mercoledì 26 aprile 2017

Alitalia fa rotta verso Fanculo - Sesta parte


Negli ultimi anni abbiamo seguito con un certo rancore le contorsioni della ex "compagnia di bandiera" dello stato che occupa la penisola italiana, segnate a volte da pagine autenticamente spregevoli.
Non abbiamo mai avuto alcuna stima per i costosissimi servizi resi da un'impresa che per decenni ha dato più importanza alla vendita di cravatte a bordo che al portare in giro persone che volevano spostarsi in aereo, e che riusciva ad essere irritante persino per la livrea dei velivoli schierati. Nel 2005, nell'unica esperienza mai fatta con questa compagnia aerea, un volo interno alla penisola italiana e neppure dei più lunghi ci venne a costare quanto un volo di andata e ritorno tra Roma ed Istanbul.
Sul volo c'erano sei passeggeri.
Il fatto è che esiste una tendenza molto radicata nel sentire comune che sostiene che quando un'impresa produce utili il merito è dei padroni e dei manager, e che quando va in perdita la colpa è dei lavoratori. Benissimo hanno fatto dunque i superstiti di dieci anni di razionalizzazioni a sbattere in faccia a padroni e sindacati l'ennesimo "accordo" del solito genere, quelli lacrime e sangue, è l'Europa che lo chiede, non ci sono alternative.
Anche chi ha un mutuo da pagare ha una dignità.

lunedì 24 aprile 2017

Ruth's - Ristorante kosher a Firenze


Tripadvisor è un "media sociale" utilizzato per lo più per valutare attività imprenditoriali nel campo della ristorazione, o -dicono i detrattori- per cantarsela e suonarsela sempre allo stesso riguardo.
Ruth's è un ristorante fiorentino che segue le regole alimentari ebraiche e si trova a ridosso della sinagoga.
La recensione qui riportata, scritta da chissà chi all'inizio del 2017, è a suo modo un capolavoro.
Uno che ha capito tutto.
“Solo la guardia fuori dalla moschea merita una mancia”
Punteggio 2 su 5 Recensito il 31 gennaio 2017 tramite dispositivo mobile

Ambiente al di sotto delle aspettative con pochissimo entusiasmo ad accoglierci. Salmone marinato appena tolto da un sottovuoto del supermercato. Hummus soddisfacente. Moussaka di pesce appena sufficiente ma solo per il sapore di arancio dell'insalatina. Falafel con pita e salsine discretamente interessante. Vino bianco della casa più ne bevi più ti scordi della qualità del cibo. Solo la vicinanza della splendida moschea ne vale una serata con una persona speciale.

Visitato a Gennaio 2017

martedì 18 aprile 2017

Alastair Crooke - Donald Trump alla deriva nel caos e nella conflittualità




Traduzione da Consortium News, 14 aprile 2017.


Sembra chiaro -così come è chiaro tutto quanto il resto- che quello che abbiamo chiamato "tweet a mezzo missili da crociera" fosse una sorta di messaggio, dal momento che i missili di per sé non hanno costituito un'azione militare strategica. Il destinatario tuttavia è ancora oggetto di discussione. A prima vista era il Presidente siriano Bashar al Assad, ma anche Vladimir Putin in Russia, Xi Jinping in Cina e Kim Jong Un in Corea del Nord vengono considerati nel numero; nessuno può dirsene certo perché le dichiarazioni statunitensi sono al tempo stesso disorientate e disorientanti.
Se prendiamo però in considerazione da vicino le dinamiche della sicurezza nazionale statunitense, notiamo chiaramente che almeno per il consigliere H.R. McMaster il primo destinatario è la Russia.
Cosa potrebbe aver provocato questo improvviso sbandamento verso l'azione militare e verso una svolta di centoottanta gradi nella politica di Trump in Siria? Apparentemente sul terreno non è cambiato nulla: Siria, Russia e Iran stanno continuando a combattere contro gli jihadisti con lenti ma concreti progressi. La cooperazione sul piano tattico con gli USA stava aumentando e stava conseguendo successi nell'arginare l'intromissione della Turchia.
Il Presidente Assad aveva anche dato segni di disponibilità alla collaborazione tra Siria e forze statunitensi nella guerra contro i "terroristi"; il Presidente Putin aveva chiaramente detto che avrebbe volentieri partecipato ad un vertice con il Presidente Trump. Intanto c'erano funzionari statunitensi che già vedevano la sconfitta simbolica dello Stato Islamico, con la caduta di Mossul in Iraq e di Raqqa in Siria, come un grosso successo per Donald Trump. Insomma, pareva che le cose avessero preso una buona piega, dal punto di vista statunitense.
Invece in meno di sei giorni si passa ad un dietrofront completo nella linea politica, e si passa dallo "Assad può rimanere" ai missili, a séguito dell'opinabile assunto secondo cui il Presidente Assad stava cercando di mettere a repentaglio i mutamenti positivi nella sua situazione bombardando con armi chimiche donne e bambini in un borgo strategicamente insignificante e da lungo tempo controllato da jihadisti di inclinazione più o meno radicale. La pretesa che l'uno o l'altro schieramento facciano ricorso ad armi chimiche difficilmente può essere considerata una novità in Siria: questa guerra è campo per la battaglia propagandistica più accanita della storia.
Per cercare di trovare una spiegazione ad una rottura di continuità nella politica statunitense repentina come un fulmine a ciel sereno dobbiamo per forza lasciarci andare a qualche speculazione, per mettere insieme i pezzi di un difficile rompicapo.
Il primo pezzo, davvero il primo, ha a che vedere con la first daughter Ivanka Trump che ha avuto un crollo emotivo davanti alle disturbanti immagini televisive di bambini morenti ed ha "spinto suo padre a farlo". A conferma abbiamo il racconto del fratello Erik, figlio di Trump, ed il telegramma inviato al Primo Ministro dall'ambasciatore britannico a Washington, in cui si afferma che il catalizzatore iniziale è stata proprio Ivanka. Erik ha detto che "sicuramente Ivanka ha avuto influenza sulla decisione di attaccare la Siria."
Anche Pat Buchanan, che è un ex candidato repubblicano alla presidenza sostenitore di Trump, a chi gli ha chiesto "quale giustificativo" Trump avesse portato a questa iniziativa ha detto che le condizioni emotive del Presidente hanno avuto un ruolo sostanziale; il New York Times è della stessa opinione.
Scrive Buchanan: "Di che idea era Trump? Ecco la sua giustificazione sul piano strategico: 'Quando uccidi bambini e neonati innocenti -neonati, dico, neonati- con un gas chimico... questo va olte molti, molti limiti, va oltre la linea rossa... E io ti dirò che sono rimasto molto, molto colpito dall'attacco di ieri contro i bambini... il mio atteggiamento nei confronti della Siria e di Assad è molto cambiato." Due giorni dopo Trump era ancora acceso: "Dei graziosi bambini sono stati crudelmente assassinati in questo oltremodo barbaro attacco. Nessun figlio di Dio dovrebbe soffrire un simile orrore."
Insomma, la prima reazione è stata emotiva e d'impeto; una decisione chiaramente presa senza indugiare ad una ponderata analisi dei dati di fatto, perché era ovvio che era stato Assad, e poi c'era Ivanka angosciata per i bambini.
A questa iniziale reazione emotiva e al desiderio di passare all'azione si è probabilmente unita la ben nota ossessione che Trump ha per il comportarsi, sempre e comunque, in modo opposto a quello di Obama. Roxanne Roberts, che aveva partecipato con Donald Trump al pranzo della associazione dei corrispondenti della Casa Bianca nel 2011, ha scritto questo nell'aprile del 2016:
Su questo enorme mistero... Perché questa miliardaria star da reality si è messa in corsa per le presidenziali? Io non lo so. Non si sa. Invece un pugno di psicoanalisti da caffè -oh, addirittura corrispondenti per grosse agenzie di stampa, nientemeno- hanno statuito che tutto è cominciato nell'aprile del 2011, al pranzo della associazione dei corrispondenti della Casa Bianca; in quell'occasione Trump è stato lo zimbello del Presidente Obama e del comico del Saturday Night Live Seth Meyers.
Trump ne fu così umiliato, si dice, che la cosa gli ha fatto scattare un qualche profondo e fino ad allora latente desiderio di rivalsa. "Quella serata di umiliazioni pubbliche, invece di far sparire il signor Trump, ha moltiplicato i suoi feroci sforzi per farsi largo nel mondo della politica", ha scritto il New York Times un mese fa.
Giudichino i lettori dalla faccia che Trump fece in quell'occasione. Quindi, se l'Obama che lo ha calpestato si è comportato in un certo modo dopo che nel 2013 girò voce che le forze armate del governo siriano avessero fatto uso di armi chimiche, Trump si è comportato nel modo opposto. Non si è fermato a riflettere, ed è passato all'azione in modo netto ed improvviso. Sia il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer che il Segretario di Stato Rex Tillerson hanno insistito molto su questa narrativa, centrata sulla decisione e sulla rapidità con cui Trump ha agito.
A posteriori ovviamente può essere arrivata qualche considerazione razionale in più: attaccando la Siria, e attaccando quell'Assad che Putin protegge, deve aver pensato Trump, avrebbe finalmente stroncato la tiritera dei democratici che indicava in lui "l'uomo di Putin". Ecco qui le machiavelliche motivazioni all'attacco missilistico oggi sbandierate: un chiaro stratagemma per farla finita con la spregiativa asserzione che lo considera un candidato fantoccio. Una cosa del genere può essere venuta con il senno di poi: i fatti concreti fanno pensare che in realtà la decisione sia stata presa in preda alle emozioni del momento.
Fin qui tutto bene. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale però avrà detto a Trump che i servizi dubitavano della colpevolezza di Assad? Pare che lo abbiano fatto; sappiamo da varie fonti (si legga qui, qui e qui) che nella CIA e nella DIA erano in molti, ivi compresi gli agenti sul terreno, a non prendere per buona l'idea che il Presidente Assad fosse colpevole.
Robert Parry ha una familiarità di lunga data con l'ambiente di Washington, e scrive che
Esiste un grosso dubbio sulla foto resa pubblica dalla Casa Bianca e che mostra il Presidente Trump e una decina abbondante di consiglieri riuniti nell'appartamento di Mar a Lago dopo aver deciso di colpire la Siria con i missili Tomahawk. Dove sono il direttore della CIA Mike Pompeo e gli altri vertici dei servizi? Prima che la foto venisse resa pubblica il venerdì successivo all'attacco, un mio confidente mi ha detto che Pompeo aveva personalmente riferito a Trump il 6 aprile che la CIA era convinta che il Presidente siriano Assad non fosse -con ogni probabilità- il colpevole dell'incidente con i gas letali verificatosi due giorni prima nel nord del paese. Di conseguenza Pompeo è stato escluso dall'incontro, perché Putin aveva deciso per il contrario.
Sul momento ho avuto qualche dubbio, perché Trump, il Segretario di Stato Rex Tillerson ed altri funzionari superiori affermavano in modo piuttosto convinto che la colpa era di Assad. Ho preso atto del tono, e ho pensato che Pompeo e la CIA dovevano aver sottoscritto la conclusione che voleva Assad colpevole, anche se sapevo che alcuni esperti dei servizi statunitensi erano di parere contrario e che pensavano che quanto successo fosse stato causato da una perdita accidentale di sostanze chimiche o da un piano deliberato dei ribelli di Al Qaeda per fregare gli USA e far loro attaccare la Siria...
Nella foto di Trump e dei consiglieri non compare nessun appartenente all'ambiente dei servizi. Ci sono Trump, il Segretario di Stato Tillerson, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale H. R. McMaster, il capo dello staff della Casa Bianca Reince Priebus, il consigliere strategico Steve Bannon, il cognato Jared Kushner ed altri funzionari di vario genere, ivi compresi consiglieri economici che si trovavano a Mar a Lago per incontrare il Presidente cinese Xi Jinping.
Non vi compaiono né Pompeo né il Direttore della National Intelligence Dan Coats né alcun altro funzionario dei servizi. Anche il New York Times ha fatto presente questa stranezza nell'edizione del sabato seguente, ed ha scritto che 'Se persone informate della CIA o di altre organizzazioni di intelligence erano presenti... nella foto non compaiono'.
Insomma: i partecipanti alla fondamentale riunione della NSA in cui è stata formalizzata la decisione del governo sono stati decisi con un certo criterio: coloro che potevano avanzare dubbi sulla versione dei fatti che considerava colpevole il governo della Repubblica Araba di Siria non vi hanno preso parte, semplicemente. McMaster era l'unico presente che si occupasse a tempo pieno di intelligence, e Trump ha ottenuto l'avallo ufficiale alla sua istintiva convinzione che il Presidente Assad fosse il colpevole.
Ed ecco qui il quarto pezzo del rompicapo. Perché la decisione formale di attaccare la base aerea siriana ha cambiato forma, passando da simbolica bacchettata sulle mani di Assad ad ultimatum? Un ultimatum, per di più, chiaramente diretto contro il signor Putin, come dire "scegli, o Assad o gli USA"? Chiunque abbia stilato la bozza dell'ultimatum ha capito che imporre una scelta del genere significava umiliare il Presidente Putin. Eppure, l'unico professionista della sicurezza e della intelligence presente era il generale McMaster. Un tale che un tempo ne ammirava la statura intellettuale ha scritto:
Sono stato costretto... a concludere che McMaster è grossa parte del problema in questa pazza corsa alla guerra in Siria che si è scatenata la settimana scorsa. Una guerra che potrebbe portare ad un confronto militare diretto con la Russia. Lo conferma il fatto che McMaster è comparso al notiziario di Fox News di domenica, ma c'erano indizi che circolavano da tempo, almeno da quando si trovava ancora al Comando Addestramento e Dottrina dell'esercito statunitense. Negli ultimi due anni prima di approdare alla Casa Bianca la sua principale preoccupazione era quella di riorganizzare le forze armate in vista di una futura guerra contro la Russia.
Nell'intervista a Fox News McMaster ha risposto a varie domande sull'attacco missilistico voluto da Trump. Ecco qualche stralcio di quanto ha detto: "L'obiettivo [dell'attacco] era quello di mandare ad Assad un forte messaggio politico. Una cosa molto significativa perché... è la prima volta che gli USA si muovono direttamente contro il governo di Assad; dovrebbe essere un messaggio forte per lui e per quanti lo sostengono."
Poi ha aggiunto: "I russi dovrebbero chiedersi: cosa stiamo facendo qui? Perché stiamo sostenendo questo regime assassino che uccide in massa la propria stessa popolazione con le armi più odiose a disposizione... Insomma: io penso che tutti nel mondo considerino la Russia come parte del problema." (Da Fox News con Chris Wallace, corsivo dell'A.)
Per inquadrare nel debito contesto questa risposta, dobbiamo far riferimento a quello che McMaster ha detto nell'aprile 2016 durante una conferenza al Centro di Studi Strategici ed Internazionali di Washington.
Quello cui stiamo assistendo oggi, quello di cui siamo consapevoli, è ovviamente la minaccia russa; la Russia sta intraprendendo guerre di portata limitata per obiettivi limitati, come l'annessione della Crimea o l'invasione dell'Ucarina, a costo zero; consolida i guadagni territoriali e presenta la nostra reazione e quella dei nostri alleati ed amici come una escalation. Per dissuadere un paese forte dallo scatenare guerre di portata limitata per obiettivi limitati in terreni che coinvolgono paesi più deboli -quelle che Thomas Mackinder chiamò tra XVIII e XIX secolo i frantumi della massa continentale euroasiatica occorre portare avanti la deterrenza, occorre essere in grado di far pagar dazio alla frontiera...
Quella che la Russia sta portando avanti è una strategia sofisticata, e la stiamo studiando assieme ai paesi amici; è una strategia che si basa in verità non soltanto su una combinazione di forze convenzionali usate come copertura per azioni non convenzionali, ma anche su una campagna molto più sofisticata che contempla l'uso della criminalità e del crimine organizzato e... parte di un più ampio sforzo per seminare il dubbio e le teorie cospirative in tutta la nostra alleanza.
McMaster continuava:
Io credo che questo sofrzo non sia diretto ad obiettivi difensivi, ma ad obiettiv offensivi: far collassare il mondo emerso dopo la seconda guerra mondiale e sicuramente quello affermatosi nel dopo guerra fredda, far collassare la sicurezza e l'ordine economico e politico in Europa per sostituirlo con un maggiormente confacente agli interessi russi.
Quali aspetti del discorso di McMaster ci interessano? Esso fa pensare che  gli istinti fondamentali del Presidente Trump siano all'apparenza ancora concentrati sullo scenario interno degli Stati Uniti. Infatti è proprio sul piano interno che Trump ha sofferto seri rovesci. A quasi cento giorni dall'entrata in carica non ha ancora una attività legislativa. Ci sono a Capitol Hill alcuni repubblicani che per il 2017 hanno prospettato uno scenario da incubo, più o meno in questo modo: "ObamaCare non viene respinta. Non si riforma il sistema fiscale. Non passa il pacchetto infrastrutture da mille miliardi di dollari. Niente muro alla frontiera."
Inoltre, "I repubblicani non solo hanno fallito nell'approntare proposte di legge, ma hanno fallito nell'approntare proposte di legge che possano essere approvate. Esistono oggi come oggi fazioni repubblicane che credono che si dovrebbe abbandonare la sanità per la riforma del sistema fiscale, e fazioni convinte che la riforma del sistema fiscale non sia possibile senza prima promulgare uno Affordable Care Act. Esiste anche una crescente consapevolezza del fatto che non è possibile ottenere tutto per cui si decide di fare pressione senza avere un qualche sostegno da parte dei democratici in Senato; una cosa che rende sempre più probabile che il raggruppamento bipartisan detto Freedom Caucus disperderà i propri voti, dal momento che per decenni i repubblicani hanno dichiarato che qualsiasi iniziativa potesse attirare il voto democratico era intrinsecamente il male." (corsivo dell'A.)
Insomma, in politica interna Trump è andato a sbattere contro un muro legislativo. Dal momento che tende per natura a seguire l'istinto anziché un intelletto strategico, quando Trump va a sbattere contro un muro cambia direzione... finché non ne colpisce un altro. Adesso, sotto pressante richiesta del genero Jsred Kushner e dei suoi alleati della Goldman Sachs Cohn e Phillips, Trump sta vagando in cerca di un qualche "terreno comune" che potrebbe aiutarlo a far passare qualche legge, e a far sì che alle elezioni di medio termine del 2018 la base non abbandoni i candidati repubblicani. Pensava forse che agire con decisione in Siria lo avrebbe aiutato in questo?
T. A. Frank di Vanity Fair lancia un ammonimento stringato: "Per costituire il governo, Trump si è dapprima rifatto a soggetti nominati dallo establishment; si è imbattuto nel muro della propria base e ha ripiegato su Bannon, ha battuto nel muro dell'indignazione del mainstream per il bando sui visti e si è rivolto a Reince Priebus e ad una maggiore enfasi sulle procedure, finché non ha battuto nel muro della riforma sanitaria e ha deciso di attaccare la Siria andando contro il muro dell'indignazione della base e verso il pauso delle persone sbagliate. Probabilmente si allontanerà dalla Siria, o almeno cercherà di farlo. Solo che gli atti di guerra valgono di per sé, e per molti dei detestabili di Trump questo gesto non ha rappresentato un compromesso, ma un tradimento."
Franck ha centrato la questione, che poi si compone di tre distinti problemi interconnessi. In primo luogo c'è il tradimento degli amici, della base politica, in favore dei nemici. In questo modo si rischia di perderli entrambi ma la perdita degli amici può essere fatale, mentre la labile approvazione dei nemici è, nel migliore dei casi, una cosa di breve durata.
Insomma: la base di attivisti che ha portato Trump alla presidenza non è soddisfatta. Le spaccature nella squadra di governo non sono solo dovute ad una cattiva intesa tra Steve Bannon e Jared Kushner suscettibile di rientrare con qualche bacchettata sulle mani perché i due sono profondamente imbevuti di ideologia. Kushner (ed Ivanka) sono globalisti, sono liberali di New York e sono entrambi ex democratici. Essi rappresentano l'esatto opposto di ciò per cui combattono Bannon, i sostenitori dello AmeriKKKa First ed i nazionalisti.
Il secondo problema è che con l'attività legislativa ferma e il partito repubblicano alla paralisi, le elezioni di metà mandato del 2018 e la squadra di governo di Trump già disorientata dai bruschi rivolgimenti del Presidente, c'è il rischio di un crollo del sistema.
In terzo luogo, lasciando che McMaster si servisse del "tweet" missilistico per armare un ultimatum contro putin e considerate le ambizioni che McMaster ha verso l'elevare il livello dello scontro in Siria ed in Iraq, Trump rischia che gli eventi sfuggano ad ogni controllo. In Siria sono in gioco interessi capaci di far serenamente alzare il livello dello scontro fino ad un confronto diretto tra AmeriKKKa e Russia, in cui uno dei due, o Putin o Trump, rimarrebbe umiliato per aver dovuto distogliere lo sguardo per primo.
Frank ha probabilmente ragione a dire che Trump "si allontanerà dalla Siria, o almeno cercherà di farlo", ma come ha infaustamente notato un esperto di cose russe, "Quando sento ribadire l'idea di imporre sulla Siria una zona a divieto di sorvolo in spregio alla volontà della Russia, sento come un pugno nello stomaco perché capisco perfettamente dove potrebbe portare una cosa del genere."
Stiamo andando alla deriva verso una situazione che è, in potenza, seria come la crisi dei missili a Cuba nel 1962.

venerdì 14 aprile 2017

Tam Hussein - Il paradiso perduto. Ascesa e caduta di Abu Bakr al Baghdadi


Anthony Quinn ha interpretato due volte il ruolo di un mujahid: Hamza lo zio del Profeta, e Omar Mokhtar.


Traduzione dal blog di Joshua Landis.

Mi recai senza permesso a Najiyeh, che è un paesino di nessun conto ma che ha la pretesa di essere uno dei principati dello Stato Islamico. Una pretesa ridicola all'apparenza, ma che tanto ridicola non ci sembrò appena vi giungemmo. Prezzi fissi, mercati vivaci, erano aperte anche le gioiellerie. Un contrasto stridente su quello che avevo sentito raccontare su questo "stato". Capii perché la gente aveva accettato di sottomettersi: l'ordine è una cosa fondamentale in ogni conflitto, tanto più in uno brutale come questo. Anche chi viveva nei paraggi e non apparteneva allo Stato Islamico si era espresso positivamente nei suoi confronti "Puoi rivolgerti ad uno dei loro tribunali," mi avevano detto, "e il tuo caso viene risolto senza timori e senza favoritismi". Un esordio che mi ha fatto venire in mente i talebani, accolti a Kabul con grida di giubilo e mazzi di fiori, ma che lasciarono la città in mezzo a gente che si radeva la barba e che ci dava dentro con le sigarette anche se non aveva mai fumato in vita sua.
Qualche mese più tardi incontrai Abu Ali in Turchia, a Tarso. Il giovane comandante di Ansar al Sham sembrava un San Paolo giovane: barba scura e capelli lunghi appena indeboliti in cima alla testa. Era convalescente da una ferita ad una gamba, di quelle che se i miracoli non esistessero davvero lo avrebbe lasciato con una gamba di meno. La ferita era un autentico orrore. Abu Ali mi raccontò che la gente si era schierata con i battaglioni della zona e aveva cacciato lo Stato Islamico da Najiyeh.
"Perché?" gli chiesi io.
"Erano gente malvagia," mi rispose. Notai la sua espressione di disappunto, era come se lo Stato Islamico avesse tradito i siriani. INsomma, la rivoluzione aveva trasformato questi uomini privi di qualsiasi importanza in mujahiddin, in guerrieri di Dio. Alcuni tra costoro avevano fatto una vitaccia da contrabbandieri o da contadini, o erano in fuga dalle autorità. Era stata la rivoluzione a mutare la loro sorte. E ora, quelli come Abu Ali, usciti dalle moschee chiedendo che Assad venisse deposto, che se l'erano vista con i proiettili dopo la preghiera del venerdi, si dovevano sorbire le ramanzine di Abu insomma-neanche-tanto al Britani, che appena sei mesi prima era a rifarsela con qualche svitato a caccia di gonnelle in qualche discoteca del cacchio. Ecco, era arrivato Abu eccetera eccetera, nel paese dell'erudizione islamica, e si era messo a far prediche alla gente sulla nequizia di ciò che è kufr, di ciò che è taghut, sul tawhid e sull'incompatibilità della teologia islamica con la democrazia. Ai siriani non servivano lezioni di dottrina: gli serviva di impedire che le bombe a barile ammazzassero i loro bambini.
Pochi anni dopo a Saraqeb stavo filmando a seguito degli uomini di Jund al Aqsa. Mi raccontarono che il comandante locale di Ahrar al Sham aveva sparato alle spalle del locale emiro dello Stato Islamico. L'emiro dello Stato Islamico era nativo di Saraqeb e aveva considerato sacrilego prendere le armi contro i propri correligionari. Il capo di Ahrar al Sham invece non si era fatto alcun problema a spedirlo tra i più. Alla gente l'emiro piaceva, ma la stessa gente aveva anche testimoniato il falso davanti alla corte dello Stato Islamico e sulla vicenda erano stati scritti commenti sarcastici. Lo Stato Islamico avrebbe senz'altro parlato di apostasia: nessuno fra gli abitanti del posto aveva rinnegato l'Islam, ma anche loro, come gli abitanti di Kabul, si erano rasati la barba e si erano rimessi a fumare, anche se in precedenza avevano prontamente ammesso che il fumo era "una cosa proibita" dall'Islam. Più di recente ho ascoltato incredulo un iracheno dire che preferiva le milizie sciite sostenute dall'Iran, i Gruppi di Mobilitazione Popolare di Mossul, invece che lo Stato Islamico. Per gli abitanti di Mossul non c'erano molti motivi per sostituire la bandiera dello Stato Islamico con quella irachena, anche se tutti sapevano che la banidera irachena era nata nei club per gentiluomini di Londra e la bandiera dello Stato Islamico nella Baghdad degli abbasidi. Senza alcuna ironia gli abitanti di Mossul avevano preferito la prima. Come ha fatto lo Stato Islamico a ridursi in queste condizioni, quando tutti facevano professione di fede islamica? Perché il progetto di al Baghdadi è fallito sul nascere?
Si può dire che lo Stato Islamico non ha perso a fronte di un avversario risoluto, perché il coraggio non gli manca e gli esperti di cose militari attestano la sua abilità nella guerra asimmetrica. Lo Stato Islamico ha perso perché la popolazione locale ha smesso di crederci. E ha smesso di crederci al punto che la gente lo disprezza più di quanto disprezzasse Assad. La popolazione odia Assad perché ha ucciso i loro figli, ma odia lo Stato Islamico perché gli ha tirato una coltellata alle spalle intanto che stava cercando di rovesciare Assad. Assad non si è mai dichiarato islamico: da questo punto di vista non c'era nulla da pretendere da lui. Poteva fare quello che voleva, non era altro che uno di quei despoti -inseriti nel solco di una lunga tradizione mediorientale- che soffocano le insurrezioni, che siano dei Fratelli Musulmani, di arabi nelle paludi irachene o di sciiti. Che fosse brutalmente crudele era cosa da aspettarsi. Lo Stato Islamico ha inflitto un numero di morti minuscolo rispetto ad Assad, ma si definiva islamico. E si comportava con una tale deliberata crudeltà da aver ingenerato disgusto e rifiuto anche nel più dissoluto dei credenti. Anche un musulmano che pure beve pesante e che occhieggia le spogliarelliste, e che si prosterna una volta l'anno (sempre che lo faccia) sa che la misura è colma. Sa che simili comportamenti non si addicono ad alcun "sacro combattente".
Per quanto Graeme Wood si interroghi sullo Stato Islamico e sul suo livello effettivo di islamicità, quello che uno Ahmed qualsiasi capisce d'istinto è che al Baghdadi e i suoi sono ben lontani dall'essere islamici; non c'è bisogno di una fatwa. I musulmani sanno bene cosa si intende per mujahid, o per sacro combattente. Le storie dei Compagni del Profeta, di Hamza il leone di Dio o di Omar Mokhtar il leone del deserto, entrambi di solito con le sembianze di Anthony Quinn, le hanno sorbite con il latte delle madri. Ai bambini si dà il nome di Mujahid, di Ghazi, di Faris, di Shahid sperando che saranno all'altezza degli individui eccezionali che mostrano il meglio della propria virtù morale e marziale in condizioni in cui ogni bestiale brutalità viene ammessa, risuscendo comunque a restare umani. La guerra è proprio un banco di prova per la nobiltà d'animo di un uomo.

Un elogio di Abu Muhammad al Adnani. Un genere classico della letteratura araba.


Qui hanno fallito miseramente al Baghdadi e i suoi. I suoi eroi che infarciscono i canali di telegram incontrano il rifiuto dei musulmani. Abu Muhammad al Adnani, il suo vice, è sicuramente dotato di eloquenza e di coraggio, ma è terra terra per brutalità e per mancanza di pietà, per quanti testi possa padroneggiare a detta di chi ne fa l'apologia. Anche Jihadi John dimostra una disumanità ordinaria. Si vada dal macellaio halal che c'è all'angolo a Harrow Road a Londra, e ci si sentirà dire che il rituale islamico impone che si dia ad un animale un ultimo sorso d'acqua, e che lo si scanni lontano dalla vista degli altri animali, per diminuire la sua sofferenza e quella delle altre bestie. E ora arriva Jihadi John che ammazza gente innocente davanti al mondo intero, così come se nulla fosse, senza alcuna vergogna. Perfino Caino si vergognò dopo aver ucciso Abele.
Le azioni di Jihadi John, questo suo ostentare gesti violenti, hanno un qualche cosa di assolutamente moderno. Si può credere che il suo modo di comportarsi trovi radici nella Londra degli anni Novanta, quando i suoi video pieni di ammazzamenti venivano tranquillamente venduti fuori dalle moschee. Si trattava di filmati che mostravano con dovizia di particolari le gesta dei mujaheddin ceceni contro l'invasione russa della Cecenia. Uno degli imam che allìepoca insegnava nell'organizzazione giovanile di Lisson Green dove andava di solito Mohammed Emwazi, ricorda che a un certo punto quei filmati
"...diventavano scuri quando mostravano un russo decapitato da alcuni Ceceni, e ogni volta che ne vedevo con i fratelli qualcuno ti strisciava alle spalle e ti faceva il gesto di tagliarti il collo."
Chissà, forse la musica di fondo per le gesta di Mohammed Emwazi si è consolidata a quei tempi. L'imam continuava poi a raccontare:
"Ricordo che anche all'epoca ricordavo sempre ai fratelli che non era quello il modo per salutarsi a vicenda, e che al centro del jihad non c'è la sete di sangue; di solito citavo uno hadith del Profeta: "Il nemico non andatelo a cercare, ma se lo incontrate rimanete a piè fermo."
Abdel Kader al Jaza'iri

Il mujahid di oggi è molto diverso dal mujahid di un tempo. Per dimostrarlo ci rifaremo ad un esempio concreto, useremo come paragone un sacro combattente del XIX secolo chiamato Abdel Kader al Jazairi. Era noto come Comandante dei Credenti, anche se rispettava la sovranità del sultano del Marocco. Abdel Kader, come al Baghdadi, cercò di mettere in piedi una compagine statale unendo i vari gruppi tribali dell'Algeria e si comportò con asprezza con quanti collaboravano con i francesi. Come al Baghdadi anch'egli era uno studioso, un giurista, e discendeva in linea diretta dal Profeta. Combatté gli invasori francesi e venne descritto da amici e nemici come un genio militare senza paura, inafferrabile come al Baghdadi. William Thackeray ne scrisse:
Misericordioso e magnanimo in pace come implacabile in guerra,
avveduto consigliere di uomini coraggiosi e il più coraggioso dei consiglieri avveduti;
i tuoi occhi potevano gettare lampi di distruzione al pari di gentilezza e di amore,
il leone in te era amico dell'agnello, l'aquila amica della colomba.
L'abisso che separa al Jazairi da al Baghdadi è molto ampio, come mostrano i versi di Thackeray. Nell'asprezza e nella brutalità della guerra, al Jazairi aveva fama di cavalleria e trattava umanamente i prigionieri al punto che furono gli stessi prigionieri di guerra a chiedere alla Francia il suo rilascio, quando toccò a lui trovarsi nelle stesse condizioni. Alcuni gli si offrirono come guardie d'onore, per la gentilezza che egli aveva dimostrato nei loro confronti. Abu Bakr al Baghdadi invece non ha mostrato alcuna misericordia. I prigionieri li brucia e li affoga vivi. Abdel Kader condannò un proprio cognato perché aveva massacrato dei prigionieri; al Baghdadi con roba del genere ci va a nozze, è il primo a incoraggiarle con un sadismo talmente creativo che ci si chiede se esista a Raqqa un qualche distaccamento che si occupa solo di inventare sistemi originali e crudeli per ammazzare la gente. Al Baghdadi è un prodotto della guerra in Iraq, e si è dato anima e corpo alla causa del terrore.
Abdel Kader è attento a non colpire i civili. Quando i quartieri cristiani di Damasco furono sfondo di rivolte settarie, salvò innumerevoli cristiani. Al Baghdadi fa compiere un attentato suicida in una chiesa copta di Tanta la domenica delle palme, e causa non si sa quante vittime. Abdel Kader aveva rispetto per gli uomini di religione: i sacerdoti avevano il permesso di officiare per i prigionieri di guerra francesi e di agire come intermediari. Al Baghdadi invece fa rapire il sacerdote gesuita Paolo Dall'Oglio. Il destino di un uomo che costruiva ponti tra fedi diverse è ancora ignoto. Abdel Kader smette con l'uso di decapitare i prigionieri, al Baghdadi mette le loro teste su internet. Abdel Kader libera quanti rinunciano alla propria fede per sfuggire al destino; al Baghdadi non si interessa affatto se si siano convertiti o meno. Se non accettano il califfato manda uno dei suoi soldati a scagliare una macchina piena di esplosivo contro un mercato affollato, o ne manda un altro a mettersi in fila alla preghiera della sera per azionare poi una cintura esplosiva.
Un ex combattente dello Stato Islamico mi ha detto: "Dawla [lo Stato Islamico] non è tutto ciò che viene fatto per farvelo sapere."
Ah, davvero? Non mi potei trattenere dal chiedergli quante persone avesse dovuto ammazzare per arrivare a quella conclusione.
"Non ti preoccupare," mi rassicurò; "in ogni caso erano tutti apostati."
Grandioso. Allora ha imparato la lezione, non ha incubi quando va a dormire.
In ultimo, Abdel Kader aveva capito che fini nobili si perseguono con mezzi nobili. Si arrese perché aveva capito che la sua guerra coi francesi sarebbe stata troppo gravosa per i gruppi tribali che lo circondavano, e si rimise alla Provvidenza: un antico adagio islamico in fondo dice che la vittoria è nelle Sue mani. La storia dice che questo sconfitto si trasformò in un vincitore.
Abdel Kader attirò su di sé l'ammirazione di tutti. I nemici che lo avevano disprezzato gli resero onore. La prova definitiva del suo spessore morale furono i cittadini di Bordeaux che votarono perché il suo nome comparisse sulla scheda elettorale alle elezioni presidenziali francesi. Come scrisse il Progres d'Indre et Loire:
Abbiamo saputo che alcuni elettori di Bordeaux sono rimasti così colpiti dai modi, dal carattere e dall'aspetto regale di Abdel Kader da aver messo il suo nome nell'urna per le elezioni presidenziali. Se una simile idea si diffonde, Luigi Napoleone potrebbe risentirsene. Per essere un buon presidente occorre avere reputazione di persona coraggiosa, saggia e ricca di talento. Fra i due, non è forse Abdel Kader a rispondere meglio a questi requisiti?


Lo Stato Islamico e la sfida della modernità

La tomba di Said Kouachi. Foto di Tam Hussein.


A Reims esiste la tomba, senza nome e senza fiori, di Said Couachi, l'attentatore che ha attaccato Charlie Hebdo. Si trova distante dalle altre, come se la sua vicinanza turbasse il riposo degli altri musulmani qui deposti. Un figlio di uno degli uomini sepolti in questo solitario luogo mi chiese perché fotografavo proprio questa tomba, scavata da poco. Non potei mentirgli, e gli dissi chi vi era sepolto. Quell'uomo, un franco-algerino, sputò sulla tomba di Kouachi e lo maledisse. Non c'era alcun dubbio che quell'uomo fosse devoto al Profeta quanto Said Kouachi, tuttavia disse forte: "Come potrà mio padre avere pace, vicino a questo cane!"
Kouachi non apparteneva allo Stato Islamico, ma Kouachi e Ahmed Coulibaly, uno dei suoi compagni, avevano lo stesso padre. Said Kouachi mi ha fatto pena: pochi musulmani leveranno le mani in preghiera per l'anima di quest'uomo. I suoi figli si vergognano di sapere chi sia, sentiranno la stessa vergogna che provò Edipo re.
Avrei quasi potuto scommettere su quale sarebbe stata la risposta del signore franco-algerino venuto a vedere la tomba del padre se gli avessi chiesto se Kouachi era stato un mujahid o no. Avrebbe potuto capire la rabbia di Kouachi, magari aveva anche sperimentato il profondo razzismo della società francese nei confronti della popolazione musulmana. Ma so quale sarebbe stata la sua risposta. Ho chiesto qualcosa di simile in occasione di tutti i principali attacchi terroristici in Europa, a Parigi, a Bruxelles, a Londra, a Stoccolma. Il musulmano medio sa che uomini del genere sono ben lontani da Abdel Kader o da Hadji Murat. Kouachi giace dimenticato da tutti in una tomba senza nome. Ad Abdel Kader hanno dedicato la città di Elkader nientemeno che nello Iowa, mentre a Hadji Murat è toccato un romanzo scritto in suo onore da uno dei suoi antichi nemici, Lev Tolstoj. Abdel Kader e Murat sono stati sconfitti entrambi, tuttavia Provvidenza ha voluto che il loro nome venisse ricordato, nonostante la storia l'avessero scritta i vincitori. Essi ispirano universale ammirazione. Furono "sacri combattenti", se si vuole, mentre Said Couachi nel migliore dei casi è stato solo un combattente e nel peggiore un macellaio. Un macellaio molto moderno, se è per questo.



Per dimostrare questa affermazione, usiamo il libro programmatico del generale Petraeus, I centurioni di Jean Lartéguy. Il libro narra l'odissea di alcuni ufficiali paracadutisti francesi dalla sconfitta per mano dei comunisti in Indocina fino a quella che è tutto sommato una vittoria in quel di Algeri. Solo che mentre sconfiggono il Fronte di Liberazione Nazionale ad Algeri, perdono qualcosa di se stessi. Il romanzo tace sui cento anni di oppressione sofferti dagli algerini, ma è comunque una meditazione profonda sulla guerra moderna ed è basato sull'esperienza diretta di Lartéguy come paracadutista e come corrispondente di guerra. Lartéguy capisce molto velocemente che il FLN usava il jihad come grido di guerra per l'indipendenza, ma il risultato dell'esortazione al jihad fu molto diverso: esso creò una sorta di Francia posticcia. Il romanzo, in questa sede, è interessante per questo. Anche lo Stato Islamico ha fatto qualche cosa di simile, e ha prodotto qualche cosa che somiglia ad una versione imbastardita di quello cui il califfato dovrebbe somigliare, secondo il modo di pensare assai moderno dei suoi fautori.
Per certi versi i vari Abbas e i vari Muhammad si aspettavano che questi combattenti privi di qualunque aspetto eccezionale che si autodefinivano mujahiddin dessero prova di altissima virtù. Invece, si sono rivelati dei combattenti qualsiasi. Erano come tutti gli altri: saccheggiavano, rapinavano e ammazzavano come qualunque milizia di questo mondo. Gentaglia tutt'altro che pia, insomma. Anche Al Baghdadi era più o meno come Saddam Hussein: un tizio qualsiasi. Uno della stessa razza di dominatori e tiranni di cui è ricca la sanguinosa storia della regione, da Saffah a Sissi, che ha massacrato gente per il potere terreno. La differenza tra un mujahid, un combattente e un terrorista è sottile. In I centurioni un capo del FLN dice:
"Che differenza c'è tra un pilota che sgancia napalm su un villaggio al sicuro sul suo aereo e un terrorista che mette una bomba al mercato? Il terrorista deve essere molto più coraggioso."
Questo capo del FLN dimentica però che quello che ci si aspetta da un mujahid non è solo il coraggio di salire su un camion pieno di esplosivo. Il mujahid di oggi può anche essere un maestro della guerra asimmetrica, ma il suo intendimento non è quello di innescare trappole esplosive usando bambole e giocattoli, come quelle trovate a Mossul. Il Profeta ha pur detto che "la guerra è fatta di raggiri", ma come punirebbe una cosa come questa? La tradizione guerresca musulmana non aborrisce cose del genere? La sacralità del combattente, se le cose stanno così, è scomparsa a fronte di una mera mediocrità da combattenti qualsiasi. Il mujahid contemporaneo è dunque diventato un mujahid ateo come il Mahmoudi ne I centurioni, che prega ma non crede in Dio? Il mujahid contemporaneo deve allora sopprimere la propria coscienza e la propria moralità in nome della vittoria? Lo jihadista di oggi sembra aver gettato alle ortiche qualunque paradiso; non gli interessa se bambini, anziani, donne, monaci, alberi da frutto o greggi del nemico vengono distrutti, eppure la sua tradizione religiosa gli impedisce di toccarli. Invece questo tipo di jihadista sembra proprio a suo agio. Mohammed Rezgui per esempio si è ripreso esultante prima di sparare ad un innocente turista britannico a Sousse, in Tunisia. Dopo la morte di Rezgui, l'autopsia fa pensare che le droghe che aveva in corpo avessero instaurato
un senso di esaurimento, di aggressività, di estrema rabbia che porta a commettere omicidi. Un altro effetto di queste sostanze è che incrementano le prestazioni fisiche e mentali.
Per quale motivo un sacro combattente dovrebbe prendere cose come le anfetamine per portare a termine un'azione virtuosa? Gli servono per sopprimere che cosa? Era come i paracadutisti francesi, che dovevano mettere a tacere il senso di colpevolezza che l'inscalfibile anima dentro di loro avvertiva mentre commettevano qualcosa di moralmente reprensibile?
Per certi versi allora Jihadi è così autenticamente contemporaneo che il musulmano medio, quello della strada, si guarda attorno e dice: basta, non è questo quello che ci hanno raccontato i nostri padri e le nostre madri. Non siamo mica venuti su con Osama bin Laden o Zawahiri; siamo venuti su con Hamza, il leone di Dio. Abu Bakr al Baghdadi è diventato come i paracadutisti francesi, come i leader del FNL de I centurioni: per vincere hanno perso l'anima.
Beh, siamo generosi: accordiamo ad al Baghdadi un po' di empatia come facciamo con i protagonisti de I centurioni. Consideriamo con indulgenza uno Esclavier, anche se taglia la gola a tutti gli uomini di un paese algerino. Magari la ragione per cui al Baghdadi si è unito al franchising della Al Qaeda di Abu Musa'ab al Zarqawi si trova in ragioni simili a quelle che Jean Vajour, capo dei servizi francesi in algeria, accampa commentando la pesante tattica adottata dai suoi:
"Usare le unità corazzate, distruggere i villaggi, bombardare certe zone non è più un lavorare di fino ma significa usare il mazzuolo per uccidere le pulci e, cosa molto più grave, significa incoraggiare i giovani e a volte anche i meno giovani a darsi alla macchia [cioè ad unirsi alla guerriglia nelle campagne]."
Forse la mano pesante dell'esercito statunitense a Falluja ha portato al Baghdadi, che tanto giovane non è, ad unirsi agli insorti. Chissà, Abu Bakr non era altro che un tizio qualsiasi, un uomo devoto che stando a tutto quello che se ne dice guidava la preghiera nella sua moschea, giocava coi ragazzini, ascoltava senza scomporsi le lamentele dei vicini e li consigliava sulla base della legge islamica, materia in cui aveva conseguito un dottorato. Il venerdì giocava a pallone per le vie polverose della zona nord di Samarra, un sobborgo di Baghdad. Magari avrebbe continuato a vivere così fino alla fine dei suoi giorni. Ma la guerra è una prova dura per l'animo umano. Come i paracadutisti francesi de I centurioni finiscono nei campi di prigionia comunisti, Abu Bakr si è ritrovato a Camp Bucca. Quelli che lo avevano preso hanno insegnato a questo dottor Ibrahim Awad, o Abu Bakr al Baghdadi che dir si voglia, una cosuccia o due. Come l'ufficiale Mirendelle de I centurioni, anch'egli ha imparato a fare il mediatore e a costruire alleanze, ed ha imparato come si comportavano gli statunitensi. Magari, come i paracadutisti francesi avevano appreso molto dai comunisti e avevano messo in pratica in Algeria quello che avevano imparato -con conseguenze devastanti- anche Abu Bakr ha imparato qualcosa a Camp Bucca e lo ha poi messo in pratica con mortali conseguenze. Di sicuro ha imparato come si fa a mettere la gente in tuta arancione. Quando ha cominciato ad affermarsi aveva già provato l'intensità della guerra asimmetrica; aveva imparato che le bombe nascoste nelle carogne e nei cani funzionavano, aveva imparato a creare zone grigie dividendo i sunniti dagli sciiti, a rimanere seduto perfettamente immobile quando passava un drone, aveva imparato l'arte del non farsi notare.Tutte cose apprese in anni trascorsi senza un momento di riposo o di respiro, sempre braccato con una taglia sulla testa. Forse, al momento in cui è scoppiata l'insurrezione in Siria è diventato amorale come il capitano Julien Boisfeuras de I centurioni, un esperto di guerra politica e non convenzionale cui piace come un mostro realmente esistito, il capitano Paul Aussaresses, torturava, annegava, stuprava, passava corrente elettrica per i coglioni della gente se solo serviva ad averla vinta. Secondo i criteri della guerra di oggi Abu Bakr al Baghdadi ben si adattava ad un simile contesto. Magari ciascuno di noi sarebbe potuto diventare come lui, nelle stesse circostanze. Si pensi a Youssef Ben Khedda, professione farmacista e dalle mani immacolate secondo il capo d'opera di Alistair Horne A Savage War of Peace. Horne scrive:
...Sottoscrisse una lettera per lo Alger Républicain in cui si deploravano gli arresti alla cieca. Due giorni dopo era in carcere anche lui, e vi fu raggiunto di lì a poco dagli altri firmatari; immediatamente dopo il rilascio, pochi mesi dopo, si unì al FLN.
Come si può sostenere che un simile percorso di radicalizzazione non valga anche per al Baghdadi o per uno qualsiasi di noialtri? Non è forse questa la natura umana? Quando i nazisti invasero la Francia, quali tattiche usarono contro di loro i Francesi Liberi? Eserciti che dispongono di miliardi di dollari possono anche permettersi di attenersi alle regole, ma i movimenti di resistenza devono consapevolmente scegliere se attenervisi o meno. Si potrebbe anche chiedersi se gli emuli di Abdel Kader abbiano un qualche spazio, nel torbido terreno etico della guerra contemporanea.
Eppure, forse è proprio quello che Abu Bakr al Baghdadi è diventato che fa indietreggiare il giovane musulmano, la giovane musulmana della strada. "Proprio questo," dice un devoto alla moschea di Norbury. "Possiamo diventare tutti come lui, ma non è questo quello che un mujahid deve essere! Un mujahid deve essere come l'imam Ali, che quando un arabo gli sputa addosso mentre si prepara ad ammazzarlo, non reagisce." La sua espressione è visibilmente irata, Abu Bakr non si merita di essere definito mujahid. Forse il filosofo della politica John Gray ha colto nel segno quando afferma che lo Stato Islamico di Abu Bakr al Baghdadi
...Ha in comune più cose con la tradizione delle rivoluzioni contemporanee che non con una qualsiasi forma antica di governo islamico. Anche se detestano sentirlo dire, questi jihadisti violenti devono il modo in cui si organizzano e anche i loro utopici traguardi all'Occidente contemporaneo.
Tutto quello che Abu Bakr al Baghdadi fa sembra confermare il punto di vista di Gray. Quando esorta a commettere atti terroristici contro l'Occidente, al Baghdadi non fa che seguire le tattiche che Abu Bakr Naji ha esposto nel suo "Il controllo delle efferatezze". L'intento è quello di creare delle zone grigie che dividano la popolazione: noi da una parte, loro dall'altra. Sono tattiche molto al passo coi tempi, lodate dal leader della guerriglia brasiliana Carlos Marighela, ed usate anche dal FLN in Algeria. Uno dei protagonisti del libro di Lartéguy dice:
...Scoppia una bomba... alla mensa qualcuno del personale medico ha posato una barella con un bambino urlante di dolore; un'altra bomba è esplosa ad Algeri il 5 ottobre uccidendo nove passanti musulmani. Il terrore regnava ad Algeri, e a quello seguirono la paura e l'odio. I musulmani cominciarono ad essere aggrediti senza criterio o senza ragione. Gli europei si liberarono dei loro vecchi servitori arabi, delle Fàtime che per vent'anni erano state di famiglia. in pochi giorni Bab al Oued vide stabilirsi un confine preciso: musulmani da una parte, ebrei ed europei dall'altra. Questo era proprio quello che il FLN voleva: dividere quel quartiere mal definito e separarne sempre di più gli abitanti, che iniziarono a somigliarsi sempre di più perché avevano molte cose in comune: una certa indolenza, la passione per le chiacchiere, il disprezzo per le donne, la gelosia, l'irresponsabilità, l'inclinazione a sognare ad occhi aperti [pp. 452-453]

Le atrocità francesi in Algeria rafforzarono il Fronte di Liberazione Nazionale

Lo Stato Islamico ha compreso quello che avevano compreso i paracadutisti francesi nella lotta contro il FLN: per vincere dovevano mettersi sullo stesso piano dei combattenti locali. Dovevano "coprirsi di fango e di sangue come loro. A quel punto saremmo stati in grado di combatterli, e in questa lotta avremmo perso la nostra anima, sempre che ne avessimo avuta una." I paracadutisti trattarono ancor peggio gli algerini, e fecero cose assolutamente al di fuori della legalità: massacrarono, torturarono, stuprarono. Portavano via le donne algerine; loro stiravano e lavavano per i francesi, che le trattavano come regine e poi le rimandavano dai loro uomini. I francesi pensavano di liberare così le donne algerine dal patriarcato arabo, pensavano di castrare gli arabi mostrando loro quanto poco controllo avessero sulle loro donne. Solo che quando ne trovavano una che non ci stava, la stupravano senza por tempo in mezzo. Uno degli ufficiali paracadutisti ammise:
...Era la tremenda legge della guerra di nuovo tipo. Ci toccò adeguarci, indurirci, e gettare alle ortiche concetti radicati e superati che rappresentano la grandezza dell'uomo occidentale, ma al tempo stesso gli impediscono di proteggersi. [p. 490]
Di fatto questi paracadutisti francesi, come scrive Lartéguy, stavano combattendo contro un nemico che gli somigliava molto. Alcuni capi del FLN erano ex ufficiali, alcuni avevano studiato all'università in Francia ed erano stati trattati con disprezzo nei caffè parigini, come molti francesi di origine nordafricana vengono ancora trattati al giorno d'oggi. Appartenevano a pieno titolo all'epoca contemporanea, e dunque usavano le stesse tattiche dei paracadutisti. Uccisero civili pied noir a Philippeville, liquidarono propri stessi appartenenti, strapparono gli occhi dei collaborazionisti e si convinsero che il fine giustificava i mezzi. Lo Stato Islamico rispecchia probabilmente il FLN del libro di Lartéguy. Il FLN di Lartéguy però aveva capito di essere in un certo senso figlio dell'epoca contemporanea; Abu Bakr e i suoi non hanno afferrato il dato di fatto che anch'essi lo sono.
Nel caso di al Baghdadi, è una sorta di negazione. Non è riuscito a rapportarsi con la modernità, ed è in questo che si trova in nuce la sua sconfitta. Questo è stato il motivo per cui la gente di Najiyeh ha cacciato quelli dello Stato Islamico, il comandante di Ahrar al Sham ha sparato all'emiro dello Stato Islamico e la gente del posto ha fatto commenti sarcastici sul conto del tribunale islamico. L'incapacità nell'afferrare la modernità, nel capire che c'è qualcosa che separa il loro "Stato Islamico" dal passato. Il mondo musulmano ha sperimentato una rottura traumatica, non solo la sconfitta, l'umiliazione e la perdita ma la colonizzazione, l'industrializzazione e i mutamenti sociali che hanno alterato in maniera sostanziale l'epoca in cui viviamo. In passato la vita era organizzata a caratterizzata in modo diverso: oggi non sono più applicabili le regole che invece erano valide per il mondo premoderno. Lo Stato Islamico è come la vittima di un incidente d'auto che dopo il ricovero in ospedale pensa che potrà semplicemente tornare a vivere come prima, mentre in realtà i suoi arti non rispondono più allo stesso modo. Uno che non riesce a venire a patti con quello che gli è successo e che si dirige così verso il disastro. Siccome non ricorda come staano le cose prima dell'incidente, ne evoca uno come per magia, come fa il capo del FLN ne I centurioni.
Per me esiste una sola traduzione per il termine Istiqlal: indipendenza. Una parola che suona profondamente bene alle orecchie dei poveri fellahin; suona più forte della povertà, della sicurezza sociale, delle cure mediche gratuite. Noi algerini, immersi come siamo nell'Islam, abbiamo più bisogno di sogni e di dignità che di cose pratiche. E voi? Che parola avete da offrire? Se è migliore della mia, avete vinto.
Abu Bakr al Baghdadi propone "Khilafa ‘ala minhaj an-Nubuwwa", Il califfato secondo il modo del Profeta. Per un attimo il mondo musulmano vi ha guardato con speranza e nostalgia perché il suo passato era questo, proprio come i britannici guardano al loro Impero, all'India, alla Battaglia d'Inghilterra con nostalgia, quasi non riuscendo a rassegnarsi all'idea che non sono più una grande potenza. Abu Bakr al Baghdadi ha cercato di trasformare in realtà la parola Khilafa. Ma cosa può significare questo termine nel contesto contemporaneo, nel mondo postcoloniale? Nel mondo islamico premoderno la popolazione si diveva in millet, in comunità religiose, perché quella era la realtà. Adesso il concetto è quello di cittadinanza, la realtà è questa. Lo Stato Islamico nega la realtà, e ha cercato di spremere ai cristiani in Siria la jizyah, una tassa di appartenenza comunitaria, pensando che fosse meglio per loro invece che pagare qualche forma di tassa più alta. Cristiani che da millenni vivevano da quelle parti avrebbero pagato questa tassa ad Abu Marwan, o Luqman, che viene da Ghafsa in Tunisia. Lo Stato Islamico non ha capito che anche con una Jizyah inferiore, e con un esercito musulmano a proteggerli, nel mondo di oggi questo significa soltanto sottoporre ad umiliazione. Oggi siamo tutti figli della egalité, che ci piaccia o meno. I cristiani di Siria sono cresciuti per generazioni all'ombra di questo concetto. Di fatto, può finire come con l'antica tribù del nord siriano dei Ghassanidi, che preferì pagare tributi più alti al secondo califfo Omar anziché accettare uno status di cittadini di seconda categoria e di pagare la Jizyah. In passato i francesi fecero indossare agli arabi di Algeri un girocollo simile alla stella di David, a indicare che si erano sottomessi al codice francese. Gli arabi del XIX secolo lo avevano accettato. Durnte il medio evo gli ebrei del Medio Oriente portavano abiti di colori particolari. L'uomo contemporaneo non accetta nulla di tutto questo, neppure per il proprio bene. Questo, lo Stato Islamico non è riuscito ad accettarlo.
Al Baghdadi ha di fatto messo in piedi quella che Benedict Anderson chiama "una comunità immaginaria", tramite un massiccio ricorso alla propaganda e toccando le corde emotive di molti musulmani. Non si tratta solo di un tentativo cinico; su questo Graeme Wood ha ragione. Quelli dello Stato Islamico sono credenti autentici e zelanti. Possono anche esser stati, un tempo, ufficiali laici finiti ad Abu Ghraib ma, come il comandante del FLN ne I centurioni, hanno riscoperto la propria religione; la loro realtà era andata allo sconquasso con la caduta dello stato iracheno moderno. Questi ufficiali altamente addestrati mica potevano tornarsene al caffè, a fumare il corposo Zaghloul e a bere caffè amaro dicendo male dei marines statunitensi che giravano per le strade. Una cosa del genere faceva a pugni con il loro senso dell'onore; sarebbero tornati a Falluja e a Mossul, dove c'erano le loro famiglie, e avrebbero combattuto. Hanno fatto quello che fa un ufficiale algerino ne I centurioni: hanno dato "una storia e una personalità" al loro paese sconfitto. Hanno preso la bandiera nera degli abbasidi, e l'hanno resa sinonimo di paese islamico. Basandosi in gran parte su una sorta di escatologia, hanno costruito la visione della bandiera nera dell'Islam che va da oriente ad occidente. Hanno ignorato la realtà storica, che dice invece che ad un certo momento i califfati erano tre e che erano in lotta tra loro per il potere, ed anche che dopo la caduta del califfato abbaside a Baghdad non ci fu neppure più un califfo per diversi anni. Lo Stato Islamico ha fato quello che a detta di Lartéguy è successo in Algeria: ha creato una storia che si fonda sui cimiteri, non sulla realtà dei fatti. Un califfato delle notizie bufala. Uno dei capi del FLN si congratula con un paracadutista francese per il contributo che la Francia ha dato alla creazione della moderna Algeria:
Il popolo algerino è stato sconvolto dalla guerra, la sua esistenza è stata troppo stravolta perché a questo punto si possano mettere indietro le lancette dell'orologio. Siete voi stessi a creare l'Algeria con la guerra, unendo berberi, arabi, cabili e chaoui. I ribelli dovrebbero quasi esservi grati, per le violente misure repressive che avete messo in atto. [p. 472]
L'invasione e la deriva settaria dell'Iraq prima e della Siria poi hanno agevolato la nascita di questa nazione, se si vuole. Quando lo Stato Islamico ha abbattuto le frontiere decise dal trattato Sykes-Picot, è parso che esso pareggiasse i conti tra oppressi ed oppressori. Fu come, a detta di Horne, successe ai francesi con la sconfitta di Dien Bien Phu ad opera del Viet Minh nel 1954.
Tutto ad un tratto questa sconfitta incredibile privò lo stato francese di ogni stato di grazia, e per la prima volta lo fece sembrare curiosamente vulnerabile.

Si abbattono le frontiere tra Iraq e Siria: lo Yes we can dello Stato Islamico.

L'abbattimento della linea di confine del Sykes-Picot ha rappresentato il cambiamento di paradigma più grande in Medio Oriente, dopo la caduta di Ben Ali. Ha fatto vedere al mondo, e dunque ai musulmani, che lo stato di cose presente può cambiare e che il controllo del mondo occidentale sui musulmani non è qualcosa di inscalfibile. Fu quello lo yes we can di al Baghdadi, e forse sarà anche la sua eredità dal momento che stiamo accingendoci a scriverne il necrologio. Almeno, nella teoria del postcolonialismo, ha fatto quello che secondo Franz Fanon era indispensabile fare per i rapporti tra colonizzatori e colonizzati: ha ripristinato la parità, non perché aveva un colonizzatore che garantiva per la sua libertà, cosa che è motivo del sorgere di un senso di inferiorità in chi subisce qualcosa di simile, ma perché la libertà se l'è presa, e ha dato ai colonizzatori un brutto colpo. Quando lo Stato Islamico ha fatto irruzione oltre le frontiere del Sykes-Picot, ha ripristinato l'onore di molti mediorientali. Quando ha reintrodotto il concubinato e i ruoli femminili tradizionali, lo Stato Islamico ha infuso nuova fiducia in questa umanità ferita. Eppure, nel far questo ha mostrato anche la propria incapacità di accettare il fatto che la modernità ci ha cambiato in modo tanto profondo che un tempo Jefferson poteva possedere schiavi ed essere comunque considerato un individuo buono e virtuoso: oggi se si azzardasse a farlo sarebbe considerato un mostro.
Lo Stato Islamico può anche aver marcato la propria indipendenza coniando monete d'oro e dichiarando unilateralmente province in tutto il mondo musulmano, eppure, come l'ufficiale algerino Mahmoudi ne I centurioni, che sapeva che l'Algeria non poteva esistere senza la Francia, ha dimostrato anche che non poteva esistere senza il mondo contemporaneo. La creazione di tribunali uniformati in tutto lo Stato Islamico in realtà è stata l'adozione dei tribunali della legge occidentale, cosa che ha fatto del ruolo della legge il fondamento dello stato. Un po' lo Stato Islamico era consapevole del fatto che avrebbe dovuto competere con questo modello, e un po' non sapeva come altro fare. Da un lato ha dato prova di ingenuità nell'edificazione di una macchina statale, dall'altro ha di fatto ammesso che il paradigma da sconfiggere era sempre quello del modello occidentale. Secondo Wael Hallaq ed il suo Impossible State nella storia islamica non sono mai esistiti tribunali tutti uguali come quelli che esistono negli stati nazionali moderni. Anzi, istituzioni del genere erano estremamente strutturate e funzionali, fatte a misura delle esigenze della comunità in cui operavano. Storicamente l'Islam non ha mai avuto un vero e proprio stato di diritto; lo Stato Islamico invece lo ha. Allo stesso modo, quando ha varato il Servizio Sanitario dello Stato Islamico, si è basato sul NHS britannico e non certo sugli ospedali dell'Andalusia medievale. Insomma, lo Stato Islamico non potrebbe esistere al di fuori del proprio tempo; si tratta di un progetto dei nostri tempi per quanto cerchino di asserire il contrario. Gli assunti dello Stato Islamico sono come quelli dello jihadista che ha fatto saltare in aria le antiche statue di Buddha o i templi di Palmira perché manifestazione di mancanza di fede e di spirito religioso, ma non capisce che le sue scarpe Nike hanno un nome che omaggia una divinità greca.
La sconfitta di al Baghdadi è nel suo negare la modernità. Il suo gruppo ha fallito perché i Muhammad e le Aysha di Raqqa e di Mossul hanno capito istintivamente che si trattava di non musulmani, con buona pace della barba lunga, dei pantaloni alla caviglia e del bastoncino per pulire i denti. Probabilmente ci saranno altre formazioni che cercheranno di imitare lo Stato Islamico, ma per avere successo dovranno venire a patti con la modernità. Probabilmente anch'essi falliranno. A volte una persona in là con gli anni riesce ad afferrare l'inafferrabile meglio di molti uomini istruiti. Queste persone dall'aria all'antica non hanno studiato molti testi religiosi, ma sono sinceramente pie e si ergono come monumenti di saggezza che vedono con chiarezza come stanno le cose. "Ora questi giovinastri," mi dice dalla sua barbetta rada lo zio Forid seduto nella moschea di Brick Lane mentre attende di incontrare il suo Creatore, "vanno in giro ammazzando qua e là e commettendo Dio sa quali peccati, pensando di star portando a termine l'impresa del Profeta! Che idioti! Sono così lontani da lui! Quando arriverà il Mahdi, tutto andrà a posto." Lo zio Forid attende l'arrivo del Mahdi, il messianico salvatore che secondo le narrazioni apocalittiche musulmane giungerà alla fine dei tempi. Zio Forid sa che i giovani sono troppo impazienti, il paradiso lo vogliono adesso. Non vogliono perdere. I giovani dimenticano che spesso quello che succede nel mondo è riflesso di un cuore impuro, e dimenticano che il pantheon musulmano è poeno di vincitori, ma anche di perdenti: Abdel Kader, Hadji Murat, Imam Shamil, Omar Mokhtar hanno avuto onore dalla storia perché sono rimasti fedeli alla loro tradizione guerriera e al loro codice morale. Davanti all'eternità vincere non è tutto, si direbbe. Un attivista tunisino mi ha raccontato un aneddoto su Omar Mokhtar che è appropriato per questa considerazione. Uno dei mujahiddin di Omar Mokhtar pretendeva che a due prigionieri di guerra della penisola italiana non fosse concessa misericordia, proprio come i loro non ne avevano concessa. Omar Mokhtar gli aveva risposto: "Loro non sono i nostri maestri". Chiunque si insedierà dopo la caduta di Mossul dovrà convincere una popolazione musulmana scettica, stanca di stragi e di sangue, che i mujahid come Omar Mokhtar sono il modello di riferimento. 

martedì 11 aprile 2017

Alastair Crooke - Donald Trump e il suo tweet da cinquantanove missili


Quello degli "elmetti bianchi" in Siria è solo uno degli ormai innumerevoli casi di montatura propagandistica "occidentale" destinati ad auspicare e ad aizzare l'aggressività yankee.

Traduzione da Consortium News.

Prima della "ritorsione" del Presidente Trump contro la Siria di giovedi sei aprile, scrivevo: "In sostanza, la questione posta dal preteso attacco chimico in Siria della scorsa settimana è questa: i servizi occidentali sono ancora in qualche misura capaci di parlar chiaro con il potere, ammonendolo di non fidarsi della facile, immediata e condiscendente copertura fornita ventiquattro ore al giorno e sette giorni su sette dalle tiritere dei notiziari dei maggiori organi mediatici, e di consigliare ai rispettivi governi di attendere almeno una qualche indagine approfondita?
Oltre a questo, sono in grado di riflettere sulle implicazioni strategiche che qualunque conclusione tendenziosa ed affrettata ha, in un più ampio contesto?"
Adesso la risposta è arrivata: il sistema ha fallito un'altra volta.
Nonostante tutto, forse, ancora balugina fioca la fiammella di una candela da qualche parte in mezzo all'oscurità. Sembra che il Presidente avesse fretta di agire e che sia stato effettivamente oggetto di qualche avvertimento. Qualche personaggio più esperto ha fatto presente la cosa. E l'azione militare è stata ridimensionata rispetto alle iniziali pretese del Presidente. I missili Tomahawk sono comunque partiti, quindi il problema diventa se i servizi, dopo quanto successo, possano ancora vantare una qualche integrità. Perché dopo quello che è successo il genere di cose che quell'ambiente dovrebbe affermare è:
- I russi hanno comunicato agli USA l'obiettivo [delle forze aeree siriane] a Idlib. Esiste una linea telefonica dedicata, che viene utilizzata per coordinare ogni operazione stabilita in modo privo di contrasti (il che significa, impedendo che aerei statunitensi e aerei russi si sparino addosso a vicenda).
- Gli USA erano a completa conoscenza del fatto che a Idlib esisteva un obiettivo che secondo i russi era un deposito di armamenti ed esplosivi dei ribelli islamici.
- L'aviazione siriana ha colpito il deposito con armi convenzionali. Tutti i partecipanti all'iniziativa si aspettavano di assistere ad una grossa esplosione secondaria che invece non c'è stata. Al contrario dal sito ha cominciato ad uscire del fumo; fumo di agenti chimici. Il che significa che i ribelli jihadisti hanno usato quel sito per accumulare non sarin, ma sostanze chimiche letali. Queste sostanze chimiche comprendevano fosfati organici e cloro che hanno seguito i venti ed hanno ucciso dei civili.
- Il forte vento della giornata ha spinto la nube verso il vicino villaggio, dove ci sono state delle vittime.
- Sappiamo che non si trattava di sarin. Per quale motivo? Molto semplice. I cosiddetti "primi soccorritori" hanno toccato le vittime senza guanti. Se si fosse trattato di sarin sarebbero morti anch'essi: il sarin a contatto con la pelle uccide.

La DIA è quasi di sicuro a conoscenza di dettagli di questo genere. Le condizioni in cui versa il sistema dei servizi segreti occidentali possono essere valutate dall'emergere di dubbi e spiegazioni di questo tipo all'indomani di un attacco statunitense -che indicherebbero il ripristino di una certa integrità- oppure dal puro appiattirsi delle gerarchie formali su filastrocche del tipo "di sicuro l'ha ordinato Assad", in modo da salvare la faccia degli USA.
Paradossalmente la guerra di Trump contro le notizie false stavolta gli si può ritorcere contro: dai siti di informazione statunitensi ben informati già viene fuori qualche notiziola in proposito. Insomma, se viene fuori che si è trattato di un'altra false flag messa su da qualche notiziario come quelli su descritti senza alcuna base provata e senza alcun elemento concreto, che conseguenze politiche potranno nascerne?
Un'agenzia dei servizi dotata di una qualche integrità che cosa avrebe riferito in merito a questa situazione al potere costituito? Tanto per cominciare avrebbe messo in chiaro, sulla base di amare esperienze pregresse, che dal punto di vista dell'intelligence le prime impressioni sono spesso impressioni sbagliate. Concludere che "è stato Assad" perché si dà per assodato che "lo abbia già fatto" (nel 2013) non si basa su nessuna prova. Sarebbe una conclusione tanto facile quanto errata.
Magari i servizi ricorderebbero allora al potere costituito che l'AmeriKKKa fu trascinata nella Prima Guerra del Golfo sull'onda emotiva causata, in misura non inferiore, da un simile episodio toccante: la storia dei neonati kuwaitiani tirati fuori dalle incubatrici dai soldati iracheni e lasciati a morire sul pavimento dell'ospedale. Era una balla dalla prima all'ultima parola, ma ebbe un impatto pesante sulla decisione degli USA di entrare in guerra.
Fin da allora gli "attivisti" di tutto il Medio Oriente hanno capito che quello è il tallone d'Achille dell'Occidente: le immagini di bambini che muoiono oscurano e cancellano qualunque prova successiva di come siano andate realmente le cose. La carica emotiva passa avanti a qualsiasi considerazione a mente fredda.
Il punto è questo. Viviamo in un'epoca in cui i media amano toccare le corde dell'emotività senza molto curarsi della verità delle cose. I gruppi di pressione di tutto il mondo lo sanno molto bene, e si servono di questa tendenza per cercare di forzare a proprio vantaggio la mano dell'interventismo occidentale. Insomma, attenzione alla false flag dell'efferatezza umanitaria perché spesso è messa in piedi apposta per provocare una reazione smodata.

In questo ultimo esempio di preteso "impiego di armamenti chimici" c'erano tutti gli estremi perché i servizi statunitensi ed europei evitassero qualunque giudizio affrettato... sempre che fossero ancora capaci di farlo.
In primo luogo, gli avvenimenti sono dubbi; in secondo luogo, i russi -che invece hanno servizi di informazione che si comportano in modo professionale- hanno dato una diversa interpretazione degli eventi che bisognerebbe considerare con attenzione, dal momento che sono loro ad essere presenti sul posto oltre che ampiamente rappresentati all'interno delle varie branche del governo siriano.
In terzo luogo, la credibilità delle "testimonianze" degli White Helmet è opinabile. Quarto, dal momento che in termini di cui prodest non ha alcun senso attribuire il bombardamento chimico di donne e bambini ad una decisione deliberata del Presidente Assad, una simile affermazione dovrebbe essere sostenuta da prove rigorose.
Sarebbe assurdo prenderla per buona: perché mai sarebbe compatibile con l'interesse del Presidente Assad attaccare donne e bambini (o chiunque altro, se è per questo) con armi chimiche? Il Presidente Trump avrebbe dovuto chiedere ai suoi servizi di investigare con serietà sul cui prodest. Non si tratta di essere di parte: cose del genere rappresentano competenze indiscusse per chi si occupa di intelligence in modo professionale.
E le conseguenze? Si può anche arrivare a concludere che saranno pressoché nulle: i russi erano stati avvertiti del lancio dei missili, e a loro volta hanno avvertito i siriani, che avevano allontanato la maggior parte degli aerei dalla base prima dell'attacco.
L'attacco missilistico inoltre aveva come obiettivo un aeroporto secondario, dal quale era partito l'attacco aereo siriano. Insomma, quanto successo potrebbe essere considerato come null'altro che un "tweet" muscolare di Donald Trump, inviato via missile (cinquantanove milioni di dollari). Messaggio spedito, e fine.
Potrebbe essere, se si adotta questo punto di vista. Ma così non è. Dopo che Trump ha lanciato un tweet di cinquantanove Tomahawk (il 39% dei quali ha raggiunto l'obiettivo) non ci si trova in regime di ordinaria amministrazione ma non è neppure un fatto che fara precipitare gli avvenimenti verso la guerra aperta. Non ci sarà reazione militare apprezzabile, e qualcuno potrà anche compiacersi con se stesso perché l'AmeriKKKa si è finalmente levata a difesa dei propri valori.
Senza clamore però si stanno riformulando i calcoli sul piano geostrategico. Il mondo è cambiato. I Tweet a mezzo missile da crociera non incutono terrore nei governi "non condiscendenti" come avrebbero potuto fare un tempo. Il "non Occidente" ha appreso un intero repertorio di risposte a fronte del quale gli USA negli ultimi tempi si sono mossi con difficoltà.
Si pensi a cosa è successo: meno di una settimana prima Rex Tillerson andava dicendo ad Ankara che "lo status nel lungo termine del Presidente Assad sarà deciso dal popolo siriano." Cento ore dopo Assad era diventato "un criminale di guerra" e la Russia era complice nell'attacco chimico (a detta di Nicki Haley, ambasciatore statunitense all'ONU). Ancora ventiquattro ore, ed ecco che si alzano in volo i missili.
Il messaggio è assai chiaro: gli USA hanno cambiato completamente rotta e sono tornati al vecchio pensiero di gruppo neoconservatore. Russia, Cina, Iran e molti altri paesi devono tenerne conto: rimarranno tutti sorpresi della velocità con cui gli USA hanno cambiato dottrina in un batter di ciglia, senza fermarsi neppure un attimo a riflettere.
Russi, cinesi ed iraniani non suoneranno certo la carica, ma la Cina penserà a cosa significa questo per gli attriti che ha con l'amministrazione Trump sulla questione del Mar Cinese Meridionale; la Russia riformulerà la propria linea di comportamento in Siria, ora che "la possibilità di collaborare con gli USA in funzione antiterrorismo è stata indebolita" e l'Iran rafforzerà le proprie posizioni in Siria, in Iraq... e nello Yemen.
Più pericoloso è il fatto che la faglia che in Medio Oriente separa l'Iran ed i suoi alleati dall'Arabia Saudita e dai suoi si aggraverà e le ostilità si inaspriranno, ora che gli USA si sono esplicitamente collocati nel campo di cui fanno parte lo stato sionista ed i paesi del Golfo.
Il fatto è che questi cinquantanove Tomahawk hanno dimostrato che la politica estera statunitense non ha alcun ancoraggio strategico, e tornerà alla configurazione di default dei neoconservatori ogni  volta si troverà alle prese con un evento improvviso. In realtà, come notato da Robert Perry, Trump non ha pensato ad una politica estera in termini di assunti di base, ma si è sostanzialmente concentrato sui rapporti di scambio, "chiedendo che gli 'alleati', dal Giappone all'Arabia Saudita fino alle nazioni europee della NATO, pagassero di più per il costoso ombrello protettivo statunitense." Di per sé questo non costituisce una politica estera, la quale si ritrova dunque in larga parte priva di ancoraggi.
Come messaggio semplice, alla portata di ogni ameriKKKano, la cosa ha comunque funzionato. Questi paesi contraccambiano con due palanche, e gli USA non possono più permettersi di essere generosi in questo senso perché devono ricostruire il paese. La maggioranza degli ameriKKKani può mostgrarsi sensibile ad una dichiarazione tanto esplicita e dalla verità così scontata.

Parry ha scritto che si sono susseguiti inviti a "cambiare linea, abbandonando l'incostante e sanguinosa campagna intrapresa da Obama per rovesciare il governo in Siria, ad accettare una soluzione più realistica per il marasma politico in Libia, e a cercare di collaborare con la Russia per combattere il terrorismo dello Stato Islamico e di Al Qaeda e per ridurre le tensioni internazionali come la perdurante crisi in Ucraina," e questo è vero. Tuttavia il punto debole di questo approccio, come nota lo stesso Parry, è che l'amministrazione si è trovata "impastoiata dalla propria incapacità di liberarsi da molti dei pensieri di gruppo che hanno dominato negli ultimi venticinque anni la vita politica ufficiale di Washington, perché il mondo della politica estera è caduto nelle mani dei neoconservatori e dei loro sodali più giovani, gli interventisti liberali. Questo ne ha in sostanza bandito i realisti, un tempo influenti, e i pochi partigiani della pace."
Il risultato è che la squadra di Trump di quando in quando sbanda, cercando di ottemperare ora a questo, ora a quello fra i mantra dominanti, che sono "l'assecondare i sauditi ed i sionisti; il ripetersi il mantra neoconservatore sull'Iran come principale propugnatore del terrorismo (nonostante si tratti di un'evidente falsità, dal momento che Al Qaeda ed altri gruppi terroristici sunniti sono sostenuti da alleati degli USA come l'Arabia Saudita ed il Qatar) [oppure] il ricadere nel solco tracciato dal battage della NATO secondo cui la Russia è il nuovo nemico pubblico numero uno."
Robert Parry conclude però che "senza qualcuno che apporti un deciso pensiero strategico, che sia in grado di adottare una linea definita e di guidare in modo ponderato l'amministrazione" alla politica estera mancherà qualsiasi vera impostazione geostrategica.
Non è dunque chiaro se la squadra di governo nel suo insieme (pensiamo a suoi appartenenti come Nikki Haley) concordi sinceramente con la visione di base che Trump ha della politica estera e che considera che sia interesse per la sicurezza degli USA, come per quella dei paesi europei, arrivare alla distensione con la Russia. Questo assunto adesso è finito in ombra, probabilmente in modo irrimediabile.
Ci si può chiedere come mai tutto sia andato così storto. Ma pare che Trump sia stato indebolito dal susseguirsi di battute d'arresto sul piano legislativo e su quello operativo. Forse ha ceduto al desiderio di mostrarsi capace di azioni fulminee, decisive e macroscopiche e queta storia delle armi chimiche gli è sembrata essere una buona occasione. L'attuale amministrazione tuttavia è anche segnata dall'esistenza di correnti profondamente rivali, ciascuna delle quali cerca di tirare Trump dalla propria parte. In Politico si riassume la situazione scrivendo che "[all'interno della squadra di governo] esiste un'aspra contesa tra nazionalisti e 'democratici dell'ala occidentale'". Steve Bannon e i suoi sono i nazionalisti, mentre l'espressione 'democratici dell'ala occidentale' indica Jared Kushner -un tempo democratico newyorkese- ed i suoi. Bannon è appena stato rimosso dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale, non si sa se per propria scelta o se per le mene di Kushner e del consigliere McMaster (le cose non sono molto chiare).
Tra i due consiglieri più influenti c'è un abisso che sicuramente aggiunge del proprio alla volatilità della linea politica perché Kushner sostiene un atteggiamento più liberale e popolare, lamentando il fatto che Bannon starebbe minando la popolarità del suocero; Bannon ivece rappresenta la linea più radicale e nazionalista.
Bombardare la siria, forse, in AmeriKKKa è stato visto come un gesto bipartisan e ampiamente popolare. Un affare facile, al costo di cinquantanove milioni di dollari.

venerdì 7 aprile 2017

USA, il bullo di quartiere del mondo


La notte del 7 aprile 2017 gli yankee hanno aggredito la Repubblica Araba di Siria.
Non è qui il caso di strologare su eventuali calcoli politici, tanto la panzana delle armi chimiche non la beve più nessuno e confidiamo nel fatto che la maggioranza dei nostri lettori consideri l'antiamericanismo come un piacevole dovere al punto da non aver bisogno di lunghe e tediose ripetizioni.
Pochi anni fa Assad stesso aveva -con palpabile sollievo suo e di molti- consegnato scorte di materiali proprio agli USA, che avevano provveduto a distruggerle. L'aggressione statunitense ha dunque ricordato a tutti i leader mondiali che è perfettamente inutile assecondare la volontà statunitense, che è sempre e comunque quella del lupo con l'agnello.
Gli USA non sono il gendarme del mondo, perché l'appartenenza ad una gendarmeria tutto comporta meno che la sistematica persecuzione del proprio arbitrio. La definizione più adatta è quella di "bullo di quartiere" del mondo.

E sarebbe ora che questo bullo di quartiere venisse rimesso al suo posto con gli unici sistemi che i bulli di quartiere sono in grado di comprendere.