lunedì 14 gennaio 2019

Alastair Crooke - Il G20? Più che quanto vi è accaduto, conta ciò che non vi è accaduto.



Traduzione da Strategic Culture, 10 dicembre 2018.

A volte quello che non succede ci dice assai di più di quello che succede. Come nel caso di Sherlock Holmes e del cane che non abbaiò di notte. Insomma, al G20 della prima settimana di dicembre non sono successe due cose. Perché? E quale significato hanno?
Questi due mancati avvenimenti ci dicono una cosa importante: la presidenza Trump è giunta ad un punto critico, la fine dell'inizio o forse addirittura l'inizio della fine.
In primo luogo, non c'è stato alcun accordo con la Cina. Come ha detto senza mezzi termini Christopher Balding, ex docente associato di affari ed economia alla HSBC Business School in Cina, "Non si finirà mai di sottolinearlo abbastanza: questo non è un accordo, questa non è una soluzione. Questo è un accordo per procrastinare un ulteriore inasprirsi dei rapporti. Nessuno ha ceduto su nulla, a parte cosucce di nessuna rilevanza. Nulla di sostanziale."
La maggior parte degli editoriali e dei commenti si è soffermata sulla prospettiva di un ritorno ai trinceramenti della guerra fredda di qui a novanta giorni (limite che la Cina, sia detto per inciso, deve ancora confermare) o anche prima, col ritorno di Trump alla guerra via Twitter. Ma la vera questione non è quello che può succedere di qui a tre mesi, ma perché si è arrivati a un nulla di fatto.
Trump aveva promesso grandi cose: "Io sono uomo da dazi", scrive su Twitter: e aggiunge anche "Rendiamo nuovamente ricca l'AmeriKKKa". Il governo continua a ripetere che l'economia statunitense è forte e che quella cinese è deboole: "Abbiamo in mano tutto noi", dicevano quelli del governo ogni tre per due. Possiamo raddoppiare i dazi sulle merci e raddoppiare i dazi stessi dice Trump, intanto che gli USA gonfiavano i muscoli del loro apparato militare proprio sotto il naso di Xi.
Poi arriva il G20, e non si combina niente. Trump si mantiene ai margini dell'iniziativa e sembra teso e sulla difensiva. Non è certo stato un maschio alfa in grado di dominare gli eventi. Sembrava impacciato. Ha davvero deluso.
Va comunque detto che il G20 c'è stato subito dopo che l'ex avvocato e uomo di fiducia di Trump Michael Cohen ha rivolto una "dichiarazione di colpevolezza" a Robert Mueller, reo di avere mentito al Congresso. Come rileva il docente di giurisprudenza di Harvard Dershowitz, è chiaro che Mueller sta costruendo nuove accuse (tramite l'induzione al reato) invece di indagare su eventuali illeciti passati; Mueller comunque sta ancora alle calcagna di Trump ed è possibile che non trovi nulla da contestare perché la collusione non è comunque un reato, sempre che si sia verificata. Il punto però non è questo. Muller sta mettendo Trump all'angolo sul piano politico e non su quello legale, raffigurandolo come un sordido individuo circondato da bugiardi e cialtroni. Muller sta colpendo Trump nella sua vanità, appannando l'immagine di figura eroica intenta a ripristinare la grandezza ameriKKKana -rendiamo l'AmeriKKKa ricca di nuovo- che egli si è costruito. Muller sta lentamente paralizzando le prerogative presidenziali a furia di farlo apparire come un pallone gonfiato.
L'ex diplomatico statunitense James Jatras suggerisce che dietro il nulla di fatto ci sia questa spiegazione:
Coi democratici in procinto di prendere di qui a un mese la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, ci troveremo davanti a un intensificarsi delle indagini coordinate da Muller per trovare qualunque pretesto, nella vita professionale o privata di Trump, per metterlo in stato d'accusa. La convinzione diffusa è che seppure una Camera a maggioranza democratica potrà trovare qualcosa per soddisfare i requisiti necessari, a proteggere Trump penserà il Senato, che è a maggioranza repubblicana. I democratici fecero quadrato attorno a Clinton, ma sono stati i repubblicani a gettare Nixon in pasto alle belve. Esiste una decina di senatori repubblicani pronti a rovesciare Trump e a mettere Mike Pence nell'Ufficio Ovale? Ci potete scommettere. A cominciare da Mitt Romney.
Secondo Trump, cosa potrebbe impedirgli di provare l'insopportabile umiliazione -lo schiaffo al suo ego- di venir disconosciuto dal proprio partito e di essere ulteriormente umiliato con la cacciata? Un crollo dei mercati e una stagnazione economica con una recessione incombente non lo aiuterebbero di sicuro. Una cosa del genere alla fine lo metterebbe proprio in mano a quanti, fra i senatori repubblicani, lo disprezzano e che non ci metterebbero nemmeno un secondo per unirsi ai democratici nel caso percepissero la possibilità di liberarsene facendolo cadere. Proprio come suppone Jatras.
La borsa statunitense si stava già impantanando una settimana prima del G20. I timori di una guerra commerciale considerata scontata aveva iniziato a intimorire i mercati. Si cominciano a intravedere, sia pure a sprazzi, gli uccelli del malaugurio che parlano di economia in recessione: la parziale flessione della curva dei rendimenti delle emissioni del Tesoro e di quella sui futures petroliferi si sono verificate di pari passo, ed entrambi i fenomeni sono considerati indice di un possibile rallentamento nell'economia mondiale.
La questione è semplice. Trump ha esplicitamente agganciato le sorti della propria presidenza a un mercato azionario vivace e a un'economia che tira. Se la cosa lo aiuta a impedire che i mercati vadano a punzecchiare la sua immagine di sfinge degli affari, perché non pensare ad una tregua nella guerra commerciale con la Cina? Perché non dare una spintarella ai mercati proprio prima di Natale?
Poi c'è stato l'altro considerevole atto mancato del G20: un altro cane holmesiano che non ha abbaiato. I presidenti di due potenze militari e nucleari di primo piano, preposti al controllo di grosse faglie geopolitiche e che hanno bisogno di dialogare, si sono evitati, hanno distolto lo sguarto e non si sono neppure stretti la mano. Non sono riusciti nemmeno a trovare un pretesto per sedere allo stesso tavolo.
Per quale motivo? In via ufficiale, perché un rimorchiatore e un paio di guardacoste ucraini armati hanno avuto l'ordine di entrare nel mare di Azov omettendo di seguire le norme che impongono di chiedere l'autorizzazione. Ma davvero? Per una cosa del genere? Davvero strano. Trump non può neanche più portare in disparte Putin e mandar via i suoi assistenti per mettersi a tavolino a discutere? Ancora più interessante è il fatto che il portavoce del Cremlino ha in seguito detto che con Washington "c'erano stati degli scambi" e che John Bolton sarebbe andato a Mosca per parlare di un possibile futuro incontro fra Trump e Putin. E a Buenos Aires non si potevano parlare per via di un rimorchiatore sequestrato? E per un incontro del genere serve ora tirare in mezzo Bolton e il suo nulla osta preventivo?
Insomma, da questo vertice Trump esce come un micio. Gran discorsi e poco di fatto: poco di fatto sul piano interno, poco di fatto nel prosciugamento della palude, poco di fatto in tutti i campi. Secondo Jatra, che è più dispiaciuto che arrabbiato, "si esagererebbe poco a dire che sul piano della politica estera e della sicurezza Trump è ormai solo una figura rappresentativa dello establishment. Anche se Trump e Putin si incontreranno un'altra volta, cosa può mai aspettarsi Putin di sentirsi dire di sostanzioso?"
Perché tutto questo? Possiamo fare solo delle ipotesi. Può anche essere che Trump tema semplicemente che i mercati e l'economia gli si stiano ritorcendo contro. Forse teme che un Bruto repubblicano abbia sentore della sua debolezza, senza gli orpelli da mago delle finanze, e gli cacci un pugnale nella schiena?
In un suo libro intitolato Principles for Navigating Big Debt Crises Ray Dalio della Bridgewater Associates distingue diversi cicli debitori: i cicli a breve termine e i supercicli. I cicli debitori a breve termine si muovono più o meno parallelamente ai sottostanti cicli economici e durano sui sette-otto anni; una lunghezza mediamente in linea con quella dei cicli economici. I supercicli invece durano fra i cinquanta e i settantacinque anni, e hanno una storia lunga. Dalio ricorda che vengono citati anche nel Vecchio Testamento, che indicava la necessità di azzerare i debiti ogni cinquant'anni circa in quello che veniva indicato come "anno di giubileo".
"i supercicli debitori finiscono sempre con un bel botto", scrive Nils Jensen. "Il precedente ciclo è finito con lo scoppio della seconda guerra mondiale, e un nuovo ciclo è iniziato quando hanno taciuto le armi nel 1945. Sono passati quasi settantacinque anni, il che significa che esso passerà alla storia come uno dei cicli più lunghi."
Purtroppo per Trump, sembra che la sua presidenza coincida non solo con la fine di un superciclo, ma con la fine di un superciclo in cui il debito globale è enfiato al di là di ogni limite grazie alla radicale depressione dei tassi di interesse e alla massiccia creazione di crediti. Cose che possono spiegare la sua lunga durata. Trump è forse doppiamente sfortunato perché al tempo stesso e per ragioni dello stesso tipo gli USA stanno esaurendo i loro spazi di agibilità fiscale. Il Tesoro per quest'anno e per i prossimi avrà bisogno di ottenere prestiti per trilioni e trilioni di dollari, e all'estero il debito statunitense non trova più acquirenti. Per la prima volta da settant'anni a questa parte chi controlla la valuta delle riserve mondiali ha difficoltà
a finanziarsi e con l'aria che tira in una Washington dagli opposti schieramenti gli USA non possono neppure pensare a una riforma di se stessi. Un bel pasticcio.
Il paradosso fondamentale che ha legato le mani al Presidente è questo. Sul piano politico gli servono mercati in salita e un'economia in grossa espansione, ma le cassandre vanno in giro a dire che i giorni in cui i mercati gli erano favorevoli potrebbero essere già passati. Trump vuole che la Fed intervenga in favore dei mercati, ma alla Fed sono più che altro intenti a prepararsi alla prossima fase del ciclo economico. Per farlo hanno bisogno dello spazio di manovra che serve per far crollare del 4% i tassi di interesse, cosa che oggi come oggi è ovviamente infattibile. E alla Fed hanno bisogno anche di un bilancio più magro, nel caso ci sia bisogno di intervenire in soccorso dell'economia.
Questo è il punto critico che lega le mani a Trump. Trump può muoversi sul piano politico, e rischiare che il ciclo finisca con un botto ancora più rovinoso, o muoversi con saggezza in modo da limitare le potenziali conseguenze di una possibile crisi debitoria. Muoversi con saggezza però implica la comprensione delle condizioni in cui si trova l'AmeriKKKa sul piano fiscale. La sua necessità di dover vendere una montagna di debito fatto di carta su un mercato disertato dagli acquirenti stranieri farà probabilmente impennare i tassi di interesse e farà crollare i prezzi in borsa perché gli investitori istituzionali venderanno azioni per comprare questi titoli di stato dagli interessi elevati. Insomma, sul piano politico Trump vuole che le azioni salgano e i tassi di interesse scendano, ma è verosimile che l'attuale situazione fiscale degli USA imponga il contrario e lo esponga così alle attenzioni di qualche potenziale Bruto in agguato nei corridoi del Senato.
Cosa deciderà di fare? Qualcosa già si vede: Trump sta cercando disperatamente di tenere alto il valore del mercato. Le sue certezze dipendono da questo, e sta pungolando Jerome Powell perché non dia luogo al previsto aumento dei tassi di interesse da parte della Fed. Trump vuole poi che il prezzo del petrolio scenda, così che Powell non abbia la scusa dell'inflazione in aumento per alzare ulteriormente i tassi. Sembra che Trump abbia una tale premura da prepararsi a consentire a vari acquirenti di accedere al petrolio iraniano. Il suo tweet del 25 novembre collega in modo piuttosto esplicito il calo nel prezzo del greggio al mantenimento dei tassi di interesse da parte della Fed ai livelli attuali:
Gran cosa che il prezzo del greggio stia crollando (grazie Presidente T). Aggiungiamo anche questa, che è come un sostanzioso taglio alle tasse, alle altre buone notizie economiche. L'inflazione scende (Fed, mi stai ascoltando)!
Cosa significa? Significa che Trump, che ha un'esperienza negli affari che è per intero a favore del debito -debito in crescita e tassi di interesse bassi o a zero- spera di fare come vuole e magari ci riuscirà anche in parte. Ci sono segnali che fanno presagire un ritocco dei tassi da parte della Fed entro la fine del mese, ma anche un rallentamento dei rialzi per il prossimo anno. O almeno, questo è quello che implicherebbe l'andamento della curva dei futures.
I presagi tuttavia vanno in direzione opposta. Il commercio mondiale sta rallentando, la Cina sta rallentando, il Giappone sta rallentando, la Germania e l'Europa stanno rallentando, e spuntano le prime avvisaglie che fanno pensare che gli USA abbiano raggiunto un picco nella seconda metà del 2018. Alla fine Trump potrebbe ritrovarsi senza un mercato borsistico vivace e, peggio, con un mercato dei buoni del tesoro che digerisce senza problemi i trilioni di dollari del debito statunitense.
In politica estera i falchi hanno il vento in poppa; Pence, Navarro e Lighthizer continueranno schierando l'intero governo nella loro guerra fredda contro la Cina, ma chissà in che condizioni saranno i mercati statunitensi di qui a novanta giorni. Non c'è da scommettere su ulteriori dazi e su tassi del 25% nel mese di aprile. Xi si è comportato come meglio non si poteva, Sun Tzu sarebbe orgoglioso di lui.
...E il signor Bolton continuerà a fare pressioni sulla Russia a tutte le frontiere; a squinternarla economicamente a furia di sanzioni, a rimestare nel torbido in Ucraina, a cercare di rendere inefficace il processo di Astana, il processo politico che i russi hanno intrapreso in Siria.

lunedì 7 gennaio 2019

Alastair Crooke - Lo stato che occupa la penisola italiana, l'Unione Europea e la caduta dell'impero romano




Traduzione da Strategic Culture, 3 dicembre 2018.

I vertici dell'Unione Europea stanno cercando di arginare una crisi che sta emergendo sempre più velocemente e che comprende l'ascesa di paesi ribelli (il Regno Unito, la Polonia, l'Ungheria, lo stato che occupa la penisola italiana) o di realtà culturali storiche insubordinate come la Catalogna. Tutti esplicitamente delusi dal concetto di un convergere costrittivo verso un ordine uniforme amministrato dalla UE, con la sua austera disciplina monetaria. Si mette in discussione anche la pretesa della UE di rappresentare in qualche modo parte di un ordine civile e di valori morali superiori.
Se nel dopoguerra l'unificazione europea ha rappresentato il tentativo di sfuggire all'egemonia angloameriKKKana, le realtà di "riaffermazione culturale" che stanno cercando di collocarsi come spazi sovrani interdipendenti rappresentano a loro volta il tentativo di sfuggire ad un'egemonia di altro genere, quella della uniformità amministrativa dell'Unione Europea.
Per giungere a questo peculiare ordine europeo, che si sperava all'inizio sarebbe stato diverso dall'imperium angloameriKKKano, l'Unione Europea è stata comunque costretta a fare affidamento sul costrutto archetipico della "libertà" come giustificazione dell'impero che caratterizza proprio quest'ultimo e che è diventato il costrutto delle "quattro libertà" dell'Unione e da cui derivano le cogenti uniformità della UE in materia di uniformità in ogni campo, della regolamentazione di ogni aspetto della vita, della concertazione fiscale ed economica. Il progetto europea si è trovato a essere cosiderato come un qualcosa che spazza via modi di essere differenziati e antichi.
Il fatto stesso che a livelli diversi e in regioni culturali e geografiche diverse siano state fatte certe analisi indica che l'egemonia dell'Unione Europea si è già indebolita al punto che essa potrebbe non essere in grado di arginare appieno l'affermarsi di questa nuova ondata. Per l'esattezza, l'Unione Europea deve capire se può riuscire a far rallentare e ad imbrigliare in qualche modo l'ascesa di questo processo culturale di riacquisizione di sovranità che rischia di mandare in frantumi l'ostentata "solidarietà" europea e di fare a pezzi la sua struttura di frontiere perfettamente regolate e di mercato comune.
Fu il filosofo della politica Carl Schmitt a lanciare un perentorio ammonimento contro la prospettiva di quello che considerava un acceleratore del katechon negativo. Il concetto sarebbe appropriato per definire la situazione in cui l'Unione Europea si trova in questo momento. Il concetto di katechon nell'antichità indicava l'esistenza di una tendenza sottostante gli eventi storici, orientata in senso contrario. Un qualche proposito, una qualche azione positiva -ad esempio da parte dell'Unione Europea- può finire con l'accelerare proprio quei processi che intendeva rallentare o fermare. Secondo Schmitt, questo fornisce una spiegazione al paradosso per cui un'azione di contenimento come quella intrapresa dalla UE può in realtà trasformarsi nel suo opposto, in una non voluta accelerazione degli stessi processi cui l'Unione Europea intende opporsi. Schmitt parla di "effetto involontario", che porta ad effetti opposti rispetto a quelli voluti. Agli antichi, questo non faceva che ricordare che gli esseri umani spesso altro non sono che meri oggetti della storia, più che suoi soggetti attivi.
Esiste la possibilità che l'azione frenante imposta alla Grecia, alla Gran Bretagna, all'Ungheria e adesso anche allo stato che occupa la penisola italiana si riveli proprio un acceleratore del katechon di Schmitt. Dal punto di vista dell'economia lo stato che occupa la penisola italiana è rimasto per decenni a languire nel limbo. Il suo nuovo governo si sente obbligato ad alleviare in qualche misura le tensioni che si sono accumulate nel corso degli anni e a cercare di rivitalizzare la crescita. Solo che il rapporto fra indebitamento e PIL è alto, e l'Unione Europea insiste sul fatto che se ne devono accettare le conseguenze e si deve obbedire alle regole.
Il professor Michael Hudson (in un nuovo libro) illustra come il freno imposto alla UE all'indebitamento dello stato che occupa la penisola italiana costituisca esempio di una certa tendenza alla rigidità sul piano psicologico, che ignora il dato storico e che può proprio sfociare in un katechon, un risultato opposto a quello cercato. Intervistato da John Siman, Hudson afferma:
Nelle antiche società della Mesopotamia si dava per inteso che a salvaguardia della libertà c'era la protezione dei debitori. Per il funzionamento dell'economia delle società mesopotamiche, nel terzo e nel secondo millennio prima di Cristo, esisteva e prosperava un modello correttivo. Potremmo chiamarlo "colpo di spugna"... si trattava della remissione dei debiti dei piccoli coltivatori, una remissione necessaria e periodica. Necessaria perché i piccoli coltivatori, in qualsiasi contesto sociale in cui vigano interessi sui debiti, sono inevitabilmente a rischio di impoverimento, di espropriazione e infine di riduzione in schiavitù... ad opera dei propri creditori. [Necessaria anche perché] è dinamica costante nella storia la centralizzazione del potere nelle mani delle élite finanziarie, che controllano l'economia in modo predatorio e sfruttatorio. La loro apparente libertà [gli viene] a spese delle autorità preposte al governo e dell'economia nel suo complesso. Di conseguenza [si tratta] dell'opposto della vera libertà come veniva intesa all'epoca dei sumeri...
[Nei secoli successivi] divenne inevitabile che nella storia greca e romana un numero sempre maggiore di piccoli coltivatori si trovasse indebitato al di là di ogni possibilità di riscatto e finisse col perdere la terra. Altrettanto inevitabile fu l'ammasso di ingenti latifondi da parte dei loro creditori, che andarono a formare un'oligarchia parassita. Questa intrinseca tendenza alla polarizzazione sociale deriva dalla concezione dei debiti come non remittibili ed è la vera dannazione senza rimedio della civiltà occidentale dall'ottavo secolo prima di Cristo in poi. Lo stigma originale che non può essere coperto o cancellato.
Secondo Hudson il lungo declino dell'impero romano che portò alla sua caduta non comincia, come pensava Gibbon, con la morte di Marco Aurelio. Comincia quattro secoli prima, in seguito alla devastazione delle campagne della penisola italiana condotta da Annibale nel corso della seconda guerra punica (218-201 a. C.). Dopo quella guerra i piccoli coltivatori della penisola non riuscirono mai più a recuperare le loro terre, che -come osserva Plinio il Vecchio- vennero sistematicmente inglobate dai praedia, i grandi latifondi dell'oligarchia. [Oggi sono le piccole e medie imprese originarie della penisola italiana che vengono inglobate dalle società oligarchiche estese su tutto lo spazio economico europeo.]
Tuttavia, fra gli studiosi contemporanei -continua Hudson- "Arnold Tonybee è praticamente l'unico a sottolineare l'importanza che l'indebitamento ebbe nella concentrazione della ricchezza e della proprietà a Roma" (p. xviii) - e l'importanza dello stesso nella spiegazione del declino dell'impero romano...
"Le società mesopotamiche non erano interessate all'uguaglianza," dice all'intervistatore, "ma erano civili. E dal punto di vista finanziario erano tanto sofisticate da capire che siccome gli interessi sui debiti crescono in modo esponenziale mentre la crescita dell'economia segue nel migliore dei casi una curva ad S, se non esiste un'autorità centrale a proteggerli i debitori finiscono a lungo andare per trovarsi schiavi dei creditori. I monarchi mesopotamici quindi venivano incontro a cadenze regolari ai debitori che rischiavano di finire stritolati; erano consapevoli della necessità di farlo e per secoli e secoli promulgarono remissioni a colpo di spugna.
L'Unione Europea ha punito la Grecia per la sua prodigalità, ed è pronta a punire lo stato che occupa la penisola italiana nel caso esso infranga le regole fiscali dell'Unione. L'Unione Europea sta tentando un'iniziativa che Schmitt avrebbe definito "azione dirompente" per conservare la propria egemonia.
In questo caso tuttavia, l'Unione Europea vede davvero la pagliuzza nell'occhio altrui e ignora la trave che ha nel proprio. Lakshman Achuthan, dello Economic Cycle Research Institute, scrive:
Lo scorso anno il debito complessivo degli USA, dell'eurozona, del Giappone e della Cina è cresciuto oltre dieci volte più del PIL complessivo. Degno di nota è il fatto che l'economia mondiale, che sta rallentando di concerto nonostante l'impennarsi del debito, si trovi in una situazione che ricorda quella presentata dalla Regina Rossa in Alice attraverso lo specchio: "Vedi, in questo posto si deve correre quanto più si può per rimanere nello stesso posto. Se si vuole andare da qualche parte, si deve correre almeno il doppio più velocemente!" dice la Regina Rossa ad Alice.
Solo che questo correre più veloce, ovvero far impennare il debito ancora di più, alla fin fine non può arrivare a soluzione altro che andando in default o facendo gonfiare l'indebitamento oltre misura. Si considerino gli USA: il loro PIL è a +2.5%, il debito federale è pari al 105% del PIL, il Tesoro paga un miliardo e mezzo di dollari di interessi al giorno, e il debito cresce del 5-6% rispetto al PIL. Una situazione insostenibile.
Le richieste avanzate dalla Grecia e dallo stato che occupa la penisola italiana per un alleviamento del loro debito possono essere considerate delle suppliche, dopo la cattiva gestione economica del passato; Hudson però ci dice che le pretese dei sumeri e dei babilonesi non avevano basi del genere, ma erano radicate in una tradizione conservatrice radicata nei rituali del rinnovamento cosmologico e nelle loro periodicità. L'idea mesopotamica alla base della remissione del debito letteralmente non contemplava il concetto di quello che noi chiameremmo "progresso sociale". Anzi, i provvedimenti disposti dal monarca in occasione dei giubilei servivano a ripristinare le basi che sottendevano all'ordine sociale, il maat. "Le regole del gioco non cambiavano. Però a ciascuno era concessa una nuova mano di carte."
Hudson nota che "i greci e i romani sostituirono il concetto ciclico del tempo e del rinnovamento sociale con quello del tempo lineare [diretto verso una "fine dei tempi"]". Quindi "La polarizzazione economica divenne irreversibile, e non meramente temporanea", col venir meno dell'idea del rinnovamento. Hudson avrebbe anche potuto aggiungere che il tempo lineare e la perdita dell'obbligo all'oblio e al ripristino delle condizioni di partenza hanno avuto un ruolo di sostegno fondamentale per i progetti unversalistici europei fondati su un percorso lineare verso la trasformazione dell'umanità, ovvero nell'utopismo.
La contraddizione fondamentale è questa: una polarizzazione e un ineluttabile baratro economico stanno trasformando l'Europa in un continente minato da una contraddizione interna senza soluzione. Da una parte esso rampogna lo stato che occupa la penisola italiana per la sua situazione debitoria, dall'altra con la BCE ha spinto la repressione dei tassi di interesse fino a farli diventare negativi e ha monetizzato debito per un importo pari a un terzo del prodotto globale europeo. Come poteva l'Unione Europea non prevedere che banche e attività non si buttassero a lucrare sulle differenze di prezzo che esistono fra le emissioni statali? A che titolo pretendeva che le banche non gonfiassero i bilanci con debiti a fondo perduto fino a diventare "troppo grandi per fallire"?
L'esplosione del debito a livello mondiale è un grosso problema. Un problema che travalica di gran lunga il microcosmo dello stato che occupa la penisola italiana. Come l'impero romano nell'antichità, l'Unione Europea si è sclerotizzata nel proprio ordinamento ed è diventata un ostacolo al cambiamento; non ha alternative all'aggrapparsi a quell'azione frenante che finirà per produrre effetti completamente opposti a quelli desiderati: un katechon negativo involontario.

sabato 29 dicembre 2018

Alastair Crooke - Ecco l'effetto Khashoggi: Erdogan rovescia gli equilibri e i paesi del Golfo precipitano nella confusione



Traduzione da Strategic Culture, 26 novembre 2018.

Sembra che il quartetto impegnato a discolpare Mohammed bin Salman -composto dagli USA, dallo stato sionista, dagli Emirati Arabi Uniti... e dallo stesso Mohammed bin Salman, ovviamente- pensi di aver raggiunto alla grande il proprio scopo con Trump che ha sentenziato a discolpa: "Magari è stato lui, magari no". Probabilmente sono piuttosto soddisfatti di se stessi. Ora come ora Mohammed bin Salman rimane al suo posto e può imbarazzare tutti con la sua presenza al G20 mettendosi caparbio a cercare di stringere la mano agli altri leader davanti a una falange di fotografi, intanto che quelli cercano di scansare l'appestato arto. Ma seppure Mohammed bin Salman riesce a scampare alla crisi, dall'accaduto emerge più di ogni altra cosa quanto sia stato bravo a distruggere la Casa dei Saud intesa come impresa dedita alla leadership condivisa, e a minare alle radici le credenziali islamiche dell'Arabia Saudita. Il Presidente Trump e Jared Kushner, quasi inconsapevolmente, hanno cospirato perché questo fosse il risultato.
E che risultato. Come hanno detto a Istanbul a Pepe Escobar, "La macchina di Erdogan ha visto [nella vicenda Khashoggi] una di quelle occasioni che càpitano una volta nella vita per distruggere allo stesso tempo la traballante credibilità islamica della Casa dei Saud e per rafforzare il neoottomanesimo turco, ma tutto entro un contesto ikhwanita [ovvero nello stile dei Fratelli Musulmani]". Ora, si tratta di una sparata un po' grossa: magari il mondo arabo non è così ansioso di accogliere a braccia aperte il ritorno dell'impero ottomano o i Fratelli Musulmani. Ma con i paesi del Golfo così a terra in tedmini di legittimazione, Erdogan probabilmente è nel giusto se pensa di essersi messo a sfondare una porta aperta.
Ci sono interessi strategici che mettono il vento in poppa agli intenti di Erdogan. Erdogan ha dalla sua -come parte di ciò che la Turchia intende cercare di ottenere smettendola di rivelare poco per volta i dettagli della vicenda Khashoggi- la fine dell'assedio saudita al Qatar. Nel contesto della contrattazione è possibile che l'emiro del Qatar (così ci è stato detto) si rechi prossimamente in visita a Riyadh e che possa esserci una qualche distaccata -per non dire gelida- riconciliazione con Mohammed bin Salman. Il fatto è che il Qatar è fortemente debitore verso Erdogan per la fine dell'assedio... e per il precedente dislocamento di militari turchi nell'emirato, a tutela da qualsiasi aggressione saudita. Al pari della Turchia, anche l'emiro del Qatar è un generoso sostenitore dei Fratelli Musulmani.
La Turchia può contare anche su una stretta collaborazione strategica con l'Iran, divergenze sulla Siria nonostante. I due paesi condividono un forte interesse per la fine della presenza statunitense in Siria, e per la fine del progetto curdo nella regione patrocinato dallo stato sionista. Della partita fanno parte anche in questo caso i Fratelli Musulmani; il loro idillio con l'Arabia Saudita è finito, e certi settori del movimento -ancora in frantumi dopo la guerra contro di esso condotta dagli stati del Golfo- stanno tornando ai vecchi amori: Hezbollah e l'Iran; i Fratelli Musulmani non hanno mai rotto con la Turchia. Insomma, sembra che i Fratelli Musulmani siano destinati a diventare la bassa truppa nella battaglia in cui la Turchia intende strappare la corona della supremazia del mondo islamico all'Arabia Saudita.
Dietro questo convergere di interessi politici ci sono comunque anche il petrolio e il gas. A condurre i giochi in questo campo è la Russia, e la Turchia ne è il presunto centro. Senza troppo chiasso, Mosca sta consolidando un nuovo asse dell'energia: il Qatar ha già iniettato preziosa liquidità nella Rosneft, il gigante petrolifero russo, acquistandovi una voce rilevante e fornendole i mezzi per effettuare acquisizioni nel grande giacimento egiziano di Zohr. Il Qatar sta anche collaborando con l'Iran per lo sfruttamento del giacimento North Dome - South Pars, che i due paesi condividono nel Golfo Persico e che è il più grande del mondo. Recentemente il Qatar ha esteso in modo significativo i propri impianti per la produzione di gas naturale liquefatto. Anche l'Iraq ha appena ecconsentito a coordinare con la Russia le operazioni nel settore del petrolio e del gas.
Non è difficile capire cosa sta succedendo. Questa settimana la Russia ha completato la costruzione del TurkStream, il gasdotto sottomarino che la connette a quella Turchia che è al centro dei giochi in materia di fonti energetiche. Come nota Pepe Escobar, "il TurkStream si compone di due linee, ciascuna delle quali in grado di veicolare 15,75 miliardi di metri cubi di gas all'anno. La prima è destinata al mercato turco. La seconda passerà a 180 Km dalle frontiere occidentali della Turchia e raggiungerà l'Europa meridionale e sudorientale; le prime consegne sono previste per la fine del prossimo anno. I potenziali clienti sono la Grecia, lo stato che occupa la penisola italiana, la Bulgaria, la Serbia e l'Ungheria".
E la seconda fase? Ecco, presto il vecchio progetto di un oleodotto regionale che parte dal Golfo Persico e attraverso l'Iran e la Siria va verso l'Europa, magari passando dalla Turchia, potrebbe diventare di nuovo politicamente fattibile perché risponderebbe agli interessi di tutte le parti interessate ai nuovi equilibri politici regionali. Cosa significa questo? Significa che l'asse costituito da Qatar, Turchia, Iran e Russia può imporsi nel campo della produzione energetica in Medio Oriente, costringendo l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti a un ruolo da comprimari. E poi c'è l'Iraq. Oltre al suo accordo di cooperazione nel settore con i russi, l'Iraq si è appena impegnato con l'Iran in un accordo di libero scambio, nonostante le minacce dei funzionari statunitensi. Pare proprio che gli sforzi fatti per mantenere l'Iraq entro la sfera di influenza degli USA non abbiano portato a gran che.
L'opportunità più unica che rara che la Turchia ha per "sotterrare la credibilità in materia di Islam della Casa dei Saud e per ripristinare le antiche istanze di Istambul per la supremazia sul mondo islamico" hanno ovviamente messo in allarme i paesi del Golfo, che si sentono profondamente vulnerabili.
Mohammed bin Zayed sta facendo pressione, con gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e il Bahrain, perché in Siria venga ripristinata la "prerogativa araba" e per "unirsi" al Presidente Assad nel respingere le influenze non arabe -ovvero turche ed iraniane- nel Levante. Non c'è dubbio che almeno in parte l'iniziativa di bin Zayed è dovuta all'intento di prendere le distanze e di differenziarsi rispetto all'oggi vituperato Mohammed bin Salman.
Nel Levante sunnita tira una pessima aria per Mohammed bin Salman, ci riferiscono persone recatesi negli ultimi tempi sul posto; si sta mettendo in discussione anche il ruolo di Custode dei Luoghi Santi di Mecca e Medina perché la barbarie commessa contro Khashoggi ha costretto a prendere in considerazione questioni che riguardano la sicurezza personale, oltre che quelle legate allo sfruttamewnto economico dei pellegrini diretti alla Mecca. I musulmani osservanti in genere si chiedono se valga la pena affrontare il pellegrinaggio: esiste un movimento che si è fatto portavoce del boicottaggio. La questione dell'indignazione popolare non andrebbe sottovalutata; i Luoghi Santi, con Gerusalemme, sono una componente identitaria importante.
L'iniziativa di Mohammed bin Zayed intenzionata a "salvare" il Levante dagli influssi non arabi potrebbe avere l'effetto collaterale di riportare la Siria all'ordine del mondo arabo, ovvero di restituirle il seggio nella Lega Araba; anche solo per questo sarebbe ben accolta a Damasco. Nel suo senso più ampio inoltre l'idea attesta il riconoscimento politico da parte dei paesi del Golfo del dato di fatto strategico della regione. Un altro fatto che non può che aiutare ad ampliare la portata della riconciliazione sul piano interno, e ad ultimare l'emarginazione degli jihadisti in Siria.
A nostro parere, pretendere di più non sarebbe altro che un pio desiderio per Mohammed bin Zayed e per i suoi patrocinatori occidentali. In generale i siriani non sono più sensibili alle sirene del panarabismo come in passato. In fondo, i siriani sono stati traditi più di una volta dall'ideale panarabo e l'idea di "una più grande Siria" ha perso terreno; oggi si nota di più un nazionalismo arabo siriano intransigente. Dalla guerra emerge una Siria più dura, meno cedevole. Damasco può anche accogliere di buon grado i tentativi di riavvicinamento da parte dei paesi del Golfo, ma non tollererà lezioni di idealismo panarabo da parte di chi ha finanziato la guerra contro questo antico paese arabo o contro chi lo ha sostenuto nei momenti difficili.
A restare nei pasticci adesso non è la Russia, come prevedeva fiducioso Obama, non è la Siria, non sono i suoi alleati. Il vento è cambiato. Adesso sono i paesi del Golfo, timorosi per quello che potrebbe succedergli se la Casa dei Saud dovesse crollare, a doversela vedere con una credibilità e una legittimazione in pezzi. Ed è lo stato sionista a trovarsi anch'esso nei pasticci, sia pure per ragioni diverse. Lo stato sionista aveva deliberatamente iniziato un percorso per il quale si era aggressivamente adoperato; un percorso che lo metteva contro l'Iran, contro la Siria, contro l'Iraq, contro la Turchia (combattuta avvalendosi dei curdi) e contro Hezbollah. Probabilmente Netanyahu sperava di trarre vantaggi dalla mancanza di buonsenso mostrata da Trump in questo contesto e dalla manipolazione delle smodate ambizioni di Mohammed bin Salman. Lo stato sionista ha oltremodo inasprito la propria ostilità con centinaia di incursioni aeree sulla Siria fino ad impattare e a mettere in pericolo gli interessi militari russi, a furia di insistere sul proprio diritto di bombardare liberamente e regolarmente il territorio siriano.
Ebbene, il comando supremo russo è stanco delle incursioni aeree sioniste. I russi vogliono una Siria stabile. Netanyahu aveva scommesso sul fatto che Trump, Kushner e Mohammed bin Salman -una compagine esigua e che non rappresenta nessuno- avrebbero cambiato il volto del Medio Oriente e ha perso: ci ha rimesso la supremazia nei cieli del settore nord dello scenario mediorientale. Putin rifiuta adesso di incontrarlo. Bibi ha messo lo stato sionista all'angolo: deve decidere se rovesciare il tavolo e mettersi contro gran parte della regione -oltre che contro i propri sottomessi palestinesi- o se fare come stanno facendo a Damasco i leader dei paesi del Golfo: prendere atto di una realtà sgradita, e fare buon viso.
L'altra domanda è: perché Erdogan continua a centellinare dettagli sul caso Khashoffi anche quando Trump e lo establishment europeo vorrebbero cordialmente che la facesse finita? Perché non accetta quanto gli viene offerto e non chiude il becco? Perché anche Erdogan teme che la Turchia resti impelagata nei propri problemi tutti particolari. Khashoggi rappresenta la possibilità di uscire dall'impasse, ed Erdogan se ne sta servendo.
In effetti la Turchia ha usato toni retorici vivaci, ma al di sotto di essi ci sono le preoccupazioni concrete dei turchi: Erdogan sa che la Turchia è apertamente sotto pressione alle proprie frontiere marittime e terrestri e che ha sofferto sul piano interno per la crisi della lira e per le sanzioni finanziarie venute adesso meno grazie alle oculate rivelazioni sull'affare Khashoggi. Erdogan sa bene che una volta che lo stato sionista avrà completato il gasdotto EastMed diretto a Cipro e verso l'Europa la Cipro Nord controllata dai turchi dovrà probabilmente fare a meno delle entrate che le derivano dal gasdotto. Sa anche che le prospezioni condotte dalle compagnie petrolifere occidentali che fanno gli interessi degli USA e della UE si stanno spingendo in zone di dubbia sovranità, rivendicate dalla Turchia e dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord.
Poi ci sono i curdi, sostenuti dallo stato sionista e dai paesi europei, che stanno cercando alacremente di liberare una fascia di territorio lungo la frontiera meridionale del paese. E ad est, in Armenia, c'è il nuovo governo filooccidentale, da rivoluzione colorata, di Nikol Pashinyan. La Turchia è sotto pressione da ogni lato. Queste tensioni esasperate e il logorio finanziario che le ha precedute, secondo la valutazione turca, denunciano una politica di contenimento capeggiata dagli USA e anche la possibilità di un ulteriore colpo di stato contro la Turchia.
Non c'è da meravigliarsi che a Istanbul regni l'eccitazione. Erdogan sta usando in modo competente e strategicamente vantaggioso le rivelazioni sul caso Khashoggi che vengono porte ai mass media. Erdogan se ne serve per coprirsi dal minaccioso piano, nato nel Golfo, per cacciare i rivali turchi in un accerchiamento ostile; al tempo stesso può assistere alle contorsioni di chi agevolò il tentativo di colpo di stato contro la sua persona -la stampa turca ha identificato in questo ruolo proprio Mohammed bin Zayed e Mohammed bin Salman- alle prese con una perdita di credibilità che sta invertendo gli equilibri fra le forze in campo.

domenica 23 dicembre 2018

Alastair Crooke - L'Iran, albatro legato al collo degli USA



Traduzione da Strategic Culture, 19 novembre 2018.


"Né il signor Trump, né alcun altro esponente della sua amministrazione, hanno reso pubblica alcuna conclusione su come sia morto il signor Khashoggi o su chi abbia la responsabilità di averne ordinato l'uccisione", scrive seccamente un editoriale dello Washington Post. "Anzi, hanno fatto finta di star aspettando gli esiti di un'indagine saudita... il problema ovvio, in questo caso, è che si dà per scontato che lo stesso Mohammed bin salman non si trovi dietro il caso Khashoggi, nonostante esistano abbondanti prove a carico del principe ereditario. Non esiste alcuna indagine saudita, e l'amministrazione statunitense questo lo sa di sicuro; esiste solo un'operazione di depistaggio maldestramente camuffata da inchiesta."
Un aspetto della questione è quello che riguarda la politica interna statunitense. La Casa Bianca viene sempre più considerata -come implica lo scritto dello Washington Post- coinvolta in un tacito avallo del depistaggio. Questo significa che la Casa Bianca viene considerata talmente dedita a mantenere Mohammed bin Salman al suo posto di cardine per la strategia in Medio Oriente di Trump, che essa e il signor Bolton vedranno solo quello che vogliono vedere -e sentiranno solo quello che vorranno sentire- di qualsiasi prova il governo turco esibirà e che abbia l'aria di riguardare Mohammed bin Salman.
Il Presidente Trump si mantiene pronto all'azione. Ha detto: "Nel corso della prossima settimana avrò un'opinione molto più definita sulla vicenda... Mi sto facendo un'idea molto chiara." Ma potrebbe essere saggio muoversi con prudenza: l'importante quotidiano turco Yeni Safak, che è vicino al governo e che giorno per giorno ha riportato indiscrezioni sull'inchiesta, ha riferito che Maher Mutrib, funzionario dei servizi sauditi che ha guidato ad Ankara una squadraccia composta da quindici persone, dopo l'uccisione di Khashoggi ha parlato direttamente in quattro occasioni col capo dell'ufficio privato del principe ereditario Badr al Asaker. Se è stato Mutrib a rivolgersi al capo di gabinetto di Mohammed bin Salman con l'espressione "Di' al tuo capo", le implicazioni che ne derivano sono chiare. Non esistono conferme ufficiali ma è possibile -e probabile- che i servizi turchi dispongano di altri dettagli, prezioso materiale da svelare poco per volta per gettare discredito sulla linea politica saudita ogni volta che il regno cercherà di mettere la parola fine alla questione. Sembra proprio che Erdogan voglia la pelle di Mohammed bin Salman.
In ogni caso, la natura e i rapporti fra costi e benefici della relazione fra sauditi e statunitensi rappresenta chiaramente una questione destinata a diventare importante a Washington. Adam Schiff, presidente del comitato dei servizi alla Camera, la ha già identificata -insieme al "chi, cosa, dove"- come primo argomento per un'interrogazione a cura del Partito Democratico in occasione della prima sessione con i nuovi eletti.
La questione comunque più importante -e questo Trump può non essere ancora pronto ad ammetterlo- è il fatto che la sua strategia per il Medio Oriente si trova in grossi guai, anche se Mohammed bin Salman riesce a sopravvivere nel suo ruolo di erede designato, cosa che sembra probabile dato il forte attaccamento di Trump nei suoi confronti. A rendere complicate le cose non è solo l'orripilante uccisione di Khashoggi; si tratta di ben di più. Il caso Khashoggi ha aperto un vaso di Pandora pieno di brutti sviluppi. Dagli ambienti del Golfo sta venendo fuori che l'assassinio di Khashoggi non è né un fatto isolato, né un caso straordinario nel Golfo di oggi. Buzzfeed News ha rivelato che i vertici degli Emirati Arabi Uniti hanno organizzato e diretto una unità composta da mercenari stranieri al preciso compito di uccidere metodicamente i capi dei Fratelli Musulmani nello Yemen (al Islah) intanto che l'Arabia Saudita agevolava in silenzio le forze di al Qaeda nello stesso paese nella lotta agli insorti Houthi. Più recentemente il New York Times ha svelato il tentativo di un ufficiale superiore saudita di stringere un contratto da due miliardi di dollari con organizzazioni statunitensi, sempre per eliminazioni metodiche di personalità iraniane. Per dirla senza tanti giri di parole, a leggere roba del genere sembra di essere tornati ai tempi di Saddam Hussein: principi che "spariscono" dalla Svizzera o da Parigi, primi ministri sequestrati, dissidenti e principi anziani incarcerati a capriccio.
Ovvio che i cosiddetti realisti reagiranno con un "e allora?". E risposte del genere arrivano dai "funzionari occidentali" in contesti come le conferenze stampa col Financial Times, da cui grondano sospiri svogliati pieni di "non ci sono alternative". "Funzionari occidentali dubitano che il trentatreenne principe corra il rischio di essere rimosso, tanto esteso è il suo potere; sotto il suo controllo ci sono le forze armate e i servizi di sicurezza... Non esiste alcun candidato preciso per sostituirlo, e il principe Mohammed si è accattivato il sostegno dei giovani e della élite liberale grazie alle riforme sociali varate nel corso della propria veloce quanto effimera ascesa," sentenziano. Davvero non ne esiste nessuno? Non esiste nessun altro in grado di ricoprire nessuno di questi ruoli?
Bene, allora la strategia complessiva di Trump ha un problema. Un problema che ha tre aspetti. Il primo è quello psicologico. Mohammed bin Salman o l'Arabia Saudita oggi come oggi incarnano qualcosa di autorevole e di cogente sotto il punto di vista della leadership o della visione politica? Il regno saudita ha oggi il carisma necessario a unire il mondo sunnita sotto il proprio stendardo e a guidare le ostilità di Trump contro l'Iran? La maggior parte dei popoli della regione è rimasta disgustata dalla guerra nello Yemen, già prima che Khashoggi venisse ucciso.
In secondo luogo, può essere che non tutti i resoconti abbiano evidenziato i rischi che il signor Trump corre sul piano politico a sovvenzionare con tanta generosità quella autentica idiozia che è una piattaforma costituita da un solo uomo? Cos'altro sta in agguato, ignorato ed invisibile, appena sotto la superficie? A proposito, anche il Primo Ministro Netanyahu ha fondato la propria piattaforma su pilastri altrettanto precariamente sottili.
Infine, in considerazione di tutto quello che sta venendo fuori, c'è quella che oggi costituisce l'idea sostanziale veicolata dai paesi del Golfo: di cosa si fanno portabandiera oggi i paesi del Golfo, dopo il tramonto delle benevole elargizioni monarchiche e paternalistiche nei confronti di soggetti più o meno capaci di gratitudine? Forse dell'idea di un'autocrazia semilaica, di uno stato securitario onnipresente, e di un neoliberismo scatenato? Chiaramente, tutto questo si potrebbe rivelare un valido argomento nei confronti dello stato sionista, ma nel contesto della riacquisizione di sovranità sul piano energetico, nazionale e culturale che sta avendo luogo nel quadrante settentrionale della regione questa plumbea prospettiva non ha alcun corso. Inoltre, far propria la struttura di uno stato securitario, in sé e di per sé, non è cosa da paese che ha fiducia in se stesso ma fa pensare all'esistenza di un dissenso interno in crescita e a pressioni che mettono in pericolo l'esistenza stessa dello stato, che è necessario arginare e reprimere.
Effetto collaterale della morte di Khashoggi è stato proprio questo inatteso gettare luce su quest'ultimo punto, la crescita della repressione sul piano interno. Si tratta di rivelazioni che fanno pensare che l'asse di un futuro conflitto in Medio Oriente non sarà quello che Trump e Netanyahu avevano sperato. Al centro non ci sarà l'Iran, ma un'ulteriore serie di confronti con i Fratelli Musulmani e con i loro protettori, la Turchia e il Qatar. Alcuni paesi del Golfo temono di più la dissidenza di orientamento islamico dei Fratelli Musulmani sul fronte interno dei propri emirati di quanto temano l'Iran, che non ha una storia di espansionismo statale al di fuori dei propri confini. Sono questi timori a guidare -e a rappresentare- il nuovo riallineamento della regione.
Gli stessi paesi del Golfo, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, temono che la Turchia, antica potenza politica ottomana ed imperiale nonché sede della 'umma islamica, potrebbe riuscire ad usurpare le credenziali saudite in materia di Islam; una deminutio capitis che ridurrebbe l'Arabia Saudita a nulla più che un mero custode della Mecca e di Medina. La stampa turca è piena di rivendicazioni di questo tipo. Tutto questo toglierebbe ai paesi del Golfo molto del loro significato e del loro valore agli occhi di Washington.
Intanto che i paesi del Golfo si volgevano ad un assetto semilaico per compiacere l'Occidente, la Turchia si impossessava senza tanto chiasso di quanto rimaneva della screditate credenziali islamiche del Golfo, sottoforma di un islamismo dai toni morbidi, nello stile dei Fratelli Musulmani, e di un assai esplicito revanscismo neoottomano, alimentato dalla convinzione che la Turchia sia la vittima di un complotto di cui fanno parte Mohamed bin Zayed, gli USA e lo stato sionista.
Un prossimo conflitto dunque è più probabile si svolga fra un Golfo intimorito e una Turchia sempre più assertiva e decisa a puntare alla guida del mondo islamico. L'Iran? L'Iran può assistere agli eventi con ottimismo: i sauditi sono sotto pressione affinché mettano termine alla loro guerra contro lo Yemen e all'assedio del Qatar. Inoltre, la nuova dinamica della regione non farà che spingere verso l'Iran sia la Turchia che il Qatar.
Niente di tutto questo può essere considerato come promettente per il signor Trump. La Turchia rincarerà la dose abbracciando la causa palestinese, sostenuta dall'Iran e dal Qatar. Mohammed bin Salman non avrà né la credibilità né la levatura necessarie a guidare una qualsiasi nuova "guerra" contro l'Iran dopo il disastro dello Yemen. Né potrà costringere i palestinesi alla capitolazione a fronte dell'"accordo del secolo". Anche suo padre, praticamente interdetto, e la Casa dei Saud, sono consapevoli del fatto che la strategia di Netanyahu è quella di seppellire anche l'idea di uno stato palestinese; in ogni caso la strategia di Bibi verrà probabilmente superata da questioni di politica interna, dal momento che lo stato sionista è alle prese con le conseguenze delle dimissioni di Lieberman.
Tutto questo genera un interrogativo: perché l'amministrazione Trump continua a considerare un'Arabia Saudita guidata da Mohammed bin Salman come una fonte di stabilità strategica? Non è che, semplicemente, le vecchie abitudini sono dure a morire? La linea politica di Trump non contempla solo l'uscita dall'accordo sul nucleare iraniano ma si spinge ben oltre, fino a cercare di rovesciare la Repubblica Islamica per mezzo di sanzioni che alla fine, pensiamo noi, si riveleranno un albatro che lo stesso Trump si è avventatamente appeso al collo senza che ce ne fosse alcun bisogno. Non funzioneranno, e la credibilità dell'AmeriKKKa in Medio Oriente sarà perduta appena questo fallimento diverrà evidente.

martedì 18 dicembre 2018

Alastair Crooke - Dopo le elezioni di metà mandato Trump continuerà a mettere a rischio il commercio mondiale e la sfera economica del dollaro?



Traduzione da Strategic Culture, 12 novembre 2018.

Le elezioni di metà mandato ci sono state. Non c'è stata nessuna "ondata blu" e il risultato è stato tale che entrambi i principali partiti possono affermare di averle vinte. In concreto nessuno si è imposto in maniera decisiva, e Trump se l'è cavata meglio di quanti pensavano. Piuttosto vi sarà una polarizzazione ancora maggiore a livello popolare, e un'opposizione al Congresso ancora più intransigente. Il che significa maggiori difficoltà per portare avanti il paese, e l'aria di crisi e il clima di assedio attorno alla Casa Bianca si faranno ancora più grevi. La promessa di ulteriori tagli alle tasse adesso sembra una chimera, e lo stesso vale per qualsiasi ulteriore grande aumento alla spesa militare (addio allo sperpero per un altro missile a medio raggio?). Controllare il finanziamento del deficit fiscale statunitense non diventa più facile, e diventa più probabile che l'aumento nei tassi di interesse farà calare la disponibilità di spesa federale con la crescita inesorabile degli interessi di un debito che è arrivato al 106% del PIL statunitense o, se il fenomeno verrà ignorato, porrà le condizioni per una grave crisi nei finanziamenti.
Secondo una vecchia prassi, quando un leader trova ostacoli nella realizzazione del programma di politica interna si imbarca in qualche intrapresa al di là della frontiera, di quelle che a prima vista possono apparire più semplici che non il battagliare con le fragilità della propria legislatura, e che invece spesso si rivelano dolorosamente diverse dal previsto. Dopo le elezioni Trump imporrà qualche cambiamento alla propria linea in politica estera?
Si sa che dapprincipio la politica "alla Times Square" del Pentagono lo ha fatto sentire frustrato; con questa espressione si indica la risposta che il generale Mattis avrebbe rivolto a Trump quando questi, nel corso di un incontro per fare il punto della situazione, gli aveva chiesto perché dopo sedici anni di fallimenti gli USA mantenessero ancora tanti soldati in Afghanistan, perché ce n'erano ancora tanti in Corea e perché gli USA erano ancora presenti in Siria. "Ragazzi, voi volete che mandi soldati dappertutto," avrebbe detto Trump; "ma con quale giustificativo?" Mattis gli avrebbe detto semplicemente che la presenza statunitense in quei contesti era necessaria "per impedire che scoppi una bomba in Times Square... Purtroppo, signore, lei non ha scelta," ha soggiunto Mattis: "la sua sarà una presidenza di guerra".
Trump si è già mosso per sistemare una cosa che lo frustrava da molto tempo: ha chiesto a Jeff Sessions di dimettersi. Sembra che intenda mettere fine alla tiritera del cosiddetto Russiagate. Trump ha ulteriormente inasprito durante la campagna elettorale la propria retorica contro le malefatte economiche cinesi, e Xi ha risposto denunciando la protervia statunitense; ci troveremo ad assistere a qualche mutamento di rotta anche nei confronti della Russia e del Medio Oriente? Le dimissionoi di Session all'indomani delle elezioni di metà mandato segnano il ritorno di una qualche agibilità politica per la distensione con la Russia?
Da Mosca, Dimitri Trenin scrive:
Per questo fine settimana è possibile che a parigi si tenga un breve vertice ai massimi livelli [fra Putin e Trump] e che faccia seguito un più ampio scambio tra qualche giorno a Buenos Aires. In molti in Russia si chiedono perché mai incontrarsi dal momento che tutti i precedenti vertici -quello di Amburgo del 2017 e quello a Helsinki dello scorso luglio- sembra abbiano fatto più male che bene alle relazioni fra Russia e Stati Uniti. C'è chi consiglia al Cremlino di tenersi alla larga dalla Casa Bianca finché c'è Trump, e a non farsi trascinare nella litigiosa e spietata politica interna ameriKKKana. La teoria operazionale che sottende il consiglio sembra essere questa: lasciamo che la guerra civile fredda in AmeriKKKa si sfoghi, e poi riprendiamo i contatti con chi vince le elezioni del 2020. Putin tuttavia appare determinato a continuare gli incontri faccia a faccia con Trump. Perché insistere in un comportamento apparentemente privo di logica?
Le considerazioni di Trenin sono fondate. I russi sono comprensibilmente irritati e frustrati per quella che percepiscono come una litania quasi quotidiana di strampalate asserzioni di ogni genere sulla loro vocazione al Male. La pazienza è finita; perché mai darsi anche solo la pena di replicare. Più concretamente, il pubblico russo sa che Trump sulle sanzioni ha le mani legate. Le sanzioni sono materia quasi esclusivamente per un parlamento ora a maggioranza democratica; inoltre, almeno fino a oggi, Trump è stato incastrato dall'assioma di "Times Square" del Pentagono, e da una fronda di consiglieri neoconservatori ossessionati da una storica avversione a qualsiasi cosa sia russa.
Interessante è la risposta di Trenin a questo paradosso:
L'investimento che il leader russo fa sul presidente degli USA non è gran che dovuto al Congresso o alla politica statunitense nei confronti della Russia, e neppure all'insuccesso o meno del Partito Repubblicano alle elezioni di metà mandato. Per Putin, Trump rappresenta un punto e a capo per la politica estera degli USA. Quello che Putin considera positivo per la Russia è l'elemento di rottura che Trump sta introducendo nel sistema mondiale che gli USA hanno sostenuto dopo la fine della Guerra Fredda.
In altre parole, quello che Putin apprezza è il fatto che Trump è dedito per sua natura allo smantellamento di tutta la panoplia dell'impero ameriKKKano, e con esso, soprattutto, del concetto di egemonia svincolata dalla cultura, cosmopolita e utopistica.
Questo concetto è antitetico alla risovranizzazione e alla via euroasiatica russe e rappresenta dunque un ostacolo fondamentale per l'instaurazione del mondo multipolare caldeggiato da Russia e Cina. Trenin aggiunge: "Trump, per tutte le idiosincrasie e per i suoi comportamenti incoerenti, è [dunque] il leader ameriKKKano più scopertamente favorevole alla Russia in cui Putin possa imbattersi". Più importante ancora di questa ultima considerazione di Trenin  è il modo peculiare con cui Trump intende rendere nuovamente grande l'AmeriKKKa, che passa essenzialmente da una trattativa individuale fondata sul gioco delle parti: Trump non è più il depositario di un'ideologia globale come ai tempi della Guerra Fredda, e il cosiddetto "interesse nazionale" è sempre soggetto a mutamenti.
Fin qui è tutto chiaro. Ovviamente, la leadership russa non può aver mancato di notare che le bordate a mezzo Twitter di Trump stanno rendendole accessibile l'Europa in un modo mai visto prima, anche se ancora tutto da definire. Insomma, eccoli qui: Trump e Putin sono gente da trattativa. Ma questo non significa che esista qualcosa, che esista alcunché di trattabile su cui possano trattare.
La politica estera di Trump non corrisponde affatto agli interessi dei russi: Trump vuole ristabilire una supremazia statunitense unilaterale, vuole rimettere al suo posto la Cina (che è alleata della Russia), la sua squadra di governo vuole scompaginare i piani per le vie commerciali cui stanno pensando russi e cinesi e mettere loro contro un qualche rivale, vuole intromettersi nelle questioni interne della Corea del Nord, compiervi ispezioni e spedire tutte le sue attrezzature nucleari negli USA a mezzo DHL; Trump vuole rovesciare lo stato iraniano, che è alleato della Russia; i suoi consiglieri vogliono destabilizzare la stessa Siria che la Russia cerca di stabilizzare; la sua squadra vuole cacciare Assad e vuole che i curdi diventino un "progetto" occidentale da usare per indebolire la Turchia e la Siria; Trump vuole servirsi della consolidata influenza dell'Arabia Saudita sugli altri paesi del Golfo e sul mondo sunnita per condurre le ostilità contro l'Iran e per costringere i palestinesi a rassegnarsi ad essere dei cittadini di seconda classe in un dispotico "stato-nazione ebraico". Quali spazi di trattativa offre, un elenco del genere?
Nessuno. Torniamo dunque alla prima questione di Trenin: perché mai impegnarvisi? Il Presidente Putin conosce di sicuro la posta in gioco. Sa anche che l'AmeriKKKa, a furia di sanzionare tutti quanti e di servirsi del dollaro come di un randello e delle sanzioni come di una bomba H sta rischiando scopertamente di far collassare i traffici commerciali mondiali.
Altrettanto scopertamente rischiosa è la possibilità che tutto il mondo rinunci alla considerevole sfera del dollaro, la cui esistenza è servita a finanziare per tutti gli ultimi settant'anni i deficit di bilancio statunitensi. Tutte cose messe a rischio nel tentativo di restituire all'AmeriKKKa il suo ruolo di giocatore unico, quello che ha tutti gli assi in mano.
Si scommette sul fatto che si possa far paura agli altri ricorrendo a un linguaggio da mafiosi. Paura che dovrebbe condurre al rientro in patria dei dollari che si trovano all'estero, al loro ritorno a Wall Street, col conseguente indebolimento o col crollo dei mercati emergenti in primo luogo, e poi con l'estensione del contagio all'Europa come conseguenza del venir meno della liquidità in dollari, dalla periferia fino al centro. A quel punto l'AmeriKKKa, che detta legge alle valute mondiali e può erogare (o non erogare) liquidità in dollari, avrà in mano tutte le carte vincenti per negoziare una riformulazione dei traffici mondiali in senso ad essa favorevole.
Esiste un'antica storia cinese che risale al terzo secolo avanti Cristo. Un ragazzo viene mandato dal suo maestro a catturare una lepre per pranzo. Il ragazzo si dirige in un bosco e appena vi arriva vede una grossa lepre che corre a tutta velocità fra gli alberi. Stupito, il ragazzo vede la lepre che sbatte diritta contro un albero rimanendo tramortita. Non deve fare altro che raccoglierla e portarla tutto contento a casa, direttamente in cucina.
La morale della storia è questa: diventato uomo, il ragazzo passò cinquant'anni accanto allo stesso albero, in attesa che altre lepri ci sbattessero contro. Ovviamente non successe mai; non ci si deve dunque aspettare che la storia si ripeta. Il caso degli USA per certi versi è simile. Dopo la seconda guerra mondiale il resto del mondo è andato a capofitto contro un albero ed economicamente è rimasto tramortito nell'irrilevanza. Gli USA non hanno dovuto fare altro che tirar su il proprio pranzo, che giaceva stecchito al suolo. A settant'anni di distanza un Presidente degli USA sta accanto allo stesso albero, spera che il mondo ci vada contro un'altra volta e resti tramortito battendo la testa contro le sanzioni e contro il venir meno della liquidità in dollari, rimanendo lì a farsi tirar su dagli USA e a farsi portare a casa per pranzo.
Questa allegoria non va intesa alla lettera. Ma la sostanza è questa; Xi e Putin l'hanno afferrata. E se il "mondo" riesce ad evitare l'albero di Trump, è probabile che sarà la situazione fiscale degli USA a prendere fuoco.

Ora, dopo la morte di Khashoggi, è in corso d'opera anche un nuovo progetto per la sistemazione del Medio Oriente. A quanto si dice gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono sul punto di normalizzare i rapporti con la Siria del Presidente Assad, con la riapertura delle missioni diplomatiche a Damasco. Una buona notizia per la Siria, certamente. Su questo nessun dubbio. Ma la vicenda ha un suo rovescio. A quanto sembra l'idea è quella di formare una specie di fronte contro i Fratelli Musulmani in cui troverebbero posto una Siria laica, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. In teoria il fronte sarebbe diretto contro i Fratelli Musulmani, ma in pratica il suo obiettivo è la Turchia, con il suo alleato Qatar. Da tempo i turchi hanno denunciato il complotto che si preparava e si sono messi a cercare di sventarlo. E la Turchia non permetterà né ai sauditi né agli USA di servirsi dei curdi dell'est della Siria come di un cuneo puntato contro il suo ventre molle. Sembra che Erdogan sia in un momento fortunato: sta cercando di strappare la leadership del mondo sunnita ai sauditi e l'assassinio di Khashoggi gli ha fornito proprio il destro che gli serviva.
A giustificare questa nuova alleanza, nel caso essa entri davvero in essere, è il solito bromuro buono per tutti i casi: arginare l'Iran e indebolirlo. Ovviamente ci sono delle gravi pecche: perché mai un simile fronte con la Siria dovrebbe d'un tratto indebolire l'Iran? La siria ha a tutt'oggi, e le ha fin dal 1979, relazioni molto strette con l'Iran. Dagli anni venti del XX secolo la Siria in quattro occasioni ha combattuto duramente contro i Fratelli Musulmani, eppure Siria e Iran fanno causa comune con i palestinesi, gran parte dei quali simpatizza proprio con i Fratelli Musulmani. La Siria non si metterà contro l'Iran; gli stati del Golfo hanno già cercato senza successo di corrompere il Presidente Assad perché rescindesse i legami con l'Iran. La Siria non volterà neppure le spalle ai palestinesi, e anche se le relazioni fra la Siria e il Presidente Erdogan sono tese e stanno prendendo la forma di unb confronto diretto, il Presidente Assad sa certamente che i giocatori di maggiore rilievo e gli alleati stretti come la Russia e la Cina hanno parte vitale in qualsiasi "grande gioco" della Turchia, cosa cui la Siria deve fare molta attenzione.
Mosca può accogliere di buon grado i vantaggi tattici che un fronte come questo le permetterebbe di conseguire e al tempo stesso riconoscere il fatto che è improbabile che l'idea abbia successo. La nuova iniziativa nata nel Golfo ha però un significato più profondo, che è necessario cogliere. Per riassumere in due parole una questione molto complicata, si può dire che nella supremazia saudita, storicamente, l'elemento politico è sempre stato marginale. L'Arabia Saudita deve la propria influenza più al controllo che ha dei luoghi santi, e al suo asserito diritto di interpretare il Corano secondo la propria ottica.
Gli stati del Golfo hanno agevolato gli jihadisti wahabiti nel loro tentativo di sovvertire gli stati iracheno e siriano coi più barbari sistemi. Questo li ha costretti a prendere poi le distanze dal bagno di sangue perpetrato dallo Stato Islamico. Mohammed bin Salman tuttavia si è trattenuto dal condannare esplicitamente lo wahabismo dello Stato Islamico e non ha collegato quanto stava accadendo in Siria e a Mossul ai principi dello wahabismo su cui è stato fondato lo stesso stato saudita. Simili critiche sarebbero state assolutamente inaccettabili per lo establishment religioso saudita.
I paesi del Golfo si sono risolti dunque a non esprimere condanne esplicite e ad esortare le parti a mostrare una non meglio definita "moderazione". Con questa storia della "moderazione" l'Arabia Saudita è diventata sotto certi aspetti abbastanza laica, sia pure senza assimilare principi politici laici e senza ricavarne alcun nuovo modello per il regno. Anziché adottare una completa laicizzazione i giovani principi hanno fatto proprio un neoliberismo da scuola aziendale occidentale, cui hanno aggiunto una estrema centralizzazione del potere rafforzata da un apparato repressivo ubiquo e intollerante. Un modello totalitario in stile Singapore. Nel Bahrein per esempio è oggi lecito fraternizzare con cittadini dello stato sionista, ma parlare bene del Qatar costa dieci anni di carcere.
Alcuni paesi del Golfo sono consapevoli dei rischi che comporta questa virata repressiva. Se non altro, l'uccisione di Khashoggi ha per lo meno gettato una luce negativa sulla repressione politica nei paesi del Golfo. I principi non hanno altro modello e la loro "moderazione" non ha portato idee nuove sulla pratica di governo. Di qui la proposta del nuovo fronte su descritto. L'ostilità verso i Fratelli Musulmani è popolare a Washington perché nel contesto del Golfo costituisce un utile diversivo rispetto alla guerra di Trump contro l'Iran, che non c'è modo di vincere. Un fronte che si oppone ai Fratelli Musulmani rappresenta tanto una giustificazione per l'apparato repressivo in patria quanto una piattaforma per dirigere i paesi occidentali contro la Turchia, che protegge, insieme col Qatar, i Fratelli Musulmani.
Il significato più profondo che è necessario cogliere è dunque rappresentato dalle ansie e dalle paure dei paesi del Golfo. I Fratelli Musulmani sono stati indeboliti e frammentati dalla campagna di logoramento lanciata contro di loro e sono stati messi in larga misura in condizioni di non poter reagire; eppure i paesi del Golfo vogliono una nuova offensiva. Chiaramente i fantasmi della Primavera Araba del 2011, che scosse l'autocrazia tribale, turbano ancora i sonni dei re e degli emiri. Hanno paura.
In ultimo, il Presidente Putin potrebbe anche chiedersi se le elezioni di metà mandato porteranno a qualche cambiamento della linea fin qui seguita in politica estera. Sicuramente non ce ne saranno per quanto riguarda la Cina, ma con i neoconservatori così infiltrati in tanti livelli dell'amministrazione Trump l'unico interrogativo non può essere altro che "cosa vorrà dai russi il signor Bolton, ora?".
A Mosca forse si ragiona tenendo presente l'idea che gli USA possono uscire da questa fase scoprendo di non ritrovarsi a essere la potenza egemone che avevano sperato e di essersi invece bruciati le dita scommettendo sulla supremazia del dollaro, con le ambiziose speranze mediorientali di Trump sparite nel nulla, come già successo fino ad oggi in tanti casi. Perché mai il signor Putin non dovrebbe mantenere con pazienza aperto qualche canale con il signor Trump, per quanto la cosa possa risultare impopolare in Russia dal momento che non c'è altro da aspettarsi se non altre sanzioni statunitensi e altre calunnie. Il signor Putin potrebbe aspettare la Quarta Svolta[*], e il relativo sovvertimento politico.


[*] La "fase apocalittica" nelle teorizzazioni politiche di Steve Bannon, N.d.T.


lunedì 10 dicembre 2018

Alastair Crooke - I piani di Netanyahu per il Medio Oriente stanno andando in malora



Traduzione da Strategic Culture, 5 novembre 2018.

Nahum Barnea è nello stato sionista un editorialista autorevole. Sullo Yedioth Ahronoth dello scorso maggio (nell'edizione in lingua ebraica) ha messo nero su bianco i termini che sottendono la linea politica di Trump per il Medio Oriente: dopo l'uscita degli USA dall'accordo sul nucleare iraniano avvenuta l'8 maggio, secondo Barnea Trump avrebbe minacciato una grandinata di fuoco e fiamme contro Tehran... e ci si aspettava che Putin avrebbe trattenuto l'Iran dall'attaccare lo stato sionista muovendo dal territorio siriano, lasciando così Netanyahu libero di stabilire nuove regole del gioco che mettessero lo stato sionista in condizioni di colpire e distruggere i militari iraniani in qualsiasi punto della Siria -e non solo nelle zone di confine, come gli era consentito in precedenza- secondo volontà e senza timore di reazioni.
Questo era il primo livello della strategia di Netanyahu: l'arginamento dell Iran e la mancanza di reazioni da parte dei russi a fronte di operazioni aeree coordinate dello stato sionista nei cieli siriani. "Solo una cosa non è chiara [su questo accordo]", ha detto a Ben Caspit un alto funzionario della difesa sionista vicinissimo a Netanyahu: "chi è che lavora per chi? Netanyahu è a servizio di Trump, o è il Presidente Trump a essere a servizio di Netanyahu? A un osservatore esterno... sembra che i due agiscano in perfetta sincronia. Dall'interno la sensazione è ancora più forte, è quella di una collaborazione... che a volte fa sembrare che i due facciano davvero parte di un unico, grande ufficio".
Fin dall'inizio c'è stato anche un secondo livello. La "piramide rovesciata" delle operazioni di ridefinizione del Medio Oriente ha avuto come punto di partenza Mohammed bin Salman. Secondo lo Washington Post è stato Jared Kushner a "fare di Mohammed bin Salman il campione riformista in grado di portare quella ultraconservatrice monarchia zuppa di petrolio nella modernità. Kushner ha sostenuto in privato per mesi, l'anno scorso, che Mohammed bin Salman sarebbe stato l'elemento essenziale per dare forma a un piano per la pace in Medio Oriente e che con la benedizione del principe la gran parte del mondo arabo vi si sarebbe adeguato". Continua poi il Post scrivendo che è stato Kushner "a insistere perché il suocero facesse il primo viaggio all'estero una volta in carica a Riyadh, a dispetto delle obiezioni dell'allora Segretario di Stato Rex Tillerson e degli ammonimenti del Segretario alla Difesa Jim Mattis".
Ecco, adesso Mohammed bin Salman risulta implicato nell'assassinio di Khashoggi, in un modo o nell'altro. Bruce Riedel del Brookings, esperto conoscitore della realtà saudita ed ex funzionario superiore della CIA e della Difesa statunitense scrive che "per la prima volta da cinquant'anni a questa parte il regno agisce a favore dell'instabilità" (anziché per la stabilità del Medio Oriente) e suggerisce che in certi ambienti a Washington adesso ci sia un po' di evidente resipiscenza tardiva. Il "processo di formazione di un unico grande ufficio" cui ha fatto riferimentov il funzionario dello stato sionista che ha parlato con Caspit è noto come "passaggio a tubo di stufa": la difesa della linea politica di un altro paese e le informazioni su cui essa si basa vengono fatte arrivare direttamente al Presidente saltando a piè pari gli ambienti ufficiali di Washington e aggirando qualsiasi supervisione statunitense, eliminando la possibilità che qualche funzionario si esprima in merito al suo contenuto. Risultato di questo modo di fare è stata la débacle strategica del caso Khashoggi. Che arriva all'indomani di precedenti "errori" strategici: la guerra nello Yemen, l'assedio del Qatar, il sequestro di Hariri, il ricatto in alte sfere al Ritz-Carlton.
Per colmare questa lacuna, uno "zio" (il principe Ahmad bin Abdel Aziz) è stato richiamato a Riyadh dall'esilio in Occidente sotto garanzie fornite dai servizi statunitensi e britannici, per rimettre ordine in questi pasticci e per controllare e valutare la torma di consiglieri di Mohammed bin Salman, oltre che per prevenire ulteriori e roboanti "errori". Sembra anche che il Congresso statunitense voglia la fine della guerra nello Yemen, cui il prinicipe Ahmad si è sempre opposto così come si era opposto all'innalzamento di Mohammed bin Salman al ruolo di principe ereditario; il generale Mattis ha invocato un cessate il fuoco entro un mese. Si tratta di un passo avanti verso il ripristino del buon nome del regno.
Per adesso, principe ereditario è sempre Mohammed bin Salman. Lo sostengono il presidente egiziano al Sissi e il Primo Ministro Netanyahu. "Mentre funzionari statunitense considerano una più vigorosa risposta [all'uccisione di Khashoggi], Kushner ha sottolineato l'importanza dell'alleanza fra Arabia Saudita e USA nella regione", riferisce lo Washington Post. Lo zio di Mohammed bin Salman, che come figlio di re Abdel Aziz in base al tradizionale sistema di successione sarebbe anch'egli compreso nella linea dinastica, spera senz'altro di rimediare a qualcuno dei danni apportati alla reputazione della Casa dei Saud e a quella del regno. Ci riuscirà? Mohammed bin Salman permetterà ad Ahmad di mettere ordine nella centralizzazione di potere che gli ha procurato soprattutto tanti nemici? La Casa dei Saud ha la volontà di farlo, o è ancora troppo sconcertata dalla piega presa dagli eventi?
Il Presidente turco Erdogan potrebbe rendere questo delicato processo ancora più difficile rivelando ulteriori dettagli sul caso Khashoggi in mano al suo paese, nel caso Washington rifiutasse di prendere in sufficiente considerazione le sue, di richieste. Erdogan sembra pronto ad adoperarsi per il ripristino della supremazia ottomana all'interno del mondo sunnita ed è verosimile che abbia in mano altre buone carte, come le intercettazioni delle chiamate fra il cellulare dell'assassino e Riyadh. E sono carte che stanno comunque perdendo valore col puntare dell'attenzione dei mass media alle elezioni statunitensi di metà mandato.
Sarà il tempo a dirlo, ma è questo concorrere di dinamiche dall'esito incerto quello cui Bruce Reidel fa riferimento quando parla di "instabilità" in Arabia Saudita. Qui si impone anche un'altra questione: quale influenza potrebbe avere tutto questo sulla "guerra" contro l'Iran di Netanyahu e di Mohammed bin Salman?
Sembrano passati secoli dal maggio 2018. Trump è sempre il solito Trump, ma Putin non è il solito Putin. L'apparato militare russo ha fatto valere il proprio peso presso il Presidente per esprimere il proprio disappunto per gli attacchi aerei dello stato sionista in territorio siriano, attacchi che avevano l'asserito proposito di colpire le forze iraniane in Siria. Il Ministero della Difesa russo inoltre ha avvolto la Siria in una fascia di missili e apparati di disturbo elettronico che coprono lo spazio aereo del paese. Anche la situazione politica è cambiata: Germania e Francia sono entrate nel processo di Astana per la Siria. L'Europa vuole che i profughi siriani tornino alle loro case, e questo significa che l'Europa vuole la stabilità in Siria. Anche alcuni paesi del Golfo hanno intrapreso tentativo per normalizzare le relazioni con lo stato siriano.
Gli ameriKKKani sono ancora in Siria, ma un Erdogan rinvigorito -che oltre a tutti gli elementi sul caso Khashoggi che gli hanno messo in mano i suoi servizi segreti ha dalla propria parte anche il rilascio del pastore statunitense- intende distruggere le ambizioni curde nel nord e nell'est della Siria appoggiate dagli USA e dallo stato sionista. Mohammed bin Salman, che finanziava il progetto per conto degli USA e dello stato sionista, si dissocerà dalla questione secondo le richieste fatte da Erdogan nel contesto dell'uccisione di Khashoggi. Washington inoltre vuole che la guerra nello Yemen, che doveva servire come pantano in cui cacciare l'Iran, finisca quanto prima. Washington vuole anche che cessino le pressioni contro il Qatar.
Tutto questo significa la rovina del piano di Netanyahu per il Medio Oriente, ma ci sono due ulteriori conseguenze ancora più cariche di significato.
Intanto, Netanyahu e Mohammed bin Salman hanno perso l'accesso diretto a Trump che passava da Jared Kushner saltando a piè pari l'intera trafila statunitense di tare e di controlli. La scorciatoia che passava da Kushner non è servita a mettere Washington in guardia per gli "errori" prossimi venturi, né Kushner è stato in grado di prevenirli. Sia il Congresso che i servizi segreti statunitensi e britannici stanno già dandosi di gomito a riguardo, e non hanno alcuna stima per Mohammed bin Salman. Non è un segreto che il loro uomo fosse invece il principe Mohammed bin Naif. Mohammed bin Naif che è a tutt'ora agli arresti nel suo palazzo.
Trump continuerà a sperare di proseguire col suo "piano Iran" e con l'Accordo del Secolo fra stato sionista e palestinesi, patrocinato a livello nominale dall'Arabia Saudita con dietro tutto il mondo sunnita. Tump non vuole arrivare alla guerra con l'Iran, ma è convinto piuttosto che un'insurrezione popolare rovescerà la Repubblica Islamica.
Seconda conseguenza, l'obiettivo del principe Ahmad chiaramente non è causare instabilità o arrivare alla guerra con l'Iran. Ahmad intende ripristinare la reputazione della sua famiglia e recuperare qualcuna delle credenziali che ne facevano l'eminenza del mondo sunnita e che sono venute meno con la guerra nello Yemen e con la sfida che la Turchia neoottomana le sta portando adesso. Si può supporre che la Casa dei Saud non abbia alcun interesse a sostituire la disastrosa e costosa guerra contro lo Yemen con un'altra guerra, di più ampia portata e contro un vicino grande e potente come l'Iran; sarebbe una cosa priva di senso. Ecco forse il motivo per cui si assiste all'affannarsi dello stato sionista per la normalizzazione dei rapporti con gli stati arabi, anche se la cosa non comporta alcun miglioramento per la condizione dei palestinesi.
Con buona capacità di preveggenza Nehum Barnea scriveva a maggio sullo Yediot Ahronot: "Trum può anche dichiarare il ritiro degli USA dall'accordo sul nucleare iraniano, e dare ad esso corso. Ma sotto l'influenza di Netanyahu e della sua nuova squadra di governo ha scelto di spingersi anche oltre. Le sanzioni economiche contro l'Iran saranno molto più severe di quelle in vigore prima che l'accordo venisse siglato. "Colpiscili nel portafoglio," ha deetto Netanyahu a Trump: "se li colpisci nel portafoglio inizieranno a soffocare. E quando inizieranno a soffocare cacceranno gli ayatollah".
Anche stavolta, un po' di considerazioni sono passate direttamente al presidente degli USA saltando la trafila. I suoi funzionari possono anche avergli detto che si trattava di fantasie. Non esiste alcun caso in cui le sole sanzioni abbiano causato il rovesciamento del governo di un paese. Gli USA possono anche usare le loro pretese di egemonia giudiziaria come ulteriore rinforzo, ma nell'elevare sanzioni contro l'Iran si sono di fatto isolati. L'Europa non vuole che l'insicurezza aumenti, non vuole diventare meta di altri profughi. La rigida posizione di Trump ha costretto Kim Jong Un al negoziato? O magari è stato Kim Jong Un a considerare un incontro con Trump come il prezzo da pagare per continuare sul percorso di riunificazione della Corea? Trump era consapevole del fatto che l'Iran avrebbe sofferto economicamente ma che avrebbe proseguito sulla sua strada, sanzioni o non sanzioni? No. Ecco: il problema dell'affidarsi a chi salta la trafila è proprio questo.

lunedì 3 dicembre 2018

Alastair Crooke - Un ordine mondiale fondato su delle regole, o un "ordine" mondiale senza regole e capeggiato dagli USA?



Traduzione da Strategic Culture, 31 ottobre 2018.

"Al complesso militare e della sicurezza statunitense ci sono voluti trentun anni per liberarsi dell'ultimo accordo sul disarmo nucleare raggiunto dal Presidente Reagan, il trattato sui missili balistici a medio e corto raggio che Reagan e Gorbaciov siglarono nel 1987," scrive l'ex consigliere del Segretario del Tesoro di Reagan.
"Io vi ebbi un qualche ruolo dietro le quinte, e per quanto mi ricordo quel trattato riuscì a mettere al sicuro l'Europa da un attacco dei missili sovietici a corto e medio raggio [gli SS-20] e a mettere al sicuro l'Unione Sovietica da quelli statunitensi (i missili Pershing dislocati in Europa). Confinando gli armamenti nucleari ai soli missili balistici intercontinentali, che consentivano un minimo di preallarme e con esso la possibilità di una risposta e in ultima analisi il non ricorso alle armi nucleari, questo trattato INF fu visto come in grado di ridurre il rischio di un primo attacco ameriKKKano contro la Russia e di un primo attacco [sovietico] contro l'Europa... Reagan, a differenza di quei fuori di testa dei neoconservatori che allontanò dal potere e fece processare, non vedeva l'utilità di una guerra nucleare che avrebbe distrutto la vita sulla terra. Il trattato INF, nelle idee di Reagan, era un primo passo verso l'eliminazione degli armamenti nucleari dagli arsenali militari. Il trattato INF venne scelto come inizio perché non influiva in modo sostanziale sul budget del complesso militare e della sicurezza statunitense."
L'amministrazione Trump oggi vuole uscire unilateralmente da questo trattato. "In una conferenza stampa in Nevada, Trump ha detto: "La Russia ha violato l'accordo. Lo viola da parecchi anni e non so perché il Presidente Obama non abbia intavolato trattative o non abbia abbandonato l'accordo... Noi lo abbandoneremo... Non gli lasceremo violare un accordo nucleare e costruire armi mentre noi non possiamo farlo." A chi chiedeva delucidazioni ulteriori, Trump ha risposto: "A meno che la Russia non venga qui, la Cina non venga qui, non vengano qui tutti e due e dicano 'Facciamo una cosa intelligente, nessuno di noi sviluppi armamenti nucleari', se la Russia li fa e la Cina anche, e l'accordo lo rispettiamo soltanto noi, questa è una cosa inaccettabile. E abbiamo una quantità di fondi incredibile da usare per le nostre forze armate."
Ci sono dei chiari indizi rivelatori: la Russia e la Cina stanno "facendo" armamenti nuovi, e gli USA sono rimasti indietro; la Cina li sta "facendo" e non è parte del trattato INF, mentre "noi" abbiamo una quantità di fondi incredibile da usare per le nostre forze armate: possiamo vincere la corsa agli armamenti, e il complesso dell'industria militare ne sarà deliziato.
Un diplomatico (statunitense) ha detto allo Washington Post che "i piani [per il ritiro dal trattato] si devono a John Bolton, falco consigliere per la sicurezza nazionale di Trump [che si oppone di mestiere a qualsiasi trattato di controllo sugli armamenti, sulla base del principio che potrebbero limitare le possibilità dell'AmeriKKKa di passare unilateralmente all'azione] che ha detto agli alleati degli USA che a suo modo di vedere il trattato INF mette Washington in una posizione 'di eccessiva debolezza' nei confronti della Russia 'e, cosa più importante, nei confronti della Cina'".
Trump, per natura, non è uno stratega. Invece è orgoglioso delle proprie doti di negoziatore, di uno che sa come ricorrere con successo alla capacità degli USA di esercitare pressioni. In questo caso un astuto Bolton si è servto dell'ossessione di Trump per il potenziamento della forza degli USA per fare due cose:  primo, per far sì che gli USA abbiano la potenziale capacità di attaccare per primi la Russia (e quindi una maggiore capacità di pressione) disclocando missili a medio raggio come gli Aegis in Europa, a ridosso delle frontiere russe e contro la Russia stessa. Secondo per far sì che gli USA concludano di aver bisogno di missili a medio raggio per colpire il territorio cinese nel caso il confronto militare fra USA e Cina diventasse inevitabile e la tensione salisse. E non si tratta solo della Cina. Un esperto del CSIS [Centro per gli Studi Strategici e Internazionali, N.d.T.], Eric Sayers, afferma che "Il ricorso allo schieramento di missili terrestri convenzionali e a medio raggio può essere l'elemento chiavbe per riaffermare la superiorità militare statunitense nell'Asia orientale". Ovvero, la capacità USA di esercitare pressione.
Nella US Nuclear Posture Review dello scorso anno si rilevava comunque che "Con ogni probabilità la Cina dispone già del più grande arsenale missilistico a raggio medio ed intermedio di tutta l'Asia, e probabilmente di tutto il mondo." Gli USA sono ora impegnati a circondare la Cina con missili a raggio intermedio, prima con la decisione del Giappone di acquistare il sistema Aegis, e poi, probabilmente, con Taiwan a fare lo stesso. Si sa che Bolton è favorevole alla permanenza di truppe statunitensi a Taiwan, come ulteriore strumento di pressione verso la Cina.
Putin vede chiaramente che "Gli ameriKKKani continuano a baloccarsi con cose il cui scopo vero e proprio non è quello di sorprendere la Russia a violare qualche trattato e a costringerla invece ad attenervisi, ma quello di farne carta straccia, nel contesto di una bellicosa strategia imperialista." O, in poche parole, di imporre "un ordine mondiale senza regole capeggiato dagli USA".
Sembra proprio che Bolton e Pompeo stiano deliberatamente instradando Trump sulle linee guida per la politica di difesa tratteggiate in un vecchio documento del 1992 curato da Paul Wolfowitz, che statuiva una dottrina secondo cui gli USA non avrebbero permesso a nessuno di attentare alla loro egemonia. Il vicesegretario di Stato Wess Mitchell è poi tornato, con tutta chiarezza, alla linea politica dei tempi di Bush. In una dichiarazione al Senato ha detto:
Punto di partenza della strategia per la sicurezza nazionale è il prendere atto del fatto che l'AmeriKKKa è entrata in un epoca di competizione fra grandi potenze, e che la condotta seguita in passato non ha tenuto sufficientemente conto di questa tendenza emergente e neppure fornito al nostro paese gli strumenti adeguati per affrontarla con successo. Contrariamente agli speranzosi assunti delle precedenti amministrazioni, Russia e Cina sono dei contendenti temibili e stanno costruendo quanto serve loro sul piano materiale e su quello ideologico per contestare la supremazia e la leadership statunitense nel XXI secolo. Al primo posto, fra gli interessi per la sicurezza nazionale degli USA, continua a esserci la necessità di impedire che la massa territoriale euroasiatica finisca in mano a potenze ostili.
Al Consiglio Atlantico del 18 ottobre, il segretario ha detto chiaramente che l'Europa sarà costretta ad allinearsi a questa dottrina neowolfowitziana. 
Funzionari europei e ameriKKKani hanno lasciato che la crescente influenza russa e cinese nella regione arrivasse a "coglierci di sorpresa". "L'Europa occidentale non può continuare ad approfondire la propria dipendenza energetica da quella stessa Russia da cui l'AmeriKKKa la sta difendendo. Né possono continuare ad arricchirsi grazie a quello stesso Iran che sta costruendo missili balistici che sono una minaccia per l'Europa," ha insistito il vicesegretario. Aggiungendo poi che "non è accettabile che alleati degli USA in Europa centrale sostengano progetti come il Turkstream 2 o mantengano tranquillamente accordi in materia di energia che rendono la zona vulnerabile da parte di quella stessa Russia per proteggersi dalla quale sono entrati nella NATO."
Il rappresentante speciale degli USA in Ucraina Kurt Volker, in un discorso pronunciato nello stesso contesto, ha rivelato che gli USA hanno in programma di inasprire le sanzioni contro Mosca "ogni uno o due mesi" per renderla "più malleabile sulla questione ucraina."
Ovviamente ci si aspetta che l'Europa accetti di buon grado un nuovo dispiegamento di missili statunitensi sul proprio territorio. Alcuni paesi come la Polonia o gli stati baltici potranno anche accettare volentieri, ma l'Europa nel suo insieme non lo farà. La cosa costituirà un'altra possente ragione per ripensare i rapporti con Washington.
L'influenza di Bolton solleva la questione di quale sia oggi come oggi la politica estera di Trump: è sempre quella di ottenere condizioni favorevoli agli USA caso per caso, o è in stile Bolton, con la ridefinizione del Medio Oriente tramite il rovesciamento del governo in Iran e una lunga guerra fredda contro Russia e Cina? I mercati statunitensi fino ad oggi hanno ritenuto che essa avesse al centro gli accordi commerciali e i posti di lavoro, ma forse non è più così.
Abbiamo già scritto sulla crescente predominanza neoconservatrice nella politica estera di Trump. Non si tratta di una novità. Il principale problema, con questo nuovo imperialismo alla Wolfowitz unito alla radicale propensione di Trump per un ricorso a tutto campo ad ogni azione resa possibile dal controllo del dollaro, del mercato energetico e del predominio statunitense in materia di standard tecnologici e di normative è che esso, per sua stessa natura, preclude qualsiasi "grande accordo strategico" diverso da un'improbabile, totale capitolazione nei confronti degli USA. E mentre gli USA bastonano uno alla volta i paesi che non chinano la testa, essi reagiscono tutti insieme, e in modo asimmetrico, per far fronte alle pressioni statunitensi. Una corrente contraria che al momento si sta rapidamente rinforzando.
Bolton può aver convinto Trump che sia vantaggioso uscire dal tattato INF perché questo gli consentirebbe di alzare la voce con russi e cinesi. Lo avrà anche avvertito di quali sono i rischi? Probabilmente no. Bolton ha sempre considerato i limiti che il trattato imponeva alle iniziative statuitensi come dei puri e semplici svantaggi. Eppure, Putin ha detto che la Russia ricorrerà alle armi nucleari se la sua esistenza viene minacciata, anche se la minaccia prende la forma di missili convenzionali. I rischi sono chiari.
La corsa agli armamenti? Non siamo ai tempi di Reagan, quando il rapporto fra debito pubblico federale e prodotto interno lordo era basso. Come ha notato un editorialista, "nessun entità al mondo che non sia al momento impegnata con il quantitative easing è indebitata in modo tanto suscettibile rispetto ai mutamenti dei tassi di interesse a breve termine quanto lo è il governo ameriKKKano. Quando la FED parla di "un aumento [dei tassi di interesse] di cinque punti per la fine del 2019" bisogna grosso modo intendere "La FED [impone tali interessi al debito interno degli USA che in pratica] taglia le spese militari statunitensi per il 2019".
Trump apprezza le armi che Bolton sembra tirar fuori per magia dal cappello del consiglio nazionale per la sicurezza, ma ha idea di quanto effimero possa essere il loro effetto, quanto rapidamente può ritorcerglisi contro? Non è che può mettersi come Canuto sulla riva del mare, e copmandare all'incombente marea dei tassi di interesse sui buoni del tesoro statunitensi di ritirarsi... o al mercato azionario di crescere perché crescano anche le pressioni sulla Cina.