mercoledì 20 giugno 2018

Alastair Crooke - Il trumpismo diventa netanyahuismo



Traduzione da Strategic Culture, 21 maggio 2018.

La dichiarazione presidenziale dell'otto maggio sull'abbandono dell'accordo sul nucleare iraniano ci impone una ridefinizione del trumpismo.
Quando Trump prese possesso della carica, era ampiamente noto che la sua ideologia si basava su tre pilastri fondamentali: in primo luogo i costi sostenuti dagli USA per mantenere l'apparato bellico imperiale (ovvero la gestione dell'ordine mondiale basato sul predominio ameriKKKano) erano semplicemente troppo onerosi e ingiusti, specie per quanto riguardava il mantenimento dell'ombrello difensivo, per cui altri paesi dovevano essere costretti a condividerne i costi. In secondo luogo, i posti di lavoro ameriKKKani erano stati, per così dire, rubati all'AmeriKKKa, e avrebbero dovuto essere ripristinati tramite cambiamenti forzati negli accordi commerciali. Terzo, a questo si sarebbe arrivati applicando le tattiche dell'Arte del Giungere a un Accordo.
La situazione aveva almeno il pregio della chiarezza, se non quello di costituire un progetto interamente realizzabile. Solo che per lo più pensammo che questa Arte del Giungere a un Accordo altro non contemplasse che minacciare, angariare e vessare la controparte, chiunque essa fosse, facendo alzare la tensione fino a livelli esplosivi per poi offrire "un accordo" all'ultimissimo minuto e nel momento più grave della crisi. All'epoca il punto era proprio questo: Trump avrebbe scagliato bombe verbali per mettere a soqquadro le aspettative correnti, si sarebbe mosso concretamente per forzare gli eventi, ma l'obiettivo, si pensava in genere, era quello di arrivare a un accordo. Un accordo in sintonia con gli interessi mercantili e politici ameriKKKani, ma pur sempre un accordo.
Probabilmente abbiamo mal interpretato l'incremento che Trump ha impresso al già surdimensionato apparato bellico ameriKKKano. Sembrava che si trattasse di farne un potenziale strumento di pressione, un qualcosa che può essere offerto come ombrello difensivo -a paesi che soddisfacevano determinate condizioni- o negato a quanti non avrebbero messo mano alla tasca nella misura desiderabile.
Con la dichiarazione dell'otto maggio tutto è cambiato. Non si è dibattuta solo l'uscita degli USA da un accordo; si è dichiarata contro l'Iran una guerra finanziaria senza quartiere, con termini di resa definiti come rovesciamento del governo e totale sottomissione agli USA. Solo che tutto questo non è più finalizzato al raggiungimento di un accordo migliore, più favorevole agli USA, o al renderlo più remunerativo. Si tratta di usare il sistema finanziario come strumento per distruggere la moneta e l'economia di un altro paese. L'apparato militare statunitense è stato ulteriormente enfiato per essere usato, perché sia in grado di rovesciare fuoco e fiamme sui paesi che non si mostrano condiscendenti.
Nahum Barnea, un editorialista di primo piano nello stato sionista, scrivendo nel quotidiano in lingua ebraica Yediot Ahronot esprime in termini stringati il piano: "Le aspirazioni nel lungo periodo dello stato sionista hanno un obiettivo ambizioso: portare l'Iran al collasso economico grazie alle sanzioni ameriKKKane. Il collasso economico porterà al rovesciamento del governo. Il nuovo governo abbandonerà l'opzione nucleare e i piani per espandersi in tutta la regione. Gli stessi fattori che hanno causato il crollo dell'Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso causeranno il crollo della repubblica islamica. Il Presidente Reagan lo fece con i sovietici; il Presidente Trump lo farà con gli iraniani. Trump si è innamorato di questa idea."
L'adozione dell'idea di rovesciare il governo iraniano, la "concessione" unilaterale di Gerusalemme allo stato sionista e il benestare statunitense per attacchi contro le truppe e le infrastrutture iraniane in Siria in qualunque località e in qualunque tempo costituiscono l'assoluta antitesi di un approccio basato sull'Arte di Giungere a un Accordo. Sono invece il modo di far crollare davvero, e in senso materiale, il Medio Oriente come esso è oggi, per mezzo della forza finanziaria e militare. Un altro utopistico progetto occidentale in cui si intende eliminare i difetti (per esempio questi "Ayatollah" che si oppongono perversamente all'AmeriKKKa e alla sua missione di civiltà) che l'elemento umano introdurrebbe in un mondo altrimenti perfetto, ricorrendo alla forza o all'eliminazione fisica.
Il politologo statunitense Russell-Mead pensa che l'otto maggio il trumpismo abbia attraversato una metamorfosi e abbia cambiato rotta, dirigendosi verso un'"epoca neoameriKKKana nella politica mondiale, piuttosto che verso un'epoca postameriKKKana [com'era quella di Obama]" (le iniziative di Trump sembrano molto spesso radicalmente ispirate dalla repulsione per Obama).
Insomma, "l'amministrazione vuole ampliare il potere ameriKKKano piuttosto che limitarsi a governarne il declino. Almeno per adesso, il Medio Oriente è il perno di questa posizione nuovamente assertiva", afferma Russell-Mead, spiegando come nasce il nuovo atteggiamento di Trump:
L'istinto dice [a Trump] che la maggior parte degli ameriKKKani sono tutt'altro che ansiosi di vedere un mondo "postameriKKKano". I sostenitori del signor Trump non vogliono lunghe guerre, ma non sono intendono neppure rassegnarsi alla stoica accettazione del declino del proprio paese. Per quanto riguarda l'atteggiamento nei confronti dell'Iran, Trump pensa che rafforzare l'Iran significhi più probabilmente rafforzare i sostenitori della linea dura piuttosto che i moderati. Come disse una volta Franklin Roosevelt in uno dei discorsi al caminetto, "Non c'è uomo che possa trasformare una tigre in un gattino a forza di carezze."
L'amministrazione Trump è convinta che anziché costringere gli USA alla ritirata, l'arroganza con cui l'Iran si è allargato in Medio Oriente rappresenti in realtà un'occasione d'oro per ribadire la potenza ameriKKKana. Spera che l'alleanza in via di consolidamento fra paesi arabi e stato sionista fornirà all'AmeriKKKa alleati nella zona pronti a sobbarcarsi la maggior parte dei rischi e dei costi di una politica antiiraniana, in cambio del sostegno degli USA. Il potenziale aereo dello stato sionista e gli eserciti arabi, uniti alle reti di servizi e alle relazioni locali che i nuovi alleati portano in dote, possono mettere l'Iran sulla difensiva in Siria e altrove. Questa pressione militare, unita alla pressione economica che deriva da una nuova ondata di sanzioni, indebolirà la presa che l'Iran ha sui suoi alleati di prossimità e creerà problemi politici ai mullah in patria. Se essi risponderanno facendo ripartire il programma nucleare, i raid aerei sionisti e ameriKKKani potrebbero sia fermare questi sviluppi, sia infliggere al prestigio della Repubblica Islamica una batosta umiliante.
A quel punto, sono convinti quelli di Trump, l'Iran dovrà affrontare un negoziato ben diverso; un negoziato in cui gli USA e i loro alleati si trovano in una posizione di forza. Oltre ad accettare limiti alle proprie attività in campo nucleare, sperano gli ottimisti, l'Iran rinuncerà anche alle proprie ambizioni sul Medio Oriente. Il futuro della Siria sarà deciso dagli arabi, e l'Iran accetterà che l'Iraq si comporti da stato cuscinetto neutrale fra le sue frontiere e il mondo arabo sunnita; una pace precaria finirà così per prevalere.
Davvero una bella utopia, Trump che risistema il Medio Oriente. Che cosa potrebbe mai andare storto?
Russell-Mead non lo dice esplicitamente, perché preferisce usare il vocabolo neoameriKKKano, ma quello che ci troviamo davanti non è che un miscuglio del trumpismo prima maniera col neoconservatorismo puro e semplice. O con quello che potremmo definire netanyahuismo. Certo, il classico approccio alla Trump che consiste nel prendere decisioni a effetto, di quelle lì per lì gradite alla base ma che spesso sembrano mancare di una visione strategica approfondita o di considerazione per i rischi nel più lungo periodo, è sempre presente; solo che l'"accordo" cui si puntava prima è stato sostituito dalla ricerca della sottomissione completa. Da quello che Russell-Mead chiama "ampliamento del potere ameriKKKano".
La cerimonia di passaggio dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme riflette esattamente questa perdurante campagna di decisioni ad effetto che sono poi una sua caratteristica essenziale. Dapprincipio infatti Trump aveva respinto le pressioni repubblicane favorevoli al trasferimento dell'ambasciata (come riportato da Haaretz), ma come sottolineato anche dal quotidiano sionista il suo atteggiamento all'inizio del mese era completamente cambiato: "La cerimonia di apertura della nuova ambasciata USA a Gerusalemme era sostanzialmente un evento ad invito della campagna di Trump":
I partecipanti previsti avevano tutti giurato lealtà al presidente e appartenevano a uno dei gruppi che lo aveva salutato come un nuovo Ciro il Grande: ebrei ortodossi, sionisti di destra (compreso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu) e appartenenti alla sua base nel Partito Repubblicano, provenienti soprattutto dalla comunità evangelica.
Tutto questo era in bella evidenza fin dalla cerimonia di benedizione inaugurale tenuta dal pastore della enorme chiesa battista texana, il dottor Robert Jeffress. Gli occhi stretti in preghiera, ha ringraziato Dio per 'il nostro grande Presidente Donald Trump', ha lodato il modo in cui Israele "ha benedetto questo mondo indicandoci la tua persona, l'unico vero Dio, con i messaggi dei suoi profeti, con le sue scritture e con il Messia" e ha pregato per Gerusalemme "£in nome dello spirito del Principe della Pace, Gesù nostro signore."
Per Netanyahu un'ubriacatura di successo. Ben Caspit, nel quotidiano sionista Maariv, ha descritto in lingua ebraica le condizioni di Netanyahu: "è quella che chiamano euforia". I neoconservatori sono in piena azione: Eli Lake del Bloomberg fa collegamenti fra la dichiarazione sull'Iran e la condotta dei negoziati commerciali con la Cina. In un articolo intitolato "Trump capitola alla cinese ZTE e indebolisce la sua strategia contro l'Iran". Lake cita uno di coloro che hanno messo a punto le stringenti sanzioni contro l'Iran, Richard Goldberg, notando che "Se si comincia a barattare un allentamento delle sanzioni in cambio di migliori condizioni commerciali, il potere di deterrenza delle sanzioni ameriKKKane [contro l'Iran] si attenua molto velocemente."
Lake aggiunge che il suo collega David Fickling ha sottolineato qualcosa di simile nel suo editoriale, quando ha osservato che il passo indietro di Trump con la ZTE costituisce precedente di un pericoloso azzardo morale. "Qualunque governo abbia una disputa con Washington adesso sa che c'è solo bisogno di minacciare la base elettorale di Trump per averla vinta," ha scritto Fickling, intendendo in concreto che una volta che si imbocca il sentiero neoconservatore della guerra finanziaria puntellata con le armi occorre mantenere una linea in cui non si ha rispetto per nessuno, anche in negoziati abbastanza a se stanti come quello commerciale con la Cina.
Esatto. Neoconservatori come John Bolton rifuggono tradizionalmente dal negoziato e dalla diplomazia, e preferiscono invece il potere puro e semplice e l'applicazione di pressione a danno della controparte per costringerla a fare concessioni o a sottomettersi. Il fatto è che mentre la dichiarazione dell'otto maggio era diretta esplicitamente contro l'Iran, le sue conseguenze si espandono in tutto lo spettro della politica estera. Se venire incontro alla Cina per quanto riguarda la ZTE (un fabbricante cinese di smartphone e di semiconduttori) "indebolisce la strategia contro l'Iran", allora qualunque esenzione o qualunque allentamento delle sanzioni nei confronti delle società europee che hanno investito in Iran andrà a indebolire questa strategia in modo anche più diretto. Anche una qualsiasi concessione fatta alla Russia finisce per influire su di essa. Insomma, si tratta di una strategia del tipo "tutto o nulla" altamente sensibile al contagio.
C'è poi l'incontro con la Corea del Nord. Un funzionario europeo ha detto a Laura Rozen, cronista basata a Washington, che l'amministrazione Trump è sicura di avere la possibilità di arrivare ad un accordo sul nucleare con la Corea del Nord perché è arrivata al massimo la campagna di pressioni organizzata contro di essa. "Lo chiamano lo scenario Corea del Nord," ha detto il funzionario europeo. "Si schiacciano i nordcoreani, si schiacciano gli iraniani... e faranno quello che ha fatto Kim Jong Un: si arrenderanno".
Solo che la squadra di Trump, se davvero crede che siano state le sanzioni a costringere Kim Jong Un a chiedere un incontro a Trump, può aver mal interpretato la situazione.
Kim Jong Un in realtà ha esplicitamente avvertito il Segretario di Stato Pompeo, nel corso del loro incontro, che il motivo per cui chiedeva un inconto era che "abbiamo perfezionato la nostra capacità nucleare", vale a dire che la Corea del Nord, come potenza nucleare vera e propria, sente adesso di avere il potere necessario per costringere gli ameriKKKani a lasciare la penisola e a portarsi via anche le loro minacce e i loro missili. Su questo punto Kim Jong Un ha il sostegno della Corea del Sud, anche se è dubbio che esso sia tanto convinto da poter reggere le minacce di Washington; di qui la rabbia di Jong Un per la ripresa delle esercitazioni militari sudcoreane con gli USA, contrarie ai precedenti abboccamenti. L'avvertimento ricevuto da Pompeo è stato ampiamente ignorato a Washington, ma nondimeno "questo [incontro programmato] non è il risultato di sanzioni imposte dall'esterno".
In un certo senso adesso Trump ha bisogno di questo incontro, e di una rapida "vittoria" che arrivi in tempo per le elezioni di metà mandato. Ne ha più bisogno di quanto serva a Kim Jong Un. Il leader nordcoreano ha già avuto il suo successo dimostrando a Pechino, a Mosca e a Seoul che sta seriamente cercando di arrivare a una Corea nucleare, smilitarizzata e unificata (che sono le richieste fattegli dalla Cina) e che il problema non è lui, ma le richieste senza compromessi avanzate da Washington. Insomma, l'incontro serve alla Corea del Nord per migliorare le relazioni con la Cina e con la Russia e per continuare con le aperture verso la corea del Sud. Non segna certo la fine di Kim Jong Un.
In ogni caso vedremo come andrà a finire. Nascono però due interrogativi conseguenti: ora che Trump ha abbracciato quello che per Russell-Mead è il neoameriKKKanismo, quale strategia adotteranno gli USA se la Corea del Nord e l'Iran rifiuteranno di dare segno di sottomissione? Il passo successivo è l'attacco militare? In secondo luogo, è verosimile che questa strategia funzioni? Dovremo aspettare e vedere. Solo che a questo proposito c'è un dato di fatto importante: non siamo nel 2012, l'anno in cui gli USA imposero le sanzioni all'Iran, ma nel 2018, e molte cose sono cambiate.
Trump può anche credersi l'equivalente contemporaneo di un Cesare Borgia del sedicesimo secolo, con Bolton che gli fa da Machiavelli e Mattis da Leonardo che costruisce macchine belliche, fa assassinare i nemici e mette sotto assedio le città stato che non intendono sottomettersi. Il fatto è che Cina, Russia e Iran non sono città stato che è possibile assediare a capriccio e senza subire conseguenze. La base elettorale di Trump dirige il proprio disgusto sulla palude di Washington e sulle tasse cavasangue volute dalla sua élite politica e aziendale e chiede a gran voce che la palude sia bonificata; anche Cina, Russia e Iran vogliono che sia bonificata la palude che si chiama "ordine mondiale" e che venga loro restituita la sovranità.
Cina, Russia e Iran sanno benissimo che dovranno affrontare una guerra finanziaria per il loro rifiuto di collaborare. Capiscono, come Putin ha sottolineato ancora una volta anche questo mese, che il monopolio del dollaro ameriKKKano costituisce il centro della palude dell'ordine mondiale. E sanno che alla fine solo un'azione collettiva potrà bonificarla. Chissà, anche l'Europa alla fine potrebbe unirsi al fronte di coloro che non collaborano per protestare contro le sanzioni che gli USA hanno imposto.




martedì 19 giugno 2018

Miguel Martinez - Zingari, campi e resilienza


Il politico toscano Enrico Rossi fece lodevolmente circolare anni fa questa foto, causando reazioni isteriche nella feccia "occidentalista" che sporca internet con i propri piagnistei.

I sudditi dello stato che occupa la penisola italiana sono stati sottoposti per almeno venticinque anni a una campagna mediatica incessante, prima centrata su una "libertà" contrapposta al "comunismo" -vale a dire alla giustizia sociale- e poi, dopo i radicali e innovativi interventi urbanistici sul suolo statunitense avvenuti nel settembre del 2001, su una "sicurezza" contrapposta al "degrado", ovvero ad ogni comportamento diverso da quelli di consumo. Perché il degrado diventi terrorismo non è necessario che la parola passi alle armi; è sufficiente che l'esposizione delle contraddizioni, delle nefandezze e delle ridicolaggini della one best way occidentale sia abbastanza documentata e mordace da farsi percepire come un pericolo dalla committenza.
La campagna ha raccolto frutti che ultimamente si sono fatti persino sovrabbondanti e ha comunque imposto da decenni un adattamento all'agenda politica dell'intero arco costituzionale che ha portato a risultati concreti che sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli. I sudditi vivono nel perenne timore di essere multati, sfrattati, denunciati, querelati, ripresi, tassati e licenziati; tutto grazie a un apparato legislativo a servizio di "libertà" e "sicurezza", pienamente avallato da amplissimi suffragi.
A questa situazione sfuggono due categorie soltanto.
La prima è quella di chi vive al di sopra delle regole, una classe sociale siderea sui cui redditi e sul cui tenore di vita multe, sfratti, denunce, querele, riprese, tasse e licenziamenti non hanno alcuna influenza. Anche in caso di rovesci davvero seri un party in tono ridotto e un servizio fotografico insieme a qualche comprensiva ragazza con pochi vestiti addosso sono sufficienti a riaccreditare come neo-perbene il soggetto interessato.
La seconda è quella di chi vive al di sotto delle regole. Una classe sociale talmente infima e insolvibile che multe, sfratti, denunce, querele, riprese, tasse e licenziamenti non trovano appiglio alcuno e  falliscono spesso il colpo.
La propaganda è ovviamente orchestrata in modo che il risentimento dei sudditi si diriga unicamente sulla seconda categoria: l'idea che esista qualcuno che vive, sia pure in maniera precaria e ai limiti dell'umanità, al riparo di tanto occhiuti ed artefatti impicci deve risultare intollerabile. Chi avalla i più sanguinari propositi è di solito un individuo convintissimo che in certe condizioni si troverà sempre e comunque qualcun altro e che per lui un piatto di spaghetti ci sarà sempre e comunque; di solito rimane molto male a scoprire che c'è chi si adatta a dormire sotto il palco delle esecuzioni invece che in un letto, e che per giunta la fa spesso franca mandando all'aria i suoi patetici conti da servo.
Al momento attuale al centro dell'attenzione mediatica sono tornati i rom, o zingari o comunque si vogliano chiamare le poche decine di rappresentanti della seconda categoria su cui un diplomato in sovrappeso incapace di laurearsi anche in dodici anni (e attuale "ministro dell'interno" dello stato che occupa la penisola italiana) ha basato una campagna elettorale permanente.
Incapaci come e più del solito di influire costruttivamente su eventi anche minimi, i politici "occidentalisti" giustificano la propria esistenza e soprattutto le proprie retribuzioni ricorrendo ai soliti sistemi.
Alla fine di giugno del 2018 il "ministro" su ricordato ha fatto sapere che intende sprecare il tempo di molti gendarmi di stanza a Firenze e il corrispettivo in denaro pubblico destinato a retribuirli per farsi scortare in visita nel "campo nomadi" del Poderaccio. Dal momento che la "libera informazione" occidentale registra da anni ogni movimento di individui come questo, chi possiede apparecchi televisivi o è solito consultare le gazzette potrà contare su una copertura mediatica dell'iniziativa ai limiti del capzioso.
Il compagno di malefatte telematiche Miguel Martinez ha lasciato perdere gazzette e televisori, e ha scritto qualcosa su Zingari, Campi rom e Resilienza che si riporta tal quale. 

 Ascoltando il dibattito sulla minaccia di Salvini di mettere ordine nel misterioso mondo dei “campi Rom”, a parte qualche risata sulla sua presunzione, mi sono venute in mente alcune riflessioni.
Definiamo i termini: a me la parola rom, come viene usata non piace. Significa semplicemente, “maschio sposato”, non esistendo – giustamente – alcun termine per definire l’insieme di quei “maschi sposati”, delle loro mogli e figlioli, i cui avi venivano dalla lontana India (cosa di cui loro non hanno ovviamente coscienza, se non in qualche caso di “tradizione inventata”).
Dire “Rom” dà la falsa idea che esista un “popolo Rom”, una “nazione Rom” magari, secondo la fatale scia dei nazionalismi ottocenteschi.
Si dice Rom per non dire Zingaro, che sarebbe offensivo, perché indica un antipatico lavativo probabilmente ladro.
Ma se proprio Salvini usa il termine Rom, vuol dire che anche quel termine ormai significa antipatico lavativo probabilmente ladro, per cui tanto vale usare la parola zingaro, che almeno ha un tocco di romantico.
Ora, precisiamo che quando dico zingaro, non intendo chiunque abbia un lontano avo che era un fuoricasta del nordest  indiano verso l’anno Mille: nella scuola elementare del quartiere, nessuno tranne me e qualche romeno si rende conto che la bravissima bambina romena dalla pelle scura, e la sua mamma che fa la donna delle pulizie (cui le famiglie affidano le chiavi di casa senza esitare) è una zingara.
Qui per zingari intendo soltanto quelli che abitano nei Campi e nei Paracampi. Dove per paracampi, intendo quelle case popolari in cui gli abitanti “zingari” ricostruiscono in brevissimo tempo più o meno la stessa struttura sociale.
Mentre per “italiani” intendo tutto il dispositivo culturale/legale/valoriale che possiamo associare alla “legalità”, al “progresso”, ai “diritti”, ecc. ecc.
Ora, definiti in questo modo capriccioso e impreciso i termini, guardiamo la cosa per la prima volta dal punto di vista degli zingari, e non solo da quello degli italiani:
Per gli zingari, vivere da italiani sarebbe suicida.
Ogni giorno, gli zingari vedono come sarebbero ridotti, se vivessero da italiani.
Basta infatti guardare i clochard.
I clochard non hanno affetti, non hanno sostegno, hanno solo l’alcol e crepano presto.
Gli zingari stanno incomparabilmente meglio, perché hanno una rete di rapporti tessuti attraverso i matrimoni, con una gerarchia del Padre Padrone e della Matriarca, che si regge sulla possibilità di disporre a suon di risate e di botte, di figlie e nuore, per mendicare, andare in sposa, allevare bambini, pulire tappeti e dedicarsi ad altri compiti utili, finché non diventeranno anche loro matriarche.
Mendicare permette di interagire in maniera complessa con il mondo esterno: da una parte prendendone risorse, dall’altra creando comunque un muro. La zingara che ti chiede soldi suscita reazioni molto complesse, perché sai che sta abusando del tuo senso di pietà, allo stesso tempo sai che ti fa sentire in colpa.
Questo muro viene rafforzato anche dalla scelta a prima vista sorprendente di abbigliarsi in maniera clamorosamente riconoscibile, come ha sottolineato Ugo Bardi anni fa, in un post che non riesco più a ritrovare.
In fondo erano riconoscibili anche i mestieri che offrivano qualche forma di scambio (calderai, venditori di cavalli, leggere la fortuna, fare musica, fare gli orsari).
Mendicare permette di ridistribuire risorse e fatica in modo ragionevole. Mentre lavorare – in senso “italiano” – significa che uno su venti che dovesse trovare lavoro, dovrebbe mantenere venti parenti. Per cui non è che si sia terribilmente tentati, almeno finché la Famiglia veglia: poi ne conosco, di zingari che hanno mollato per strada moglie e figli per andare a fare l’operaio e godersi la pazza vita da VIP di Individui Liberati e Moderni, facendosi post su Facebook, per ostentare l’ebbrezza di essere stati assunti in qualche fabbrica.
E’ fondamentale poi un sottofondo di ostilità esterna, che permette di rafforzare la solidarietà interna. Mai ideologica o nazionalista, semplicemente la certezza che il poliziotto o l’assistente sociale sono persone pericolose, che per pura cattiveria ti possono fare del male, e quindi è meglio fidarsi delle persone che si conoscono.
A questo punto subentra un altro meccanismo eccezionale: quello che erroneamente chiamiamo “nomadismo“, ma non ha nulla a che fare con il nomadismo delle steppe o dei deserti.
Quando gli zingari iniziano a pesare un po’ troppo, tolgono il disturbo. Che tra l’altro è il modo migliore per evitare rancori e violenza, a cui si affianca il brillante rifiuto del passato, l’idea che i parenti morti – invece di essere avi da divinizzare – siano vampiri.
Ecco che è naturale anche sfuggire a tutto il dispositivo di schedatura che caratterizza la modernità.
La prima volta che ho sentito degli zingari abruzzesi parlare nella loro lingua, sono rimasto folgorato: senza scrivere nulla, rifiutando ogni tentazione di “storia”, con un bell’accento da terroni, parlavano una lingua il cui parente più vicino è l’Urdu.
E la lingua, totalmente orale, non è solo un veicolo di segretezza, è anche l’elemento fondante della maniera in cui si immagina il mondo: almeno fino all’arrivo di Facebook, nulla minaccia di più di scioglierla, della scuola. E quindi non sorprende che per molti, la scuola sia più fonte di preoccupazione che di speranza.
Ponendoci per un momento fuori dai giudizi, ci sarà pure un motivo per cui un sistema sociale di questo tipo resiste da mille anni fuori dall’India (e magari da millenni nella stessa India), permettendo a chi altrimenti sarebbe già morto da secoli di prosperare e diffondersi ovunque.
Un sistema che non ha bisogno di libri, di bandiere, di religioni, di re, di costituzioni, di parlamenti, di magistrati, di conti, di banche…
… e che è sopravvissuto a tutti i libri, le bandiere, le religioni, i re, le costituzioni, i parlamenti, i magistrati, i conti e le banche.
Esiste vita al di fuori del vostro mondo.


domenica 17 giugno 2018

Alastair Crooke - Trump recede dalla strategia degli accordi: lo scenario mediorientale cambia



Traduzione da Strategic culture, 14 maggio 2018.

Nahum Barnea sullo Yedioth Ahronoth spiega abbastanza chiaramente quale sia il gioco fra stato sionista e Iran (in cui Trump sta cercando di intromettersi): dopo l'uscita degli USA dagli accordi sul nucleare iraniano, Trump minaccerà di scatenare una tempesta di fuoco contro Tehran nel caso l'Iran si azzardasse ad attaccare direttamente lo stato sionista. A Putin toccherà trattenere l'Iran dall'attaccare lo stato sionista dal territorio siriano, lasciando così libero Netanyahu di fissare nuove regole del gioco per cui lo stato sionista potrà attaccare e distruggere le truppe iraniane ovunque in Siria (e non solo alla frontiera meridionale, come fino ad oggi accordato) senza il timore di subire conseguenze.
Secondo Barnea si tratta di un triplo azzardo. "Netanyahu conta sulla moderazione di Khamenei, sulla credibilità di Trump e sulla generosità di Putin. Tre caratteristiche che questi personaggi non si sapeva possedessero... Il problema è cosa succederà se invece di demordere gli ayatollah sceglieranno la guerra o, più probabilmente, se la regione precipita in un conflitto a causa della condotta avventata e mal calcolata di una delle parti in causa. Trump aprirà un nuovo fronte in Medio Oriente per difendere lo stato sionista e l'Arabia Saudita? Se lo fa, va contro ogni promessa elettorale della sua campagna". Secondo un collega di Barnea, Ben Caspit, quello del sostegno militare statunitense è un problema già chiuso: "Gli Stati Uniti [hanno] promesso allo stato sionista pieno e totale sostegno su ogni fronte... se scoppia davvero una guerra regionale, gli Stati Uniti prenderanno immediatamente una posizione netta, si pronunceranno a favore dello stato sionista e manderanno a Mosca i messaggi appropriati per assicurarsi che il Presidente russo Vladimir Putin resti fuori dal conflitto e non si azzardi a intervenire, direttamente o indirettamente, a favore dei propri alleati Iran e Siria. Di ritorno da Washington [il ministro della difesa dello stato sionista] Liberman ha comunicato al Primo Ministro di aver ricevuto 'luce verde' in materia di sicurezza."
Caspit tratteggia con candore la relazione che esiste fra Bibi e Trump dopo l'abbandono dell'accordo sul nucleare iraniano. "Solo una cosa non è chiara," ha detto ad Al-Monitor una fonte molto vicina a Netanyahu a condizione di rimanere anonima; "vale a dire, chi è al lavoro per chi? Netanyahu sta lavorando per Trump, o è il Presidente Trump a servizio di Netanyahu? Almeno dall'esterno e dopo un attento esame, sembra che i due agiscano in perfetta sincronia". Dall'interno la sensazione è anche più forte; "esiste una tale coordinazione fra i due leader e i loro due uffici -l'Ufficio Ovale alla Casa Bianca e l'ufficio del Primo Ministro a Gerusalemme- che a volte sembra che siano un unico grande organismo", ha detto a Caspit un ufficiale superiore della difesa dello stato sionista.
"Per adesso l'azzardo sta funzionando: gli iraniani non hanno (ancora) risposto, e adesso hanno un'altra buona ragione per mostrare prudenza: la battaglia per l'opinione pubblica europea" dice Barnea. "Trump può anche aver dichiarato il ritiro degli Stati Uniti e agire di conseguenza. Ma sotto l'influenza di Netanyahu e del suo nuovo esecutivo ha scelto di spingersi anche oltre. Le sanzioni economiche contro l'Iran saranno molto più pesanti, assai più di quanto lo fossero prima della firma dell'accordo. "Colpiscili al portafoglio," aveva suggerito Netanyahu a Trump; se li colpisci al portafoglio soffocheranno, e se soffocheranno cacceranno gli ayatollah. La scorsa notte, con l'uscita dagli accordi sul nucleare, Trump ha abbracciato calorosamente questo approccio."
Insomma, a detta di sue stesse fonti lo stato sionista ha questa prospettiva: colpire ovunque l'Iran in Siria, isolarlo diplomaticamente (cosa assai meno plausibile) e colpirne l'economia. Il "regime" iraniano si troverà "costretto" a gettare l'economia del paese in un "vortice mortale" e la valuta iraniana finirà in caduta libera. Questo, se di deve credere alla narrativa dei falchi sionisti e ameriKKKani.
Va detto che l'escalation e lo scambio di missili attraverso la frontiera sionista del 9 e 10 maggio scorsi non è iniziata per colpa degli iraniani; non ci sono truppe del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica a ridosso del Golan. Non è stato l'Iran a prendere l'iniziativa, ma lo stato sionista, che ha colpito bersagli siriani come ha fatto regolarmente nel corso delle settimane precedenti. In questo caso tuttavia lo stato sionista ha cercato di accusare l'Iran (la preannunciata apertura dei rifugi nel Golan occupato rappresentava in qualche modo un avallare un'incombente provocazione) e di mettere Tehran sotto ulteriore pressione.
In concreto è stata Damasco a rompere lo status quo lanciando venti missili conto il Golan occupato senza tenere conto delle richieste di moderazione provenienti da Mosca; si tratta di un evento di maggiore portata di quanto lo sarebbe stato il lancio di missili da parte iraniana. Lo scambio di salve di missili è stato il primo caso, da decenni a questa parte, di fuoco siriano contro bersagli sionisti nel Golan.
Si tratta della prima "conseguenza non voluta" dell'annuncio di Trump: le provocazioni sioniste contro la Repubblica Islamica dell'Iran hanno paradossalmente costretto il governo siriano a tirare in ballo le alture del Golan occupato in qualità di prossimo campo di battaglia: "Se lo stato sionista continua con gli attacchi, la Siria penserà di lanciare missili o razzi al di là del territorio del Golan, per raggiungere lo stato sionista", ha previsto l'editorialista esperto in eventi bellici mediorientali Elijah Magnier.
Contrariamente a quanto se ne dice sui principali media, la lotta di Trump contro l'Iran ha ramificazioni geopolitiche assai più ampie che non l'inasprimento delle tensioni che esistono tra Iran e stato sionista. Nelle prossime settimane assisteremo senz'altro ad ulteriori casi di "conseguenze non volute" per gli USA.
Le implicazioni di più vasta portata dell'interpretazione sionista della "sintonia fra Trump e Netanyahu" su esposta -sempre che l'interpretazione sia corretta, e probabilmente lo è- implicano un mutamento strategico. Non è più l'Arte del Giungere a un Accordo a dettare la linea bellica, quella che implica uno scambio fra le parti e in ultima analisi un accordo negoziato.
Barnea e altri osservatori sionisti possono aver ragione: Netanyahu e i suoi falchi hanno spinto Trump un passo oltre. Adesso siamo all'Arte del Rovesciamento dei Governi, alla guerra di logoramento contro l'Iran. All'assedio medievale, detto altrimenti.
Non solo l'Iran, ma anche la Corea del Nord, la Russia e la Cina dovranno fare molta attenzione. Sembra che la volontà di Kim Jong Un di parlare di abbandono del nucleare con Trump abbia galvanizzato e in qualche modo legittimato l'entusiasmo di trump per uno stile basato sull'Arte del Giungere a un Accordo, per le minacce di ferro e fuoco e per la tattica del bastone e della carota. A quanto sembra Netanyahu è riuscito a far giungere alle narici di trump l'odore di un piatto succulento come il rovesciamento del governo iraniano e a indurlo a seguirne la scia fino alle sue zampe nella speranza di conseguire un grosso successo. Promettere tempeste di fuoco -Trump pare proprio sicuro- è una carta sicura per ottenere l'altrui capitolazione.
Il problema è che Trump può trovarsi ad aver costruito un castello di carte. E quali buone carte aveva in mano Trump, da convincere Kim Jong Un a sedersi al tavolo delle trattative? O al contrario è Kim Jong Un a intravedere in un incontro con Trump proprio il prezzo che è necessario e sufficiente pagare affinché la Cina gli copra le spalle nel caso l'accordo che scambia la denuclearizzazione con la deameriKKKanizzazione della regione non funzionasse, e per portare avanti una sua diplomazia per la riunificazione con una Corea del Sud che adesso per la prima volta si è detta disponibile senza stare a considerare i desideri ameriKKKani?
Trump è al corrente di questa possibilità? Alle spalle della Corea c'è la potenza cinese. La Cina è il principale, quasi l'unico, partner commerciale della Corea del Nord; di fatto controlla l'applicazione delle sanzioni stabilite. E la Cina ne ha man mano stretto le maglie. La Cina ha invocato a lungo e con insistenza dei colloqui fra Kim Jong Un e Washington: Xi vuole che il vicino rinunci al nucleare e si riappacifichi con il Sud. Kim sta assecondando i desideri della confinante potenza, ma non c'è dubbio che abbia chiesto alla Cina di coprirgli le spalle nel caso andasse tutto storto.
Il fatto che con l'Iran Trump abbia fatto un passo indietro sull'Arte del Giungere a un Accordo in favore dell'Arte del Rovesciamento dei Governi non è di buon auspicio per la strategia cinese nei confronti della Corea del Nord. Se Trump pretende che Kim Jong Un capitoli -e se non lo ottiene la Cina avrà poche altre scelte se non mettersi nel mezzo, per impedire che Trump si dia ad exploit a base di nasi sanguinanti o a tentativi di rovesciare il governo nordcoreano. La Cina non vuole che Kim capitoli, né che venga deposto; non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un satellite statunitense o con missili statunitensi alla frontiera.
Questo abbandono della negoziazione in favore di un approccio centrato sul rovesciamento dei governi può indurre Trump ad equivocare l'atteggiamento condiscendente di Kim Jong Un, con la "conseguenza indesiderata" di trovarsi a scoprire che la Cina sostiene Kim Jong Un, e non lui. Le ripercussioni possono essere di vasta portata.
Lo stato sionista, in maniera simile, per decenni è andato vaticinando il rovesciamento dello stato iraniano ad opera degli iraniani stessi, proprio come i funzionari sionisti hanno vaticinato a cadenza regolare la debolezza di Hezbollah e la disaffezione dei libanesi nei suoi confronti... fino alle elezioni libanesi di maggio.
L'economia iraniana è stata in un certo senso poco reattiva, questo va detto; ma non è per nulla debole e men che meno si trova in una spirale mortale come vanno sostenendo i mass media. Di sicuro esiste disoccupazione giovanile, ma la situazione è la stessa in gran parte d'Europa. Il 2018 inoltre non è il 2012; L'Iran non si troverà isolato finanziariamente o politicamente dopo l'editto di Trump. In concreto l'inizativa di ameriKKKani e sionisti stringerà ulteriormente l'alleanza dell'Iran con la Cina e con la Russia. L'Iran guarderà certamente ad est.
Per i russi il messaggio ameriKKKano non potrebbe essere più chiaro: USA e stato sionista vogliono tenere aperta la piaga siriana perché è una piaga in cui lo stato sionista può mettere il dito quando vuole, in primo luogo per negare al Presidente Putin il conseguimento di un qualunque successo in politica estera, ma anche per mantenere Damasco in condizioni di debolezza. E Trump vuole che il governo iraniano capitoli su tutta la linea, o venga rovesciato.
Con l'uscita statunitense dall'accordo sul nucleare iraniano e la consegna di Gerusalemme allo stato sionista, Putin si ritrova un Medio Oriente destabilizzato, conflittuale e fragile. Proprio quello che la Cina e la Russia non volevano. I percorsi della Siria, dell'Iran e della Russia si incrociano adesso fittamente. Ci possono essere delle divergenze, ma la Siria rappresenta la ragione del loro combattere insieme, da veri compagni d'armi; ed è anche la ragione per cui, in una prospettiva più ampia, si comportano di comune accordo come parte di un'alleanza militare e strategica con la Cina.
Siria, Iran e Russia costituiscono un'alleanza di fatto, il cui campo strategico propriamente inteso è il Medio Oriente nel suo complesso, sia che lo si consideri dal punto di vista dell'inziativa cinese sulle vie commerciali, o della corrispondente struttura Russa del blocco territoriale fondato sull'energia. Tutti hanno interesse a mantenerlo stabile, non a destabilizzarlo. Le due mosse di Trump, l'abbandono dell'accordo e la questione di Gerusalemme, sono come granate a frammentazione scagliate nella struttura degli interessi strategici russi e cinesi.
L'abbandono della negoziazione a favore di un approccio che punta al rovesciamento dei governi di cui Trump è adesso protagonista sottopone Mosca a minacce di un tipo differente. Di sicuro Putin è consapevole del fatto che lo "stato profondo" in USA vuole che la quinta colonna filoatlantista, la base di potere economico di cui dispone a Mosca, lo tolga dalla carica e che la Russia abbracci l'ordine mondiale a guida ameriKKKana.
Forse Putin ha pensato che in qualche modo Trump avrebbe avuto ragione della "guerra civile" interna all'amministrazione statunitense e avrebbe trovato il modo di proseguire sulla strada della distensione. Purtroppo i segnali che arrivano sono inequivocabili: nelle dichiarazioni della Difesa statunitense la Russia è passata da "competitore" a "potenza revisionista" a minaccia numero uno (anche più del terrorismo) e infine a minaccia di tale livello da richiedere l'aggiornamento dei sistemi missilistici statunitensi, il rinnovo della flotta di sommergibili nucleari e il rimaneggiamento dell'arsenale atomico. Da lì si è passati a una dottrina di utilizzo delle armi nucleari basata su condizioni, e ultimamente ad un passo ulteriore, il rovesciamento del governo.
Comprensibilmente, Putin intende evitare un conflitto militare con gli USA se appena fosse possibile; al tempo stesso però si rende condo del fatto che se non pone limiti precisi all'azione degli USA e di Netanyahu, arriverà il momento in cui i falchi statunitensi lo presagiranno debole, e la cosa li farà solo insistere ancora di più. Putin ha cercato di mediare fra stato sionista e Iran, ma l'ardore antiiraniano venato di ideologia redentrice professato da Pompeo e da Trump gli ha messo i bastoni fra le ruote. Nei confronti degli USA anche Putin deve dunque prepararsi al peggio, comunque evitando di inficiare anzitempo le condizioni che permetterebbero al suo collega Xi Jinping di condurre il complesso confronto con Washington in materia di traffici e tariffe e di Corea del Nord.
La "conseguenza indesiderata" più notevole sarà che Putin e Xi decideranno che il mutato atteggiamento di Trump ha segnato il momento di tracciare un limite invalicabile e di decidersi a farlo rispettare. Se si arriva a tanto, tutto cambia. Trump è in grado di capirlo?

venerdì 15 giugno 2018

Alastair Crooke - Lo stato sionista si sta preparando per la guerra?



Traduzione da Strategic Culture, 7 maggio 2018.


Giovedì 3 maggio il generale Mattis ha riferito alla commissione per le forze armate del Senato statunitense che reputa sempre più probabile un confronto militare fra lo stato sionista e l'Iran in Siria: "Intravedo in modo in cui potrebbe iniziare, ma non sono sicuro del quando e del dove".
Questo non dovrebbe sorprendere nessuno. Chiunque riesca a sbirciare oltre la sottile liquida membrana della bolla occidentale riesce a vedere grosse dinamiche che si stanno espandendo e rafforzando al punto da convergere inesorabilmente sullo stato sionista. Si tratta di un evento inesorabile, non perché i paesi del Medio Oriente vogliano arrivare alla guerra (cosa che non è), ma perché lo stato sionista si sente per cultura obbligato a legarsi al presidente Trump e alla sua squadra di falchi, che a sua volta considera effettivamente lo stato sionista come il primo alleato nelle schermaglie dirette ad arginare il progetto politico e commerciale esistente fra Cina, Russia e Iran, e a farlo inaridire fino a ridurlo a un corpo inoffensivo, indigente e indebolito.
A qualche sionista la retorica da falco di Pompeo e di Bolton potrà anche sembrare un elisir inebriante. Solo che il Medio Oriente non è il posto per fare gli alleati dell'AmeriKKKa in questa nuova guerra non convenzionale contro le dinamiche emergenti. Cina, Russia e Iran sono determinatissimi, è una cosa inesorabile. Lo stato sionista combatterà contro ogni logica e alla fine, ai ferri corti con tutto il Medio Oriente, cercherà di attaccarlo e di indebolirlo proprio come abbiamo visto negli ultimi giorni con gli attacchi in Siria. Alla fine, per ritorsione, sarà colpito esso stesso. E potremo allora assistere a una guerra di più ampia portata.
Comunque si consideri quella spessa linea rossa diretta da est a ovest che è la via cinese che percorre l'Eurasia (si veda qui) o il blocco continentale russo alla McKinder fatto di produttori di energia (si veda qui) e che si estende attraverso la Russia dall'Artico al Medio Oriente rifornendo consumatori sia ad est che ad ovest, una cosa è certa: l'Iran e la regione settentrionale del Medio Oriente sono al centro di entrambe le mappe. Intendiamoci: potrebbero presentarsi essenzialmente come progetti commerciali e nel campo dell'energia, ma la loro essenza è quella dei progetti politico-culturali.
Queste due visioni, quella cinese e quella russa, sono complementari. Una mette in risalto l'influenza delle risorse, l'altra i flussi economici e la concomitante prosperità che è probabile scaturiscano dal flusso dell'energia e dal movimento delle merci lungo quel corridoio. Nel nord del Medio Oriente è la Russia ad avere in mano le leve della diplomazia e dellea sicurezza, non l'AmeriKKKa. E l'influenza economica è della Cina, non dell'AmeriKKKa.
No, non si tratta di illusioni fondate su un qualche immaginario "vuoto" creato dai fallimenti in serie che l'AmeriKKKa ha inanellato in Medio Oriente. Si tratta di mutamenti e di trasformazioni reali.
Per gli occidentali centrati su se stessi (e per lo stato sionista) non sta succedendo niente di straordinario. Ci raccontano -per esempio su Politico- che
"...la nuova guerra fredda non è come la vecchia, perché le manca una dimensione ideologica... le attuali tensioni fra Stati Uniti e Russia sono una schermaglia senza alcun pretesto: Putin non ha alcun traguardo ideologico da perseguire con la promozione dello stato russo, controllato da lui e dalla sua cricca; non sta cercando simpatizzanti in Occidente, e dunque non ha promosso alcun confronto su vasta scala fra due sistemi... Insomma, Putin in fondo non predica la rivoluzione mondiale, che era uno degli elementi chiave nella dottrina del comunismo sovietico."
Come può l'Occidente mostrarsi culturalmente cieco a fronte dei grandi mutamenti in corso? Vero è che quanto sta succedendo in alcune zone del Medio Oriente e in Russia non ha una natura ideologica, nel senso che non prevede la realizzazione forzata di un progetto utopistico, di un ordine mondiale rivolto alla correzione dei difetti umani, contrapposto a un altro e teso a cambiare l'intera umanità in una qualche maniera costrittiva. Ma quanto sta accadendo non è un nulla: sembra invece che siccome negano e combattono la nozione stessa di unico ordine mondiale fondato su regole culturali, questi progetti siano diventati invisibili agli occhi occidentali.
Nel caso dello stato sionista non c'è da sorprendersene. Il padre del sionismo moderno Theodor Herzl, in quel Der Judenstaat che è il documento fondante del sionistmo, scrisse: "Per l'Europa noi [lo stato ebraico] rappresenteremmo parte del muraglione opposto all'Asia: saremmo un baluardo culturale contro la barbarie." In breve, lo stato sionista è stato fondato come un'utopia illuministica europea e di conseguenza, comprensibilmente, i sionisti trovano difficile immaginare che qualcuno possa sfidare la cultura e la scienza dell'illuminismo europeo, sul piano tecnologico o culturale. Per questo Ehud Barack dipinge lo stato sionista come una "villa nella giungla", con toni chiaramente spregiativi nei confronti degli abitanti della giungla.
Sotto la presidenza Xi la Cina presenta il partito comunista cinese come l'erede e il successore di un impero di cinquemila anni stroncato dall'imperversare dell'Occidente, e cerca di definire un'identità cinese sostanzialmente in contrasto con la modernità ameriKKKana. Xi ha una visione del mondo assolutamente incompatibile con le priorità di Washington, e quindi anche con quelle dello stato sionista, per lo meno nel suo orientamento attuale.
Anche la Russia sta cercando di definire un "modo di essere" culturalmente russo e originale; non una scopiazzatura dei modelli dell'Europa occidentale, piuttosto qualcosa che tenda al loro opposto, culturale e morale. L'Iran e la Siria, e probabilmente anche l'Iraq, non guardano più al modello politico o morale occidentale come fonte di imitazione, e neppure gli concedono molta stima.
Il fatto è che nel quadrante settentrionale del Medio Oriente, Iraq compreso, i tagliatori di teste wahabiti che i servizi segreti occidentali, sionisti e sauditi hanno agevolato o potenziato perché combattessero Assad non sono solo screditati, ma proprio odiati, dai sunniti come da ogni altro. Si sta consolidando un lento moto di rigetto verso queste politiche, a tutt'oggi portate avanti dagli USA concedendo allo Stato Islamico dei santuari lungo la frontiera fra Siria e Iraq. Insomma, questa è una zona in cui l'influenza occidentale non esiste più. L'asse fra Russia, Cina e Iran è già la potenza in ascesa, anche per gli Stati del Golfo.
L'Iran sarà un attore protagonista. L'Occidente ha fatto avvicinare la Russia e l'Iran dal punto di vista strategico e militare, e per Pechino l'Iran è un punto cardine della propria via commerciale. Inoltre, come nota Pepe Escobar,
Fedeli al proprio piano di integrazione euroasiatica in corso di lento sviluppo, la Russia e la Cina sono in prima linea nel sostenere l'Iran. La Cina è il primo partner commerciale iraniano, soprattutto in virtù delle sue importazioni nel settore energetico. L'Iran, da parte sua, è un grosso importatore di derrate alimentari. La russia intende coprire questo settore...
Industrie cinesi stanno sviluppando grossi campi petroliferi di Yadavaran e di Azadegan nord. La China National Petroleum Corporation ha ottenuto un significativo trenta per cento nel progetto di sviluppo di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del mondo. Un accordo da tre miliardi di dollari sta rimodernando le raffinerie iraniane, ed esso comprende un contratto fra la Sinopec e la National Iranian Oil Company per l'ampliamento della raffineria di Abadan, vecchia di decenni.
Insomma, potenti forze si stanno affacciando in regioni del Medio Oriente che non condividono più le "priorità" occidentali, e che non hanno particolare simpatia per le ambizioni di potenza locale dello stato sionista, considerate una turbativa per la stabilità della regione. Si tratta di forze già potenti, destinate a diventarlo ancora di più. L'AmeriKKKa però, sotto la concezione trumpiana del "tornare grande", ha bollato queste forze emergenti come "potenze revisioniste" o "stati canaglia"; lo establishment statunitense, nella sua "guerra eterna", li considera minacce sostanziali.
Se gli USA riusciranno alla fine a trovare i mezzi per dialogare con queste forze emergenti o se vi entreranno in collisione è un interrogativo ancora senza risposta ed è il più grande interrogativo di questi anni. Se si arriverà allo scontro, per gli USA esso potrà anche continuare ad avere una natura non convenzionale. Per lo stato sionista la cosa non è probabile; esso può solo sfociare in una guerra vera e propria.
Quello che sta portando stato sionista e Iran verso un imminente scontro è però un altro mutamento sostanziale; un mutamento che potrebbe cambiare radicalmente la posizione dello stato sionista in Medio Oriente. Non solo le cose stanno cambiando in un modo che è sempre più incompatibile con le "priorità" di Washington, ma l'unica peculiarità che faceva dell'Occidente una realtà a parte e lo rendeva in un certo senso eccezionale, ovvero la sua supremazia tecnologica, sembra anch'essa in via di sparizione.
Il dissapore ameriKKKano nei confronti della Cina verte essenzialmente su questo tema: Trump sostiene che la Cina abbia "rubato" tecnologia ameriKKKana, oltre ad aver parimenti "rubato" posti di lavoro nel manifatturiero. Ora, qualche tecnologia potrà anche essere stata rubacchiata, ma in concreto sia i posti di lavoro che la tecnologia sono stati volontariamente delocalizzati in Cina in nome del profitto delle corporation statunitensi.
In ogni caso Cina, Russia e Iran hanno sviluppato tecnologie proprie e sono ora sul punto di surclassare la tecnologia occidentale nel settore difesa, se già non l'hanno fatto.
Gli USA non riusciranno a imbrigliare o a reprimere l'innovazione tecnologica cinese, o la rivoluzione della tecnologia russa nel campo della difesa.
Quindi, quando lo stato sionista guarda alle condizioni del proprio vicinato, sente che gli USA si stanno sempre più disimpegnando dal Medio Oriente mentre gli stati "revisionisti" e "canaglia" vi sono al contrario sempre più coinvolti: "un grosso fallimento strategico, con implicazioni di ampia portata," sostiene l'autorevole esperto di sicurezza Ehud Yaari. Lo stato sionista è anche consavpevole del fatto che la supremazia occidentale nelle tecnologie di difesa è scivolata come sabbia fra le dita di chi la deteneva.
La destra politica, nello stato sionista, sta ovviamente dicendo che la situazione del paese e la sua capacità di fare fronte alle mutate condizioni non potrà che peggiorare con l'andare del tempo, che una Casa Bianca così impulsivamente condiscendente non ci sarà più, che la superiorità aerea dello stato sionista non sarà più quella che un tempo è stata perché sempre di più, sempre più diffusi e sempre più perfezionati armamenti antiaerei precludono allo stato sionista quello spazio aereo cui una volta aveva accesso scontato. Carpe diem, insistono questi politici. Che si trovi il pretesto per una escalation, e gli USA seguiranno a ruota.
Il fatto è che non si tratta di una questione semplice. All'interno dell'apparato di sicurezza sionista e nei servizi esiste chi si muove con cautela: secondo il generale Golan lo stato sionista non può reggere un conflitto più lungo di sei giorni, specie se dovesse interessare più fronti. Lo stato sionista di oggi è in grado di ripetere l'exploit della Guerra dei Sei Giorni, in cui distrusse nelle prime quattro ore di combattimenti la forza aerea egiziana? Su questo non esiste alcuna certezza. Iran e Hezbollah hanno alimentato per vent'anni una risposta asimmetrica al potere aereo sionista, e ne hanno collaudato con successo gli elementi in Libano, nella guerra del 2006. E oggi ci sono nuovi missili su a nord. Lo stato sionista può nutrire ancora la certezza di disporre del dominio del cielo? C'è da dubitarne.
A che punto siamo, allora? Il Segretario di Stato Pompeo si è recato in visita a Tel Aviv nei giorni fra aprile e maggio. Sembra che abbia autorizzato lo stato sionista a usare la bomba antibunker più piccola (GBu-39s), che Obama aveva fornito, contro armamenti iraniani il 30 aprile. Sembra anche che abbia espresso sostegno all'innalzamento del livello dello scontro da parte dello stato sionista, che considera ora un bersaglio tutto quanto ci sia di iraniano in Siria. Lo stato sionista sta sfidando l'Iran, o la Siria o la Russia, a rispndere alle provocazioni, convinto che non ci sarà nessuna risposta almeno fino a dopo il dodici maggio, giorno in cui Trump deve decidere, ancora una volta, se alleviare all'Iran le sanzioni per il nucleare.
Il Presidente Putin sta cercando di calmare le acque, ma l'avallo di Pompeo alle iniziative di Tel Aviv sta mettendo a dura prova la sua pazienza. I suoi consiglieri militari stanno insistendo perché le batterie degli S300 vengano usate contro gli aerei e i missili sionisti.
Dopo che Trump avrà deciso cosa fare con l'Iran... beh, gli iraniani hanno già promesso rappresaglia per gli attacchi missilistici del nove aprile contro la base aerea T4, con riserva di tempi e metodi.
La prospettiva di una guerra è minuziosamente equilibrata: la destra politica dello stato sionista vuole cogliere l'attimo e magari continuare fino ad annettere la West Bank approfittando del conflitto in corso. L'apparato militare invece è prudente, al pari di quello ameriKKKano; ad andarci di mezzo sarebbero loro.
E Trump? Sul fronte interno la pressione sta salendo. Deve conquistare il Congresso alle elezioni di metà mandato, altrimenti -parole sue- "i democratici lo metteranno in stato d'accusa". I contentini elettorali per il fronte interno non saranno molti; c'è da aspettare che parta la campagna per le elezioni di novembre, e per lo più i contentini al fronte interno Trump se li è già lasciati alle spalle. Sulle elezioni di metà mandato, in un senso o nell'altro, peserà la politica estera, che conta molto nel bilancio della politica interna ameriKKKana.

domenica 3 giugno 2018

Giancarlo Matta è sempre vivo e frigna sempre insieme a loro


Il signor Giancarlo Matta dovrebbe abitare dalle parti di Torino; una città che deve presentare davvero poche occasioni di svago se uno si riduce a intasare il sistema giudiziario con pretese campate in aria e poi, non contento, va anche a infastidire un primario ospedaliero.
Il clima politico parrebbe favorevole: una grosso partito che sostiene l'esecutivo appena entrato in carica ha un programma politico tagliato a misura di giancarlimatta.
Il signor Matta ci ha scritto nuovamente esonerando anche stavolta il suo scritto dal segreto epistolare.

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7 mar 2009 -Il signor Giancarlo Matta ha avuto l'idea di inviarci quanto segue, .... persino agevolare, mutilazioni rituali religiose
(Milà fuorilegge!)
O COMPAGNO !!
1] ( milà fuori legge! = CI PUOI SCOMMETTERE ! ) LO RIBADISCO.

 
O COMPAGNO !!
2] HO LA VAGA IMPRESSIONE DI ESSERE L'UNICO LETTORE DEL TUO "SITO INFORMATICO"...POCO MALE.
MI HAI REPLICATO CON LA TUA SOLITA INSOLENZA.
--QUANTO AI MAIUSCOLI E COLORETTI, BADA : IO SCRIVO CON I MAIUSCOLI E I COLORETTI CHE PIU' MI PIACCIONO, ANCHE PERCHE' SONO QUASI CIECO DAVANTI ALLO SCHERMO, TU CAPISCI ? MI PARE DI AVERTELO GIA' SPIEGATO MA TU O SEI DURO DI COMPRENDONIO O HAI LA MEMORIA CORTA.
--QUANTO ALLA MIA CIRCOSTANZIATA E MOTIVATA DENUNCIA A CARICO DEI DIRIGENTI DELLA SANITA' REGIONALE PIEMONTESE IN MERITO ALLA CRIMINALE INIZIATIVA SULLE "MUTILAZIONI RITUALI", CI PUOI SCOMMETTERE IL TUO C**O DI CATTO-COMUNISTA CHE NE VADO ORGOGLIOSO.  
--APPARTIENI PURE TU ALLA NUMEROSA CATEGORIA DEI " V I M " ITALICI = "VIGLIACCHI+IGNORANTI+MENEFREGHISTI" ?
IN CASO CONTRARIO, ALZA IL TUO TELEFONO IN ORARI D'UFFICIO E COMPONI QUESTO NUMERO : 011.439.32.02
RISPONDERA' LA DIREZIONE SANITARIA DELL'OSPEDALE PUBBLICO  "MARIA VITTORIA"  DI TORINO. CHIEDI DEL PRIMARIO DIRIGENTE, DOTTOR PAOLO MUSSANO. E DOMANDAGLI SE COMMETTONO ANCORA DELLE "MUTILAZIONI RITUALI SU MINORI ( E PER GIUNTA A SPESE DEL PUBBLICO ERARIO )" DOPO LA MIA DENUNCIA E LE SUE CONSEGUENZE.
E POI PUBBLICA LA RISPOSTA. 
BUON VIAGGIO... ( CHISSA' SE HAI UNA BUONA VOLTA TU CAPITO DOVE TI MANDO ).                     GIANCARLO MATTA

P.S. = E PER RALLEGRARTI : QUESTO MESSAGGIO E' ESONERATO DAL SEGRETO EPISTOLARE : DUNQUE SPICCIATI A PUBBLICARE ANCHE TUTTI I MIEI "CODICI SORGENTE".....O COME DIAVOLO SI DEFINISCONO.


venerdì 1 giugno 2018

Sulla presenza di Matteo Salvini e del suo "partito" nel governo dello stato che occupa la penisola italiana



In questa sede si è evitato per quanto possibile di occuparsi delle vicende che hanno portato al nuovo esecutivo per lo "stato" in oggetto. In un contesto in cui le persone serie evitano per solito di avere a che fare con il democratismo rappresentativo è ovvio che all'elettorato passivo non giungano propriamente i migliori individui che vi siano in circolazione.
E che l'elettorato attivo sia fatto per lo più di pensionati rancorosi con la televisione sempre accesa, le doppiette nella vetrinetta del salotto e il cane mordace nella resede del terratetto condonato.
In più, la curiosa realtà del "paese" dove mangiano spaghetti presenta casi come quello qui illustrato. Propositi e intenti coltivati per decenni, che nelle realtà normali porterebbero come minimo ad un'accusa di alto tradimento, consentono abitualmente di accedere alle massime cariche istituzionali.

domenica 13 maggio 2018

Giancarlo Matta è vivo e frigna insieme a loro


Nove anni fa il signor Giancarlo Matta ci inviò -non richiesta ed esplicitamente esentata dal segreto epistolare- una lunga mail in cui invitava a resistere a quella che a sentir lui e molti altri individui dello stesso genere era una islamizzazione forzata dello stato che occupa la penisola italiana.
In questi nove anni non deve aver trovato gran che di meglio per impiegare in modo costruttivo il proprio tempo; interrogato in proposito, Google asserisce che il massimo che gli è riuscito di fare è farsi pubblicare qualche disquisizione di strategia da caffè sul sito di Magdi Apostata Pluricondannato Per Diffamazione Allam, e di bazzicare un'oziosa conventicola di ben vestiti che si presenta come "Partito antiislamizzazione".
Inutile spiegare per l'ennesima volta a gente che non distingue un AK47 da un piatto di maccheroni come raggiungere un qualsiasi teatro di guerra per contribuire fattivamente alla causa; quelle sono cose da persone serie, animate da coerenza, spirito di iniziativa, poco inclini all'eleganza formale e soprattutto non in sovrappeso.
Ecco, a ben vedere di spirito di iniziativa il signor Matta ne ha da vendere.
Ci ha scritto nuovamente, e parimenti non richiesto, per comunicarci proprio un grande successo dovuto interamente alla sua azione.

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Date: Fri, 11 May 2018 14:42:44 +0200 (CEST)
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     class=3D"f">7 mar 2009 -Il signor Giancarlo Matta 

7 mar 2009 -Il signor Giancarlo Matta ha avuto l'idea di inviarci quanto segue, .... persino agevolare, mutilazioni rituali religiose
(Milà fuorilegge!)


O COMPAGNO !!
milà fuori legge! = CI PUOI SCOMMETTERE ! ) PER QUEL CHE POTRA' ESSERE COMPRESO DA QUELLE PARTI, SEGNALO CHE LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI TORINO, A SEGUITO DI MIA CIRCOSTANZIATA DENUNCIA, HA BLOCCATO LA CRIMINALE INIZIATIVA DELLA "REGIONE PIEMONTE" - SETTORE SANITA' PUBBLICA - CHE FINANZIAVA, OVVIAMENTE COL PUBBLICO DANARO, LE MUTILAZIONI RITUALI SUI BAMBINI MUSULMANI SANI. FILA A VERIFICARE. BUON VIAGGIO... .     GIANCARLO MATTA 


Dunque: par di capire, al di là di maiuscoli e coloretti, che un ente regionale dello stato che occupa la penisola italiana dovrebbe aver promosso la pratica della circoncisione in condizioni mediche di sicurezza.
Consultando le gazzette si scopre che la notizia è vera e che l'iniziativa ha validissime giustificazioni.
Il signor Giancarlo Matta afferma di aver ingorgato un ente pubblico già al collasso con un proprio piagnisteo, che avrebbe da solo causato l'interruzione dell'iniziativa.
Al momento in cui scriviamo esiste conferma soltanto di una cosa, e soltanto su un sito di "informazione" specializzato in crimini degli immigrati: un impiegato dall'aria annoiata ha raccolto come suo dovere le preoccupatissime asserzioni del signor Matta, e questo ha portato all'ennesima "apertura di un fascicolo", che con l'informatizzazione del sistema giudiziario non raccoglierà neppure polvere.
Efficacia sui provvedimenti in essere, nessuna.
Il che non è un male, dal momento che il signor Matta -che ovviamente non sa neppure di cosa stia parlando- si starebbe vantando di aver esposto delle persone serie a una condizione di ingiustificato rischio.