sabato 22 novembre 2014

Lo Stato Islamico. "I barbari, bene o male, erano una soluzione..."



Traduzione da Conflicts Forum.


E ora, che ci succederà senza i barbari?
Loro, bene o male, erano una soluzione.

C.P. Kavafis (1863-1933), poeta greco.

In AmeriKKKa si discute se la politica estera del Presidente Obama possa essere considerata come improntata ad una "realistica moderazione" o se invece non rientri nelle correnti di più recente sviluppo nell'àmbito della "egemonia liberale". Barry Posen del MIT considera Obama un moderato realista; altri invece mostrano come invece di fare un lavoro di preparazione -che è la premessa necessaria per qualsiasi cambiamento- presso il pubblico ameriKKKano in previsione del ritorno allo storico atteggiamento "non interventista" dell'AmeriKKKa, il Presidente a West Point abbia messo l'accento sullo "eccezionalismo" ameriKKKano e sulla "indispensabilità" della nazione, e come più tardi abbia prontamente denigrato il Presidente Putin, facendone una minaccia vera ed attuale per l'Europa e per l'Ordine Mondiale corrente. Questo fa pensare che la retorica utilizzata sia più quella di un "interventista liberale" che non di un "moderato".
La questione, tuttavia, non centra il punto. La nuova avventura di Obama in Medio Oriente, contro lo Stato Islamico, va inquadrata in una corrente del pensiero statunitense che non rientra fra quelle citate. Non si tratta né di "realismo" né di un rifacimento del Medio oriente improntato alla mera egemonia liberale. Piuttosto pare una guerra priva di qualunque strategia, concepita come un fallimento. Cominciata con difficoltà, si è già arenata. Cosa sta succedendo, dunque?
Richard Norton-Taylor ha ragione quando scrive che bombardare lo Stato Islamico è "inutile". Lo Stato Islamico ha messo piede sul terreno ben prima che i bombardamenti cominciassero; è un gruppo che ha adottato una struttura organizzativa piatta, orizzontale, il che significa che non dispone di grossi quartier generali,  di magazzini di battaglione, di centri di comando e controllo, e che non presenta bersagli evidenti. Lo Stato Islamico si comporta come un organismo dotato di rizomi. Si dia un'occhiata ai rapporti sui bombardamenti aerei: un paio di Humvee distrutti qui, o un blindato colpito là. Se i raid aerei abbiano immobilizzato o distrutto lo Stato Islamico non è neanche in discussione: lo Stato Islamico non soltanto non sta battendo in ritirata, ma si sta espandendo: ha conquistato due città nell'Iraq occidentale, travolto una base militare irachena in cui si trovavano centinaia di soldati, e continua a tenere la cittadina siriana di Kobané sotto assedio.
Sembra che la coalizione stia velocemente esaurendo i bersagli: di solito, i primi giorni di campagna sono occupati da una massiccia serie di bombardamenti aerei che li prevede tutti, come nel caso della guerra sionista in Libano nel 2006; il fatto è significativo. Individuare centinaia di nuovi bersagli ogni giorno è una cosa che supera le capacità di qualunque servizio di intelligence: identificare e validare i bersagli è un lavoro logorante e che richiede molto tempo.
E cosa succederà dopo la campagna aerea? Si dovrà mettere piede a terra. E chi se ne occuperà? Nella strategia questo è un grosso pezzo che manca, e che sta mettendo tutti in confusione oltre a dare credito alle teorie che vogliono che esista un altro piano oltre a questo: Turchia e stato sionista stanno ostentatamente facendo avanzare le loro priorità in questo vuoto programmatico. Come si presenterà dopo la guerra la valle superiore dell'Eufrate, ora sotto il controllo dello Stato Islamico e da sempre profondamente sunnita? Quale linea politica adotterà questo ampio vallone, e a chi apparterrà? Di questo non sappiamo niente.
Sul perché Washington stia combattendo una guerra priva di strategia non si possono avere risposte, per lo meno non nei termini delle categorie che circolano nel dibattito in corso a Washington. Probabilmente non serve nemmeno questo cercare un fantomatico piano al di là di quello esistente. E' verosimile che la spiegazione vada cercata altrove, e che abbia a che vedere con il concetto di negazione strutturale.
A Washington sono tutti d'accordo -e la cosa è stata riconosciuta, sia pure di mala voglia, anche da pensatori indipendenti come Jim Lobe- sul fatto che non c'è nulla che gli Stati Uniti possano fare per contrastare lo Stato Islamico senza l'indispensabile aiuto dell'Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo. Il problema principale è questo: sembra che, anche dopo tante perdite di tempo, Washington non riesca a concepire l'idea che sia il caso di chiudere una volta per tutte con relazioni di un certo genere. Eppure, continuare l'alleanza con l'Arabia Saudita significa trovarsi davanti ad una scelta: o ci si disimpegna meglio che si può da questa guerra, e si arriva di fatto ad un accordo con lo Stato Islamico, oppure ci si addossa per intero il compito di sconfiggerlo, ma mandando sul terreno soldati propri.
Nel corso degli ultimi sessant'anni l'Arabia Saudita ha facilitato molti tra gli obiettivi della politica estera occidentale: ad essa va anche il credito, in buona parte non meritato, dell'aver avuto un ruolo da protagonista nella sconfitta dell'Unione Sovietica in Afghanistan e dunque di aver aiutato tra l'altro l'AmeriKKKa a vincere la guerra fredda. Solo che l'Arabia Saudita -questo il suo punto forte, in ogni situazione ed in ogni caso- ha sempre operato accendendo il radicalismo sunnita e diffondendo la militanza salafita, che in Arabia Saudita si incarna nello wahabismo.
Di questi sistemi, che consistono nell'incendiare il radicalismo sunnita e nel servirsene allegramente, chiudendo al tempo stesso ambedue gli occhi sul concomitante imporsi dello wahabismo come orientamento predominante nell'Islam, l'Occidente ha già fatto le spese un paio di volte. La prima volta che è stato appiccato il fuoco è stato negli anni Ottanta in Afghanistan, e la conseguenza sono state bombe a New York, bombe a Londra ed a Parigi e anche, non dimentichiamocene, bombe a Mosca, tramite i ceceni. Da allora sia l'Afghanistan che il Pakistan sono andati incontro ad una metamorfosi in senso salafita, e ad una radicalizzazione.
Oggi, l'Occidente ed il Medio Oriente sono rimasti bruciati malamente una seconda volta, con lo Stato Islamico e Jabat an Nusra; lo ha detto chiaramente il Vicepresidente degli Stati uniti Joe Biden. Nel 2012 scrivevamo che questo secondo massiccio incendio del radicalismo sunnita, appiccato per facilitare il rovesciamento del Presidente Assad, avrebbe avuto per l'Occidente conseguenze ancora più gravi, ancora più pericolose di quelle che gli sono venute dall'Afghanistan negli anni Ottanta.
Simon Henderson appartiene all'influente think tank neoconservatore ameriKKKano WINEP; poco tempo fa ha scritto: "oggi, i sauditi dicono che non stanno fornendo alcun sostegno ai terroristi e che anzi hanno decretato che è un delitto penale per i cittadini del regno combattere in Siria o aiutare i combattenti dell'opposizione. Ma questo contrasta con decenni di consuetudini saudite, che hanno portato giovani religiosi a combattere in Afghanistan, in Cecenia, in Bosnia ed altrove [il corsivo è nostro, n.d.a.]. E non sono questi i termini in cui Bandar ha parlato delle istruzioni che ha ricevuto da Re Abdullah quando fu nominato capo dei servizi: Bandar ha detto che aveva avuto l'incarico di sbarazzarsi di Bashar al Assad, di mettere dei limiti a Hezbollah in Libano, e di tagliare la testa del serpente (l'Iran). Sottolineando la chiarezza di intenti che l'Arabia Saudita nutre nei confronti della Siria, ha detto che avrebbe seguito le indicazioni del suo re, anche se questo avesse voluto dire 'arruolare qualunque figlio di buona donna di jihadista' su cui avesse potuto mettere le mani".
Adesso, i "decenni di consuetudini saudite" passati a scatenare la gioventù osservante sono diventati, e la cosa non sorprende, un movimento neowahabita: lo Stato Islamico. Lo Stato Islamico è un movimento che si colloca esplicitamente e con convinzione al di fuori della sfera di influenza dei sauditi, a differenza di Osama bin Laden che veniva tenuto a distanza dal re e dalla corte ma che non tagliò mai i legami che aveva con una certa corrente maggioritaria interna al regno. In poche parole, l'Arabia Saudita non può fare niente per aiutare l'AmeriKKKa in questa guerra. La sua prima preoccupazione sarà quella di evitare che i suoi giovani subiscano il fascino dello Stato Islamico.
Turki al Hamad è un saudita di orientamento liberale; poco tempo fa, scrivendo sul quotidiano Al Arab che ha base a Londra, ha riassunto così la situazione: "Ma come possono [i nostri studiosi] replicare allo Stato Islamico... e a tutti gli altri parassiti che abbiamo tirato su ai margini dell'Islam, dal momento che i suoi semi sono cresciuti presso di noi, dentro le nostre case, e siamo stati noi a nutrirne il pensiero e la retorica fino a quando non sono cresciuti rigogliosi?". Avrebbe potuto anche aggiungere, ma non lo ha fatto, che lo Stato Islamico sarà stato anche nutrito dall'Arabia Saudita, ma che questo non significa che una simile creatura si mostrerà docile, obbediente o anche solo grata.
Da un certo punto di vista la guerra in Medio Oriente è diventata una guerra tra lo wahabismo e gli altri orientamenti del salafismo come i Fratelli Musulmani, che adesso i sauditi cercano di incolpare della nascita dello Stato Islamico. E' una guerra di sunniti contro sunniti, della wahabita Arabia contro lo wahabita Qatar, della wahabita Jabat an Nusra contro lo Stato Islamico, della wahabita Arabia ed alcuni dei suoi alleati, contro i Fratelli Musulmani.
Una grande confusione. Se l'AmeriKKKa intende mettervi ordine, dovrà farlo da sola. Non può attendersi alcun aiuto dal suo alleato "irrinunciabile". L'Arabia Saudita è più occupata a pensare ai propri affari: manipolare la guerra di Obama in modo che "arrechi una sconfitta strategica all'Iran rovesciando il governo di Damasco", come spiega Simon Henderson. "Da punto di vista dei sauditi, il fatto che lo Stato Islamico abbia spostato forze in Iraq [è stata una cosa positiva, che contribuisce] alla rimozione di Nouri al Maliki a Baghdad, ritenuto in Arabia un burattino di Tehran. Nonostante Riyadh appoggi ufficialmente il nuovo governo di Baghdad, molti sauditi che disprezzano gli sciiti probabilmente pensano che lo Stato Islamico stia compiendo il volere divino".
L'AmeriKKKa è caduta nell'inganno di aver considerato i paesi del Golfo come animati da buone intenzioni? Lo stesso Simon Henderson prevede che "il concetto di autoconservazione dell'Arabia Saudita... contemplerà probabilmente una politica ipocrita nei confronti di Washington... la cautela con cui il Presidente Obama si sta muovendo è causa di esasperazione: [nel migliore dei casi] i sauditi collaboreranno di mala voglia. Nel peggiore, si atterranno strettamente a quelli che sono i loro interessi, e non importerà loro alcunché se questo significa danneggiare gli Stati Uniti".
Se il loro alleato si comporta in questo modo, per quale motivo tutta la strategia statunitense nei confronti dello Stato Islamico si basa sull'Arabia Saudita e sui paesi del Golfo? E' bene tenere presente che i video dello Stato Islamico in cui si vedono le decapitazioni sono stati quasi certamente realizzati con la precisa intenzione di indurre l'AmeriKKKa ad inviare truppe di terra. Una strategia per modo di dire, che si basa sulle presunte buone intenzioni che gli alleati del Golfo dovrebbero mettere nel loro sostegno alla coalizione, condurrà probabilmente proprio al punto in cui il Presidente non vuole che si arrivi, ed al quale invece lo Stato Islamico vuole portarlo: l'invio di truppe sul terreno. Se a Washington non se ne sono ancora accorti, stanno negando l'evidenza ed è il caso che si diano una regolata.
Edward Luce scrive sul Financial Times e sostiene che sarebbe ingenuo pensare che si possa mettere fine a questo negare l'evidenza: in Medio Oriente ci si è comportati nello stesso identico modo per troppo tempo. Nonostante questo, Luce recita poi una filippica su come ogni iniziativa mediorientale in cui gli Stati Uniti sono stati autori e svolta in stretta collaborazione con l'Arabia Saudita sia sempre finita con il piantare semi che sarebbero diventati problemi peggiori, e con il lasciare ancora più radicalismo. A suo modo di vedere, questa escalation inesorabile sta portando diritta a risultati esplosivi.
Smettere di negare l'evidenza aprirebbe agli Stati Uniti prospettive completamente diverse sul mondo islamico; esiste infatti un altro aspetto di questa alleanza, in gran misura mai riconosciuto e mai compreso: l'Occidente ha fatto propria a tal punto la narrativa saudita fatta di vittimismo e di usurpazione che molti editorialisti ameriKKKani ed europei rifiutano di sapere -lasciamo stare di capire- che possono esistere anche altre visioni del Medio Oriente che non la verità dei sauditi e dei paesi del Golfo.
La "verità" dei sauditi e dei paesi del Golfo dice che loro sono sempre le vittime dell'Iran e degli sciiti, e che la loro posizione in Medio Oriente è stata surrettiziamente usurpata dal risorto Iran. Un'altra verità però dice che le élite arabe dell'epoca post ottomana, in larga parte sunnite e in larga parte rimaste al loro posto anche dopo la seconda guerra mondiale, non hanno mai recuperato il prestigio perduto nella disastrosa guerra del 1967: la loro rovina è cominciata allora, e da allora non ha fatto che precipitare.
L'Occidente ha accolto senza pensarci minimamente la narativa wahabita, quella dell'"Asse del Male"; ha tacitamente fatto proprio il disprezzo e l'odio per gli sciiti che caratterizzavano Mohammad Abd al Wahhab, il fondatore dello wahabismo, ed è direttamente responsabile della recente polarizzazione cui abbiamo assistito in Medio Oriente. Sembrava che il Presidente Obama avesse capito qualcosa delle controindicazioni insite in questa visione parziale delle cose quando ha parlato della necessità di un riequilibrio tra sunniti e sciiti, aggiungendo che questo non avrebbe da solo risolto i problemi della regione, ma sarebbe servito ad allontanarne un po' dei veleni. Tuttavia, per Obama mettere insieme il ventaglio della sua coalizione di alleati arabi ha un prezzo: questo prezzo è probabile che sia il no ad un riavvicinamento all'Iran.
Negli ambienti presidenziali, probabilmente, capiscono il problema. Certo, alcuni editorialisti mediorientali pensano che i raid aerei statunitensi sembrano stranamente inutili e privi di efficacia. Probabilmente Obama è meno convinto della possibilità di distruggere lo Stato Islamico, e del fatto che esso verrà effettivamente distrutto, di quanto faccia pensare la retorica ufficiale. In altre parole, il Presidente farà l'atto di entrare in guerra, ma non entrerà davvero in guerra con lo Stato Islamico. Forse i funzionari capiscono la chiara vulnerabilità dell'Arabia Saudita, e simpatizzano con essa; non vogliono spingere il re saudita oltre i suoi limiti. Ma con lo Shah non era la stessa storia? Ci fu la mancata volontà dei funzionari di spingerlo oltre le sue prospettive, e c'erano i limiti di manovra di un alleato stretto; sappiamo tutti come è andata a finire. Forse, anche stavolta finirà allo stesso modo.
In questo caso forse i barbari, ovvero lo Stato Islamico, finiranno anch'essi per essere "una soluzione" come nella poesia di Kavafis, per l'Arabia Saudita e per tutto il mondo sunnita. Dopotutto le maggiori svolte nella storia provengono (e conducono) da episodi distruttivi che nessuna civiltà in sé è mai riuscita ad identificare.

venerdì 21 novembre 2014

La Repubblica Islamica dell'Iran dopo il mid-term statunitense



Traduzione da Conflicts Forum.


Le elezioni di mid-term sono venute e passate. Il successo dei repubblicani pare aver superato ogni ottimistica stima. La cosa in che modo si potrebbe riflettere sui negoziati dei cinque più uno con la Repubblica Islamica dell'iran?
Il 6 novembre il Segretario di Stato Kerry, Lady Ashton e Javad Zarif si sono incontrati in Oman per due giorni di negoziati e c'è in previsione un ulteriore incontro più in là, nel caso i colloqui si rivelino fruttuosi. Il 24 novembre si chiude questo supplemento temporale, aggiunto ai sei mesi di negoziati previsti all'inizio.
Non è possibile prevedere come finirà la questione, ma pare improbabile che verrà raggiunto un qualche accordo sostanziale. Sicuramente sono stati fatti alcuni progressi su certe questioni tecniche, ma dai temi fondamentali, vale a dire se all'Iran sarà riconosciuto il diritto di produrre significative quote di energia nucleare tali da rivelarsi sufficienti a soddisfare le sue future necessità industriali o se invece gli toccherà limitarsi alla foglia di fico data da un progetto "pilota" di arricchimento, per quanto tempo ancora (decenni, magari?) resterà sotto esame e soggetto a controlli tutti particolari oltre a quelli del trattato di non proliferazione e se gli accordi porteranno a qualche significativo alleggerimento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti, le parti a Muscat se ne terranno assai lontano. Tutte le altre questioni per lo più di carattere tecnico su cui sono stati raggiunti degli accordi, anche se sono molte, non sono sostanziali.
Le elezioni hanno reso il dialogo più difficile ad ambo le parti. Il mantra spesso ripetuto -e non soltanto dai repubblicani- che afferma che le profonde crisi in Medio Oriente ed in Ucraina non sono riflesso di un mutamento sistemico in corso nel mondo ma sono solo colpa della "debolezza" del Presidente non renderà affatto facile ad Obama imporsi per raggiungere un accordo con l'Iran. Qualunque sia il contenuto di qualsiasi accordo vada profilandosi, possiamo aspettarci che il Presidente Obama verrà accusato di cedevolezza nei confronti dell'Iran, e di essersi ancora una volta comportato da debole. Obama può anche non avere voglia di giocarsi un capitale politico, visto che gli tocca vedersela con tutte le altre avversità sul fronte interno e con un'opposizione repubblicana risorta che controlla entrambe le camere.
Ancora più significativo è il fatto che l'imminente scadenza del tempo a disposizione per i colloqui con l'Iran coincide con l'ascesa dello Stato Islamico e con la necessità di contrastarlo; questo ha reso ancora più significativi i risultati dei colloqui in Oman. Molti esperti commentatori ameriKKKani hanno iniziato ad interrogarsi sui pregi effettivi dell'inveterato assetto delle alleanze che l'AmeriKKKa ha in Medio Oriente, ed in modo particolare in considerazione alla assoluta ambiguità che molti alleati mostrano nei confronti dello Stato Islamico. Questi commentatori suggeriscono una sorta di rifondazione, un qualche cosa che lo stesso Presidente ha invocato più volte: un rimettere equilibrio tra Iran ed Arabia Saudita.
Ora, proprio perché gli alleati storici dell'AmeriKKKa sono in piena azione e si trovano in mezzo ad una guerra contro i loro vari nemici, sarà ancora più difficile per il Presidente degli Stati Uniti pianificare da capo tutte le alleanze. Gli alleati storici hanno messo radici profonde nei think tank e nelle lobby ameriKKKane, e non si possono spazzar via come niente decenni di comportamenti consolidati. Solo che il futuro dell'AmeriKKKa in Medio Oriente dipende molto da ciò che essa deciderà di fare, se rivedere il sistema di alleanze oppure no. In fin dei conti, comunque, la cosa potrebbe anche non essere decisiva per determinare il corso degli eventi.
In Iran, il Presidente Rohani deve anch'egli vedersela con una situazione più difficile. Innanzitutto c'è la questione se l'AmeriKKKa, visto il risultato delle elezioni di mid-term, possa essere considerata un plenipotenziario. L'amministrazione ameriKKKana può essere reputata credibile, nel suo impegno di alleggerire le sanzioni per l'immediato o per un qualche momento futuro? La stampa iraniana fa spesso riferimento al fatto che Wendy Sherman, senza poter garantire su nulla, ha affermato davanti ad una commissione del senato che qualunque accordo sarebbe innanzitutto sottoposto al senato per l'approvazione. In Iran si dà per scontato che il senato si oppporrebbe a qualsiasi significativo allegerimento delle sanzioni: in un recente sondaggio, cui hanno collaborato l'Università di Tehran e quella del Maryland, è venuto fuori che tre iraniani su quattro dicono che

"....Sanno che anche se l'Iran accettasse tutte le richieste statunitensi ed ottemperasse a tutte, gli Stati Uniti lascerebbero in piedi le sanzioni che ora hanno come pretesto il nucleare, ma troverebbero "qualche altra ragione" per farlo. Queste preoccupazioni possono essere aggravate dal fatto che al Congresso è stata presentata una proposta di legge che afferma che in caso si arrivi ad un accordo sul nucleare, le sanzioni potrebbero restare in vigore come ritorsione per quello che il Congresso descrive come il sostegno iraniano a gruppi terroristici, o per le violazioni dei diritti umani commesse nel paese.
Il serpeggiare di questi dubbi limita l'approvazione per certe posizioni. Chi crede che gli Stati Uniti manterranno la parola ed allevieranno le sanzioni pensa anche che l'Iran dovrebbe mostrare maggiore apertura nei colloqui, al contrario di coloro che pensano che gli Stati Uniti troveranno una qualche altra ragione per mantenere le sanzioni. Questi ultimi sono il settantacinque per cento".

In patria, il presidente iraniano viene accusato di aver deluso le aspettative popolari in materia di apertura da parte dell'Occidente, e sul fatto che dai colloqui sarebbe alla fine arrivato un alleggerimento delle sanzioni; in effetti nulla di tutto questo si è verificato. L'ulteriore tornata di sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto mentre i colloqui erano in corso, e mentre l'Iran stava osservando tutti i termini previsti dall'accordo provvisorio, non ha fatto che inasprire questa convinzione diffusa. All'inizio ci si attendeva molto dai colloqui; poi le aspettative si sono ridimensionate e l'eccitazione si è calmata.
Il sondaggio dell'Università del Maryland evidenzia anche il fatto che i colloqui non hanno in nessun modo inciso sull'ampio sostegno popolare di cui godono cose che l'Iran reputa irrinunciabili: il 94% degli iraniani afferma di sostenere il programma nucleare, nonostante l'85% degli interpellati riconosca il fatto che le sanzioni stanno danneggiando l'economia del paese. Esistono ampie maggioranze che considerano inaccettabile che i cinque più uno pretendano che l'Iran faccia a meno di circa la metà delle centrifughe di cui dispone (il 70%) o che debba mettere dei limiti alle sue attività di ricerca nel settore del nucleare (il 75%).
Rohani è un politico: come tutti i politici deve rendere conto al suo mandato. Il suo mandato è chiaro: va bene fare a meno delle armi, e va bene portare a termine l'arricchimento dell'uranio in modo sicuro e salvaguardato. In cambio, però, si deve ottenere la fine delle sanzioni. Il clima politico si sta appesantendo. Gli elettori avevano pensato che con l'ascesa di un presidente con cui l'Occidente si sarebbe potuto trovare a suo agio l'accordo e la fine delle sanzioni avrebbero potuto essere raggiunti in breve tempo; anche lo stesso Presidente e gli stessi negoziatori hanno contribuito a rafforzare le aspettative del corpo elettorale. Adesso, però, in generale si pensa che le cose non andranno in questo modo; questo cambio di atteggiamento avrà probabilmente delle conseguenze politiche, in particolare sul risultato per le prossime elezioni della Majilis.
Rohani all'inizio godeva di un ampio mandato, diventato nel corso del tempo sempre più risicato; anche Rohani deve vedersela con il suo mid-term: deve vincere, o si troverà a dover fronteggiare un parlamento controllato dall'opposizione. Il Presidente sta già cercando di prendere le distanze dai riformisti; questo non significa che si stia avvicinando ai principalisti, ma che sta cercando di creare un proprio areale autonomo; un compito non facile. Rohani è stato maltrattato dalla stampa iraniana per essersi incontrato col Primo Ministro britannico, che in séguito ha pronunciato un attacco abbastanza velenoso contro l'Iran nel corso di un discorso all'Assemblea generale dell'ONU. Questo indica quale sia il clima, in questo momento: prima, se Rohani prendeva iniziative del genere veniva guardato con approvazione. Adesso, invece, gli si manda a dire che incontrarsi con Cameron è stato un grave errore di valutazione.
Il pubblico iraniano guarda ormai con freddezza ai tentativi di Rohani e Zarif di suscitare simpatie in Occidente; si deve trarne la conclusione che i colloqui con i cinque più uno si concluderanno con una rottura? E' possibile che sia così, ma la cosa non è molto probabile. Magari non si raggiungerà un accordo di ampia portata, ma forse si arriverà a qualcosa di più limitato, anche se si cercherà di paludarlo in modo da renderlo abbastanza attraente. In pratica, qualcuno degli accordi tecnici -ma non sostanziali- fin qui raggiunti verrà presentato come risultato principale dei colloqui, e che ad esso farà seguito un allentamento limitato e simbolico delle sanzioni. Paradossalmente il fatto che la montagna partorisca un topolino farebbe comodo a tutti.
Rohani potrà dire di essersi mantenuto coerente con quello che in Iran si considera irrinunciabile, mentre Obama potrà dire che l'accordo permette di gettare le basi per un riequilibrio nella regione; al tempo stesso, e la cosa è importante per l'AmeriKKKa, gli stati del Golfo e lo stato sionista avranno la soddisfazione di constatare che l'Iran rimane soggetto a sanzioni pesanti.
Perché mai Rohani dovrebbe uscire soddisfatto da un accordo del genere? In primo luogo, perché il mondo sta cambiando, e sta cambiando velocemente, cosa che la Guida Suprema ha recentemente sottolineato in un incontro con il Presidente. L'Ayatollah Khamenei ha notato che la predominanza ameriKKKana sta venendo meno, ed ha notato i mutamenti che stanno avvenendo nell'ordine mondiale, cambiamenti che sono sia politici sia intrinseci al sistema finanziario e commerciale. La Guida Suprema non è entrata nello specifico degli aromgenti, ma è probabile che stresse pensando alle manovre attualmente in corso per fondare un sistema finanziario e commerciale parallelo, fuori dalle strutture di scambio basate sul dollaro.
La leadership iraniana si guarda attorno, e quello che vede non è un panorama spiacevole: Assad ed il suo governo sono saldi, le relazioni iraniane con Baghdad non sono mai state tanto strette, gli eventi nello Yemen stanno riservando molte soddisfazioni, e gli iniziali sospetti e la competizione che caratterizzavano i rapporti tra Iran e Russia se ne sono andati dopo il consolidarsi dei rispettivi sforzi in Siria ed in Iraq; la Cina, per giunta, li sta corteggiando entrambi. Lo stato Islamico per molti iraniani è più un problema interno al mondo sunnita che non un qualcosa in grado di costituire una minaccia per l'Iran.
Certo, le sanzioni hanno avuto il loro effetto; solo che in fin dei conti è possibile che esse non verranno mai tolte, neppure se l'Iran cedesse senza condizioni su tutto quanto, cosa che non succederà. Tutto questo è semplicemente il modo in cui stanno le cose. Le elezioni di mid-term statunitensi non faranno altro che rinforzare la sensazione degli iraniani che non c'è altra possibilità: le sanzioni contro Cuba sono un esempio di come, una volta imposte, esse non vengano mai fatte cadere.
E' interessante notare che alcuni fra i più autorevoli quotidiani iraniani sono diventati più favorevoli alla posizione dei principalisti, che sostengono che un accordo limitato sarebbe un beneficio per l'Iran. L'Iran deve semplicemente trovare il modo di aggirare le sanzioni, e le tensioni che l'Occidente ha con la Russia potrebbero spingerlo verso la via d'uscita rappresentata dalle mosse congiunte che Cina e Russia stanno compiendo per realizzare un sistema commerciale e finanziario parallelo a quello basato sul dollaro.
Quindi, un accordo limitato porterebbe i suoi frutti. Gli iraniani dicono di non vedere alcuna prova del fatto che gli Stati Uniti vogliono esacerbare le tensioni, anzi; e se gli Stati Uniti non vogliono far salire la tensione, per quale motivo dovrebbe farlo l'Iran. L'Iran non si sente minacciato, e sembra anche che le sanzioni, in futuro, saranno meno oppressive. Probabilmente l'Iran, dietro questo modo di vedere le cose improntato ad un maggiore ottimismo, deve solo aspettare lo sviluppo degli eventi.
Con questo non vogliamo dire che un accordo anche parziale aprirà la strada alla completa distensione tra Iran e Stati Uniti, o che l'Iran inzierà a collaborare apertamente con gli USA in Iraq ed in Siria contro lo Stato Islamico. L'Iran non farà nulla del genere. Oltretutto, quello che è successo con Cameron ha messo in luce il pericolo che si corre a mostrarsi troppo sensibile nei confronti dei desideri di un Signor Cameron e che è rappresentato dal risentimento popolare. Solo che forse, senza tanto chiasso e fuori dalla vista del pubblico, una qualche tacita intesa con gli Stati Uniti sarà raggiunta. Probabilmente le cose già stanno in questo modo. In fondo, se il Ministero della Difesa degli Stati Uniti può apprezzare il "valore aggiunto" che gli deriva dalla tacita collaborazione con l'Esercito Arabo Siriano, potrebbe vedere con favore un po' di comprensione -che si è sempre in tempo a negare che esista- da parte di Qassem Soleimani in Iraq.
Forse l'accordo vero e proprio con gli Stati Uniti ha perso un po' della sua importanza? O forse non c'è bisogno che siano gli Stati Uniti a rivedere formalmente l'equilibrio dei potere in Medio Oriente, se il Medio Oriente stesso si trova -come di fatto è- nelle condizioni di trovare da solo un nuovo equilibrio, senza che in esso abbia particolare importanza il riposizionamento degli Stati Uniti?

giovedì 20 novembre 2014

La folle situazione mediorientale non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno



Traduzione da Conflicts Forum.

Pare che il Medio Oriente stia andando in briciole in un'orgia di violenza e molti osservatori non credono ai loro occhi: com'è possibile che stia accadendo tutto questo? Come siamo arrivati a questo punto? Sembra che la situazione abbia lasciato tutti quanti attoniti per la sua imprevedibilità. Ci si chiede: non è che i servizi hanno sbagliato tutto un'altra volta?
Beh, no. Non è che "hanno sbagliato i servizi", è qualcosa di molto peggio. E' tutto il sistema ad aver fallito, sia cognitivamente che intellettualmente. Di fatto, i segnali di questa follia incombente sono stati in bella vista, sotto gli occhi di tutti, per tutti gli ultimi venticinque anni. Non c'era nessun bisogno di tanti servizi segreti per sapere dove si sarebbe andati a finire: bastava un po' di apertura mentale, giusto il necessario per capire in che direzione stavano andando gli eventi.
L'abbaglio preso dall'Occidente nasce direttamente dal fatto che esso ha provato a comprendere il Medio Oriente da una sola prospettiva. Una prospettiva che si è rivelata viziata. Era così sbilanciata in favore delle forze che si sono rivelate lo spettro dell'estremismo sunnita più acceso, aveva investito così tanto su questa specifica parte che gli occidentali non potevano neppure prendere in considerazione l'idea che questi decapitatori di apostati un giorno avrebbero morso le mani che li nutrivano, trattate da apostate anch'esse. Gli statunitensi -ed anche gli inglesi- hanno fatto affidamento su questo stato di cose per così tanto tempo, ed esso ha influenzato a tal punto le convinzioni statunitensi sulla leadership del mondo sunnita, che è stato tutto il quadro ad esserne distorto.
Persino adesso il sistema ha problemi nel capire con chi abbia a che fare esattamente. L'Occidente afferma di essere in guerra con lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante. Un concetto abbastanza semplice. Solo che in pratica l'AmeriKKKa è andata a mettersi in cima a diverse guerre. C'è la guerra contro lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante, che è wahabita, e c'è la guerra tra esso e l'altrettanto wahabita Jabhat al Nusra, così come c'è guerra tra la wahabita Arabia e lo wahabita Qatar. In pratica esiste una guerra per il predominio sull'isdlam wahabita -e questa è la dinamica fondamentale- e sull'islam sunnita nel uso complesso. Poi c'è la guerra che la Turchia sta portando avanti per diventare essa stessa l'"emiro" dell'islam Sunnita a spese dei sauditi, sia in Siria che nei territori ora controllati dallo Stato Islamico sia in Siria che in Iraq. Infine, Egitto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato guerra "a tutti gli estremisti islamici" e la stanno combattendo, in questo momento, in Libia.
Stati Uniti, Regno Unito e Francia vogliono andarsi ad infilare in queste dispute tra sunniti, in queste guerre teologiche e tra teocratici e laici?
Come siamo arrivati a questa confusione? In effetti non ci si sarebbe dovuti arrivare perché alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX era in corso un tentativo di concerto in tutto il mondo islamico per portare l'islam all'interno del mondo moderno; c'era il tentativo di arrivare ad esiti molto diversi da quelli di cui oggi lo Stato Islamico è il simbolo. Solo che questo rinascimento arabo è fallito e sono successe cose che hanno portato i nascenti movimenti islamici in una direzione molto differente. Sono stati gli eventi, non una qualche caratteristica intrinseca all'Islam.
Per capire, dobbiamo avere presente il fatto che per tutto il tempo compreso dalla metà del XIX secolo fino ai successivi anni Venti il mondo islamico è rimasto assediato da vari progetti secolarizzanti ed improntati al capitalismo e al libero mercato, tutti nati in Europa. Per essere chiari, l'irrompere del secolarismo sulla scena mediorientale non è mai stato un fenomeno neutrale o benevolo. In Turchia, Ataturk aveva nei confronti dell'Islam un atteggiamento semplicemente giacobino. Intendeva metterlo all'angolo: odiava l'Islam, che chiamava "carogna putrefatta". Anche la Persia e l'Egitto fecero le spese di questo secolarismo bellicoso.
L'Islam era sul baratro e si teneva appena con la punta delle dita, su cui arrivarono le martellate di Ataturk. La Umma, la "nazione" islamica, e il califfato furono smantellati.
Conseguenza di questo secolarizzante atto iconoclastico -così esso appare dal punto di vista musulmano- ad opera dei turchi fu la nascita dell'islamismo: i Fratelli Musulmani furono fondati nel 1929. La cosa essenziale è che l'islamismo all'epoca venne fondato come reazione contro il "rinascimento arabo", e specialmente come reazione al tipo di secolarismo di cui Ataturk era il rappresentante tipico; il suo orientamento era radicalmente difensivo, ed era concepito per competere e alla fine prevalere sul secolarismo e sul socialismo.
Il passo fondamentale fu che per competere con l'attrattiva della modernità secolare che arrivava dall'Occidente, l'islamismo sunnita diventò letterale. L'islamismo sunnita tagliò ogni legame con gli sviluppi storici dell'Islam, che letterali non erano, e con le sue tradizioni intellettuali. La sua religiosità divenne sempre più esteriore e visibile, divenne una sorta di proiezione all'esterno di tipo quasi secolare. Qualcosa che da una parte aveva a che fare con le buone opere sociali e dall'altra con l'enfasi sull'aspetto esteriore e letterale dei testi e sulla legge; diventò la messa in pratica di visibilissime manifestazioni di identità islamica, come l'uso dell'abito islamico o il mostrare in pubblico atteggiamenti devoti.
A questo insieme di cose si arrivò tenendo conto della sua attrattiva sul piano socioeconomico, e soprattutto perché lo si considerava il miglior modo per arrivare al potere. I Fratelli Musulmani sono stati il primo esempio di questo orientamento: durante la loro campagna elettorale nell'Egitto del 2012, per esempio, il loro movimento chiese di essere giudicato solo per i traguardi socioeconomici che avrebbe raggiunto.
Eppure, anche questa iniziativa si è arenata. Tayyip Erdogan ha fatto sue queste istanze, considerandole un modo per ripristinare la "missione storica" della Turchia, e l'influenza turca nel mondo sunnita; a farne le spese avrebbe dovuto essere l'Arabia. Il fatto che in Egitto sauditi ed Emirati Arabi abbiano spalleggiato il colpo di stato contro il Presidente Morsi e la guerra senza quartiere per la distruzione dei Fratelli Musulmani... e delle ambizioni turche, ha distrutto anche l'unico elemento dell'islamismo sunnita che non era completamente letterale. E che aveva a che fare con il concetto di sovranità popolare. 
L'unica corrente dell'islamismo sunnita ad essere rimasta in piedi dopo la caduta dei Fratelli Musulmani, al contrario di questi ultimi ormai stroncati, ha molto a che vedere su come indirizzare la "chiamata alla fede" a corpi sociali ormai in condizioni di sonno profondo, che nel loro torpore (e nelle loro preoccupazioni fatte di cose materiali e di come arrivare in fondo alla giornata) hanno completamente dimenticato l'Islam e sono diventati apostati senza accorgersene. Esempio principe di questa corrente è Abdallah Azzam, compagno di Bin Laden in Afghanistan; essa considera l'avanguardismo armato e lo jihad come necessari ed obbligatori per svegliare i musulmani che camminano come sonnambuli in mezzo alla modernità. Azzam di per sé non è wahabita, ma il letteralismo e l'avanguardismo armato che ha mutuato dal primo islamismo sunnita si sono incrociati in Afghanistan alla fine degli anni Ottanta da nozioni wahabite, come quella che sentenzia la morte contro i musulmani che hanno rifiutato l'invocazione al risveglio.
Questa ibridazione si è nutrita di una abbondante produzione letteraria wahabita e della fondazione di scuole e canali televisivi esclusivamente dediti a questo orientamento. In effetti si è trattato di un'autentica "rivoluzione culturale", finanziata dall'Arabia Saudita nel quadro dei suoi tentativi di fare dello wahabismo la corrente principale dell'Islam sunnita.
Questa ibridazione ha un significato importantissimo, che continua a sfuggire agli occhi occidentali: l'Afghanistan fu il capolavoro della politica estera del Presidente Reagan e di Margaret Tatcher. Nessuno ha mai voluto vedere se c'era qualcosa che non andava in questo "successo"; lo ricordo bene da mie esperienze personali di quel periodo. Invece di fermarsi un momento a riflettere, l'Occidente cavalcò l'onda con i suoi alleati sauditi, usando per i propri interessi le forze dell'Islam sunnita in piena deflagrazione.
Anche dopo l'Undici Settembre le cose non sono molto cambiate. Di fatto, alcuni dei più profondi pregiudizi dell'Arabia Saudita -alcuni dei quali risalgono ad antipatie del XVIII secolo, come l'orrore per l'Islam sciita che caratterizzava Abd al Wahhab- sono stati assorbiti dai paesi occidentali, che li hanno considerati qualche cosa di proprio. La concezione antisciita dei sauditi è diventata l'"Asse del male". Saddam Hussein, il colonnello Gheddafi, Hezbollah, il Presidente Assad, l'Iran -che è l'"Asse del Male" vero e proprio- non sono mai stati autentiche minacce per l'Occidente, ma sono stati dei destinatari delle antipatie del Golfo Persico che l'Occidente ha fatto propri.
Le cose sono andate avanti così fino ad oggi. Quando il Principe Bandar ha parlato delle istruzioni fornitegli da Re Abdullah quando lo aveva convocato per dargli l'ordine di liberarsi del Presidente Assad, ha detto che "avrebbe seguito le istruzioni del suo re, anche se questo avesse voluto dire schierare 'qualsiasi figlio di puttana jihadista' avesse potuto trovare". Anche stavolta l'Occidente ha guardato da un'altra parte, in un altro fallimento di sistema, e per anni ed anni ha di fatto aiutato a facilitare il passaggio di combattenti jihadisti in Siria.
Sembra che il Presidente Obama avesse capito qualcosa dei risvolti negativi di questo strabismo quando disse che era necessario ripristinare un equilibrio tra sunniti e sciiti, affermando anche che la cosa di per sé non avrebbe risolto i problemi del Medio Oriente, ma avrebbe potuto drenare un po' di miasmi velenosi. Purtroppo sembra che abbia prevalso l'abitudine a non lasciare la strada vecchia per la nuova, e che Obama si sia lasciato impelagare in una guerra dagli innumerevoli risvolti e che ha il suo centro nella natura dell'Islam sunnita di per sé, e che è esplosa in opposizione ad un'idea: l'idea del califfato sunnita.
Scott Ritter conosce bene il Medio Oriente, ed ha scritto:
"Il punto irrinunciabile, la premessa di [qualsiasi] vittoria [ameriKKKana] contro lo Stato Islamico... è il mettersi nell'ordine di idee che la realtà del califfato è più di un costrutto artificiale dei cosiddetti terroristi. La nozione di califfato è parte vivida del mondo arabo sunnita fin dalla dissoluzione del califfato ottomano dopo la prima guerra mondiale... Il concetto di califfato arabo non è un qualche cosa di nuovo, fabbricato dal nulla dagli jihadisti radicali dello Stato Islamico. Esso esiste invece, nella psicologia degli arabi sunniti della Mesopotamia e del Levante, da più di un secolo. I successi che lo Stato Islamico sta mietendo oggi non sono dovuti al fatto che la sua visione radicale sta diventando popolare su spazi sempre più ampi, ma al fatto che esso sta dando voce ad un sogno che le forze dell'Occidente e i loro alleati delle autocrazie mediorientali hanno affossato per lungo tempo. L'amministrazione Obama ha affermato che le recenti incursioni contro la Siria non sono altro che l'inizio di una campagna più estesa il cui scopo è la sconfitta dello Stato Islamico. Ma le bombe e i missili vanno bene per buttare all'aria i muri e per creare martiri, non sono mai andati bene per sradicare le idee...
Dal momento che non esistono ideologie in grado di competere, è difficile vedere se la nuova guerra contro lo Stato Islamico riuscirà ad affossare il sogno visionario di un califfato arabo sunnita che riempie i cuori e le menti di tanti arabi sunniti che vivono nella Siria e nell'Iraq di oggi. Anzi, il rischio è che questa campagna militare riuscirà soltanto ad alimentare le fiamme del radicalismo sunnita, rafforzandone le fazioni come null'altro potrebbe".
Ecco l'errore strategico fondamentale: pensare -a torto-  che un movimento "terrorista" sunnita possa essere sopraffatto solo dai sunniti. Gli Stati Uniti si sono di nuovo messi il paraocchi e guardano al loro "alleato insostituibile" -che non può far nulla per aiutarli perché ha investito troppo, e in troppi modi, nell'islam sunnita radicale- intanto che mettono i bastoni tra le ruote a coloro che in Siria ed in Iraq stanno combattendo sul serio lo Stato Islamico, e che per lo meno possono meglio prendergli le misure.
Ci vorrebbe un Bismarck ameriKKKano credibile, che prendesse il timone della politica statunitense in questa confusione. Come può pensare l'AmeriKKKa di fare da mediatore in qualche modo, in questo guazzabuglio senza speranza in cui si mescolano complessa teologia sunnita e spinte ideali per il califfato? La verità è che l'Islam sunnita è caduto dal suo muretto, e che a tutti i cavalli e ai soldati del re non sarà facile rimetterlo in pie' [*]. E poi, è un qualche cosa che ameriKKKani ed europei possono davvero fare, il cercare di rimettere insieme i cocci di un Islam sunnita tanto frammentato e disperso?


[*] Riferimenti intraducibili ad una filastrocca.


mercoledì 19 novembre 2014

Siria: l'eroismo di Jamal Maarouf, comandante dello ELS (Esercito Lagomorfico Siriano)


"L'Esercito libero siriano (Els), i cosiddetti ribelli moderati su cui gli Stati Uniti e la colazione internazionale anti Isis hanno deciso di puntare per stabilizzare la Siria, hanno abbandonato Aleppo, la seconda maggiore città della Siria, ritirando il suo contingente forte di 14 mila uomini dalla città. Lo riferiscono fonti turche, secondo le quali il leader dell'Esercito libero, Jamal Marouf, è fuggito in Turchia. "E' ospitato e protetto dallo Stato turco", affermano le fonti, spiegando che Marouf sarebbe fuggito nelle ultime due settimane. Secondo le stesse fonti, l'Fsa avrebbe perso il controllo sul posto di confine di Bab al Hawa a seguito della fuga di Marouf".

Fonte
: Gazzetta antislàmme specializzata in monsummani cattivi.


Traduzione dal gazzettese: "L'Esercito "Libero" Siriano, i cosiddetti ribelli moderati che per anni gli Stati Uniti e i loro fiancheggiatori hanno armato oltremodo affinché si occupassero delle faccende più sporche nel rovesciamento del governo di Damasco, hanno abbandonato Aleppo, ritirando dalla città un contingente che dicono essere di quattordicimila uomini. A noi gazzettisti lo riferiscono fonti turche che possiamo ritenere degne di fede, visto che la Repubblica di Turchia non soltanto non ha mai nascosto le proprie intenzioni ma si è per anni attivamente adoperata affinché la situazione diventasse quella che è. Uno delle decine di sedicenti leader dell'Esercito "Libero" Siriano a nome Jamal Maarouf ha mollato tutto quanto ed è fuggito ampiamente per tempo in Turchia dove era di casa già da un bel po', con tanti saluti ai quattordicimila uomini di cui era responsabile e che ha lasciato a sbrigarsela da soli, visto che la sua ritirata strategica è stata condotta con tanta discrezione da far collassare tutto il fronte".

domenica 16 novembre 2014

Lascia che il mare entri


Poi il secolo del tempo veloce si è fermato. Incastrati nei suoi rottami non riusciamo più a muoverci. Immobilizzati, anestetizzati, immemori. In mezzo a insensati ingorghi di lamiere, nella palude di deboli pensieri unici, nei cimiteri di fabbriche chiuse.

Barbara Balzerani, 2014.

sabato 15 novembre 2014

Pepe Escobar - La Repubblica Popolare Cinese e la sua via della seta: avanti verso la gloria.



Traduzione da Asia Times.

Se ancora rimaneva qualche dubbio sull'idiozia dei mass media occidentali, dovrebbe essere sparito dopo la loro bambinesca copertura del comportamento da perfetto gentiluomo esibito dal Presidente Vladimir Putin al vertice dell'APEC a Pechino. Per il mondo reale, quello che è davvero importante è il fatto che la Cina ha ottenuto tutto quello che voleva.

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sul livello di stupidità senza limiti cui sono capaci di arrivare i mass media occidentali, pensi che il punto più alto del vertice di Pechino tra i paesi della Cooperazione Economica dell'Asia e del Pacifico (APEC) è stato identificato nel momento in cui il Presidente russo Vladimir Putin è sembrato fare il galante con la moglie del Presidente cinese Xi Jinping e sulla successiva censura cinese delle sequenze in cui Putin le copriva le spalle con uno scialle per proteggerla dal freddo della sala riunioni.
Qual'è la prossima notizia? Putin e Xi identificati come coppia omosessuale?
Ora, via questi pagliacci ed occupiamoci delle cose serie. All'inizio del vertice il Presidente Xi ha ribadito che l'APEC serve ad "aggiungere combustibile all'economia della regione pacifico-asiatica e all'economia mondiale in generale". Due giorni dopo la Cina aveva ottenuto tutto quello che voleva, sotto ogni punto di vista.
1) Tutti i ventuno paesi dell'APEC hanno sostenuto l'area di libero commercio dell'Asia-Pacifico (FTAAP), che rappresenta la concezsione cinese di un accordo commerciale di cui tutti fanno parte e da cui tutti traggono vantaggi, in grado di far progredire la cooperazione nell'area. Si vedea il South China Morning Post. Ad uscirne sconfitto è stato il progetto statunitense a misura di multinazionale di partnership transpacifica, che doveva comprendere dodici nazioni e che era aspramente avversato in particolare dal Giappone e dalla Malaysia (cfr. qui).
2) Pechino ha presentato una propria idea di "connettività a tutto tondo" (secondo le parole di Xi) tra paesi della regione che contempla una strategia ramificata. Una delle sue caratteristiche fondamentali è la realizzazione della Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali, basata a Pechino e finanziata con cinquanta miliardi di dollari. Si tratta della contromossa cinese davanti al rifiuto di Washington di concedere alla Cina maggior voce in capitolo nel Fondo Monetario internazionale, al momento costituita dal 3,8% dei voti utili. Una percentuale inferiore al 4,5% detenuto da una Francia in piena stagnazione.
3) Pechino e Mosca hanno sottoscritto un altro enorme accordo sul gas che riguarda il gasdotto degli Altaj nella Siberia occidentale; il primo accordo, siglato a maggio, è stato definito "Energia dalla Siberia".
4) Pechino ha annunciato lo stanziamento di non meno di quaranta miliardi di dollari per iniziare la costruzione della fascia economica della Via della Seta, e di una Via della Seta marittima del ventunesimo secolo.
Come era prevedibile, anche stavolta il vorticoso avvicendarsi di accordi e di investimenti era destinato a portare verso il più spettacolare. ambizioso ed ampio programma infrastrutturale transnazionale mai azzardato: la rete di vie della seta, un complicato intrico di linee ad alta velocità, oleodotti, porti, linee a fibra ottica e infrastrutture per la telecomunicazione avanzata che la Cina sta già costruendo attraverso i paesi dell'Asia Centrale e che è connessa a Russia, Iran, Turchia e paesi dell'Oceano Indiano, arrivando fino in Europa a Venezia, a Rotterdam, a Duisburg e a Berlino.
Le élite di Washington e di Wall Street sono rimaste attonite davanti al sogno asiatico-pacifico di Xi che dall'est asiatico si apre la strada verso la costruzione di una rete commerciale che copre l'Eurasia intera e che al centro ha ovviamente l'Impero di Mezzo; la prospettiva del prossimo futuro è quella di un'Eurasia che altro non è che un'enorme Via della Seta cinese, affiancata a determinate latitudini da una sorta di sviluppo condiviso con la Russia.

Vlad non fa certo stupidaggini.E il dongiovannesco Putin? Tutto quello che c'è da sapere sul fatto che l'Asia-Pacifico rappresenta una priorità strategica ed economica per la Russia si trova in sintesi nel suo discorso all'incontro dell'APEC riservato agli amministratori delegati.
Il discorso è un aggiornamento da una prospettiva economica dell'altro famoso discorso pronunciato all'incontro del Valdai Club a Soči avvenuto lo scorso ottobre ed è stato seguito da una lunga ed esaustiva serie di domande e di risposte stoltamente ignorata dai mass media occidentali, sempre che non l'abbiano derubricato a qualcosa di ancora più "aggressivo" rispetto al discorso in sé.
Il Cremlino è arrivato una volta per tutte alla conclusione che le élite di Wall Street e di Washington non hanno alcuna intenzione di consentire un minimo di multipolarità nelle relazioni internazionali. Il resto sono chiacchiere.
Sicuramente, l'allontanamento di Mosca dall'Occidente e il suo rivolgersi all'Asia orientale è un processo che è stato influenzato direttamente dalla dottrina seguita dal Presidente Barack Obama in materia di politica estera, e che il Presidente stesso ha riassunto con l'espressione "Non facciamo stupidaggini". Questa definizione se l'era portata dietro sull'Air Force One al ritorno da un viaggio... in Asia, avvenuto lo scorso aprile.
La partnership simbiotica e strategica tra Russia e Cina si sviluppa su più livelli.
Sul piano dell'energia, la Russia si sta rivolgendo ad est perché è ad est che c'è il massimo della domanda. Sul piano finanziario Mosca ha sganciato il rublo dal dollaro e dall'euro e il dollaro, anche se per poco tempo, si è subito deprezzato rispetto al rublo. L'istituto bancario russo VTB ha fatto sapere che potrebbe lasciare la borsa di Londra per farsi quotare a quella di Shanghai, che tra poco avrà legami diretti con quella di Hong Kong. La stessa Hong Kong sta già attirando i giganti dell'energia.
Si consideri tutto questo insieme di sviluppi essenziali assieme al grosso peso che rublo e yuan hanno nel merato dell'energia e si avrà chiaro il quadro della situazione. La Russia si sta proteggendo in modo attivo dagli attacchi occidentali alla sua moneta, che hanno motivazioni speculative e politiche.
L'accordo simbiotico e strategico tra Russia e Cina riguarda i campi dell'energia, della finanza e, in modo altrettanto inevitabile, quello delle tecnologie militari. Questo comprende il fatto che Mosca venda oggi a Pechino i sistemi missilistici terra aria S400 e che in futuro le ceda anche gli S500, contro i quali gli ameriKKKani sono delle anatre zoppe. Il tutto, mentre Pechino sta sviluppando missili antinave in grado di far fuori qualsiasi cosa la marina degli Stati Uniti possa mettere insieme.
All'APEC Xi e Obama si sono trovati d'accordo almeno su una cosa, la fondazinoe di un meccanismo che riferisca a vicenda le operazini militari più importanti. Questo potrebbe -con il condizionale d'obbligo- impedire che nell'Asia orientale si assista a continui piagnistei stile NATO del tipo "La Russia ha invaso l'Ucraina".
Neoconservatori fuori di testa. Quando il Doppio Vu Piccino Bush salì al potere all'inizio del 2001 i neoconservatori si trovarono davanti a un crudo dato di fatto: era solo questione di tempo prima che ggli Stati Uniti perdessero senza rimedio la loro egemonia mondiale, sia sul piano geopolitico che su quello economico. A quel punto c'erano solo due possibilità: cercare di controllare il declino, o giocarsi tutto sul consolidamento dell'egemonia, ovviamente per mezzo della guerra.
Sappiamo tutti del pensiero desiderante che permeava di sé la guerra "a basso costo" contro l'Iraq, dal "Siamo il nuovo OPEC" di Paul Wolfowitz fino alla sicumera campata in aria sul fatto che Washington sarebbe riuscita ad intimidire una volta per tutte i potenziali concorrenti, Unione Europea, Russia e Cina.
Sappiamo tutti che le cose sono andate peggio di male. La fantastiliardaria avventura che Minqi Li ha analizzato in The rise of China and the demise of the capitalist world economy "si è mangiata via tutto lo spazio strategico di manovra che rimaneva all'imperialismo statunitense". Gli imperialisti umanitari dell'amministrazione Obama non hanno ancora gettato la spugna, rifiutandosi di ammettere che gli Stati Uniti hanno perso qualsiasi capacità di fornire una qualche soluzione significativa al sistema-mondo come esso è oggi, come l'avrebbe chiamato Immanuel Wallerstein.
Gli ambienti accademici della geopolitica statunitense mostrano sporadici segni di vita intelligente, come questo scritto sul sito dello Wilson Center. Certo, Russia e Cina non costituiscono una sfida per un presupposto "ordine mondiale": il loro accordo in realtà serve a mettere un po' di ordine in mezzo al caos.
Si trova anche questo corsivo su USNews, che è il tipo di cose che sui mass media statunitensi viene presentata come analisi accademica.
Le élite di Washington e di Wall Street, tramite l'operato della loro miope thinkthanklandia, sono ancora aggrappati a banalità dal sapore mitico, come il ruolo "storico" che gli Stati Uniti avrebbero come arbitri dell'Asia moderna e come ago nella bilancia del potere.
Non c'è dunque da meravigliarsi se il pubblico, negli Stati Uniti ed in Europa Occidentale, non sia neppure in grado di immaginare l'impatto formidabile che le nuove Vie della Seta avranno nella geopolitica dei primi decenni del XXI secolo.
Le élite suddette -si tenga presente la boria della Guerra Fredda- dànno ancora per scontato che Pechino e Mosca sarebbero sempre state fuori dai giochi. Invece, adesso è la confusione a prevalere. Si faccia anche caso al fatto che il "riorientamento verso l'Asia" voluto dall'amministrazione Obama è completamente sparito dalla narrativa dopo che Pechino ha visto la cosa per quello che è: una provocazione in stile guerresco. Il refrain che va per la maggiore, adesso, è "ribilanciamento". Le nuove Vie della Seta di Xi stanno mettendo scompiglio negli affari tedeschi perché uniscono Pechino a Berlino, e passano per forza da Mosca. I politici tedeschi, presto o tardi, dovranno prendere atto della cosa.
Se ne parlerà a porte chiuse in alcuni incontri fondamentali, che si svolgeranno a margine del Gruppo dei Venti in Australia. In quella sede si vedrà l'alleanza in via di sviluppo tra Russia, Cina e Germania, e si vedranno i BRICS, crisi o non crisi. Ci saranno tutti coloro che nel G20 si adoperano attivamente per la costruzione di un mondo multipolare.
L'APEC ha mostrato ancora una volta che più la geopolitica cambia, più continuerà a cambiare; intanto che i cani della guerra, dell'ingiustizia, della divisione e del dominio continuano ad abbaiare, il gruppo eurasiatico guidato da Cina e Russia continuerà la sua strada verso la costruzione di un mondo multipolare.

giovedì 13 novembre 2014

Barack Obama intende "rivedere la strategia sulla Siria"


Dunque, la cosa sta più o meno così.


Questi vanno a votare.


Questo ci rimette.


Questi devono morire.