mercoledì 1 ottobre 2014

Miguel Martinez spiega come mai nessuno a Firenze vuole intitolare una strada ad Oriana Fallaci


Nella foto, Marco Cordone ed altri tredici sfaticati.
Ritratti in un cimitero, giustamente.


In un thread di commenti riportato sul suo blog, l'ex addestratore di bande paramilitari e devastatore della nobile città di Firenze Miguel Guillermo Martinez Ball riassume in poche righe i motivi che fanno pensare che a Firenze sia poco realistica l'intitolazione ad Oriana Fallaci di qualunque spazio pubblico.
Espressioni di buon senso con cui non si può che essere d'accordo, anche se nessun nome sarebbe stato più adatto per ribattezzare la strada che conduce alla discarica comunale.
...Che la Fallaci fosse islamofoba, non gliene importa molto ai fiorentini, in un senso o nell’altro.
Ma credo che l’abbiano in antipatia per due motivi.
1) Sarà pure stata fiorentina, ma di quelli spocchiosi che non piacciono proprio ai fiorentini. Hai voglia a dire che era litigiosa come i fiorentini, non basta; i fiorentini hanno anche un senso di giustizia, e quella sembra la str… che quando parcheggia, blocca le ambulanze e pretende pure di avere ragione.
2) Facendo l’islamofoba, la Fallaci si è legata alla Destra politica, che a Firenze è una realtà aliena, marginale e disprezzata. Una persona normale che vuole fare politica di destra si iscrive al PD.
Quindi la Via Oriana Fallaci credo che qui sarebbe molto impopolare, e Nardella se ne rende conto.

martedì 30 settembre 2014

Alastair Crooke - La guerra allo Stato Islamico si ritorce contro l'Occidente.



Traduzione dallo Huffington Post.
"Crociati, adesso avete capito che lo Stato Islamico rappresenta una minaccia; ma di rimedi non ne avete e neppure ne avrete, perché non esiste rimedio. Se combattete lo Stato Islamico esso diventa più forte e più tenace. Se non lo combattete, cresce e si espande... Mobilitate i vostri eserciti, o crociati; mobilitate i vostri eserciti, ruggite pure con rumore di tuono, minacciate chi vi pare, complottate, armate le vostre truppe, mobilitate, colpite, uccideteci, distruggeteci. Tutto questo non vi salverà; sarete voi gli sconfitti.

Dichiarazione del portavoce dello Stato Islamico Abu Muhammad al Adnani in risposta al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
Sembra che tutti stiano cercando di servirsi dello Stato islamico per i propri scopi. Raghida Dergham è un'esperta corrispondente diplomatica dello Al Hayat, e scrive che quello che i paesi del Golfo vogliono dagli Stati Uniti denota un serio irrompere sulla scena di comportamenti schizofrenici. "Quello che maggiormente colpisce... è l'improvvisa chiarezza con cui si esprimono differenze inconciliabili, per esempio tra il fatto che i governi del Golfo Persico hanno indicato nello Stato Islamico una minaccia alla loro stessa esistenza, mentre una grossa parte della pubblica opinione nei paesi del Golfo simpatizza con lo Stato Islamico e con le sue istanze, e lo considera come un qualche cosa che è necessario nell'equilibrio dei poteri e nell'equilibrio del terrore".
"Il Golfo", continua l'autrice, considera innanzitutto lo Stato Islamico come "uno strumento necessario a tenere testa alla Repubblica Islamica dell'Iran e alle sue ambizioni a livello regionale, con particolare riguardo alla Siria", e non come dei terroristi.
I governi dei paesi del Golfo si sono buttati di poca voglia in questa nuova guerra, nonostante i loro toni retorici; lo si può vedere dai contributi che essi hanno fornito all'inizio della campagna di bombardamenti in Siria: quattro F16 dall'Arabia Saudita, altri quattro aerei dagli Emirati Arabi Uniti, un paio dal Bahrein ed un solo Mirage dal Qatar che "non ha sganciato bombe, né assunto un ruolo attivo nel corso dell'attacco".
"Il Golfo" vorrebbe che obiettivo della guerra fosse il Presidente Bashar al Assad, la Russia e l'Iran invece sono di tutt'altro avviso e secondo loro Obama dovrebbe far guerra allo Stato Islamico in Siria ed in Iraq, e solo a quello. Il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha espresso incoraggiamento per gli attacchi aerei statunitensi contro lo Stato Islamico in Siria, ma a patto che ne sia obiettivo lo Stato Islamico, e che siano concordati, direttamente o indirettamente, con Damasco.
In risposta alle minacce che Obama ha rivolto contro qualunque attacco siriano contro gli aerei statunitensi (il Presidente Obama ha minacciato di distruggere il sistema di difesa aereo siriano come rappresaglia) la Russia ha fatto la propria mossa e ha dato scacco matto ad Obama. In risposta, la Russia ha minacciato di ampliare i propri trasferimenti di armi al governo Siriano fino a dotarlo del necessario per potersi difendere dagli attacchi statunitensi, nel caso gli aerei degli Stati Uniti attaccassero le posizioni delle truppe governative, deliberatamente o per errore. Di recente sono circolate informazioni sull'arrivo a Latakia di navi russe della classe Sumomum, specializzate in compiti di difesa aerea, ed è improbabile che si tratti di una coincidenza.  Iran e Russia collaboreranno sicuramente con gli Stati Uniti nel teatro d'operazioni in Siria, ma solo se vi saranno corridoi aerei ben definiti, bersagli concordati per gli attacchi statunitensi, e la garanzia che gli Stati Uniti non cercheranno di usare la situazione per creare ricettacoli sicuri per l'opposizione siriana.
L'amministrazione statunitense si trova tra l'incudine e il martello: l'Arabia Saudita vuole ad ogni costo la testa di Assad su un piatto d'argento, ed arma volontari perché lo sforzo bellico sia diretto a questo scopo. Per Obama, ottemperare alle condizioni imposte da russi ed iraniani significa rafforzare indirettamente il Presidente Assad ed irritare i paesi del Golfo,  nonché i "moderati" insorti siriani in esilio. Se Obama invece assecondasse i desideri dei paesi del Golfo e attaccasse le forze di Assad, con ogni probabilità finirebbe per avere contro, in un quadro destinato a peggiorare sempre di più, la Russia, l'Iran e Hezbollah; questo complicherebbe oltremodo la guerra contro lo Stato Islamico sia in Siria che in Iraq.
Anche la Turchia intende servirsi della guerra contro lo Stato Islamico per i propri scopi. Nell'immediato, i Turchi non hanno tanto interesse a indebolire lo Stato Islamico, ma ad aiutarlo a indebolire le regioni semiautonome del Kurdistan siriano addossate al confine turco, laddove i curdi sono in perenne agitazione e ben lontani dal godere di una qualche autonomia.  In questo momento lo Stato Islamico prosegue l'avanzata vicino alla frontiera turco-siriana, e i militari turchi impediscono ai curdi di attraversare la frontiera con la Siria per attaccare lo Stato Islamico. Impadronendosi dei territori curdi, lo Stato Islamico avrebbe confini diretti con la Turchia, e corridoi logistici con essa.
Erdogan ha fatto in modo che lo Stato Islamico, fin da quando si è impegnato in Siria, avesse nella Turchia un punto d'appoggio da cui potrebbe abbattere lo stato siriano. E' probabile che oggi come oggi il Presidente turco pensi che la guerra rappresenterà una nuova e ancor più grossa opportunità per gli interessi turchi. Se la guerra finisse per distruggere le strutture politiche irachene e siriane -cosa che il Primo Ministro Ahmet Davutoglu si aspetta da molto tempo, e che rappresenterebbe il colpo di grazia per le vecchie frontiere risalenti all'accordo Sykes - Picot- la Turchia, mantenendo buoni rapporti con tutte le parti in causa (i baathisti, qualcuno tra i curdi in Iraq, i leader tribali sunniti e lo stesso Stato Islamico con cui è stata appena conclusa la trattativa per uno scambio di prigionieri) si troverebbe nella posizione ideale per fare da mediatore sul destino della valle superiore dell'Eufrate, a maggioranza sunnita e divisa tra Siria ed Iraq. In questo scenario Erdogan diventerebbe a tutti gli effetti una specie di "emiro" per un ampio territorio dell'Islam sunnita.
Anche lo stato sionista intende servirsi di questa guerra. Lo stato sionista ha aiutato gli insorti nella zona che si trova adiacente alla frontiera con il Golan e negli ultimi tempi ha fornito loro anche copertura con l'artiglieria. Quest'ultima iniziativa, assieme al fatto che i sionisti hanno abbattuto un aereo siriano, puo rappresentare il tentativo di creare una no-fly zone su quello che è un vero e proprio percorso per infiltrarsi in Siria da sud, intanto che gli statunitensi attaccano dall'aria lo Stato Islamico. In cambio del sostegno concesso a chi combatte Assad, lo stato sionista potrebbe pretendere il coinvolgimento dei beneficiati nella continua guerra in corso contro i Fratelli Musulmani e Hamas.

I falchi in ameriKKKa vogliono far leva sulla guerra allo Stato Islamico in Siria non perché essa serva contro Assad, ma per mandare avanti la loro campagna per il rovesciamento del Presidente Putin. Il loro obiettivo è quello di colpirlo in Siria rovesciando Assad, e di umiliarlo e gettarlo nel discredito in Ucraina proprio sotto gli occhi del suo stesso elettorato. Da parte sua Putin sta cercando di trarre vantaggio dalla situazione per arrivare agli scopi opposti, riconsiderando la comunicazione diretta con Obama per coordinare con lui il da farsi in Siria ed in Iraq, ma anche per allentare in generale le tensioni con Washington. Iran e Russia hanno già proposto canali diretti con Baghdad e Damasco in modo da coordinare lo sforzo bellico; sono canali già funzionanti. Anche i servizi stanno dialogando con Damasco.
Il Presidente Obama deve affrontare anche un'altra difficoltà. Gli serve la collaborazione di Putin e dell'Iran, se vuole in qualche modo mettere le mani in un Medio Oriente la cui instabilità è a livelli critici; solo che cercare in modo esplicito e visibile l'aiuto russo farà di Obama il bersaglio di critiche perentorie, proprio nell'imminenza delle elezioni del Congresso che si svolgono a metà mandato. Di qui i bizantinismi ed i non detti in quanto affermato dal Segretario John Kerry sulla coordinazione con la Russia e con l'Iran, che coordinazione è ma che coordinazione non deve sembrare, per non parlare di Damasco: con Damasco non ci coordinamo, ma abbassiamo la tensione. Una contraddizione politica che pare impossibile da mantenere al di là del breve periodo. I ribelli siriani spalleggiati dall'Occidente vanno già declamando ai quattro venti che gli attacchi ameriKKKani in Siria hanno gettato discredito su di loro. Al Nusra "afferma che chi mantiene rapporti con l'Occidente verrà considerato un occidentale a tutti gli effetti", ha riferito a McClatchy un ufficiale dei ribelli che aderisce al programma del "Libero" Esercito Siriano. "Ci stanno tacciando di traditori, e la maggior parte del popolo siriano fa discorsi dello stesso genere", diceva. A lamentarsi di questo fatto sono proprio gli stessi moderatissimi cui l'Occidente spera di portare sostegno.
La lista di quanti stanno cercando di utilizzare la guerra per perseguire i propri scopi è sicuramente incompleta; i sunniti della province di Anbar, Saladin e Ninive si stanno servendo dello Stato Islamico per costringere Baghdad a far loro delle concessioni, e lo stesso stanno facendo i Curdi. Il Consiglio dei Paesi del Golfo sta usando la guerra per costringere il Qatar ad assoggettarsi alla linea politica saudita e ad estendere le ostilità ai Fratelli Musulmani; di qui l'espulsione dal Qatar di appartenenti ai Fratelli. Il re dell'Arabia Saudita Abdullah sta usando la situazione per cercare di costringere il clero wahabita a mettere il cappello su ogni recrudescenza dello wahabismo serpeggi tra il popolo; la crisi, per re Abdullah, deve servire per cercare di portare i religiosi più vicini alla linea modernista, e ad allontanarli dallo wahabismo puro.
Le parti interessate sono comunque di più. Ce ne sono così tante interessate a usare lo Stato Islamico per i loro fini, che ci si potrebbe chiedere come potrebbero raggiungere i loro scopi se lo Stato Islamico non ci fosse; forse, semplicemente non potrebbero.
Obama può credere davvero che lanciare attacchi aerei spettacolari, insieme a tutti quei begli schemettini grafici, serva a rafforzare la democrazia nel medio termine. Magari ha anche ragione. Ma potrebbe anche arrivare a concludere che alla fine sarà stato lo Stato Islamico a usare lui e re Abdullah e tutti quanti gli altri per i propri scopi. Lo Stato Islamico magari sarà anche stato uno strumento, o addirittura la creatura, di quanti pensavano di servirsene; ma non è che le parti, oggi, si sono invertite? I video in cui si vedono le sue decapitazioni sono stati realizzati con degli scopi precisi. I dialoghi in prima persona, e poi in seconda persona ad opera di uno che parla con accento britannico, non sono stati diffusi senza considerazione per i tasti che sarebbero andati a toccare. Si legga di nuovo il discorso del portavoce dello Stato Islamico che apre questo scritto; non sembra più un invito che una minaccia?
Nulla di quello che lo Stato Islamico ha fatto è stato fatto a caso; esistono una pianificazione seria e degli scopi precisi. Una mappa con le pronosticate conquiste territoriali dello Stato Islamico in cui sono segnati con cura i pozzi di petrolio risale al 2006. La conquista di Mossul è stata frutto di un lavoro lungo due anni. Lo Stato Islamico è nato direttamente dal movimento di al Zarqawi ed aveva già messo in piedi una propria organizazione clandestina in Siria, chiamata Al Nusra, ben prima che Al Nusra e lo Stato Islamico si separassero. La giornalista libanese Radwan Mortada nota per di più che
Secondo gli Hadith, "l'Ora [della Resurrezione] non giungerà fino a quando non saranno conquistate le terre bizantine di al Amaq (le valli di Antiochia, nella Turchia meridionale) e di Dabiq (una cittadina siriana a nord di Aleppo)"; i combattenti dello Stato Islamico sono convinti del fatto che "ci sarà una grande battaglia" contro "l'Occidente crociato". Sono giunti alla conclusione che un attacco aereo statunitense sarà l'inizio di questo confronto. Essi dicono che "si tratta di una promessa divina ineludibile, che dimostrerà al mondo che siamo noi a controllare lo Stato Islamico, quello del califfato alla fine dei tempi". A confermare quanto sia profondo il loro credo c'è la pubblicazione in lingua inglese che hanno iniziato a diffondere alcuni mesi fa, e che si intitola Dabiq - Il ritorno del Khilafah (del Califfato). Nonostante l'eventualità di un impegno a terra sia stata esclusa, "...alcuni tra i sostenitori dello Stato Islamico pensano seriamente che l'alleanza crociata sarà costretta a combattere sul terreno, perché dal cielo non riuscirà sicuramente a raggiungere nessuno dei suoi obiettivi".
Da questo punto di vista lo Stato Islamico ha messo in pratica la lezione appresa dalla guerra che lo stato sionista ha combattuto contro Hezbollah nel 2006. Gli attacchi aerei dello stato sionista fallirono completamente nella distruzione di Hezbollah, che si era preparato a parare il colpo; la capacità di Hezbollah di mantenere l'iniziativa non ne fu indebolita, e la cosa costrinse lo stato sionista ad intervenire sul terreno, dove fu sconfitto.
Al Qaeda ed altri gruppi jihadisti si stanno già radunando sotto la bandiera dello Stato Islamico per combattere la "guerra della Croce" levata contro di loro. I ribelli sostenuti dall'Occidente sono i traditori: chi tratta con l'Occidente, come Abdullah d'Arabia, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein diventa un occidentale lui stesso, ovvero un apostata. Forse che tutto questo non poteva essere previsto? Lo Stato Islamico si sta servendo dell'Occidente per raggiungere i suoi scopi: un'ampia mobilitazione islamica, la delegittimazione dei leader arabi alleati dell'Occidente ed un'incipiente guerra senza alcuna strategia e senza alcun obiettivo definito.
Di fatto, Obama sta facilitando tutto questo.
Solo che in ultima analisi la cosa profondamente incoerente in tutta l'iniziativa, che con ogni probabilità sarà anche la causa fondamentale del suo sostanziale fallimento, è data dal paradosso che gli alleati dell'Occidente non saranno, e non possono essere, alleati affidabili per questa guerra. Si sono impegnati troppo a soffiare sul fuoco dell'ideologia salafita, per troppo tempo, ed appartengono alla stessa ideologia. L'Occidente per troppo tempo è stato complice in tutto questo; adesso non può né abbandonare i suoi alleati, sia pure così compromessi, né aspettarsi che siano loro a combattere sul terreno.
Si tratta di una guerra che è stata dichiarata senza che ci fossero i soldati per farla, e neppure i mezzi per portarla ad uno sbocco certo.
Lo Stato Islamico ha usato l'Occidente con intelligenza.

domenica 28 settembre 2014

Sul matrimonio di Marco Carrai e gli sponsor di una giovane ragazza.



In questa sede ci siamo occupati passim di un certo Marco Carrai.
Marco Carrai è stato tra l'altro amministratore delegato di Firenze Parcheggi e sodale in moltissime occasioni del boiscàut di Rignano sull'Arno attualmente Primo Ministro dello stato che occupa la penisola italiana.
Tra le altre cose, Marco Carrai ha figurato insieme a Magdi Apostata Condannato Allam, a Daniele Capezzone e a qualche altra decina di elegantissimi mangiaspaghetti nella lista di sionisti di complemento che solidarizzarono con l'aggressione sionista di Gaza nel 2009.
Il 27 settembre 2014 i mustad'afin di ogni ascendenza sono stati esclusi dalla basilica fiorentina di San Miniato al Monte. L'occasione di chiusura è stata il matrimonio di Marco Carrai con una certa Francesca Campana Comparini.
I media hanno dedicato tutta la loro attenzione allo sposo, ai testimoni -il boiscàut di Rignano e la sua signora- ed ai potenti ospiti. Tra questi, il gazzettiere "occidentalista" Michael Leeden, da sempre molto a suo agio negli ambienti più aggressivi della politica yankee. 
E' rimasta nell'ombra invece la sposa, e la cosa stona leggermente perché un po' di ricerche in internet fanno pensare che anche Francesca Campana Comparini abbia solidi titoli per questo genere di fama.
La scorsa primavera gli autobus di Firenze giravano interamente ricoperti dalla pubblicità di un evento denominato "Festival delle Religioni". In quei giorni si poteva leggere anche sul Corriere della Sera una pagina intera a pagamento che annunciava lo stesso Festival.
Il sito del Festival è stato fatto con Wordpress, come si evince dallo URL della prima pagina che nessuno si è dato la pena di cambiare. Insomma, http://www.festivaldellereligioni.it/pagina-di-esempio/, mostra che questo festival si sarebbe svolto in undici "location" dal Battistero al Cenacolo di Santa Croce, coinvolgendo un gran numero di nomi noti.
 Il sito contiene tuttora un programma con i nomi dei vari relatori  e una nota sull'Organizzazione dove apprendiamo che
 "Luogo d'Incontro" è un'associazione che nasce dal desiderio di essere un punto di riferimento per la città di Firenze.Un'associazione fondata da Francesca Campana Comparini, una giovane ragazza fiorentina, che vuol dare un contributo alla sua città nel segno della cultura.
Questo è lo spirito e l'intento con cui nasce Luogo d'Incontro."
Insomma, il Festival delle Religioni è Luogo d'Incontro che è Francesca Campana Comparini che è una giovane ragazza fiorentina. La precisazione non è superflua; le vecchie ragazze esistono anche a Firenze. Secondo le note disponibili, "Francesca è una ragazza fiorentina di 26 anni". "Sant'Agostino è il suo riferimento spirituale e intellettuale". "Dal 2011 gestisce con sua madre la storica attività di famiglia, la più antica di Via Tornabuoni, risalente al 1865".
Scopriamo anche la sua carriera intellettuale:"A 22 anni scrive il suo primo articolo su La Nazione denunciando il degrado urbano e morale ed inneggiando alla responsabilità di ogni cittadino". "Nell'ottobre 2013 partecipa al convegno ad Assisi per il congresso nazionale del Movimento Rinascita Cristiana".
In conclusione troviamo un dettaglio interessante che rivela il precoce interesse della giovane ragazza per le questioni internazionali, nonché la sua conoscenza di almeno una frase in lingua inglese:
"Last but not least, all'età di 12 anni intrattiene un breve epistolario con la Regina Madre Queen Elizabeth, The Queen Mother, perché sognava  di bere una tazza di tè insieme a lei..."
Modestamente tace di essere anche autrice di una "lettera all'editore" pubblicata sul Corriere Fiorentino due anni prima, dove esordisce con le parole "sono una ragazza fiorentina di 24 anni". Il campo è sempre quello delle questioni internazionali; gli argomenti affrontati sono eccezionalmente rilevanti e la loro portata difficilmente calcolabile.
Inoltre, la Giovane Ragazza ci spiega che sempre nel 2014, le è stata affidata "la cura della mostra Jackson Pollock e Michelangelo a Palazzo Vecchio e San Firenze". Fa bene a vantarsene, visto che si tratta di una delle principali e più costose mostre di una città che cerca di essere la capitale della cultura mondiale. Ma la vicenda la spiega meglio Tomaso Montanari, in uno scritto in cui dispensa un generoso numero di considerazioni ispirate al principio di realtà.
Su festivaldellereligioni.it esiste anche una lista di "main sponsor" dell'iniziativa: Intesa San Paolo, Suez Ondeo Italia S.p.A., Acea Energia, GDF Suez, Intesa Aretina, Acque Toscane, Firenze Parcheggi.
Di Firenze Parcheggi si è gia detto. Marco Carrai casualmente è consigliere delegato della Fondazione Carifirenze, che è azionista di Intesa San Paolo al 3,2%.Intesa Aretina invece appartiene per il 35% al gruppo Acea, che controlla l'acqua e buona parte dell'energia della capitale.
La gazzetta di un sionista che da più di quindici anni vive alle spalle altrui racconta che il sindaco di Roma avrebbe imposto al vertice di Acea
"con il ruolo di amministratore delegato, Alberto Irace, manager cresciuto in Acea, ex amministratore di Pubbliacqua a Firenze, in ottimi rapporti con il presidente del Consiglio (e anche con Marco Carrai), ben visto anche dagli altri azionisti di Acea (Caltagirone e Suez) che verrà nominato ufficialmente durante il primo cda dell’azienda, lunedì prossimo."
Insomma, i main sponsor della giovane ragazza costituiscono una squadra affiatata.
Anzi, un team.

venerdì 26 settembre 2014

"Se hai problemi di schiamazzi, chiama Olindo e Rosa Bazzi..."


"...Se hai problemi di baccano, chiama i coniugi Romano."
La "libera informazione" tiene sopra ogni cosa alla propria autoreferenzialità.
Il mondo della "libera informazione" è fatto senza dubbio di menzogne, di incompetenza e di pornografia, ma contempla anche una casistica molto numerosa di scribacchiamenti quotidiani in cui si elencano giridivite e tolleranzezzèro, martellanti caldeggiare della delazione ed abituali elogi della capillare repressione di ogni comportamento diverso da quelli di consumo. Negli ultimi anni neppure chi riveste il solo ruolo di consumatore ha potuto dirsi al riparo della curiosità della "libera informazione", che all'interno dei comportamenti di consumo statuisce quali sono quelli accettabili.
In sostanza la libertà di cui godono i sudditi dei paesi "occidentali" si compendia dei comportamenti di consumo graditi alle gazzette e soprattutto alla loro committenza.
Il rimanente del vivere è tutta roba passibile delle attenzioni della gendarmeria.
Ne consegue che nella weltanschauung gazzettiera non esiste iniziativa peggiore di quelle che confutano o controbattono quello che i fogliettisti statuiscono.
Odiato più di tutto e passibile di rigori furibondi è soprattutto chi riesce a metterli in ridicolo, loro e le loro nefandezze, specie se lo fa con poco sforzo.
Lo slogan in oggetto ha diverse varianti ed è per giunta vecchio di alcuni anni. La sua ricomparsa in un volantino che avrebbe fatto la sua comparsa sui muri di alcune strade nel centro di Firenze è avvenuta nel contesto di schermaglie che un certo numero di persone serie ha deciso di intraprendere contro una lobby gazzettiera che da qualche tempo sta riempiendo il fogliettame fiorentino con i propri piagnistei. La stessa lobby ha segnalato la cosa alle gazzette, non ottenendo altri effetti che quello di ampliarne a dismisura il pubblico potenziale.
Qualche mese fa il petulante interrogativo "Ma noi quando si dorme?" ricevette a mezzo vernice spray la più ovvia delle risposte, immediatamente fatta sparire dalle pennellesse istituzionali. In questo caso invece la scelta di chi disprezza pennaioli e delatori ci ha fatto invece ricordare con soddisfazione proprio il modo in cui una delle più "libere" ed "occidentali" gazzettine di Firenze trattò il tema cui Rosa Bazzi ed Olindo Romano devono la loro fama, una strage efferata dovuta alla disperesasperazione o esasperodisperazione da "occidentali" modello che le abitudini altrui, senz'altro più che reprensibili secondo i canoni della "libera informazione", avevano profondamente offeso nel loro squisito senso estetico. "La Nazione" di Firenze si produsse in una pagina di irreprensibile professionalità, di insuperato acume, di obiettiva ed imparziale attinenza ai fatti.
Gli ideatori del volantino e delle inziative collegate devono conoscere piuttosto bene i loro avversari.
Era davvero difficile inquadrarli in modo più calzante, e ridicolizzarli in modo più sbrigativo.

mercoledì 24 settembre 2014

Alastair Crooke - Secondo i governanti statunitensi lo Stato Islamico non è "islamico" e non è "stato". Invece è sia l'una che l'altra cosa.



Traduzione da Huffington Post.

"Siamo in guerra contro un'ideologia, non contro un governo."

John  Kerry, Segretario di Stato, Stati Uniti.

"Ora mettiamo in chiaro un paio di cose: lo Stato Islamico non è 'islamico'. Nessuna religione lascia correre sull'uccisione di innocenti, e la grande maggioranza delle vittime dello Stato Islamico erano musulmane. Inoltre, lo Stato Islamico non è uno stato. All'inizio era il braccio di Al Qaeda in Iraq; poi ha approfittato delle divisioni settarie e della guerra civilie siriana per guadagnare terreno su tutti e due i lati del confine tra Iraq e Siria. Nessun governo lo riconosce, e non lo riconoscono le genti che da esso sono state soggiogate. lo Stato Islamico è un'organizzazione terroristica, pura e semplice. E non ha altra visione che non il massacro di chiunque si metta sulla sua strada".

Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti.

Siamo chiari: la premessa elementare di Obama e di Kerry è che l'AmeriKKKa e i suoi alleati sono in guerra contro un'ideologia deviata e non islamica da delegittimare, e che si può delegittimare mettendo insieme il mondo arabo sunnita affinché esso stesso la dichiari "non islamica". Tutto questo non fa che confermare quanto poco essi sappiano dello Stato Islamico contro il quale sono in guerra.
Non esiste alcun "vero Islam", nell'Islam. Non è mai esistita nell'Islam alcuna "autorità centrale" che potesse definire un simile concetto. L'Islam, per fortuna e purtroppo (più che altro per fortuna) ha parecchi volti. Paradossalmente, esiste oggi un orientamento che asserisce di essere "il vero Islam"; si chiama wahabismo.
Come nota il professor As'ad Abu Khalil,
"Muhammad Ibn Abdul Wahhab ha sottolineato un fatto che i suoi seguaci ancora oggi hanno ben presente: gli uomini con la spada sono giudici per conto di Dio in questo mondo e su tutte le questioni, piccole o grandi che siano. Su questo punto sono d'accordo sia il regno dell'Arabia Saudita che lo Stato Islamico. Entrambi sono fuori dagli argini delle correnti maggioritarie dell'Islam; su questo concetto essi rifiutano persino di riconoscere il fatto che parlano come rappresentanti di un gruppo settario (lo wahabismo, n.d.t.).
Gli wahabiti di tutte le tendenze rifiutano persino di essere definiti wahabiti; "noi siamo i soli veri musulmani", dicono. Questo significa che loro soltanto sono veri musulmani; tutti gli altri sono miscredenti passibili di essere combattuti come i pagani dei tempi antichi, dell'epoca di Muhammad. Gli wahabiti affermano di rappresentare il "vero Islam", ma la forza dell'Islam in ogni epoca è sempre stata nel fatto che non è mai esistito un qualcosa come "il vero Islam".
Quindi sono i sauditi soltanto, e con loro lo Stato Islamico, a proclamarsi rappresentanti del "vero Islam". Una pretesa condivisa che deriva dal fatto che entrambi condividono lo stesso fondamento dottrinale, rappresentato da quel Libro del Monoteismo che è l'opera fondamentale di Abd al Wahhab.
Lo Stato Islamico è wahabita quanto il re Abullah d'Arabia, se non di più. E' salacemente ironico il fatto che Obama e Kerry si siano assunti il compito di cercare la delegittimizzazione della dottrina cui la Casa dei Saud deve la legittimità della propria corona.
Sicché, gli unici detentori del "vero Islam", i custodi della Mecca, si sono trovati a condividere lo stesso Islam dello Stato Islamico. Come può re Abdullah mettersi contro lo stesso Stato Islamico? E come potrebbe un qualsiasi musulmano che avesse dimestichezza con queste materie prendere sul serio questa presa di posizione, caso mai essa arrivasse?

John Kerry avrebbe ragione se dicesse che Al Qaeda è un'ideologia e non un governo. Ma se dice la stessa cosa dello Stato Islamico, ha torto. Al Qaeda disponeva soltanto di una "idea"; lo Stato Islamico invece esiste per uno scopo preciso, quello di statuire il primato di Dio, qui e ora. Lo Stato Islamico ha una dottrina propria sul come concretizzare questo stato di cose, che deriva dalle vicende guerresche che portarono alla fondazione del primo stato islamico; controlla un territorio più grande del Regno Unito; dispone di ingenti risorse finanziarie; conta su un esercito ben equipaggiato per gentile concessione degli Stati Uniti, del Regno Unito e di altri paesi e comandato da elementi competenti; infine ha un capo che a detta di molti ha parlato bene, nell'unica occasione in cui è apparso in pubblico.
In poche parole, questa evoluzione delle cose che ha portato allo Stato Islamico potebbe essere una faccenda molto più seria, avere molta maggiore concretezza e avere una capacità di attrattiva assai più ampia di quanto contemplerebbero le ciance occidentali infarcite di strangolatori e di assassini forsennati.
Tra stati arabi e paesi del Golfo, in molti si sono uniti a Washington nella guerra contro lo Stato Islamico; lo hanno fatto soltanto perché hanno in programma di ficcare il loro cavallo di Troia nell'agenda bellica.
I loro soldati sono nascosti nel ventre di legno del cavallo; non devono combattere lo Stato Islamico, ma una guerra piuttosto diversa. La loro idea è quella di trasformare la guerra in una nuova offensiva contro il Presidente Assad e la Repubblica Araba di Siria. Durante un incontro preliminare a Gedda, i paesi coinvolti hanno espresso il loro accordo per un nuovo assetto per la sicurezza che stravolgerebbe la guerra contro lo Stato Islamico, che diventerebbe una guerra anche contro Assad e contro tutti i movimenti islamici. La speranza, chiaramente, è quella di coinvolgere l'Occidente in una guerra di più ampia portata contro i Fratelli Musulmani, Hamas, Hezbollah eccetera. Un accreditato commentatore saudita, Jamal Khashoggi, ha spiegato con chiarezza i piani dell'Arabia Saudita in una recente conferenza stampa.
"Possiamo dunque dire che l'eliminazione dello Stato Islamico richiede anche l'eliminazione di Assad... L'operazione deve avere come obiettivo l'alleato di Mosca a Damasco, deve rovesciarlo o preparare il terreno al suo rovesciamento. Forse è questa la spiegazione logica al perché l'Arabia Saudita sia stata favorevole ad organizzare campi di addestramento per l'opposizione siriana moderata. In pratica è stato come dichiarare indirettamente guerra al governo siriano.. L'alleanza di Gedda rappresenta per tutti l'opportunità di cominciar da capo. Non vale solo per l'immediata questione che è l'eliminazione dello Stato Islamico, ma comprende anche la possibilità di espandere le operazioni fino a plasmare la situazione in Iraq ed in Siria."
La posizione ameriKKKana è nebulosa: Kerry ha detto che non ci sarà alcun coordinamento con Damasco, ma che i rischi di un conflitto col governo siriano diminuiranno.
L'efficacia delle forze armate siriane sul piano pratico è cosa dimostrata, e l'AmeriKKKa lo sa. L'unica altra partita in corso sul terreno, finché dura, è quella con lo Stato Islamico. Sembra che l'AmeriKKKa abbia fatto qualche concessione, come contentino per poter contare sull'impegno dei paesi del Golfo, al piano saudita di far diventare la guerra contro lo Stato Islamico una guerra per lo spodestamento del Presidente Assad.
Ridefinire in questo modo gli obiettivi delle operazioni si accorda con la narrativa discolpante in voga nel Golfo Persico: lo Stato Islamico non rappresenta un'avanguardia armata neo wahabita, ma la naturale reazione dei sunniti causata dalle politiche settarie di Assad e dell'ex Primo Ministro iracheno Al Maliki.
Così, come contributo alla sconfitta dello Stato Islamico, l'Arabia Saudita addestrerà ed armerà cinquemila "moderati" dell'opposizione siriana e li manderà poi di nuovo in Siria. Gli Stati Uniti sanno molto bene che l'obiettivo di questa compagine, nonché quello del suo mèntore, è rappresentato dalla caduta di Assad e non dalla guerra contro lo Stato Islamico. Con lo Stato Islamico pare che i "moderati" siriani abbiano combattuto in maniera coordinata ed abbiano stilato un patto di non aggressione.
L'esercito arabo siriano conta centotrentamila uomini, cui si devono aggiungere altri centomila ausiliari. E' poco probabile che le brigate siriane messe in piedi dall'Arabia Saudita, che fino ad ora hanno dato prove scoraggianti, riusciranno ad abbattere Assad; sicuramente riusciranno a rendere incoerente la politica degli Stati Uniti e a peggiorare il bagno di sangue in corso nel paese.
Se in Siria esistono due attori principali, l'esercito arabo siriano e lo Stato Islamico, agli statunitensi non resta altra scelta che schierarsi con Assad, e questo non possono farlo senza offendere l'Arabia Saudita. L'AmeriKKKa deve così entrare in guerra con un braccio solo. L'altro, glielo hanno legato dietro la schiena i suoi alleati nel Golfo Persico.
In Siria, il terreno dello Stato Islamico è strategicamente importante; l'AmeriKKKa non dispone in esso di alcun interlocutore evidente e diretto. Come ex ambasciatore in Iraq ed in Siria, Ryan Crocker ha detto: "Dobbiamo fare tutto quello che possiamo per capire chi è che fa parte dell'opposizione siriana a parte lo Stato Islamico. Francamente, ora come ora non ne abbiamo idea". Gli Stati Uniti, dunque, possono solo collaborare con Assad in maniera indiretta e facendo in modo da poterlo negare. Ed è quello che stanno facendo.
Gli Stati Uniti non possono nemmeno sperare seriamente di sconfiggere lo Stato Islamico seguendo una prassi così contorta, per giunta mentre i loro alleati nel Golfo e parecchi think tank statunitensi (come si può leggere qui, qui e qui) stanno intorbidando le acque infilando nel mazzo il loro esercito "moderato" e messo in piedi dai sauditi per indebolire Assad proprio mentre l'AmeriKKKa sta raffreddando i propositi bellicosi nei suoi confronti.
Anche in Iraq i limiti della coalizione contraria allo Stato Islamico diventeranno presto più evidenti. Gli attacchi aerei saranno intesi non come attacchi contro lo Stato Islamico, ma come attacchi alle comunità sunnite nella loro interezza, con le quali lo Stato Islamico si è fuso e confuso. Il governo iracheno ha già dovuto fermare questi attacchi proprio per questa ragione. 
Gli sciiti iracheni difenderanno i loro territori con vigore estremo, ma possono benissimo scegliere di non entrare nella valle dell'Eufrate, che ha una lunga storia come cuore vivo del sunnismo militante. Baghdad non mostrerà alcun entusiasmo di combattere una guerra destinata a diventare un conflitto settario in piena regola, mentre i peshmerga curdi non hanno né la capacità né la volontà di fare qualcosa di più che non proteggere i propri stessi centri abitati.
In conclusione, lo Stato Islamico potrebbe rendersi conto del fatto che in verità non c'è molta voglia da parte di nessuno, in tutto il Medio Oriente, di sanare le fratture in Iraq e che al contrario domina ovunque l'intenzione di fare in modo che l'Iraq rimanga così com'è.

Lo Stato Islamico rappresenta dunque una minaccia? E' bene ricordare che al contrario di Al Qaeda lo Stato Islamico non ha come obiettivo principale quello di provocare l'AmeriKKKa affinché essa si abbandoni a reazioni smodate fino ad implodere, così come Bin Laden pensava avesse fatto la guerra in Afghanistan per quanto riguardava l'Unione Sovietica.
Lo Stato Islamico ovviamente non guarda all'AmeriKKKa con indifferenza. Ma il suo obiettivo principale è quello di stabilire il primato di Dio sulla terra e di mettere in vigore la legge sacra. Nessuna sorpresa se i funzionari statunitensi affermano che esso non rappresenta una minaccia per il territorio degli Stati Uniti.
Lo Stato Islamico punta a conquistare militarmente territori, a stabilire frontiere definite, ad eliminare l'idolatria e l'eresia e a fondare concretamente un califfato.

martedì 23 settembre 2014

L'orgoglio nazionale russo e i mutamenti dell'ordine mondiale secondo Conflicts Forum



Traduzione da Conflicts Forum.

L'ordine costituito, in tutto il mondo "non occidentale", sta attraversando cambiamenti profondi. Anche se il nuovo assetto non si è ancora pienamente consolidato, alcune degli aspetti che lo caratterizzano stanno diventando evidenti e mostrano di essere forieri di conseguenze sostanziali, soprattutto per il futuro del continente europeo e, in una prospettiva temporale allargata, anche per quello degli Stati Uniti. In questo momento gli eventi inchiodano con ogni probabilità l'Europa nelle acque stagnanti -ma tuttavia in rapida agitazione- della sua politica interna; l'Unione Europea, tuttavia, si permette di intraprendere una pericolosa escalation con Mosca, e di imbarcarsi in un'avventura in Medio Oriente che nel migliore dei casi non farà che aumentarne le sventure, mentre nel peggiore porterà alla virtuale disintegrazione della regione. L'Europa ha messo a rischio il proprio stesso progetto.
Dimitri Trenin, del Carnegie Moscow, ha scritto: "Gli sforzi della Russia per trovare un posto accettabile nel sistema occidentale a guida statunitense sono durati un quarto di secolo, e sono finiti con un'amara delusione". Questi sforzi, che comprendevano anche l'iniziativa russa di raggiungere un accordo con gli Stati Uniti per arrivare ad una conclusione definitiva della Guerra fredda, non soltanto sono finiti nell'amarezza e nella sensazione di essere stati presi in giro, ma hanno permesso di stilare un bilancio politico importante. La corrente dei filoatlantisti in Russia si è eclissata, mentre è diventata inarrestabile la tendenza favorevole alle rivendicazioni di sovranità.
Quello che colpisce maggiormente è che gli sforzi della Repubblica Islamica dell'Iran per trovare un modus vivendi con l'AmeriKKKa circa il proprio ruolo nello scacchiere mediorientale sono durati quasi altrettanto, e si sono anch'essi rivelati un fallimento. Nell'Iran di oggi esiste la sensazione diffusa ed avvertibile che i colloqui con i cinque più uno, nonostante siano stati prolungati, non porteranno alla fine delle sanzioni occidenali. Un punto di svolta, in questo mutamento di coscienza politica, si è avuto nel corso della prima settimana di settembre; i riformisti iraniani hanno subito una pesante sconfitta alle elezioni per la presidenza del consiglio municipale di Tehran, che è una carica più significativa di quanto può sembrare. Detto con altre parole, la concezione dei filoatlantisti iraniani -che sono i riformisti- secondo la quale sarebbe stato possibile arrivare ad un accomodamento soddisfacente nel contesto dell'ordine occidentale si è svuotata di significato, come quella dei loro corrispettivi russi. Adesso, il Presidente Rohani è costretto a cambiare la propria posizione politica per evitare danni collaterali, e lo stesso dovranno fare i riformisti.
Si può anche pensare che questi due fatti non abbiano relazione tra loro e che siano semplici coincidenze, visto che hanno cause diverse. Nel pensiero orientale nvece, quando due eventi qualitativamente simili si verificano contemporaneamente e all'improvviso non si deve tanto pensare al caso, quanto al fatto che in essi potrebbero riflettersi una nuova atmosfera e una nuova tendenza generale.
In questo momento nel mondo dell'informazione esiste un repellente clima di guerra contro il Presidente Putin; in Occidente in molti potrebbero essere tentati di pensare, sbagliando, che il Presidente russo sia sempre stato antioccidentale. Le cose non stanno in questo modo.  Anche Putin, come molti russi di una certa età, aveva fatto propria la tesi di Andropov secondo cui le élite d'America e d'Europa avrebbero trovato un punto di convergenza -ma non di unione- tale da trattarsi con reciproca stima. Putin non è mai stato un filoatlantista allo stato puro, aveva una posizione di mezzo tra i filoatlantisti e chi propendeva per un ritorno alla sovranità, ed è giunto al potere grazie a questo atteggiamento. Oggi, col fronte dei filoatlantisti praticamente scomparso, esistono osservatori pronti a sostenere che la presidenza di Putin si caratterizzerà alla fine non per il modo con cui ha affrontato la crisi in Ucraina, ma per il modo in cui Putin ha saputo articolare e definire il proprio orientamento di fondo e proporre alla Russia un nuovo concetto di sé come nazione.
In effetti l'orientamento di fondo della presidenza Putin è lo stesso da una quindicina d'anni, e se ne possono rintracciare le radici nella persistente critica che il Primo Ministro ungherese Viktor Orban ed altri hanno avanzato nei confronti della democrazia liberale basata sul mercato, o meglio della democrazia fondata su un "fondamentalismo del mercato" che ha ridotto la politica a poco più dell'azione che i tecnocrati sono chiamati ad esercitare affinché i mercati funzionino in modo sempre più efficiente e che considera la politica estera come poco più di un altro mercato, un mercato in cui conta la potenza invece che il denaro. Orban ha sostenuto che la democrazia liberale basata sul mercato non è riuscita a proteggere i beni collettivi -quelli che oggi sono detti beni comuni- ha oberato di debiti gli stati sovrani e soprattutto si è rivelata illusoria nella sua promessa di prosperità per tutti. Orban ed i suoi alleati hanno cercato di concretizzare qualcosa di alternativo, che fosse in grado di offrire protezione ai cittadini. Contro questa critica dei valori liberali occidentali sono fioccati i giudizi negativi; si è parlato di "democrazia illiberale" e di un ritorno all'autoritarismo.
Fino ad oggi il modo di porre rimedio a questi difetti del liberalismo occidentale è un qualcosa che è rimasto confinato, sia pure non del tutto, alle discussioni ipotetiche. La crisi in Ucraina tuttavia ha imposto un'accelerazione improvvisa alla ricerca di una risposta per questa importante domanda, ed ha non soltanto imposto che questa risposta venisse trovata, ma anche che venisse messa concretamente in atto. Sempre secondo Trenin, "Al Cremlino oggi come oggi si pensa al futuro della Russia considerandolo come qualche cosa di separato dal futuro del resto del continente europeo. L'idea che Putin aveva presentato, e che prevedeva una Grande Europa estesa da Lisbona a Vladivostok, è stata accolta con freddezza da molti nell'Unione Europea: adesso è stata tolta di mezzo dallo stesso che l'aveva proposta... Negli scorsi sei mesi, i russi sono rimasti amaramente delusi dall'Unione Europea per due volte consecutive".
La Russia si sta unendo al "non Occidente".
A colpire negativamente la leadership russa, e a far sì che essa riconsiderasse in modo radicale le misure che la Russia deve mettere in atto per la propria tutela sono state l'inflessibile insistenza con cui l'AmeriKKKa ha usato la sua "bomba al neutrone" finanziaria, vale a dire l'esclusione dai sistemi finanziari mondiali, e la prontezza con cui la Germania si è pronunciata favorevolmente alle sanzioni.
Tutto questo ha avuto in Russia due conseguenze fondamentali. In primo luogo, si è diffusa la consapevolezza del fatto che è necessario riacquistare un po' di autentica sovranità e di autonomia, e di qui l'enfasi messa sull'alleanza con una Cina che agli occhi dei russi ha in larga misura mantenuto la propria sovranità; di pari passo è prevista la possibilità, per ciascuna delle due parti, di disimpegnarsi (se e quando sarà necessario) dal sistema finanziario basato sul dollaro creandone uno alternativo. In secondo luogo, ne è emersa una maggior fiducia nelle possibilità della propria economia.
Al di là di queste conseguenze, che sono di ordine pratico, la leadership russa ha preso a considerare anche il modo di consolidare la montante ondata di patriottismo innescata dalla crisi in Ucraina orientandola in modo eticamente non liberale, in modo che costituisca una base nuova per il nazionalismo russo. Un politico russo di lunga esperienza ha detto a noi di Conflicts Forum che i russi sono fortemente convinti del fatto che il nuovo ordine mondiale in via di instaurazione risentirà soltanto dell'influenza di quei paesi che sono riusciti a invondere nuova vitalità nei propri popoli e, al tempo stesso, a recuperare la propria sovranità.
In Russia questo "nuovo nazionalismo" sta prendendo forma attraverso il recupero dei valori tradizionali, comprese la religiosità e la spiritualità russe; le sue radici non si trovano più soltanto nel pensiero laico. Il nuovo nazionalismo guarda al ruolo che la chiesa ortodossa ha nella genesi dei valori morali basati sulla famiglia tradizionale e sulla comunanza del coesistere, soprattutto nel contesto della coabitazione pacifica di gruppi etnici diversi in tutto il paese. Il nuovo nazionalismo comprende anche una riaffermazione del contratto sociale, inteso come quaqlcosa che necessita di uno stato sufficientemente potente da poter assolvere al suo compito principale, che è quello di proteggere i suoi cittadini. Un simile concetto di stato considera esso stato responsabile della protezione dei valori russi fondamentali dalla minaccia rappresentata da certi aspetti di uno zeitgeist neoliberista propenso all'intromissione culturale, ed anche dalle conseguenze di un mercato inteso in maniera fondamentalista. Lo stato deve essere forte abbastanza da proteggere se stesso dalle vicissitudini di un ordine mondiale dominato dall'Occidente, tra le cui minacce sono comprese anche le campagne di informazione denigratorie.
E'difficile provare sorpresa se, dopo una lunga epoca di "rivoluzioni colorate" e di iniziative per il rovesciamento dei governi altrui, emerge da qualche parte nel mondo uno "stato forte" che si dimostra capace di resistere a simili incursioni. La storia si è rimessa in movimento.
Ecco: possiamo scambiare i riformisti iraniani con i filoatlantisti, i principalisti con i russi favorevoli ad un ritorno alla sovranità nazionale, e la Marjahiyya (la fonte dell'emulazione morale nell'Islam) con la chiesa ortodossa per trovarci in una situazione non troppo diversa. Potremmo fare qualcosa di simile con molti dei paesi "non occidentali" come la Cina e l'India. In breve, molte persone nei paesi "non occidentali" si stanno deliberatamente allontanando dal liberismo occidentale; con il liberismo hanno chiuso, il liberismo non rappresenta più un modello di governabilità e non riflette i principi che secondo molte persone dovrebbero presiedere all'ordine mondiale.
La crisi in Ucraina e le sempre più deboli prospettive di raggiungere un accordo con l'Iran tramite i colloqui con i "cinque più uno" sono stati in parte catalizzatori per l'emersione di un blocco di paesi "non occidentali". Tuttavia, il ruolo essenziale in questo lo ha avuto la manipolazione del sistema finanziario globale da parte degli Stati Uniti, interessati soltanto al perseguimento dei propri scopi finanziari e politici. A partire dalla crisi del 2008 e dell'espansione monetaria massiccia e priva di precedenti che ha fatto séguito ad essa, la bolla finanziaria venutasi a creare ed il contemporaneo impoverimento dei cittadini comuni sono diventati conditio sine qua non per il puro e semplice mantenimento del sistema finanziario in se stesso.
Il sistema monetario mondiale viene utilizzato come devastante strumento di coercizione politica; il suo coesistere con una politica monetaria basata su uno smodato alleggerimento quantitativo che ha fatto danni a tutti (sia gli stati sovrani diversi dagli USA sia tutti i cittadini che non rientrano tra l'uno per cento della popolazione più ricca) costituisce una miscela esplosiva e ne ha fatto il miglior reclutatore per qualunque prospettiva non liberista o in favore di un sistema finanziario alternativo, vale a dire conservatore.
Di qui il senso di sorpresa a Mosca, perché i tedeschi queste cose le capiscono. La Germania, dapprincipio, era sembrata temporeggiare sull'Ucraina, si comportava come se volesse far da tramite con la Russia in modo da porre fine alla crisi; poi, per quali ragioni non è chiaro, la Germania ha cambiato atteggiamento e si è detta favorevole alle sanzioni nonostante tra le parti si fosse arrivati ad un cessate il fuoco.
I tedeschi sanno che l'Europa ha bisogno di una nuova ragione per esistere, di qualcosa che dia una nuova definizione a cosa significa esattamente, oggi, far parte del progetto europeo. L'Europa rischia di non avere una politica autonoma sul piano della sicurezza a causa dei suoi legami con la NATO e rischia di vedere l'unità europea definita soltanto per il suo sostegno nei confronti di una potenza in declino e sempre più disfunzionale. Di tutto questo si è fatto acceso dibattito, nel governo tedesco. La crisi della visione liberista fondata sul mercato non soltanto non è finita, ma si è impossessata del cuore stesso dell'Europa; il 95% dei greci, il 91% degli spagnoli ed il 90% degli italiani pensa che il loro paese stia andando nella direzione sbagliata. La secessione scozzese, i disordini a Barcellona, l'ascesa del fascismo e la recessione economica sono tutte cose che fanno pensare ad un futuro difficile.
Certo, la vecchia Europa a Newport è riuscita a fare molto per mettere un freno a qualsiasi avanzata della NATO verso le frontiere russe, ed ha mantenuto valido l'atto fondante del 1997. Nonostante questo, la NATO come istituzione ne è uscita con un'altra dose di adrenalina nelle vene: in questo momento si trova sulla cresta dell'onda. Le decisioni prese a Newport porteranno con ogni probabilità ad un inasprirsi delle tensioni tra NATO, Europa e Russia. E l'Unione Europea ha deciso di varare un'altra tornata di sanzioni. L'ambasciatore russo presso l'Unione Europea ha messo in chiaro il fatto che la Russia non può far altro che rispondere con delle contromisure.
E' da dubitare che i tedeschi riusciranno a sfuggire alle conseguenze inesorabili della loro decisione di proseguire sulla strada delle sanzioni. La Russia si è mossa e la tensione non potrà che alzarsi. Ancora una volta assistiamo ad una strategia incoerente: quale posta in gioco rappresenta l'Ucraina, per gli europei? Si vuole infliggere una sconfitta totale agli insorti del Donbass, e di riflesso a Putin? L'AmeriKKKa è preda del timore di poter essere considerata da più parti una potenza in declino; ha messo in opera una dimostrazione di forza bruta, deliberatamente fatta per impressionare, per negare il fatto di trovarsi in cattive condizioni; la narrativa sull'Ucraina, in cui si demonizza Putin in maniera sfacciata, l'hanno pensata e messa in opera gli statunitensi, e sono stati gli statunitensi a chiamare per coscrizione l'Unione Europea a partecipare alle sanzioni. Nel contesto di un'altra dimostrazione di forza, gli Stati Uniti hanno cooptato gli europei in una guerra contro lo Stato Islamico che non ha nessuna coerenza strategica: lo hanno fatto solo per far vedere a tutti che l'AmeriKKKa va dove le pare e fa quello che le pare. Per il Medio Oriente sarà un'altra rimestata nel torbido. Gli europei capiranno presto che nella rgione non hanno in questa impresa nessun vero alleato. 
Le conseguenze di tutto questo hanno una portata molto ampia. I tedeschi hanno ricacciato il progetto europeo nella malandata scatola da cui doveva ad ogni costo uscire. Sono riusciti per l'ennesima volta a far sì che l'Europa trovasse una propria unità soltanto sul riduttivo tema dell'appoggio ai piani di guerra degli Stati Uniti, ed hanno così inchiodato un'altra volta gli europei ai loro guai, che non fanno che peggiorare. Bruciando i ponti con Mosca si può dire addio all'idea di poter ripensare all'Europa in modo differente, come ad una versione potenziata del "concerto europeo", ad esempio. Tra le altre cose, avremo presto modo di constatare come alla fine gli oleodotti iracheni ed iraniani prenderanno la via dell'est anziché quella della sponda occidentale sull'Atlantico. L'Europa continua a rimanere ostaggio di un sistema monetario mondiale che ha bisogno di stimoli sempre più consistenti per non collassare, anche se gli effetti della monetarizzazione aggressiva stanno esacerbando i rancori in tutto il continente.
No, nulla fa pensare che ci attenda un bel periodo.

lunedì 22 settembre 2014

La situazione nello Yemen. L'Arabia Saudita teme una manovra a tenaglia dello Stato Islamico.


Combattente sciita Houthi nel nord dello Yemen, marzo 2014 (Fonte: Al Alam)

Traduzione da Conflicts Forum.

Il Primo Ministro si è dimesso, il governo è stato sciolto, le strade di Sana'a sono piene di decine di migliaia di manifestanti sciiti Houthi e dei loro alleati sunniti; ci sono posti di blocco nelle strade, ed il Presidente ad interim Abed Rabbo Hadi traballa perché le sue proposte per risolvere la crisi e per arrivare alla formazione di un nuovo governo sono state respinte in blocco dai manifestanti, che pensano che "non siano abbastanza". Un portavoce degli Houthi ha detto che il lancio di grida rituali dai tetti della capitale, avvenuto all'imbrunire del 4 settembre, avrebbe segnato l'inizio della "terza fase dell'escalation" e che stava a testimoniare il rifiuto totale da parte degli sciiti dell'aumento dei prezzi del carburante (che come al solito era compreso nel programma di "riforme" del Fondo Monetario Internazionale) e del "governo corrotto".
In poche parole il gruppo tribale Houti, cui Hadi appartiene (e che prende il nome da Hussein al Houti, ucciso dal governo nel 2004 quando iniziò la guerra lunga sei anni contro la repressione dell'allora presidente Saleh che aveva cercato di spazzare via il movimento), ha passato un periodo di sostanziale rinascita; un rinnovamento che è bastato a far sì che il movimento acquistasse la supremazia nel nord dello Yemen, nei governatorati di Sa'da e di Amran e di fatto anche nella capitale, anche se per adesso non si può dire che la città sia a tutti gli effetti caduta nelle loro mani. Il gruppo sciita degli Zaidi costituisce una minoranza rimarchevole in uno Yemen a maggioranza sunnita: si parla del quaranta o quarantacinque per cento della popolazione; nelle regioni collinose del nord, e nella zona di Sanaa, costituiscono una solida maggioranza. Nel rovesciamento del Presidente Saleh, avvenuto nel 2012, hanno avuto un ruolo fondamentale.
Nonostante le voci che circolano, secondo cui gli Houthi stanno cercando di impadronirsi del governo o di portare a termine un colpo di stato, il movimento si è comportato con cautela nell'avanzare pretese. Non vuole guidare l'esecuitivo, e neppure sta cercando di occupare qualche ministero. Il movimento Houthi vuole soltanto che vengano ritirati gli aumenti nel prezzo del combustibili -circa il 15%- e che i prezzi tornino quelli che erano prima del 2011. Inoltre, vuole che venga cancellato il progetto governativo di un nuovo assetto territoriale basato sulla creazione di sei unità federate. Gli Houthi respingono anche il progetto del Presidente ad interim Hadi per un governo di unità nazionale, che gli permetterebbe di accaparrarsi tutti  i ministeri chiave, sia pure con l'appoggio di rappresentanti provenienti dal sud e degli stessi Houthi. La maggior parte dei manifestanti pensa che l'iniziativa di Hadi sia "un'altra trovata delle solite" e che sia dunque inaccettabile. Gli Houthi hanno preso in mano le redini della protesta e ne hanno così ampliato la base, anche se un gruppo tribale fedele a Hadi, gli Harith, è sceso in strada a Sana'a in sostegno al Presidente.
Gli Houthi sono diventati gli arbitri della situazione dopo aver rintuzzato gli sforzi di Saleh di ispirare a posizioni wahabite il governatorato di Sa'ada in cui gli Houthi sono maggioranza, allontanando gli imam Zaidi e sostituendoli con altri di orientamento wahabita. Nel 2009 hanno respinto un attacco della Guardia di Frontiera dell'Arabia Saudita, pare infliggendole gravi perdite, ed in séguito hanno sconfitto anche il Partito Islah, vicino ai Fratelli Musulmani; secondo commentatori ben informati, politicamente quella dello Islah è ormai un'organizzazione finita.
Gli Houthi, detti anche Ansar Allah, sono parte degli sciiti Zaidi e credono che i musulmani dovrebbero rispondere solo ai loro imam, come hanno fatto per oltre mille anni dal momento che il ruolo guida degli imam è venuto meno solo nel 1962. In ogni caso, non ci sono grosse differenze ideologiche tra gli Zaidi e la maggioranza Shafi'i di orientamento sunnita; entrambi i gruppi hanno convissuto in pace ed hanno pregato nelle stesse moschee per centinaia di anni; molti sunniti Shafi' i si sono chierati con gli Houthi nel loro rifiuto dei Fratelli Musulmani e dello Islah, e nel loro rifiuto dei salafiti.
In Arabia Saudita si teme che gli Houthi, facendo in concreto carta straccia dell'accordo di transizione che sei paesi del Golfo Persico sono riusciti ad imporre allo Yemen e che in pratica consentiva di rimanere in piedi al vecchio stato di cose dei tempi di Saleh sotto un nuovo Presidente ad interim, contribuiranno ad inasprire l'instabilità, mineranno la determinazione del governo ad impegnarsi nella lotta agli elementi ostili all'Arabia Saudita, e consentiranno al Da'ish, lo Stato Islamico, di farsi largo nello Yemen. Lo Stato Islamico potrebbe così fare pressioni sul regno saudita da due parti, l'Iraq e lo Yemen.
Oltre a questa preoccupazione, i sauditi temono anche che l'affermarsi del gruppo sciita degli Houthi sveli tutta la rete di sostenitori che hanno messo in piedi, con ogni cura, foraggiandola e finanziandola nel corso degli anni. Oltre a questo, i sauditi temono che la il deciso attivismo degli Houthi e il loro sentimento antigovernativo finiscano per insitgare gli ismaeliti, che dell'islam sciita sono un'altra corrente e che vivono in una zona strategica di confine un tempo yemenita che i sauditi hanno fatto propria, spingendoli ad emulare il loro rinato attivismo.
La campagna favorevole ai salafiti nel nord del paese, che i sauditi hanno sostenuto, è già stata inficiata dagli Houthi, anche se sono ancora attivi in altre regioni dello Yemen altri movimenti salafiti favorevoli all'Arabia Saudita ed al Qatar. Il Partito Islah, anch'esso finanziato in qualche caso dall'Arabia Saudita ed in qualche altro -a detta degli stessi sauditi- dal Qatar, adesso è spaccato in correnti che propendono per l'Arabia Saudita ed in correnti che propendono per il Qatar, ed è debole. I gruppi tribali sunniti del sud costituiscono un fronte apertamente ostile verso l'Arabia Saudita e verso il governo di Sana'a, ed in questo sono vicini agli Houthi; per i sauditi costituiscono una realtà ampiamente fuori controllo, proprio come gli ismaeliti.
Se il governo di Sana'a finirà per cadere in mani sciite, che ne sarà delle forze che fino ad oggi hanno posto un freno ad Al Qaeda e che effettivamente riescono a tenere i piedi sul terreno, in cui costituiscono a tutti gli effetti una testa di ponte? I timori sauditi sono di questo genere. Oggi come oggi, i sauditi possono contare su qualcuno che nello Yemen tiene a bada Al Qaeda, ma questo non significa che abbiano il predominio sul paese, o anche soltanto su meno della metà di esso. Il Da'ish cercherà di cooptare il ramo yemenita della cosiddetta Al Qaeda, che potrebbe anche prestarsi a stringere un'alleanza col califfo di Mossul? Se questo succedesse, i sauditi si ritroverebbero con lo Stato Islamico appostato ai limiti del ventre molle del loro paese. Adesso è questione di tempo, anche se forse la miglior contromisura contro il Da'ish consisterebbe, sia per i sauditi che per i loro alleati occidentali, nel prestare orecchio alle richieste degli sciiti Houthi anziché dipingerli come militanti radicali.