domenica 4 marzo 2012

Sulle elezioni della majlis nella Repubblica Islamica dell'Iran


File ai seggi ad Esfahan; si elegge la majlis nel marzo del 2012.

Si sono tenute nella Repubblica Islamica dell'Iran le elezioni per la majlis.
Per la nona volta.
Il gazzettaio "occidentale" ha costituito anche in questa occasione una certezza, assicurando il solito spettacolo da circo equestre; i casi ordinari, nel mainstream del "paese" dove mangiano spaghetti, continuano con il decennale refrain sul "dittatore Ahmadinejad"; quelli che invece hanno dato tanta prova di introspezione e competenza nella valutazione della "primavera araba" -meritandosi di essere letteralmente schiaffeggiati da chiunque avesse un minimo di cognizione di causa- continuano a trattare l'argomento presentando le istanze di una minoranza che continua a rimanere tale come se fossero le uniche istanze legittime di un popolo iraniano che nelle redazioni si postula da trent'anni vessato ed oppresso. La Repubblica Islamica dell'Iran -lo abbiamo sottolineato innumerevoli volte- viene descritta come un aggregato succube e cencioso, percorso da pattuglie ringhianti che percorrono le strade e le piazze decimando gli astanti per impiccagione.
Il bias negativo con cui la sedicente "libera stampa" descrive la Repubblica Islamica dell'Iran, come la follia e come la malafede, è inscalfibile alle argomentazioni: il 64% degli aventi diritto si è presentato a votare -nella provincia centrale di Kohkilouyeh-Boyer Ahmad si sarebbe arrivati all'88%- esprimendosi secondo i primi dati contro il raggruppamento del "dittatore Ahmadinejad". I casi sono due, in questo caso come sempre: o l'elettorato iraniano non sa di vivere in una dittatura e che doveva boicottare le consultazioni perchè così c'era scritto sulle gazzettine "occidentali", o le suddette gazzettine "occidentali" e la loro "libera informazione" sono opera di gentaglia che fa di tutto, ogni giorno e si suppone per qualsivoglia materia sia sul tavolo, per meritarsi reazioni gurdjeffiane.

sabato 3 marzo 2012

I mass media e le menzogne sulla Siria. Giovanni Sarubbi intervista Ouday Ramadan


Un combattente del "libero esercito siriano" in una foto pubblicata dallo Scotsman.
All'inizio di marzo 2012 il "libero esercito siriano" avrebbe subìto un pesante rovescio
ad opera delle forze armate della Repubblica Araba di Siria, Cinguettatori e Libri dei Ceffi nonostante.
E con buona pace delle indimenticabili lesbiche di Damasco.

"Il Dialogo" si presenta come un periodico di cultura, politica, dialogo interreligioso dell'Irpinia".
Il 2 marzo 2012 mentre i paesi "occidentali" si affrettano a chiudere ambasciate e a statuire che "ad Assad restano solo poche settimane" (la stessa cosa che si sente dire da circa un anno, ossia da cinquantadue settimane), questa rivista in rete pubblica l'intervista che riportiamo e che attesta una realtà sul terreno ovviamente differente da quella mostrata ogni giorno dal mainstream. L'impressione è che la pianificata intenzione di imporre alla Repubblica Araba di Siria un "regime change" con modalità (ed esiti) di tipo libico stia per adesso incontrando scarsissima fortuna, per quanto le gazzette si sgolino come al solito a sostenere il contrario.
Riportiamo per intero l'intervista, link compresi. Il nome con cui viene correntemente indicato lo stato che occupa la penisola italiana, ed i relativi aggettivi, sono presenti nel testo originale; come sempre ce ne scusiamo con i nostro lettori, specialmente con quanti avessero appena finito di pranzare.


Siria -
Rompere la coltre di bugie di cui sono permeati i nostri mass media
a cura di Giovanni Sarubbi.

Intervista ad Ouday Ramadan che è stato in Siria con una delegazione italiana nel novembre scorso scampando anche ad un attentato del cosiddetto "Esercito Siriano Libero".

Intervistiamo oggi, sulla questione siriana di cui ci stiamo occupando oramai da molti mesi, Ouday Ramadan, siriano di nascita e italiano d'adozione. Ha 47 anni e vive in Italia dal 1986. Non è fra gli oppositori del governo Assad. Anche lui ha avuto scontri con qualche esponente della famiglia Assad che lo hanno portato ad uscire dalla Siria. Ma questo non lo ha fatto diventare un oppositore del governo Siriano che egli considera sicuramente migliore del migliore paese con un sistema capitalista occidentale. Ouday Ramadan è oggi comunista, ha vissuto in Libano dove ha anche partecipato alla lotta armata che in quel paese si è svolta. Non conosce né Dachan Mohamed Nour, delegato per l'Italia della Coalizione Siriana di Sostegno alla Rivolta Siriana, né Ossamah Al Tawil, membro del Comitato Esecutivo del Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico che abbiamo precedentemente intervistato sulla questione siriana. Ecco di seguito il testo dell'intervista che ci ha rilasciato che ha, come sempre, il solo scopo di fornire sia un diverso punto di vista, sempre importante per chi cerca di capire gli avvenimenti nazionali e soprattutto internazionali, sia ulteriori notizie e informazioni sulla vicenda siriana, prima che sia troppo tardi. Le notizie di cui sono pieni i nostri giornali non sono affatto rassicuranti. Le grandi potenze, tranne la Cina e la Russia che hanno opposto il veto all'ONU per impedire l'inizio dell'ennesima guerra, come accaduto recentemente in Libia, danno segno di non voler in alcun modo perseguire la soluzione pacifica delle controversie internazionali. A maggior ragione abbiamo il diritto di capire bene cosa sta succedendo in Siria e di pretendere il rispetto della sovranità di tutti i popoli, come prescritto dallo Statuto dell'ONU. Che la via pacifica prevalga sulla guerra. Per questo, e solo per questo, lavoriamo.

A quale gruppo appartieni? Fai parte anche tu dell'opposizione siriana in Italia? Che cosa vi proponete?

Non sono un oppositore del legittimo governo Siriano. Sono uscito dalla Siria nel 1983 a seguito di una lotta aspra contro Rifaat Al Assad, zio dell'attuale presidente che attualmente è in esilio. Sono nato e cresciuto in Libano. Sono stato prima simpatizzante del Partito Nazional Socialista Siriano (SSNP)(che non ha nulla a che vedere con il partito nazista), poi sono stato iscritto al Partito Comunista Libanese, con il quale ho partecipato alla lotta armata del Libano. Sono in Italia dal 1986 e sono stato per 15 anni consigliere comunale in un paese della Toscana. Nel 1994 sono rientrato in Siria. Non sono baathista però difendo il regime perché è socialista e anche laico, quindi lo difendo a spada tratta. Come in tutti i paesi ci sono problemi, ma nessuno che si trovasse a lavare un bambino sporco lo butterebbe via insieme all'acqua sporca. In Siria c'è stata e c'è la corruzione ma il regime socialista va mantenuto e difeso. Per me il peggiore stato socialista è sempre migliore del migliore stato capitalista.

Sulla situazione in Siria si leggono molte notizie, spesso contrastanti, molte di esse palesemente inventate come se ci fosse una regia occulta dietro. Dal tuo punto di osservazione che cosa sta accadendo realmente in Siria?
Dal 31 ottobre al 10 novembre sono stato in Siria con una delegazione. Ho fatto anche un intervento in una manifestazione di cui è stato trasmesso il filmato sulla televisione Siriana (che si può vedere qui) Sono stato ad Homs è sono scampato ad un attentato del cosiddetto "Esercito Siriano Libero". C'era con noi una troupe indipendente che ha girato 38 ore di filmati. Abbiamo girato in lungo e in largo la Siria e abbiamo constato la presenza di gruppi armati costituiti dalle forze della fratellanza islamica (il cosiddetto “Esercito Siriano Libero") che è finanziato dalla Turchia di Erdogan, dal Qatar, e dai libanesi del gruppo Futurista Hariri, che sono un gruppo della destra ultra capitalista.

Da dove nasce la crisi attuale?

La crisi attuale non è figlia dell'oggi. Il progetto va avanti fin dal 1996 ed è l'alternativa alla guerra diretta che nel 2006 Israele fece attaccando il sud del Libano. La guerra è stata sostituita dalla sovversione interna finanziando e armando gruppi di oppositori per destabilizzare e conquistare l'unico stato socialista della regione. Sono state usate e stravolte anche le cosiddette rivoluzioni arabe. Nulla da eccepire alle sollevazioni popolari che però sono finite male. In Tunisia, dove regnava Ben Ali, noto collaboratore della CIA, ed in Egitto, dove regnava Mubarak anche esso filo americano, sono ora al governo i movimenti islamici. In questi paesi ci sono milioni di persone che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, solo in Egitto ve ne sono 40milioni, che diedero vita nel 2008 alla rivoluzione del pane.
In Siria invece il socialismo è forte ed è presente e per questo vogliono conquistarlo. E' l'unico paese che fornisce sanità ed istruzione gratuita per tutti. Gli studenti possono andare all'estero a studiare a spese dello Stato. A tutti gli abitanti vengono garantiti gratuitamente tutti i generi di prima necessità, compreso 1000 litri di gasolio all'anno. La critica ad Assad che bisognava fare e che non è stata fatta è che ha accettato il FMI e ha introdotto in Siria nel 2005 la borsa valori.
Quando è cominciata l'attuale situazione di crisi, da comunista sono andato in Siria per capire che cosa stesse succedendo e ho potuto constatare che la rivolta ha attecchito in zone piene di fondamentalismo religioso di matrice islamica. La cosiddetta rivolta coinvolge infatti quattro città, che sono Daraa, Hama, Idlib e Homs e per quest'ultima con esclusione delle zone dove sono presenti sunniti alawiti e cristiani ortodossi e cattolici. La rivolta è di colore religioso e integralista: vogliono introdurre la Sharia islamica nel paese. Si tratta di città poste lungo il confine con il Libano la Giordania e la Turchia e sono quindi facilmente raggiungibili dall'esterno del paese.

Su che cosa basi la tua affermazione sull'intervento straniero in Siria?

In Siria sono stati catturati ben 47 ufficiali turchi. Sono stati catturati anche ufficiali francesi, fra cui un colonnello, e qualche militare britannico. Ma ci sono anche gruppi del Libano telecomandati da USA e Francia. Non è una rivolta popolare, ma una sovversione dall'esterno guidata da Erdogan e dalle petro-monarchie del Golfo Persico che, senza avere nemmeno una Costituzione ed una vita democratica interna al proprio paese, si sono inventati difensori della democrazia in Siria. Basti dire che l'emiro del Qatar ha preso il potere nel suo paese facendo arrestare il suo stesso padre e facendo fuori molti suoi fratelli. E' come se una prostituta si mettesse a dare lezioni di castità. Parlano di democrazia in Siria ma sono stati loro a reprimere al rivolta nel Barehin.

Sono credibili oppure no le agenzie di informazione basate a Londra a cui attingono in via esclusiva tutti i media occidentali? Chi sta dietro effettivamente a tali agenzie di informazione?

La credibilità di queste agenzie è nulla, sono dei puri e semplici mistificatori della realtà. Sono in possesso di migliaia di filmati fasulli, creati ad arte negli studi di Al Jazira o di altre emittenti controllate dalle petro-monarchie del Golfo Persico che inventano di sana pianta notizie mai avvenute. E ci sono al mondo ben 60 emittenti televisive che ritrasmettono queste notizie false su tutto ciò che riguarda la Siria come la CNN o tutte le emittenti europee, comprese quelle italiane. Ci sono filmati di morti assassinati pieni di sangue finto che poi, dopo aver recitato, si alzano. Ci sono filmati di ambulanze falsamente colpite dall'esterno, oppure ci sono filmati dell'abbattimento di aerei russi della guerra in Cecenia spacciati come se fossero accaduti in Siria. C'è n'è uno dove si vede persino la data del filmato che è del sei agosto del 2006. Ci sono immagini di bambini tratti dalle macerie che però non sembrano aver subito lo shock tipico di chi si è trovato in tali situazioni. Insomma si tratta di filmati falsi. Hanno messo in giro di tutto di più ma sono falsità.
In Italia tutti i media continuano ad intervistare oppositori siriani che vivono a Bologna o Milano senza nessun contraddittorio. Io personalmente li ho sfidati ad un confronto pubblico ma finora nessuno ha voluto accettare il confronto.
I filmati veri, quelli della pulizia etnica fatta dalle opposizioni nessuno le mostra. Ce n'è uno di 320 soldati massacrati dai ribelli a Idlib tra giugno e luglio del 2011. Vengono uccisi cristiani, alawiti e drusi perché considerati miscredenti dai fondamentalisti salafiti.

Qual è il ruolo delle religioni in Siria?

La Siria è sempre stata una regione dove tolleranza e libertà religiosa sono state una costante della vita sociale. La cosa più bella che ho visto in Siria è vedere dappertutto l'icona della Madonna posta accanto a quella della mezzaluna. Moschee e chiese sono quasi sempre vicine e in Siria convivono pacificamente ben 53 etnie e religioni.
Il 40% della popolazione è di religione sunnita, l'altro 60% è formato da una serie di minoranze religiose. Su circa 23 milioni di abitanti gli alawiti (la confessione religiosa del presidente Assad) sono 8 milioni; i cristiani sono 2 miloini; gli ismaeliti sono 1 milione; i drusi sono 1,5milioni; 800mila sono gli armeni, 1 milione sono i charcasi, 800mila ashuri; 600mila sciit; 1,2 milioni i mercedita che sono un ramo sciita; 1 milione sono i curdi. Nel 40% di sunniti vi è una minoranza di sunniti salafiti che sono contrati ad Assad.
Tutte le religioni hanno diritto a praticare il proprio culto e le proprie funzioni religiosi. Oggi ci sono invece religiosi che hanno cominciato a fare pulizia etnica . C'è uno di questi capi religiosi dei ribelli che si trova in Arabia Saudita, che si chiama Arhurar, che incita al massacro degli alawiti e dei cristiani che chiama collaboratori del regime. Ha detto “vi metteremo nel tritacarne e vi daremo in pasto ai cani”. La popolazione siriana è contraria alle guerre di religione che invece ora è importata dall'esterno.

Ci sono motivi economici nell'attuale crisi? Quali sono i motivi che spingono le grandi potenze, in primis gli USA, a fomentare la guerra? Motivi economici o geo-politici?

La crisi non è scoppiata per motivi economici del tipo di quella che è in corso nei paesi occidentali. Ha delle motivazioni economiche da parte delle grandi potenze perché due anni fa è stata scoperta davanti alle coste siriane un importante giacimento di gas metano. Tutto il grande caos che stanno facendo le grandi potenze (USA e Francia in primis) è per accaparrarsi questi giacimenti. Inoltre la Siria ha una importante posizione geo strategica e politica. E' un baluardo antimperialista e appoggia la resistenza palestinese. Voglio ricordare che in Siria ci sono 1 milione e mezzo di profughi palestinesi che hanno pari diritti rispetto ai siriani. Lo steso avviene con i profughi libanesi, e i 3 milioni di profughi iracheni, tutti con pari diritti come se fossero cittadini siriani. I profughi palestinesi hanno anche un loro esercito di liberazione della Palestina.

Come giudichi la recente scelta di Hamas di togliere l'appoggio al governo siriano?

All'origine di tale scelta c'è l'iniziativa del Qatar che ha pagato ad Hamas ben 250 milioni di dollari. Per soldi si sono venduti. Il Qatar ha detto che spenderà molti soldi per rovesciare il regime siriano.

Il Consiglio Nazionale Siriano dice di rappresentare l'80% della popolazione siriana. E' vero oppure no? E da quali forze politiche e sociali è costituito il CNS?

Ma quale consenso? Se avessero un consenso dell'80%, come dicono, avrebbero già preso il potere. Parlano dell'Esercito Siriano Libero come di un esercito formato da soldati che hanno lasciato l'esercito per non essere costrettti a sparare sulla gente. Li ho sfidati a fare nomi e cognomi ma non ne hanno detto nessuno. Hanno citato un ex impiegato del ministero della difesa che è scappato nel Dubai perché ricercato per corruzione che è apparso su Al Jazira presentato come un grosso funzionario del ministero, ma si tratta invece di un semplice impiegato. Ci conosciamo in Siria. Se avessero l'80 per cento come farebbe Assad a rimanere in Siria? La verità invece è che a Damasco ed Aleppo ci sono tutte le settimane alcuni milioni di persone in piazza a sostegno di Assad. Io stesso ne sono stato testimone diretto avendo partecipato, come ho detto, ad una di queste manifestazioni ed avendo avuto modo di parlare come rappresentante della delegazione italiana. Ma i giornalisti italiani dicono che quei filmati sono falsi. La verità diventa bugia e viceversa.

Il Governo Assad è una dittatura che viola sistematicamente i diritti umani oppure no?

Questa affermazione, come ho detto, è basata su filmati falsi. Chiediamoci perché i giornalisti occidentali non vanno in Siria preferendo spacciare per buone le paccottiglie di Al Jazira. Non è vero che il governo siriano non li fa accedere. Gli ho anche detto che sono disponibile ad accompagnarli io personalmente. E nessuno di loro parla del Rapporto degli Osservatori internazionali della Lega Araba (per leggere questo rapporto clicca qui) che dice cose molto precise su ciò che sta accadendo effettivamente in Siria. Ci si affida a personaggi come tal Lorenzo Trombetta che da Beirut invia resoconti inventati di sana pianta.

Cosa pensi della Costituzione su cui è stato recentemente tenuto il referendum?

Sono d'accordo su alcune cose su altre no. Non condivido per esempio la clausola che riserva ad un musulmano la presidenza della repubblica. Così come non sono d'accordo sulla introduzione della Sharia islamica nella società siriana. Occorre separare, come del resto è stato finora, lo stato dalle religioni. Si tratta di errori che spero saranno corretti nell'anno e mezzo che il parlamento avrà a disposizione per l'approvazione definitiva della Costituzione. Probabilmente Assad ha ceduto a pressioni ma spero che si riuscirà a rimediare.

Fin qui l'intervista che abbiamo realizzato con Ouday Ramadan. Egli ci ha fornito anche una serie di link sui filmati falsi o sulle manifestazioni a sostegno di Assad ignorati dalla stampa occidentale. Ve li proponiamo di seguito in modo che ognuno possa valutare attentamente quante più informazioni possibili su una vicenda che, se non si romperà questa coltre di bugie di cui sono permeati i nostri mass-media, rischia di portare il nostro paese di nuovo in guerra e sarà la sesta volta in totale spregio della nostra Costituzione.

A cura di Giovanni Sarubbi - direttore del sito www.ildialogo.org


Link

Intervista al segretario del Partito Comunista Siriano Unito che appoggia il governo Assad ed ha anche ministri. (leggi Qui).
Una verità sulla crisi siriana che non piace all’Occidente. Leggi qui
Ouday Ramadan: lettera aperta a un accusatore di Assad. Leggi qui
3 novembre 2011 - Delegazione italiana parla al popolo siriano . Vedi il filmato qui
Manifestazioni a sostegno di Assad. Vedi il filmato qui
Per gli altri articoli sulla Siria vai alla sezione del nostro sito NO GUERRA
Per le altre interviste sulla Siria Clicca sui link seguenti: qui per l'intervista a Dachan Mohamed Nour e clicca qui per l'intervista a Ossamah Al Tawil

Venerdì 02 Marzo,2012 Ore: 18:02

venerdì 2 marzo 2012

I No Tav di Firenze, "Il Giornale della Toscana" e i dettagli rivelatori


God is in the details. Un aforisma attribuito all'architetto Van der Rohe, citato spesso ancora oggi.
Non esiste giorno in cui una rassegna del gazzettame "occidentalista" non porti a pensare che in quel contesto i dettagli non denuncino invece l'esistenza del Lapidato.
A sei mesi dall'ultimo plateale rovescio gli otto pezzettini di carta de "Il Giornale della Toscana" si ostinano ad uscire, grazie all'affannoso e instancabile "lavoro" di chi dice venticinque e chi dice trenta persone.
Più di tre persone a paginetta. Un record.
Il 2 marzo 2012 molto dello spazio che non è occupato da pubblicità di roba per straricchi è affidata ad un certo Marco Gemelli, che si "guadagna" la giornata aggiungendo una trascurabile fascina al rogo su cui tutto il gazzettaio della penisola sta cercando disperatamente di bruciare vivo il movimento No Tav.
Colpa imperdonabile dei No Tav, l'essersi messi di traverso al flusso previsto del denaro e in seconda istanza quella di costituire la punta dell'iceberg di un atteggiamento, che da sempre ci auguriamo abbia la maggior diffusione possibile, che porta gli individui più consapevoli ad apprezzare la civiltà e a disprezzare il progresso.
Questa è la linea generale di questa gazzetta come di tutte le altre, l'argomento delle headlines, quello cui si dedicano carta, inchiostro e campagne di demonizzazione. Non si tratta dunque di un particolare, o di un dettaglio.
Ben nascosto in un fondo pagina si trova invece il trafiletto che segue: un "coccodrillo" dovuto ad un "politico" del partito di riferimento.
Addio a Maurizio Tortoli - Aveva sessantasei anni
All'età di sessantasei anni se n'è andato ieri Maurizio Tortoli, fratello dell'onorevole Roberto Tortoli del PDL [uno sfaticato reso per un attimo famoso nel 2003 da una campagna elettorale all'insegna dello slogan "Toscana buco nero della democrazia", n.d.r.]. Maurizio era molto conosciuto nella zona di piazza della Vittoria per le sue formidabili qualità umane. Grandissimo tifoso della Fiorentina, non perdeva mai una gara della sua amata Viola..."
Per i gazzettinisti di via Cittadella precipitarsi al pallonaio ogni volta che ventidue strapagati prendono a calci un coso rotondo che non sta mai fermo rappresenta dunque la più formidabile delle qualità umane, una causa cui è lodevole dedicare l'esistenza, una materia tale da finire nelle prime righe di una commemorazione funebre superando qualunque istanza e qualunque intrapresa uno abbia tentato in oltre sessant'anni di vita.
Un detail rivelatore di un'intera scala di valori dominata da null'altro che da una sovversione abietta e da un'involuzione continua e divorante.

martedì 28 febbraio 2012

Il "Dossier Foibe" di Giacomo Scotti, Achille Totaro e la propaganda "occidentalista"


Il 4 febbraio 2012 si è tenuta a Firenze una "manifestazione nazionale" in ricordo dei mariti delle foibe cui ha partecipato un centinaio di mangiatori di maccheroni. Tutti iscritti al PDL o appartenenti al suo elettorato passivo, più un po' di quegli aspiranti scaldapoltrone costretti a far presenza per tentare di farsi notare, come quando al pallonaio dei bambini arriva un "talent scout" di una ditta di palloni di quelle con i soldi.
Tra i ben nutriti e ben vestiti giunti a passare in rassegna la servitù spiccava Achille Totaro, che come tutti sanno è grasso.
E di Scandicci.
Abbiamo sostenuto a suo tempo che il fatto di essere grassi ed il fatto di essere di Scandicci non rappresentano condizioni necessarie, né tantomeno condizioni sufficienti, ad attestare competenze storiografiche di alcun genere. In compenso -i nostri lettori avranno chiaro anche questo e non certo da oggi- non sono neppure d'ostacolo alla partecipazione ad operazioni di propaganda.
Nel frattempo ci siamo procurati una copia del Dossier Foibe di Giacomo Scotti e ne presentiamo qui la recensione. Si ricorderà che "Il Giornale della Toscana" aveva dedicato la prima pagina nell'issue del 9 febbraio 2012 alla denuncia del "negazionismo" propalato dal libro di Scotti, con Achille Totaro che a nome del suo "partito" ciarlava di "mistificazione della storia" e tirava in mezzo un certo Renzo Berti, politico pistoiese nominato a tambur battente negazionista per contaminazione.
Scorrendo l'articolo si trovava anche la citazione che serviva da pretesto per montare il caso.
Questa citazione non proviene da scritti dello Scotti, ma dalla prefazione al libro che è come d'uso curata da un altro autore. Questa citazione è costituita sostanzialmente dal primo paragafo della suddetta prefazione, che si trova a pagina sette dell'edizione in nostro possesso.
Il dubbio, per non dire la certezza, è che la lettura del libro di Scotti il fior fiore dell'occidentalame politico fiorentino l'abbia limitata al primo paragrafo della prefazione.
Non esiste scolaresca di dodicenni dalla quale non si pretenda maggiore serietà: tuttavia i politici "occidentalisti" sono chiamati a rappresentare con fedeltà puntuale il proprio elettorato di riferimento, e sono proprio i casi come questo ad attestare il fatto che questo compito viene da essi svolto senza alcun dubbio con assoluta fedeltà e perfetta cognizione di causa.


Giacomo Scotti - Dossier Foibe

Il Dossier Foibe di Giacomo Scotti si concentra sugli avvenimenti verificatisi nelle regioni di confine dello stato che occupa la penisola italiana tra il settembre e l'ottobre del 1943. Le due parti in cui il volume è ripartito sono precedute da una prefazione di Enzo Collotti e sono dedicate rispettivamente ad un inquadramento storico della vicenda, cui fa séguito una esposizione evenemenziale, e ad un esame critico delle fonti più citate sul tema.
La politica dello stato che occupa la penisola italiana perseguita dal 1920 al 1943 nei confronti delle popolazioni croate del confine orientale è argomento essenziale del primo capitolo del volume: snazionalizzazione forzata, alienazione culturale, cancellazione delle testimonianze storiche, cambiamento di toponimi e cognomi, deferimenti in abbondanza al "tribunale speciale" e, con l'aggressione alla Yugoslavia del 1941, fondazione di campi di concentramento e scorrerie della milizia politica con la connivenza, se non con l'aperto sostegno, delle forze armate. La testimonianza di Raffaello Camerini riportata dall'A. attesterebbe il fatto che l'utilizzo delle profonde cavità carsiche come destinazione per i corpi di persone sottoposte a fucilazione previo (nel migliore dei casi) un processo sommario sarebbe stato intrapreso fra il 1940 ed il 1941 dalla milizia politicizzata e che successivamente gli insorti del settembre 1943 non abbiano fatto che riprenderne l'esempio.
Il secondo capitolo espone le vicende successive al 25 luglio e all'8 settembre 1943: l'insurrezione popolare toglie le armi ai reparti in colliquazione e pone spicciativamente le basi per le epurazioni prima di venire a sua volta repressa dal massiccio intervento tedesco e collaborazionista nella zona, reso ancora più determinato dalla costituzione della regione in "Litorale Adriatico" direttamente annesso al Reich. Alle poche centinaia di epurati, in grandissima misura compromessi con il potere o comunque con lo stato che occupa la penisola italiana, la repressione nazionalsocialista rispose con migliaia di uccisi ed altrettanti deportati, dissanguando letteralmente il territorio. Il ritiro tedesco lasciò a presidiare la zona elementi rabbiosamente politicizzati, che dall'ottobre del 1943 intrapresero con abbondanza di saccheggi la caccia agli slavocomunisti.
Il terzo capitolo intitolato "La parola ad un informatore ustascia" riprende un resoconto destinato ai vertici dello stato collaborazionista di Croazia e redatto da Nikola Zic, pubblicista e professore croato collaboratore dei servizi d'informazione croati. La trattazione definisce più in dettaglio i rapporti esistenti tra le varie nazionalità, e soprattutto l'orientamento politico ed il relativo peso delle formazioni armate. Particolare attenzione viene messa da Scotti nel sottolineare le potenzialità della decisione presa a Pazin nel settembre del 1943 e più volte ribadita da parte del Movimento Partigiano di Liberazione di considerare come un dato di fatto il passaggio di tutta la regione sotto la sovranità jugoslava, così come la scarsa preparazione organizzativa e politica dimostrata dagli insorti. Il rapporto di Zic elenca anche una serie di massacri indiscriminati attribuiti a collaborazionisti russi, cechi e polacchi inquadrati nella 162ma Turkmenishe infanteriedivision; secondo Scotti, il fatto che i tedeschi avessero proceduto a fucilazioni di "ribelli" nelle stesse cave di bauxite usate dagli insorti per eliminare i prigionieri sarebbe stato provvidenziale per la successiva "storiografia" propagandista, che ha avuto buon gioco in più di un caso nell'attribuire ai partigiani anche parte delle vittime della repressione tedesca. In chiusura vengono riportati scritti dal diario di un certo Giorgio Privileggio in cui l'autore non fa cenno alcuno alle divisioni pur presenti nel movimento partigiano ed in cui si nota, cosa evidente anche negli annunci mortuari pubblicati nell'ottobre 1943 dai quotidiani di Pula e Trst, che la grande maggioranza delle vittime dell'insurrezione era rappresentata da "squadristi", "legionari fiumani" ed altri esponenti del potere politico. Nulla di pianificato risulterebbe nei massacri né sarebbe evidente una loro matrice meramente nazionalistica; le testimonianze che li attribuiscono ad una "reazione scomposta di elementi locali" decisi a vendicarsi di vent'anni di torti continui sono secondo Scotti numerose e concordi.
La prima parte del volume si chiude con un capitolo dedicato all'analisi approfondita di un volume di memorialistica pubblicato nel 1986 da Dusan Diminic, che Scotti indica come "il diario di un comunista croato". Testimone dello sbandamento dell'8 settembre 1943, Diminic percorse le strade comprese tra Rijeka e Pazin e nel suo memoriale non nasconde affatto i disaccordi che esistevano all'interno del movimento di liberazione: un tema che ricorre in tutto il libro; ad esempio, l'A. considerava praticamente un problema il comitato di liberazione di Rovinj, che almeno all'inizio non comprendeva croati. Non si fa mistero alcuno neppure della scoperta intenzione croata di considerare un fatto appurato l'annessione dell'Istra. Uno degli "elementi locali" propensi alla vendetta è identificato con precisione da Diminic in Matteo Stemberga, definito da Scotti "contrabbandiere" ed "autoproclamato capo della polizia", responsabile di decine di fucilazioni arbitrarie nella zona di Labin prima di essere a sua volta ucciso. Dominic rileva il comportamento poco lineare delle improvvisate "commissioni di inchiesta" e la fine affatto chiara cui andarono incontro alcuni esponenti comunisti non croati come Lelio Zustovich.
Secondo Scotti esiste una buona concordanza tra le fonti nell'indicare in circa quattrocentocinquanta le vittime degli improvvisati tribunali organizzati nei giorni dell'insurrezione, la cui attività fu particolarmente intensa a Pazin. La stampa collaborazionista di Pula e di Trst avrebbe dato il massimo risalto alle esecuzioni sommarie, iniziando immediatamente ad accusare gli slavocomunisti di aver agito per ripulire etnicamente l'Istra "salvo poi tirarsi la zappa sui piedi quando, pubblicando un elenco di quattrocentodiciannove vittime vere o presunte", i giornali della Repubblica Sociale e quelli a servizio dei tedeschi in Istra e a Trst le qualificarono nella maggior parte con gli appellativi di "squadrista", "fascista", "commissario" e "agente di P.S." riconoscendo esplicitamente la "precisa matrice di regime" dei cosiddetti "infoibati".
Agli "infoibati" è dedicata per intero la seconda parte del volume, occupata pressochè per intero da una rassegna della letteratura più diffusa sull'argomento. Scotti sostiene che a fronte di una storiografia degna di questo nome, concorde nell'indicare in poche centinaia il numero di questo genere di vittime, fin dal 1944 andò diffondendosi una massiccia opera di propaganda collaborazionista dai toni granguignoleschi, che arrivò presto a quantificare trentamila vittime. In questo senso Scotti indica come importante il "lavoro" di Luigi Papo, che ascrive con disinvoltura al numero degli "infoibati" tutti i morti ammazzati in Istra, qualunque ne fosse il motivo, dal 1941 al 1945, e che redasse puntigliosi elenchi nei quali non mancano né i nomi ripetuti, né i nomi di vittime tanto in salute da poter rilasciare a guerra finita dichiarazioni sul trattamento ricevuto nei campi di prigionia degli "slavocomunisti"... La storiografia meno ansiosa di prestarsi alle istanze della propaganda riconobbe le mistificazioni come tali fin dal loro primo abbozzo e sottolineò sempre l'oggettiva mancanza di qualunque tentativo di porre in atto un'operazione di pulizia etnica su vasta scala. Tra le varie liste di vittime redatte nel corso degli ultimi decenni, Scotti considera con particolare attenzione quella di duecentotrentasette nominativi pubblicata dal croato Antun Giron, rilevando come molti cognomi, palesemente e malamente tradotti, risentissero della alienazione culturale imposta dallo stato che occupa la penisola italiana al tempo della sua dominazione in Istra, e come molte delle località di provenienza delle vittime fossero anche negli anni oggetto della trattazione popolati da maggioranze croate. Un modo per dire che la divisione in termini etnici tra vittime e carnefici che è alla base della propaganda non trova neppure conferme all'atto pratico.
Secondo le conclusioni di Scotti (1) la maggioranza delle vittime dei processi sommari era costituita da appartenenti all'apparato politico-statale, collaborazionisti e spie, (2) che la maggior parte degli episodi efferati avvenne senza e spesso contro le direttive dei massimi organismi del movimento partigiano, (3) che una discriminazione tra vittime e carnefici su un piano esclusivamente etnico non trova conferma nei dati disponibili e (4) che i materiali pubblicati sono spesso pesantemente distorti da intenti propagandistici molto chiari.

lunedì 27 febbraio 2012

Primavera 2012, (araba o meno): fuori moda l'inchiostro sulle dita delle donne al voto


L'agenda setting è soggetto alle mode come e più di molti altri contesti. L'immagine qui sopra ritrae una donna irachena all'uscita di un seggio elettorale, risale probabilmente al 2005 ed è da tempo fuori moda. Dunque irrilevante se non inesistente, secondo il pensiero e le convenienze "occidentaliste".
Chiuso da tempo il periodo in cui alle consultazioni elettorali irachene venivano attribuite caratteristiche pressoché taumaturgiche, le gazzette non hanno ritenuto necessario dare troppa visibilità ad una consultazione elettorale tenutasi nella Repubblica Araba di Siria, secondo la prassi che impone di far scivolare in secondo piano qualunque evidenza che contraddica la visione del mondo che il gazzettaio è tenuto a veicolare.
La "libera informazione" ha come prassi consolidata quella di delegittimare, o nel migliore dei casi di far passare sotto silenzio, tutti i risultati elettorali non in linea con i pronostici "filooccidentali" più smaccati. Secondo fonti governative siriane oltre il 57% dell'elettorato siriano ha votato, con buona pace delle gazzettine che auspicavano con sicumera una "scarsa affluenza"; a favore della nuova costituzione -che tra le altre cose elimina il ruolo di preminenza del partito governativo- si è espresso oltre l'89% dei votanti. Non si tratta di percentuali inverosimili ed è difficile attribuirle a meri intenti propagandistici; si tratta di dati in sostanziale accordo con le affermazioni di chi considerava circa il 55% del corpo elettorale favorevole al governo di Assad all'inizio dei combattimenti, il che fa pensare che lo scoperto intento della "comunità internazionale" di distruggere Assad ed il suo governo abbia fino a questo momento spostato gli equilibri di poche o punte posizioni.
La propaganda "occidentale" sugli avvenimenti in corso ha saturato il mainstream fin dai primi scontri di piazza, con l'ovvio risultato che a distribuire patenti di democrazia, e a negarle d'ufficio al governo siriano, c'è una compagine di politici "occidentali" che è sostanzialmente complice e connivente con le monarchie del Golfo che hanno scatenato la guerra in Siria allo scopo di spezzare il fronte della resistenza antisionista.

lunedì 20 febbraio 2012

“Grazie al PdL colmata finalmente una grave lacuna: Oriana Fallaci avrà una via di Firenze”


Sic ferunt. Non resta che prenderne atto, e prefigurare quello che dovrebbe essere l'aspetto più acconcio e coerente della dedicanda via.

domenica 19 febbraio 2012

Lo Stato del Qatar: un "garante della democrazia" in terra di Siria.


Lo Stato del Qatar è una penisola sabbiosa di undicimila chilometri quadrati popolata da meno di due milioni di persone. Risorsa economica principale, gli idrocarburi. Negli ultimi anni la diversificazione industriale ne ha fatto letteralmente esplodere il PIL ed ha attirato in Qatar tutte le più globalizzate iniziative economiche "occidentali", compreso il campionato mondiale di pallone. Tutto questo ha reso il monarca assoluto Hamad bin Khalifa Al Thani ospite assiduo e gradito delle cancellerie "occidentali"; negli ultimi mesi le gazzettine stanno partecipando al pubblico anche i tentativi, che si vorrebbe fossero persino presi sul serio, di Al Thani di presentarsi come "garante della democrazia" nella Repubblica Araba di Siria.
Lo Stato del Qatar destina alle spese militari un quarto del bilancio statale ed ha partecipato in prima fila all'aggressione contro la Grande Jamahiria Araba di Libia Popolare e Socialista. La televisione qatariana Al Jazeera fa quotidianamente da sponda alle evanescenti "organizzazioni" dell'"opposizione" siriana cianciando di "democrazia" e di "diritti umani": i tempi in cui l'ubriacone Bush voleva farla bombardare per il sostegno che essa forniva alla resistenza sunnita in Iraq sono finiti, adesso che il Qatar si è schierato apertamente con l'Arabia Saudita, con le monarchie del Golfo e con gli "occidentali" nella politica di aggressione indiscriminata al fronte della resistenza che si estende dal Libano meridionale alla frontiera con il Pakistan. Questo significa che i "disertori" e i "combattenti per la libertà" che da un anno stanno mettendo a ferro e fuoco la Repubblica Araba di Siria hanno sponsor autorevoli ed ascoltati. E la fondatezza di quello che Al Jazeera riferisce ricorda da vicino quella dei comunicati di una certa lesbica di Damasco.
La foto in alto ritrae l'ambasciata dello Stato del Qatar nella Repubblica Francese: un intero isolato di assoluto pregio, nella Place Charles de Gaulle, con vista sull'Arc de Triomphe. La benevolenza con cui l'"occidente" tratta chiunque si presti a far correre il denaro nella giusta direzione arriva anche sulle riviste delle compagnie aeree, che per certe questioni a volte sono una via di mezzo tra la sentinella avanzata e la cartina di tornasole; quella dell'Air France spiega nel febbraio 2012 che lo Stato del Qatar è
Piccolo ma potente. Il Qatar ospiterà la Coppa del Mondo di Calcio del 2022, nonostante la sua estensione di centocinquanta chilometri per settantacinque e la sua popolazione di due milioni di abitanti. Il motivo principale per cui esso è di interesse mondiale è rappresentato dal campo della finanza. Attraverso l'Authority per gli investimenti del Qatar, creata nel 2005, il paese ha oggi un ruolo da protagonista negli investimenti in progetti di primaria importanza in Grecia, in Indonesia, in Germania e nel Regno Unito, e la holding Prospect Qatar detiene il 17% della Volkswagen, il 10% della Porche ed importanti quote di miniere d'oro in Grecia. Nel Regno Unito l'emirato ha investito 23 miliardi in due anni, acquisendo gli edifici di Londra in cui hanno sede i grandi magazzini Harrod's e l'ambasciata degli Stati Uniti; ha investito anche in tecnologie per l'estrazione del gas naturale, in formazione, in servizi finanziari e nel campo delle energie alternative. Questa strategia, lanciata nel 1995, ha conseguito successi enormi: il PIL del Qatar è passato dai 17,5 miliardi di dollari del 1995 ai 150 miliardi del 2010.
I garanti della democrazia.