giovedì 12 luglio 2018

Alastair Crooke - Contro l'Iran e la Cina, Trump fa la voce grossa. Cosa succederà?



Traduzione da Strategic Culture, 2 luglio 2018.

Almeno lo hanno detto chiaro e tondo, su questo non ci sono dubbi. Quel "Noi siamo l'AmeriKKKa, e che cazzo" detto da un funzionario statunitense fa piazza pulita delle stupidaggini del potere morbido. Non si tratta certo di "democrazia" o di "libertà"; l'ordine mondiale universale non ha mai avuto a che fare con questi concetti. Va detto a credito del Presidente Trump che almeno non usa mezzi termini: perché scusarsi per la potenza ameriKKKana? Servirsene o perderla, dice Trump; e l'AmeriKKKa è ancora abbastanza forte da proseguire per la propria strada, che è quella di rimanere la potenza dominante.
La Cina si permette di dissentire. Ha già superato gli Stati Uniti nel 2013 in termini di prodotto interno lordo a parità di potere d'acquisto e adesso sente che la storia è giunta ad una svolta: la Cina sta per riprendere la propria vecchia identità e per ergersi come la cultura primigenia che pensa di essere sempre stata, andando ad occupare il centro del mondo. La traduzione concreta di questa ritrovata identità è rappresentata dalla nuova Via della Seta, che unisce "una comunità che condivide uno stesso destino". L'espressione politica di questo fenomeno nei confronti del mondo esterno è però riflessa più fedelmente dai concetti originariamente russi di euroasianesimo e di multipolarità, che risalgono agli anni 20 del XX secolo.
Il concetto di multipolarità è ovviamente in diretta opposizione all'universalismo occidentale e al concetto di "fine della storia". Non è antioccidentale di per sé, ma si oppone direttamente ai progetti utopistici occidentali che hanno cercato di incastrare tutto ciò che c'è di umano in un modello di società dove tutto è uguale per tutti. Il concetto russo di Eurasia contempla culture diverse, autonome e sovrane che sono in linea di principio l'esatta negazione dell'universalità e dell'egemonia. L'idea piuttosto è quella di un raggruppamento di "nazioni" che si rifanno tutte ad una propria cultura e a una propria identità primordiali -ad esempio la Russia è russa secondo una cultura russa propria- e che non sono costrette a imitare la spinta occidentalizzatrice. A rendere plausibile l'edificazione di questo ampio raggruppamento è il fatto che le identità culturali sono complesse e dotate di una propria storia; questo modo di intendere elude l'ossessione predominante a ridurre ogni nazione ad un valore pari a uno e a un singolo "significato". La collaborazione e il dialogo quindi avvengono su un terreno che si amplia considerando qualcosa che va al di là del "o l'uno o l'altro".
Apparentemente il Presidente Trump andrebbe collocato nel mucchio di quanti sostengono la ripresa di sovranità da parte dell'Europa e dello stato che occupa la penisola italiana, o, almeno, questo è quello che Steve Bannon ha suggerito dopo una sua recente visita nello stato che occupa la penisola italiana, dove ha cercato di ritrarre il nuovo governo formato da Lega e Movimento 5 Stelle come l'embrione di una nascente rivolta paneuropea contro lo establishment liberalprogressista e globalista. Bannon ha detto che questo embrione "ha in Trump il proprio fulcro". Un pensatore e scrittore russo che si trovava nella penisola italiana nello stesso periodo ha definito il nuovo orientamento dello stato che la occupa in modo piuttosto diverso, come un germoglio in Europa dell'ideale euroasiatico e multipolare.
Può senz'altro essere vero che Trump si sta impegnando a far saltare il mondo dell'Europa liberale come dice Bannon, ma il paradosso grave in questo caso è che il Presidente degli USA sta cercando di arrivare a questo risultato e alla restaurazione del ruspante vigore ameriKKKano usando gli stessi strumenti che lo establishment liberale ha sviluppato per costruire la globalizzazione guidata dagli USA. Esiste una contraddizione di fondo fra l'essere contro lo establishment liberale in patria e usare gli stessi esiziali strumenti all'estero per ricostruire l'AmeriKKKa dall'interno. Sulla questione è probabile che il visitatore russo abbia centrato il punto meglio di Bannon.
Sembra che il Presidente Trump intenda alzare la voce con la Cina, con l'Iran e magari anche con la Germania, facendo propri gli stessi sistemi di quello establishment che disprezza: l'egemonia del dollaro, le pretese eccezionaliste di giurisdizione legale statunitense su tutto il pianeta e il diritto di procedere al rovesciamento dei governi altrui, per esempio in Iran, dove e quando vogliono gli USA. Per molti, e sicuramente per la Russia e per la Cina, si tratta di una palude da bonificare, al pari di ogni equivalente di Washington.
David Stockman, ex membro del Congresso e responsabile del bilancio per il governo statunitense scrive a proposito della Cina:
Peter Navarro, il principale architetto della... guerra commerciale [ha detto, dopo un tonfo di quattrocento punti negli indici dei mercati statunitensi] che non esiste alcun progetto per mettere dei limiti agli investimenti stranieri negli USA; Donald Trump intende solo salvaguardare la tecnologia ameriKKKana e assicurare un "commercio libero, equo e di reciproca soddisfazione"... Navarro stava tirando la volata a una caterva di bugie belle e buone. Nel campo delle restrizioni agli investimenti in realta l'amministrazione Trump si sta muovendo per ripristinare un misconosciuto e farraginoso statuto di quarantun anni fa, chiamato Atto per i Poteri d'Emergenza in Economia Internazionale... ed usarlo per bloccare potenziali investimenti che riguardino "tecnologie di importanza significativa per il settore industriale" da parte di società che siano per il 25% o più di proprietà cinese.
Non c'è bisogno di dire che questo significherà scoperchiare un vaso di Pandora letteralmente senza fondo per ogni coinvolgimento e ogni mano in pasta che Washington potrà mai avere in qualsiasi materia riguardi gli affari con la Cina, fatta eccezione per i settori assolutamente obsoleti. Donald Trump sta preparando la madre di tutte le bombe nel settore degli investimenti per impedire ad ameriKKKani che possiedano una tecnologia di rivenderla a stranieri di qualsiasi parte -non solo ai cinesi, secondo il segretario Mnuchin- se qualche strapagata testa d'uovo statuisce che si tratta di una tecnologia sensibile.
Per quanto riguarda l'Iran,
Secondo quanto pensano esperti osservatori dell'industria petrolifera -scrive Esfandyar Batmanghelidj, Trump si è messo a fare la voce grossa. In un discorso in un incontro a margine tenutosi il 26 giugno, un funzionario superiore del dipartimento di stato ha annunciato che l'amministrazione Trump intende far sì che i propri attuali clienti cessino qualsiasi importazione di greggio dall'Iran. Il funzionario ha detto ai giornalisti che in un giro di paesi già iniziato con una visita in Giappone i funzionari USA "chiederanno senza dubbio che le importazioni di greggio iraniano vengano azzerate".
Questa guerra da ministero del Tesoro sta già infastidendo la Cina -qui c'è un articolo in cui un think tank cinese mette in guardia contro il pericolo di un'ondata di panico nel mondo della finanza- e la campagna statunitense per bloccare completamente le esportazioni di greggio dall'Iran impatterà negativamente sul paese, anche se la Cina e l'India non rispetteranno le sanzioni di tipo secondario decise dagli USA e continueranno, cosa che possono fare, ad acquistare petrolio iraniano. Sembra che gli USA stiano rilanciando e che l'unica cosa che potrebbe far tornare Trump sui suoi passi sia un crollo sostanziale nei mercati statunitensi, qualcosa come il 9% o più dell'indice Standard & Poor (si veda qui) nell'imminenza delle elezioni di metà mandato previste per novembre.
Intanto che Trump alza la voce con la Cina e con l'Iran (due alleati fondamentali della Russia) i due presidenti Putin e Trump si incontreranno il 16 luglio a Helsinki. Non sappiamo cosa ci sia in agenda, ma l'idea che al centro dei colloqui ci sarà il tentativo di Trump di ottenere dalla Russia il benestare per "l'accordo del secolo" in cambio di accomodamenti sulla situazione siriana è verosimile. Una simile "concessione" sulla Siria da parte ameriKKKana è facile per Trump, perché comporta poco più che la presa d'atto della situazione reale, vale a dire che i russi e i loro alleati hanno vinto la guerra. Persino negli ambienti governativi ameriKKKani si ammette tacitamente che le cose stanno in questo modo.
Non si sa quali siano i termini di questo "accordo del secolo", e non si sa neppure quale atteggiamento assumerà alla fine la Russia nei confronti di esso. In generale, e in anticipo sulla sua pubblicazione, la diplomazia russa si è mostrata prudente e sospettosa sulla base dei pochi particolari che sono trapelati. Lo stesso Ministero degli Esteri russo brancolava nel buio fino a qualche mese fa. Lavrov e Bogdanov hanno entrambi espresso l'idea che l'atteggiamento statunitense sulla questione di Gerusalemme abbia pericolosamente inasprito le tensioni in tutto il Medio Oriente.
Probabilmente Mosca esprimerà riserve su qualunque accordo sia chiaramente insuscettibile di accettazione da parte palestinese, e non vorrà farsi vedere a imporre un simile risultato a una popolazione palestinese con le spalle al muro. Più seriamente, Mosca può preoccuparsi del fatto che se i palestinesi respingono le proposte statunitensi i vertici politici delo stato sionista si metteranno tutto quanto in tasca, ignoreranno qualunque accantonamento a favore dei palestinesi e si limiteranno ad annettere ulteriori territori. Un gesto che può creare instabilità nella regione o causare un'esplosione di violenza. O mangari entrambe le cose. Insomma, non è un impegno che la Russia può prendersi facilmente.
Se a Putin viene chiesto semplicemente di invitare i Primi Ministri Netanyahu e Abbas a partecipare alla cerimonia di chiusura della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio in modo che possa avvenire un incontro in quella sede, Putin non dovrebbe farsi problemi, anche se potrebbe essere scettico sul fatto che Abbas accetti di incontrare Netanyahu. Abbas sa che aria tira nelle piazze palestinesi ed è assolutamente ostile agli abbozzi delle proposte statunitensi, e specialmente a qualsiasi concetto di una Gerusalemme che non sia la capitale dello stato palestinese.
Che altro potrebbe chiedere alla Russia il Presidente Trump, di imporre a Iran e Hezbollah di ritirarsi dalla Siria, come pretende lo stato sionista? Un impegno del genere la Russia non può prenderselo, e il Presidente Putin non potrebbe d'altro canto tradurlo in pratica.
Potrebbe chiedere Trump alla Russia di troncare i rapporti con la Cina e con l'Iran? Chiedere di rottamare due alleati della strategia multipolare russa e in cambio inserire la Russia come una tessera nel mosaico del dominio unipolare ameriKKKano? Sarebbe una scelta curiosa, questa.
E cosa potrebbe offrire Trump a Putin? Dei colloqui per fermare la nuova corsa agli armamenti? Certo, come no. La fine delle sanzioni contro la Russia? Non se ne parla neppure: in AmeriKKKa è il Congresso che controlla le sanzioni, e il Congresso è propenso ad accrescerle, non ad alleviarle. Una soluzione per l'Ucraina? Difficile.
Se i margini di manovra per arrivare a qualcosa di concreto sono davvero così ristretti, perché mai incontrarsi? Beh, servirebbe ad assestare uno schiaffo allo establishment anglofono che a questo incontro ha frapposto ogni sorta di ostacolo. Sia Putin che Trump possono trarre notevole soddisfazione anche soltanto da questo. Magari Putin riuscirà anche a far capire due o tre cose al suo compare statunitense, specie sull'Iran. Due o tre cose che vanno in direzione opposta alla livorosa visione del mondo dei massimi funzionari nella sicurezza nazionale e nella politica estera di Trump.

lunedì 9 luglio 2018

Alastair Crooke - Per l'era Bilderberg è l'inizio della fine



Traduzione da Strategic Culture, 25 giugno 2018.

Si vede l'inizio della fine per la concezione del mondo alla Bilderberg / Soros, anche se il vecchio mondo lotterà con le unghie e con i denti. La concezione del Bilderberg è quella di un cosmopolitismo multiculturale e internazionale che supera il vecchio nazionalismo, annuncia la fine delle frontiere e porta verso un ordine mondiale economico e politico di tipo tecnocratico e a guida statunitense. Il suo fondamento ideologico è dovuto a personaggi come James Burnham, un antistalinista ed ex trotzkista che fin dal 1941 perorava la causa della consegna ad una classe di dirigenti, ad una élite, delle leve del potere finanziario ed economico. Solo questa élite sarebbe stata in grado di mandare avanti una macchina statale contemporanea grazie alla sua conoscenza tecnica del mercato e della finanza. Burnham auspicava un'oligarchia competente e tecnocratica.
Burnham rinunciò a qualsiasi richiamo a Trotzky e ad ogni forma di marxismo nel 1940, ma ne avrebbe desunto le tattiche e le strategie dell'infiltrazione e della sovversione, che aveva imparato da appartenente alla ristretta cerchia di Lev Trotzky; avrebbe elevato la gestione trotzkista delle "politiche identitarie" ad arma d'elezione per far esplodere la cultura nazionale su un piano nuovo: l'emisfero occidentale. Il suo libro del 1941 intitolato La rivoluzione manageriale attirò l'atenzione di Frank Wisner, che sarebbe diventato una figura leggendaria nella CIA e che vide nelle opere di Brunham e del suo collega (anch'egli trotzkista) Sidney Hook la possibilità di realizzare un'efficace alleanza di ex trotzkisti contro lo stalinismo.
Wisner intuì anche i meriti che l'operazione avrebbe avuto come credibile mèntore per l'instaurazione di un ordine mondiale liberale solo in apparenza, controllato dalla CIA e dagli USA. Liberale solo in apparenza perché, come Burnham aveva scritto con chiarezza nel suo I neomachiavellici, i difensori della libertà, di tutte le libertà definite dalla costituzione statunitense la libertà come egli la intendeva era soltanto la libertà intellettuale. "In realtà si trattava di conformismo e di sottomissione".
In poche parole -come hanno notato Paul Fitzgerald ed Elizabeth Gould, "nel 1947 il passaggio di James Burnham dal comunismo radicale al conservatorismo ameriKKKano fautore di un Nuovo Ordine Mondale si era ormai concluso. Nel suo La lotta per il mondo (che diventò un manuale per lo OSS, l'antenato della CIA) Burnham aveva fatto una svolta francese per quanto riguardava la rivoluzione comunista permanente di Trotzky, e l'aveva trasformata in un piano di battaglia permanente per la costruzione di un impero ameriKKKano mondiale. L'unica cosa che serviva per completare la dialettica di Burnham era un nemico permanente; sarebbe servita una sofisticata campagna psicologica per tenere vivo "per generazioni" l'odio contro la Russia.
Cosa c'entra tutto questo con la situazione in cui ci troviamo oggi? Un panorama in stile Burnham fatto di partiti politici europei apparentemente di centro, di think tank apparentemente indipendenti, di istituzioni e di strutture della NATO è stato seminato dalla CIA in Europa e in Medio Oriente in un dopoguerra antisovietico. Tutte componenti del piano di guerra di Burnham in favore di un ordine mondiale a guida statunitense. La sua élite non è altro che questo. La tecnocrazia oligarchica di Burnham oggi è in ritirata su tutti i fronti, al punto che l'ordine liberale del mondo è consapevole di star lottando per la propria sopravvivenza, contro "il nemico alla Casa Bianca", come il redattore dello Spiegel on line ha chiamato il Presidente Trump.
Che cosa ha provocato tutto questo? Che lo si ami o lo si odi, il Presidente Trump ha avuto una parte da protagonista, non fosse che per il fatto di aver detto l'indicibile. Il fatto che dietro certi "non detti", o apofasi, in stile Mastro Eckhart, ci sia o meno un intento razionale è cosa che va al di là della questione: il ricorso intuitivo di Trump a questo "dire l'indicibile" ha di per sé indeblito molto la costruzione ideologica in linea col pensiero di Burnham.
In Europa due gravi difetti alla ricetta di Burnham hanno contribuito, probabilmente in maniera determinante, a mandarla in crisi. In primo luogo, la politica di ripopolare l'Europa con gli immigrati, intesa come rimedio alle carenze demografiche europee e come sistema per diluirne le culture nazionali al punto di farle scomparire, "ha portato a tutt'altro che a una fusione", scrive lo storico britannico Niall Ferguson. "Piuttosto, la crisi dei migranti in Europa sta portando ad una fissione. Potremmo chiamare "crogiolo di fissione" quello che sta succedendo... in maniera crescente... la questione dell'immigrazione sarà considerata dagli storici del futuro come il fatale solvente dell'Unione Europea. Nei loro scritto la Brexit figurerà soltanto come uno dei primi sintomi della crisi". In secondo luogo, la divisione dell'economia in due branche diseguali e prive di rapporti tra loro, risultato della cattiva gestione dell'economia mondiale da parte della élite. Ovvero, l'ovvia assenza della "prosperità per tutti".
Trump ha sentito che la base gli mandava due messaggi fondamentali: che non accettava che la cultura ameriKKKana (bianca) e la sua way of life venissero diluite per mezzo dell'immigrazione, e che non aveva intenzione di assecondare stoicamente il declino ameriKKKano in favore della Cina.
Fermare l'ascesa della Cina è, per la squadra di Trump, una questione fondamentale. In un certo senso ha portato l'AmeriKKKa a proiettarsi nel passato: l'AmeriKKKa oggi vale il 14% del prodotto mondiale calcolato a parità di potere d'acquisto, e il 22% di quello calcolato su base nominale, rispetto al quasi 50% di cui gli USA erano responsabili alla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia le imprese ameriKKKane, grazie all'egemonia mondiale del dollaro, godono di una sorta di monopolio (si pensi tra le altre a Microsoft, a Google e a Facebook) grazie a normative condiscendenti o a posizioni di predominio. Trump vuole impedire che lo stato di cose peggiori ulteriormente, e servirsene come di una vantaggiosa posizione di forza nella guerra dei dazi attualmente in corso. Sul piano interno si tratta di una politica chiaramente "vincente" per quanto riguarda il radicamento, la politica e le imminenti elezioni di metà mandato previste per novembre.
Il secondo filone sembra prevedere una sorta di tuffo nel passato anche per il Medio Oriente: il ripristino dei tempi dello Scià, quando a dettare la linea politica era "la Persia", quando lo stato sionista era una potenza regionale a salvaguardia degli interessi ameriKKKani, e quando le principali fonti di energia erano sotto il controllo statunitense. Quando, inoltre, l'influenza russa veniva rintuzzata usando l'Islam sunnita radicale contro il socialismo e il nazionalismo arabo.
Trump è ovviamente abbastanza assennato da sapere che non è possibile ritornare a tutti gli effetti a quel mondo alla Kissinger; in Medio Oriente i cambiamenti sono stati troppi. Kissinger tuttavia resta un consigliere importante per il Presidente, al pari del Primo Ministro Netanyahu. Ed è facile dimenticare che il predominio statunitense in Medio Oriente portò non solo al controllo degli USA sull'energia, ma anche al riciclaggio dei petrodollari a Wall Street e alla catena di basi militari USA nel Golfo che circondano l'Iran e che permettono agli USA di allungare fino al cuore dell'Asia il proprio braccio militare.
Eccoci dunque al Trump che abbraccia i Mohammed bin Salman, i Mohammed bin Zayed e i Netanyahu, e che fa propria la narrativa che indica nell'Iran un'entità che agisce per il male della regione e che sostiene il terrorismo.
Il fatto è che si tratta solo di una narrativa, che per giunta diventa priva di senso se la si inquadra in una più ampia considerazione del contesto regionale. La storia dell'Islam non è mai stata priva di conflitti violenti fin dai suoi primi giorni, come nel caso delle guerre della Ridda, o apostasia, del 632-633. Ma è bene non dimenticarsi che l'attuale epoca di radicalizzazione sunnita -tale che ha dato origine allo Stato Islamico- risale almeno al XVII e XVIII secolo, al disastro ottomano dell'assedio di Vienna (1683), al conseguente inizio della dissoluzione del califfato, alla crescente licenziosità e permissività ottomana che provocò lo zelotismo radicale di Abd el Wahhab sulla cui base trovò fondazione l'Arabia Saudita, e infinie all'aggressivo laicismo occidentalizzante in Turchia e in Persia, che innescò quello che viene chiamato "Islam politico" (sia sunnita che sciita che, all'inizio, erano uniti in un singolo movimento).
La narrativa di Mohammed bin Salman secondo cui il "fondamentalismo" dell'Arabia Saudita è stato una reazione alla rivoluzione iraniana è un'altra tiritera di quelle che possono servire agli interessi di Trump e di Netanyahu, ma è falsa anch'essa. In realtà l'assetto contemporaneo del mondo arabo sunnita è un retaggio dell'epoca ottomana ed ha imboccato la via di un lento declino fin dai tempi della prima guerra mondiale, mentre l'Islam sciita ha conosciuto invece un'epoca di forte affermazione in tutto il quadrante settentrionale del Medio Oriente e anche oltre. Detto brutalmente, la cosa è molto semplice: oggi come oggi la storia sorride agli iraniani.
Quello che Trump sta cercando di ottenere è la resa dell'Iran a fronte dell'assedio statunitense, sionista e saudita, la liceità di disfare (anche stavolta) quanto fatto da Obama cercando di riaffermare il predominio statunitense in Medio Oriente, il controllo delle fonti energetiche e la riaffermazione dello stato sionista come potenza regionale. La sottomissione dell'Iran si è quindi affermata come il tornasole per antonomasia del ristabilimento di un ordine mondiale unipolare.
Il suo valore simbolico è così alto proprio perché Trump vorrebbe vedere l'Iran, l'Iraq e gli alleati dell'Iran ovunque si trovino chinare la testa davanti alla sua egemonia unipolare, ma allo stesso tempo l'Iran è fondamentale nella visione multipolare che hanno Xi e Putin almeno quanto lo è nel presunto "rifacimento" del Medio Oriente ad opera di Trump. Non si tratta di un elemento puramente simbolico, perché l'Iran è fondamentale per la strategia geopolitica russa e per quella cinese. Insomma, l'Iran può contare su maggiori risorse per assicurarsi la sopravvivenza di quanto possa aver previsto Trump.
L'AmeriKKKa sfrutterà il proprio dominio del mondo finanziario fino all'estremo limite per strangolare l'Iran; Cina e Russia faranno quanto necessario, sul piano finanziario e su quello commerciale, per evitare che l'Iran non imploda economicamente e continui a rimanere un pilastro di un ordine mondiale alternativo, di carattere multipolare.
E qui entra in gioco il cambiamento di paradigma in Europa. Di nuovo, non è che ci si possa apsettare che gli europei prendano in mano le redini di qualche iniziativa o facciano molto di concreto, ma l'apofatico discorso del "dire l'indicibile" si sta diffondendo anche nel vecchio continente. Al momento non ha imposto mutamenti al paradigma del potere, ma può farlo fra non molto, per esempio con una possibile sconfitta politica della Merkel. Può darsi che la Germania abbia una politica più seria rispetto allo stato che occupa la penisola italiana, ma la voce del nuovo Ministro dell'Interno di quello stato, Matteo Salvini, che oppone il suo no alle incarnazioni di Burnham a Berlino, sta riecheggiando in Europa e oltre. Uno schiaffo in pieno viso.
Ora, è bene essere assolutamente chiari: non stiamo affatto avanzando l'idea che l'Europa spenderà il proprio capitale politico nella difesa degli accordi sul nucleare iraniano. Questo non è probabile. Stiamo didcendo che l'egemonia del dollaro ameriKKKano si è rivelata per il resto del mondo una cosa tossica in molti sensi; servendosi di questa egemonia alla maniera dei gangster -"Noi siamo l'AmeriKKKa, e che cazzo", è la descrizione dell'atteggiamento statunitense data da un funzionario- Trump porta acqua all'antagonismo verso l'egemonia del dollaro, seppure non ancora verso l'AmeriKKKa in quanto tale. Trump sta spingendo tutto il mondo non ameriKKKano verso uno stesso atteggiamento di insofferenza nei confronti del dominio finanziario unipolare dell'AmeriKKKa.
Questo clima di rivolta sta già rafforzando Kim Jong Un, come scrive lo Washington Post:
"Con i rapporti commerciali tra USA e Cina ormai ai ferri corti, Kim si trova ben piazzato per giocarsela con entrambe le potenze, facendo buon viso a Trump intanto che cerca di stringere ulteriormente i rapporti con Xi... Kim capisce il concetto di gerarchia e sa che Xi è il padrino del continente asiatico," ha detto Yanmei Xie, un analista della politica cinese allo studio di ricerca economica Gavekal Dragonomics a Pechino. "Kim sta calcolando pragmaticamente che la Cina può fornirgli assistenza economica, per integrare diplomaticamente la Corea del Nord nell'Asia nordorientale..."
"A livello regionale ci si sta impegnando, in una sorta di coalizione di volenterosi dell'Asia nordoccidentale, a tenere in piedi la commedia secondo cui la Corea del Nord smantellerà l'arsenale nucleare fintanto che gli ameriKKKani continueranno a dialogarvi," ha detto Xie.
La Cina è meno concentrata sul far sì che Kim si liberi degli armamenti piuttosto che sul tenerlo in riga. Secondo gli esperti, alla fine potrebbe ricorrere ai traffici commerciali e agli investimenti per mantenerlo in gioco, dicono gli esperti.
"Con la Corea del Nord ancora alle prese con le sanzioni dell'ONU, il sostegno politico ed economico della cina è ancora molto importante," ha detto Zhao Tong, un esperto di questioni nordcoreane al Centro Carnegie-Tsinghua per le politiche globali di Pechino. Zhao ha detto che la questione adesso è: in che modo la Cina può aiutare la Corea del Nord a sviluppare la propria economia?"
La cina può anche aiutare Kim a normalizzare le relazioni diplomatiche della Corea del Nord. E per far questo si comincia trattandolo meno come un dittatore canaglia e più come un uomo di stato in visita."
La stessa cosa vale, e alla grande, per l'Iran. Cina e Russia sanno come ci si comporta, nei braccio di ferro di questo genere.

martedì 3 luglio 2018

Alastair Crooke - Un incontro fra amici stretti, quello fra Trump e la Corea del Nord. Quali saranno le conseguenze per l'Iran?



Traduzione da Strategic Culture, 19 giugno 2018.

Che risultato incredibile. Le minacce di fuoco e fiamme, tutto il pestare di piedi per una denuclearizzazione completa, irreversibile e certificata, tutte le sbruffonate dei neoconservatori su Kim Jong Un che doveva consegnare i suoi armamenti nucleari agli Stati Uniti e compiere gli irreversibili passi necessari a liberarsi completamente di ogni potenziale atomico prima che Trump alzasse solo un dito si sono liquefatti di come neve al sole e hanno lasciato il posto ad una scena da amiconi che non si lasceranno mai più.
"L'incontro al vertice svoltosi a Singapore ha avuto molto di teatrale e pochissimo di sostanza," scrive il professor Steven Walt, "ad eccezione di un tipico omaggio alla Trump. Questa volta Donald Trump si è offerto impulsivamente di interrompere le esercitazioni militari con la Corea del Sud, senza avvertire in anticipo Seoul delle sue intenzioni. In cambio la Corea del Nord ha promesso di fare... nulla. Se questo autonominato negoziatore esperto continua a stringere accordi come questo esisterà senz'altro un Kim Jong Un Hilton a Honolulu prima che una Trump Tower a Pyongyang. Il risultato più significativo dell'incontro di Singapore è rappresentato dalla ormai ultimata trasformazione di Kim... in un leader mondiale serio e impegnato di una qualche levatura."
Tutto questo è stato solo un esempio dei comportamenti creativi e poco ortodossi di Trump, per cui si fa un incontro di persona e soltanto dopo si arriva a un qualche accordo rilevante, come per esempio l'evitamento di una impasse? O forse è stato perché a grandi linee gli obiettivi della politica di Kim Jong Un sono chiari almeno dal 2013, ma il punto di svolta che li ha trasformati da un qualcosa di latente a un qualcosa di concreto è stato il cambiamento di rotta della Corea del Sud, in cui Moon ha ricevuto esplicito mandato di cercare la riunificazione della penisola (obiettivo che i capi politici del Nord hanno a lungo cercato di perseguire)?
Detto con chiarezza, la Russia, la Cina e la Corea del Sud hanno da tempo colto al balzo la palla rappresentata dal sostanziale mutamento di rotta del Sud. Nonostante tutto il loro atteggiarsi gli USA non erano certo in prima fila, e hanno reagito. Forse che Singapore è stata solo la dimostrazione del fatto che a Washington si sono accorti di star perdendo l'occasione per aggregarsi al "gruppo dei quattro"? E' probabile. E probabilmente anche la squadra di Trump si stava accorgendo al gran completo di una cosa, che una denuclearizzazione completa in cambio di "rassicurazioni" statunitensi ampiamente incomplete e comunque reversibili non era proponibile.
Funzionerà? Si arriverà alla denuclearizzazione completa? Il punto non è questo; qui ci troviamo davanti ad un processo momentaneamente in stallo. E la minaccia nordcoreana di mettere a segno sul territorio statunitense un colpo in stile Undici Settembre è stata attenuata.
Non è che questa improvvisa mossa di Trump riflette anche qualcosa d'altro? Non riguarda forse anche l'Iran e con esso l'unico obiettivo concreto della politica estera di Trump, che è quello di un assetto regionale in Medio Oriente che metta in sicurezza lo stato sionista?
La differenza sostanziale fra Corea del Nord e Iran è che la prima ha minacciato direttamente il territorio statunitense, per il quale l'Iran non rappresentava e non rappresenta una minaccia. A differenza della Corea del Nord l'Iran non può smantellare gli armamenti nucleari che non possiede.
Un'altra differenza è che i vicini della Corea del Nord stanno portando avanti un processo politico su base economica e si stanno trascinando dietro gli USA; a fronte dei negoziati condotti dagli USA essi vogliono continuare a contrapporre dati economici concreti. Nel caso dell'Iran la situazione è opposta: i vicini dell'Iran sono quasi a tutti i costi decisi a fare in modo che non si giunga alla distensione e che si inizi ad agire per rovesciare il governo iraniano. Insomma, i vicini dell'Iran sono parte attiva di un processo politico negativo, a differenza del "gruppo dei quattro" che si adopera positivamente affinché si arrivi a una soluzione politica.
Senza dubbio il Presidente Trump, nel caso del vertice con la Corea del Nord, ha investito un capitale politico sostanziale, e ha accettato di correre dei rischi sul piano interno. Con l'Iran si è comportato in modo opposto: gli USA e lo stato sionista stanno ostacolando attivamente qualsiasi paese europeo o di altra collocazione dall'impegnarsi affinché si arrivi a una soluzione politica alla questione del non possesso da parte dell'Iran di armamenti nucleari.
Allo stesso modo, mentre Trump presenta l'accordo con la Corea del Nord per una "completa denuclearizzazione della penisola" come una grande vittoria, nel caso dell'Iran una simile dichiarazione è impossibile, perché l'Iran ha per lungo tempo perorato la causa di un Medio Oriente libero da armamenti nucleari. Lo spettacolo televisivo di Netanyahu che sciorinava documenti iraniani che assicurava essere stati rubati a Tehran è stato imbastito proprio per impedire a Tehran di emettere qualsiasi dichiarazione sulla denuclearizzazione, rendendola priva di significato. "Gli iraniani hanno mentito. Qualsiasi impegno da parte loro è inutile," ha detto il Primo Ministro sionista. Di fatto, Netanyahu ha impedito in questo modo qualsiasi replica del vertice con la Corea del Nord.
In questo contesto in cui le cose vanno all'opposto che nel vertice tra amici stretti con la Corea del Nord e in cui si fa barriera contro qualsiasi soluzione politica sul programma nucleare iraniano, diventano significativi i messaggi su Twitter del blogger saudita Mujtahidd, rispettato e credibile.
Mujtahidd ha scritto che Kushner aveva messo al corrente Mohamed bin Salman (MBS) dei retroscena del vertice con la Corea del Nord:
Kushner ha detto a Mohamed bin Salman un dettaglio segreto sull'incontro fra Trump e Kim, di cui erano al corrente solo pochi intimi della Casa Bianca e probabilmente sconosciuto persino al Congresso. Dopo che Mohamed bin Salman si era detto preoccupato che qualcosa di simile succedesse anche con l'Iran, con Trump che apriva improvvisamente all'Iran senza condizioni, voltando così le spalle a bin Salman.

Kushner ha detto a bin Salman che prima di un confronto militare con l'Iran Trump è intenzionato a promuovere la propria immagine di pacificatore ed è stato per questo che si è prestato a un simile risultato [il vertice di Singapore]. Dapprincipio Kim si è mostrato entusiasta di dare l'annuncio della denuclearizzazione prima ancora dell'incontro, ma quando la Cina ha notato che anche Trump era entusiasta, ha deciso di fargli sapere sottobanco che il prezzo per il vertice era la fine della guerra commerciale con la Cina.

La Cina poi ha fatto sapere a Kim di far marcia indietro rispetto all'iniziale volontà di tenere un incontro al vertice, e questa è la situazione che è rimasta in essere fino a quando Trump non ha segretamente promesso alla Cina di interrompere la sua guerra commerciale. Prova del fatto è stata la caduta del bando verso l'operatore delle telecomunicazioni cinese ZTE, accusato di spionaggio tecnico e commerciale contro gli USA.

Quando il Congresso ha respinto la decisione presidenziale di far cadere il bando contro la ZTE, Trump ha promesso ai cinesi, di concerto con Kushner, di mettere il veto alla decisione del Congresso.

Dopo aver avuto queste spiegazioni da Kushner, bin Salman è stato rassicurato che il confronto con l'Iran sta andando avanti. L'essere messo a conoscenza di questo segreto lo ha inorgoglito molto, e ha espresso la sua soddisfazione nelle conventicole [saudite].
Si tratta di una spiegazione plausibile. Non esiste alcuna prova a sostegno di queste affermazioni, ma Mujtahidd si è dimostrato nel giusto molte volte. L'operazione mediatica di Singapore ha consentito a Trump di accreditarsi come uomo di pace plausibile. Non ci sarà -non potrà proprio esserci- alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu a favore di un intervento statunitense contro l'Iran, ma le foto di Singapore fanno testo: rappresentano la buona volontà di Trump. Esse suggeriscono inoltre che Trump sia sempre stato aperto al negoziato, cosa che nel caso dell'Iran non è certo vera a meno che non si presenti l'eventualità di rovesciarne il governo. Insomma, le foto da amiconi fatte con Kim Jong Un lo immunizzano dall'accusa di essere null'altro che l'ennesimo neoconservatore.  
Insomma, per il momento la situazione con la Corea del Nord è stata sistemata così, e i negoziati sul lungo termine stanno andando avanti; Trump è libero di far salire la tensione con l'Iran e senza le concrete preoccupazioni che c'erano nel caso della Corea, perché l'Iran non può minacciare in nessun modo il territorio statunitense.
Putin, al vertice della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai cui era presente anche il Presidente Rouhani, si è esplicitamente impegnato a sostenere l'Iran e l'accordo sul nucleare iraniano. Nella stessa coccasione la Cina ha invitato l'Iran ad avvalersi della borsa merci di Shanghai per quanto riguarda le proprie esportazioni di energia. La Russia e la Cina possono proteggere l'Iran dall'implosione economica, ma nessuna delle due può condurre un processo di pace contro la marea statunitense e sionista, aggressiva e in pieno rigoglio.
Cosa è successo a Singapore, insomma? Pare che Trump abbia aggiunto i neoconservatori alla propria base elettorale... proprio in tempo per le elezioni di metà mandato al Congresso. A Singapore c'era Bolton, e il Presidente degli USA si è fatto un punto d'impegno di presentare a Kim Jong Un proprio la bandiera dei neoconservatori, tra tutti i presenti. Esiste una nutrita aneddotica sull'avversione, forte e fondata su buoni motivi, che la Corea del Nord ha per Bolton. Lo stesso Bolton si è prestato alla cosa e non ha detto una sola parola dal suo repertorio consueto, quello in cui, per intenderci, la Corea del Nord dice menzogne perché è nella sua natura.
Bolton si è comportato in modo stranamente affabile ed educato. Cosa c'era in ballo dietro un atteggiamento così insolitamente condiscendente? Lo stesso Mujtahidd potrebbe darci la risposta, grazie al desiderio di Jared Kushner di tenersi buono Mohammed bin Salman: "prima di un confronto militare con l'Iran Trump è intenzionato a promuovere la propria immagine di pacificatore ed è stato per questo che si è prestato a un simile risultato [il vertice di Singapore]".
Nel caso fosse servita una conferma al fatto che dietro il miele e i lustrini di Singapore ci sono un confronto geopolitico di vasta portata e intenzioni miserabili, a procurarla ci ha pensato la Norvegia.
Col fiuto infallibile che hanno quando si tratta di mal giudicare le cose,  i norvegesi hanno dato eco all'idea di assegnare a Trump il Nobel per la pace. Ci sta che Mujtahidd abbia proprio ragione.
L'Iran rimarrà sotto assedio fino alla resa? Il nodo scorsoio di Trump sarà un fallimento. In questo caso, magari, ai vertici della politica dello stato sionista qualcuno capirà meglio che l'era unipolare dei G7 è finita, e che sta nascendo il mondo multipolare voluto da Russia e Cina.

venerdì 29 giugno 2018

Alastair Crooke - A cosa servirebbe oggi come oggi un incontro fra Trump e Putin?



Traduzione da Strategic Culture, 13 giugno 2018.

Il Presidente Trump è tornato da pochi giorni sulla questione arrivando a suggerire l'idea di invitare Putin a Washington. All'apparenza si tratta di una bella pensata: la distensione con la Russia permetterebbe al principale artefice del clima di tensione che esiste nella geopolitica mondiale di uscire dalla defatigante e pericolosa spirale in cui si trova.
Un incontro al vertice, per una volta, poteva sembrare la soluzione giusta. Solo che la politica estera di Trump non è più quella di un tempo. Si sta evolvendo in una maniera in qualche misura in attesa.
A livello formale le dichiarazioni dell'amministrazione statunitense in materia di politica estera e difesa hanno preso una strada tutta loro, a cominciare da un primo difficile connubio tra i punti fermi della campagna elettorale di Trump (sull'arrestare il degrado della zona industriale ameriKKKana e sulla necessità per gli USA di tornare vincenti) e le posizioni del consiglio per la sicurezza nazionale, abbigliate per l'occasione nel vestito da sposa costituito dal concetto di predominio globale caro a Paul Wolfowitz. Da qui hanno attraversato una trasformazione successiva in cui la Russia e la Cina da "rivali e competitori" che erano sono diventate delle facinorose "potenze revisioniste" dedite all'indebolimento dell'ordine mondiale. Ultimamente hanno preso la veste attuale, in cui parlano di un'AmeriKKKa che risorge e rinasce come una fenice nucleare e dominatrice.
Questa la marcia di avvicinamento verso un'ideologia di predominio non collima bene con la precedente immagine da campagna elettorale di un Presidente che avrebbe riportato in patria i posti di lavoro perduti e che avrebbe riposto in qualche cassetto i sogni di gloria militare. Addio all'immagine della campagna elettorale.
Anche il "riportare in patria i posti di lavoro" si è rivelato avere poco a che fare col raggiungimento di accordi più vantaggiosi e molto a che vedere col modello d'affari della mafia. Vale a dire,  "lasciate perdere immediatamente il Nord Stream 2 (un gasdotto) o vi spacco le gambe, tedeschi." Ossia distruggo il vostro export di automobili negli Stati Uniti.
In poco tempo ne abbiamo fatta di strada, da un Trump che agevola il ritorno di posti di lavoro nel settore manifatturiero alternando il bastone alla carota, a un Trump che mente a scena aperta a tutti i partner commerciali dell'AmeriKKKa agitando il randello delle sanzioni e dei dazi inteso come parte di un diverso approccio al negoziato rispetto a quell'arte del giungere a un accordo che perlomeno implicava un minimo di negoziazioni invece di puntare alla resa senza condizioni della controparte come nel caso dell'Iran.
Anche la natura del nuovo randello che Trump ha preso ad agitare costituisce un passo indietro, soprattutto nei confronti dell'Iran; in questo caso non si spende nemmeno un po' di fatica per far finta che si tratti di qualcosa di diverso dal puro e semplice tentativo di rovesciarne il governo.
Di fatto è qui in gioco la visione retrospettiva di Trump: la volontà di recuperare e ripristinare i pilastri storici della potenza statunitense e del mondo anglofono: il predominio nel sistema finanziario globale, la supremazia tecnologica e il controllo dell'energia. Tutto sempre con le forze armate a disposizione. Il dominio in questi tre campi negli anni fra le due guerre e dopo la seconda guerra mondiale costituiva la fonte della supremazia politica.
La cosa essenziale in tutto questo che qualunque passo avanti nella politica estera di Trump indica un ampliamento ed un allargamento della potenza ameriKKKana piuttosto che l'intenzione di assecondare -in un certo senso stoicamente- il suo lento declino. Insomma, l'intento è quello di prolungare e di puntellare l'esistenza di un mondo unipolare e di posticipare l'affermazione di un mondo multipolare.
Occorre ricordare che nei primi tempi dell'influenza di Steve Bannon su Trump le cose stavano in un altro modo. All'epoca Bannon, in modo simile a quello di Evola e di Guénon, era senza dubbio orientato verso il multipolarismo: l'AmeriKKKa voleva essere culturalmente ameriKKKana a modo proprio, perché dunque la Russia non avrebbe dovuto essere russa, anch'essa a modo proprio?
Perché il Presidente Trump inviterebbe il Presidente Putin a Washington, dal momento che l'epoca di Bannon ha ceduto il posto al desiderio di rafforzare culturalmente i settori della antica supremazia dell'uomo bianco e anglofono?
Si potrebbe rispondere che Trump sta cercando di separare la Russia dalla Cina, considerando il Presidente Putin come un potenziale appartenente allo stesso club culturale, in base alla dottrina cara a Kissinger del perenne mantenimento di una triangolazione tra le due potenze e chiaramente del fatto che la Cina non fa parte di quello che la squadra di Trump chiama retaggio giudaico-cristiano.
Per quale motivo il Presidente Putin dovrebbe farsi coinvolgere in una situazione del genere? Schierarsi col mondo unipolare di Trump sancirebbe la fine di quel mondo multipolare che rappresenta la principale piattaforma politica di Xi e di Putin, oltre che la base su cui essi hanno costruito il loro prestigio agli occhi del resto del mondo. Trump cercherebbe di circuire Putin per portarlo lontano da questa prospettiva, una cosa cui Putin non può certo accondiscendere.
È vero che il Presidente Putin, nonostante le considerevoli pressioni che subisce sul piano interno, almeno per il momento non ha ancora del tutto chiuso alla prospettiva di raggiungere una qualche distensione con Washington. Indice ne è il fatto che il suo governo è rimasto favorevole alla distensione e almeno per il momento non ha lasciato il posto ad una sorta di Stavka.
D'altra parte, l'invito da parte del Presidente Trump a condividere con l'AmeriKKKa il predominio nel settore della produzione energetica in una sorta di nuova OPEC potrebbe costituire una carota abbastanza allettante da tentare il Presidente Putin? Anche questo sarebbe problematico. Gli Stati Uniti possono anche controllare il mercato speculativo del petrolio di carta, ma non controllano il mercato del petrolio vero, in cui gli USA potrebbero al limite fare la parte dei produttori ondivaghi. Inoltre l'AmeriKKKa non è potente a tal punto, a meno che gli USA non riescano ad acquisire il controllo della produzione iraniana ed irachena da aggiungere alla produzione interna e a quella del Golfo che sono effettivamente in mano loro.
Perché il tentativo di Trump sia davvero allettante il Presidente Putin dovrebbe concludere che l'Iran non è in grado di sostenere l'assedio economico del signor Trump e che si arrenderà. I russi hanno qualche interesse a vedere la sottomissione dell'Iran? Ovviamente no. Una cosa del genere supera la linea rossa rappresentata dall'impegno di Cina e Russia a favore di un mondo multipolare. È chiaramente interesse strategico di Cina e Russia che un elemento chiave di qualsiasi costruzione multipolare del mondo come l'Iran non cada vittima dell'unipolarismo di Trump.
È verosimile che l'Iran finisca per implodere? No. Da Mosca -e probabilmente anche da Pechino- le cose vengono viste da una prospettiva piuttosto diversa: a Mosca non vedono l'Iran come una vittoria facile, come una passeggiata per la potenza unipolare, ma come l'esatto contrario: l'Iran è per Trump l'ingresso di una trappola a trabocchetto, per dirla con Tom Luongo.
Quello del trabocchetto è un piano militare russo in cui un punto in uno schieramento difensivo che agli occhi di un nemico appare debole lo incoraggia a puntare senza riflettere direttamente contro di esso, solo per scoprire di essersi inavvertitamente andato a cacciare in una manovra di accerchiamento che finisce per annientarlo.
Cosa significa questo in termini di geopolitica? Luongo pensa che Trump si stia esponendo troppo nel suo desiderio di rovesciare sia il governo che la rivoluzione iraniani, per conquistare agli USA il predominio nel settore energetico. Si tratta di un passo più lungo della gamba, e Trump sta dando fastidio a tutti.
Per fare in modo che le sue sanzioni abbiano un effetto devastante sul popolo iraniano Trump sta minacciando tutti quanti, sta comminando sanzioni a tutti, sta umiliando tutti, sta facendo danni agli interessi commerciali e sta scorrazzando per tutto il Medio Oriente: sanziona l'Iran, consolida l'autocrazia saudita, denigra i palestinesi e tratta la "città santa" (Gerusalemme) come se fosse una qualche casella importante nel gioco del Monopoli, di quelle da scambiare al prossimo tiro di dadi.
Non c'è da stupirsi se Mosca pensa di poterlo aspettare al varco: il paradigma si sta rovesciando. Il mondo di oggi bussa alla porta di Mosca. I leader europei che fino a poco tempo fa facevano a gara a comportarsi rudemente nei confronti del Presidente Putin adesso cinguettano che l'Europa ha bisogno di lui. Ovviamente si tratta soltanto della retorica di una Unione Europea indebolita e screditata; non è ancora dato sapere se sotto vi sia qualcosa di sostanziale.
Con quasi tutto il mondo sotto sanzioni o interessato secondariamente da esse, tra gli stati sovrani serpeggia la rabbia. Con il commercio mondiale dominato dalle sanzioni e in fase di contrazione è sicuro che la liquidità del dollaro diventerà evanescente in tutto il mondo e non soltanto per i mercati emergenti; i fondi cercano sicurezza in valori tangibili e facilmente collocabili sul mercato. Questo è quello che accade quando emissioni denominate in dollari statunitensi vengono ridenominate in qualche altra valuta, e ha in sostanza inizio lo sganciamento dal dollaro.
Insomma, andare alla Casa Bianca a Putin sembra poco utile, almeno fino a quando non si concluderanno le elezioni di metà mandato di novembre e Trump avrà smesso di irritare il mondo e fino a quando ad agosto non avrà dispiegato il suo effetto il grosso delle sanzioni e ne saranno chiare le conseguenze. Nondimeno il signor Putin intende oggi sottolineare che a cose fatte -e posatasi la polvere- un signor Trump a quel punto ridotto a ben più miti consigli sarà il benvenuto a Mosca.

giovedì 28 giugno 2018

Alastair Crooke - La politica di Trump per il predominio sull'energia e le sue conseguenze per il mondo



Traduzione da Strategic Culture, 5 giugno 2018.

Due settimane fa abbiamo scritto di come la politica estera del presidente Trump si era in un certo senso trasformata in una sorta di neoameriKKKanismo; abbiamo citato il docente di relazioni internazionali statunitense Russell-Mead, convinto che il cambiamento di rotta che Trump ha intrapreso l'8 maggio abbandonando l'accordo sul nucleare iraniano rappresenti una novità, un atteggiamento inedito rispetto alla sua sostanziale natura di ruvido negoziatore dedito all'arte dell'accordo e orientato a quella che Russell-Mead ha definito "un'epoca neoameriKKKana nella politica mondiale, piuttosto che verso un'epoca postameriKKKana [com'era quella di Obama]". "L'amministrazione è intenzionata ad ampliare la potenza ameriKKKana piuttosto che governarne il declino (come si sostiene abbia fatto Obama). Almeno per il momento è il Medio Oriente a trovarsi al centro di questo atteggiamento nuovamente assertivo", ha sostenuto Russell-Mead, spiegando come nasce il nuovo atteggiamento di Trump: "L'istinto dice [a Trump] che la maggior parte degli ameriKKKani sono tutt'altro che ansiosi di vedere un mondo "postameriKKKano". I sostenitori del signor Trump non vogliono lunghe guerre, ma non intendono neppure rassegnarsi alla stoica accettazione del declino del proprio paese."
A questo punto ci troviamo davanti a una specie di paradosso: Trump e la sua base elettorale lamentano i costi e l'impegno dell'ampio ombrello difensivo ameriKKKano che i globalisti hanno esteso a tutto il mondo e queste idee sono esacerbate dalla presunta ingratitudine di quanti ne traggono vantaggio. Eppure, il presidente vuole ampliare la potenza ameriKKKana piuttosto che governarne il declino. Insomma, vuole essere più potente ma un impero più piccolo. Come far tornare questa quadratura del circolo?
In questo senso si è avuto sentore di qualcosa circa un anno fa. Il 29 giugno 2017 il presidente ha utilizzato un'espressione abbastanza inusuale parlando al Ministero per l'Energia: scatenare l'energia ameriKKKana. invece di parlare dell'indipendenza energetica ameriKKKana come si sarebbe potuti aspettare, ha vaticinato una nuova era di supremazia dell'energia ameriKKKana.
In un discorso "mirato a sottolineare la cesura rispetto alle politiche di Barack Obama", scrive FT, il signor Trump alla collegato il tema dell'energia alla sua agenda politica basata sul Prima l'AmeriKKKa. "In verità oggi disponiamo nel nostro paese di riserve di energia praticamente illimitate," ha detto il signor Trump. "Siamo noi che conduciamo il gioco, e sapete perché: non vogliamo che altri paesi ci privino della nostra sovranità e ci dicano cosa dobbiamo fare e come dobbiamo farlo. Questo non succederà. Con questa incredibile quantità di risorse, la mia amministrazione non cercherà soltanto di arrivare all'indipendenza energetica, come abbiamo cercato di fare per tanto tempo, ma al predominio ameriKKKano sull'energia.
Come scrive Chris Cook, sembra che Gary Cohn, all'epoca consigliere economico del Presidente, abbia avuto un qualche ruolo nella nascita di questa ambizione. Cohn, che all'epoca lavorava per Goldman Sachs, nel 2000 ideò con un collega della Morgan Stanley un piano per prendere il controllo del mercato globale del petrolio tramite una piattaforma di commercio elettronico basata new York. Le grandi banche in poche parole attrassero grandi quantità di denaro gestito, provenienti ad esempio dagli edge fund, e le riversarono sul mercato scommettendo sui prezzi futuri senza neppure curarsi della consegna del greggio: commerciavano petrolio di carta piuttosto che petrolio vero e proprio. Le stesse banche operarono contemporaneamente con i principali produttori di petrolio, cui si aggiunse in un secondo tempo anche l'Arabia Saudita, per acquistare in anticipo petrolio non è proprio in modo tale che ammettendo o impedendo al greggio di raggiungere i mercati erano queste grandi banche di New York a influenzare i prezzi creando di proposito una scarsità o una sovrabbondanza.
Per dare un'idea di massima della capacità di questi banchieri di influenzare i prezzi è sufficiente dire che a metà del 2008 si pensava che nel mercato dell'energia fossero in ballo qualcosa come 260 miliardi di dollari di investimenti controllati, ovvero speculativi. Una somma che riduceva ad un niente il valore del petrolio realmente estratto ogni mese dai giacimenti nel Mare del Nord, che nel migliore dei casi valeva dai quattro ai 5 miliardi di dollari. Le schermaglie attorno a questo petrolio di carta avrebbero comunque spesso colpito la fornitura vera e propria di petrolio e la parimenti vera e propria richiesta.
Secondo Cohn il primo passo che gli USA dovevano compiere era prendere il controllo del mercato, sia sotto il profilo dei prezzi che sotto quello dell'accesso; antagonisti come l'Iran o la Russia avrebbero al massimo potuto accedervi in condizioni di inferiorità. L'ipotetico secopndo passo è stato curare la produzione dallo scisto, costruire nuovi terminal per l'esportazione di gas naturale liquefatto e aprire l'AmeriKKKa a ulteriori prospezioni per gas e petrolio, facendo al tempo stesso pressioni su chiunque, dalla Germania alla Corea del Sud alla Cina, perché acquistasse il gas esportato dagli USA. In terzo luogo, con le esportazioni di petrolio dal Golfo già sotto l'ombrello statunitense, fuori dal cartello dell'influenza USA sarebbero rimasti soltanto due grossi produttori di energia in Medio Oriente, entrambi afferenti alla massa continentale produttrice di energia secondo la visione russa: l'Iran -ora nel mirino di un assedio economico sulle esportazioni di greggio che mira a rovesciarne il governo- e l'Iraq, al momento soggetto a intense ma ovattate pressioni politiche, ivi compresa la minaccia di sanzioni sotto il pretesto del contrastare gli avversari dell'AmeriKKKa tramite un Sanction Act affinché esso sia costretto a rientrare nella sfera occidentale.
Come spiegare in parole semplici cosa significa l'idea di Trump del predominio sull'energia? Significa che se gli USA riuscissero ad ottenere la preminenza nel settore energetico controllerebbero le leve dello sviluppo (o del non sviluppo) economico di una Cina e di un'Asia avversarie. Allo stesso modo gli USA potrebbero drasticamente ridurre i redditi della Russia nel mercato energetico. In breve, gli USA potrebbero stringere in una morsa i piani di sviluppo economico della Cina e della Russia. E' per questo che il Presidente Trump ha lasciato l'accordo sul nucleare iraniano?
Eccoci dunque alla quadratura del circolo degli USA più potenti ma con un impero più piccolo: l'aspirazione al predominio degli USA di Trump non passa dall'infrastruttura permanente dei globalisti rappresentata dall'ombrello difensivo statunitense, ma dall'astuta manipolazione del dollaro e dal monopolio finanziario ottenuto salvaguardando e tenendo ben stretta la tecnologia statunitense e dominando il mercato dell'energia. Cose che a loro volta diventano l'interruttore della crescita economica dei rivali degli USA. In questo modo, Trump può tenere a casa i suoi soldati, e l'AmeriKKKa mantenere comunque la propria egemonia. Il ricorso alle armi diventa l'ultima opzione.
Il consigliere di alto grado Peter Navarro ha detto allo NPR qualche giorno fa che "possiamo far sì che [i cinesi] smettano di mettere fuori mercato le nostre imprese nel settore tecnologico" e "di comprarsi i tesori della nostra tecnologia... Ogni volta che introduciamo qualche cosa di innovativo, arriva la Cina e se lo compra. Oppure lo ruba."
Il nuovo piano di Trump è quello di prolungare la superiorità ameriKKKana nel campo della tecnologia, della finanza e dell'energia tramite il predominio del mercato e la guerra commirciale, e non quello di comportarsi in maniera in un certo senso obbligata in modo tale da "controllare il declino"? Trump intende stroncare sul nascere -o almeno rinviare- l'affermarsi dei rivali? In questo contesto si pongono immediatamente due interrogativi. Questo modo di procedere attesta il fatto che l'amministrazione statunitense ha adottato quel neoconservatorismo che la base di Trump detesta tanto? E un approccio come questo può avere successo?
Forse non si tratta proprio di neoconservatorismo ma della riedizione di un certo tema. Principalmente, i neoconservatori ameriKKKani desideravano prendere a sprangate quelle parti del mondo che non gli piacevano, e sostituirle con qualcosa che fosse di loro gradimento. Il metodo di Trump ha un carattere più machiavellico.
Entrambi questi modi di pensare hanno gran parte delle proprie radici nell'influenza che il pensiero di Carl Schmitt ha avuto sul conservatorismo ameriKKKano per tramite del suo amico Leo Strauss a Chicago. Che Trump abbia mai letto o meno le opere dell'uno o dell'altro, si tratta di idee che stanno ancora circolando nell'ambiente degli USA. Al contrario dei pensatori liberali o umanisti Schmitt pensava che la politica non avesse nulla a che vedere con la costruzione di un mondo più equo o più giusto; queste erano cose da moralisti e da teologi. Per Schmitt la politica ha a che fare con il potere e con la sopravvivenza nell'agone politico, e nient'altro.
I liberali (e i globalisti), pensava Schmitt, sono nauseati dall'idea di usare la forza per impedire agli antagonisti di affermarsi: il loro punto di vista ottimistico sulla natura umana li porta a credere alla possibilità di una mediazione e di un compromesso. L'ottica schmittiana liquida in maniera derisoria la prospettiva liberale ed enfatizza invece il ruolo della potenza pura e semplice, basta com'è su una più pessimistica concezione dell'autentica natura degli "altri" e dei rivali. Proprio questo elemento sembra essere alla base del pensiero di Trump: Obama e i "liberali" si stavano preparando a vendere i gioielli della cultura ameriKKKana (quella finanziaria, tecnologica e della gestione dell'energia) con una qualche "azione affermativa" multilaterale che avrebbe giovato a paesi meno sviluppati, prima fra tutti la rivale Cina. Pensieri del genere sono probabilmente il motivo per cui Trump ha abbandonato gli accordi sul climna: perché mai aiutare potenziali rivali e al tempo stesso tarpare volontariamente le ali della propria cultura?
Neoconservatori e trumpiani sono uniti proprio da quest'ultimo e piuttosto risicato fulcro: il dovere di mantenere intatta la potenza ameriKKKana. Essi condividono anche il disprezzo per gli utopisti liberali che darebbero via per un tozzo di pane i gioielli della cultura occidentale in nome di questo o quell'ideale umanitario, solo per consentire a dichiarati nemici dell'AmeriKKKa di affermarsi e di rovesciarla insieme a quella che in quest'ottica è la sua cultura.
Entrambe le correnti condividono lo stesso terreno; il concetto è stato espresso con notevole candore da un commento di Silvio Berlusconi: "dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà [occidentale]". Steve Bannon dice qualcosa di molto simile, sia pure nel contesto della difesa di una cultura giudaico-cristiana intesa come minacciata.
L'idea di un vantaggio culturale che va recuperato e difeso ad ogni costo probabilmente costituisce una sia pure non esaustiva giustificazione del fervente sostegno di Trump allo stato sionista: parlando al canale televisivo sionista Channel Two un importante figura della destra alternativa ameriKKKana (e costituente della base elettorale di Trump) come Richard Spencer ha messo in evidenza il senso di spoliazione profondamente sentito dai bianchi degli Stati Uniti:
"...come cittadini dello stato sionista, consapevoli della vostra identità e di appartenere a una nazione e a un popolo, consapevoli della storia e dell'esperienza del popolo ebraico, dovreste rispettare qualcuno che, come me, prova le stesse cose nei confronti dei bianchi. Potreste considerarmi un sionista bianco, nel senso che mi preoccupo per la mia gente, voglio che abbiamo una patria sicura per noialtri proprio come voi volete una patria sicura nello stato sionista."
Il tentativo di potenziare e di armare la cultura della élite ameriKKKana tramite il dollaro, una potenziale egemonia sull'energia e un freno al trasferimento delle tecnologie può riuscire a rafforzare la cultura ameriKKKana, intesa nel modo riduttivo con cui la intende la base elettorale di Trump? Una domanda da un milione, come si dice in questi casi.
 Tutto questo potrebbe anche solo provocare una reazione uguale e contraria, e negli USA potrebbero succedere molte cose di qui a novembre, quando si svolgeranno le elezioni di metà mandato che confermeranno o meno il potere del Presidente. Difficile poter fare analisi prima di allora.
Una questione di più ampia portata è però il fatto che mentre Trump si appassiona alla cultura ameriKKKana e alla sua egemonia, i capi politici non occidentali oggi sono altrettanto appassionati all'idea che è tempo di farla finita con "il secolo ameriKKKano". Dopo la seconda guerra mondiale molti paesi pretesero l'indipendenza; i politici di oggi, allo stesso modo, vogliono la fine del monopolio del dollaro, vogliono poter decidere di uscire dall'ordine globale a guida USA e dalle sue istituzioni cosiddette "internazionali"; vogliono esistere secondo la loro peculiare cultura... e vogliono indietro la loro sovranità. Non si tratta soltanto di nazionalismo culturale ed economico; tutto questo rappresenta un punto di svolta significativo. Lontano dalle politiche economiche neoliberiste, lontano dall'individualismo e dal mercantilismo puro, e verso un'esperienza umana più completa.
La tendenza che seguì la fine della seconda guerra mondiale fu all'epoca irreversibile. Possiamo anche ricordare come le ex potenze coloniali europee deplorarono il proprio forzato ritiro: "[Le ex colonie] se ne pentiranno", predissero con sicurezza. E invece non si è pentito nessuno. La tendenza di oggi è forte e si è diffusa anche in Europa. Chissà se gli europei avranno il coraggio di reagire contro le macchinazioni finanziarie e commerciali di Trump: sarebbe un indicazione importante per capire cosa succederà in futuro.
A differenza del dopoguerra però l'egemonia monetaria, il primato tecnologico e il predominio in campo energetico non sono affatto cose di sicuro controllo occidentale. L'Occidente non le detiene più; hann cominciato a sfuggirgli già da qualche tempo.

lunedì 25 giugno 2018

Alastair Crooke - Gli USA sanzionano il mondo intero... e tirano la volata a un mondo multipolare



Traduzione da Strategic Culture, 28 maggio 2018.

Hanno già coniato e pubblicato la madaglia commemorativa. Raffigura Trump e Jong Un di profilo uno di fronte all'altro per lo storico incontro del dodici giugno in cui ci si  aspetta che Jong Un rinunci per sempre agli armamenti nucleari e riceva da Trump la grazia di una benedizione. Al momento in cui scriviamo la riunione è in forse e pare sia stata cancellata, cogliendo di sorpresa Moon e Abe e lasciando Trump frustrato e irritato. Come avevamo previsto, invece di prendere atto del fatto che i suoi non avevano ascoltato bene quello che Kim Jong Un gli aveva fatto sapere, Trump se la prende con Xi che avrebbe messo i bastoni tra le ruote.
Il Global Time cinese centra l'essenza della questione:
Gli USA pretendono unilateralmente un'immediata denuclearizzazione della penisola prima di passare a Pyongyang qualunque contropartita. La Cina non si opporrà a un accordo di questo tipo fra USA e Corea del Nord; ma Washington è in condizione di conseguire un risultato del genere? Pyongyang una risposta in questo senso l'ha appena fornita... Se Washington facesse pressione su Pyongyang per acquisire un vantaggio nei negoziati andrebbe anche bene, ma Washington dovrebbe pensarci due volte perché c'è la possibilità di far tornare la penisola coreana a un antagonismo intransigente.
Dal punto di vista della Cina è chiaro che gli USA hanno sopravvalutato il proprio peso, quando hanno deciso di costringere la Corea del Nord ad accettare le loro richieste. Gli USA hanno dimenticato l'imbarazzante situazione dello scorso anno, quando non sono riusciti a fermare i test missilistici e nucleari coreani, e la difficoltà dell'intraprendere un'azione militare contro la Corea del Nord.
Gli USA hanno sempre creduto che la Corea del Nord li ingannasse, cosa che in realtà è tutt'altro che esatta. Sono stati gli USA i responsabili degli insuccessi della diplomazia nella penisola, e anche in molti casi.
 A irritare Trump c'erano anche le aspre considerazioni dei "falchi commerciali" sul fatto che i negoziati commerciali con la Cina non avessero ancora prodotto nulla di concreto. Steve Bannon, per esempio, ha detto al Bloomberg che Trump " aveva cambiato tutto quanto nel modo di affrontare la Cina, ma il Segretario Mnuchin ha rimesso tutto come stava nel corso di un fine settimana". Il Presidente sembra orientato ad assumere una posizione più dura sul commercio con la Cina perché a suo dire i colloqui non hanno portato a gran che, e ci sarebbe bisogno di una nuova prospettiva.
La cancellazione dell'incontro a Singapore, la cui colpa è stata in parte addossata a Xi, e la delusione per l'andamento dei colloqui sui traffici commerciali arrivano al Pentagono, che revoca l'invito alla Cina a partecipare al RIMPAC, "la più grande esercitazione navale del mondo", a causa dei gesti aggressivi di Pechino nel mar della Cina meridionale, dove stando ai resoconti disponibili avrebbe installato in silenzio alle isole Spratly dei missili "difensivi" in grado di raggiungere il territorio statunitense. Per nulla intimorita dalle minacce del Pentagono, la Cina ha risposto ricordando che il nuovo caccia stealth di quinta generazione J20 effettuerà d'ora in avanti voli di pattugliamento nello spazio aereo di Taiwan. Un chiaro segnale che Xi vuole indietro la "sua" isola, e sta progettando di riprendersela.
Insomma, gli attriti degli USA con la Cina sono in fase di crescita e possono ulteriormente inasprirsi se Washington intende minacciare azioni militari di un qualche tipo contro la Corea del Nord.
Gli attriti non ci sono solo con la Cina. La conversione di Trump a un neoameriKKKanismo a tutto tondo (si veda qui) sembra aver messo Washington a contrasto con il mondo intero: guerre commerciali con Cina, Russia, Unione Europea e Giappone, sanzioni contro la Russia, contro l'Iran e contro altri paesi, guerre valutarie con la Turchia, l'Iran e la Russia eccetera eccetera. Una serie di frizioni di questo livello e di questa gravità non è sostenibile. Una tensione di questo genere cessa perché qualcosa salta (e salta in modo esplosivo) e vi pone fine, o perché si verifica una virata di centoottanta gradi nel linguaggio e nel comportamento, ad alleviarla in modo meno traumatico. Oggi come oggi siamo ancora nella fase ascendente. Trump ha provocato tutti, anche i solitamente accomodanti europei, come mai prima. Di conseguenza -e senza volerlo- ha accelerato in modo rimarchevole l'instaurazione di un nuovo ordine mondiale; alzando la tensione geopolitica praticamente ovunque ha provocato un'accelerazione nell'abbandono del dollaro a livello mondiale.
Gli europei assicurano che al momento di decidere hanno scelto deliberatamente di non concepire l'eurozona come qualcosa di distinto e di separato rispetto all'egemonia del dollaro; adesso ne pagano il prezzo perché non possono fare nulla per rimediare al fatto che i loro scambi commerciali con l'Iran sono di fatto fuori legge. Ormai troppo tardi per rimediare, l'Unione Europea propone di abbandonare il petrodollaro in favore dell'euro per acquistare il petrolio iraniano, ma con tutta probabilità non riuscirà nell'intento. I leader della UE sono rimasti scioccati e irritati per la determinazione con cui gli USA sono decisi a strangolare qualsiasi scambio fra l'Unione Europea e l'Iran.
Interessante considerare come la Cina considera la natura degli attriti con gli USA e come ne indichi la causa fondamentale. Sul Global Times si comincia con un'aperta ammonizione: "Alla fine della seconda sessione di colloqui la scorsa settimana, vari articoli pubblicati su media [statunitensi] salutavano la fine delle minacce di una guerra commerciale. Alcuni si spingevano ad affermare che la Cina aveva vinto il primo round nei negoziati con gli USA. Questa conclusione è del tutto errata, e l'idea che i contrasti siano stati risolti non ha alcun fondamento. Ancora non c'è stata alcuna guerra commerciale, ci sono stati solo degli avvertimenti..." [corsivo dell'A., N.d.T.] L'articolo prosegue dicendo che i deficit commerciali degli USA non costituiscono il motivo essenziale dei dissapori fra i due paesi. "Il punto essenziale è il monopolio del dollaro USA nel mercato globale", e l'uso obbligato del dollaro per effettuare pagamenti. Gli USA devono "evitare una eccessiva circolazione del dollaro e lasciare che si faccia maggior uso di valute come lo yuan e l'euro, per promuovere una circolazione monetaria più equilibrata... [e] gli USA devono correggere la propria politica monetaria".
Il Presidente Putin sta dicendo la stessa cosa: in un discorso al parlamento russo ha detto che "il mondo intero vede che il monopolio del dollaro non è una cosa affidabile: è pericolosa per molti, non solo per noi". Ha aggiunto che esiste un crescente utilizzo improprio delle sanzioni e delle azioni commerciali tramite il WTO, specie ad opera degli USA, per assicurarsi vantaggi competitivi o per frenare lo sviluppo economico della concorrenza, cosa di cui si lamentano soprattutto i cinesi.
Insomma, vogliono che la palude dell'ordine mondiale a guida statunitense venga bonificata, almeno quanto Trump vuole vedere bonificata la palude di Washington.
Trump comunque sembra contento quando usa tattiche da palude in politica estera per far tornare grande l'AmeriKKKa, anche se in patria si lamenta per la palude dello establishment. Il fatto è che il mondo non occidentale non si fa più incantare dai giochetti della palude dell'ordine mondiale a guida USA, proprio come la base di Trump: il mondo non occidentale vuole la fine dell'egemonia del dollaro, ed il ripristino della sovranità, e si sta raggruppando sul piano politico per raggiungere questi obiettivi. Sembra che si stia arrivando a una certa unificazione, sia pure con le distinzioni fra le parti.
Il ricatto in stile mafioso di Trump verso la Cancelliera Merkel ("o mollate il Nord Stream II o vi rimettiamo al vostro posto, voi tedeschi, con l'acciaio e l'alluminio") sta innanzitutto facendo da catalizzatore per un possibile mutamento di rotta dell'intera politica europea.
Gli europei si sono a lungo mostrati ondivaghi sul piano delle sanzioni contro la Russia: gli interessi tedeschi e quelli dello stato che occupa la penisola italiana sono stati colpiti in maniera pesante sul piano finanziario, ed è stata la Merkel a indicare sostanzialmente la linea da seguire. Le sanzioni dell'Unione Europea hanno a che vedere solo con la questione dell'Ucraina. e la Cancelliera ha parlato lungamente dell'Ucraina con Putin a Soci. A Soci Putin ha presentato due idee: una forza di pace dell'ONU in Ucraina, e la prosecuzione del trasporto del gas russo attraverso il corridoio ucraino -cosa importantissima per l'Unione Europea- se si dovesse dimostrare un'iniziativa fattibile dal punto di vista commerciale.
Se queste proposte si concretizzassero, permetterebbero alla Merkel di fronteggiare "l'inevitabile no dello stato che occupa la penisola italiana al rinnovo delle sanzioni contro la Russia a settembre". La Merkel potrebbe assumere nuovamente un ruolo guida, e portare avanti iniziative per conto proprio. Un balsamo per l'ego europeo dopo la brutta esperienza dell'accordo sul nucleare iraniano. Alleviare l'irritante problema ucraino in questo modo permetterebbe alla Germania di considerare la Russia come un partner naturale, proprio adesso, nell'era dei dazi statunitensi in cui è ancor meno probabile segnare un punto contro un debito europeo fuori controllo o nel rifinanziare le infrastrutture francesi. La cosa permetterebbe alla Merkel anche di disinnescare in qualche modo la bomba immigrazione, elaborando in accordo con Putin un meccanismo che permetta al milione di rifugiati siriani presenti in Germania di tornare a casa. La prossima settimana la Merkel si recherà in Cina, a cercare il modo di rendere sopportabili le pressioni statunitensi sull'Europa schierandosi con l'AmeriKKKa contro la Cina. Potrebbe succedere al contrario che la Germania finisca con l'avvicinarsi alla Cina -che ha già effettuato corposi investimenti in Germania- invece che agli Stati Uniti. In ogni caso la Germania non può evitare facilmente di finire sotto il tiro incrociato di questa guerra commerciale.
Ovviamente lo establishment britannico farà praticamente tutto per impedire che il centro di gravità della politica lasci le coste dell'Atlantico per spostarsi verso est. Il capo del British Security Service, il MI5, è già stato mandato in missione per conto di Washington a fare propaganda su una "minaccia" russa rivolta a un insieme di trenta paesi europei; l'inviato degli USA a Kiev, Kurt Volker, ha affermato che gli ameriKKKani sosterranno militarmente la riconquista dell'autoproclamata repubblica secessionista di Donetsk e di quella di Lugansk.
Poi c'è il Giappone, che ha considerato per molto tempo la penisola coreana come un cuscinetto fra l'arcipelago e il continente. Il fatto che fosse politicamente divisa e che al Sud fossero di stanza truppe ameriKKKane è sembrato costituire una garanzia di questa funzione. Adesso però il Sud ha dato a Moon il mandato di procedere alla riunificazione; in risposta Kim Jong Un ha iniziato in maniera teatrale un'accattivante offensiva diplomatica. Lo status quo del cuscinetto, fin qui dato per scontato, scontato non è più. Potrebbe intervenire un accordo e, sia pure in potenza, col tempo l'influenza cinese potrebbe aumentare. Il professor Victor Teo ha notato che "il fatto che Trump abbia concordato un incontro col leader nordcoreano Kim Jong Un ha messo da parte Abe e gli ha segato le gambe".
Sia pure a livello potenziale, si tratta di un problema grave per il Giappone che perderebbe il cuscinetto che lo separa dalla Cina e che perderebbe il proprio ombrello difensivo in proporzione a qualunque ipotetico ritiro statunitense dalla regione. Politico scrive che altrettanto snervante è stato "l'apparente voltafaccia di Trump sul partenariato transpacifico. A gennaio 2017, dopo tre giorni dall'insediamento, Trump ha stracciato l'accordo commerciale che Obama aveva stretto con dodici paesi per arginare l'influenza della Cina. [...] La cosa ha umiliato Abe, che sessantasette giorni prima si era precipitato alla Trump Tower per scongiurare l'uscita di Washington dal partenariato transpacifico. Dodici mesi dopo Trump ha rincarato la dose adottando una politica di indebolimento del dollaro e schiaffando dazi sull'acciaio e sull'alluminio, del venticinque e del dieci per cento rispettivamente. Ha dispensato  esenzioni per il Canada, il Messico e altri paesi, ma nessuna per il carissimo amico Abe. Poi Trump ha avanzato la proposta di dazi sulle merci cinesi per centocinquanta miliardi di dollari in complesso. E la Cina è il principale mercato per le esportazioni giapponesi."
Non c'è da stupirsi se Abe si sia rivolto alla Cina, sia per coprirsi le spalle sui dazi statunitensi sia per infilare il Giappone nei colloqui strategici sul futuro della Corea. Il premier cinese Li Keqiang è stato in visita ufficiale a Tokio il 9 maggio, per partecipare a colloqui a tre con il leader giapponese e quello sudcoreano.
Il fatto è che questa rifondazione delle relazioni a tre è venuta dopo una serie di colloqui ai massimi livelli in materia di economia svoltisi il mese scorso fra Cina e Giappone. Se si ha presente il chiaro ammonimento della Cina sul problema del dollaro e sulla necessità di ampliare il ricorso allo yuan e ad altre valute nei traffici commerciali, non è difficile intuire che se i colloqui avranno successo i commerci fra Cina e Giappone abbandoneranno gradualmente il dollaro.
A proposito degli stessi argomenti, Lawrence Sellin scrive sul The Daily Caller che
..L'impegno cinese per la cooperazione fra Iran e Pakistan è stato anch'esso fruttuoso. Negli ultimi mesi sono stati siglati molti accordi commerciali e nei settori della difesa, dello sviluppo di armamenti, del controterrorismo, in campo bancario e ferroviario, nella cooperazione parlamentare e da ultimo anche nelle arti e nella letteratura.
Colloqui segreti in materia di sicurezza fra militari cinesi, pakistani e iraniani sono in corso da almeno un anno. Un grosso incentivo alla discussione è stato il progetto cinese per la costruzione di una base navale sulla penisola pakistana di Jiwani, nell'immediate vicinanze di Gwadar e vicino alla frontiera iraniana...
Un'alleanza fra Cina, Iran e Pakistan avrebbe ripercussioni di vasta portata per la politica estera statunitense. Tanto per cominciare renderebbe insostenibile il corrente impegno in Afghanistan e porterebbe con ogni probabilità all'uscita degli ameriKKKani dal paese, a condizioni dettate da cinesi e pakistani. Poi segnerebbe l'inizio di una strategia di estromissione e di divieto d'accesso alla Quinta Flotta statunitense per le acque del Golfo Persico e del Mar Arabico simile a quella che i cinesi hanno cercato di realizzare contro la Flotta del Pacifico nel Mar Cinese Meridionale. Il solo prendere in considerazione un'alleanza come questa potrebbe fornire agli iraniani uno strumento di pressione di tutto rispetto per quanto riguarda le sanzioni statunitensi.
L'Iran è già entrato nella zona economica di libero commercio dell'Asia orientale, e il 9 giugno parteciperà anche all'incontro del 2018 del Consiglio per la Cooperazione di Shanghai. Non pare proprio che l'Iran stia soffrendo di emarginazione a livello internazionale per le vicende legate all'accordo sul nucleare.
A tenere insieme tutte le tessere di questo mosaico è l'idea cinese -nonché russa e iraniana- che lo yuan e l'euro debbano essere più facilmente utilizzabili come moneta di scambio, e che "gli USA correggano la propria politica monetaria", che non deve più oscillare fra cicli di forza e di debolezza in quel modo che è tanto remunerativo per le istituzioni finanziarie ameriKKKane ma letale per i mercati emergenti. Su questo sono praticamente tutti d'accordo.
Perché si arrivi a questo, la Cina ha bisogno di ampliare e di rafforzare la base dello yuan, e costruire un mercato liquido per il debito sovrano cinese. La borsa dei futures sul petrolio a Shanghai ha già un suo impatto sul mercato delle emissioni cinesi; è in esso che gli investitori piazzano i propri ordini, consapevoli del fatto che lo yuan è convertibile in oro. Le sanzioni statuitensi contro l'Iran tireranno la volata a questo fenomeno perché il petrolio iraniano verrà trattato a Shanghai. La borsa londinese dei metalli, che è di proprietà cinese, ha recentemente annunciato che inizierà a trattare anche opzioni su merci emesse in yuan. Presto ci saranno benchmark per le merci basati sullo yuan. Insomma, il ricorso al dollaro nelle transazioni commerciali che non coinvolgono gli USA sta progressivamente diminuendo.
Sembra che la seconda condizione che i cinesi considerano necessaria perché il mondo dei commerci si riequilibri grazie alla "correzione della politica monetaria" statunitense stia verificandosi, quasi secondo serendipità, grazie a dinamiche finanziarie interne che procedono per conto proprio. Il "dollaro debole" di Trump ha lasciato il passo per una serie di motivi a un forte apprezzamento. Ci sono dunque le condizioni ideali perché la Cina svaluti senza scosse lo yuan, che nel corso dei mesi scorsi ha acquistato valore sul dollaro, e perché anche l'Europa faccia lo stesso, in un ribasso coordinato contro l'impennarsi del dollaro. Il tasso di cambio più basso dello yuan e dell'euro non farà che rovesciare, in parte o del tutto, l'impatto delle sanzioni statunitensi sulle esportazioni verso gli USA. Chissà se la Merkel ha in agenda un'operazione monetaria di questo genere, per il suo prossimo viaggio in Cina.
Insomma, cosa succede se queste politiche statunitensi si rivelano insostenibili? Il punto debole fondamentale della dottrina neoconservatrice basata sull'esercizio della massima pressione è il fatto che in essa non è previsto alcun passo indietro che non si presenti come un'umiliazione nazionale. Di solito se con le pressioni non si ottiene niente si considera scontato che non se ne sono fatte abbastanza. Per esempio, Trump attribuisce la debolezza dei termini dell'accordo sul nucleare iraniano al fatto che Obama non riuscì a tenere sotto sanzione l'Iran per un periodo di tempo sufficientemente lungo. Secondo Trump, Obama allentò la morsa troppo presto, e ottenne un "accordo viziato da debolezza".
Una questione più profonda, avanzata anche dalla Cina rispetto alla Corea del Nord, è che esistono altri che non pensano secondo la logica del Presidente Trump. L'utilitarismo radicale che traspare nell'affermazione di Trump secondo cui Kim Jong Un si troverà "più sicuro, più felice e più ricco" se deciderà di sottostare al suo ultimatum riflette esattamente il materialismo superficiale che ormai ispira tutta la politica mondiale. L'esortazione a ritornare ai valori nazionali tradizionali, bollata come "populismo", costituisce esattamente la negazione delle politiche ispirate ad un utilitarismo alla John Stuart Mills; essa è foriera della volontà di ritornare esseri umani a tutto tondo.