano le guerre asimmetriche. E Trump resterà schiacciato nella morsa dei senatori canaglia.

venerdì 31 gennaio 2020

Alastair Crooke - Medio Oriente: un equilibrio strategico mandato all'aria



Traduzione da Strategic Culture, 6 gennaio 2020.

Si dava per inteso che il Presidente Trump non volesse in Medio Oriente una guerra suscettibile di nuocere alle rosee probabilità di una sua rielezione. Rosee fintanto che il mercato borsistico statunitense resta gonfio e che l'economia tiene, chiaro.
Pat Buchanan è stato tre volte candidato alla presidenza, e ha avvertito Trump che se un pericolo esiste sul cammino verso la rielezione lo si trova proprio nel Medio e nel Vicino Oriente. "I casi in cui la politica estera si è rivelata decisiva negli anni in cui si svolgono le elezioni non sono pochi". Inoltre, l'Iran non stava cercando di alzare il livello dello scontro; non ci stava provando Hezbollah, non ci stavano provando gli iracheni e neppure l'apparato di sicurezza dello stato sionista.
Insomma, l'equilibrio strategico, anche se messo a dura prova, grosso modo teneva. In altre parole, l'Iran e lo stato sionista si erano tenuti appena appena al di sotto dei parametri che definivano le rispettive e tacite "linee rosse", nonostante la retorica roboante. Tutti e due stavano praticando la strategia della pazienza, e l'equilibrio sembrava più o meno sostenibile... fino a quando non si è infranto, con l'assassinio di Qasem Soleimani e del capo delle Unità di Mobilitazione Popolare irachene Al-Muhadis. Assassinio ordinato da Trump.
Nonostante i repellenti toni del suo linguaggio, lo stato sionista non ha portato a segno alcun colpo strategico in Iraq e in Siria. Non ha ucciso iraniani in territorio siriano, fatta eccezione per le vittime nell'aeroporto T4 colpito lo scorso anno nella Siria orientale. Non ha messo nel mirino il capo dell'aeronautica iraniana alla fine dello scorso anno, nonostante alcune relazioni lo indicassero: in quel periodo non si trovava neppure in Iraq, d'altronde. La maggior parte degli attacchi aerei sferrati dallo stato sionista ha colpito magazzini nelle prime ore del giorno, quando non c'era personale. Lo stato sionista ha tagliato via qualcosa qua e là alla catena logistica iraniana, senza provocare alcun danno sul piano strategico.
L'Iran, dopo aver mandato a dire ai paesi el Golfo che era deciso a punire chi partecipava all'assedio econmico, si è chiaramente comportato con attenzione quando si è trattato di reagire alle pressioni. L'Iran ha mantenuto l'occhio fisso sulla situazione diplomatica a livello mondiale (ad esempio con le esercitazioni navali congiunte con Russia e Cina, nel Golfo Persico) mentre contrastava sul piano politico la nuova tattica ameriKKKana di fomentare proteste "colorate" in Libano e in Iraq e di cercare di colpire la Siria sul piano finanziario, rubandole introiti nel settore energetico.
Il punto è questo. Gli USA non si accontentavano più di sottoporre l'Iran alle sole sanzioni. Sotto traccia hanno alzato ovunque il livello dello scontro: hanno fomentato proteste in Iraq, in Libano e nello stesso Iran, hanno lanciato un'offensiva telematica su vasta scala contro l'Iran e infine hanno orchestrato un'operazione di messaggistica allo scopo di trasformare il fondato risentimento popolare contro il malgoverno regionale e contro la corruzione in un'arma diretta a indebolire l'Iran rivoluzionario.
Qualche successo gli USA lo stavano ottenendo, con questo trasformare le proteste in messaggi diretti contro l'Iran. Poi, però, nel corso dell'ultima settimana del 2019 hanno ucciso e ferito molti appartenenti alle forze di sicurezza irachene: Ketaib Hezbollah infatti è una componente delle forze armate irachene.
Alzare il livello fino a massime pressioni è una cosa (e l'Iran era fiducioso di poter farci il callo); assassinare un ufficiale di rango tanto elevato in missione ufficiale è un'altra, piuttosto diversa. Non si è mai dato il caso, in precedenza, dell'assassinio di una personalità estera tanto importante.
Anche le modalità non hanno precedenti. Soleimani era in Iraq in visita ufficiale. Vi era giunto dalla Siria come ospite di riguardo; ad aspettarlo all'aeroporto c'era un funzionario iracheno di pari grado, Al Muhandis, anch'egli assassinato insieme ad altre sette persone. Tutto alla luce del sole. il generale Soleimani usava tranquillamente il proprio telefono personale: era un funzionario di alto grado, se fosse stato ucciso da un altro paese si sarebbe trattato di un atto di guerra.
L'azione, che ha avuto luogo all'aeroporto internazionale di Baghdad, non costituisce solo il superamento di una linea rossa: è un'umiliazione, che colpisce l'Iraq, il governo e il popolo iracheno. Un'umiliazione che rovescerà l'orientamento strategico del paese. I tentativi che l'Iraq ha fatto fino a oggi di barcamenarsi tra Washington e l'Iran finiranno spazzati via dall'avventato arbitrio che Trump si è preso contro la sovranità nazionale irachena, che può benissimo segnare l'inizio della fine della presenza statunitense in Iraq (e quindi anche in Siria) e in definitiva della presenza ameriKKKana in Medio oriente.
Trump può anche raccogliere qualche facile ovazione, per questo suo "Noi siamo l'AmeriKKKa, cazzo!", che è l'espressione con cui un alto funzionario della Casa Bianca ha definito la dottrina Trump per la politica estera. Tuttavia i nodi possono arrivare presto al pettine, sottoforma di conseguenze non previste.
Perché lo ha fatto? Se davvero nessuno voleva la guerra, perché Trump ha alzato il livello dello scontro e ha rovesciato il tavolo? Fino a ora la strada per la rielezione era in discessa; perché giocare il jolly (dagli esiti sempre imprevedibili) di un nuovo conflitto in Medio Oriente?
Voleva forse far marcare una differenza con la gestione Obama di certe situazoini, e che non si voleva ritrovare con le rappresentanze USA assediate come a Bengasi? Era convinto che questi omicidi avrebbero compiaciuto lo zoccolo duro dei suoi sostenitori, che sono lo stato sionista e gli evangelici? O magari sono stati i sostenitori di Netanyahu a Washington a presentargli questa possibilità? Può anche darsi.
Nello stato sionista qualcuno si preoccupa perché ci sono tre o quattro fronti di guerra che si stanno avvicinando. I funzionari superiori dello stato sionista si sono recentemente chiesti se sia probabile che nei prossimi mesi scoppi una guerra regionale. Il Primo Ministro dello stato sionista sta combattendo per sopravvivere politicamente, e ha richiesto l'immunità per tre procedimenti giudiziari che lo riguardano dicendo che si trattava di un suo diritto e che c'era bisogno che lui "continuasse a guidare lo stato sionista" perché era in gioco il futuro del paese. Dall'esacerbare le tensioni con l'Iran Netanyahu non ha niente da perdere e tutto da guadagnare.
I politici di opposizione e i vertici militari dello stato sionista hanno fatto sapere che il Primo Ministro ha bisogno di arrivare ai ferri corti con l'Iran proprio per sottolineare come il paese "abbia bisogno" che egli resti al potere. Per motivi tecnici legati al funzionamento del parlamento, difficilmente le richieste di Netanyahu saranno prese in considerazione prima delle elezioni di marzo. Insomma, Netanyahu ha ancora un po' di tempo per montare il caso pro domo sua.
Alla base della prudenza dello stato sionista nei confronti dell'Iran non c'è tanto l'ostinazione di Netanyahu, ma l'atteggiamento incostante del Presidente Trump. Siamo sicuri che gli USA sosterrebbero senza riserve lo stato sionista, se esso si trovasse nuovamente coinvolto in una guerra in Medio Oriente? No, sembra pensino nello stato sionista e nei paesi del Golfo. Questa valutazione ha una portata significativa: nello stato sionista e negli uomini che esso ha a Washington c'è adesso qualcuno che considera Trump come una minaccia per la sicurezza dello stato sionista in un confronto con l'Iran. Trump ne era al corrente? La sua mossa azzardata serviva a impedire cedimenti in quello zoccolo duro per lui irrinunciabile, in vista delle elezioni? Non si sa.
Ed eccoci a tre interrogativi finali. Fino a quando l'Iran potrà reggere a questo aumento della tensione? Limiterà la propria rappresaglia al territorio iracheno? O gli USA supereranno un'altra linea rossa colpendo il territorio iraniano nei successivi botta e risposta?
Il Segretario di Stato Pompeo definisce le formazioni armate Hash’d a-Sha’abi -che siano parte o no ell'esercito iracheno- come sotto controllo iraniano; lo fa deliberatamente o è solo autismo politico? Sembra che la definizione venga usata come autorizzazione per attaccare tutte le molte unità Hash’d a-Sha’abi presenti sul terreno: dal momento che sono "sotto controllo iraniano" vanno considerate "forze terroristiche". Fallace corollario della definizione è l'idea che gli iracheni sarebbero favorevoli a queste eliminazioni. Ci sarebbe da sghignazzare se la questione non fosse così seria. Le forze dello Hash’d a-Sha’abi hanno condotto la guerra contro lo Stato Islamico e la grande maggioranza del popolo iracheno ne ha stima. Soleimani era in prima linea al fronte, insieme a queste formazioni irachene.
Non si tratta di pedine iraniane. Sono nazionalisti iracheni che condividono con i loro correligionari in Iran e in tutta la regione una comune identità sciita. Condividono la stessa visione culturale e hanno concezioni politiche simili, ma non sono certo dei burattini. Scriviamo questo avendone fatta esperienza diretta.
Mettere le cose in quel modo invece significa agevolare l'estendersi del conflitto: molti iracheni si sentiranno oltraggiati dagli attacchi degli USA sui loro connazionali, e li vendicheranno. Pompeo accuserà l'Iran, senza fondamento. Forse che l'idea di Pompeo è proprio quella di procurarsi un casus belli?
Ma che via d'uscita c'è? L'Iran reagirà di sicuro. La faccenda è stata messa in piedi solo per alzare il livello dello scontro rispetto a schermaglie di poca rilevanza... per arrivare a fino a che punto? Siamo consapevoli del fatto che la questione non è stata affrontata a Washington prima che il Presidente prendesse la sua decisione. Con l'Iran gli USA non hanno veri canali di comunicazione, oltre a quelli di basso livello; e non esiste alcun piano per i prossimi giorni così come non esiste una chiara via di uscita. Trump sta forse facendo ancora una volta affidamento sul suo istinto animale?