mercoledì 25 marzo 2015

Le scuole della penisola italiana. Dai miracoli alla superpotenza mondiale.


Una superpotenza mondiale deve basarsi su forze armate dotate di effettivi e mezzi di prim'ordine.
Nella penisola italiana si pone dunque ogni cura nella familiarizzazione alle armi dei futuri combattenti.

Inglese, Internet, Impresa. Quello che ci voleva per rendere competitivo il sistema di istruzione.
Sottoforma di Incompetenza, Incultura e Inanizione i risultati si sono visti nel giro di pochi anni.
Un sedicente avversario di chi si avvalse dello slogan qui sopra è passato dal promettere "nuovi miracoli" al prospettare direttamente una "superpotenza mondiale".
Il 23 marzo il boiscàut Matteo Renzi avrebbe tenuto una predica agli “studenti del Master in School of Government” (sic), in cui avrebbe tra l'altro statuito che
Questo è il luogo in cui ci giochiamo il futuro. Oggi abbiamo bisogno di fare una scommessa in questo settore: c’è bisogno di scuola, è la sfida culturale che dobbiamo vincere al tempo del terrorismo. L’Italia dei prossimi 50-100 anni dipenderà dal modello educativo e universitario. Su questo ci giochiamo una delle chance di essere superpotenza mondiale.
Chi non apprezzasse il Master in School of Government perché ha paura di ritrovarsi ad affrontare questa o quella formazione di combattenti irregolari a colpi di tabelline del sette (o di lavagne elettroniche, visto che anche le tabelline paiono diventate un problema)[*], può sempre gioinare de nàvi.


[*] Renzo Sprugnoli (2005), Introduzione alla matematica - La matematica della scuola media, p. 90.


domenica 22 marzo 2015

Luciano Silighini Garagnani vorrebbe diventare borgomastro di Saronno. Intanto che aspetta, è diventato Luciano Francesco Silighini Garagnani Lambertini.


Di Luciano Silighini Garagnani ci occupammo qualche anno fa; a Siena si ripeteva la tradizione inventata del "palio" di luglio e Luciano era in cerca di visibilità mediatica come micropolitico "occidentalista"; emanò un po' di comunicati stampa pieni di invettive contro l'Islam ippico e convocò una manifestazione cui non andò nemmeno lui.
Miguel Martinez -pardon, Miguel Guillermo Martinez Ball- di Kelebeklerblog colse l'occasione per ripassarne con cura le produzioni mediatiche più recenti e lo prese praticamente a bastonate.
Poi venne fuori -ovviamente- che si occupava di ragazze poco vestite.
Lo lasciammo lì.
Non tutti hanno tempo da perdere con certi custodi dei valori tradizionali e delle radici cristiane dell'Occidente.
Oggi che ci siamo accorti oggi del sito in screenshot e della corte dei miracoli che Luciano Nome Lungo Silighini Cognome Ancora Più Lungo ha messo insieme, crediamo di fare cosa gradita ai sudditi di Saronno ricordando loro il divertente passato di questo signore.

martedì 17 marzo 2015

Che brutta cosa inciampare (a Franco Battiato)


Riccardo Venturi è uno degli amministratori di antiwarsongs.org.
Una sua imbeccata -perfida come e più del solito- ci ha dato l'idea di questa parodia, scritta in meno di un quarto d'ora. La dedichiamo con sincero affetto a Franco Battiato, che il 16 marzo 2015 è caduto alla fine di un concerto rimediando una brutta frattura ad un femore.
Col più sentito augurio che possa ristabilirsi presto.

Che brutta cosa inciampare
sul passo intrepido da buon maestro
nel gran finale orchestrato
in questo concerto barese tanto affollato.

Che brutta cosa inciampare
e rovinare scompostamente
sul pavimento del palco
col groupie che corre in soccorso più svelto del falco.

E figurarsi se impreca
uno che inciampa, inciampa.
Oh sant'Iddio quanto impreca
uno che inciampa.

E il microfono wireless trasmette
gemiti indignati mentre
paramedici daunici
dal retropalco arrivano solerti.
Nell'Irlanda del nord
nelle balere estive
coppie di anziani che inciampano
al ritmo di sette ottavi.

E figurarsi se impreca
uno che inciampa, inciampa.
Oh sant'Iddio quanto impreca
uno che inciampa.

Le rovinose cadute riempiono i Pronto Soccorso,
regni di ortopedici
ed infermiere bulgare ribelli.
Nella Bassa Padana
nelle balere estive
coppie di anziani che inciampano
su vecchi valzer viennesi.

lunedì 16 marzo 2015

Firenze. Il Collettivo Politico di Scienze Politiche contesta Gian Carlo Caselli




Nello stato che occupa la penisola italiana agiscono da decenni forze politiche che attribuiscono a questo o quello esponente del potere giudiziario caratteri quasi taumaturgici.
Uno di questi esponenti si chiama Gian Carlo Caselli.
A Firenze esistono ancora fastidiose organizzazioni non virtuali che non sono disposte a confinare il proprio operato all'ininfluente e spesso ridicolo ius murmurandi garantito dalla telematica. Un comportamento che le rende intollerabili a gazzettieri e politici, stipendiati apposta per linciare chiunque osi disturbare il manovratore; l'essenza della pratica democratista, in "Occidente", è questa da molti anni. 
Una di queste organizzazioni è il Collettivo Politico di Scienze Politiche, formato da persone capacissime di pratiche arcaiche e concrete e poco disposte a far passare sotto silenzio la presenza di questo signore ad un'iniziativa universitaria. In previsione del suo arrivo non sono state preparate armi di alcun genere e non sono neppure state alzate barricate in zona universitaria: a far scagnare la marmaglia delle gazzette e a far impermalire oltremodo il diretto interessato -che si è guardato bene dal farsi vedere in città, cosa di cui nessuno è parso interessarsi al di fuori delle categorie su ricordate- sono bastati un po' di volantini e qualche striscione.
Parte di una pratica politica arcaica è soprattutto l'argomentazione: in un ambiente ferreamente limitato a libri dei ceffi e cinguettatori, si tratta di qualche cosa di difficilmente perdonabile. Nessuna gazzettina ha riportato quanto segue, che copiamo ed incolliamo da colpolfirenze.org al pur modestissimo intento di conferirgli maggiore visibilità. Al di là dei toni magniloquenti e di qualche formalismo estremamente irritante, come un vocabolario ispirato alla correttezza politica in cui ricorrono espressioni che hanno superato il vecchio compagneslashi per arrivare direttamente al compagnasterisco, si tratta di una serie di argomentazioni sicuramente contestabili, cui è possibile prestare più o meno fede e che è altrettanto possibile controbattere senza alcun problema: poteva farlo il diretto interessato e potevano farlo (qui si entra nel campo delle ipotesi irreali) persino i gazzettieri.
Nel testo citato compare il nome dello stato che occupa la penisola italiana: ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.
Chi è Gian Carlo Caselli e perché non lo vogliamo a Novoli

Mercoledì 11 marzo l’associazione Libera-contro le mafie e la lista universitaria Udu-SU hanno pensato di propinarci una “lezione antimafia” tenuta dall’ex procuratore Giancarlo Caselli. Un nome noto e di grande richiamo mediatico, che si è costruito nel tempo la reputazione di uomo di sinistra, alfiere dei valori democratici contro il berlusconismo e la criminalità organizzata. La presenza ideale, insomma, per un’iniziativa elettorale in vista del rinnovo di Aprile delle rappresentanze studentesche!
Secondo noi, invece, si tratta di un personaggio assolutamente sgradito: un inquisitore ha dedicato un’intera vita alla difesa degli interessi economici e politici dominanti, sia legali che illegali, contro i movimenti politici e sociali.
Giancarlo Caselli, infatti, inizia la sua carriera di magistrato inquirente in prima linea nella repressione dei movimenti sociali di operai, studenti e contadini che, nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, rivendicavano un cambiamento rivoluzionario verso una società più giusta. Dirigendo il cosiddetto “pool anti-terrorismo”, Caselli diventa subito un tassello importante della macchina repressiva dello Stato, la quale mostra in quegli anni il suo volto più feroce e violento nel soffocare ogni aspirazione alla giustizia sociale: dal terrorismo di Stato della “strategia della tensione” alla violenza poliziesca durante le manifestazioni di piazza, dagli arresti preventivi senza prove di colpevolezza al “carcere duro” (41 bis.) per incentivare il pentitismo, dalle leggi speciali alla tortura sistematica dei militanti politici arrestati, dalla Gladio alla Loggia P2 ecc… in merito a tutto questo il giudice Caselli continua a sostenere, contro ogni evidenza storica, il successo dello Stato nello sconfiggere “l’emergenza terrorista” con le armi della democrazia e della legalità, senza cedere all’autoritarismo e al militarismo.
Una volta sconfitti i movimenti rivoluzionari, il giudice si dedica alla lotta contro Cosa Nostra in Sicilia tra il 1993 e il 1999, con lo scopo di proseguire il lavoro di Falcone e Borsellino e smascherare le collusioni tra potere politico e potere mafioso, indagando anche personaggi eccellenti (in particolare Giulio Andreotti e il giudice di cassazione Corrado Carnevale) sul modello delle inchieste di “tangentopoli”. Tuttavia, la storia si muove in un’altra direzione: la magistratura giudicante condanna il Divo Andreotti solo per i reati risalenti agli anni Settanta e caduti ormai in prescrizione (viene invece assolto per i reati contestati dopo il 1980), mentre i poteri politici restaurano la tradizionale alleanza tra Stato e Mafia sancita con l’ascesa del berlusconismo. La sua attività di giudice antimafia, inoltre, è ricca di zone d’ombra. Sulle sue spalle pesa la responsabilità di aver sempre difeso la «professionalità» di Arnaldo La Barbera, (funzionario di polizia e agente segreto del Sisde) artefice dei depistaggi delle indagini sull’attentato dell’Addaura contro Falcone e sulla strage di via D’Amelio che uccise Borsellino. In quest’ultimo caso La Barbera torturò un ragazzo innocente, Vincenzo Scarantino, per fargli confessare la realizzazione dell’attentato (e accusare altre sei persone innocenti) al fine di tutelare i veri esecutori. Lo stesso Arnaldo La Barbera lo ritroveremo alla scuola Diaz a Genova e alla caserma di Bolzaneto nel luglio 2001… che belle amicizie ha il caro Caselli! Inoltre, sempre Caselli si ritrova, di fatto, a coprire il coinvolgimento di alcuni ufficiali dei Carabinieri nella ormai famosa “trattativa tra stato e mafia”, finalizzata a ristabilire la pacifica convivenza tra poteri legali e illegali. Si tratta del capitano De Caprio, del colonnello Mori e del generale Subranni (già autore del depistaggio delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato nel 1978), i quali consigliarono allo stesso Caselli di non perquisire la villa del boss Totò Riina dopo il suo arresto, consentendo così a ignoti di ripulire ogni indizio o prova compromettente per i carabinieri. Un’indagine su questa vicenda verrà aperta solo qualche anno dopo, a seguito delle dichiarazioni del pentito Bernardo Brusca.
Pur non emergendo un coinvolgimento diretto del giudice antimafia Caselli in tali losche vicende, è evidente come egli, invece di denunciare e perseguire penalmente tali manovre sotterranee, sposi completamente la “ragion di stato”, rinunciando a quella intransigenza legalitaria esercitata abbondantemente contro i militanti politici. Del resto la criminalità organizzata da sempre svolge il ruolo sbirresco di guardia armata dell’ordine costituito contro qualsiasi istanza di progresso sociale…
Successivamente, emarginato dall’antimafia dal governo Berlusconi (a causa delle sue indagini su Marcello dell’Utri), torna a Torino, dove veste nuovamente i panni dell’inquisitore intransigente e forcaiolo contro il suo nemico storico: i movimenti sociali. La sua vocazione originaria è la repressione del dissenso, della lotta e della protesta politica che oltrepassa gli angusti confini della legalità. Nel 2010 emette ventiquattro misure di custodia cautelare in carcere ai danni di altrettanti studenti attivi nel movimento dell’Onda in relazione alla contestazione del G8 University Summit. Successivamente il nostro “eroe” dell’antimafia e della legalità si dedica anima e corpo alla causa della repressione, criminalizzazione e delegittimazione politica e sociale del movimento popolare NO TAV in Val di Susa. Quindici anni fa morivano suicidi in carcere (in circostanze mai chiarite) i due compagni anarchici, Sole e Baleno: le due prime vittime della repressione contro il movimento NO TAV! Oggi, dopo l’occupazione militare della Val Clarea, dopo i manganelli della polizia, dopo l’utilizzo massiccio di gas lacrimogeni CS (vietati dalle convenzioni internazionali nei conflitti bellici), dopo i pestaggi e le molestie sessuali ai danni dei compagni e delle compagne fermate, arrivano le denunce e le rappresaglie del giudice Caselli e del suo pool anti-NO TAV. Nel gennaio 2012, su ordine del procuratore, ventisei compagni vengono arrestati per la resistenza alla polizia nelle giornate del giugno e del luglio 2011. Quando il movimento lancia, sempre nel 2012, l’Operazione Hunter, denunciando gli abusi della polizia e presentando un esposto in procura con prove filmate delle violenze commesse dalle forze dell’ordine, Caselli archivia il caso.
La determinazione del movimento fa fallire il tentativo repressivo di dividere la protesta tra “manifestati buoni” e “Black Block” violenti e cattivi. Allora la guerra della procura contro i NO TAV si fa più intensa e capillare. Addirittura, quattro compagn* vengono arrestati con l’accusa di terrorismo (!), mentre altre decine di militanti e simpatizzanti vengono denunciati per una miriade di reati minori e sottoposti a misure cautelari: una strategia tutta politica volta ad indebolire, demoralizzare e dividere il movimento. La logica è semplice e mira al cumulo delle pene: se su dieci accuse ne restano in piedi anche solo tre o quattro si avrà comunque qualche condanna! Inoltre, Caselli e i sui degni compari non disdegnano neanche il ricorso al reato d’opinione: lo scrittore Erri De Luca ha ricevuto un’incriminazione «per avere istigato al sabotaggio della Tav». Al contrario, le comprovate infiltrazioni mafiose nel consorzio di aziende che gestisce i lavori di scavo non sembrano preoccupare più di tanto il nostro “eroe dell’antimafia”. Forse l’esperienza palermitana gli ha insegnato che l’intreccio Stato-mafia-capitalismo è indissolubile. Meglio concentrarsi sul lavoro di trasformare la Val Susa in un enorme laboratorio della repressione dei movimenti sociali!
Per questi motivi, che abbiamo riassunto sommariamente, non vogliamo Caselli a Novoli e riteniamo la sua presenza in facoltà una vera e propria provocazione. Noi non facciamo della legalità la nostra bandiera; Una legalità ad uso e consumo del potere economico e politico non è giustizia sociale!
Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le compagne e i compagni colpiti dalla repressione: siamo tutti colpevoli di lottare!
Caselli è un nemico di chiunque si sia organizzato, si organizzi e si organizzerà per lottare per una società migliore!
Il Collettivo, lo si sarà capito bene, ha fatto un ritratto di Gian Carlo Caselli tutt'altro che agiografico ma che nulla impedisce di correggere, in tutto o in parte.
Invece il diretto interessato, convinto forse che il pallonaio e una scuola di scienze politiche siano più o meno la stessa cosa, ha preferito sgazzettare come un palloniere contrariato da un arbitro poco malleabile, dando agli stesori del testo di teppaglia, "più canaglie che studenti".
La stessa reazioncina da bambino stizzoso che ebbe il sionista Ehud Gol in circostanze simili: a contestarlo non potevano che essere individui "pagati dai palestinesi", essendo inconcepibile per la sua forma mentis qualunque azione politica non fosse dettata da un personale tornaconto immediato e quantificabile.
Il giornalame non chiedeva di meglio: si caccino dunque dall'università i colpevoli di tanto scempio: i treni ad alta velocità sono una priorità "nazionale" che solo un pazzo può mettere in discussione. Basta che la cosa interessi alla committenza, e quelli delle gazzette sono capacissimi di tirare avanti come minimo due settimane, riempiendole con una decina di issues ispirati a questi toni.
Peccato sia mancato il tempo.
Nelle stesse ore, le stesse gazzettine (le stesse) hanno dovuto riferire di uno di quei mediocri casi di corruttela diffusa per i quali il "paese" dove mangiano spaghetti è giustamente famoso nel mondo.
Al centro della questione pare vi sia proprio l'alta velocità.
Sono finiti sotto inchiesta una cinquantina di ben vestiti.
Qualcuno lo hanno anche messo in galera come un punkabbestia qualsiasi.

sabato 14 marzo 2015

Nicholas Blanford - La Siria come il Vietnam? Ecco perché la guerra potrebbe aver reso Hezbollah ancora più forte.



Beirut, Libano. Lo sceicco Hassan Nasrallah ammise pubblicamente a maggio del 2013 che Hezbollah era intervenuto nella sanguinosa guerra civile siriana. In quel periodo il gruppo sciita militante sostenuto dall'Iran era impegnato in una battaglia che si rivelò essere la più costosa in termini di perdite cui avesse mai partecipato.
L'assalto di Hezbollah alla cittadina ribelle di Qusayr, nella regione di Homs, fu il primo serio impegno del movimento nel conflitto siriano. Decine di combattenti rimasero uccisi nei diciassette giorni di aspri scontri casa per casa.
L'alto numero di perdite e l'impatto delle fitte cerimonie funebri che si svolsero nelle regioni sciite del Libano fecero pensare a qualcuno che Hezbollah, impegnatosi ad aiutare nella sua guerra l'alleato Presidente della Repubblica Araba di Siria Bashar al Assad, avesse trovato un proprio Vietnam, un conflitto estenuante portato avanti senza una chiara strategia di uscita che avrebbe finito per erodere la popolarità che gli veniva in tutto il Medio Oriente dal fatto che costituiva un potente nemico dello stato sionista.
"La battaglia di Qusayr sarà il Vietnam di Hezbollah, ed avrà conseguenze in tutto il Libano", disse Michel Mouawad, un politico libanese cristiano in opposizione a Hezbollah.
Sono passati circa due anni, ma ancora la predizione non si è avverata. Nonostante le molte perdite subìte e le ire della popolazione sunnita, in Siria Hezbollah ha acquisito una serie di competenze militari nuove. Nell'assicurare la sopravvivenza di Assad, una generazione nuova di reclute ha avuto il battesimo del fuoco e questo rende l'organizzazione una minaccia ancora più grande per il giurato nemico sionista di quanto non fosse in passato.
Le critiche espresse in Libano sul coinvolgimento di Hezbollah in Siria hanno finito per perdere di intensità, anche a causa dell'ascesa di gruppi estremisti sunniti come il sedicente Stato Islamico, le cui scorrerie in Iraq ed in Siria e le cui efferatezze videoregistrate hanno provocato brividi in tutte le minoranze religiose del paese.
"Quando si parla di Vietnam si vuol dire un qualcosa in cui si è impelagati senza via di uscita. Certo, si tratta di una lotta accanita, su questo non c'è dubbio, ma non è un pantano [per Hezbollah]" afferma MIchael Young, un esperto di politica libanese che nel giugno 2013 scrisse un editoriale in cui si chiedeva se la Siria sarebbe potuta diventare il Vietnam di Hezbollah.

Il valore strategico della Siria

La Siria è il puntello geopolitico che unisce Hezbollah al suo mèntore ideologico e logistico, l'Iran, e che gli fornisce il retroterra strategico indispensabile a lottare contro lo stato sionista. E' dalla Siria che passano gli armamenti diretti agli arsenali di Hezbollah. Con ogni probabilità la caduta di Assad farebbe saltare l'alleanza regionale nota come "asse della Resistenza", che unisce Iran, Siria, Hezbollah ed altri gruppi militanti in opposizione alle politiche occidentali e dello stato sionista in Medio Oriente.
Il capo di Hezbollah "Nasrallah ha detto chiaramente [nel 2013] che il mantenimento del governo siriano e dell'asse della Resistenza era di importanza strategica [e] vitale per Hezbollah", afferma Jeffrey White, esperto di difesa presso lo Washington Institute per le politiche mediorientali. "L'impegno che Hezbollah profonde in questo è nato proprio da questa definizione della situazione, e Hezbollah proseguirà per la sua strada a qualunque costo... La differenza tra la situazione e quella del Vietnam è data dal fatto che [la Siria] è davvero strategica... per Hezbollah".
Si pensa che in Siria operino stabilmente almeno cinquemila combattenti di Hezbollah. I combattenti di Hezbollah sono in prima linea negli scontri in tutto il paese, da Hasake nel nord est ad Aleppo a Nord, a Latakia a nord ovest fino a Damasco e ai suoi sobborghi, e a Daraa a sud.
Oggi come oggi Hezbollah ed i suoi alleati in Siria stanno avendo la meglio. Il "moderato" Libero Esercito Siriano si sta sfaldando a causa dell'indebolirsi del sostegno dall'esterno, dei massacri delle truppe governative e dei gruppi estremisti come lo Stato Islamico. La comunità internazionale ha smesso di considerare l'idea di rovesciare Assad ed ha invece cominciato a preoccuparsi della minaccia rappresentata dallo Stato Islamico.

Gli alti costi

Sono alti i costi che Hezbollah ha pagato. Da quando ha inviato in Siria i primi combattenti, nell'estate del 2012, Hezbollah ha forse perso più di mille uomini. Per avere un'idea delle proporzioni è sufficiente dire che le perdite subite in questi tre anni da Hezbollah si stanno avvicinando al totale dei 1284 caduti nel corso dei combattimenti contro l'occupazione sionista del Libano meridionale, compresi tra il 1982 ed il 2000.
Nasrallah, un tempo considerato nei sondaggi il leader più ammirato in tutto il mondo arabo, oggi ispira repulsione alla maggioranza dei sunniti, che chiamano il suo partito "Hizbushaytan", il "Partito del Diavolo", a dileggio del nome che significa "Partito di Dio".
"E' stato versato troppo sangue, troppe vite sono andate perdute, troppa sfiducia è stata diffusa. Sarà molto difficile per Hezbollah rimediare ai guasti della propria immagine presso la maggioranza dei siriani sunniti" afferma Randa Slim, che si occupa di Hezbollah al Middle East Institute di Washington.
Poche cose fanno pensare che l'Iran, che comanda la lotta perché il governo di Assad resti al suo posto, voglia passar sopra a quanto fatto dall'opposizione siriana in modo da rafforzare i legami già deboli che ci sono tra sunniti e sciiti. Al contrario, negli ultimi mesi l'Iran ha raddoppiato il proprio impegno nei confronti di Assad, organizzando numerose milizie in stile Hezbollah e dislocando milizie sciite e Guardiani della Rivoluzione in un'area che va dall'Iraq all'Afghanistan fino al Pakistan.

Una presenza fondamentale per i progressi iraniani

"I comandanti militari iraniani hanno liberato l'85% del territorio siriano prima in mano all'opposizione, in un momento in cui Assad si era rassegnato alla sconfitta". Questo è quanto riferito questa settimana da Hussein Hamdani, un generale al vertice dei Guardiani della Rivoluzione, all'agenzia di stampa iraniana Rasa.
I militari iraniani hanno riconosciuto il ruolo vitale che Hezbollah ha svolto nell'agevolare l'espansione dell'ifluenza che la Repubblica Islamica dell'Iran esercita in Siria ed in altri territori mediorientali come l'Iraq, lo Yemen e Gaza.
Secondo Phillip Smyth, ricercatore all'Università del Maryland e curatore del blogo Hezbollah Cavalcade sul militarismo sciita in Medio Oriente, "Si tratta di enormi passi avanti per loro [per gli iraniani]: è una cosa enorme. Si poteva pensare che qualche anno fa, prima che scoppiasse la crisi, sarebbero arrivati ad avere tutta questa influenza in Siria?"
Associare Hezbollah ad un pasticcio stile Vietnam è ironico. Alla fine degli anni Novanta l'analogia con il Vietnam fu applicata all'occupazione della fascia confinaria nel Libano meridionale ad opera dello stato sionista. Le truppe sioniste venivano attaccate praticamente ogni giorno da combattenti di Hezbollah che avevano solo armamenti leggeri, e alla fine ne furono cacciate a maggio del 2000.
Eppure, l'analogia col Vietnam era errata all'epoca per lo stato sionista almeno quanto lo è oggi per Hezbollah. Tra Washington e Hanoi ci sono ottomilatrecento miglia: gli ufficiali sionisti dicevano sempre che i villaggi sciiti che sostenevano Hezbollah erano a meno di un miglio dagli insediamenti di frontiera tra stato sionista e Libano.

Il sostegno della base sciita

Per giustificare l'intervento di Hezbollah in Siria, Nasrallah ha usato lo stesso argomento: la vicinanza del nemico.
"Se quei gruppi [estremisti sunniti] riescono a prendere il controllo delle zone vicine alla frontiera libanese, finiranno per costituire una minaccia per tutti i libanesi, musulmani o cristiani che siano", disse in un discorso nel maggio del 2013.
Questa argomentazione ha aiutato Hezbollah a mantenere il sostegno della sua base sciita anche durante il proprio intervento in Siria, nonostante il ritorno di fiamma rappresentato nel corso dell'ultimo anno da molti attacchi suicidi avvenuti nelle aree del Libano popolate da sciiti, che hanno provocato decine di morti e centinaia di feriti. Persino alcuni cristiani hanno smesso di criticare Hezbollah in considerazione del profilarsi della minaccia rappresentata da uno Stato Islamico che si è stabilmente insediato a ridosso della frontiera nordorientale del paese. Un fatto che viene considerato peggiore delle ripercussioni seguite all'intervento di Hezbollah in Siria.
Nei villaggi sciiti del Libano meridionale e della valle della Bekaa le gigantografie coloratissime dei caduti in Siria sono affisse accanto a quelle ormai scolorite dal sole dei caduti nelle precedenti battaglie contro lo stato sionista. Per chi appartiene a Hezbollah non esiste differnza tra i nemici di un tempo nel Libano del sud ed i nemici di oggi in Siria.
"Pensiamo che combattere contro i takfiri sia come combattere contro i sionisti", dice il sindaco -apparenente a Hezbollah- di un paese nel Libano meridionale. Il vocabolo takfiri viene usato per descrivere gli estremisti sunniti che considerano apostati tutti quelli che non condividono la loro interpretazione letterale dell'Islam. "La Siria non è il nostro Vietnam. Lo stato sionista sostiene i takfiri per metterci alla prova e per indebolirci, ma di fatto ci sta rendendo più forti".

Lo stato sionista prende atto della situazione

Hezbollah è indubbiamente migliorato molto in Siria dal punto di vista militare ed ha imparato a combattere in una varietà di ambienti che vanno dalle montagne deserte alle piane coltivate, fino ai densamente abitati sobborghi delle grandi città. I progressi sul campo compiuti da Hezbollah non sono passati inosservati nello stato sionista.
I comandanti di Hezbollah "stanno imparando a dirigere l'impiego dei singoli combattenti, a coordinare i servizi di informazione con il potere di fuoco, la catena di comando e di controllo. Si tratta di sviluppi preoccupanti che impongono anche a noi di provvedere di conseguenza", ha affermato un anonimo ufficiale sionista in una dichiarazione che risalirebbe a settembre scorso e che ha avuto ampia diffusione sulla stampa.
Abu Ali è un combattente esperto e ha più volte servito in Siria per Hezbollah; a suo dire, il coinvolgimento nella guerra in Siria ha reso Hezbollah più forte.
"C'è stata Qusayr: non importa più dove ci mandano. Siamo capacissimi di tutto", ha detto prima di partire per un altro turno di servizio in Siria.
Certo, Abu Ali non si aspettava che la guerra sarebbe finita presto. "La guerra continuerà ancora per anni", dice, "ma non ci importa: stiamo vincendo noi".

venerdì 6 marzo 2015

Propaganda politica ed elettorale: un piccolo raffronto tra "Occidente" e realtà normali


Dunque.
L'"Occidente" è un posto dove la propaganda politica ed elettorale si basa su cose come uno che ha sparato a un altro.
Si noti il colore della montura, identico alla livrea dell'auto della gendarmeria.

Le realtà normali invece sono posti dove la propaganda politica ed elettorale si basa sui progressi nel campo scientifico e tecnologico.

martedì 3 marzo 2015

"Va bene, hai ragione se ti vuoi ammazzare..."



Breve invito a rinviare il suicidio

(Franco Battiato, 1995)

Va bene, hai ragione se ti vuoi ammazzare.
Vivere è un'offesa che desta indignazione...
Ma per ora rimanda.
E' solo un breve invito, rinvialo.

Va bene, hai ragione se ti vuoi sparare.
Un giorno lo farai con determinazione.
Ma per ora rimanda.
E' solo un breve invito, rinvialo.

Questa parvenza di vita ha reso antiquato il suicidio.
Questa parvenza di vita, signore, non lo merita...
solo una migliore.


Ah, soprattutto una cosa: attenzione a non parlarne sul libro dei ceffi.