venerdì 21 settembre 2018

Alastair Crooke - Secondo Kissinger è tempo che gli USA rinuncino ai loro antichi assunti



Traduzione da Strategic Culture, 30 luglio 2018.

In una conversazione con Edward Luce del Financial Times sul conto del presidente in carica negli USA, Kissinger ha detto: "Penso che Trump possa rivelarsi una di quelle figure che nella storia fanno di quando in quando la loro comparsa per segnare la fine di un'epoca e per costringere a rinunciare ai vecchi assunti." Proseguendo nella conversazione, ha precisato quanto voleva dire aggiungendo che "Questo non significa che egli ne sia consapevole, o che sta pensando a qualche grandiosa alternativa. Potrebbe essere semplicemente un caso."
Com'era lecito aspettarsi, Luce pensa che l'incontro fra Trump e Putin possa rappresentare un possibile punto minimo per la diplomazia ameriKKKana, e un tradimento verso i servizi statunitensi che attestano le intromissioni russe nelle elezioni del 2016; arriva a citare il titolo del Daily News di New York, secondo il quale Trump in quest'occasione si sarebbe comportato in maniera tale da rientreare nel "plateale tradimento".
Kissinger, che fornisce ragguagli sia a Trump che a Putin, rifiuta esplicitamente di abboccare. Considerata la situazione, gli ribatte, l'incontro con Trump si doveva fare: "L'incontro doveva avere luogo. Io stesso l'ho perorato per diversi anni. La questione è passata in secondo piano a causa degli affari interni ameriKKKani. Si è trattato senza dubbio di un'occasione persa. Ma penso che si debba farne qualche cosa."
Perché si è trattato di un incontro così importante? E che cos'è il qualche cosa che bisogna farne? Luce si impantana nella poca chiarezza dei messaggi di Kissinger e lamenta il fatto che è difficile capire in che senso vada inteso il suo discorso sull'economia. Solo che Kissinger è chiaro quando parla, e a prima vista si tratta di cose di fondamentale importanza, come è di fondamentale importanza il dove vuole andare a parare.
Russia e Cina stanno entrambe sfidando l'ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti, e lo stanno facendo insieme: stanno sfidando l'AmeriKKKa magari non nel contesto di un'alleanza formale in piena regola ma in un partenariato strategico, politico ed economico. Secondo Kissinger, "La NATO ha sbagliato a pensare che sia in atto un'evoluzione storica che la porterà a percorrere tutto il continente euroasiatico; non ha compreso che da qualche parte lungo il cammino avrebbe incontrato qualcosa di molto diverso dalle entità rispondenti all'idea occidentale di stati liberaldemocratici e orientati al mercato."
Esattamente. Per anni sia i governi repubblicani che quelli democratici hanno sostenuto che l'attrazione gravitazionale delle istituzioni internazionali dominate dagli USA, i flussi commerciali e anche la cultura popolare avrebbero man mano riplasmato sia la Russia che la Cina trasformandole in partecipanti entusiasti, condiscendenti (e sottomessi) di un mondo globalizzato e consumista guidato dagli Stati Uniti.
La NATO, braccio armato della diffusione di quest'ordine in tutto il pianeta, va avanti incessante, finché nella sua marcia attraverso il continente euroasiatico non finisce per scontrarsi con due grossi scogli culturalmente non occidentali la cui presenza era, dal punto di vista di Kissinger, ovvia: la Russia e la Cina.
Kissinger, facendo riferimento alla recente scomparsa di Brzezinski, spiega chiaramente a Luce perché l'incontro di Helsinki sia tanto importante: "Zbig è stato una figura quasi unica per la mia generazione," dice Kissinger. "Entrambi abbiamo pensato che le idee in merito all'ordine mondiale fossero il problema fondamentale della nostra epoca. Come potevamo realizzarlo? Avevamo idee piuttosto diverse. Ma tutti e due eravamo soprattutto preoccupati di far arrivare la diplomazia a un livello di influenza tale da raggiungere lo scopo."
Luce chiede: "[E] chi si sta ponendo questioni simili oggi?" Kissinger risponde, con devastante calma: "Oggi non esiste alcun dibattito."
Per caso o di proposito -secondo Kissinger Trump contrassegna la fine di un'epoca e la costringe a fare a meno dei propri "vecchi assunti", fra i quali le concezioni di Fukuyama sulla fine della storia e sull'ultimo uomo, e quella di una convergenza sui valori liberali occidentali. "Negli anni Quaranta del XX secolo i leader europei avevano chiara la direzione da seguire," osserva Kissinger, ma "oggi come oggi per lo più cercano soltanto di evitare guai." "Non è che stiano facendo un buon lavoro in questo senso," lo interrompe Luce. "Questo è vero," risponde laconicamente Kissinger con un enigmatico sorriso.
Nell'Unione Europea evitare guai significa essenzialmente un'Europa confortevolmente attaccata al proprio ruolo sostanziale in politica estera: fare da trampolino per la battaglia di contrasto all'"aggressione russa", compiacere Washington acclamando la NATO e ripetere la tiritera dell'"aggressione russa" sono cose che non vengono mai messe in discussione. Sono la conditio sine qua non in Europa per dormire fra quattro guanciali o per ambire a qualche carica statale. Quella del contrapporsi alla Russia è stata una posizione adottata senza riflettere e senza porsi domande. Senza porsi domande fino a quando Trump si è liberato di questo "vecchio assunto" e ha iniziato la distensione con la Russia.
I "gravi, gravi pericoli" da cui Kissinger vuole metterci in guardia -e non sembra che stia semplicemente premendo perché si torni alle sue vecchie tattiche di triangolazione tipiche dei tempi di Nixon per dividere la Cina dalla Russia e mettere gli USA nel mezzo a soffiare sul fuoco della competizione e della rivalità fra le due.
Kissinger probabilmente comprende che anche queste triangolazioni sono diventate un "vecchio assunto". Egli sottolinea come la NATO abbia completamente fallito a comprendere la "quasi mistica" tolleranza russa per le sofferenze, dice Luce. Il fatto è che l'essenziale per Kissinger è che la NATO ha mal interpretato il profondo desiderio di rispetto dei russi. Il desiderio di essere rispettati in quanto tali.
Kissinger non sta ammonendo sul fatto che gli USA mancano di una strategia basata sulla triangolazione. Sta dicendo piuttosto che stiamo inavvertitamente andando verso la guerra perché ci basiamo su fantasie utopistiche secondo cui il mondo è destinato a un futuro esclusivamente centrato sull'AmeriKKKa. L'incontro si doveva tenere, ma lo stesso Kissinger afferma che "Ci troviamo in un periodo molto, molto serio per il mondo."
Trump non avrebbe potuto triangolare nemmeno se avesse voluto. Trump non può offrire quasi nulla al signor Putin. Il Congresso e lo stato profondo hanno fatto e strafatto per ingabbiare qualsiasi spazio di manovra Trump potesse avere nei confronti della Russia. Anche il capitale politico di Trump si è indebolito: è continuamente minacciato di azioni legali o di impeachment. Che cosa può fare?
Inoltre la possiblità di separare la Russia dalla Cina non esiste. Entrambi i paesi stanno affrontando una guerra non convenzionale ad opera degli USA e dell'Europa, che hanno intrapreso una guerra economica basata sul dollaro, in cui le armi sono le sanzioni e le tariffe. Per contrastare un'egemonia del dollaro che è diventata un'arma è ovvio che Russia e Cina debbano coordinare e concordare una controstrategia finanziaria, se vogliono mettere in atto una difesa che funzioni.
Ecco dove si trova l'essenza di quello che Kissinger ha definito un periodo molto serio per il mondo. Kissinger dice, nel seguito della conversazione, che l'AmeriKKKa rischia di trovarsi come un'isola fra due oceani e senza il controllo di alcun ordine mondiale; in altre parole, in un'epoca in cui regna un ordine frammentato e disordinato. Un'epoca in cui l'AmeriKKKa potrà anche avere in mano le redini della comunicazione, che saranno tuttavia indebolite dal fatto che l'AmeriKKKa è un paese polarizzato e non più un paese unito. Un paese di fatto senza più freni.
Che fare, allora? Kissinger lo dice: curare il funzionamento della diplomazia, almeno. Tump può anche cercare di cavare sangue dalle rape, date le limitate possibilità politiche cui può accedere, e sperare che dopo novembre si ritroverà presidente plenipotenziario quanto basta per portare a termine il suo tentativo di distensione.

lunedì 17 settembre 2018

Alastair Crooke - Per Trump l'Unione Europea è un alleato che vale zero



Traduzione da Strategic Culture, 23 luglio 2018

Magari è un'errata valutazione, ma un numero non piccolo di commentatori ha fatto pensare che il Presidente Trump a Helsinki intendesse fare tabula rasa della triangolazione alla Kissinger esistente fra USA, Russia e Cina. Si tratta di un'ipotesi ben fondata. Lo stesso Trump aveva abbracciato la linea di Kissinger in una conferenza stampa del 2015: gli USA avrebbero dovuto sempre cercare di tenere divise Russia e Cina in modo da non trovarsele coalizzate contro.
"...Una delle cose peggiori che può succedere al nostro paese è il riavvicinamento della Russia alla Cina. Le abbiamo fatte avvicinare noi, con i grandi accordi fatti nel settore petrolifero. Le abbiamo fatte avvicinare noi. Per il nostro paese è una prospettiva terribile. Sono diventate amiche a causa della nostra leadership incompetente. Io credo che con Putin mi troverei molto bene, no? E, dico, i più forti siamo noi [gli USA]. Non credo che serviranno le sanzioni; sono convinto che andremo molto, molto d'accordo."
Un discorso sensato, ma a Helsinki Trump ha fatto qualcosa di molto meno strategico e di molto più terra terra, qualcosa che è più in accordo con la sua filosofia basata sull'arte dell'accordo.
Nel corso del tempo abbiamo sviluppato un modello mentale abbastanza preciso di come "si suppone che si comporterà un Presidente e di come si svilupperà un processo politico. Ovviamente Trump non corrisponde a questo modello," scrive Jim Rickards. "[George W.] Bush e Obama erano completamente orientati al processo. Si poteva prevedere con ampio anticipo il corso degli eventi mentre si facevano strada nei processi decisionali della West Wing e di Capitol Hill." Nel caso di Trump, continua Rickards, "un processo esiste, ma non si conforma né a una linea temporale né a un copione esistente. Sembra che Trump sia per la maggior parte del tempo l'unico a prendervi parte. Nessun altro a Washington pensa in questo modo. Chi è dell'ambiente tenta di evitare confronti e inasprimenti e a fare compromessi fin dall'inizio, compiendo in modo raffinato il percorso attraverso il processo politico."
"Ecco qui il processo di Trump:
- Identificare un grande obiettivo (il taglio delle tasse, l'equilibrio commerciale, il muro...).
- Identificare i punti di pressione da usare contro chiunque si metta nel mezzo (le elezioni, le tariffe, i posti di lavoro e così via).
- Minacciare in modo estremo l'oppositore, rifacendosi ai punti di pressione di cui sopra.
- Se l'oppositore lascia perdere, venire a più miti consigli, cantare vittoria e tornarsene a casa con gli allori.
- Se l'oppositore ribatte, raddoppiare la posta. Se Trump dichiara l'intenzione di sottoporre a dazio cinquanta miliardi di importazioni dalla Cina e la Cina reagisce in proporzione, Trump rilancia al raddoppio e i miliardi di importazioni diventano cento. Trump alza la posta fino a quando non vince."
Alla fine questo gioco al rialzo può sfociare in negoziati che portino almeno all'idea che Trump abbia vinto, come nel caso della Corea del Nord, anche se si tratta di una vittoria più di figura che concreta.
Insomma, se vediamo il vertice di Helsinki nell'ottica dell'arte dell'accordo, cosa ne viene fuori? Russia e USA hanno tali divergenze e così pochi sono i punti di vista condivisi che le prospettive per arrivare a un accordo strategico globale sono assai scarse. Il Presidente Trump non può offire gran che alla Russia; togliere le sanzioni non dipende da lui ma dal Congresso, e non può, per come stanno le cose oggi, cedere sulla questione dell'Ucraina nonostante Trump abbia chiaro che USA ed Europa con il colpo della Maidan a Kiev si sono procurati una bella gatta da pelare.
"Quindi", come scrive l'editorialista russo Rotislav Ishchenko (qui una traduzione dal russo) "la situazione è quella in cui due parti, anche prima che inizino i negoziati, sanno che non riusciranno ad accordarsi e non si sono neppure preparate a farlo dal momento che dopo le trattative non era previsto di sottoscrivere alcunché.Al tempo stesso entrambe le parti avevano bisogno che l'iniziativa fosse un successo." Ishchenko prosegue: "Trump ovviamente minaccia l'Unione Europea con una possibile intesa con la Russia. E anche Putin ha bisogno di mostrare all'Europa che non è l'unica con cui si può trattare.
 La posizione dell'Europa è chiara. Non è una coincidenza il fatto che Trump, elencando i nemici degli USA (la UE, la Cina, la Russia) abbia messo in chiaro che considera la Russia un problema minore [rispetto alla UE] perché in pratica con essa non ci sono contraddizioni sul piano dell'economia (il Nord Stream 2 non conta). Non è la Cina, con cui gli USA hanno i maggiori negativi dal punto di vista della bilancia commerciale, ma l'Unione Europea -che Trump definisce tranquillamente come il principale competitore commerciale- a ricevere benefici economici ingiustificati tramite accordi politici con gli USA, e che resta il loro principale avversario.
[Trump così] risolve le sue contraddizioni politiche e militari con la Russia [e di conseguenza] riduce a zero il valore della UE come alleato di Washington... L'Europa era abituata a servirsi del proprio ruolo di trampolino per la lotta contro la Russia come [essenziale] argomento per tenere Trump lontano dal compiere questo ultimo passo, la completa separazione dalla UE. E sperava di poter continuare a farlo.
Negli ultimi tempi la Merkel, dopo il summit della NATO, ha iniziato a dire senza infingimenti... [che l'ostilità di Trump verso la UE non ha giustificazione], perché l'Europa si batte con la Russia in nome degli interessi degli USA.
Per l'Unione Europea era essenziale che questa argomentazione continuasse a funzionare. Altrimenti Washington avrebbe avuto assai più in comune con Mosca che con Bruxelles. E l'Europa non è pronta a un aspro confronto con gli USA. Occupata com'era a riposare sugli allori [ovvero sulla propria convinzione di avere dalla propria una sorta di superiorità morale nel campo dei valori], l'Europa non si è impegnata -a differenza della Cina, per esempio- in una diversificazione dei propri legami economici ed è apparsa fortemente dipendente dall'accesso al mercato ameriKKKano.
"Dal momento che non si sono azzardati a precedere Trump nella normalizzazione dei rapporti con la Russia, i leader dell'Unione Europea temevano fatalmente che Trump e Putin, a dispetto delle difficoltà, avrebbero fatto l'impossibile per arrivare a qualche accordo, specie perché entrambi si sono rivelati gente capace di prendere in un istante decisioni che cambiano il destino del mondo.
La posizione assunta dall'Unione Europea ha incrementato il valore del vertice anche per la Russia. A Mosca possono aspettare fino a quando Washington non sarà pronta a riconciliarsi. Se si considera che l'Unione Europea ha ovviamente l'intenzione di mettersi di mezzo per cercare di salvaguardare un assetto geopolitico da cui trae vantaggio ma che non va bene né a Trump né a Putin, la Russia ha anche interesse a ben figurare davanti al mondo in occasione di questo vertice, e a mostrare che c'è la possibilità di arrivare ad accordi definitivi ed esaurienti."
Insomma, Trump si sta servendo di Helsinki per "minacciare in modo estremo l'oppositore", ovvero l'Unione Europea, impedendole di giocare la carta della propria utilità nei confronti dell'AmeriKKKa nella perenne contesa con la Russia. Il recente comunicato finale della NATO in ogni caso suona come un'accusa piuttosto precisa nei confronti della Russia e del suo comportamento.
Sia Trump che Putin si sono assunti un considerevole rischio politico con questa messa in scena della "fine della Guerra Fredda" In alcuni settori degli USA Trump ha levato reazioni straordinariamente isteriche e ha provocato molti commenti agli editoriali dello Washington Post che definivano il linguaggio che ha caratterizzato l'eloquio di Trump alla conferenza stampa come una "apostasia" e "un cancro in mezzo a noi". (Il vocabolo apostasia è il linguaggio con cui lo jihadismo violento taccia chi non crede.)
Non c'è dubbio che il latente odio per la Russia sia uscito allo scoperto. Questa acredine non sarà una sorpresa per Putin, anche se il registro linguistico estremo che la élite ha usato nei confronti di Trump metterà i russi al corrente di quello che rischiano loro nel caso Trump venisse per un motivo o per l'altro rimosso dalla propria carica.
Cosa implica il ricorso a un linguaggio simile? Le radici della russofobia in AmeriKKKa sono profonde. La loro origine risale all'epoca della partecipazione di attivismi del trotzkismo ameriKKKano alla rivoluzione bolscevica, ampiamente finanziata e orchestrata da Wall Street. I banchieri di New York non fornirono soltanto denaro, ma agevolarono un facile passaggio in Russia a rivoluzionari come Trotzky ed altri. L'assassinio dei killer trotzkisti (e di molte altre persone) ad opera di Stalin negli anni Trenta è alla base del linguaggio forcaiolo russo che ancora circola negli USA, anche se qualcuno ne ha dimenticato l'origine. Esistono conventicole negli USA che non hanno mai perdonato i repulisti staliniani.
Ovviamente quello che irrita la maggior parte della gente in AmeriKKKa e nelle élite liberali europee è il fatto che Putin consideri l'AmeriKKKa come al proprio livello morale e come dotata di pari competenze nel settore dell'intelligence. L'AmeriKKKa è convinta di aver vinto una volta per tutte: ha vinto la Guerra Fredda sotto il profilo culturale, nel campo dei sistemi di governo e dell'economia. Questo arrogarsi la "fine della storia", e la condizione di estasi che ne è derivata, le hanno evitato il bisogno di trattare la Russia come qualcosa di diverso dal popolo "psicologicamente sconfitto" che essa, peraltro, non era.
In ultima analisi il risentimento dello establishment occidentale nasce dal rifuto dei russi di sottostare a quella sconfitta che, secondo questo modo di vedere, si erano meritata: Putin ha rifiutato di incasellare la Russia nell'ordine mondiale a guida ameriKKKana e ha preferito che, in qualche modo, la Russia rimanesse Russia, secondo una cultura propria.
Quali sono le implicazioni per l'Europa? Per l'Europa si tratta di una catastrofe. Significa che il dialogo degli USA con Putin è destinato a continuare. Da che parte schierarsi allora, per Washington o per Mosca? Restare leali alla vecchia sovranità dimezzata o cercare di aderire a qualcosa di nuovo, prima che ci pensi qualcun altro?
A differenza della Russia l'Europa non può permettersi di aspettare. Incontrando Putin, Trump ha tolto gli USA dallo stallo e ha tolto all'Unione Europea il diritto di fare la stessa mossa. Questo rischia di complicare la politica europea più di quanto non facciano le sfide che essa deve già affrontare.
E Trump? I "flussi del denaro" indicano che sarà incriminato o messo in stato d'accusa dopo le elezioni di metà mandato. C'è da dubitarne. A fronte di tutte le chiacchiere di John Brennan su "reati e malefatte di estrema gravità" formulate col preciso linguaggio giuridico dell'impeachment, non esiste alcun reato. E se anche ve ne fossero, sono cose che come tali possono emergere da un trimestre molto diverso. Ed è probabile che Trump sopravviverà all'isteria imperante.

domenica 12 agosto 2018

Dodici agosto


Se escuto, eu te oiço a passada
Existir como eu existo.

sabato 28 luglio 2018

Alastair Crooke - Le guerre di Trump diventano ordinaria amministrazione: "le cose vanno per le lunghe".



Traduzione da Strategic Culture, 16 luglio 2018.

Con le guerre vere va così. Cominciarle è facile, si promette una vittoria sicura e rapida... e poi va sempre tutto storto. Le iniziali dichiarazioni fiduciose, a fronte delle dinamiche proprie della guerra che contemplano l'arrivo dell'inatteso e dell'imprevisto e che scuotono l'iniziale sicumera, durano appena un giorno. Il picco adrenalinico dovuto alla finale messa in pratica del piano operativo a lungo contemplato viene mitigato alla svelta dalla comprensione del fatto che questa guerra nuova di zecca dovrà essere combattuta in fangose trincee.
E queste sono le guerre di Trump: una guerra su piani multipli contro la Cina, una contro l'Iran, una contro Angela Merkel e contro le élite europee liberali ("sono peggio della Cina"), un assedio logorante attorno alle roccaforti istituzionali globali del WTO e della NATO.
I leader cinesi e russi hanno capito, e sono occupati a scavare le rispettive trincee per una guerra lunga. Anche Trump sta aggiustando il tiro. Si sta lavorando a una bozza di legislazione destinata a far fuori una delle cose che Trump più detesta: il WTO. Trump vuole che il WTO smetta di fare distinzioni fra mercati sviluppati e mercati emergenti e che smetta di riservare particolari attenzioni a questi ultimi. A suo modo di vedere questa distinzione in due categorie è una sorta di "azione affermativa" di tipo liberale per stati come la Cina che, sempre a suo modo di vedere, non meritano alcun particolare "favoritismo" sul piano commerciale.
Trump è apparso irritato anche per il concetto, messo in pratica sul terreno, per cui ogni dazio a titolo vantaggioso concesso a uno stato deve essere riconosciuto anche agli altri. Nei rapporti con gli altri paesi egli preferisce dedicarsi a transazioni bilaterali e differenziate sia in campo commerciale sia nella difesa. Questo significa che l'ombrello difensivo USA non dovrebbe espandersi in maniera generica ma in modo differenziato, come partita di un più ampio accordo bilaterale specifico e di tipo commerciale.
A questo scopo occorre una bozza legislativa che affidi al presidente degli USA e all'esecutivo la facoltà di decidere sui dazi, marginalizzando così il Congresso. Essa può anche includere con più determinazione il prestesto della sicurezza nazionale per l'imposizione di dazi, fattispecie già prevista nella struttura del WTO sia pure come caso speciale e non come giustificativo valido per spargere gabelle in tutto il settore commerciale.
Da parte sua la Cina sa che non può avere la meglio sul piano dei soli dazi: la Cina importa beni statunitensi per soli centotrenta miliardi, il che significa che ha margini limitati per controbattere dollaro per dollaro ai dazi degli USA. Lo scorso anno invece gli USA hanno importato merci dalla Cina per cinquecentocinque miliardi, ed hanno promesso dazi su beni che valgono duecentocinquanta miliardi. I vertici della Repubblica Popolare Cinese hanno già iniziato a ridisegnare le proprie misure difensive contro il tentativo di Trump di impossessarsi dei vertici strategici del WTO, segnalando all'Europa la seria minacca per i commerci rappresentata dalla prospettiva di una sconfitta nel WTO e offrendole di collaborare a una comune difesa strategica di questo caposaldo. L'Unione Europea pensa comunque di detenere già una ponderata supremazia morale e di non avere bisogno di alleati, per cui l'iniziativa dei cinesi non è stata accolta.
Insomma, la Cina si sta preparando per un confronto di lunga durata. La sua priorità è innanzitutto quella di evitare grossi contraccolpi per la propria economia. Questo contempla, al secondo posto per importanza, la realizzazione di profondi mutamenti strutturali in grado di ridurre le vulnerabilità della Cina verso le interruzioni o i blocchi alla catena di rifornimento delle industrie tecnologiche strategiche indicate come prioritarie dal Partito Comunista: il settore IT comprese le reti 5G e la sicurezza informatica, la robotica, l'aerospaziale, l'ingegneria oceanica, le ferrovie ad alta velocità, i veicoli a propulsione alternativa, gli impianti energetici, i macchinari agricoli, i nuovi materiali e la biomedicina.
Per conservare la sicurezza nel campo della disponibilità energetica, nonostante i quattrocentomila barili di greggio giornalieri che la Cina importa dagli USA per un valore di un miliardo di dollari non siano ancora coperti dai dazi da rappresaglia, il governo cinese ha minacciato di mettere una tassa di impportazione del venticinque per cento sulle importazioni di greggio statunitense; gli importatori cinesi stanno quindi precorrendo gli eventi. "I cinesi sono costretti a ribattere; devono reagire," afferma John Driscoll, direttore dell'azienda di consulenza JTD Energy, che dice anche che tagliare le importazioni di greggio dagli USA è un modo per "reagire (contro) gli USA in modo molto concreto". Driscoll ha detto che la Cina può persino sostituireSecondo il Japan Times, in un'avvisaglia di quanto sta per succedere, un dirigente di una raffineria indipendente della provincia di Shandong, il Dongming Petrolchemical Group, ha detto che la sua raffineria ha già cancellato gli ordini di greggio dagli USA: "Ci aspettiamo che il governo imponga dei dazi sul greggio statunitense," ha detto il dirigente rimasto anonimo. "Ci rivolgeremo a fornitori mediorientali o dell'Africa Occidentale".
L'Iran ha introdotto nel più ampio panorama di questo conflitto un'iniziativa militare ed inattesa, minacciando di rallentare o finanche fermare il passaggio del greggio attraverso lo stretto di Hormuz se le prospettate sanzioni secondarie degli USA dovessero strangolare l'export iraniano di petrolio. Se l'Iran chiude Hormuz, è possibile che l'economia mondiale ne soffra tali conseguenze da mettere gli USA sotto forti pressioni politiche affinché risolvano nel più breve tempo possibile l'impasse con l'Iran.
Come ha detto all'inizio di luglio John Kemp della Reuters, "La Casa Bianca può azzerare l'export petrolifero iraniano o calmierare i prezzi della benzina sul mercato interno, ma probabilmente non può ottenere entrambe le cose." L'Iran sa bene che il quadro oggi è diverso rispetto alla vicenda delle sanzioni contro l'Iran varate da Obama nel 2014: all'epoca la produzione da scisto statunitense e il ritorno sul mercato della Libia compensarono quello che veniva dalla produzione iraniana. Oggi il mercato petrolifero è duro e le minacce iraniane su Hormuz, anche se solo ventilate, colpiranno già da sole un settore dai nervi già scoperti e faranno salire il premio di rischio sul prezzo del petrolio, che è una voce che secondo il benchmark del Brent che detta legge per il prezzo dei carburanti è già salita del 67% rispetto allo scorso giugno.
Infine, la Cina ha iniziato a riposizionarsi rispetto al dollaro -ampliando la banda di fluttuazione dello Yuan che a quanto sembra si sta sganciando dal dollaro e svalutando senza scosse- e orientandosi verso una maggior ricorso, per le transazioni, al paniere delle valute proprie dei partner commerciali della Cina. Questo rifarsi a un tasso di cambio più flessibile è una mossa che causa deflazione, come spiega Russell Napier: "il prezzo di vendita in dollari statunitensi delle esportazioni cinesi probabilmente crollerà, mettendo sotto pressione tutti i competitori della Cina... gli USA reagiranno mettendo tutti sotto pressione, soprattutto i mercati emergenti che hanno contratto prestiti in dollari senza avere un flusso di cassa nella stessa valuta [con cui] onorare questi debiti".
Fino ad oggi il presidente della Federal Reserve ha rifiutato di unirsi alle operazioni di "sostegno monetario" di queste dinamiche deflazionarie in atto a livello mondiale: Powell ha detto chiaramente a Zurigo lo scorso 8 maggio che non ha alcuna responsabilità per le conseguenze che la sua politica monetaria ha sui mercati emergenti. Questo significa che la deflazione cinese verrà esportata direttamente nelle economie statunitense ed europea.
Cosa significa tutto questo? Per gli USA si preannunciano ulteriori pressioni su un consumatore ameriKKKano già spremuto e sovraindebitato: il mese scorso il grafico della spesa al consumo era assolutamente piatto.  Considerato da solo, il deprezzamento dello yuan presagisce un pericolo evidente e concreto per la borsa statunitense perché le passate svalutazioni dello yuan hanno agevolato i crolli del mercato. "La Cina può svalutare lo yuan, e lo farà", scrive Tom Luongo. Poi amplierà lo stato patrimoniale della People's Bank per tenere liquido il sistema bancario, e salverà tutto quanto sia strutturalmente importante per il sistema bancario... La Cina ha bisogno di espandere rapidamente la massa monetaria a disposizione, nel caso lo yuan diventi a qualsiasi titolo una valuta di riferimento per il commercio regionale. E quale miglior momento per farlo, se non quando gli USA stanno cercando di mandare all'aria lo status quo esistente con l'Unine Europea e che dipende dalle esportazioni?"
Quali saranno poi le conseguenze per la Cina? La crescita sta rallentando: la miglior stima realistica è sul 4%, che è troppo poco per l'economia sistemica e per la stabilità sociale. La Cina si trova davanti a una crisi importante? L'economia cinese è meno vulnerabile di quella occidentale a un'implosione bancaria con effetto domino come quella del 2008, dal momento che il sistema bancario è controllato dallo stato, ma il settore della finanza personale è complesso, ed è più sensibile agli effetti delle sue strategie di investimento caratterizzate da una leva finanziaria importante.
La Cina deve affrontare dei rischi a livello sociale. Ecco... I mass media statali cinesi hanno scatenato un vero e proprio blitzkrieg propagandistico in cui si accusa il governo Trump di essere una "banda di delinquenti"; un'operazione lardellata di funzionari [cinesi] che chiedono a gran voce che si prendano provvedimenti, mentre il presidente della Sinochem, promosso sul campo comandante in capo della resistenza anti Trump, cita il famoso slogan di Michelle Obama: "Se loro si abbassano, noi ci alziamo". In breve, le tensioni sociali verranno incanalate in un sentimento antiameriKKKano, preparandoci per il prossimo inasprirsi delle tensioni.
Forse, la conseguenza più immediata sarà un grosso default nei mercati emergenti.

giovedì 12 luglio 2018

Alastair Crooke - Contro l'Iran e la Cina, Trump fa la voce grossa. Cosa succederà?



Traduzione da Strategic Culture, 2 luglio 2018.

Almeno lo hanno detto chiaro e tondo, su questo non ci sono dubbi. Quel "Noi siamo l'AmeriKKKa, e che cazzo" detto da un funzionario statunitense fa piazza pulita delle stupidaggini del potere morbido. Non si tratta certo di "democrazia" o di "libertà"; l'ordine mondiale universale non ha mai avuto a che fare con questi concetti. Va detto a credito del Presidente Trump che almeno non usa mezzi termini: perché scusarsi per la potenza ameriKKKana? Servirsene o perderla, dice Trump; e l'AmeriKKKa è ancora abbastanza forte da proseguire per la propria strada, che è quella di rimanere la potenza dominante.
La Cina si permette di dissentire. Ha già superato gli Stati Uniti nel 2013 in termini di prodotto interno lordo a parità di potere d'acquisto e adesso sente che la storia è giunta ad una svolta: la Cina sta per riprendere la propria vecchia identità e per ergersi come la cultura primigenia che pensa di essere sempre stata, andando ad occupare il centro del mondo. La traduzione concreta di questa ritrovata identità è rappresentata dalla nuova Via della Seta, che unisce "una comunità che condivide uno stesso destino". L'espressione politica di questo fenomeno nei confronti del mondo esterno è però riflessa più fedelmente dai concetti originariamente russi di euroasianesimo e di multipolarità, che risalgono agli anni 20 del XX secolo.
Il concetto di multipolarità è ovviamente in diretta opposizione all'universalismo occidentale e al concetto di "fine della storia". Non è antioccidentale di per sé, ma si oppone direttamente ai progetti utopistici occidentali che hanno cercato di incastrare tutto ciò che c'è di umano in un modello di società dove tutto è uguale per tutti. Il concetto russo di Eurasia contempla culture diverse, autonome e sovrane che sono in linea di principio l'esatta negazione dell'universalità e dell'egemonia. L'idea piuttosto è quella di un raggruppamento di "nazioni" che si rifanno tutte ad una propria cultura e a una propria identità primordiali -ad esempio la Russia è russa secondo una cultura russa propria- e che non sono costrette a imitare la spinta occidentalizzatrice. A rendere plausibile l'edificazione di questo ampio raggruppamento è il fatto che le identità culturali sono complesse e dotate di una propria storia; questo modo di intendere elude l'ossessione predominante a ridurre ogni nazione ad un valore pari a uno e a un singolo "significato". La collaborazione e il dialogo quindi avvengono su un terreno che si amplia considerando qualcosa che va al di là del "o l'uno o l'altro".
Apparentemente il Presidente Trump andrebbe collocato nel mucchio di quanti sostengono la ripresa di sovranità da parte dell'Europa e dello stato che occupa la penisola italiana, o, almeno, questo è quello che Steve Bannon ha suggerito dopo una sua recente visita nello stato che occupa la penisola italiana, dove ha cercato di ritrarre il nuovo governo formato da Lega e Movimento 5 Stelle come l'embrione di una nascente rivolta paneuropea contro lo establishment liberalprogressista e globalista. Bannon ha detto che questo embrione "ha in Trump il proprio fulcro". Un pensatore e scrittore russo che si trovava nella penisola italiana nello stesso periodo ha definito il nuovo orientamento dello stato che la occupa in modo piuttosto diverso, come un germoglio in Europa dell'ideale euroasiatico e multipolare.
Può senz'altro essere vero che Trump si sta impegnando a far saltare il mondo dell'Europa liberale come dice Bannon, ma il paradosso grave in questo caso è che il Presidente degli USA sta cercando di arrivare a questo risultato e alla restaurazione del ruspante vigore ameriKKKano usando gli stessi strumenti che lo establishment liberale ha sviluppato per costruire la globalizzazione guidata dagli USA. Esiste una contraddizione di fondo fra l'essere contro lo establishment liberale in patria e usare gli stessi esiziali strumenti all'estero per ricostruire l'AmeriKKKa dall'interno. Sulla questione è probabile che il visitatore russo abbia centrato il punto meglio di Bannon.
Sembra che il Presidente Trump intenda alzare la voce con la Cina, con l'Iran e magari anche con la Germania, facendo propri gli stessi sistemi di quello establishment che disprezza: l'egemonia del dollaro, le pretese eccezionaliste di giurisdizione legale statunitense su tutto il pianeta e il diritto di procedere al rovesciamento dei governi altrui, per esempio in Iran, dove e quando vogliono gli USA. Per molti, e sicuramente per la Russia e per la Cina, si tratta di una palude da bonificare, al pari di ogni equivalente di Washington.
David Stockman, ex membro del Congresso e responsabile del bilancio per il governo statunitense scrive a proposito della Cina:
Peter Navarro, il principale architetto della... guerra commerciale [ha detto, dopo un tonfo di quattrocento punti negli indici dei mercati statunitensi] che non esiste alcun progetto per mettere dei limiti agli investimenti stranieri negli USA; Donald Trump intende solo salvaguardare la tecnologia ameriKKKana e assicurare un "commercio libero, equo e di reciproca soddisfazione"... Navarro stava tirando la volata a una caterva di bugie belle e buone. Nel campo delle restrizioni agli investimenti in realta l'amministrazione Trump si sta muovendo per ripristinare un misconosciuto e farraginoso statuto di quarantun anni fa, chiamato Atto per i Poteri d'Emergenza in Economia Internazionale... ed usarlo per bloccare potenziali investimenti che riguardino "tecnologie di importanza significativa per il settore industriale" da parte di società che siano per il 25% o più di proprietà cinese.
Non c'è bisogno di dire che questo significherà scoperchiare un vaso di Pandora letteralmente senza fondo per ogni coinvolgimento e ogni mano in pasta che Washington potrà mai avere in qualsiasi materia riguardi gli affari con la Cina, fatta eccezione per i settori assolutamente obsoleti. Donald Trump sta preparando la madre di tutte le bombe nel settore degli investimenti per impedire ad ameriKKKani che possiedano una tecnologia di rivenderla a stranieri di qualsiasi parte -non solo ai cinesi, secondo il segretario Mnuchin- se qualche strapagata testa d'uovo statuisce che si tratta di una tecnologia sensibile.
Per quanto riguarda l'Iran,
Secondo quanto pensano esperti osservatori dell'industria petrolifera -scrive Esfandyar Batmanghelidj, Trump si è messo a fare la voce grossa. In un discorso in un incontro a margine tenutosi il 26 giugno, un funzionario superiore del dipartimento di stato ha annunciato che l'amministrazione Trump intende far sì che i propri attuali clienti cessino qualsiasi importazione di greggio dall'Iran. Il funzionario ha detto ai giornalisti che in un giro di paesi già iniziato con una visita in Giappone i funzionari USA "chiederanno senza dubbio che le importazioni di greggio iraniano vengano azzerate".
Questa guerra da ministero del Tesoro sta già infastidendo la Cina -qui c'è un articolo in cui un think tank cinese mette in guardia contro il pericolo di un'ondata di panico nel mondo della finanza- e la campagna statunitense per bloccare completamente le esportazioni di greggio dall'Iran impatterà negativamente sul paese, anche se la Cina e l'India non rispetteranno le sanzioni di tipo secondario decise dagli USA e continueranno, cosa che possono fare, ad acquistare petrolio iraniano. Sembra che gli USA stiano rilanciando e che l'unica cosa che potrebbe far tornare Trump sui suoi passi sia un crollo sostanziale nei mercati statunitensi, qualcosa come il 9% o più dell'indice Standard & Poor (si veda qui) nell'imminenza delle elezioni di metà mandato previste per novembre.
Intanto che Trump alza la voce con la Cina e con l'Iran (due alleati fondamentali della Russia) i due presidenti Putin e Trump si incontreranno il 16 luglio a Helsinki. Non sappiamo cosa ci sia in agenda, ma l'idea che al centro dei colloqui ci sarà il tentativo di Trump di ottenere dalla Russia il benestare per "l'accordo del secolo" in cambio di accomodamenti sulla situazione siriana è verosimile. Una simile "concessione" sulla Siria da parte ameriKKKana è facile per Trump, perché comporta poco più che la presa d'atto della situazione reale, vale a dire che i russi e i loro alleati hanno vinto la guerra. Persino negli ambienti governativi ameriKKKani si ammette tacitamente che le cose stanno in questo modo.
Non si sa quali siano i termini di questo "accordo del secolo", e non si sa neppure quale atteggiamento assumerà alla fine la Russia nei confronti di esso. In generale, e in anticipo sulla sua pubblicazione, la diplomazia russa si è mostrata prudente e sospettosa sulla base dei pochi particolari che sono trapelati. Lo stesso Ministero degli Esteri russo brancolava nel buio fino a qualche mese fa. Lavrov e Bogdanov hanno entrambi espresso l'idea che l'atteggiamento statunitense sulla questione di Gerusalemme abbia pericolosamente inasprito le tensioni in tutto il Medio Oriente.
Probabilmente Mosca esprimerà riserve su qualunque accordo sia chiaramente insuscettibile di accettazione da parte palestinese, e non vorrà farsi vedere a imporre un simile risultato a una popolazione palestinese con le spalle al muro. Più seriamente, Mosca può preoccuparsi del fatto che se i palestinesi respingono le proposte statunitensi i vertici politici delo stato sionista si metteranno tutto quanto in tasca, ignoreranno qualunque accantonamento a favore dei palestinesi e si limiteranno ad annettere ulteriori territori. Un gesto che può creare instabilità nella regione o causare un'esplosione di violenza. O mangari entrambe le cose. Insomma, non è un impegno che la Russia può prendersi facilmente.
Se a Putin viene chiesto semplicemente di invitare i Primi Ministri Netanyahu e Abbas a partecipare alla cerimonia di chiusura della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio in modo che possa avvenire un incontro in quella sede, Putin non dovrebbe farsi problemi, anche se potrebbe essere scettico sul fatto che Abbas accetti di incontrare Netanyahu. Abbas sa che aria tira nelle piazze palestinesi ed è assolutamente ostile agli abbozzi delle proposte statunitensi, e specialmente a qualsiasi concetto di una Gerusalemme che non sia la capitale dello stato palestinese.
Che altro potrebbe chiedere alla Russia il Presidente Trump, di imporre a Iran e Hezbollah di ritirarsi dalla Siria, come pretende lo stato sionista? Un impegno del genere la Russia non può prenderselo, e il Presidente Putin non potrebbe d'altro canto tradurlo in pratica.
Potrebbe chiedere Trump alla Russia di troncare i rapporti con la Cina e con l'Iran? Chiedere di rottamare due alleati della strategia multipolare russa e in cambio inserire la Russia come una tessera nel mosaico del dominio unipolare ameriKKKano? Sarebbe una scelta curiosa, questa.
E cosa potrebbe offrire Trump a Putin? Dei colloqui per fermare la nuova corsa agli armamenti? Certo, come no. La fine delle sanzioni contro la Russia? Non se ne parla neppure: in AmeriKKKa è il Congresso che controlla le sanzioni, e il Congresso è propenso ad accrescerle, non ad alleviarle. Una soluzione per l'Ucraina? Difficile.
Se i margini di manovra per arrivare a qualcosa di concreto sono davvero così ristretti, perché mai incontrarsi? Beh, servirebbe ad assestare uno schiaffo allo establishment anglofono che a questo incontro ha frapposto ogni sorta di ostacolo. Sia Putin che Trump possono trarre notevole soddisfazione anche soltanto da questo. Magari Putin riuscirà anche a far capire due o tre cose al suo compare statunitense, specie sull'Iran. Due o tre cose che vanno in direzione opposta alla livorosa visione del mondo dei massimi funzionari nella sicurezza nazionale e nella politica estera di Trump.

lunedì 9 luglio 2018

Alastair Crooke - Per l'era Bilderberg è l'inizio della fine



Traduzione da Strategic Culture, 25 giugno 2018.

Si vede l'inizio della fine per la concezione del mondo alla Bilderberg / Soros, anche se il vecchio mondo lotterà con le unghie e con i denti. La concezione del Bilderberg è quella di un cosmopolitismo multiculturale e internazionale che supera il vecchio nazionalismo, annuncia la fine delle frontiere e porta verso un ordine mondiale economico e politico di tipo tecnocratico e a guida statunitense. Il suo fondamento ideologico è dovuto a personaggi come James Burnham, un antistalinista ed ex trotzkista che fin dal 1941 perorava la causa della consegna ad una classe di dirigenti, ad una élite, delle leve del potere finanziario ed economico. Solo questa élite sarebbe stata in grado di mandare avanti una macchina statale contemporanea grazie alla sua conoscenza tecnica del mercato e della finanza. Burnham auspicava un'oligarchia competente e tecnocratica.
Burnham rinunciò a qualsiasi richiamo a Trotzky e ad ogni forma di marxismo nel 1940, ma ne avrebbe desunto le tattiche e le strategie dell'infiltrazione e della sovversione, che aveva imparato da appartenente alla ristretta cerchia di Lev Trotzky; avrebbe elevato la gestione trotzkista delle "politiche identitarie" ad arma d'elezione per far esplodere la cultura nazionale su un piano nuovo: l'emisfero occidentale. Il suo libro del 1941 intitolato La rivoluzione manageriale attirò l'atenzione di Frank Wisner, che sarebbe diventato una figura leggendaria nella CIA e che vide nelle opere di Brunham e del suo collega (anch'egli trotzkista) Sidney Hook la possibilità di realizzare un'efficace alleanza di ex trotzkisti contro lo stalinismo.
Wisner intuì anche i meriti che l'operazione avrebbe avuto come credibile mèntore per l'instaurazione di un ordine mondiale liberale solo in apparenza, controllato dalla CIA e dagli USA. Liberale solo in apparenza perché, come Burnham aveva scritto con chiarezza nel suo I neomachiavellici, i difensori della libertà, di tutte le libertà definite dalla costituzione statunitense la libertà come egli la intendeva era soltanto la libertà intellettuale. "In realtà si trattava di conformismo e di sottomissione".
In poche parole -come hanno notato Paul Fitzgerald ed Elizabeth Gould, "nel 1947 il passaggio di James Burnham dal comunismo radicale al conservatorismo ameriKKKano fautore di un Nuovo Ordine Mondale si era ormai concluso. Nel suo La lotta per il mondo (che diventò un manuale per lo OSS, l'antenato della CIA) Burnham aveva fatto una svolta francese per quanto riguardava la rivoluzione comunista permanente di Trotzky, e l'aveva trasformata in un piano di battaglia permanente per la costruzione di un impero ameriKKKano mondiale. L'unica cosa che serviva per completare la dialettica di Burnham era un nemico permanente; sarebbe servita una sofisticata campagna psicologica per tenere vivo "per generazioni" l'odio contro la Russia.
Cosa c'entra tutto questo con la situazione in cui ci troviamo oggi? Un panorama in stile Burnham fatto di partiti politici europei apparentemente di centro, di think tank apparentemente indipendenti, di istituzioni e di strutture della NATO è stato seminato dalla CIA in Europa e in Medio Oriente in un dopoguerra antisovietico. Tutte componenti del piano di guerra di Burnham in favore di un ordine mondiale a guida statunitense. La sua élite non è altro che questo. La tecnocrazia oligarchica di Burnham oggi è in ritirata su tutti i fronti, al punto che l'ordine liberale del mondo è consapevole di star lottando per la propria sopravvivenza, contro "il nemico alla Casa Bianca", come il redattore dello Spiegel on line ha chiamato il Presidente Trump.
Che cosa ha provocato tutto questo? Che lo si ami o lo si odi, il Presidente Trump ha avuto una parte da protagonista, non fosse che per il fatto di aver detto l'indicibile. Il fatto che dietro certi "non detti", o apofasi, in stile Mastro Eckhart, ci sia o meno un intento razionale è cosa che va al di là della questione: il ricorso intuitivo di Trump a questo "dire l'indicibile" ha di per sé indeblito molto la costruzione ideologica in linea col pensiero di Burnham.
In Europa due gravi difetti alla ricetta di Burnham hanno contribuito, probabilmente in maniera determinante, a mandarla in crisi. In primo luogo, la politica di ripopolare l'Europa con gli immigrati, intesa come rimedio alle carenze demografiche europee e come sistema per diluirne le culture nazionali al punto di farle scomparire, "ha portato a tutt'altro che a una fusione", scrive lo storico britannico Niall Ferguson. "Piuttosto, la crisi dei migranti in Europa sta portando ad una fissione. Potremmo chiamare "crogiolo di fissione" quello che sta succedendo... in maniera crescente... la questione dell'immigrazione sarà considerata dagli storici del futuro come il fatale solvente dell'Unione Europea. Nei loro scritto la Brexit figurerà soltanto come uno dei primi sintomi della crisi". In secondo luogo, la divisione dell'economia in due branche diseguali e prive di rapporti tra loro, risultato della cattiva gestione dell'economia mondiale da parte della élite. Ovvero, l'ovvia assenza della "prosperità per tutti".
Trump ha sentito che la base gli mandava due messaggi fondamentali: che non accettava che la cultura ameriKKKana (bianca) e la sua way of life venissero diluite per mezzo dell'immigrazione, e che non aveva intenzione di assecondare stoicamente il declino ameriKKKano in favore della Cina.
Fermare l'ascesa della Cina è, per la squadra di Trump, una questione fondamentale. In un certo senso ha portato l'AmeriKKKa a proiettarsi nel passato: l'AmeriKKKa oggi vale il 14% del prodotto mondiale calcolato a parità di potere d'acquisto, e il 22% di quello calcolato su base nominale, rispetto al quasi 50% di cui gli USA erano responsabili alla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia le imprese ameriKKKane, grazie all'egemonia mondiale del dollaro, godono di una sorta di monopolio (si pensi tra le altre a Microsoft, a Google e a Facebook) grazie a normative condiscendenti o a posizioni di predominio. Trump vuole impedire che lo stato di cose peggiori ulteriormente, e servirsene come di una vantaggiosa posizione di forza nella guerra dei dazi attualmente in corso. Sul piano interno si tratta di una politica chiaramente "vincente" per quanto riguarda il radicamento, la politica e le imminenti elezioni di metà mandato previste per novembre.
Il secondo filone sembra prevedere una sorta di tuffo nel passato anche per il Medio Oriente: il ripristino dei tempi dello Scià, quando a dettare la linea politica era "la Persia", quando lo stato sionista era una potenza regionale a salvaguardia degli interessi ameriKKKani, e quando le principali fonti di energia erano sotto il controllo statunitense. Quando, inoltre, l'influenza russa veniva rintuzzata usando l'Islam sunnita radicale contro il socialismo e il nazionalismo arabo.
Trump è ovviamente abbastanza assennato da sapere che non è possibile ritornare a tutti gli effetti a quel mondo alla Kissinger; in Medio Oriente i cambiamenti sono stati troppi. Kissinger tuttavia resta un consigliere importante per il Presidente, al pari del Primo Ministro Netanyahu. Ed è facile dimenticare che il predominio statunitense in Medio Oriente portò non solo al controllo degli USA sull'energia, ma anche al riciclaggio dei petrodollari a Wall Street e alla catena di basi militari USA nel Golfo che circondano l'Iran e che permettono agli USA di allungare fino al cuore dell'Asia il proprio braccio militare.
Eccoci dunque al Trump che abbraccia i Mohammed bin Salman, i Mohammed bin Zayed e i Netanyahu, e che fa propria la narrativa che indica nell'Iran un'entità che agisce per il male della regione e che sostiene il terrorismo.
Il fatto è che si tratta solo di una narrativa, che per giunta diventa priva di senso se la si inquadra in una più ampia considerazione del contesto regionale. La storia dell'Islam non è mai stata priva di conflitti violenti fin dai suoi primi giorni, come nel caso delle guerre della Ridda, o apostasia, del 632-633. Ma è bene non dimenticarsi che l'attuale epoca di radicalizzazione sunnita -tale che ha dato origine allo Stato Islamico- risale almeno al XVII e XVIII secolo, al disastro ottomano dell'assedio di Vienna (1683), al conseguente inizio della dissoluzione del califfato, alla crescente licenziosità e permissività ottomana che provocò lo zelotismo radicale di Abd el Wahhab sulla cui base trovò fondazione l'Arabia Saudita, e infinie all'aggressivo laicismo occidentalizzante in Turchia e in Persia, che innescò quello che viene chiamato "Islam politico" (sia sunnita che sciita che, all'inizio, erano uniti in un singolo movimento).
La narrativa di Mohammed bin Salman secondo cui il "fondamentalismo" dell'Arabia Saudita è stato una reazione alla rivoluzione iraniana è un'altra tiritera di quelle che possono servire agli interessi di Trump e di Netanyahu, ma è falsa anch'essa. In realtà l'assetto contemporaneo del mondo arabo sunnita è un retaggio dell'epoca ottomana ed ha imboccato la via di un lento declino fin dai tempi della prima guerra mondiale, mentre l'Islam sciita ha conosciuto invece un'epoca di forte affermazione in tutto il quadrante settentrionale del Medio Oriente e anche oltre. Detto brutalmente, la cosa è molto semplice: oggi come oggi la storia sorride agli iraniani.
Quello che Trump sta cercando di ottenere è la resa dell'Iran a fronte dell'assedio statunitense, sionista e saudita, la liceità di disfare (anche stavolta) quanto fatto da Obama cercando di riaffermare il predominio statunitense in Medio Oriente, il controllo delle fonti energetiche e la riaffermazione dello stato sionista come potenza regionale. La sottomissione dell'Iran si è quindi affermata come il tornasole per antonomasia del ristabilimento di un ordine mondiale unipolare.
Il suo valore simbolico è così alto proprio perché Trump vorrebbe vedere l'Iran, l'Iraq e gli alleati dell'Iran ovunque si trovino chinare la testa davanti alla sua egemonia unipolare, ma allo stesso tempo l'Iran è fondamentale nella visione multipolare che hanno Xi e Putin almeno quanto lo è nel presunto "rifacimento" del Medio Oriente ad opera di Trump. Non si tratta di un elemento puramente simbolico, perché l'Iran è fondamentale per la strategia geopolitica russa e per quella cinese. Insomma, l'Iran può contare su maggiori risorse per assicurarsi la sopravvivenza di quanto possa aver previsto Trump.
L'AmeriKKKa sfrutterà il proprio dominio del mondo finanziario fino all'estremo limite per strangolare l'Iran; Cina e Russia faranno quanto necessario, sul piano finanziario e su quello commerciale, per evitare che l'Iran non imploda economicamente e continui a rimanere un pilastro di un ordine mondiale alternativo, di carattere multipolare.
E qui entra in gioco il cambiamento di paradigma in Europa. Di nuovo, non è che ci si possa apsettare che gli europei prendano in mano le redini di qualche iniziativa o facciano molto di concreto, ma l'apofatico discorso del "dire l'indicibile" si sta diffondendo anche nel vecchio continente. Al momento non ha imposto mutamenti al paradigma del potere, ma può farlo fra non molto, per esempio con una possibile sconfitta politica della Merkel. Può darsi che la Germania abbia una politica più seria rispetto allo stato che occupa la penisola italiana, ma la voce del nuovo Ministro dell'Interno di quello stato, Matteo Salvini, che oppone il suo no alle incarnazioni di Burnham a Berlino, sta riecheggiando in Europa e oltre. Uno schiaffo in pieno viso.
Ora, è bene essere assolutamente chiari: non stiamo affatto avanzando l'idea che l'Europa spenderà il proprio capitale politico nella difesa degli accordi sul nucleare iraniano. Questo non è probabile. Stiamo didcendo che l'egemonia del dollaro ameriKKKano si è rivelata per il resto del mondo una cosa tossica in molti sensi; servendosi di questa egemonia alla maniera dei gangster -"Noi siamo l'AmeriKKKa, e che cazzo", è la descrizione dell'atteggiamento statunitense data da un funzionario- Trump porta acqua all'antagonismo verso l'egemonia del dollaro, seppure non ancora verso l'AmeriKKKa in quanto tale. Trump sta spingendo tutto il mondo non ameriKKKano verso uno stesso atteggiamento di insofferenza nei confronti del dominio finanziario unipolare dell'AmeriKKKa.
Questo clima di rivolta sta già rafforzando Kim Jong Un, come scrive lo Washington Post:
"Con i rapporti commerciali tra USA e Cina ormai ai ferri corti, Kim si trova ben piazzato per giocarsela con entrambe le potenze, facendo buon viso a Trump intanto che cerca di stringere ulteriormente i rapporti con Xi... Kim capisce il concetto di gerarchia e sa che Xi è il padrino del continente asiatico," ha detto Yanmei Xie, un analista della politica cinese allo studio di ricerca economica Gavekal Dragonomics a Pechino. "Kim sta calcolando pragmaticamente che la Cina può fornirgli assistenza economica, per integrare diplomaticamente la Corea del Nord nell'Asia nordorientale..."
"A livello regionale ci si sta impegnando, in una sorta di coalizione di volenterosi dell'Asia nordoccidentale, a tenere in piedi la commedia secondo cui la Corea del Nord smantellerà l'arsenale nucleare fintanto che gli ameriKKKani continueranno a dialogarvi," ha detto Xie.
La Cina è meno concentrata sul far sì che Kim si liberi degli armamenti piuttosto che sul tenerlo in riga. Secondo gli esperti, alla fine potrebbe ricorrere ai traffici commerciali e agli investimenti per mantenerlo in gioco, dicono gli esperti.
"Con la Corea del Nord ancora alle prese con le sanzioni dell'ONU, il sostegno politico ed economico della cina è ancora molto importante," ha detto Zhao Tong, un esperto di questioni nordcoreane al Centro Carnegie-Tsinghua per le politiche globali di Pechino. Zhao ha detto che la questione adesso è: in che modo la Cina può aiutare la Corea del Nord a sviluppare la propria economia?"
La cina può anche aiutare Kim a normalizzare le relazioni diplomatiche della Corea del Nord. E per far questo si comincia trattandolo meno come un dittatore canaglia e più come un uomo di stato in visita."
La stessa cosa vale, e alla grande, per l'Iran. Cina e Russia sanno come ci si comporta, nei braccio di ferro di questo genere.