venerdì 22 marzo 2019

Lorenzo Orsetti. Una lettera di Riccardo Zucconi sul "Corriere Fiorentino" del 22 marzo 2019.


In questa sede non ci occupiamo da anni di cronaca corrente e di roba gazzettesca in generale, per ovvi motivi di rispetto per noi stessi e per i lettori.
In qualche caso è necessario fare eccezione.

Il "Corriere Fiorentino" dopo la morte di Lorenzo Orsetti ha dato ospitalità a una nutrita serie di contributi in cui non si capisce dove inizi l'incompetenza e dove finisca la malafede.
Il 22 marzo ha pubblicato la lettera qui sopra, a firma Riccardo Zucconi.
Un Riccardo Zucconi figura al momento in cui scriviamo come deputato alla Camera in FdI, il "partito" della ragazza madre Giorgia Meloni.
Nella lettera si invoca la penna di Oriana Fallaci, che avrebbe trovato le parole giuste per descrivere nel modo più degno il sacrificio di Lorenzo Orsetti.
Le parole giuste per descrivere chi accosta Lorenzo Orsetti, che è stato parte delle soluzioni, a una prepotente che dovette per tutta la vita pestare i piedi per farsi considerare parte dei problemi non possono che essere improntate al disprezzo e alla derisione.

mercoledì 20 marzo 2019

Barbara Balzerani - L'ho sempre saputo. Dedicato a Gabriele Toccafondi e al partito democratico di Firenze.



Dopo colpevolissimi dodici mesi di oblio manteniamo la promessa fatta ai nostri lettori e ci occupiamo del volumetto che Barbara Balzerani presentò al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud il 16 marzo dello scorso anno.
La recensione è disponibile qui; il libro non tratta argomenti consueti per questa sede, ma abbiamo ritenuto indispensabile occuparcene perché qualsiasi lettura minimamente seria che riesca a infastidire i frequentatori di ristoranti che abbondano nel democratismo rappresentativo e nel mainstream è ipso facto degna di attenzione.
Se avessimo saputo quale cagnara gazzettiera si sarebbe levata dietro una presentazione libraria -non che gli indizi mancassero- anziché una copia ne avremmo acquistate almeno cinque, e le avremmo fatte debitamente dedicare e autografare attendendo con pazienza il nostro turno per quanto lunga potesse essere la fila.
Il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud organizza eventi simili a decine ogni anno fin dal 1989, per lo più nell'indifferenza generale com'è ovvio che sia in un "paese" dove dicono di tutelare la libertà di opinione.
In questa circostanza invece in mezzo al pubblico si trovava anche una concentrazione di gazzettieri sorprendentemente alta, cosa che aggiungeva sospetto a sospetto. Il gazzettame "occidentalista" è specializzato nel presentare mediaticamente nel peggior modo possibile qualsiasi cosa, secondo un copione che nel corso degli anni è servito a delegittimare gruppi non importa quanto numerosi e individui non importa quanto rispettabili. Non c'è giudice di cui non si possano criticare i calzini, non c'è corteo di cui non si possano fotografare le cartacce, non c'è potenziale avversario che non possa essere lordato con accuse allucinate quel tanto che basta a essere tolto di mezzo.
Ci vollero quasi due ore ma alla fine la relatrice affermò che "quello della vittima era diventato un mestiere". Non occorreva altro: le gazzette ne fecero una bandiera per una settimana circa.
Il problema è che alla feccia gazzettiera di stretta osservanza "occidentalista" si unì anche quella che tanto tiene a distinguersene; purissima coincidenza voleva che il partito democratico di Firenze stesse finendo di allinearsi alle posizioni "occidentaliste" anche in questo settore ed era in corso un certo travaso di ben vestiti da una formazione "occidentalista" cadente al pari del suo fondatore a un partito democratico ormai saturo delle "idee" e dei "programmi" di un boiscàut di Rignano, e quindi più che pronto e più che disponibile a ricorrere agli stessi identici sistemi.
I tempi della ragione tuttavia non sono quelli del tornaconto mediatico; è bastato attendere qualche tempo perché la stessa feccia gazzettiera servisse a reti unificate gli alti gradi governativi del "paese" dove mangiano spaghetti, sommariamente travestiti da gendarmi, mentre attendevano all'aeroporto il rimpatrio forzato di un individuo puntigliosamente braccato per una quarantina d'anni scavalcando in questo di amplissima misura le sue stesse vittime. E facendo trarre a qualsiasi persona seria le debite considerazioni su chi avesse ragione e chi no.
La recensione è dedicata, con i sensi della più assoluta disistima, a uno dei ben vestiti di cui sopra che si chiama Gabriele Toccafondi.
Questo signore è riaffiorato come candidato di una lista elettorale collegata al partito democratico perché nel maggio 2019 è prevista l'elezione del nuovo borgomastro di Firenze; chissà che anche questo episodio non chiarisca le idee a qualcuno.

lunedì 18 marzo 2019

Alastair Crooke - I falchi di Trump oseranno mettere a rischio lo stato sionista?



Traduzione da Strategic Culture, 11 marzo 2019.


Il 27 febbraio si è tenuto l'undicesimo e forse il più importante incontro fra il Presidente Putin e il Primo Ministro Netanyahu, scrive l'affidabile giornalista Elijah Magnier. "Il visitatore sionista si è sentito dire senza mezzi termini dal suo ospite che Mosca non ha alcun potere per chiedere all'Iran di andarsene o di far cessare il transito di armamenti diretti a Damasco. Mosca... ha [anche] fatto sapere a Tel Aviv che Damasco e decisa a rispondere a qualsiasi altro bombardamento e che la Russia non si considera coinvolta [ovvero non si considera parte in questo conflitto]".
L'ultima frase ha bisogno di qualche spiegazione in più. In questo momento stiamo entrando nella successiva fase della strategia sino-russa per il contenimento della politica statunitense che consiste nel disseminare disordini di ogni genere e nel versare aceto nelle piaghe aperte della regione. Cina e Russia non desiderano entrare in guerra contro gli Stati Uniti. Il presidente Putin ha detto in varie occasioni che se i russi venissero spinti sul baratro non avrebbero altra scelta che reagire, cosa le cui possibili conseguenze vanno oltre il prevedibile.
Insomma, le recenti guerre ameriKKKane hanno mostrato con chiarezza la miopia politica che le contraddistingue. Certo, dal punto di vista militare sono state altamente distruttive, ma non hanno certo conseguito gli attesi dividendi politici; anzi, le loro conseguenze politiche sono state più che altro l'erosione della credibilità statunitense e dell'attrattiva degli USA come modello degno di imitazione da parte del mondo. Da nessuna parte sta emergendo un Medio Oriente a immagine e somiglianza del modello ameriKKKano. 
I responsabili della politica estera di Trump non sono interventisti liberali vecchio stile che cercano di massacrare i tirannici mostri della regione e di promettere l'innesto dei valori ameriKKKani: questa specie di neoconservatori statunitensi, e la cosa forse non sorprende, si sono allineati al Partito Democratico e a quei leader europei desiderosi di assumere un atteggiamento considerato moralmente virtuoso che li metta in contrapposizione all'approccio mercanteggiante di Trump, postulato come amorale.
In ogni caso Bolton e gli altri appartengono a quella scuola neoconservatrice convinta che se si ha un potere o lo si usa uno si perde. Solo che non hanno voglia di dannarsi con tutte quelle ciance a base di democrazia e di libertà e, come Carl Schmitt, pensano che l'etica sia roba da teologi, non una cosa di cui devono occuparsi loro. Se gli Stati Uniti non possono più imporre direttamente al mondo determinati risultati politici corrispondenti ai loro dettami, la loro priorità deve essere quella di ricorrere ad ogni mezzo necessario per assicurarsi che nessun rivale politico possa affermarsi al punto di tenere loro testa. In altre parole, l'instabilità e le piaghe aperte diventano ottimi strumenti per impedire ai rivali di accumulare peso e posizioni sul piano politico. Insomma, se non si può dettar legge, si possono almeno mettere i bastoni tra le ruote a chi cerca di farlo.
In che modo tutto questo emerge nel messaggio del Presidente Putin a Netanyahu? Innanzitutto i due si sono incontrati quasi immediatamente dopo la visita a Tehran del presidente Assad. Questo vertice si è tenuto mentre crescono le pressioni sulla Siria da parte degli Stati Uniti e dell'Unione Europea per cercare di sminuire il successo siriano nella guerra di liberazione, pur sempre un successo, anche se conseguito con un sostanziale aiuto da parte degli alleati. L'obiettivo dichiarato è quello di subordinare la ricostruzione del paese ad una sua riconfigurazione politica secondo i desideri statunitensi ed europei.
Anche il vertice di Tehran si è tenuto per contrastare il ritorno degli effetti della inveterata mentalità che a Washington vuole che si arrivi ai ferri corti con l'Iran.
Il vertice di Tehran ha innanzitutto fatto proprio il principio per cui l'Iran rappresenta il principale interesse strategico della Siria e al tempo stesso la Siria rappresenta il principale interesse strategico dell'Iran.
La seconda questione in programma era il modo di organizzare la presa della deterrenza nel quadrante settentrionale del Medio Oriente in modo da arginare gli sforzi del signor Bolton per mandare all'aria la regione e tentare di indebolirli. Indebolendo al tempo stesso la Russia e la Cina, che ha grossi interessi nell'approvvigionamento di fonti di energia e nella viabilità di una sfera commerciale asiatica.
Il presidente Putin ha semplicemente illustrato a Netanyahu i principi di questo ipotetico piano di contenimento, ma lo stato sionista aveva già ricevuto da altri -da Sayyed Nasrallah e da informazioni filtrate da Damasco- lo stesso messaggio. In sostanza la Russia ha intenzione di non farsi coinvolgere da qualsiasi conflitto armato mediorientale; non intende farcisi trascinare. Mosca intende mantenere aperte le porte. I missili antiaerei S300 sono in Siria e sono pronti, ma a quanto sembra Mosca intende conservare una costruttiva ambiguità sulle regole di ingaggio cui questi sofisticati armamenti saranno soggetti.
Allo stesso tempo, la Siria e l'Iran hanno messo in chiaro che d'ora in poi reagiranno a qualsiasi attacco aereo sionista contro difese siriane "strategicamente significative". Sembra che in una prima fase la Siria reagirebbe verosimilmente lanciando missili contro il Golan occupato; nel caso lo stato sionista aumentasse la posta, a diventare bersaglio dei missili sarebbero obiettivi militari strategici all'interno del suo territorio. A fronte di un ulteriore escalation, la possibilità sarebbe quella di mettere in campo anche i missili iraniani e di Hezbollah.
Tanto per chiarire, l'Iran sta dicendo che i suoi consiglieri militari sono effettivamente ovunque in Siria laddove si trovano truppe siriane. Questo significa che qualsiasi attacco diretto contro le truppe siriane può essere considerato dall'Iran come un attacco contro il proprio personale.
Siria ed Iran stanno lavorando all'edificazione di un sistema di deterrenza complesso e differenziato caratterizzato da una "ambivalenza costruttiva" ad ogni livello. Ad un primo livello, la Russia ostenta una assoluta ambiguità sulle regole di ingaggio dei suoi missili S300 in Siria. Su un altro livello, la Siria si mostra ambigua, a seconda del grado dell'escalation sionista, sul dove opererà precisamente la sua ritorsione: solo il Golan o l'intero territorio dello Stato sionista? Infine Iran e Hezbollah si mostrano ambigui riguardo a un loro possibile coinvolgimento, dicendo che i loro consiglieri possono trovarsi in qualsiasi punto del territorio siriano.
Netanyahu è tornato dal suo incontro con Putin dicendo che nulla cambiava nella politica dello stato sionista sugli attacchi contro le forze iraniane in Siria; la stessa cosa che dice ogni volta. Questo, nonostante Putin avesse chiarito che la Russia non è in grado di costringere l'Iran ad andarsene facendo pressioni sul governo siriano. I siriani avevano ed hanno il diritto di scegliere i propri alleati strategici. Il primo ministro dello Stato sionista adesso è stato però formalmente avvertito del fatto che gli attacchi saranno suscettibili di reazioni in grado di impressionare brutalmente il suo pubblico, ad esempio con lanci missilistici diretti nel cuore del territorio dello Stato sionista. Netanyahu sa anche che i sistemi di difesa aerea siriani, anche con l'esclusione dell'intervento degli S300, sono altamente efficaci qualsiasi cosa ne dicano i commentatori dello Stato sionista. Netanyahu sa che le difese missilistiche dello Stato sionista, ovvero la Iron Dome e la David's Sling, non godono di molto credito presso l'esercito ameriKKKano.
Netanyahu azzarderà altri attacchi significativi contro la infrastruttura strategica siriana? Elijah Magnier cita alcune fonti ben informate: "Tutto dipende da come andranno le elezioni nello stato sionista. Se il primo ministro Netanyahu pensa di avere abbastanza possibilità di essere rieletto, non si azzarderà tanto presto a mettersi nuovamente a tu per tu con la Siria e con i suoi alleati. La battaglia verrà rinviata. Se invece crede che sarà sconfitto alle elezioni, ci sono molte possibilità che dia la parola alle armi. Uno scontro serio tra lo Stato sionista da una parte e la Siria e l'Iran dall'altra sarebbe motivo sufficiente per rinviare la consultazione. Netanyahu non ha molte scelte: o vince le elezioni e rimanda il processo per corruzione che pende sul suo capo, o finisce in galera".
Una tesi che può sembrare stringente, ma i calcoli su cui si posa potrebbero rivelarsi troppo miopi. È chiaro che il piano basato sulla deterrenza differenziate che Putin ha messo in chiaro, per come è stato formulato in Siria, ha uno scopo più ampio. Il linguaggio degli Stati Uniti e l'Europa stanno usando in questo momento indicato abbastanza chiaramente che il loro impegno militare in Siria è abbondantemente giunto al termine. Ma al tempo stesso, insieme all'abbandono di ulteriori operazioni militari nel paese, nell'amministrazione statunitense sta prendendo campo un ordine di idee rivolto verso un qualche genere di scontro con l'Iran.
Netanyahu ha sempre perorato rumorosamente quest'idea. Ma nello stato sionista non è noto come persona solita assumersi rischi dal punto di vista militare. In politica interna, il suo invocare lo "sfalciare l'erba palestinese" non è cosa che comporti rischi. Anche l'apparato militare e di sicurezza dello Stato sionista non hanno mai accarezzato la prospettiva di una guerra vera e propria contro l'Iran a meno che non la si faccia col pieno coinvolgimento statunitense. Per qualsiasi primo ministro dello Stato sionista sarebbe comunque molto rischioso scatenare una guerra totale in Medio Oriente senza essersi prima assicurato un solido consenso da parte del proprio apparato di sicurezza.
Il signor Bolton invece da lungo tempo invoca la guerra contro l'Iran, l'ho fatto per esempio nel suo editoriale pubblicato dal New York Times nel marzo 2015. Fino a poco tempo fa si dava per scontato che fosse Netanyahu a tirare per la giacca gli ameriKKKani per portarli in guerra contro l'Iran. Siamo sicuri che i ruoli non si siano invertiti? Siamo sicuri che non siano adesso John Bolton, Mike Pence e Pompeo a cercare non proprio la guerra, ma di mettere l'Iran sotto massima pressione in ogni campo con le sanzioni, fomentando insurrezioni antiiraniane tra le minoranze etniche presenti nel paese e con il costante punzecchiamento militare sionista, nella speranza che esso reagisca oltremisura e finisca nella trappola di Bolton che vorrebbe "trovarsi l'Iran proprio dove vuole lui"?
Le iniziative per la deterrenza servono proprio questo, servono a mettere un argine agli Stati Uniti. La faccenda è stata messa in piedi ricorrendo a ogni sorta di legami deliberatamente ambigui fra i diversi attori, per indicare che qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di alimentare il caos nel Levante o in Iran che superi un certo limite non definito rischia di far piombare lo stato sionista che essi proteggono in una guerra regionale di più vasta portata e dalle conseguenze imprevedibili. Il problema non è tanto se Netanyahu è disposto a correre un rischio del genere, ma se Bolton è disposto a rischiare lo stato sionista.

martedì 5 marzo 2019

Alastair Crooke - I conservatori statunitensi propongono una "Opzione Benedetto" dalle ramificazioni planetarie



Traduzione da Strategic Culture, 4 marzo 2019.

Siamo diventati come Roma? Questa domanda risuona insistente negli incontri dei vari conservatori, libertari e cattolici ameriKKKani. L'AmeriKKKa è avviata sulla stessa strada dell'impero romano? Decadenza della burocrazia, debito pubblico enorme, apparato militare logorato, sistema politico che sembra incapace di reagire alle sfide: "il tardo impero romano pativa di questi mali, e alcuni temono che anche l'AmeriKKKa contemporanea ne soffra," scrive The American Conservative, una pubblicazione che ha seguito con costanza questa linea e che nel corso di svariati anni ha visto crescere il proprio pubblico. Si noti che non è lo stesso pubblico che sostiene il vicepresidente Pence, che con la sua politica all'insegna dell'estatico è invece esponente del letterale insistere evangelico e fondamentalista su una imminente redenzione.
Lo American Conservative scrive anzi:
Se i libertari di destra temono un crollo strutturale, i conservatori per cultura e per religione inseriscono nel dibattito una dimensione morale e spirituale. Il crescente edonismo, il diluirsi dell'osservanza religiosa, il persistente crollo dell'istituzione familiare e la generale mancanza di coerenza culturale agli occhi dei tradizionalisti rappresentano i sintomi di una prossima Età Oscura.
La narrativa cui essi ricorrono a fronte di simili timori è questa: attorno al 500 d.C., una generazione dopo che i Franchi [sic, n.d.t.] avevano deposto l'ultimo imperatore romano un giovane umbro (una provincia agricola della penisola italiana) venne mandato dai ricchi genitori a Roma per completarvi la propria educazione. Disgustato dalla decadenza dell'Urbe, fuggì nei boschi per ritirarsi in preghiera da eremita.
Si chiamava Benedetto. E arrivò a fondare una decina di comunità monastiche alla cui celebre regola viene attribuito il merito di aver aiutato la precedente cultura e i suoi valori a sopravvivere ad un periodo difficile. Il professor Russell Hittinger ha riassunto la lezione di Benedetto a fronte delle epoche oscure in questo modo: "Come vivere la vita nella sua pienezza. Non una vita di successo mondano, quanto una vita di successo umano".
Come può la figura di un monaco medievale avere una qualche rilevanza per la nostra epoca laica? Secondo il filosofo morale Alasdair MacIntyre i monaci dimostrano che è possibile costruire "nuove forme di comunità al cui interno si può vivere secondo regole morali" nel corso di epoche oscure, forse compresa anche la nostra.
MacIntyre avanza un "suggerimento inquietante": che il tenore del dibattito morale di oggi -la sua veemenza, la sua assenza di confini- sia il risultato diretto di una catastrofe avvenuta nel nostro passato. Una catastrofe di dimensioni tali da aver quasi estromesso dalla nostra cultura la questione morale e dall'averne estromesso il vocabolario dal linguaggio corrente. Tale catastrofe sarebbe l'illuminismo europeo, che ci avrebbe lasciato oggi in mano solo i frammenti di una più antica tradizione e tramite il quale il nostro discorso morale -che usa termini come "buono", "giustizia" e "dovere"- sarebbe stato privato del contesto che lo rende comprensibile.
Scrive Rod Dreher, autore de L'Opzione Benedetto: "Secondo MacIntyre anche noi ci troviamo a vivere in un epoca catastrofica affine al crollo dell'impero romano; la catastrofe si cela sotto la nostra libertà e la nostra prosperità." Dreher continua affermando che "nel suo importante testo del 1981 intitolato Dopo la virtù MacIntyre sosteneva che il progetto illuminista ha sì separato l'uomo dalle sue radici tradizionali, ma non è riuscito a produrre una moralità vincolante basata sulla sola Ragione. Inoltre, l'illuminismo ha esaltato l'individualità autonoma. Di conseguenza, viviamo in una cultura di caos morale e di frammentazione nel cui contesto molti problemi sono semplicemente impossibili da definire. MacIntyre afferma che il mondo contemporaneo è una selva oscura, e che per trovare la dritta via occorrerà fondare nuove forme di vita comunitaria.
Opzione Benedetto quindi è un'espressione che fa riferimento a quanti, nell'AmeriKKKa di oggi, non identificano più la continuazione della civiltà e di una comunità di valori morali col mantenimento di un impero ameriKKKano e che sono quindi propensi a edificare forme comunitarie a livello locale come luoghi di resistenza cristiana contro ciò che l'impero rappresenta. In termini meno grandiosi, l'Opzione Benedetto -o Ben Op- indica i cristiani [e i lettori dello American Conservative] che accettano la critica della modernità avanzata da MacIntyre."
L'Opzione Benedetto non è un invito alla vita monastica. Di per sé è intesa come un modo più pratico per questo settore del pubblico ameriKKKano per riuscire a vivere nella modernità contemporanea senza appartenere ad essa. Dove abbiamo già sentito qualcosa del genere? Nelle riflessioni postbelliche del filosofo Julius Evola, che sono le riflessioni di un tradizionalista radicale. In Gli uomini e le rovine perorava la necessità di difendersi e di resistere contro il disordine dell'epoca contemporanea. E sono stati gli scritti di Evola e di altri pensatori dello stesso genere a sostenere gli intellettuali russi durante l'"evo oscuro" degli ultimi tempi del comunismo e poi del neoliberismo scatenato. Sono stati in genere suggerimenti come questi ad aiutare l'elaborazione del concetto di eurasiatismo, sebbene le sue radici arrivino fino alla Russia del 1920.
L'eurasiatismo è un riflesso della tendenza contemporanea, vivace soprattutto in Russia ma dalla portata ben più ampia, favorevole al sostegno del pluralismo (il principale pilastro del "populismo" contemporaneo) o, in altre parole, della "diversità" che privilegia le varie culture, le varie narrative, le varie religiosità, legami di sangue, di territorio e di lingua. Questo concetto corrisponde alla perfezione con l'idea di MacIntrye secondo cui è la tradizione culturale che in quanto tale dota di senso vocaboli come "bene", "giustizia" e "destino". "Se manca una tradizione la questione morale non dispone di agganci e diventa un teatro delle illusioni in cui il centro della scena è occupato dalla mera indignazione e dalla semplice protesta."
L'idea è quella di un raggruppamento di "nazioni" e di "comunità", ciascuna delle quali si richiama alla propria identità e alla propria cultura di base -l'AmeriKKKa essendo "ameriKKKana", la Russia essendo "russa" secondo la propria cultura- e non si permette di soccombere alle costrizioni di un impero cosmopolita in cui ogni diversità è appiattita.
Ovviamente tutto questo stride con il principale assunto ameriKKKano di un ordine mondiale omologato e basato sulle regole. E rappresenta un chiaro rifiuto dell'idea che il melting pot cosmopolita possa risultare in una vera identità o in un vero fondamento morale. Perché "senza il concetto di destino (ovvero dell'esistenza di una direzione e di uno scopo per la vita umana) a servire come misura di aggiustamento sul piano morale, in esso i giudizi di valore perdono ogni carattere fattuale. Ovviamente, se i valori perdono incidenza fattuale non esiste appello ai fatti che possa ripianare un disaccordo in materia di valori".
Dreher parla in modo esplicito della sua opposizione radicale. Della Opzione Benedetto dice che "si potrebbe anche dire che si tratta della prospettiva di progresso di una tradizione e del ritorno alle origini, contrapposta a un'epoca che radici non ne ha".
Mettiamo in chiaro una cosa. I conservatori statunitensi che credono di aver trovato in MacIntyre un facile alleato "non riescono ad afferrare la sua concezione del tipo di politica che servirebbe a sostenere la virtù, intesa come ogni qualità necessaria a intraprendere un percorso di vita."
MacIntyre scrive chiaramente che il suo problema rispetto alla maggior parte degli orientamenti del conservatorismo contemporaneo sta nel fatto che "i conservatori imitano i tratti essenziali del liberalismo. L'impegno conservatore per un modo di vivere determinato dal libero mercato sfocia nell'individualismo e in una psicologia morale che è in antitesi a una tradizione virtuosa proprio come lo è il liberalismo. Conservatori e liberali inoltre cercano entrambi di ricorrere alla potenza dello stato contemporaneo a sostegno delle rispettive posizioni in un modo che non ha nulla a che vedere con il modo in cui MacIntyre concepisce la pratica sociale necessaria al bene comune".
Quello che interessa a un osservatore spassionato è il modo in cui Dreher, autore de L'Opzione Benedetto, si colloca all'interno del contesto politico statunitense.
A destra abbiamo assistito sgomenti alla Trumpizzazione (sic) e abbiamo sofferto duramente per il disastro di Kavanaugh; in molti siamo giunti alla conclusione che [nonostante tutto] non abbiamo altra scelta che votare per i repubblicani alle elezioni di novembre, non foss'altro che per autodifesa (il riferimento è al novembre 2018).
Lasciate che citi due passaggi da L'Opzione Benedetto:
La cultura di sinistra, ovvero il mainstream ameriKKKano, non ha alcuna intenzione di vivere in una pace postbellica. Essa si sta spingendo avanti con un impegno duro e incessante, un impegno favorito dalla incoscienza di quei cristiani che imitano il liberalismo e che non si rendono conto di cosa stia succedendo. Non fatevi ingannare: la squassante vittoria presidenziale di Donald Trump ci ha nel migliore dei casi dato un po' di tempo in più per prepararci all'inevitabile (corsivo di A. Crooke).
[Coloro] che credono che la politica sarà sufficiente non si troveranno pronti a quanto succederà quando i repubblicani perderanno la Casa Bianca e/o il Congresso, cosa che è inevitabile. La nostra politica è diventata talmente sulfurea che ci sarà un contraccolpo tremendo, un contraccolpo che ricadrà innanzitutto sui conservatori in campo sociale e in campo religioso. Quando i democratici riprenderanno il potere i cristiani conservatori se la vedranno molto brutta.
L'Opzione Benedetto, detto altrimenti, rappresenta un altro importante sguardo su quella che il professor Mike Vlahos ha descritto come il prossimo incombente episodio della mai risolta "guerra civile" ameriKKKana: "l'AmeriKKKa di oggi si sta dividendo secondo due visioni sul futuro del paese; la virtù rossa pensa a una continuità della famiglia e della comunità nel contesto di una comunità nazionale affermata sul piano pubblico. La virtù blu pensa a comunità frutto di scelta individuale, in cui fa da mediatore il rapporto dell'individuo con lo stato. Queste due concezioni dell'AmeriKKKa sono da decenni una opposta all'altra e fino a oggi hanno tenuto a freno l'irrompere della violenza; nel loro aspro contrapporsi [di adesso] esiste come la sensazione di un moto in direzione di una decisione irrevocabile."
"Oggi esistono in inconciliabile opposizione fra loro due percorsi parimenti legittimi... Il rosso e il blu sono già oggi la rappresentazione di uno scisma religioso irreparabile, dal punto di vista dottrinale ancor più aspro di quello che divise i cattolici dai protestanti nel sedicesimo secolo. A vincere la guerra sarà la fazione che riuscirà a catturare la bandiera (dei media sociali) e che diventerà il depositario autentico della virtù ameriKKKana. Entrambe le parti si sentono i campioni della rinascita nazionale, chiamati a far piazza pulita degli ideali corrotti e a realizzare pienamente la promessa ameriKKKana. Entrambe sono convinte di essere, esse sole, le detentrici della virtù."
Potremmo concluderne che questa Opzione Benedetto non è che una manifestazione esclusiva del contesto ameriKKKano che ha poca importanza per il resto del mondo. Ma avremmo torto. Innanzitutto MacIntyre fa risalire l'origine della tradizione morale alla letteratura tradizionalista omerica, ovvero alle sue radici presocratiche e a quella "società eroica" che è diventata ricettacolo di racconti morali sui valori incorruttibili: narrative che hanno la peculiare abilità di finire per incarnarsi nella vita delle comunità che ne hanno considerazione. E che considra la comunità in quanto tale un personaggio di una narrativa morale destinata a perdurare nella storia.
Detto altrimenti, l'Opzione Benedetto non ha affatto un fondamento esclusivo nel cristianesimo. Anzi, MacIntyre suggerisce che questa narrativa fornisca una migliore spiegazione dell'unicità di ogni vita umana. Il sé gode di continuità perché ha avuto la parte di personaggio unico e centrale di una singola storia: la narrativa della vita di una pesona. Secondo MacIntyre, "nell'occupare questi ruoli diventiamo al tempo stesso i comprimari delle vite altrui, così come gli altri lo diventano della nostra. Le storie di vita dei membri di una comunità si mescolano e si intersecano. E questo intreccio è il tessuto della vita comunitaria... perché la storia della mia vita è sempre inserita nella storia delle comunità che concorrono a definire la mia identità". Questo concetto ci riporta direttamente a Omero.
In secondo luogo, trascureremmo qualcosa di fondamentale che unisce la pulsione verso l'Opzione Benedetto al più ampio contesto della reazione contro il globalismo mondano contemporaneo, che collega la propria "redenzione" a un processo teleologico di fusione delle identità culturali in cui appartenenza etnica e di genere diventano una questione di volontà personale e dunque non sono mai definitive.
Questa critica arriva da un importante settore del pubblico conservatore ameriKKKano che vota per Trump nonostante sia consapevole dei suoi difetti, ed è una critica che potrebbe avere risonanza ancora maggiore in altri settori di pubblico al di fuori dagli USA. Come indica Rod Dreher, che ha iniziato la sua campagna fin dal 2006, chi fa parte di quel pubblico ne comprende già le implicazioni. Dreher dice:
Eh, io non sono neanche cattolico. E allora? Noi ortodossi pensiamo che [Benedetto] sia uno dei nostri, come lo sono tutti i santi precedenti lo scisma. Ma non importa. [I cristiani] hanno bisogno di scrutare profondamente nella storia della Chiesa per trovare le risorse necessarie a reggere l'urto della modernità. San Benedetto è una di queste risorse. Dal momento che le nostre ecclesiologie sono diverse, una Opzione Benedetto cattolica avrà un aspetto differente rispetto a una protestante; una ortodossa sembrerà a sua volta diversa. E questo va bene. Basandoci sul fine ultimo della Opzione Benedetto, possiamo essere in grado di lavorare ecumenicamente insieme.

lunedì 4 marzo 2019

Alastair Crooke - La lunga partita del signor Bolton contro l'Iran. Il Pakistan diventa un altro cliente dell'Arabia Saudita.



Traduzione da Strategic Culture, 25 febbraio 2019.

Lo Wall Street Journal ha pubblicato un articolo il cui solo titolo la dice lunga: "L'ambizione di una NATO araba svanisce nella discordia". Non c'era da stupirsene. Lo stesso Antony Zinni, generale dei Marines in pensione che doveva promuovere l'iniziativa e che ha rassegnato le dimissioni, ha detto che era chiaro fin dall'inizio che l'idea di metter in piedi una "NATO araba" era troppo ambiziosa. "Non è che fossero tutti lì pronti a buttarsi in un'alleanza analoga alla NATO," ha detto. "Una delle cose che ho cercato di fare è stato proprio togliere di mezzo l'idea di una NATO per il Golfo o di una NATO per il Medio Oriente." La sua programmazione si era invece concentrata su "aspettative più realistiche," conclude l'articolo del WSJ.
A quanto sembra "non tutti i paesi mediorientali interessati alla proposta vogliono fare dell'Iran una questione centrale; una preoccupazione che ha costretto gli USA a definire l'alleanza come una coalizione allargata," spiega lo WSJ. Anche questo non sorprende perché a preoccupare veramente i paesi del Golfo oggi come oggi è più che altro la possibilità che la Turchia (insieme al Qatar) scateni i Fratelli Musulmani -i cui vertici si stanno già riunendo a Istanbul- contro i nemici mortali della Turchia che sono Mohammed bin Zaid e gli Emirati Arabi Uniti. Ai vertici dello stato turco sono convinti che MbZ e gli Emirati, insieme a bin Salman, abbiano ispirato le recenti iniziative volte a circondare la frontiera meridionale turca con un cordone di staterelli curdi ostili.
Anche i leader del Golfo sono consapevoli del fatto che se vogliono ricacciare indietro l'influenza turca dal Levante non possono prendere una posizione esplicitamente antiiraniana. Nel Levante una strada del genere non è percorribile.
Quindi l'Iran è fuori pericolo? Ovviamente no. Assolutamente no. La MESA (Middle East Security Alliance) può anche essere il nuovo mezzo per costruire una NATO araba meno intransigente, ma il suo celato intento, sotto la regia di Bolton, resta quello di concentrarsi sull'Iran proprio come sull'Iran era concentrata fin dall'inizio l'idea di una NATO araba. E come poteva essere altrimenti, data l'ossessione per l'Iran del governo Trump?
Cosa vediamo succedere, allora? Fino a pochissimo tempo fa il Pakistan era, economicamente, sulla corda. Sembrava che avrebbe dovuto ricorrere un'altra volta al Fondo Monetario Internazionale ed era chiaro che in prospettiva, se la cosa fosse passata, si sarebbe trattato di un'esperienza assai dolorosa. Il Segretario di Stato Mike Pompeo alla metà del 2018 andava dicendo che gli USA non avrebbero probabilmente sostenuto un programma del Fondo Monetario perché alcuni dei suoi prestiti avrebbero potuto essere usati per ripagare precedenti prestiti fatti al Pakistan dalla Cina. Gli USA inoltre avevano punito il Pakistan tagliando drasticamente l'assistenza finanziaria statunitense all'esercito pakistano per la lotta al terrorismo. Insomma, il Pakistan stava scivolando inesorabilmente verso il default e l'unico salvatore possibile era la Cina.
A quel punto è arrivato all'improvviso qualcuno che ci metteva una pezza. Mohammed bin Salman in visita ha promesso un piano di investimenti da venti miliardi di dollari come "prima fase" di un articolato programma volto a rianimare l'economia pakistana. La proposta veniva dopo tre miliardi in contanti per il ripianamento dei debiti e altri tre miliardi di agevolazioni sul pagamento delle forniture di greggio saudita. Delle fate madrine non avrebbero potuto fare di meglio. E questa magnificenza arriva dopo che gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso un mese fa al Pakistan sei miliardi e duecento milioni di dollari per ripianare i buchi di bilancio.
Gli USA vogliono, e vogliono perentoriamente, che il Pakistan imponga ai talebani in Afghanistan un "accordo di pace" con gli USA che consenta ai soldati statunitensi di rimanere in permanenza sul posto: una cosa che i talebani hanno sempre rifiutato; anzi, la vicenda ha messo il ritiro delle truppe straniere al primo posto delle loro priorità.
Poi però si sono verificati due eventi rivelatori. Il 13 febbraio un attentatore suicida ha diretto un veicolo carico di eplosivo contro un autobus di Guardiani della Rivoluzione Islamica nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan. Il portavoce della Majlis ha detto che l'attacco, che ha fatto ventisette vittime nel corpo di élite dei Guardiani della Rivoluzione, è stato "pianificato e portato a termine da qualcuno che si trova in Pakistan". Ovviamente un gesto di rottura tanto provocatorio nella provincia più delicata dal punto di vista etnico di tutto l'Iran può anche non significare nulla, ma forse il nuovo flusso di denaro dai paesi del Golfo è andato a fertilizzare un'altra messe di madrase wahabite nel Belucistan pakistano e c'entra qualche cosa, come fa pensare l'aspro avvertimento al Pakistan da parte del comandante dei Guardiani della Rivoluzione generale Sulemani.
In ogni caso esistono relazioni che indicano come il Pakistan stia esercitando forti pressioni sui leader dei talebani afghani affinché acconsentano alla pretesa di Washington di installare basi permanenti in Afghanistan.
Sembra che gli USA, dopo aver bastonato il Pakistan per non aver fatto abbastanza contro i talebani, abbiano compiuto una virata di centoottanta gradi. Washington adesso è amicissima del Pakistan... con i sauditi e gli Emirati Arabi Uniti a mettere firme sugli assegni. E Washington conta sul Pakistan non perché esso argini e sconfigga i talebani, ma per coinvolgerlo in un "accordo di pace" che implichi la sua acquiescenza a diventare un altro centro nevralgico dell'apparato militare statunitense, al pari del rivificato centro nevralgico di Erbil, in quel Kurdistan iracheno che confina con le province curde dell'Iran. Spiega un ex ambasciatore indiano, MK Bhadrakumar:
"Come evoluzione per il prossimo futuro sauditi ed emiratini si aspettano che la tradizionale ideologia afghano-islamica dei talebani riprenda forza insieme alla sua concezione squisitamente afghanocentrica cui si aggiunge una significativa dote di dottrina wahabita... [così da] rendere possibile l'integrazione dei talebani nella rete jihadista mondiale, in cui coabiterebbero con organizzazioni estremistiche come lo Stato Islamico o al Qaeda... così da poter intraprendere progetti geopolitici in regioni come l'Asia centrale, il Caucaso o l'Iran muovendo dal territorio afghano e sotto il comando di una leadership afghana a servizio straniero."
Lo scorso 11 febbraio il generale Votel, capo del CentCom, ha detto al Comitato per le Forze Armate del Senato statunitense: "Se il Pakistan gioca un ruolo positivo nell'accordo sul conflitto in Afghanistan, gli USA avranno l'occasione e il motivo per sostenerlo; la pace nella regione è la priorità più importante tanto per gli USA quanto per il Pakistan." Il progetto della MESA va avanti, ma sottobanco.
E il secondo evento rivelatore? Esistono resoconti credibili secondo cui i combattenti dello Stato Islamico nella zona di Deir ez Zor in Siria stanno ricevendo "facilitazioni" (pare sottoforma di congrui quantitativi di oro e pietre preziose) per trasferirsi in Afghanistan.
Per molto tempo l'Iran è stato afflitto nella regione del Sistan e Belucistan dall'operato di fazioni apertamente secessioniste sostenute nel corso degli anni da paesi stranieri. Ma all'Iran possono arrivare pericoli anche dal confinante Afghanistan. L'Iran ha rapporti con i talebani, ma a inventare i talebani della corrente Deobandi -che è una variante dello wahabismo- è stata Islamabad, e Islamabad è da sempre il primo fattore di influenza su questo gruppo per lo più composto da pashtun, laddove l'influenza iraniana raggiunge più che altro i tagiki dell'Afghanistan settentrionale. Ovviamente anche l'Arabia Saudita ha da decenni relazioni con i mujaheddin pashtun dell'Afghanistan.
Durante la guerra in Afghanistan negli anni Ottanta e anche in seguito l'Afghanistan è sempre stato la porta d'ingresso all'Asia Centrale per il fondamentalismo islamico. In altre parole, l'ansia con cui l'AmeriKKKa anela a stabilirvi posizioni permanenti (e l'arrivo di militanti dalla Siria) può in qualche modo far pensare che nelle idee degli USA vi sia un secondo fine, quello di mettersi in condizione di influire sullo sviluppo della sfera commerciale e delle vie di rifornimento russe e cinesi in Asia Centrale.
Cosa significa tutto questo nel complesso? Innanzitutto era dal 2003 che il signor Bolton andava chiedendo che si realizzasse una presenza permanente in Iraq per mettere l'Iran sotto pressione. Adesso è cosa fatta. Le forze speciali statunitensi (per lo più) ritirate dalla Siria si stanno ridislocando in questo nuovo punto nevralgico in Iraq; il loro compito, a detta di Trump, è quello di "controllare l'Iran". Trump, diciamo pure senza volerlo, con un commento del genere ha scoperto gli altarini.
Un esame accurato dei punti nevralgici on cui gli USA hanno circondato l'Iran consente comunque di identificare il resto del piano del signor Bolton. Questi centri si trovano proprio nei pressi delle minoranze etniche in territorio iraniano: sunniti, curdi, baluci... alcune delle quali hanno una storia di rivolte. Per quale motivo le forze speciali statunitensi si stanno radunando nella struttura irachena? In questo caso si tratta di personale specializzato in programmi di addestramento e assistenza. Reparti del genere vengono associati a gruppi di insorti per fornire loro addestramento e assistenza nella lotta contro il potere costituito. Alla fine programmi di questo genere finiscono con la realizzazione di zone sicure destinate a proteggere le forze che hanno assecondato gli statunitensi. Esempi del genere sono Bengasi in Libia e al Tanaf in Siria.
Colpire l'Iran è il proposito recondito del programma MESA; è un proposito ambizioso, ma nei prossimi mesi verrà rinforzato con nuovi giri di vite economici destinati a troncare le vendite di greggio iraniano (man mano che i diritti scadono) e con un'azione diplomatica il cui intento è quello di scompaginare i rapporti dell'Iran con la Siria, il Libano e l'Iraq.
L'iniziativa avrà successo? Probabilmente no. I talebani hanno puntualmente cancellato l'ultima riunione che avevano in programma con i funzionari pakistani, che avrebbero esercitato ulteriori pressioni su di loro perché arrivassero ad un accordo con Washington; i talebani sono orgogliosi della loro lunga storia fatta di cacciate degli occupanti stranieri. L'Iraq non ha alcuna intenzione di diventare il vaso di coccio in una nuova contesa fra Stati Uniti e Iran; il governo iracheno può quindi ritirare l'invito rivolto alle forze statunitensi a rimanere nel paese. Laq Russia -che ha intrapreso un proprio processo di pace con i talebani- non vorrà trovarsi costretta a schierarsi in un montante conflitto fra Stati Uniti, stato sionista e Iran. Russi e cinesi non vogliono veder turbato l'equilibrio della regione.
Più nel dettaglio, l'India rimarrà sconcertata a vedere che il programma MESA considera alleato preferenziale il Pakistan; tanto più è probabile che l'India, a torto o a ragione, considererà l'autobomba suicida del 14 febbraio nello Jammu-Kashmir che ha fatto 40 vittime fra i poliziotti indiani come un indice del fatto che l'esercito pakistano si è ripreso quanto basta per ridare vigore alla storica contesa con l'India per il territorio dello Jammu - Kashmir, che è probabilmente la zona più militarizzata del mondo e che fino ad oggi è stata teatro di tre guerre fra India e Pakistan. A quel punto avrebbe senso per l'India fare fronte comune con l'Iran per evitare l'isolamento.
Nonostante i limiti che vengono dalla politica concreta gli sviluppi degli eventi fanno pensare che a Washington stia proprio prendendo forma un preciso tentativo per arrivare a un tu per tu con l'Iran.

martedì 19 febbraio 2019

Alastair Crooke - La guerra di Trump contro la Cina per rendere nuovamente grande l'AmeriKKKa. Conseguenze tragiche e impreviste.



Traduzione da Strategic Culture, 18 febbraio 2019.


Una storia come questa dovrebbe suonare familiare. Una grande potenza imbattibile sul piano militare e su quello del progresso tecnologico esporta in tutto il mondo il suo modello economico basato sul libero mercato. Le frontiere crollano, le distanze si restringono e il mondo sembra diventare più piccolo. A quel punto però si afferma un'altra potenza la cui politica di dominio si basa su un sistema fondato sul nazionalismo economico e su una politica industriale [a direzione statale]. Quest'ultima prospera, la prima ristagna, e questo provoca un conflitto che non porta soltanto allo scontro armato, ma a un declino del commercio mondiale e dei valori dei titoli lungo dieci anni. Il mio riferimento è, chiaramente, al primo periodo di globalizzazione che ha interessato la Gran Bretagna e la Germania, che finì con la prima guerra mondiale e con la grande depressione. Fu un periodo di boom che durò quasi ottant'anni, nel corso dei quali i volumi del traffico commerciale e dei titoli raddoppiarono quasi. Eppure, per dirlo con le parole usate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali nella relazione annuale del 2017, "il crollo della prima ondata globalizzatrice ebbe conseguenze notevoli almeno quanto la sua costruzione" ed ebbe come risultato "il quasi completo scompaginamento" dei traffici internazionali e dei flussi finanziari.
Così scrive sul Financial Times Rana Foroohar, aggiungendo che "I mercati non si accorsero del rovescio imminente. A rischio di sembrare una Cassandra, mi chiedo se oggi gli stessi mercati non siano altrettanto disattenti nei confronti di quanto sta succedendo fra Stati Uniti e Cina. Il conflitto che esiste fra queste due grandi potenze presenta ovviamente delle similitudini col caso precedente non soltanto in termini di opposizione tra modelli economici e di crescente nazionalismo, ma anche nella durata temporale della fase di crescita che precede il crollo." Una buona osservazione.
Certo, la determinazione di cui oggi gli Stati Uniti danno prova nel ridimensionare la Cina si manifesta per lo più in una sorta di "tranquilla divisione" della sfera globale in uno spazio economico statunitense e in uno russo-cinese da separare e ostracizzare. A questa si accompagna una stretta radicale nel settore tecnologico e in un'ampia sfera industriale di interesse per la sicurezza nazionale; su questo vigilano l'egemonia del dollaro, dell'energia, e sul piano militare.
Potremmo chiamarla anche deglobalizzazione, ma ormai c'è anche dell'altro: è quasi un processo di abbandono di un qualche cosa che fino a oggi è stato omogeneo nel contesto di una complessa struttura a rizoma. L'isolamento da un sistema le cui radici -economiche e politiche- sono intrecciate e annodate tra loro. Qualsiasi cosa si pensa della globalizzazione, sia essa buona o cattiva, la guerra che Trump ha intrapreso contro la Cina per rendere nuovamente grande l'AmeriKKKa comporterà probabilmente degli strascichi indesiderati che potranno senz'altro sfociare in disordini e tragedie come quelli del secolo scorso.
Non si tratta di supporre che l'attrito fra Stati Uniti e Cina finirà così come sono finite le ostilità fra Gran Bretagna e Germania. E neppure di constatare il fatto che un lungo periodo di sviluppo del commercio mondiale sembra destinato a finire bruscamente ("Le frontiere crollano, le distanze si restringono e il mondo sembra diventare più piccolo"). Questo può senz'altro succedere; ma il fatto che le conseguenze ampiamente distruttive sul piano economico descritte nell'articolo del Financial Times sono emerse da una concatenazione di eventi piuttosto chiara: nel primo caso la Gran Bretagna era decisa a fermare l'ascesa di una Germania potente, in primo luogo costringendola in una fitta rete di alleanze ostili, e quindi stroncandola usando di concerto la forza militare britannica, russa e degli Stati Uniti. Nel caso odierno gli Stati Uniti sono assolutamente decisi a ridimensionare la Cina innanzitutto sottoponendola a un boicottaggio tecnologico e nel settore della proprietà intellettuale, e poi riarmandosi massicciamente.
Possiamo ricordare che molta parte della disastrosa situazione dell'economia tedesca dopo la prima guerra mondiale derivò dalla messa in circolazione di moneta per finanziare la corsa agli armamenti in vista della seconda.
Il Segretario di Stato Mike Pompeo nel corso del suo recente viaggio in Europa è andato vicino all'imporre agli europei un ultimatum: "se ricorrete nelle vostre infrastrutture statali a sistemi per il 5G fabbricati in Cina non potrete affiancarvi alcun sistema prodotto in AmeriKKKa". O con noi contro di loro, o con loro contro di noi. Il riconsiderato monitoraggio degli investimenti stranieri negli Stati Uniti e la normativa per il controllo delle esportazioni, specie per quanto riguarda le "tecnologie all'avanguardia e fondamentali" finirà con l'interrompere legami di importanza significativa tra gli Stati Uniti e la Cina.
Si cerca di fare pressione sull'Europa perché in questa guerra fredda economica contro la Russia e contro la Cina essa si schieri dalla parte degli Stati Uniti. E per costringere l'Europa a schierarsi gli Stati Uniti sono pronti a dividere l'Unione Europea, arruolando i paesi dell'est nella loro polarizzazione contro la Russia e contro la Cina.
Ian Bremmer e Cliff Kupchan di Eurasia Group pensano che le prime conseguenze di questa nuova polarizzazione ostile si sentano già:
I dazi stanno già costringendo le imprese statunitensi a spostare fuori dalla Cina parte delle loro catene di rifornimento, spostandosi nel sud-est asiatico, in America Latina e in qualche caso riportandole negli Stati Uniti. Il processo di separazione diventerà più veloce man mano che le pressioni politiche finanziarie devieranno parti più consistenti della produzione statunitense, compresi quelli assemblaggi finali potenzialmente complessi verso mercati politicamente più sicuri.
Stati Uniti e Cina si stanno dividendo. Cosa altrettanto importante, gli sforzi degli Stati Uniti per tenere sotto controllo gli studenti e i lavoratori cinesi nel settore scientifico e tecnologico e per limitare la durata o respingere le domande in materia di visti ridurranno l'afflusso di talenti creativi alla volta degli Stati Uniti. Verosimilmente questo limiterà il ritorno in Cina di ingegneri e imprenditori che hanno fatto esperienza negli Stati Uniti. Questa tendenza interromperà l'afflusso di talenti innovativi con contraccolpi mai visti per settori chiave della produzione tecnologica.
Bisogna inoltre considerare i contraccolpi. In tutto il mondo si stanno ponendo regolamentazioni al mondo digitale perché i governi -che devono affrontare un'ondata di preoccupazione da parte del pubblico in materia di privacy e sono inoltre preoccupati per le campagne di influenza ordite dall'estero avvalendosi dei social media- hanno iniziato ad affibbiare tasse ai giganti del settore e a restringere alle frontiere il flusso di informazioni sensibili. Il Brasile, l'India e anche la California hanno addotto passo o stanno pensando di adottare leggi che ricalcano e in certi casi superano le severe normative europee in materia di protezione dei dati.
Il fatto che le catene di rifornimento statunitensi e cinesi nonché la cooperazione tecnologica fra i due paesi continueranno a frammentarsi e a dividersi secondo le due sfere di influenza, processo che continuerà anche se dovesse venire meno la minaccia dei dazi statunitensi. I dazi non sono altro che un aspetto della campagna statunitense volta in fin dei conti a bloccare la supremazia cinese.
Questa guerra, che fino a questo momento è rimasta nell'ambito dell'economia, ormai viene considerata nei termini della sicurezza nazionale ameriKKKana. E la storia insegna che quando sono gli interessi in materia di sicurezza nazionale a dominare, il settore economico ne viene consumato in misura sempre maggiore fino a quando non interviene direttamente il governo a incrementarne ulteriormente il controllo. Un divorzio tecnologico confuso e contestato provocherà problemi alle imprese del settore; farà salire i costi perché imporrà il reperimento e la costruzione di linee di rifornimento alternative, e per entrare a regime avrà bisogno di una crescente e ingombrante sorveglianza normativa, di sicurezza e di rispetto della privacy.
La cosa potrebbe essere ancora controllabile se la guerra si limitasse al settore tecnologico, ma non sarà così. L'obiettivo di Trump è proprio quello di costringere le imprese statunitensi ad abbandonare la Cina e a minare le prospettive economiche di quel paese. Gli Stati Uniti continueranno a usare le barriere doganali, le restrizioni agli investimenti, gli ostacoli all'esportazione, le sanzioni finanziarie e il ricorso alla giustizia penale per raggiungere i propri obiettivi. La guerra si allargherà anche ai settori dell'energia e dell'informazione. Lo ha già fatto. Si ricordi che da principio la Gran Bretagna cercò di indebolire la Germania economicamente, bloccando il transito delle derrate alimentari attraverso il Mare del Nord. Gli Stati Uniti sostennero questo blocco.
Forse la preoccupazione che più probabilmente scaturirà dal passato sarà costituita dall'insistenza di Trump nel perseguire un riarmo a tutto campo. Trump ha promesso di spendere e spandere e di surclassare tutti gli avversari schierando nuovi sistemi d'arma e sta impegnandosi per liberare gli Stati Uniti da ogni genere di limitazione che gli derivi dai precedenti trattati di non proliferazione.
A questo proposito appena una settimana fa è successo qualcosa di molto importante. Come scrive Gillian Tett del Financial Times, "Beth Hammack, una bancaria esperta della Goldman Sachs che presiede un gruppo di consiglieri del governo statunitense noto come Treasury Bond Advisory Committee, ha spedito al segretario del Tesoro Steven Mnuchin una lettera che è una bomba." E prosegue: "Secondo i calcoli del suddetto Committee l'AmeriKKKa avrà bisogno di vendere la sbalorditiva quantità di dodicimila miliardi di buoni del tesoro nel prossimo decennio." Una cosa che, spiega la Hammack, "rappresenterà per il Tesoro una sfida mai vista prima, anche senza prendere in considerazione l'eventualità di una recessione." In parole povere, prosegue Tett, "i luminari di Wall Street al comitato si chiedevano forse chi diavolo, quale attore finanziario si sarebbe comprato questa montagna di buoni del Tesoro?"
Tanto per essere chiari, tali saranno le necessità di denaro degli USA ancora prima che Trump apra bocca in merito al suo vasto programma di aggiornamento dei sistemi d'arma statunitensi. Lo Advisory Committee ha detto anche che normalmente nei periodi di recessione il deficit sale del 2-5% rispetto al PIL, cosa che agli attuali livelli del PIL si tradurrebbe in un deficit aggiuntivo di cinquecento o mille miliardi di dollari, e che "il denaro necessario [avrebbe dovuto essere per intero] finanziato nel contesto di un'esposizione debitoria globale del dollaro già alta per conto proprio".
Nel caso il messaggio non fosse di per sé abbastanza serio, Tett aggiunge che "questa settimana uno degli hedge fund più grandi d'AmeriKKKa è arrivato in proprio a concludere che in capo a cinque anni il Tesoro avrà bisogno di vendere buoni per un importo equivalente al 25% del PIL (rispetto al 15% di oggi). Un fatto simile si è verificato solo due volte negli ultimi 120 anni: la prima durante la seconda guerra mondiale, la seconda durante la crisi finanziaria del 2008. Nel primo caso il governo statunitense costrinse i risparmiatori privati ad acquistare debito per mezzo di una campagna di propaganda patriottica e tramite il controllo finanziario. La seconda volta ha fatto ricorso al bilancio della banca centrale tramite il quantitative easing, ovvero stampando denaro."
"Date le dimensioni dell'economia statunitense e dei mercati... ci vorrà un trasferimento di circa il 6% di tutti i valori azionari mondiali" per assorbire il debito, dicono quelli dello hedge fund... "cosa succederà se gli investitori non vorranno saperne?"
Un rilievo importante. Ma Trump si è impadronito dello stendardo del riarmo con il piglio nazionalista di chi vuole rendere di nuovo grande l'AmeriKKKa. E ormai non passa giorno senza che il Congresso non si senta descrivere la Cina come "la più grande minaccia strategica a lungo termine" per gli USA. Il complesso militare industriale, il Congresso e gli ambienti governativi sono risoluti ad affrontare il difficile compito. Su tutti e cinquanta gli stati dell'Unione pioveranno i dollari della politica, di questo si può stare tranquilli, e al Congresso tutti hanno già fatto la bocca a questa allettante prospettiva. Non ci sarà modo di tornare indietro del tutto.
Ora, tornando alle cifre sbalorditive di cui parla il Committee, essa va considerata in un contesto in cui la quota del dollaro come valuta di riserva è passata dal 70% del 1999 al 63% alla fine del 2017 e in cui il commercio mondiale, come quota del PIL mondiale, pare aver segnato un picco.
La Cina oggi ha una bilancia commerciale in pari.
Esattamente. Ad agosto si è verificato un evento storico. Per la prima volta nella sua storia moderna la bilancia commerciale cinese per i primi sei mesi dell'anno è andata in deficit. Per essere ancora più chiari, niente surplus commerciale vuol dire niente finanziamenti cinesi per il debito statunitense. Dalla Cina già da un po' non arriva niente.
Riassumendo, per motivi psicologici e politici gli USA non possono rimangiarsi la parola sull'ammodernamento dei sistemi d'arma, e non lo faranno. "Spendere e rinnovare" tutto quanto, anche se alla fine qualcosa rimarrà per forza escluso dall'operazione. Questa minaccia è stata agitata per troppo tempo, e il dado è tratto. Solo che nessuno dall'estero acquista debito statunitense, e da settant'anni il deficit ameriKKKano trovava finanziatori in questo modo. E il Tesoro deve vendere carta pari al venticinque o al trenta per cento del PIL statunitense, magari in mezzo a una di quelle recessioni che fanno automaticamente salire la spesa pubblica.
Lo spazio di manovra fiscale degli Stati Uniti non verrà semplicemente meno: verrà sopraffatto. Le nuove leve dei Democratici radicali come Ocasio-Cortez non troveranno denaro per finanziare i loro progetti sociali, e questo provocherà ovvie tensioni che metteranno alla prova la coesione del partito. Ma non ci saranno soldi neppure per le infrastrutture che stanno andando in briciole. Non ci saranno soldi per incrementare le pensioni insufficienti. Le tensioni sociali si impenneranno.
Sarà inevitabile: il Tesoro stamperà denaro a tutt'andare e la fiducia nel dollaro andrà in crisi. E non vuol dire essere una Cassandra come dice la Foroohar rifarsi al passato per indicare che cosa può succedere (e infatti succede) quando l'unico paese che aveva avuto il predominio fino a quel momento decide di ostacolare l'ascesa di un concorrente ricorrendo ad ogni mezzo possibile. E' già troppo tardi perché Trump si tiri indietro, e ricomponga i dissidi solo per vendere alla Cina un mucchio di semi di soia e un po' di gas? Probabilmente sì. 


lunedì 18 febbraio 2019

Alastair Crooke - Lo establishment all'ultima carta. Che ne sarà dell'Europa?



Traduzione da Strategic Culture, 15 febbraio 2019.

Il saggio di Francis Fukuyama intitolato La fine della storia, affrma Gavin Jacobson sul supplemento letterario del Times, "viene solitamente interpretato come un'apologia del capitalismo d'assalto e dell'interventismo anglo-ameriKKKano in Medio Oriente. In quest'ultimo, liberale stadio c'è poco posto per la redenzione. Anzi, [il futuro, scrive Fukuyama] rischiava di diventare 'una schiavitù senza padrone', un mondo di putrefazione civile e di torpore culturale, privato di ogni possibilità e di ogni complicazione. "Gli esseri umani definitivi" sarebbero stati ridotti allo Homo Oeconomicus, guidato esclusivamente dai rituali di consumo e privato delle virtù che davano loro vita e dalle spinte eroiche che hanno mandato avanti il corso della storia".
Fukuyama ha scritto che la gente avrebbe acettato questo stato di cose o, più probabilmente, si sarebbe rivoltata contro lo stesso tedio della propria esistenza.
In effetti, dai tempi delle guerre mondiali ma soprattutto "dopo la crisi finanziaria del 2008 in Europa e negli USA si è diffuso -per dirla con Frank Kermode- un 'senso di fine'. I capisaldi dell'ortodossia liberale sono stati oggetto di una radicale messa in dubbio. I movimenti populisti si sono schierati contro l'ordine economico e politico che aveva retto per cinquant'anni. L'elettorato si è trovato all'improvviso proiettato verso un futuro incerto," conclude Jacobson, collegandosi alla predizione di Fukuyama per cui lo Homo Oeconomicus si sarebbe alla fine ribellato al proprio tedio.
In effetti le ortodossie sono state messe in discussione, e per validi motivi: la predominante visione liberale, con la sua teoria generale sul recare pace e prosperità economica nel mondo abbattendo le frontiere e unndo il genere umano in un nuovo ordine universale, è in serio scompiglio; ha perso credibilità.
Non soffermiamoci troppo sulla sua storia recente: la falsa ripresa, le statistiche gonfiate, i discorsi sul migliore dei mondi possibili, il sistema finanziario salvato coi soldi pubblici e poi l'austerità postulata come fondamentale per calmierare gli eccessivi rialzi del debito pubblico causato proprio dal salvataggio del sistema finanziario e infine tutte le ferite che l'austerità ha inflitto: tutto quanto giustificato col ripristino della competitività dell'Europa.
Come ha rilevato l'ex Direttore Generale del Bilancio statunitense David Stockman, l'idea di recuperare competitività in questo modo è sempre stata priva di fondamento. La politica delle banche centrali basate sul quantitative easing, la tempesta del credito facile scatenata dai tassi di interessi zero negli ultimi vent'anni ha stroncato il sessanta per cento della popolazione imponendole quegli alti costi che sono proprio il contrario di quello che stimola la competizione. "La Fed [in coordinamento con altre banche centrali], pioggia o vento non importava, ha legato costi, prezzi e retribuzioni al 2%. Si va avanti così per venti o trent'anni e dalla sera alla mattina ci si ritrova completamente fuori mercato. Si hanno i costi strutturali più alti del mondo: posti di lavoro e produzione fuggono alla volta di lidi in cui le imprese trovano costi minori e margini più alti."
Insomma ecco in che condizioni siamo, dopo tutte i proclami sulla ripresa: l'economia dello stato che occupa la penisola italiana è di nuovo in sofferenza e adesso -avverte la Deutsche Banck- l'economia tedesca va verso la recessione. A dicembre 2018 gli ordinativi alle imprese tedesche hanno fatto registrare la più importante contrazione dal 2012. Insomma, evidentemente la "teoria generale" non ha funzionato. Che futuro si preannuncia per l'Europa?
"Il mero vassallaggio" in cui sarebbe affondata la maggioranza che Fukuyama aveva previsto e denunciato era un fenomeno già evidente ben prima del 2008 nei paesi europei, Gran Bretagna compresa. Slavoj Žižek ha scritto in Il soggetto scabroso - trattato di ontologia politica che "lo scontro fra [le precedenti] visioni ideologiche globali rappresentate da partiti diversi in competizione fra loro per il potere" è stato "sostituito dalla collaborazione fra tecnocrati illuminati (economisti, esperti di opinione pubblica...) e multiculturalisti liberali... in una sorta di consenso più o meno universale." Il concetto di "centro radicale" espresso da Tony Blair era, afferma Žižek, una perfetta enunciazione di questo mutamento.
Le élite liberali, affascinate dalla chiarezza e dal rigore intellettuale della loro concezione centrata sull'unificazione dell'Europa, sono arrivate a considerarla non come un'opzione politica legittima in mezzo ad altre, ma come l'unica opinione legittima. L'inammissibilità sul piano morale della Brexit britannica è diventata sempiterno argomento per la denigrazione di questa scelta. I simpatizzanti del liberalismo hanno sempre maggiori difficoltà ad ammettere il bisogno di quella tolleranza per l'autodeterminazione nazionale e culturale cui un tempo consentivano di esistere. Tolleranza e nazionalismo sono fuori moda: la rabbia è in voga.
Cosa succede se l'economia europea inizia a ristagnare? Quali potrebbero essere le ripercussioni politiche? Si ricordi cosa è successo in Giappone qualche anno fa: anche il Giappone era indebitato all'eccesso, nel 1989 era esplosa la bolla borsistica e gli esperti di finanza avevano previsto il crollo del debito giapponese. Il Giappone si ritrovò in una stagnazione che è durata per decenni. Sarebbe questo il futuro? Il mondo intero farà la fine del Giappone, dal momento che siamo talmente indebitati che non possiamo in alcun modo tornare a rendimenti che rientrino nei parametri storici della normalità (attorno al 5%)?
Sembra che i giapponesi abbiano semplicemente accettato il taedium. Anche l'europa sta andando verso una stagnazione dai rendimenti e dalla crescita bassi all'interno di un paradigma globale all'insegna della stasi, destinata a durare finché non si arriverà a una sollevazione populista di un qualche genere o al verificarsi di un qualche evento che faccia ripartire il sistema.
O forse no. Il Giappone è sempre stato un caso speciale perché il suo debito era sostenuto quasi per intero all'interno e altrove nel mondo, anche se non in Giappone, era in corso un periodo di crescita. Nonostante tutto il Giappone è servito come "canarino del minatore" riguardo alle mortifere conseguenze dell'indebitamento eccessivo.
Se dovessimo comunque entrare in un periodo in cui USA ed Europa sono accomunati dalla scarsa crescita, la Cina alle prese con le difficoltà rallenta al 4% e deve salvare con i soldi pubblici il proprio sistema bancario, l'India non ce l'ha fatta nonostante quello che se ne pensava, in un caso del genere il Giappone potrebbe non essere un precedente di cui fare tesoro.
Il fatto è che siamo all'apice del dilemma: "i tecnocrati illuminati" non solo hanno sbagliato, ma si sono confinati da soli in un angolo che prospetta ancora più austerità per il sessanta per cento della popolazione e ancor più denaro di carta (forse addirittura denaro a pioggia dalle banche centrali) in favore di economie già ridotte a zombie dal debito in eccesso. Un esperto, Peter Schiff, se lo è sempre aspettato:
Ho detto fin da principio che non mi aspettavo alcun rialzo dei tassi da parte della Fed perché sapevo che alzare i tassi costituiva il primo passo di un cammino che la Fed non sarebbe riuscita a portare in fondo: il loro tentativo di normalizzare i tassi avrebbe fatto esplodere la bolla borsistica e fatto tornare in recessione l'economia.
Normalizzare i tassi di interesse quando si è già creato un debito di entità anomala è impossibile.
Ho sempre saputo che a un certo punto ci si sarebbe arrivati, alla goccia che fa traboccare il vaso. Non avevo idea di quanti ritocchi ai tassi la bolla economica avrebbe potuto sopportare, ma sapevo che c'era un limite. E sono ancora sicuro che non ci sia modo di tornare ad applicare un tasso normale o neutro. Qualunque sia quel valore, non è il 2%.
Tutto quello che la Fed ha fatto basandosi sul denaro a buon mercato ha iniziato a implodere appena si è cominciato a eliminare il denaro a buon mercato... L'economia statunitense si regge sui tassi a zero: con i tassi al 2% non va avanti e la cosa si comincia a vedere." (Parole di Schiff alla Vancouver Investment Conference).
Insomma, sembra che anche l'Europa stia pencolando sull'orlo della recessione causata dall'indebitamento. E quelli delle banche centrali non sanno cosa fare. Parlare della prima recessione da ventisei anni a questa parte tuttavia significa anche parlare di un'Europa in cui la generazione più giovane non ha provato, non ha idea di cosa una recessione significhi davvero. Cosa implica questo? Grant Williams, fondatore dell'influente canale televisivo finanziario Real Vision risponde così:
[Una cosa su cui davvero mi piacerebbe che risultassi avere torto.] "E sono ormai diversi anni che ho predetto una sensibile crescita del populismo, dei disordini e della violenza. E molta gente ha pensato che qui fossimo dei fanatici delle teorie del complotto. Ma ora Parigi è a ferro e fuoco... E c'è il vecchio adagio sulla differenza fra recessione e depressione: si chiama recessione quando il tuo vicino perde il lavoro, si chiama depressione quando lo perdi tu. Ecco di cosa ho paura. Penso che vi accorgerete che dopo il 2008 la gente capisce di finanza molto più di prima. Magari possono non afferrarne tutte le implicazioni, ma penso che adesso sappiano che cosa significa salvare una banca con i soldi pubblici, che capiscano quanto simili operazioni siano ingiuste quando vanno a beneficio di Wall Street invece che di Main Street [ovvero dell'economia reale, N.d.T.]. Purtroppo sono convinto che quello che vedrete sarà che la Fed e il governo faranno quello che hanno sempre cercato di fare, vale a dire salvare Wall Street per salvare il sistema.
Se l'economia va male e la gente si sente privata di ogni diritto e gli si va a dire sapete, dobbiamo fare questo e quello per salvare il sistema, allora la reazione cambia tutto d'un tratto. E la reazione è ma andate a fare in culo, spacchiamo tutto. E se ci troviamo nella situazione in cui sembra che ci troviamo, con questo abisso che in politica separa destra e sinistra, con un'economia che va avanti furiosa e una borsa praticamente sempre in salita e poi arriva un momento in cui cose come il debito sovrano iniziano a pesare, temo anch'io come voi che l'unico modo in cui la gente sarà capace di esprimere lo stesso concetto sarà come stanno facendo adesso in Francia. Un risultato molto, molto negativo per tutti.
In questo il discorso di Williams si incrocia con quello di Fukuyama e del suo Homo Oeconomicus privo di passioni: cosa succede quando lo Homo Oeconomicus, guidato solo dai "rituali del consumo in un mondo di putrefazione civile e di torpore culturale" (e ormai privo di quel senso di sicurezza che nasce dall'essere considerato come essere umano e specialmente come appartenente a una famiglia, a una cultura, a una storia, a un popolo, a una tradizione spirituale o a una nazionalità) si trova sull'orlo dell'abisso, del baratro della recessione. I timori prosperano soprattutto nel vuoto costrutto dell'universalismo livellato, dove non ci sono valori come la verità, la bellezza, la vitalità, l'integrità e la vita.
La risposta di Williams è semplice: "L'Europa cade".

Macron è interessante. Macron è venuto dal nulla: è un ex bancario Rothschild che si è presentato come alternativa alla assai sgradevole (almeno per lo establishment) Marine Le Pen... Ecco: lo establishment ha fatto piovere Macron da chissà dove. Giovane, prestante, colto, molto in linea col modello Obama, parlava bene, si presentava bene, era sempre molto a posto, sempre con gusto. In tutte queste cose Macron era il meglio. Che fosse un ex bancario dei Rothschild è una cosa che non ha particolarmente colpito i suoi elettori, e ce l'ha fatta. Lo establishment ha tirato un sospiro di sollievo.
E poi? Poi, anche lui, si è rivelato un presidente da far cadere le braccia. I suoi tassi di gradimento sono... Non so se ho ragione a dire che è sotto Hollande, ma sono altrettanto bassi; io pensavo fosse difficile fare altrettanto eppure ce l'ha fatta, e anche facilmente. Ecco, io penso che Macron fosse l'ultima carta dello establishment. Come se avessero detto: è un ragazzo, lo mettiamo a quel posto e gli facciamo dire tutto quello che noialtri abbiamo bisogno che dica, e sarà lui a calmare le acque, ci aiuterà a reggere il colpo. Solo che nulla di tutto questo è successo. Io non credo... che il movimento populista rifluirà e si calmerà, così, semplicemente. Le vicende di Macron in Francia ne sono la dimostrazione incarnata, al pari del fatto che egli stia lottando e che sembri così determinato. Anni fa avrebbe già fatto un passo indietro: quando ancora i politici possedevano un briciolo di vergogna, a parità di condizioni si sarebbe già dimesso e si sarebbe assunto la responsabilità per le condizioni in cui si trova il paese. Oggi no davvero.
Fallimento dell'Unione Europea vuol dire tutti con la propria moneta e tutti con le proprie frontiere. Al centro di tutto c'è l'euro; è l'unione monetaria che crea i problemi, oggi. Quando i tassi di interesse andavano nella direzione giusta funzionava alla grande. Andava bene a tutti. Ora che i tassi hanno cambiato verso, che il debito ha cominciato a pesare e che questi paesi sono sotto pressione... la gente non capisce cosa rappresenti, l'euro. [Eppure] Sa che non può pretendere l'impossibile.
E sa che un modo per rispondere politicamente a tutto questo -prendo ad esempio lo stato che occupa la penisola italiana- è quello di tornare alla lira, pagare con quella -con una lira sottoposta a una massiccia svalutazione- i propri debiti, non essere costretti a mantenere i deficit di bilancio entro i limiti imposti da Bruxelles, ed essere così in grado di spendere per aiutare il proprio paese a uscire dalla recessione. Ecco cosa succederà. Era inevitabile che succedesse.
Ma le minacce dei burocrati di Bruxelles che devono seguire la linea dura, e usare il bastone e non la carota per tenere le cose a posto, ci faranno fare Brexit a tutti.