martedì 7 giugno 2022

Alastair Crooke - Il mondo non funziona più in quel modo


Traduzione da Strategic Culture, 6 giugno 2022.

La prima guerra mondiale ha segnato la fine di un ordine mercantilista che si era sviluppato sotto l'egida delle potenze europee. Cento anni dopo vigeva un ordine economico molto diverso, quello del cosmopolitismo neoliberale. Ritenuta dai suoi ideatori come un dato universale e immutabile, la globalizzazione ha affascinato il mondo per un lungo periodo, ma ha iniziato a superare il proprio apice proprio nel momento in cui l'Occidente dava sfogo al proprio trionfalismo davanti alla caduta del Muro di Berlino. La NATO, in quanto sistema regolatore dell'ordine, ha affrontato la propria "crisi d'identità" continuando a tappe forzate la propria espansione verso est, verso i confini occidentali della Russia, senza tenere in alcun conto la parola data e le virulente obiezioni di Mosca.
Questa radicale alienazione della Russia ha dato il via al suo spostamento verso la Cina. L'Europa e gli Stati Uniti tuttavia si sono rifiutati di considerare le questioni relative a un doveroso "equilibrio" all'interno delle strutture globali, e hanno semplicemente sorvolato sulle realtà di un ordine mondiale che stava attraversando una metamorfosi epocale con l'inarrestabile declino degli Stati Uniti già in evidenza, con l'Europa che mascherava i propri squilibri intrinseci dietro una unità di facciata, e nel contesto di una struttura economica iper-finanziarizzata che prosciugava in modo letale ogni sostanza dall'economia reale.
L'attuale guerra in Ucraina è quindi semplicemente un'appendice, un acceleratore di questo processo di decomposizione dell'"ordine liberale". Non ne è il centro. Le esplosive dinamiche della disintegrazione odierna sono di origine fondamentalmente geostrategica, e possono essere viste come un contraccolpo dello squilibrio che esiste fra la ricerca di soluzioni su misura per la loro civiltà non occidentale da parte di popoli di diversa estrazione e un Occidente che si ostina a imporre un proprio ordine non negoziabile. L'Ucraina è quindi un sintomo, ma non è di per sé il disturbo più profondo.
Tom Luongo ha osservato -in relazione agli eventi tumultuosi e confusi di oggi- che ciò che teme di più è che molte persone analizzino l'intersezione tra geopolitica, mercati e ideologia, e che lo facciano con una forte sicumera. "L'opinionocrazia presenta una incredibile propensione a considerare tutto questo come normale; ci sono troppi 'calma e sangue freddo' e pochi 'tutti hanno un piano finché non vengono presi a pugni in bocca'".
Ciò che la replica di Luongo non spiega appieno è la strepitante indignazione con cui viene accolto qualsiasi dubbio nei confronti della opinionocrazia che ha tanto credito al momento. È evidente che esiste un timore più profondo, che serpeggia nel profondo della psiche occidentale e che non viene esplicitato del tutto.
Wolfgang Münchau, ex del Financial Times che ora scrive per EuroIntelligence, spiega come questo Zeitgeist elevato a canone abbia implicitamente imprigionato l'Europa in una gabbia di dinamiche avverse che minacciano la sua economia, la sua autonomia, il suo globalismo e il suo stesso essere.
Münchau racconta come sia la pandemia che l'Ucraina gli abbiano indicato che una cosa è ribadire "come un cliché" il globalismo interconnesso, e "un'altra è osservare cosa accade realmente sul campo quando queste connessioni vengono strappate... Le sanzioni occidentali si basavano su una premessa formalmente corretta ma fuorviante -una premessa a cui io stesso ho creduto- almeno fino a un certo punto: la Russia dipende da noi più di quanto noi dipendiamo dalla Russia... La Russia, tuttavia, è un fornitore di beni primari e secondari da cui il mondo è diventato dipendente. E quando il più grande esportatore di queste materie prime viene tolto di mezzo, il resto del mondo si trova alle prese con una scarsità materiale vera e con prezzi in aumento". Continua:
Ci abbiamo pensato bene? I ministeri degli Esteri che hanno messo a punto le sanzioni hanno discusso in un qualche momento di cosa avremmo fatto se la Russia avesse bloccato il Mar Nero e non avesse permesso al grano ucraino di lasciare i porti?... Oppure, abbiamo pensato di poter affrontare nel migliore dei modi la crisi di una carestia mondiale puntando il dito contro Putin"?
"Il blocco ci ha insegnato molto sulla nostra vulnerabilità a scosse violente nella catena di approvvigionamento. Ha ricordato agli europei che ci sono solo due modi per spedire grandi quantità di merci in Asia e per riceverne: o con i container, o con la ferrovia che attraversa la Russia. Non avevamo un piano per una pandemia, non avevamo un piano per una guerra e non avevamo un piano per quando si verificano entrambe contemporaneamente. I container sono bloccati a Shanghai e lLe ferrovie sono chiuse a causa della guerra".
"Non sono sicuro che l'Occidente sia pronto ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni: inflazione persistente, riduzione della produzione industriale, diminuzione della crescita e aumento della disoccupazione. Le sanzioni economiche mi sembrano l'ultima spiaggia di un Occidente che è un concetto disfunzionale. La guerra in Ucraina funziona come catalizzatore di una deglobalizzazione su vasta scala.
 Il vaticinio di Münchau è che se non si trova un accordo con Putin che preveda la rimozione delle sanzioni esiste "il pericolo che il mondo diventi oggetto di due blocchi commerciali: l'Occidente e il resto del mondo. Le catene di approvvigionamento saranno riorganizzate per rimanere all'interno di ciascun blocco. L'energia, il grano, i metalli e le terre rare della Russia saranno ancora consumati -ma non in Occidente- e noi continueremo [soltanto] a mangiare i Big Mac".
Quindi, ancora una volta, andiamo in cerca una risposta: Perché le élite europeiste forniscono all'Ucraina un sostegno così convinto e appassionato e rischiano l'infarto per la veemenza che profondono nell'odio verso Putin? Dopo tutto, la maggior parte degli europei e degli ameriKKKani fino a quest'anno non sapeva praticamente nulla dell'Ucraina.
E la risposta la conosciamo: la loro paura più profonda è che tutti i punti di riferimento della vita liberale stiano per essere spazzati via per sempre, per ragioni che essi non capiscono. E che Putin stia facendo proprio questo. Come faremo noi a destreggiarci nella vita, senza punti di riferimento? Che ne sarà di noi? Pensavamo che un'esistenza all'insegna dei valori liberali fosse ineluttabile. Esisterebbe un altro sistema di valori? Impossibile!
Quindi per gli europei la resa dei conti in Ucraina deve riaffermare l'identità europea anche a costo del benessere economico dei cittadini. Storicamente, guerre di questo tipo si sono per lo più concluse con una sporca soluzione diplomatica e un esito di questo genere sarebbe probabilmente sufficiente alla leadership dell'Unione Europea per poter parlare di vittoria.
E anche soltanto la scorsa settimana l'Unione Europea ha fatto forti pressioni diplomatiche per convincere Putin ad arrivare a un accordo.
Solo che, parafrasando ed elaborando Münchau, una cosa è proclamare auspicabile "come cliché" un cessate il fuoco negoziato. "Un'altra è prendere atto di ciò che accade effettivamente sul terreno quando per mettere le carte in tavola si sparge del sangue...".
Le iniziative diplomatiche occidentali si basano sul fatto che la Russia ha bisogno di una "via d'uscita", più di quanto ne abbia bisogno l'Europa. Ma è vero, questo?
Parafrasando ancora Münchau: "Ci abbiamo pensato bene? I ministeri degli Esteri che hanno elaborato i piani per addestrare e armare un'insurrezione ucraina nel Donbass nella speranza di indebolire la Russia hanno discusso in un qualche momento l'effetto che la loro guerra e il loro esplicito disprezzo per la Russia avrebbero potuto avere sull'opinione pubblica russa? O cosa avremmo fatto se la Russia avesse semplicemente deciso di muoversi sul terreno fino a quando non avesse portato a termine il proprio progetto... E che Kiev perdesse, l'abbiamo preso in considerazione anche solo a livello di possibilità, per quello che avrebbe significato per un'Europa carica di sanzioni destinate a non finire mai"?
La speranza di una soluzione negoziale ha lasciato il posto, in Europa, a toni più cupi. Nei colloqui coi leader europei Putin è stato intransigente. A Parigi e a Berlino si sta facendo strada la consapevolezza che un accordo raffazzonato non è vantaggioso per Putin, e che non può neppure permetterselo. L'opinione pubblica russa non accetterà facilmente che il sangue dei suoi soldati sia stato versato invano, per arrivare a uno sporco compromesso solo per far sì che l'Occidente susciti una nuova insurrezione ucraina contro il Donbass tra un anno o due.
I leader dell'UE devono rendersi conto della situazione: Forse hanno perso il treno che li avrebbe portati a una "soluzione" politica. Ma non hanno perso i treni dell'inflazione, della contrazione economica e della crisi sociale sul piano interno. Questi sono treni che stanno andando nella loro direzione, e a tutto vapore. I ministeri degli Esteri dell'Unione Europea hanno riflettuto su questa eventualità, o si sono lasciati trasportare dall'euforia e dalla narrazione ufficiale -che proviene dai Paesi baltici e dalla Polonia- su quanto è cattivo Putin?
Ecco il punto: la fissazione per l'Ucraina non è altro che una pezza appiccicata sull'evidenza di un ordine mondiale che sta andando in malora. All'origine dei sommovimenti su vasta scala c'è questo; l'Ucraina non è che una piccola pedina sulla scacchiera e il suo esito non cambierà in maniera sostanziale questa realtà. Anche una "vittoria" in Ucraina non garantirebbe l'"immortalità" dell'ordine basato sulle regole neoliberali.
I fumi nocivi emanati dal sistema finanziario globale non hanno alcun rapporti diretto con l'Ucraina, ma sono molto più significativi perché vanno al cuore dello sconquasso che sta percorrendo l'"ordine liberale" occidentale. Forse è questa paura primordiale inespressa, che spiega il plateale rancore nei confronti di qualsiasi cosa costituisca una deviazione dalla messaggistica sanzionatoria sull'Ucraina?
E il pregiudizio di Luongo sulla propensione a trovare tutto quanto normale non potrebbe rivelarsi più azzeccato (Ucraina a parte) che quando si affronta la curiosa auto-selettività del pensiero anglo-ameriKKKano riguardo all'ordine economico neoliberale.
Il sistema politico ed economico anglo-ameriKKKano, ha osservato James Fallows -ex addetto alla comunicazione per la Casa Bianca- come ogni sistema poggia su alcuni principi e su alcune credenze. "Anziché agire come se questi fossero i principi migliori, o quelli che le loro società preferiscono, i britannici e gli ameriKKKani spesso agiscono come se questi fossero gli unici principi possibili. E come se nessuno, se non per errore, possa sceglierne altri. L'economia politica diventa una questione essenzialmente religiosa, soggetta all'inconveniente che caratterizza ogni religione: l'incapacità di capire perché le persone al di fuori della fede possano agire come agiscono".
Per essere più precisi, l'odierna visione del mondo anglo-ameriKKKana poggia sull'opera di tre uomini. Uno è Isaac Newton, il padre della scienza moderna. Uno è Jean-Jacques Rousseau, il padre della teoria politica liberale. (Se vogliamo mantenere la purezza anglo-ameriKKKana del discorso, possiamo considerare al suo posto John Locke). E uno è Adam Smith, il padre dell'economia del laissez-faire.
"Da questi titanici fondatori derivano i principi in base ai quali la società avanzata, nella visione angloameriKKKana, dovrebbe funzionare... E si suppone che riconosca che il futuro più prospero per il maggior numero di persone derivi dal libero funzionamento del mercato.
Nel mondo non anglofono, Adam Smith è solo uno dei tanti teorici che hanno avuto idee rilevanti sull'organizzazione dei sistemi economici. I filosofi illuministi, tuttavia, non sono stati gli unici a pensare a come dovrebbe essere organizzato il mondo. Durante il XVIII e il XIX secolo anche i tedeschi furono attivi, per non parlare dei teorici al lavoro nel Giappone Tokugawa, nella Cina tardo-imperiale, nella Russia zarista e altrove.
I tedeschi meritano di essere considerati rilevanti, più dei giapponesi, dei cinesi, dei russi e degli altri perché molte delle loro concezioni filosofiche resistono. Concezioni che non hanno attecchito in Inghilterra o in AmeriKKKa, ma sono state attentamente studiate, adattate e applicate in alcune parti dell'Europa e dell'Asia, in particolare in Giappone. Al posto di Rousseau e Locke i tedeschi proposero Hegel. Al posto di Adam Smith... hanno avuto Friedrich List.
 L'approccio anglo-ameriKKKano si fonda sull'ipotesi della pura non prevedibilità e non pianificabilità dell'economia. Le tecnologie cambiano, i gusti cambiano, le circostanze politiche e umane cambiano. E poiché la vita è così fluida, questo significa che qualsiasi tentativo di pianificazione centrale è virtualmente destinato a fallire. Il modo migliore per "pianificare" è quindi quello di lasciare l'adattamento alle persone che hanno messo in gioco il proprio denaro. Se ogni individuo fa ciò che è meglio per lui o per lei, il risultato sarà -serendipicamente- ciò che è meglio per la nazione nel suo complesso.
Anche se List non usava questo termine, la scuola tedesca era scettica nei confronti della serendipity e si preoccupava maggiormente dei "fallimenti del mercato", ovvero dei casi in cui le normali forze del mercato producono un risultato chiaramente indesiderabile. List sosteneva che le società non passavano automaticamente dall'agricoltura al piccolo artigianato alle grandi industrie solo perché milioni di piccoli commercianti prendevano decisioni per conto proprio. Se ogni persona mettesse il proprio denaro dove il rendimento è maggiore, il denaro potrebbe non andare automaticamente dove potrebbe portare il massimo beneficio alla nazione.
Perché ciò avvenga servono un piano, una spinta, un atto del potere centrale. List attinse a piene mani dalla storia del suo tempo, in cui il governo britannico incoraggiava deliberatamente l'industria manifatturiera britannica e il nascente governo ameriKKKano scoraggiava di proposito i concorrenti stranieri.
L'approccio anglo-ameriKKKano presuppone che la misura ultima di una società sia il suo livello di consumo. Nel lungo periodo, sosteneva List, il benessere di una società e la sua ricchezza complessiva non sono determinati da ciò che la società può acquistare, ma da ciò che può produrre (cioè il valore proveniente dall'economia reale e autosufficiente). La scuola tedesca sosteneva che enfatizzare il consumo avrebbe finito per portare all'autodistruzione. Avrebbe allontanato il sistema dalla creazione di ricchezza e, in ultima analisi, avrebbe reso impossibile consumare tali quantità o dare lavoro a tante persone.
List era preveggente. Aveva ragione. Quello da lui indicato è il difetto del modello anglosassone oggi evidente con chiarezza. Un difetto aggravato dalla successiva e massiccia finanziarizzazione che ha portato a una struttura dominata da una super-sfera effimera e derivata che ha privato l'Occidente della sua economia reale creatrice di ricchezza, trasferendone i resti e le linee di approvvigionamento fuori dai suoi confini. L'autosufficienza si è erosa e la base di creazione della ricchezza, che si sta restringendo, sostiene una percentuale sempre minore di popolazione per mezzo di lavori adeguatamente retribuiti.
Questo modello non risponde più allo scopo ed è in crisi. Un dato di fatto ampiamente compreso ai vertici del sistema. Riconoscerlo, tuttavia, sembrerebbe andare contro gli ultimi due secoli di economia, raccontati come una lunga progressione verso la razionalità e il buon senso anglosassone. Una narrativa che è alla base della "storia" anglosassone.
Una storia che la crisi finanziaria potrebbe stravolgere completamente.
Come mai? L'ordine liberale poggia su tre pilastri, tre pilastri interconnessi e parimenti fondamentali: Le "leggi" di Newton sono state ideate per conferire al modello economico anglosassone la (dubbia) pretesa di essere fondato su leggi empiriche, come se si trattasse di fisica. Rousseau, Locke e i loro seguaci elevarono l'individualismo a principio politico; da Smith derivò il nucleo logico del sistema angloamericano: se ogni individuo fa ciò che è meglio per sé, il risultato sarà quello migliore per la nazione nel suo complesso.
L'aspetto più importante di questi pilastri è la loro equivalenza morale e la loro interconnessione. Se si elimina un pilastro perché non valido, l'intero edificio noto come "valori europei" viene meno. Ha una sua coerenza solo se resiste nel suo insieme.
E il timore non dichiarato di queste élite occidentali è che durante questo lungo periodo di supremazia anglosassone... ci sia sempre stata una scuola di pensiero alternativa alla loro. List non si preoccupava della moralità del consumo. Era invece interessato al benessere sia strategico che materiale. In termini strategici, le nazioni finivano per essere dipendenti o sovrane in base alla loro capacità di produrre beni per se stesse.
La settimana scorsa Putin ha detto a Scholtz e Macron che le crisi che si sono trovati davanti, compresa la penuria di derrate alimentari, derivavano dalle loro strutture e dalle loro politiche economiche errate. Putin avrebbe potuto citare un aforisma di List:
L'albero che porta il frutto ha un valore maggiore del frutto stesso... La prosperità di una nazione non è... maggiore nella proporzione in cui ha accumulato più ricchezza (cioè valori di scambio), ma nella proporzione in cui ha sviluppato maggiormente i le sue potenzialità di produzione.
Probabilmente a Scholtz e Macron il messaggio non è piaciuto affatto. Si rendono conto che all'egemonia neoliberale occidentale è stata strappata la barra del timone.
 
 

mercoledì 11 maggio 2022

Il conflitto fra Russia e Ucraina impone di schierarsi in difesa della libertà e della civiltà occidentale


I motivi per cui è ovvio schernire la chiamata alle armi per ucraini di complemento e ridere in faccia ai gazzettieri che fanno gli ufficiali arruolatori sono moltissimi.
Tra questi, la realtà quotidiana della "libertà occidentale".
Questi frequentatori di ristoranti che non hanno mai sentito l'odore di una ferita agli intestini vorrebbero addirittura che venisse difesa armi alla mano.
Da qualcun altro, ovvio.

Nei paesi democratici si è assai poco liberi di agire, anzi non lo si è affatto. I lacci delle regole stringono ogni singola azione, specialmente in città, le autorità hanno deciso dove puoi camminare, quanto tempo sostare, quanto a lungo guardare un quadro e da quale distanza, se ti è permesso il bagno in mare, quanto paghi per spostarti, i grammi di droga da comprare, dove disperdere le ceneri di tuo padre e dove le tue. È regolamentato da tabelle ogni respiro della vita urbana, i cartelli vietano, le linee tratteggiate separano, e intanto le telecamere registrano tutto quanto, tra multe, scadenze, bolli, giorni alterni, orari, varchi.
Non sei libero di fare nulla senza uno speciale permesso, un visto, un bollino, una scheda, una password, un ticket, un collare, un coupon, una tessera, una banda magnetica; che devi continuamente rinnovare perché scade, sta scadendo, eccolo là, è già scaduto, e devi ricominciare daccapo. Sei sempre fuorilegge malgrado tu la insegua tutti i giorni per obbedirle. Le buste non aperte con gli avvisi di infrazioni e intimazioni e promemoria creano pile nell’ingresso di casa. Nei giorni dispari circolano le macchine con la targa pari, ma possono parcheggiare solo sul lato destro della strada, se sono catalizzate, dalle 13 alle 18. Sei sorvegliato ovunque. Regolamenti si sovrappongono a regolamenti, come manifesti incollati uno sopra l’altro, e mentre stai lì senza far nulla, su una panchina di un giardino, in realtà stai obbedendo almeno a una decina di codici racchiusi l’uno nell’altro come scatole cinesi.
Unica eccezione: i barboni, e i criminali. Finché non finiscono in prigione i criminali sono gli unici uomini liberi della nostra società. O quantomeno che tentano spericolatamente, avendo spesso la peggio, di imporre ed esercitare la loro libertà ai danni di quella degli altri, come se fossero unica legge a se stessi, il che non è mai vero fino in fondo, poiché non può definirsi legge ciò che è valido per un solo individuo. La legge per chiamarsi tale deve opprimere un sacco di gente, ma di fatto opprime solo quelli che la rispettano, i quali perciò finiscono per essere oppressi due volte, schiacciati tra due poteri: da una parte lo Stato alle cui leggi, spesso strampalate, obbediscono, dall’altra i criminali piccoli e grandi che gli impongono la loro. Per non parlare delle organizzazioni che sono ormai come la Spectre: banche, compagnie telefoniche e assicurative, arroccate nei loro palazzi di vetro e difese da numeri telefonici a cui non risponde mai nessuno, strutturate con tratti di segretezza impenetrabilità e impersonalità presi a prestito dalla macchina dello Stato e da quella delle organizzazioni mafiose. Il cittadino paga sempre almeno due volte il suo tributo. È una doppia o tripla tassazione fissa.

 

Edoardo Albinati, La scuola cattolica, 2016. 



giovedì 28 aprile 2022

Ritratto di Giovanni Maspero ristoratore in Como con Irina Katchanova. Differenze fra i Tigli in Theoria e i tigli in pratica.


Una felice immagine di Giovanni Maspero e Irina Katchanova, ritratti in un contesto raffinato e in un ambiente di sobria eleganza.
Il signor Maspero è un uomo intraprendente, dai variegati e multiformi interessi imprenditoriali.
Fra le altre cose ha allestito e diretto i Tigli in Theoria, un costosissimo ristorante in centro a Como. Un piatto vi costa intorno ai trentacinque euro, una cifra con cui una persona normale acquista derrate sufficienti a sostenersi per diversi giorni.
Il 27 aprile 2022 il signor Maspero è stato arrestato come un punkabbestia qualsiasi e non certo per aver cercato di fare la rivoluzione.
Oltre cento milioni di evasione fra tasse e contributi.
Una bella differenza, fra i Tigli in Theoria e i tigli in pratica.
Negli stessi giorni la "libera informazione" gronda piagnistei di padroni di mescite, osterie e locande concordemente intonati al miserere per un settore in cui è venuta a mancare la mano d'opera.
Da alcuni anni lo stato che occupa la penisola italiana ha introdotto una misura di sostegno chiamata "reddito di cittadinanza" che ha consentito a molti lavoratori palesemente sottopagati di sottrarsi alla disinvoltura di osti e locandieri.
Un provvedimento che i ben vestiti di cui sopra considerano una vera iattura.

Non occorre aggiungere molto altro.

L'immagine viene dall'autoschedatura di Maspero sul Libro dei Ceffi -precipitosamente chiusa dopo l'arresto- e viene qui riprodotta al preciso scopo di alimentare odio di classe.


domenica 24 aprile 2022

Alastair Crooke - Errori (anche) tattici e conseguenze strategiche



Traduzione da Strategic Culture, 18 aprile 2022.

I falchi della NATO negli USA e in Europa e gli interventisti liberali vogliono più di ogni altra cosa vedere Putin umiliato e reietto. Molti in Occidente vogliono la testa insanguinata di Putin su una picca alle porte della città, ben in vista per tutti, come esplicito monito a quanti sfidano l'ordine internazionale costituito. Il loro obiettivo non è solo il Pakistan o l'India, ma la Cina innanzitutto.
Eppure i falchi si rendono conto che non si azzardano -non possono- procedere a tutta manetta. Nonostante il loro atteggiamento bellicista vogliono che l'aspetto cinetico del conflitto resti limitato ai confini dell'Ucraina: Niente truppe statunitensi sul terreno (anche se quelle sulla cui esistenza si deve tacere sono già sul posto, e hanno "guidato i colpi").
Il Pentagono per esempio -almeno quello- non vuole rischiare una guerra con la Russia suscettibile di degenerare e di arrivare fino al ricorso alle armi nucleari. Questa posizione tuttavia viene adesso messa in discussione da protagonisti dello schieramento neoconservatore che sostengono che il timore che la Russia possa ricorrere al potenziale nucleare è frutto di esagerazioni e dovrebbe essere messo da parte.
Così, per realizzare questi grandiosi progetti l'Occidente si è limitato (dal 2015) ad addestrare e armare i quadri delle forze di élite (come il reggimento Azov) e ad assicurarsi che venissero inseriti a tutti i livelli -compresi i vertici- della leadership politica e militare ucraina.
L'obiettivo in questo caso è stato quello di reggere le operazioni belliche (dato che quella di una piena vittoria non è un'opzione). Più a lungo la guerra continua, recita la narrativa statunitense, più quelle cinquemila sanzioni varate contro la Russia ne danneggeranno l'economia e eroderanno il sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica russa.
Le esperienze fatte in Siria permeano il teatro degli scontri. Per le forze russe è stata preziosa l'esperienza acquisita ripulendo Aleppo dagli estremisti jihadisti.Per il Comando per le Operazioni Speciali degli Stati Uniti, che addestra queste unità d'élite ucraine, le virtù rappresentate dall'esercizio della pura spietatezza e delle provocazioni (affinate a Idlib dai loro protetti di ieri) sembrano aver impressionato i loro ex istruttori occidentali a sufficienza da giustificarne il passaggio ad un presunto movimento insurrezionale guidato dal battaglione Azov, anche se in azione dal polo opposto dell'ideologia insurrezionalista.
Ci sono motivi per pensare che l'FSB (il servizio di sicurezza russo) possa aver sottovalutato come il ricorso a tattiche di gestione della popolazione come quelle usate a Idlib potrebbe lasciare persino una popolazione civile a maggioranza filorussa troppo imbelle per respingere efficacemente un dominio in stile Azov. Di conseguenza, le forze russe hanno dovuto impegnarsi più del previsto. Questo può essere stato un errore tattico, ma non un errore strategico.
Un grosso errore strategico invece è stato, per l'Occidente, decidere di combattere innanzitutto una guerra finanziaria contro la Russia, guerra che potrebbe rivelarsi la rovina per i piani occidentali. L'insurrezione ucraina, in pratica, è stata confinata in gran parte a operare in modo da fornire più tempo alle sanzioni e alle operazioni di guerra psicologica in grande stile, in modo che il fronte interno russo inizi a risentire di entrambe.
Bene, ecco il problema: a marzo il presidente Biden si è presentato al Congresso e ha dichiarato che il rublo russo era sceso del 30% e il mercato azionario russo del 40%. L'economia russa, diceva, era sulla via del collasso; la missione era quasi compiuta.
Eppure, contrariamente alle attese del G7 per cui le sanzioni occidentali avrebbero fatto crollare l'economia russa, il Financial Times ha dovuto ammettere che "Va detto sottovoce... Ma il sistema finanziario russo sembra [oggi] essersi ripreso dallo shock iniziale delle sanzioni"; il "settore finanziario russo si è rimesso in piedi dopo gli ostacoli costituiti dapprincipio dalle sanzioni". E le vendite di petrolio e gas dalla Russia -più di un miliardo di dollari al giorno, in marzo- significano che essa sta continuando ad accumulare grandi profitti dal commercio estero. La Russia si ritrova col più grande surplus dal 1994, dato che i prezzi dell'energia e delle materie prime si sono impennati. Ironicamente, oggi come oggi le prospettive economiche della Russia sembrano per molti aspetti migliori di quelle dell'Occidente. Come la Russia, l'Europa ha già -o avrà presto- un tasso di inflazione a due cifre. La grande differenza è che l'inflazione russa sta scendendo, mentre quella europea sta aumentando al punto (in particolare per i prezzi dei generi alimentari e dell'energia) che gli aumenti accenderanno probabilmente il malcontento popolare e le proteste.
Bene. Il G7 ha sbagliato; la crisi politica in effetti era stata messa in programma per la Russia, non per l'Europa. E gli stati dell'Unione Europea sembrano ora intenzionati a raddoppiare: se la Russia non è crollata come ci si aspettava, allora tocca all'Europa deve fare il servizio completo: via tutto, semplicemente. Nessuna nave russa che entra nei porti dell'Unione Europea, nessun camion che attraversa le frontiere dell'Unione Europea, niente carbone, niente gas e niente petrolio. "In Russia non deve arrivare un euro", è il grido di battaglia. Ambrose Evans-Pritchard scrive sul Telegraph: "Olaf Scholz deve scegliere tra un embargo energetico alla Russia o un embargo morale alla Germania":
"...il rifiuto dell'Europa occidentale di tagliare i finanziamenti alla macchina da guerra di Vladimir Putin è inammissibile. Il danno morale e politico per la stessa UE sta diventando proibitivo. Una linea politica che è già un disastro diplomatico per la Germania, che scopre attonita che il presidente Frank-Walter Steinmeier è un paria -il Kurt Waldheim della nostra epoca?- così stigmatizzato da due decenni nel ruolo di signore oscuro delle collusioni col Cremlino che l'Ucraina non lo farà entrare nel paese. Questo indugiare non rende giustizia al popolo tedesco, che sostiene in modo schiacciante una risposta che sia all'altezza della minaccia alla propria esistenza che l'ordine liberale europeo sta affrontando".
Ecco chiaramente la seconda revisione, il piano B per i grandiosi progetti: la Russia sta sopravvivendo alla guerra mossale dal Tesoro perché l'Unione Europea compra ancora gas ed energia. L'UE -e la Germania più in particolare- stanno finanziando la "grottesca e immotivata guerra" di Putin. Si continua con la tiritera: "Non un euro a Putin!".
Il secondo errore strategico è dato dall'incapacità di comprendere che la resilienza economica della Russia non deriva solo dal fatto che l'UE continua ad acquistarne il gas. Essa è piuttosto frutto del fatto che la Russia ha operato su entrambi i lati dell'equazione, collegando il rublo all'oro e poi collegando i pagamenti energetici al rublo; in questo modo il valore della sua valuta è salito.
La Banca di Russia sta così alterando dalle fondamenta tutti i presupposti del funzionamento del sistema commerciale globale, sostituendo come valuta commerciale il traballante dollaro con una solida valuta basata sulle materie prime. Allo stesso tempo sta innescando un mutamento del ruolo dell'oro, che torna ad essere un baluardo a sostegno del sistema monetario.
Paradossalmente, sono stati gli stessi Stati Uniti a preparare il terreno per questo passaggio al commercio in valuta locale, col sequestro senza precedenti delle riserve russe e con le loro minacce nei confronti dell'oro russo (se solo potessero metterci le mani sopra). Questo ha allarmato altri paesi che temevano che dopo sarebbe stato il loro turno, se solo avessero provocato il capriccioso "dispiacere" di Washington. Più che mai, il mondo non occidentale è oggi aperto al commercio in valuta locale.
Questa strategia fondata sul boicottaggio delle fonti energetiche russe ovviamente mette all'angolo l'Europa. L'Europa non può in alcun modo sostituire l'energia russa con altre fonti, almeno per i prossimi anni: né rivolgendosi all'AmeriKKKa, né al Qatar, né alla Norvegia. Ma la leadership europea, in preda a un'indignazione frenetica per la marea di immagini atroci che arriva dall'Ucraina e convinta che l'"ordine liberale" ad ogni costo deve prevenire una sconfitta nel conflitto ucraino, sembra pronta ad andare a diritto nonostante tutto.
Ambrose Evans-Pritchard continua:
"In Germania, gli sbarramenti della politica stanno cedendo. Die Welt fotografa l'esasperazione dei media definendo l'idillio fra la Germania e la Russia di Putin 'il più grande e pericoloso errore di calcolo nella storia della Repubblica federale'. I presidenti delle commissioni esteri, difesa e dei rapporti con l'Europa al Bundestag -che comprendono tutti e tre i partiti della coalizione - hanno tutti chiesto un embargo sul petrolio giovedì [14 aprile, n.d.t.]. "Dobbiamo finalmente dare all'Ucraina ciò di cui ha bisogno, armi pesanti comprese. Un embargo energetico completo è fattibile", ha detto Anton Hofreiter, dei Verdi, presidente della commissione per i rapporti con l'Europa".
L'aumento dei costi energetici implicito nel fare a meno delle fonti russe finirà semplicemente di stroncare ciò che rimane della competitività dell'UE, e porterà a un'inflazione altissima e a disordini politici. Tutto questo fa parte dell'agenda originale della NATO, che prevede di tenere l'AmeriKKKa in Europa, tenerne fuori la Russia e far volare bassa la Germania?
Ci sono serie linee di faglia che si irradiano da questo tentativo eurostatunitense di riaffermare il proprio "liberalismo", e che insiste nel non tollerare alcuna alterità. Su questioni come l'agenda di un'élite scientifico-tecnologica e sulla "vittoria" in Ucraina, non può esistere un'altra prospettiva. Siamo in guerra.
Cosa succederà, allora? Il risultato più probabile è che l'economia russa non crollerà, nemmeno se l'Unione Europea dovesse fare tabula rasa del commercio energetico e di tutto quanto il resto. La Cina appoggerà la Russia, e dire Cina significa dire l'economia globale. Non è che si può metterla sotto sanzioni fino a quando non capitola.
Scacco matto? Bene, quale potrebbe essere il piano C dell'Occidente? La frenesia bellicista, l'odio viscerale, un linguaggio che sembra fatto apposta per escludere qualsiasi venire a patti con Putin, oppure la leadership di Mosca è ancora al suo posto, e i neo-conservatori stanno sentendo nell'aria che è la loro occasione.
"L'intellettuale neoconservatore ed ex scrittore di discorsi per Reagan John Podhoretz ha recentemente scritto un tronfio editoriale intitolato La riscossa dei neoconservatori. In questo corsivo si legge che gli architetti della Guerra al Terrore come lui sono ora 'di nuovo sulla breccia', gli eventi mondiali hanno dimostrato che hanno ragione su tutto - dai poliziotti di quartiere alla guerra".
Non solo sono tornati sulla breccia, afferma Podhoretz, ma i neoconservatori hanno sconfitto i loro principali nemici intellettuali sul piano della cornice morale della deterrenza. Sul piano interno la questione Ucraina si traduce in questo modo e i neoconservatori pensano che l'Ucraina li abbia portati alla riscossa.
Naturalmente quando l'invasione dell'Iraq si è conclusa con una sconfitta monumentale, i neoconservatori sono stati scherniti da tutti e Podhoretz si era messo a balbettare scuse. Non sorprende che di conseguenza l'originario avallo all'intervento militare degli Stati Uniti sia rapidamente uscito di scena e che e la guerra a colpi di sanzioni intrapresa dal Tesoro ne abbia preso il posto: un interventismo di questo genere non richiede l'invio di truppe sul terreno.
Insomma, ecco perché i neoconservatori condividono l'idea -sbagliata- che la guerra intrapresa dal Tesoro unita a una guerra psicologica tirata fino all'estremo potrebbe far abbassare la cresta a Putin.
I neoconservatori sono entusiasti del fatto che la guerra finanziaria stia fallendo. Dal loro punto di vista, questo rimette sul tavolo l'opzione militare, con l'apertura di un nuovo 'fronte': un'azione aggressiva basata sulla fondamentale originaria premessa per cui uno scambio nucleare con la Russia deve essere evitato, e che l'elemento cinetico del conflitto deve restare accuratamente circoscritto per evitare questa possibilità.
"È vero che agire con fermezza nel 2008 o nel 2014 avrebbe significato rischiare uno scontro", ha scritto Robert Kagan nell'ultimo numero di Foreign Affairs deplorando il rifiuto degli Stati Uniti di affrontare militarmente la Russia.
 "Ma Washington lo scontro lo sta rischiando adesso; le ambizioni della Russia hanno creato una situazione intrinsecamente pericolosa. È meglio per gli Stati Uniti rischiare il confronto con qualche potenza belligerante quando essa è nelle prime fasi di un ambizioso programma di espansione, non dopo che essa ha già consolidato vantaggi sostanziali. La Russia può anche possedere un temibile arsenale nucleare, ma il rischio che Mosca vi ricorra non è più alto ora di quanto lo sarebbe stato nel 2008 o nel 2014 se l'Occidente fosse intervenuto allora. E poi il rischio è sempre stato straordinariamente piccolo: Putin non avrebbe mai ottenuto i suoi obiettivi distruggendo se stesso e il suo paese, insieme a gran parte del resto del mondo".
Insomma, non preoccupatevi di andare in guerra contro la Russia, Putin non userà la bomba.
Davvero? Perché si dovrebbe esserne così sicuri?

Questi neoconservatori sono riccamente sovvenzionati dall'industria bellica. Non vengono mai abbandonati dalle proprie reti. Vanno e vengono dentro e fuori dai posti di potere, sistemati in parcheggi come il Council on Foreign Relations o Brookings o l'AmeriKKKan Enterprise Institute, prima di essere richiamati al governo. Sono stati i benvenuti alla Casa Bianca di Obama o di Biden come alla Casa Bianca di Bush. La guerra fredda per loro non è mai finita e il loro mondo è rimasto binario: noi e loro, bene e male.
Solo che al Pentagono non ci cascano. Al Pentagono sanno cosa significa una guerra nucleare. Quindi la conclusione è che le sanzioni danneggeranno l'economia russa ma non la faranno crollare. La guerra vera, non quella della propaganda che racconta dell'incompetenza dei russi e dei loro fiaschi militari, sarà vinta dalla Russia. Tutte le forniture militari di apparati massicci provenienti da Europa e USA alla volta dell'Ucraina saranno vaporizzate appena attraversano il confine, e l'Occidente sperimenterà ciò che più teme: essere umiliato nel proprio tentativo di riaffermare l'ordine liberale.
L'Europa teme che senza una clamorosa riaffermazione vedrà comparire linee di faglia in tutto il mondo. Ma queste fratture sono già presenti: Trita Parsi scrive che "i paesi non occidentali tendono a vedere la guerra della Russia in modo molto, molto diverso":
"La richiesta occidentale di affrontare costosi sacrifici tagliando i legami economici con la Russia per difendere l'ordine costituito ha generato una reazione allergica. Quell'ordine non si è mai basato su delle regole; al contrario, ha permesso agli Stati Uniti di violare impunemente il diritto internazionale. I segnali dell'Occidente sulla situazione in Ucraina hanno portato la sua sordità selettiva a un livello completamente nuovo, ed è improbabile che esso si accattivi il sostegno di paesi che hanno spesso sperimentato gli aspetti peggiori dell'ordine internazionale".
Allo stesso modo, l'ex consigliere indiano per la sicurezza nazionale Shivshankar Menon ha scritto su Foreign Affairs che "lungi dal consolidare il 'mondo libero', la guerra ha messo ancor più in evidenza la sua incoerenza sostanziale. In ogni caso, il futuro dell'ordine globale sarà deciso non dalle guerre in Europa ma dalla sfida in Asia, su cui gli eventi in Ucraina hanno una rilevanza limitata".
La caratteristica più rilevante del primo turno delle elezioni presidenziali francesi della scorsa settimana è che anche se Macron dovesse vincere il 24 aprile (e l'establishment e i suoi media faranno di tutto per assicurare la sua vittoria), si tratterà di una vittoria di Pirro. La maggioranza degli elettori francesi il 13 aprile ha votato contro un sistema dominato dagli interessi incrociati tra lo Stato e la sfera delle grandi imprese.
Gli elettori francesi sentono di star andando diritti verso un'inflazione più alta, tenore di vita in declino, più regolamentazione sovranazionale, più NATO, più UE e più diktat ameriKKKani.
Ora, gli si viene a dire che l'aumento dei prezzi dei generi alimentari, del riscaldamento e dei carburanti è il prezzo da pagare per paralizzare la Russia e la Cina e per "salvaguardare il tessuto morale dell'ordine liberale".
Se si dovessero indicare le caratteristiche di questa tacita guerra, le si potrebbero trovare in un Macron che parla (a bassa voce) a La France, la Francia in senso astratto. La Le Pen, al contrario, ha parlato con il popolo francese, e ha parlato di una pratica politica con cui essi possono relazionarsi in modo personale. Dalla contesa elettorale le vecchie categorie e i "contenitori" tradizionali della politica francese -la Chiesa cattolica, il partito repubblicano e il partito socialista- sono usciti ridotti a qualcosa di insignificante. Il presidente Eisenhower, nel suo discorso d'addio del 1961, aveva chiaramente previsto lo scisma imminente:
 "Oggi, l'inventore solitario è stato surclassato da task force di scienziati nei laboratori e nei campi di collaudo. Allo stesso modo l'università, storicamente la fonte delle idee libere e della scoperta scientifica, ha sperimentato una rivoluzione nella conduzione della ricerca. In parte a causa degli enormi costi coinvolti, un contratto governativo diventa praticamente un sostituto della curiosità intellettuale. Per ogni vecchia lavagna ci sono ora centinaia di nuovi computer elettronici.
La prospettiva che gli studiosi di tutta la nazione finiscano sotto la supremazia dell'impiego federale, del finanziamento dei progetti e del potere del denaro è sempre presente - ed è qualcosa da considerare seriamente.
Tuttavia, nel considerare -come dovremmo- la ricerca e la scoperta scientifica con rispetto, dobbiamo anche essere attenti al pericolo uguale e contrario: che la politica pubblica possa finire essa stessa prigioniera di una élite scientifica e tecnologica".
La guerra è questa. 
 
 

martedì 5 aprile 2022

Alastair Crooke - Un'occasione così capita una volta ogni cento anni

 


Traduzione da Strategic Culture, 4 aprile 2022.

Accidenti: la sorte cambia davvero rapidamente. Sembra ieri che un ministro delle finanze francese parlava dell'imminente crollo dell'economia russa mentre il presidente Biden statuiva che del rublo restavano solo le macerie perché l'Occidente tutto insieme aveva sequestrato le riserve in valuta estera della Banca centrale di Russia, aveva minacciato di sequestrare tutto l'oro russo su cui poteva mettere le mani e si era messo a imporre sanzioni senza precedenti a individui, aziende e istituzioni russe. Una guerra finanziaria totale.
Beh, non è andata così. Queste iniziative hanno infuso nei responsabili delle banche centrali di tutto il mondo la terrificante prospettiva per cui anche le loro riserve potrebbero essere sequestrate se essi si azzardassero a non conformarsi. Tuttavia, l'arrogante decisione dell'esecutivo di Biden di provare ancora una volta a far crollare l'economia russa (il primo tentativo fu nel 2014) può ancora essere considerata dal punto di vista geopolitico come un importante punto di svolta.
La sua rilevanza da questo punto di vista potrebbe alla fin fine eguagliare quella dell'abbandono della convertibilità del dollaro statunitense in oro da parte di Nixon nel 1971 anche se stavolta gli eventi puntano in direzione esattamente opposta.
Le conseguenze dell'abbandono dell'oro da parte di Nixon hanno avuto la portata di una bomba atomica. Il sistema commerciale basato sul petrodollaro che ne derivò ha permesso all'AmeriKKKa di bombardare il mondo di sanzioni e di sanzioni accessorie, consentendo agli Stati Uniti una egemonia finanziaria unipolare dopo che il mero militarismo statunitense inteso come principale pilastro a sostegno dell'ordine globale aveva perso credibilità in seguito alle vicende della guerra del Golfo del 2003.
Adesso, ad appena un mese da tutto questo, vediamo articoli sulla stampa finanziaria secondo cui sono il sistema finanziario occidentale e la valuta di riserva mondiale ad essere in aperto declino, e non il sistema economico della Federazione Russa.
Allora, cosa sta succedendo?
Il sistema nato dopo il 1971 è cambiato rapidamente, passando dal basarsi su una merce -il greggio - al basarsi su una moneta legale, che altro non è che la "promessa" di onorare l'obbligazione che deriva da un debito. Una valuta dalle basi solide costituisce la garanzia che il rimborso avverrà. Al contrario, ogni singolo dollaro del capitale di riserva non è sostenuto da nulla di tangibile: solo dalla "piena fiducia" e dal "credito" di cui gode l'entità emittente.
Quello che è successo è che questo sistema basato sulla moneta legale ha iniziato la parabola discendente quando i falchi russofobi di Washington hanno stupidamente scelto di battagliare con l'unico paese -la Russia- che ha le materie prime necessarie per impartire una rotta al mondo, e per innescare il passaggio a un sistema monetario diverso; a un sistema che è ancorato a qualcosa di diverso dalla valuta legale.
Bene, il primo colpo al sistema -conseguenza della guerra finanziaria occidentale contro la Russia- altro non è stato che il caos nei mercati delle materie prime, con l'impennarsi astronomico dei prezzi. La Russia è un super fornitore di materie prime a livello mondiale, ed è stata subissata di sanzioni.
Poi all'inizio di marzo Zoltan Pozsar, che ha lavorato alla Fed di New York dopo essere stato consulente del Tesoro degli Stati Uniti e che attualmente è uno stratega del Credit Suisse, ha pubblicato un resoconto in cui sostiene che il mondo sta andando verso un sistema monetario in cui le valute sono sostenute da materie prime, invece di essere sostenute esclusivamente dalla "piena fiducia" e dal "credito" di cui gode un emittente sovrano.
Pozsar è una delle più reputate voci di Wall Street e ha sostenuto che il sistema monetario oggi in essere ha funzionato fino a quando i prezzi delle materie prime hanno oscillato in modo prevedibile all'interno di una banda ristretta; cioè non sotto pressioni estreme, proprio perché le materie prime sono garanzia per altri strumenti di debito. Tuttavia, quando l'intero comparto delle materie prime si trova sotto pressione -come in questo momento- i prezzi delle materie prime che si impennano portano impazziti tirando la volata a una più ampia sfiducia nei confronti del sistema. Proprio quello cui stiamo assistendo adesso.
In poche parole con la guerra finanziaria contro la Russia l'Occidente ha ricevuto da Mosca una lezione perentoria. Le valute più resistenti non sono il dollaro o l'euro ma il petrolio, il gas, il grano e oro. Esattamente: l'energia, il cibo e le risorse strategiche costituiscono valute.
Poi il sistema ha subito un altro colpo. Il 28 marzo la Russia ha annunciato che avrebbe imposto un valore minimo al prezzo dell'oro. La sua Banca Centrale avrebbe comprato oro a un prezzo fisso di 5000 rubli al grammo almeno fino al 30 giugno, ovvero fino allla fine del secondo trimestre.
Un cambio di cento rubli per dollaro implica che l'oro costi 1550 dollari per oncia e un cambio di col rublo di settantacinque a uno, ma oggi il cambio è di ottantaquattro a uno, ovvero per un dollaro ne servono più di settantacinque. Tom Luongo ha notato tuttavia che il fatto che la Banca Centrale compri oro a un tasso fisso è un incentivo per i russi -da parte di un organo che fa da arbitro- a tenere i risparmi in rubli, perché il rublo viene "fissato" ad un tasso sottovalutato rispetto ad un prezzo dell'oro sopravvalutato sul mercato libero (circa 1.936 dollari per oncia, al momento in cui scriviamo).
In breve, l'impegno della Banca centrale russa mette in moto una dinamica atta a riportare il rublo in equilibrio con l'attuale prezzo in dollari dell'oro sul mercato libero. E in men che non si dica, in barba allo sforzo europeo-statunitense per far crollare il valore di scambio del rublo e causarne la crisi, il rublo è già tornato al suo livello prebellico mentre è il dollaro a essere crollato rispetto ad esso.
Si noti questo: se il valore del rublo dovesse salire ulteriormente rispetto al dollaro -diciamo da cento a uno a novantasei a uno- come risultato della forza commerciale delle materie prime russe, il prezzo imputato dell'oro diventerebbe di 1610 dollari per oncia. In altre parole, il valore dell'oro aumenterebbe.
La situazione presenta anche un altro problema. Gli europei stanno protestando a gran voce perché Putin ha preteso che gli "stati ostili" dalla fine di marzo paghino in rubli il gas che importano anziché in dollari o in euro; tuttavia Putin ha aggiunto anche una clausola per cui gli europei potrebbero pagare in oro, e gli altri stati hanno come ulteriore opzione il pagare in Bitcoin.
Ed ecco il punto: se ci vorranno meno di settantacinque rubli per un dollaro, gli acquirenti che pagheranno in oro otterranno petrolio a prezzo scontato. Forse le grandi compagnie europee del settore energetico non saranno interessate, ma quelle asiatiche saranno molto intressate a questo arbitraggio e a trarre profitto dalle differenze di prezzo che esso implica. Di per sé, questo potrebbe spingere il mercato dell'oro vero e proprio in una situazione di carenza, che a sua volta farà ulteriormente salire il prezzo dell'oro.
Una componente meno evidente degli alti lai di dolore che si levano dall'Europa ("Non pagheremo in rubli!"), è che i responsabili delle banche centrali cercano di mantenere il commercio dell'oro in uno schema ristretto, tramite la manipolazione del mercato dell'oro cartaceo, per non scuotere le fondamenta del sistema finanziario globale. Ma ciò che la Banca Centrale russa ha appena fatto è proprio strappare all'Occidente il suo ruolo di 'price-maker' dell'oro, con annessa priorità nella manipolazione dei prezzi. Russia e Cina insieme possono quindi controllare efficacemente il prezzo dell'oro e del petrolio. Luongo conclude: "Stanno per cambiare il denominatore dei mercati valutari globali, passando dal dollaro statunitense all'oro/petrolio, ovvero alla valuta delle materie prime". "Putin ha deluso il mondo con questo annuncio. Avrebbe potuto tirare diritto e fissare ottomila rubli al grammo o 2575 dollari all'oncia, e che avrebbe avrebbe sconvolto i mercati venerdì, in vista del fine settimana, vendendo il suo petrolio e il suo gas con un forte sconto" - forzando così la crescita del prezzo dell'oro.
Bello, eh?
Va bene, va bene: largo, che arriva il solito coro del tipo "Oh no; non un'altra storia sull'abbandono del dollaro! Non ci sono alternative!" e "Non c'è alternativa al dollaro come valuta di riserva".
Bene. Sappiamo tutti che tutto l'oro alla valutazione attuale ha un valore totale troppo piccolo per sostenere una valuta di scambio a base esclusivamente aurea o il commercio globale. E, a proposito, non si tratta di porre fine al dollaro come valuta commerciale. No, si tratta di tracciare una nuova rotta.
L'argomento di Pozsar è più sottile: c'è una crisi in corso. Una crisi delle materie prime. Le materie prime sono una garanzia, e la garanzia è il denaro, e questa crisi riguarda il crescente fascino della "valuta legata alle materie prime" rispetto alla valuta legale. Nei periodi di crisi bancaria, le banche sono riluttanti a giocare sul piano interno perché non considerano la valuta legale un collaterale affidabile. Quindi si rifiutano di prestare denaro a banche loro pari. Ogni volta che questo accade, le banche centrali devono stampare più denaro per "lubrificare" il sistema abbastanza da farlo funzionare. Questo comportamento, a sua volta, svaluta ulteriormente la valuta legale su cui il sistema si basa. Solo che se la moneta emessa dai governi e stampata dalle banche centrali è sostenuta da beni materiali, questo problema non si presenta. In questo sistema, la controparte nelle transazioni commerciali o nei finanziamenti avrebbe la possibilità di richiedere il pagamento in beni reali di quelli che sostengono la valuta, molto probabilmente oro o magari un bene concordato in anticipo. Ricordiamo che la valuta legale non è altro che uno strumento di debito non garantito dell'entità emittente e come abbiamo visto può essere "cancellato" per capriccio dall'emittente, che è il Tesoro degli Stati Uniti.
Questo rende più comprensibile anche il discorso del "paga in rubli": Qualsiasi schema praticabile di "pagamento in rubli" vedrà acquirenti di gas andare nelle banche russe a vendere dollari o euro o sterline alla banca, per comprare rubli da passare a Gazprom. Questo avrà l'effetto sia di aumentare il valore del rublo come valuta commerciale sia di mitigare l'esposizione a ulteriori sanzioni finanziarie, rendendo le istituzioni russe la sede per le operazioni di pagamento.
E per quanto riguarda il dove stiamo andando? "Dopo l'ultima faccenda della confisca delle riserve di dollari", Sergei Glazyev -supervisore della Commissione Economica Eurasiatica per la pianificazione del futuro monetario- ha detto senza mezzi termini: "Non credo che qualche paese vorrà usare la valuta di un altro paese come valuta di riserva. Quindi, abbiamo bisogno di qualche nuovo strumento". "Noi (la CEE) stiamo attualmente lavorando alla sua messa a punto, che in prima istanza può assumere la forma di una media ponderata di queste valute nazionali", ha detto. "Bene, a questo dobbiamo aggiungere, dal mio punto di vista, le materie prime oggetto di scambio: non solo oro, ma anche petrolio, metalli, grano e acqua: Una sorta di paniere di materie prime, con un sistema di pagamento basato sulle moderne tecnologie digitali del tipo blockchain".
"In altre parole, l'era della globalizzazione liberale è finita. Davanti ai nostri occhi, si sta formando un nuovo ordine economico mondiale - un ordine integrato, in cui alcuni stati e alcune banche private perdono il monopolio privato di cui godevano sull'emissione del denaro".


martedì 29 marzo 2022

Alastair Crooke - La geopolitica è una cosa che cambia forma di continuo

 


Traduzione da Strategic Culture, 28 marzo 2022.

Esistono casi, molto rari, in cui un singolo aneddoto può riassumere con efficacia il mettersi in moto della storia. L'aneddoto è questo. Nel 2005 Zbig Brzezinski, l'inventore del pantano afghano per l'Unione Sovietica e autore di The Grand Chessboard (che incorporava l'adagio di Mackinder per cui "chi controlla il cuore dell'Asia controlla il mondo" nella politica estera degli Stati Uniti), incontrò a Washington Alexander Dugin, filosofo politico russo e sostenitore di una rinascita culturale e geopolitica di quello stesso cuore. Brzezinski aveva già scritto nel suo libro che, senza controllare l'Ucraina, la Russia non sarebbe mai diventata la potenza dominante in quell'areale; con il suo controllo invece la Russia avrebbe potuto e voluto diventarlo. L'incontro era stato ambientato, in favore delle produzioni propagandistiche, mettendo una scacchiera tra Brzezinski e Dugin; c'era da promuovere il libro di Brzezinski. Il fatto che ci fosse la scacchiera spinse Dugin a chiedere a Brzezinski se considerava gli scacchi un gioco per due. "No," rispose Zbig: "È un gioco per uno. Una volta mosso un pezzo si gira la scacchiera e si muovono i pezzi dell'altro lato. Non c'è nessun altro in questo gioco", precisò Brzezinski. Naturalmente, la partita a scacchi con un solo giocatore era implicita nella dottrina di Mackinder: l'adagio su colui che controlla il cuore era un messaggio per le potenze anglosassoni, affinché non permettessero mai l'esistenza di una massa continentale unificata. E questo ovviamente è proprio ciò che si è messo in moto di questi tempi.
Lunedì 21 marzo Biden ha parlato esplicitamente con la voce di Brzezinski, nel discorso tenuto alla Business Roundtable negli Stati Uniti. Le sue osservazioni sono arrivate verso la fine del breve discorso in cui ha parlato dell'invasione della Russia in Ucraina e del futuro economico dell'AmeriKKKa:
"Penso che questo ci presenti qualche opportunità significativa per operare alcuni cambiamenti concreti. Sapete, siamo ad un punto di inflessione, credo, nell'economia mondiale: [e] non solo per l'economia mondiale ma per il mondo; [qualcosa che] si verifica ogni tre o quattro generazioni. Come ha avuto a dirmi l'altro giorno uno dei miei, in qualità di militare del massimo grado, nel corso di un incontro riservato, sessanta milioni di persone sono morte tra il 1900 e il 1946; da allora abbiamo stabilito un ordine mondiale liberale, e una cosa del genere non accadeva da molto tempo. Sono morte molte persone, ma da nessuna parte sull'orlo del caos. Ecco; adesso le cose stanno cambiando. Ci stiamo dirigendo verso un nuovo ordine mondiale, ed è nostro dovere guidarlo e unire in questo il resto del mondo libero".
Anche stavolta non esiste alcun altro alla scacchiera. Si muove, e poi la si gira di centoottanta gradi per giocare dall'altro lato.
Il dato di fatto è che una contromossa attentamente meditata, e diretta contro lo zeitgeist di Brzezinski, è stata formalmente lanciata a Pechino con la dichiarazione congiunta per cui né la Russia né la Cina accettano che l'AmeriKKKa giochi a scacchi da sola, senza nessun contendente alla scacchiera. La questione essenziale dell'epoca che incombe è questa, la riapertura dei giochi sul piano della geopolitica. Un tema su cui gli altri, gli esclusi, sono pronti a scendere in guerra perché non vedono altra scelta.
Un secondo scacchista si è fatto avanti e insiste per giocare: la Russia. E un terzo è pronto a farlo, la Cina. Altri si stanno silenziosamente mettendo a vedere come va il primo confronto in questa guerra geopolitica. Dai commenti di Biden citati sopra, sembra che gli Stati Uniti intendano usare le sanzioni e tutta la inedita portata delle misure a disposizione del Tesoro degli Stati Uniti contro chi dissidente dalla linea di Brzezinski. La Russia deve diventare un esempio di quello che succederà a qualsiasi sfidante che osi pretendere di giocare a scacchi anche lui.
Ma è un approccio che è difettoso proprio come concezione. Deriva dal celebre detto di Kissinger per cui "chi controlla il denaro controlla il mondo". Un adagio sbagliato fin dall'inizio; la verità è sempre stata che "chi controlla il cibo, l'energia (sia umana che fossile) e il denaro può controllare il mondo". Kissinger ha semplicemente ignorato le prime due condizioni richieste, e l'ultima è diventata quella su cui a Washington si sono fissati.
Il paradosso è che quando Brzezinski scrisse il suo libro, i tempi erano molto diversi. Oggi, in un momento in cui l'Europa e gli Stati Uniti non sono mai stati così strettamente allineati, l'"Occidente" paradossalmente non è mai stato tanto solo. Dapprincipio è sembrato uno scherzo, unire tutto il mondo nell'opposizione alla Russia: l'opinione pubblica mondiale si sarebbe opposta così fermamente all'attacco di Mosca che la Cina avrebbe pagato un prezzo politico alto per non essere saltata sul carrozzone dei contrari ai russi. Ma non è così che sta andando.
"Mentre la retorica statunitense mette alla gogna la Russia per i 'crimini di guerra', la crisi umanitaria in Ucraina ecc.", nota l'ex ambasciatore indiano Bhadrakumar, "le capitali mondiali considerano gli eventi come un confronto tra AmeriKKKa e Russia. Al di fuori del campo occidentale la comunità mondiale si rifiuta di imporre sanzioni contro la Russia, o anche solo di demonizzarla. La dichiarazione di Islamabad, rilasciata mercoledì dopo il quarantacinquesimo incontro fra i ministri degli esteri dei cinquantasette membri dell'Organizzazione della Conferenza Islamica, ha rifiutato di approvare sanzioni contro la Russia. Non un solo paese del continente africano o delle regioni dell'Asia occidentale, dell'Asia centrale, di quella meridionale o del sud-est asiatico ha imposto sanzioni contro la Russia".
In questo caso potrebbe giocare anche un ulteriore elemento. Quando paesi come questi sentono dire cose del tipo "gli eroici ucraini si sono guadagnati il diritto di entrare nel nostro 'club dei valori'", hanno la sensazione di sentire l'Europa "bianca" che si aggrappa indebolita alla zattera di salvataggio.
Il dato reale è che le sanzioni cui Biden ha fatto riferimento nel suo discorso hanno già fallito lo scopo. La Russia non ha fatto default, la borsa di Mosca è aperta, il rublo è in ripresa, la reputazione russa è in ottima salute e la Russia vende energia a prezzi stracciati (anche dopo lo sconto).
In poche parole i traffici passeranno da altre strade, non saranno annullati. Ecco i vantaggi di essere un esportatore di beni quasi interamente prodotti in loco; sono i vantaggi di un'economia da fortezza.
La seconda incongruenza nella politica di Biden è che la dottrina di Von Clausewitz -cui la Russia si attiene in larga misura- auspica lo smantellamento del "centro di gravità del nemico per conseguire la vittoria"; in questo caso presumibilmente, il controllo occidentale della valuta di riserva mondiale e dei sistemi di pagamento. Al contrario, oggi come oggi sono l'Europa e gli Stati Uniti che stanno smantellando se stessi, e che si rinserrano ancora di più nell'inflazione che si impenna e nella contrazione dell'attività economica, in una specie di inspiegabile attacco di masochismo morale.
Come nota Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph, "Quello che è chiaro è che la politica occidentale basata sulle sanzioni è la cosa peggiore di tutte. Stiamo subendo uno shock energetico che sta gonfiando ulteriormente le entrate per una Russia in guerra... Serpeggiano i timori di una rivolta in stile gilets jaunes in tutta Europa, il sospetto che la volubilità del pubblico non tollererà l'impennarsi del costo della vita una volta che gli orrori dell'Ucraina avranno perso il loro carattere di novità sugli schermi televisivi".
Anche stavolta forse possiamo attribuire questo comportamento paradossale all'ossessione di Kissinger per il potere del denaro, e al suo trascurare altri fattori fondamentali.
Tutto questo ha causato l'insinuarsi di un certo disagio nei corridoi del potere in alcune capitali della NATO sulla direzione che sta prendendo il conflitto in Ucraina: La NATO non interverrà, non implementerà una no-fly zone e ha ignorato le nuove richieste da parte di Zelensky per ulteriori materiali militari. A prima vista si direbbero le conseguenze del gesto "disinteressato" con cui 'Occidente intende evitare una guerra nucleare. La realtà è che lo sviluppo di nuove armi può imporre trasformazioni geopolitiche da un momento all'altro; è il caso ad esempio del missile antibunker intelligente e ipersonico Kinzhal sviluppato dai russi. In buona sostanza, la NATO non può prevalere militarmente contro la Russia in Ucraina.
Sembra che il Pentagono si sia -per il momento- imposto nella contesa con il Dipartimento di Stato e abbia iniziato a correggere la narrativa.
Si mettano a confronto queste due narrazioni statunitensi.
Il Dipartimento di Stato ha sottolineato lunedì 21 marzo che gli Stati Uniti stanno esortando Zelensky a non fare concessioni alla Russia in cambio di un cessate il fuoco. Il portavoce "ha esplicitamente affermato che è aperto a una soluzione diplomatica che non comprometta i principi fondamentali al centro della guerra del Cremlino contro l'Ucraina. Quando gli è stato chiesto di sviluppare questo punto, Price ha detto che la guerra è una questione che trascende la contesa fra Russia e Ucraina. "La cosa fondamentale è che in questa situazione sono in gioco principi che possono essere applicati in modo universale". Price ha detto che Putin stava cercando di violare "dei principi fondamentali".
Solo che il Pentagono ha fatto ricorso a due "bombe-verità" nella sua contesa con lo Stato e il Congresso per evitare il confronto con la Russia: "La condotta della Russia nella guerra brutale racconta una storia diversa dalla visione ampiamente accettata secondo cui Putin è intenzionato a demolire l'Ucraina e infliggere il massimo danno ai civili, e rivela la condotta strategicamente equilibrata del leader russo", ha riferito Newsweek in un articolo intitolato I bombardieri di Putin potrebbero devastare l'Ucraina, ma non lo stanno facendo. Ecco perché. Si fa riferimento a un analista anonimo della Defense Intelligence Agency (DIA) del Pentagono che afferma: "Il centro di Kiev è stato appena toccato. E quasi tutti gli attacchi a lungo raggio sono stati diretti contro obiettivi militari". Un ufficiale dell'aeronautica militare statunitense in pensione, che ora lavora come analista per un appaltatore del Pentagono, ha aggiunto: "Abbiamo bisogno di capire come la Russia si sta effettivamente comportando. Se ci limitiamo a dirci convinti che la Russia sta bombardando indiscriminatamente o [che] non riesce a infliggere maggiori danni perché il suo personale non è all'altezza del compito o perché è tecnicamente inetto, allora non ci stiamo rendendo conto del reale andamento delle cose".
La seconda "bomba-verità" colpisce direttamente il drammatico ammonire di Biden sulla "false flag" delle armi chimiche. Reuters ha riferito che "Gli Stati Uniti non hanno ancora notato alcun indizio concreto di un imminente attacco russo con armi chimiche o biologiche in Ucraina, ma stanno monitorando da vicino i flussi di informazioni a questo proposito, ha detto un alto funzionario della difesa statunitense".
Biden si trova preso in mezzo, fra il dire che "Putin è un criminale di guerra", ma anche che non ci sarà nessun confronto fra NATO e Russia. "L'unica fine della partita ora come ora", ha detto un alto funzionario dell'amministrazione in un incontro riservato all'inizio di questo mese, "sarebbe la fine del governo di Putin. Fino ad allora e per tutto il tempo che Putin rimarrà al potere, [la Russia] sarà uno stato paria che non sarà mai riaccolto nella comunità delle nazioni. La Cina ha commesso un errore enorme nel pensare che Putin la farà franca".
Eccola, la linea guida: permettere al macello ucraino di andare avanti, restare inoperosi a guardare gli "eroici ucraini dissanguare la Russia", fare abbastanza per far proseguire la guerra fornendo alcune armi ma non abbastanza da intensificarla, e presentarla come una eroica lotta per la democrazia a beneficio dell'opinione pubblica.
Il punto è che le cose non stanno andando così. Putin potrebbe sorprendere tutti a Washington uscendo dall'Ucraina quando l'operazione militare russa avrà raggiunto i suoi obiettivi. Quando Putin parla dell'Ucraina -a proposito- di solito non fa riferimento alla sua parte occidentale, diventata Ucraina perché aggiunta da Stalin.
E le cose non stanno andando così nemmeno con la Cina. Blinken ha detto per giustificare le nuove sanzioni imposte alla Cina la settimana scorsa: "Siamo impegnati a difendere i diritti umani in tutto il mondo e continueremo a usare tutte le misure diplomatiche ed economiche per promuoverne la responsabilità".
Le sanzioni sono state imposte perché la Cina non ha ripudiato Putin. Solo per questo. Il linguaggio della responsabilità -e dell'espiazione- usato, però, può essere compreso solo come espressione della woke culture contemporanea. Basta presentare qualche aspetto della cultura cinese come politicamente scorretto (come razzista, repressivo, misogino, suprematista o offensivo), ed essa diventa politicamente scorretta all'istante e nella sua interezza. Questo significa che qualsiasi aspetto di essa può essere addotto a piacimento dall'amministrazione come meritevole di sanzione.
E si torna al problema di cui sopra: il rifiuto dell'Occidente di accettare che altri si accostino alla scacchiera. Cosa può fare la Cina, se non fare spallucce a fronte di questa pretesa assurda.
Biden, nel suo discorso alla tavola rotonda, ha tirato ancora una volta in ballo un nuovo ordine mondiale; ha arguito che presto cambieranno tutte le carte in tavola.
Ma forse sarà un cambiare le carte in tavola diverso dai soliti. Uno che farà tornare molte cose come stavano fino a qualche tempo fa, quando davvero funzionavano. La politica e la geopolitica cambiano forma in ogni momento.

mercoledì 23 marzo 2022

Firenze. Controradio riporta la risposta degli occupanti dello stabile di viale Corsica 81 al borgomastro Nardella



In questa sede non si è mai fatto alcun mistero di non avere grande stima per la "legge" dello stato che occupa la penisola italiana, specie per le sue implicazioni in materia di attivismo politico, "degrado" e "insicurezza".
Allo stesso modo si sono più volte documentate le affissioni anarchiche reperite sui muri di Firenze, che a fronte dell'agenda politica del democratismo rappresentativo ci sono sempre sembrate degli inattaccabili monumenti di concretezza.
Si riporta con diligenza un altrettanto solido scritto elaborato dagli occupanti di uno stabile occupato da dieci anni, sgomberato dalla gendarmeria senz'altra motivazione che le intemperanze dei suoi frequentatori, che avrebbero goduto senz'altro di maggior tolleranza (se non di approvazione) se invece che motivazioni politiche avessero avuto pretesti legati al bestiale mondo del pallone.
L'iniziativa della gendarmeria è parsa poco fondata e poco costruttiva persino alle gazzette, risaputamente propense ad assecondare i ben vestiti che chiamano terrorista chiunque non procuri loro un reddito.
Occupazioni, scontri di piazza, cortei?
Va tutto benissimo.
Purché a Minsk, a Mosca, a Damasco, a Tehran o a L'Avana.


Abbiamo ascoltato con un misto di rabbia e divertimento le parole di Nardella ai microfoni di Controradio che, di fronte alle critiche mosse dagli abitanti del quartiere nei confronti dello sgombero del nostro spazio di Viale Corsica si arrampica sugli specchi per difendere il deserto che la su amministrazione, giorno dopo giorno, continua a creare. Una realtà che, udite udite, per gli ascoltatori di Controradio contribuiva a rendere più sicura la zona.
Affermazione che deve aver generato nel nostro sindaco, impegnato da sempre a lucidare solo il suo centro vetrina, non poco imbarazzo. L’ennesima conferma di quello che in molti sanno già: la sicurezza non la fanno la militarizzazione dei quartieri, i massicci dispiegamenti di polizia e le telecamere. La sicurezza è data da un quartiere vivo, dalle relazione sociali, dal mutuo appoggio e dalla solidarietà di chi vive fianco a fianco, non certo dalle forze dell’ordine che nascondono dietro ad una finta impotenza quello che in realtà non è altro che menefreghismo. Non è stato certamente il comune a rendere un luogo come l’Area Cani autogestita, prima abbandonata all’incuria e allo spaccio, un posto in cui incontrarsi e socializzare, in cui si sono svolti eventi e concerti.
Ai legittimi dubbi di chi si chiede come un’immobile vuoto e murato possa essere promotore di decoro e legalità il sindaco preferisce rispondere con i suoi soliti mantra che suonano come parole vuote. Nardella si appella alla legalità, quella della sinistra che rappresenta. La legalità di un palazzo che dopo essere stato al centro di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta da parte di uno dei tanti palazzinari fiorentini è rimasto abbandonato all’incuria senza essere mai trasformato nell’opera di compensazione che doveva essere. La legalità di chi riesce ad accedere a fondi e spazi del comune perché da sempre amica di chi nelle stanze di Palazzo Vecchio tiene il culo al caldo da anni.
Bene, su casa nostra da sempre svetta la scritta Illegalità di massa perché consapevoli che giustizia e legalità non sono la stessa cosa e che nelle aule di tribunale ciò che loro chiamano giustizia è solo sinonimo di repressione.
La nostra giustizia è un’altra. È la consapevolezza che lasciare case vuote e murate quando la gente muore di freddo per strada è criminale anche se legale. È la consapevolezza che non servono né il permesso né i fondi di qualcuno per organizzarsi ed aiutare chi è in difficoltà o per essere promotori di attività culturali e sociali. È la consapevolezza che una presa di coscienza collettiva, che l’autogestione e la difesa della dignità delle persone sono più importanti della burocrazia e dei codici di chi vuole un mondo immutabile e rassegnato alla sua vita fatta di solo consumo.
Nardella si arroga il diritto di dividere tra autogestioni buone e cattive, dando una narrazione tossica e falsa di quelli che sono stati percorsi di autorecupero reali e dal basso.
Parla del Lumen e di come abbia contribuito e rendere vivo un luogo prima usato come base di spaccio, angolo dimenticato di un quartiere popolare come le Minime. Si dimentica però che tra il “degrado”, come direbbero loro, e il bando di recupero ci è corsa l’esperienza de I’ Rovo, occupazione agricola che ha ridato vita al posto, abitandolo e avendone cura. Proprio per questo ha subito attacchi e tentativi di incendio da parte delle bande di spacciatori che ne volevano rientrare in possesso. L’amministrazione comunale si è sempre disinteressata alla sicurezza del posto, preferendo ghettizzare il problema in un angolo di periferia e lasciando a chi lo sentiva suo il compito di difenderlo. E quando ci sono riusciti? Sgomberati, rimossi dalla lista dei possibili beni comuni e la colonica assegnata ad un’associazione non indigesta al comune.
Ridicole poi le affermazioni su Mondeggi Bene Comune Fattoria senza padroni, nata dal fallimento di un’azienda di proprietà della provincia. Mondeggi è stata per anni la spina nel fianco della Città Metropolitana, interessata a venderla per fare cassa velocemente.
Speranza infranta da una serie di aste andate a vuoto. Scontratasi con il forte supporto della comunità locale ha dovuto battere in ritirata, avanzando solo nell’ultimo anno timide proposte di dialogo con gli occupanti e proponendo progetti di legalizzazione. Se non li puoi sconfiggere, unisciti a loro, o quantomeno prova a comprarli.
È quindi evidente come si diventi, agli occhi delle istituzioni, “buoni” o “cattivi” secondo la disponibilità o meno a scendere a compromessi. Ma quando ci si rifiuta di svuotare di significato le proprie lotte, anche solo in parte, per trattare con chi ci vuole reprimere si è di sicuro cattivi.
Questo è l’ennesimo esempio di come il potere tenti di sfruttare le differenze di pratiche, metodi e visioni interne ai movimenti per dividere, isolare e atomizzare le realtà di lotta.
Ma il movimento fiorentino non casca nella strategia divide et impera di un’amministrazione con l’elmetto. Ne è la prova la solidarietà che abbiamo ricevuto da tutte le realtà locali e non, che non si sono tirate indietro e hanno abbracciato con fierezza e gioia le azioni e le pratiche che ci siamo rivendicati negli anni.
Per questo continueremo a ripetere, ora e sempre: si parte e si torna insieme!