domenica 21 settembre 2014

Firenze. Dario Nardella ascolti Paolo Ermini e dedichi finalmente una strada ad Oriana Fallaci.


A metà settembre 2014 le gazzette statuiscono che "Firenze ricorda Oriana Fallaci", morta nell'indifferenza generale otto anni fa. Questa foto dovrebbe essere stata scattata il 15 settembre durante un'iniziativa al cimitero. Gli "occidentalisti" di Firenze hanno una specie di predilezione per i cimiteri, cosa che troviamo oltremodo appropriata.
In serata si è tenuta anche la solita chiacchierata tra amici nel solito hotel dalla consolidata fama, perfetta ambientazione per il tema trattato e ideale sistemazione per i convenuti.
Secondo il competente ufficio di statistica a Firenze vivevano nello stesso periodo 376909 persone.
La foto ne ritrae tredici.
Questo significa che le altre 376896 hanno preferito fare qualcosa d'altro, per esempio lavorare.
Il caso Oriana Fallaci è uno dei molti esempi possibili dell'autoreferenzialità con cui i fogliettisti categorizzano ogni aspetto del reale.
Si ricorderà che fu il Corriere della Sera il principale responsabile della campagna di marketing con cui le invettive di quella "scrittrice" vennero imposte in ogni sede come pilastri di concretezza granitica. L'operazione di Ferruccio de Bortoli, che sapeva benissimo quello che stava facendo, venne accolta dalle persone serie con aperto disprezzo e manifesta derisione; il clima mediatico in cui De Bortoli riversò le secchiate di collodio di cui Oriana Fallaci si rendeva responsabile era tuttavia tale che il solo sghignazzarne comportava la certezza di essere tacciati di terrorismo ad opera di qualche pennaiolo in sovrappeso.
Il Corriere della Sera ha una filiazione fiorentina diretta da un certo Paolo Ermini. Le ultime consultazioni amministrative hanno trattato l'occidentalame fiorentino con una certa durezza, togliendo anche a molti ardimentosi cavalieri della menzogna la voglia di difendere certe posizioni. Tuttavia alcune conventicole ritengono appropriato consentire ad Oriana Fallaci di sporcare la toponomastica cittadina.
Intendiamoci: visti i precedenti, siamo sinceramente d'accordo purché si tratti di una collocazione appropriata.
La strada che conduce alla discarica di Case Passerini andrebbe più che bene.
Paolo Ermini invece deve fare dei mezzi miracoli per girare attorno all'ovvio.
L'ovvio è che di quella donna non importa niente a nessuno e che il borgomastro Nardella ha dovuto rilasciare una dichiarazione "sconcertante" per non rimandare i gazzettieri alla base con l'ambascia di doversi inventare qualcosa di più serio per tirar giornata.
Ermini ha cercato di contestare la questione con quattro punti numerati, secondo lo stile che i padroni usano nei confronti di qualche sottoposto poco efficiente.
A giustificativo delle sue istanze, Ermini asserisce innanzitutto che è "la forza del pensiero, la capacità di riflettere una intera comunità, anche di dividerla in profondità, che fa la differenza". In questo ha ragione: Oriana Fallaci ha diviso le persone serie, rappresentate dai suoi detrattori, dalle barzellette umane rappresentate dai suoi sostenitori e soprattutto dalle sue sostenitrici.
In secondo luogo, la sensazione è che all'ufficio toponomastica le persone serie pervalgano numericamente sulle barzellette umane, al contrario di quello che succede nelle redazioni. Logicamente, nessuno ha voglia di prendersi una responsabilità che lo stigmatizzerebbe per un bel pezzo.
Terzo, Oriana Fallaci ha disprezzato e calpestato ripetutamente e con patologica insistenza la cittadinanza di Firenze, colpevole di non essersi allineata alle sue "idee" con la prontezza desiderabile. Non si capiva, e tanto meno lo si capisce oggi, perché mai si sarebbero dovuti avere simili riguardi da cameriere nei confronti di un individuo del genere.
In ultimo, Ermini ribadisce il "valore profetico" delle "denunce" di Oriana Fallaci. La redazione del Corriere Fiorentino non deve mancare di copie degli "scritti" della Fallaci, presumibilmente finite a fare da fermaporte o destinate ad utilizzi anche meno riguardosi. Sarebbe interessante sapere in quali circostanze quella donna avrebbe avuto il dono della profezia.  

sabato 20 settembre 2014

Prato: Claudio Morganti mette in ridicolo le forze armate


La propaganda "occidentalista" è da qualche anno all'angolo, anche per il sistematico saccheggio delle sue istanze e della sua agenda politica operato dai sedicenti avversari. I temi su cui concentrare il fuoco si sono considerevolmente ridotti ma vengono trattati con patetica e sterile assiduità.
A metà settembre 2014 si viene a sapere dalle gazzette -e solo da quelle- di una curiosa iniziativa intrapresa da Claudio Morganti, un micropolitico strapagato di cui abbiamo già avuto occasione di occuparci varie volte, ovviamente non per dirne bene.
La citazione che riportiamo contiene il nome dello stato che occupa la penisola italiana; ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.
Tute mimetiche, chiusi in una gabbia, catene ai polsi. E' andata in scena stamani, in piazza Mercatale, la prima tappa del tour organizzato dal movimento Io cambio e dalle associazioni La Martinella e Popolo della Vita che toccherà tutta Italia, da nord a sud, per chiedere la liberazione dei Marò da oltre due anni e mezzo in stato di arresto in India con l'accusa di aver ucciso due pescatori. Claudio Morganti, ex europarlamentare, girerà l'Italia vestito da Marò e mostrerà uno striscione con scritto “Gli italiani e i marò presi in giro, alla ricerca della dignità perduta”. “Stiamo parlando di due servitori dello Stato ingiustamente reclusi in India – spiega – vogliamo riprenderci la dignità di italiani, il nostro viene trattato come un Paese di serie b e sappiamo se anziché italiani fossero stati americani o tedeschi, non staremmo ancora oggi a parlare di questa vicenda”.
Contando su un sostegno popolare inesistente, al pari della causa che ha deciso di perorare, Morganti è stato costretto a scomodare un movimento e due associazioni per mettere insieme una pagliacciata perfettamente degna della sua persona e del "paese" di cui intenderebbe tutelare l'immagine. La visibilità mediatica è essenziale e mantenerla val bene la messa in ridicolo di qualsiasi cosa perché la traduzione della visibilità mediatica in suffragi è l'unica cosa che impedisce ai morganti di avere rapporti troppo assidui con i servizi più essenziali di quello stato sociale alla cui distruzione lavorano senza un attimo di tregua.
Fin qui le considerazioni ovvie.
Poi c'è dell'altro.
Claudio Morganti e l'altro signore di cui non è dato sapere il nome affermano di indossare la divisa dei marò, ovvero quella dei fucilieri di marina di uno stato sovrano.
La penisola italiana gronda legalitaristi d'accatto che non hanno neppure un'idea di cosa prescrivono le leggi in vigore nel loro "paese". L'essenziale, pare di capire, è rifarsi degli smacchi di esistenze peggio che schifose plaudendo le altrui sventure o magari contribuendovi attivamente, un po' come i bulli di quartiere o i bambinetti delle scuole primarie. Facendo leva su questo sottobosco di frustratelli buoni a nulla, negli ultimi anni un certo numero di individui che in contesti normali faticherebbero a trovare impiego come lavascale hanno costruito pregevoli e remuneratissime carriere.
In breve: lo stato che occupa la penisola italiana si è dotato da qualche anno di un codice penale.
E in questo codice penale c'è un articolo (il 498) che prevede e sanziona l'usurpazione di titolo, punita con una sanzione pecuniaria che per le ben fornite tasche di Morganti e socio si tradurrebbe in una irrilevante seccatura.
Le cose potrebbero complicarsi se qualche procacciatore di cause si accorgesse del fatto che la divisa dei fucilieri di marina viene ridicolizzata nel quadro di una elaborata messa in scena. Lo stesso codice prevede, all'articolo 290, il vilipendio delle forze armate, sanzionato con qualche spicciolo in più.
Si consideri poi che il partito in cui Morganti ha militato predicava ad ogni piè sospinto la divisione dello stato che occupa la penisola italiana, istigando militanti e simpatizzanti a violare quanto previsto come reato nell'articolo 214. Il fatto è che l'incoerenza, assieme all'incompetenza, è una cosa che con la codardia e la delinquenza connota profondamente la vita politica dello stato che occupa la penisola italiana. I nostri lettori ricorderanno bene di quando quello stesso partito ha messo uno dei suoi militanti a fare il Ministro dell'Interno, nello stesso stato che aveva giurato di distruggere.
In una società normale un elemento del genere non onori e cariche avrebbe avuto, ma un'accusa di alto tradimento passibile di condurlo alla più miserabile delle fini.

sabato 13 settembre 2014

Con protettori come i politici statunitensi, i cristiani mediorientali possono fare a meno dei nemici.


Giovane yankee mentre partecipa attivamente alla vita politica del suo paese.

I nostri lettori sanno bene che al di là della sordina imposta a certa propaganda dai mutati assetti politici, in AmeriKKKa esistono realtà sintetizzabili come "stato profondo" e "Bible belt" che continuano tranquillamente ad operare e ad inviare rappresentanti negli organi legislativi. In politica estera e nonostante i rovesci e le sconfitte subite negli ultimi quindici anni, i rappresentanti dello stato profondo e della bible belt ostentano senza che nessuno li ridicolizzi una ignoranza profonda ed una incompetenza biblica, fedelmente rappresentative di un corpo elettorale che in questo campo ha compiuto imprese entusiasmanti. Simili questioni costituirebbero tutt'al più una curiosità mediatica, roba con cui riempire gli spazi lasciati vuoti dalle pubblicità come si fa con certi documentari sugli insetti, se l'espressione politica di questa marmaglia obesa e cialtrona non fornisse avallo ad un apparato militare capacissimo di tutto.
Il sito web di Al Manar riferisce di un paio di episodi che si sarebbero verificati negli ultimi giorni, durante un viaggio negli Stati Uniti cui hanno partecipato i massimi vertici di alcune chiese cristiane mediorientali. Negli Stati Uniti esistono molte comunità siriane, libanesi e soprattuto armene e l'idea degli organizzatori era quella di sensibilizzarle su quanto sta succedendo. L'idea degli ospiti ovviamente era quella di servirsi delle circostanze per i propri scopi elettorali.
Il primo episodio riguarda un pranzo cui ha partecipato il patriarca antiocheno Gregorio III Lahham.
Il patriarca cattolico melchita Gregorio III Lahham ha lasciato giovedi scorso il banchetto organizzato a margine di una conferenza tenutasi a Washington, in cui si difendeva la causa dei cristiani orientali e nel corso della quale legislatori statunitensi avevano rilasciato dichiarazioni che il prelato aveva già definito razziste.
Lahham si è alzato da tavola quando il senatore statunitense Ted Cruz ha invitato i cristiani a fare la pace con gli ebrei e ha detto che i musulmani sono nemici di entrambi, aggiungendo che lo Stato Islamico e Hezbollah sono la stessa identica cosa.
Lahham ha ribattuto che sono gli ebrei i responsabili dell'esodo dei cristiani dalla regione.
Nel corso dello stesso banchetto il deputato del Congresso Chris Smith era iscritto a parlare; è venuto fuori che voleva pronunciare un discorso scritto un anno fa, in cui Smith biasimava il Presidente Bashar Assad ed auspicava che venisse trascinato davanti ad un tribunale internazionale.
Lahham ha detto ad alta voce che gli oratori non avevano per nulla centrato l'argomento di cui si doveva discutere e che stavano sfruttando la situazione per avanzare idee contrarie ai governi, al popolo e alla coesistenza.
Secondo una dichiarazione del patriarcato, Lahham si è rifiutato di partecipare ai lavori, seguito in questo dal patriarca Younane e dal vescovo Zihlawi.
Dopo aver preso atto di queste obiezioni, il patriarca maronita cardinale Mar Beshara Boutros Rahi ed il patriarca Aram hanno anch'essi abbandonato il convito, in segno di protesta per le dichiarazioni sopra riportate.
Non c'è male. Il signor Cruz non ha fatto che rappresentare al meglio il proprio elettorato, fatto da gente per la quale una guerra d'aggressione o un piatto di ali di pollo fritte sono esattamente la stessa cosa. Il signor Smith invece è riuscito a coniugare incompetenza, malafede e cialtroneria in quel sapiente ed affascinante miscuglio che costituisce l'essenza stessa del modo in cui gli "occidentalisti" intendono la vita e la politica.
Gregorio III Lahham e i suoi si sono sorbiti un viaggio aereo intercontinentale per trovarsi davanti ad una torma di ben vestiti che neppure sanno di cosa stanno parlando. Scuotere la polvere dai sandali e abbandonare compostamente un ambiente in cui agiscono elementi del genere è il minimo che possa fare chi proviene da una realtà normale.
Il giorno successivo la delegazione è stata ricevuta da Barack Obama, dove ha trovato un'accoglienza appena appena decente. Viste le esperienze della vigilia, i religiosi non hanno potuto fare a meno di stupirsi.
Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha stupito ieri i suoi visitatori, i patriarchi dei cristiani d'oriente, quando ha detto loro che il Presidente Bashar al Assad ha protetto i cristiani in Siria. I suoi interlocutori sono rimasti stupiti al punto da non credere alle proprie orecchie ed hanno faticato a nascondere il proprio stupore.
I patriarchi hanno presentato ad Obama uno scritto che illustra la situazione dei cristiani in ciascun paese mediorientale.
Le fonti ecclesiastiche hanno riferito ad al Akbar che Obama ha usato l'espressione "Governo siriano", anziché "regime", il termine che si è soliti usare negli Stati Uniti per definire la leadership siriana.
Secondo Al Akhbar, uno degli ospiti avrebbe reagito dicendo ad Obama che se le cose stanno in questo modo, forse sarebbe il caso di smetterla di definire moderata l'opposizione siriana.

lunedì 8 settembre 2014

Stato Islamico: cosa deve fare l'Occidente?


L'esistenza e l'avanzata dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante hanno fatto sì che la "libera informazione" spedisse cartoline precetto a tutti gli antislàmme da gazzetta collocati in riserva.
La mobilitazione è partita da poco, ma i risultati già entusiasmano per sconcezza e miserabilità: qui c'è una lista relativamente aggiornata.
Siccome chi lavora tutto il giorno non ha tempo da sprecare a confutare menzogne una per una -operazione tra l'altro poco utile, visto che Matteo il boiscàut ha già deciso nella condiscendenza generale che lo stato che occupa la penisola italiana deve cacciarsi in un'altra guerra- ci limitiamo a riportare qui il commento che un certo Zerco ha lasciato ad un nostro scritto in cui suggerivamo una soluzione definitiva al piccolo fastidio rappresentato dall'esistenza di uno dei riservisti di cui sopra.
Sempre più in alto, anzi: sempre più a occidente! Ezio Mauro, che è magro, ha riunito in sé Oriana Fallaci, che è morta, Magdi Allam, che è idiota, e Giuliano Ferrara, che è grasso, per andare a difenderci contro tutto l'oriente riunito.
La crestomazia di barzellette con cui questo Ezio Mauro si è guadagnato la giornata  all'inizio del settembre 2014 è stata ridicolizzata da Miguel Martinez, che si è espresso in modo molto lodevole e molto conciso su ciò che dovrebbe fare l'"Occidente".
1) L’Occidente non esiste, o se esiste si chiama Ezio Mauro.
2) L’Occidente ha già fatto. Bombardando con le armi chimiche la Mesopotamia nel 1920, attaccando l’Iraq nel 1941, prendendone il petrolio, fomentando e finanziando dieci anni di guerra con l’Iran, bombardando nel 1991, imponendo le sanzioni che hanno distrutto la società, attaccando nel 2003, fomentando gli sciiti contro i sunniti… credo che abbia fatto tutto quel che doveva fare.
3) L’Occidente lo inviterei a tornarsene gentilmente nella sua non esistenza.

venerdì 5 settembre 2014

Giuliano Ferrara, che è grasso, fa il violento incomparabilmente superiore.



Da qualche anno lo Stato Islamico è scappato dalle manine di chi se ne serviva, e da qualche mese la sua presenza ha cominciato a costituire un problema; da quando lo Stato Islamico è diventato un problema, l'islamofobia c' a' pummarola 'n coppa è tornata ad infarcire le gazzette.
Il 5 settembre 2014 per esempio Giuliano Ferrara, che è grasso, ha invocato per l'ennesima volta la guerra da quel suo Foglio che nessuno legge e che vive da sempre come una tigna a rimorchio delle risorse pubbliche, grazie a quelle sovvenzioni sull'editoria che secondo gli "occidentalisti" neppure dovrebbero esistere.
Ora, il problema è che nel caso specifico Giuliano Ferrara, che è grasso, ha ragione da vendere e propositi costruttivi da avanzare: si colga immediatamente l'occasione per mandarlo una buona volta laddove infuriano più rabbiosi i combattimenti, e di farlo in modo da ridurre al minimo le probabilità di un suo ritorno.
Si faccia davvero tutto quello che è possibile fare per condurlo in zona d'operazioni, lui e tutti i lettori che vorranno unirsi all'impresa. Tenuto conto di imbucati, professioniste -pardon, stagiste- al séguito ed altra mercanzia del genere si dovrebbe -sia pure molto a fatica- arrivare a riempire un autobus urbano. Il percorso fra Milano e la frontiera siriana si svolge per intero su strade asfaltate di facilissima percorrenza.
Una volta che Giuliano Ferrara, che è grasso, ed il suo manipolo di eroi avranno comodamente raggiunto Deir ez Zor o Raqqa non resterà che augurar loro buona fortuna dopo avergli messo in mano un moschetto Carcano e un paio di giberne, a tanto limitando la fornitura di equipaggiamenti per non rendere insostenibile il peso economico della missione.
Il rischio dell'antieconomicità, in un'operazione che avrebbe il merito non indifferente di ripulire il "paese" dove mangiano spaghetti da individui di questo genere, sta nel fatto che Giuliano Ferrara, che è grasso, potrebbe essere indotto dalle proprie abitudini a pensare di potere a buon diritto reclamare una mimetica fuori ordinanza.
E magari anche la pretesa di gravare sulla sussistenza.
Sarà bene far sì che provveda di persona facendosi recapitare sul posto le vivande di qualche ristorante milanese, e che si avvii verso le linee nemiche in giacca e cravatta, con la occidentale eleganza che gli è propria.

giovedì 4 settembre 2014

La Everyday Rebellion dei cialtroni rivoluzionari



Con la pazzesca invocazione qui sopra, nella tarda estate dl 2014 lo Scoundrelton Post fa un po' di pubblicità ad un certo film documentario.
Una specie di bignami della ribellione che piace alle gazzette, vale a dire quella in cui gli scontri di piazza a Kiev si possono fare e a Genova no.
Everyday Rebellion ci fa vedere innanzitutto quanto sono cattivi nella Repubblica Islamica dell'Iran, o meglio, quanto erano cattivi quando il mondo intero li voleva morti, quando al Primo Ministro di allora non era ancora venuto in mente di fare il rivoluzionario verde, e quando non si aspettava che i Pasdaran entrassero in Iraq per togliere le castagne dal fuoco al governo locale, benedetti a mezza voce dallo stesso Occidente che cercherà di fargli la pelle un'altra volta appena le acque si saranno calmate.
Poi ci fa vedere come ogni giovane donna possa giovare alle magnifiche sorti e progressive della specie umana partecipando a cortei e manifestazioni con pochi vestiti addosso.
Pare che il documentario dia spazio a tutti i moti di piazza filooccidentali, a tutte le "rivoluzioni colorate" degli ultimi quindici anni, a tutte le più demenziali idiozie autoreferenziali e fogliettesche rese possibili dal Cinguettatore, dal Libro dei Ceffi e da tutto il resto dell'armamentario del cialtronista rivoluzionario; strano che manchi all'appello Yoani Sànchez (ché in queste faccende con i "dissidenti" cubani si va sempre sul sicuro) perché poi le versioni disponibili di quelli che Sherif el Sebaie battezzò "i fighetti di piazza Tahrir" ci dovrebbero essere più o meno tutte.
La sua definizione, radicale e spietata, si attaglia bene a tutti i rivoluzionari da strapazzo che hanno fatto la gioia dei foglietti "occidentali".
Questa minoranza, che suscita la simpatia dell'occidente (o meglio di quelli che David Rieff chiama su Internazionale i "ciberutopisti" e che io ho definito "rivoluzionari col culo al caldo"), vive di "Tweetnadwa" ed è convinta che i problemi delle baraccopoli del paese, dove la gente cerca di mangiare tra la spazzatura e le feci, li risolverà Google. Sul magazine dello Zeitung c'è un articolo che spiega molto bene quanto questi giovani siano lontani dai problemi veri del paese: "Mahmoud indossa jeans attillati e scarpe da ginnastica Converse e ha studiato scienze della comunicazione. Anche i suoi amici sono andati al college. I loro genitori sono medici, avvocati, artisti. Sul tavolo gli ultimi iPhone e Blackberry. Il bagliore dei monitor dei computer portatili. Horreya: il nome del locale significa "libertà". Proprio qui c'è la birra. "La gente come noi ha messo in moto la rivoluzione", dice con orgoglio Mahmoud, spiegando come, con i loro smartphone, hanno diffuso l'appello per protestare su Facebook ad altri giovani della classe media egiziana durante i primi giorni. Sono educati, ben informati, mangiano al "McDonald" e fanno shopping nei centri commerciali di lusso". Ebbene, questo signor Mahmoud ha la cura miracolosa per i problemi dei poveri egiziani: "So cosa fare con gli abitanti delle baraccopoli. Mostriamo loro come funziona Facebook". Persino il corrispondente dello Zeitung è rimasto a bocca aperta per lo sconcerto. Non mi meraviglia che questa gente susciti l'ammirazione di quella che chiamo "sinistra alle sardine".
A tre anni dal manifestarsi dell'invenzione gazzettiera della "Primavera Araba", gli apprendisti stregoni della rivoluzione che non c'era sono ridotti peggio che con le spalle al muro ed è verosimile che in realtà particolarmente colpite, come la Repubblica Araba di Siria, una parte consistente della popolazione non chiederebbe di meglio che di mettere le mani addosso a qualche anti Assad da corteo gazzettiero.
Ad indignare, ad ispirare una disistima molto profonda, è il fatto che tutto era abbastanza prevedibile.
Forse bastava non esagerare con la birra e i ciarlòfoni portatili.

mercoledì 3 settembre 2014

Alastair Crooke - Conoscere la storia dello wahabismo in Arabia Saudita è indispensabile per comprendere lo Stato Islamico



Traduzione da Huffington Post.

BEIRUT. In Occidente, il clamoroso irrompere del Da'ish (lo Stato Islamico) sulla scena irachena è stato per molti un avvenimento scioccante. In molti hanno espresso perplessità -e sgomento- a fronte della sua propensione alla violenza e dell'attrattiva che esercita nei confronti dei giovani sunniti. Ma più che altro è l'atteggiamento ambiguo dell'Arabia Saudita davanti ad un fenomeno tanto preoccupante quanto difficile da spiegare; la domanda è "Ma i sauditi non capiscono che lo Stato Islamico rappresenta una minaccia anche per loro?"
Perfino in queste circostanze, pare che l'élite alla guida dell'Arabia Saudita sia spaccata. C'è chi è soddisfatto e si fa trascinare dall'ideologia strettamente salafita del Da'ish: lo Stato Islamico sta combattendo l'incendio dell'Iran sciita con il fuoco sunnita, ed un nuovo stato sunnita sta prendendo forma nel cuore di quello che i sunniti considerano il cuore del proprio retaggio storico.
Poi ci sono sauditi più timorosi, che ricordano le vicende della rivolta contro Abd el Aziz condotta dalle milizie dello Ikhwan wahabita (questo Ikhwan non ha nulla a che vedere con lo Ikhwan dei Fratelli Musulmani; in questo scritto non si fa mai riferimento allo Ikhwan dei Fratelli Musulmani), che fece quasi implodere lo wahabismo e le fortune della Casa dei Saud alla fine degli anni Venti.
Molti sauditi sono profondamente irritati dalle dottrine radicali del Da'Ish, o Stato Islamico, e stanno cominciando ad interrogarsi su alcuni aspetti del percorso e della visione politica del loro paese.


La dualità saudita

Le tensioni e i disaccordi sul conto dello Stato Islamico che esistono in Arabia Saudita possono essere comprese soltanto se si afferra l'intrinseca dualità, tutt'oggi esistente, che sta al centro dell'operazione dottrinale compiuta dalla monarchia, nonché delle origini storiche della monarchia stessa.
Uno dei principali fili conduttori dell'identità saudita rimanda direttamente a Muhammad ibn Abd al Wahhab, fondatore dello wahabismo, e all'uso che Ibn Saud fece del suo puritanesimo radicale ed esclusivista. Ibn Saud altro non era che un capo di second'ordine in mezzo a tanti altri fra le tribù beduine che continuamente avevano schermaglie tra loro  in mezzo al deserto del Nejd, calcinato e disperatamente povero.
Il secondo filo conduttore che sta alla base di questa dualità che lascia tanto perplessi riconduce invece a Re Abd al Aziz, che negli anni dopo il 1920 si orientò verso lo statalismo. Riconduce al suo aver messo il guinzaglio alle violenze dello Ikhwan per avere il riconoscimento di stato nazionale da Gran Bretagna ed AmeriKKKa, alla sua istituzionalizzazione della spinta wahabita originaria e al conseguente sfruttamento da parte sua della manna petrolifera degli anni Settanta, sfruttata sapientemente per incanalare verso l'esterno la volatile corrente dello Ikhwan con la diffusione di una rivoluzione culturale -piuttosto che una rivoluzione violenta- in tutto il mondo musulmano.
Questa "rivoluzione culturale" non era fatta di pacato riformismo. Si basava sull'odio giacobino di Abd al Wahhab per la putrefazione ed il deviazionismo che egli percepiva attorno a sé. Di qui la sua esortazione a purificare l'Islam da tutti i suoi elementi ereticali ed idolatrici.


Impostori travestiti da musulmani

Lo scrittore e giornalista ameriKKKano Steven Coll ha descritto il modo in cui questo austero e catoniano discepolo dello studioso del XIV secolo Ibd Taymiyyah di nome Abd al Wahhab disprezzasse "la nobiltà egiziana ed ottomana che elegante, raffinata, fumatrice e piena di hashish, viaggiava stambureggiando attraverso l'Arabia per andare a pregare alla Mecca".
Secondo Abd al Wahhab costoro non erano musulmani: erano impostori, che di musulmano non avevano che l'abito. Né al Wahhab considerava molto migliore il comportamento dei locali beduini arabi: lo indispettivano con quel loro onorare i santi, con l'erigere pietre tombali, con la loro "superstizione" che era poi l'usanza di trattare con riverenza tombe o luoghi che si consideravano particolarmente pregni di spirito divino.
Abd al Wahhab considerava bida', proibiti da Dio, tutti questi comportamenti.
Abd al Wahhab pensava, come Taymiyyah prima di lui, che il periodo della permanenza a Medina del Profeta Muhammad rappresentasse l'ideale della società musulmana, il "mgliore dei tempi", che tutti i musulmani avrebbero dovuto aspirare ad imitare. L'essenza del salafismo è, in sostanza, questa.
Taymiyyah aveva anche dichiarato guerra alla Shi'a, al Sufismo e alla filosofia greca. Inveì anche contro l'uso di visitare la tomba di Muhammad e di celebrarne il genetliaco, dichiarando che queste usanze altro non erano che una mera imitazione della devozione cristiana per Gesù inteso come Dio, e che erano dunque comportamenti idolatrici. Abd al Wahhab aveva fatto propri tutti questi insegnamenti, stabilendo altresì che "qualsiasi dubbio e qualsiasi esitazione" da parte di un credente verso il riconoscimento di questa specifica interpretazione dell'Islam avrebbe dovuto "privare ognuno dell'immunità di cui godono i suoi beni e la sua stessa vita".
Uno dei primi punti fermi nel pensiero di Abd al Wahhab era diventato il concetto fondamentale di takfir. La dottrina takfiri per come la intendevano Abd al Wahhab ed i suoi seguaci stigmatizza come infedeli i musulmani che si impegnino in attività suscettibili di mettere in qualsiasi modo in discussione la sovranità dell'autorità assoluta, ovvero dell'autorità del monarca. Abd al Wahhab deplorava tutti i musulmani che onoravano i defunti, i santi o gli angeli, ritenendo assodato che sentimenti del genere li distraevano dalla completa sottomissione dovuta a Dio, e a Dio soltanto. Di conseguenza, l'Islam wahabita mette al bando ogni preghiera diretta ai santi o ai cari defunti, la visita alle tombe o a moschee particolari, le festività religiose che celebrano i santi, la celebrazione del genetliaco del Profeta Muhammad, e proibisce persino l'uso delle lapidi per contrassegnare le sepolture.
Abd al Wahhab pretendeva che ci si conformasse, e che questo conformismo venisse dimostrato in modi fisici e tangibili. Sostenne che tutti i musulnmani devono decidere di far riferimento ad una sola guida, ad un califfo, nel caso ve ne fosse uno, e scrisse che quanti non si adattano a questo modo di vedere le cose dovrebbero essere uccisi, le loro mogli e le loro figlie violentate, le loro proprietà confiscate. La lista degli apostati meritevoli di morte comprendeva gli sciiti, i sufi ed altre correnti dell'Islam che Abd al Wahhab non considerava affatto musulmane. Su questo punto in particolare, nulla divide lo wahabismo dallo Stato Islamico. La spaccatura sarebbe emersa solo in séguito, a partire dalla successiva istituzionalizzazione del pensiero di Muhammad ibn Abd al Wahhab che sosteneva "Un solo governante, una sola autorità, una sola moschea". Questi tre pilastri furono intesi come rispettivamente riferentisi al re saudita, all'autorità assoluta dello wahabismo ufficiale e al suo controllo della "moschea" intesa come  il mondo.
Lo Stato Islamico nega questi tre pilastri, sui quali poggia nel momento attuale l'intera autorità sunnita; ecco la spaccatura che rende lo Stato Islamico, che su ogni altro aspetto si rifà allo wahabismo, una seria minaccia per l'Arabia Saudita.


Cenni storici 1741-1818

La difesa di concetti ultraradicali come questi, fatta da Abd al Wahhab, finì inevitabilmente con attirargli addosso il bando dalla sua stessa cittadina; nel 1741, dopo aver vagabondato per un po', al Wahhab trovò rifugio presso Ibn Saud e la sua gente. Ibn Saud si era accorto che gli insegnamenti di Abd al Wahhab, mai sentiti prima, erano il punto d'appoggio per rovesciare la tradizione e le convenzioni arabe; erano un modo per conquistare il potere.
La tribù di Ibn Saud abbracciò la dottrina di Abd al Wahhab e da allora in poi poté fare quello che aveva sempre fatto, vale a dire compiere scorrerie nei villaggi vicini e rapinarli di ogni proprietà. Solo che adesso non lo faceva perché era tradizione degli arabi il farlo, ma agendo sotto le bandiere del jihad. Ibn Saud e Abd al Wahhab reintrodussero anche il concetto di martirio in nome del jihad, che ai martiri garantiva immediato accesso al paradiso.
All'inizio conquistarono la supremazia su poche comunità locali ed imposero ad esse il loro dominio. Ai conquistati veniva posta una scelta limitata: la conversione allo wahabismo o la morte. Nel 1790 questa Alleanza era arrivata a controllare la maggior parte della penisola arabica, ed aveva più volte compiuto incursioni contro Medina, la Siria e l'Iraq.
La strategia era quella dello Stato Islamico di oggi: sottomettere le genti conquistate. L'obiettivo era quello di mettere paura. Nel 1801 gli Alleati attaccarono la città santa irachena di Karbala e massacrarono migliaia di sciiti, donne e bambini compresi. Molti sacrari sciiti vennero distrutti, compresa la tomba dell'Imam Hussein, il nipote assassinato del Profeta Muhammad.
Osservando la situazione all'epoca un ufficiale britannico, il luogotenente Francis Warden, scrisse: "Hanno saccheggiato tutta la città e fatto razzia nella tomba di Hussein... in tutta la giornata hanno massacrato, e lo hanno fatto con particolare crudeltà, più di cinquemila abitanti..."
Lo storico del primo stato saudita Osman Ibn Bishr Najdi scrisse che Ibn Saud aveva fatto un macello a Karbala nel 1801. Con orgoglio ne riferì le prove, scrivendo "Abbiamo preso Karbala e abbiamo fatto un macello, e abbiamo catturato la sua popolazione come schiava sia lode ad Allah, Signore dei Mondi: noi non chiediamo perdono per questo e diciamo anzi 'A chi non crede, lo stesso trattamento'".
Abdul Aziz entrò nella città santa della Mecca nel 1803; la città si era arresa sotto il peso del terrore e del panico, e la stessa cosa sarebbe poi successa a Medina. I seguaci di Abd al Wahhab demolirono i monumenti storici, tutte le tombe e tutti i sacrari su cui poterono mettere le mani. Alla fine, avevano distrutto centinaia di anni di architetture islamiche tutt'attorno alla Grande Moschea.
A novembre 1803, tuttavia, un assassino sciita uccise re Abdul Aziz per vendicare il massacro di Karbala. Gli successe il figlio Saud bin Abd al Aziz, che continuò la conquista dell'Arabia. A comandare comunque erano gli ottomani, che a quel punto non poterono più rimanere a guardare il loro impero che veniva divorato pezzo per pezzo. Nel 1812 l'esercito ottomano, formato da egiziani, cacciò l'Alleanza da Medina, da Gedda e dalla Mecca. Nel 1813 Saud bin Abd al Aziz morì di malaria. Il suo sfortunato figlio Abdullah bin Saud venne portato dagli ottomani ad Istanbul dove venne sottoposto ad una macabra esecuzione. Un testimone riferì che per tre giorni gli furono inflitte umiliazioni per le vie di Istanbul e che poi era stato impiccato e decapitato. La testa era stata sparata da un cannone, e il suo cuore strappato dal petto e impalato sopra il suo corpo.
Nel 1815 gli wahabiti furono sconfitti dagli egiziani, che agivano per contro dell'impero, in una battaglia decisiva. Nel 1818 gli ottomani conquistarono e distrussero la capitale wahabita di Dariyah. Il primo stato saudita aveva cessato di esistere. I pochi wahabiti rimasti si ritirarono nel deserto per serrare le file, e vi rimasero senza causare disordini per la maggior parte del XIX secolo.


Con lo Stato Islamico la storia si ripete

Non è difficile capire in che modo la fondazione dello Stato Islamico da parte dell'ISIL nell'Iraq di oggi possa apparire a quanti ricordano queste vicende. Va anche detto che le concezioni dello wahabismo del XVIII secolo non si è affatto indebolita nel Nejd, e che anzi è tornata prepotentemente in vita col collasso dell'Impero Ottomano, nel caos che fece seguito alla fine della prima guerra mondiale.
In questa recrudescenza del XX secolo la Casa dei Saud era guidata da uno Abd al Aziz di poche parole e dalla grande astuzia politica. Al momento di unire le frammentate tribù beduine, egli lanciò lo Ikwan saudita secondo lo spirito di Abd al Wahhab e dei primi predicatori combattenti di Ibn Saud.
Questo Ikhwan era una reincarnazione del primo, fiero e semindipendente movimento avanguardista formato da moralisti wahabiti armati e dediti alla causa, che erano arrivati ad un niente dall'impadronirsi di tutta l'Arabia all'inizio del 1800.Questo Ikhwan riuscì, come ci era riuscito il suo predecessore, a conquistare le città di Mecca, Medina e Gedda in un tempo compreso fra il 1914 ed il 1926. Abd al Aziz tuttavia cominciò a sentire che i suoi più ampi interessi erano minacciati dal giacobinismo rivoluzionario di cui lo Ikhwan dava prova. Lo Ikhwan si rivoltò, dando il via ad una guerra civile che durò fino agli anni Trenta, quando il re riuscì a calmare la questione... a colpi di mitragliatrice.
Abd al Aziz si era trovato in una situazione in cui le semplici verità dei decenni precedenti stavano perdendo vigore. Nella penisola araba era stato scoperto il petrolio. Il Regno Unito e l'AmeriKKKa avevano iniziato a fargli la corte, ma erano ancora propense a sostenere Sharif Hussein come unico legittimo padrone del paese. Ai sauditi toccava sviluppare una diplomazia un po' più sofisticata.
Lo wahabismo, nato come movimento di jihad rivoluzionario e di purificazione takfiri dal punto di vista teologico, fu di forza fatto diventare un movimento che chiamava alla restaurazione conservatrice dal punto di vista sociale, politico , teologico e religioso, affinché servisse come giustificativo per la lealtà istituzionalizzata nei confronti della famiglia reale saudita e del potere assoluto del monarca.


Lo wahabismo si diffonde con le ricchezze petrolifere

Con l'arrivo della manna petrolifera, come spiega lo studioso francese Giles Kepel, l'obiettivo dei sauditi diventò quello di "espandersi e di diffondere lo wahabismo in tutto il mondo musulmano... l'idea diventa quella di wahabizzare l'Islam, riducendo così la moltitudine di voci che esiste all'interno della religione ad un unico credo, ad un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali". Miliardi di dollari vennero investiti, e continuano ad essere investiti a tutt'oggi, in manifestazioni di "potere morbido" di questo tipo.
Questo potente miscuglio di proiezione di "potere morbido" mandata avanti a suon di miliardi e di volontà saudita di prendere le briglie dell'Islam sunnita e di usarlo per assecondare gli interessi ameriKKKani, assieme al concomitante sostegno offerto dai sauditi alla diffusione dello wahabismo negli ambienti educativi, della società e della cultura di tutto il mondo islamico, fece sì che la politica occidentale diventasse dipendente dall'Arabia Saudita. Questa dipendenza è nata con l'incontro di Abd al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense che stava riportando in patria il Presidente dopo la conferenza di Yalta, e dura ancora oggi.
Gli occidentali guardarono all'Arabia Saudita, e il loro sguardo venne accecato dalla sua ricchezza, dalla sua apparente modernizzazione, dalla sua asserita leadership su tutto il mondo islamico. Gli occidentali scelsero di considerare scontato che il regno stesse perseguendo gli imperativi della vita moderna e che la predominanza sull'Islam sunnita non avrebbe fatto altro che condurlo sulla via della modernizzazione.
Solo che l'approccio saudita all'Islam basato sullo Ikhwan non è morto negli anni '30 dello scorso secolo. Esso ha perso posizioni, ma ha mantenuto una propria presa su parti del sistema. Di qui la dualità che osserviamo oggi in Arabia Saudita nei confronti dello Stato Islamico.
Da una parte, lo Stato Islamico è decisamente wahabita. Dall'altra, ha posizioni ultraradicali, che vanno in una direzione diversa. Potremmo considerarlo essenzialmente come un movimento sorto per correggere lo wahabismo di oggi.
Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante è un movimento che si ispira al "dopo Medina"; esso considera fonte di emulazione gli atti dei primi due califfi più che quelli del Profeta Muhammad, e rifiuta per forza di cose la pretesa autorità di governare avanzata dai sauditi. Nell'era del petrolio la monarchia saudita ha prosperato diventando un'istituzione sempre più enfiata; intanto, a dispetto delle campagne di modernizzazione di re Faisal, l'attrattiva del messaggio dello Ikhwan continuava a guadagnare terreno. Lo "approccio dello Ikhwan" ha ottenuto, ed ottiene ancora oggi, il sostegno di molti uomini e donne importanti e di molti sceicchi. Da un certo punto di vista, Osama Bin Laden è stato un fedele rappresentante dell'ultima fioritura di questo approccio.  Oggi, il fatto che lo Stato Islamico stia lavorando per minare la legittimità della monarchia non viene considerato qualcosa di problematico, ma qualcosa che rimanda alle genuine origini del progetto dei Saud e di Wahhab.
Nel controllo del Medio Oriente in cui sauditi ed Occidente hanno collaborato allo scopo di portare a termine molti progetti occidentali come la lotta al socialismo, al baathismo, al nasserismo, all'influenza sovietica ed iraniana, i politici occidentali hanno messo in evidenza l'interpretazione della realtà saudita da essi stessi scelta, fatta di ricchezza, modernità ed influenza nella regione, ma hanno scelto anche di ignorare ogni spinta wahabita.
D'altronde, i movimenti islamici più radicali sono stati percepiti dai servizi segreti occidentali come maggiormente efficaci nella lotta all'Unione Sovietica in Afghanistan e nel combattere i leader ed i paesi mediorientali sgraditi.
Perché dovremmo provare un senso di sorpresa, allora, se dal mandato che sauditi ed occidentali hanno affidato al Principe Bandar affinché guidasse l'insurrezione siriana contro il Presidente Assad è emersa una specie di movimento di avanguardia come lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante, che è una sorta di violento e terrorizzante nuovo Ikhwan? E perché dovremmo provare un senso di sorpresa, adesso che ne sappiamo un po' di più sullo wahabismo, se viene fuori che in Siria è più facile incontrare il mitico unicorno che non qualche "insorto moderato"? Perché mai avremmo dovuto pensare che lo wahabismo radicale avrebbe fatto emergere formazioni moderate? O forse pensavamo che una dottrina che si basa su "un solo capo, una sola autorità, una sola moschea, sottomissione o morte" avrebbe potuto in ultima analisi condurre alla moderazione ed alla tolleranza?
No, forse non lo abbiamo mai neppure pensato.