mercoledì 27 agosto 2014

Paul Rogers (Open Democracy) - Lo stato sionista ha perso la guerra




Traduzione da Open Democracy.


Di prima mattina, il 5 agosto 2014, è entrato in vigore a Gaza un nuovo cessate il fuoco di settantadue ore. Che la tregua duri o meno, sia il governo sionista che lo stato maggiore di Hamas canteranno vittoria, dopo ventotto giorni di scontri aspri che hanno lasciato sul terreno milleottocento vittime palestinesi e migliaia di feriti. I politici dello stato sionista vanno dicendo che l'IDF (le forze di "difesa" dello stato sionista) ha potuto ritirarsi da Gaza dopo aver distrutto i tunnel che i combattenti avversari usavano per infiltrarsi, e che l'aeronautica è ancora perfettamente in grado di colpire bersagli in tutta la striscia di Gaza. Tutto questo implica che lo stato sionista ha buoni motivi per rivendicare la vittoria.
Un esame più attento porta a conclusioni diverse. Il perché lo indicano in modo particolare tre episodi specifici avvenuti in momenti precisi della guerra.
Il 20 luglio la guerra era iniziata da dodici giorni. L'IDF stava facendo entrare truppe di terra a Gaza, con l'idea di continuare a distruggere le postazioni di lancio dei missili, ma anche di trovare i tunnel. In quella giornata soltanto, l'unità d'élite chiamata Brigata Golani ha avuto tredici caduti e più di cinquanta feriti. Tra i morti il vicecomandante di battaglione e il comandante della brigata, colonnello Ghassan Alian (cfr. "Gaza, context and consequences", Oxford Research Group, 31 luglio 2014).  Il livello complessivo della resistenza e soprattutto le competenze dei miliziani di Hamas hanno rappresentato una spiacevole sorpresa per l'IDF, tanto più dopo che esso era arrivato a capire che la questione dei tunnel rappresentava un problema molto più serio di quanto si pensasse (cfr. "Israel vs. Hamas, a war of surprises", 24 luglio 2014).
Il secondo episodio si è verificato il 28 luglio ed è stato una conferma di quanto successo la settimana prima. A Gaza c'era ormai molto personale dell'IDF: l'obiettivo principale era diventato quello di identificare e distruggere le gallerie. Eppure, anche nella concitazione dell'intensità con cui l'operazione veniva portata avanti un gruppo di combattenti di Hamas è stato straordinariamente abile nell'utilizzare un tunnel la cui esistenza non era nota; è uscito dal lato sionista ed ha attaccato un posto di frontiera. Non i civili del kibbutz Nahal Oz, come riferito sulle prime. Il gruppo ha ucciso cinque giovani soldati sionisti, tutti sottufficiali tra i diciotto ed i ventun anni, che stavano partecipando ad un'esercitazione di addestramento al comando.
Terzo episodio il 30 luglio. Lo stato sionista ha bombardato una scuola delle Nazioni Unite nel campo profughi di Jabaliya, ha ucciso ventun persone compresi bambini addormentati (erano le quattro e quaranta del mattino) e ne ha ferite altre decine. L'attacco sarebbe stato condotto con l'utlizzo di artiglieria a lungo raggio, e con l'intento di colpire miliziani di Hamas che rappresentavano una minaccia per una squadra dell'IDF intenta a distruggere l'ingresso di un tunnel che si trovava a trecentoventi metri dalla scuola. Un'indagine delle Nazioni Unite ha mostrato che in dieci minuti erano stati sparati dieci colpi; tre avevano colpito la scuola, due erano caduti entro cinquanta metri da essa (Cfr. Ben Hubbard & Jodi Rudoreren, "Questions over deadly barrage on shelterAl momento dell'attacco le ventiquattro stanze della scuola stavano ospitando tremiladuecentoventi persone, comprese in un assai più ampio programma di rifugi delle Nazioni Unite che offriva ospitalità a duecentosessantamila persone in diciannove tra complessi scolastici ed altre strutture. La scuola è uno dei sei siti delle Nazioni Unite colpiti durante le prime quattro settimane di scontri: ci sono state pesanti critiche, l'uso di artiglieria a lungo raggio, sprecisa, contro bersagli in aree urbane densamente popolate è quantomeno opinabile (cfr. "America, Israel, Gaza: missiles and politics", 19 luglio 2014).
Nel loro insieme, questi tre incidenti indicano che l'esecutivo sionista si trova in grosse difficoltà. L'attacco al rifugio, per esempio, è stato amplificato dai nuovi media sociali; dall'ultimo massiccio attacco di terra contro Gaza, l'operazione Piombo Fuso del 2008-2009, le tecniche di distribuzione e la registrazione video istantanea tramite smartphone hanno fatto rapidi progressi, e questo ha prodotto conseguenze duplici. Si possono diffondere direttamente ed ovunque immagini delle conseguenze sui civili, e far sì che diventi più probabile che i mass media occidentali mostrino maggiori dettagli di queste conseguenze.  Il sostegno in favore della guerra, nello stato sionista, è rimasto forte; la reputazione del paese però ne ha sofferto considerevolmente in tutto il mondo. Alcuni importanti organi di stampa occidentali altrimenti soliti esprimere un sostegno senza incrinature, stavolta pubblicano scritti pieni di dubbi sulle conseguenze a lungo termine dell'aggressione sionista (cfr. "Israel and the world: us and them", The Economist, 1 agosto 2014).

Anche se le cose stanno in questi termini, sostenere che lo stato sionista abbia perso la guerra potrebbe sembrare a tutta prima una forzatura. Eppure, anche un esame più accurato porta alle stesse conclusioni. Si ricordi l'obiettivo iniziale, che era quello di far cessare il lancio di razzi. I razzi non hanno mai smesso di essere lanciati e c'è anche il forte sospetto che Hamas e le altre milizie non abbiano utilizzato nemmeno la metà degli arsenali a disposizione; lo stesso IDF pensa che Hamas disponga ancora di tremila ordigni.
Il secondo obiettivo era la distruzione delle gallerie. Altro fallimento operativo. Il 3 agosto l'IDF aveva scoperto quaranta tunnel, sempre con accessi molteplici; un numero molto più alto del previsto. Inoltre, i responsabili strategici di Hamas si erano preparati esattamente per far fronte ad operazioni di questo tipo. Scavare i tunnel a grande profondità e riempirne completamente i punti di imbocco li rende difficili, se non impossibili, da identificare; basta conoscere con approssimazione dove si trovano le gallerie incomplete per poi trovarle, riaprirle e completarle dopo il ritiro dei soldati della IDF.
Il livello di competenza raggiunto a Gaza in materia di gallerie sotterranee è cosa che a livello comune non è stata ancora interiorizzata. Un solo tunnel di quelli usati per infiltrarsi nello stato sionista percorre due chilometri e quattrocento metri, si trova a venti metri sotto il livello del suolo ed utilizza trecentocinquanta tonnellate di materiali di rivestimento (Cfr. Shane Harris, "Extensive Hamas tunnel network points to Israeli intelligence failure", Foreign Policy, 3 agosto 2014)
Il raggiungimento di queste competenze si spiega in parte con l'esperienza fatta durante gli ultimi anni, con la costruzione di gallerie per il traffico commerciale sotto la frontiera con l'Egitto. Secondo un servizio di Al Jazeera, per unire Gaza all'Egitto sono state scavate oltre cinquecento gallerie. L'opera ha richiesto il lavoro di settemila persone. Anche se l'IDF fosse riuscito a distruggere tutti i tunnel costruiti da Hamas, cosa che di per sé è improbabile, non ci vorrà molto per costruirne altri; qui contano le competenze, e l'utilizzo di una mano d'opera addestrata.

Oltre a tutto questo, c'è anche l'aspetto meno noto dell'operazione Margine Protettivo rappresentato dal livello delle perdite dei sionisti, che si è rivelato parecchio più alto di quanto si temesse. Ovviamente le vittime palestinesi sono assai di più; oltre milleottocento morti e novemila feriti, civili per oltre il sessantotto per cento. Un paragone con la Piombo Fuso del 2008-2009 è eloquente. In quel caso l'IDF uccise mille e quattrocentoquaranta palestinesi nel corso di ventitré giorni, perdendo nove soldati in combattimento ed altri quattro per fuoco amico. Stavolta, l'IDF ha fino ad oggi perso sessantaquattro soldati in ventotto giorni. La censura militare ha permesso che il numero dei morti fosse pubblico, ma ha fatto circolare pochissimi dati sui feriti; una fonte degna di credito li calcola in oltre quattrocento. 
La popolazione ebraica dello stato sionista ammonta a circa un decimo di quella del Regno Unito. In proporzione, le perdite in ventotto giorni di guerra superano il numero di vittime britanniche complessive di sei anni di guerra in Iraq e di dodici anni di guerra in Afghanistan. Una valutazione rivelatrice è stata fatta da un ex maggiore generale dell'esercito statunitense, Robert H. Scales, insieme ad un esperto di questioni di difesa, Douglas A. Olivant:
"Non ci sono più gli sparuti e ondivaghi gruppi di combattenti visti all'opera ai tempi di Piombo Fuso nel 2008. A Gaza oggi si combatte inquadrati in squadre strettamente coordinate e ben organizzate, sotto comandanti ben interconnessi e che dispongono di buone informazioni. Le unità si attestano e combattono dai seminterrati e dalle gallerie: aspettano che i soldati dell'IDF li superino e poi li prendono alle spalle" (cfr. "Gli eserciti del terrore combattono, più efficienti e letali che mai", Washington Post, 4 agosto 2014).
Gli scriventi estendono le loro conclusioni agli sviluppi in corso in tutto il Medio Oriente, ivi compresi i combattenti islamici in Iraq. Le loro conclusioni sono in un paragrafo dirompente, soprattutto se consideriamo da quale parte arriva, e che è opportuno citare per intero.
"Quello che stiamo vedendo a Gaza, in Siria ed in Iraq dovrebbe servire come antidoto contro qualunque guru della politica istituzionale che si azzardi ad invocare un ritorno delle forze statunitensi in Iraq. I Marines e i soldati statunitensi sono ancora delle forze combattenti di prim'ordine, ma il vantaggio comparativo di cui godono è diminuito. I gruppi terroristici stanno diventando veri e propri eserciti in cui la dedizione fanatica si accompagna a competenze tattiche di recente acquisizione; intervenire di nuovo in questo contesto potrebbe portare a perdite di scala molto maggiore, come i sionisti hanno imparato a proprie spese".
Il 4 agosto, prima i sionisti hanno avanzato la proposta di una breve tregua; poi hanno stretto un cessate il fuoco di tre giorni.  Si tratta di un gesto che contrasta visibilmente con l'insistenza con cui, appena un giorno prima, il Primo Ministro Benjamin Nethanyahu aveva parlato di "completare la missione". Forse questo repentino mutamento di rotta nasce dai resoconti prodotti dagli ambasciatori sionisti in ogni parte del mondo, o forse l'amministrazione Obama ha alla fine fatto pressioni. Ma forse è stato perché i comandanti dell'IDF si erano fatti un'idea della situazione molto più realistica di quella dei loro politici, e hanno detto chiaramente che si sarebbe dovuto cantare vittoria e ritirarsi. Finché si era ancora in tempo.

venerdì 22 agosto 2014

Usare l'Ucraina contro l'asse russo-tedesco. La politica yankee in Europa orientale secondo Conflicts Forum.




Traduzione da Conflicts Forum.

"In Europa sta per arrivare una guerra", ha detto; "Pensate davvero che sia importante [la sentenza de L'Aia sulla Yukos]"?

Il Financial Times del 28 luglio 2014, citando una persona vicina al Presidente Putin.

L'amministrazione statunitense è molto, molto soddisfatta. Alla fine ce l'ha fatta, nonostante i dubbi che si sono susseguiti fino alla settimana scorsa, a convincere i riluttanti tedeschi ad accettare sanzioni limitate contro la Russia, e ad unirsi a quanti hanno il preciso obiettivo politico di isolare il Presidente Putin. In questo caso è corretto dire Putin anziché Russia, perché i politici ameriKKKani sono (un'altra volta) dell'idea che tramite il doloroso stimolo delle sanzioni e di un'economia che si ritrova assediata, si possa indurre il popolo russo ad abbandonare il Presidente Putin in favor di un leader più accomodante e filooccidentale. Il Presidente Obama ha più volte detto, con una soddisfazione che è derivato della prima, di aver "riportato indietro la Russia di decenni" e di "aver reso la debole economia russa ancor più debole".
E se Putin non cade, ci penserà un cordone sanitario in stile Iran a trasformarlo in un paria, a tarpare la sua capacità di rappresentare una sfida per l'ordine mondiale. L'Europa rimarrà legata a Washington, a doppio filo.
Il ruolo predominante che i tedeschi hanno nell'Unione Europea, e i profondi legami che la Germania ha con la Russia, facevano della Germania l'unico paese europea che potesse inficiare o limitare gli effetti della determinazione con cui gli anglosassoni perseguivano la via delle sanzioni e della demonizzazione di Putin. Cosa importante, le sanzioni contro la Russia rappresentano un fatto importante per il futuro dell'Europa (soprattutto del futuro delle relazioni tra Germania e Stati Uniti) e per il mantenimento dell'egemonia degli Stati uniti sull'ordine internazionale almeno quanto l'Ucraina o l'abbattimento del volo MH19. Soprattutto si tratta di una riaffermazione della potenza ameriKKKana, in un momento in cui essa viene percepita come debole, più o meno come la campagna di Suez lo fu per il Regno Unito e la Francia.
Il confronto (almeno per adesso) vinto contro la Germania, l'imposizione delle sanzioni, il controllo dei mass media sulle questioni dell'Ucraina e dell'abbattimento del volo MH19 (una messa in scena traboccante di inorridite anime belle, fatta per obbligare psicologicamente ogni mass media ad evitare di chiedersi cosa ne sia stato davvero dell'aereo di linea della Malaysia) e l'utilizzo di questo contagio emotivo per svilire Putin come "barbaro irrecuperabile" costituiscono nientemeno che uno spettacolo, esplicitamente rimarchevole, della potenza ameriKKKana. In tutto questo la realtà non c'entra nulla: esiste questa lettera che ex funzionari dei servizi hanno scritto ad Obama a rendere la cosa oltremodo chiara, ed ora è arrivata anche l'ammissione dei funzionari dei servizi statunitensi attualmente in servizio. Il potere che dà spettacolo; tutto qui.
Gli ultimi tempi hanno visto in Germania un profondo combattimento interiore, con al centro la germanicità del paese, la sua "anima tedesca".  Dapprincipio la Germania si è mantenuta su una linea di comportamento diretta ad evitare che si passasse troppo frettolosamente alle sanzioni; poi le pressioni dirette degli Stati Uniti, e tutta la matrice di indirette influenze ameriKKKane che ha la prevalenza al di sotto di un europeismo di facciata ha preso -per il momento- il sopravvento. Il problema è fino a che punto questo costituisce un punto fondamentale nella politica europea: questa vittoria degli atlantisti nella questione delle sanzioni contro la Russia è tattica o anche strategica?
La questione coinvolge profondamente l'anima tedesca; dopo le due guerre in Europa la Germania ha desiderato disperatamente di fare come Gulliver, di legarsi al nuovo asse europeo tra Francia e Germania, in modo che un conflitto dello stesso genere non potesse deflagrare mai più. Una delle conseguenze è il fatto che dal dopoguerra il centro di gravità del continente europeo giace sulle due sponde dell'Atlantico. Non avrebbe potuto essere altrimenti: la Germania era uscita sconfitta dalla guerra, con l'apparato industriale in cenere e sotto occupazione da parte degli Alleati.
Gli anglosassoni propendono per il vedere questo risultato (la centralità atlantica) come qualche cosa di dovuto a buon diritto: sono stati loro a vincere la guerra. Nel loro animo, i tedeschi sono di diverso avviso: è stata l'Armata Rossa, che aveva combattuto per tre anni prima dello sbarco in Normandia, a lottare e vincere contro la Wehrmacht. I tedeschi hanno perso la seconda guerra mondiale a Stalingrado, nella battaglia in cui si arresero i resti della potente Sesta Armata insieme a ventidue generali. 
Diciannove mesi prima la più grande forza d'invasione mai messa insieme aveva invaso la Russia, attraverso un fronte ampio mille miglia. I soldati tedeschi erano tre milioni, i pezzi d'artiglieria settemilacinquecento, diciannove le panzerdivision con tremila carri, duemilacinquecento gli aerei; imperversarono in Russia per quattordici mesi. A giugno 1944, tre anni dopo, molto poco era rimasto di tutto questo: l'Armata Rossa aveva inghiottito ogni cosa.
Insieme alla pronta condiscendenza con cui la Russia ha accettato la riunificazione tedesca, è questa terribile storia condivisa fatta di milioni di morti da ambo le parti, che ha reso Germania e Russia più vicine dopo la caduta del Muro. La Germania ha voluto, ancor di più di quanto sia accaduto con la Francia, stringere legami tra due grandi potenze europee in modo che una guerra come quella non fosse più possibile.
Da allora ad oggi, questo tenersi vicini alla Russia i tedeschi lo hanno pagato caro. La Germania ha offerto alla Russia la sua potenza industriale e il suo know how, per aiutare la realizzazione di importanti progetti infrastrutturali ed industriali, e la Russia ha accettato ed apprezzato questi segni di apertura. Entrambi i paesi, che hanno avuto ciascuno il proprio sistema industriale decimato dalla guerra, hanno compreso anche che uno stato industriale deve poter disporre di risorse energetiche e che l'AmeriKKKa, dopo la prima guerra mondiale, aveva messo le mani su gran parte delle principali fonti di idrocarburi... e sul potenziale che le accompagnava sul piano della politica internazionale.
Le relazioni tra Russia e Germania si sono sviluppate nel segno di questa prospettiva comune, centrata sull'importanza dell'indipendenza energetica europea. Quando il Presidente Putin ha svelato la strategia della Gazprom, ha detto in conclusione che se l'AmeriKKKa avesse cercato di controllare di fatto le principali fonti di petrolio, l'Europa -ovvero la Russia- avrebbe cercato di controllare le principali fonti del gas, che è la nuova fonte di energia e di influenza politica. Gazprom ha poi operato in modo aggressivo per assicurarsi i principali giacimenti di gas in Asia.
Questo progetto è stato concepito come parte dei legami destinati a far sì che la guerra diventasse un'eventualità inconcepibile; si è trattato di un'iniziativa congiunta russo-tedesca, realizzata con la collaborazione di Hans Joachim Gornig, ex vicepresidente della Compagnia Industriale Tedesca per il Gas ed il Petrolio a suo tempo supervisore delle infrastrutture per il trasporto di idrocarburi della Repubblica Democratica Tedesca; a capo dell'iniziativa c'era Vladimir Kotenev, ex ambasciatore russo in Germania. Il cancelliere Gerhard Schroeder si è unito a Gazprom dopo la fine del suo secondo mandato, nel 2005. Questo intreccio ha assicurato alla Germania la sicurezza di poter disporre di energia tramite legami diretti con la Russia, stabiliti con le condutture del North Stream.
In poche parole il baricentro della politica europea si sta inesorabilmente spostando verso est, lontano dalle coste dell'Atlantico. L'avventura tedesca potrebbe non finire in Russia: da essa è emersa la prospettiva, chiara ai russi ma anche a qualche tedesco, di una sua estensione attraverso la Russia fino a Pechino e fino ad un'alleanza euroasiatica che arriverebbe quantomeno a bilanciare il potere ameriKKKano. Esiste una concezione di vecchia data, formulata per la prima volta da McKinder nel 1904, incentrata sul "perno della storia"; in essa, chi controlla il "perno" che va dal Volga allo Yangtze e dallo Himalaya all'Artico controlla più del cinquanta per cento delle risorse mondiali, e di fatto il mondo intero. Gli Stati Uniti si sono dimostrati per molti ani ostili al controllo del continente eurasiatico da parte di russi e tedeschi, e sono ostili anche alla dipendenza tedesca dalle fonti energetiche russe. Gli Stati Uniti preferirebbero che gli europei importassero costoso gas liquefatto dall'AmeriKKKa.
Com'è successo allora che i tedeschi si siano dimenticati di quella Stalingrado profondamente radicata nel loro animo, ed abbiano preso una strada che con l'inevitabile procedere dei compiti che comporta può portare l'Europa sull'orlo di una guerra?
Anche l'esperto russo Piotr Akopov è rimasto perplesso:
"A Mosca si sperava che il 'gioco' ameriKKKano che aveva lo scopo di isolare la Russia sarebbe [paradossalmente] diventato il catalizzatore che avrebbe permesso l'emancipazione della Germania [dall'egemonia statunitense]. Certo, nessuno [in Russia] pensava ad una separazione repentina; l'idea di Putin, anzi, era quella di arrivare a far sì che la Germania e quindi l'Unione Europea nel suo complesso prendessero una posizione di neutralità condizionata, per quanto riguarda il conflitto tra Russia e Stati Uniti sull'Ucraina.
In cambio [della neutralità europea] la Russia era pronta a concessioni consistenti, con l'ovvia esclusione di quanto riguarda gli interessi vitali della nazione. [Tramite questo percorso] si sarebbe giunti sia alla pace sia ad un'Ucraina non allineata, che avrebbero potuto costituire la base di una cooperazione russo-europea per gli anni a venire; bastava che l'Europa smettesse di cercare di tirare l'Ucraina sotto l'ombrello dell'alleanza atlantica. Purtroppo, sia Bruxelles che Berlino non sono ancora pronte ad ammettere il semplice fatto che la Russia non permetterà la secessione di alcuna parte del mondo russo, sia pure travestita da integrazione europea".
Il gioco è dunque finito? L'Europa si è fatta tirare a far parte dell'iniziativa ameriKKKana che punta ad installare a Kiev un governo filoeuropeista, favorevole alla NATO e ferocemente antirusso? Lo si vedrà col tempo, ma in Europa non si stanno solo prendendo lucciole per lanterne. Un intellettuale statunitense di primo piano, il professor Wallerstein, ha scritto (cfr. qui) che "gli Stati Uniti, già da un po' di tempo a questa parte, stanno vivendo una fase di declino geopolitico. E la cosa non gli piace, e non la accettano realmente. Di sicuro non sanno come affrontare la situazione, ovvero come cavarsela perdendoci il meno possibile. Sicché vanno avanti cercando di ripristinare quello che ripristinare non si può, vale a dire la leadership statunitense -ovvero l'egemonia statunitense- sul sistema globale". Le conseguenze di questo fallimento (si veda il discorso che Obama ha tenuto a West Point sull'eccezionalismo ameriKKKano) sono state marcatamente confuse e spesso pericolosamente destabilizzanti: gli europei lo hanno capito, e possono considerare l'Ucraina come nulla di diverso da un'altra confusa e pericolosa avventura.
L'AmeriKKKa è in declino, e l'ordine mondiale trema. Nel corso degli anni Novanta gli europei possono anche essersi convinti che la maggior parte del mondo avesse abbracciato "l'ordine del liberalismo". In realtà, l'ordine mondiale non mostra alcuno dei valori del "liberalismo". E' stato diretto tramite "golpe di velluto" e "rivoluzioni colorate", oppure tramite la capacità unilaterale dell'AmeriKKKa di escludere questo o quello stato dal sistema finanziario mondiale o di manipolarne il debito estero. Sul lungo termine questo meccanismo è semplicemente insostenibile e Russia, Cina e BRICS stanno già costruendo un sistema parallelo. Detto altrimenti, lo spostamento del centro di gravità verso l'Eurasia sta seguendo dinamiche proprie, sia per quanto riguarda la politica mondiale sia per quanto riguarda la collocazione delle ultime risorse energetiche a basso costo. Il fenomeno è in corso e sta accelerando. La questione Ucraina contribuirà all'accelerazione. L'acquiescenza tedesca nei confronti di Washington è più probabilmente tattica che strategica e nel lungo termine la Germania proseguirà sulla sua strada.
Putin avrà sicuramente avvertito Angela Merkel del fatto che una gabola del genere può portare alla guerra, ad una guerra vera e propria nell'Europa di oggi; ma la Merkel evidentemente pensa che si possa sempre tornare indietro, e trovare in quale modo la maniera di riprendere a collaborare con Putin, anche se non è ben chiaro come lo si possa fare.
Il punto è questo. Obama ha ottenuto le dure sanzioni che voleva, ma si fermerà qui? Sarà sufficiente tutto questo a costringere Putin ad accondiscendere a chi lo vorrebbe spettatore passivo della sanguinosa repressione della resistenza nel Donbass e nelle altre provincie da parte di Kiev? E ci si fermerà qui? Oppure si darà un altro giro di vite e si pretenderà che i russi restituiscano la Crimea? Magari il Presidente Obama pensa che non si arriverà mai fino a questo punto, ed Angela Merkel pensa la stessa cosa. Solo che, dentro e fuori l'amministrazione statunitense, c'è gente che vuole esattamente che si arrivi a questo. Davvero c'è chi crede sul serio che le sanzioni metteranno in ginocchio Putin o costringeranno la Russia a chinare la testa? Come mai Obama ha cambiato atteggiamento in modo così radicale, rispetto ai tempi in cui mandava il suo contendente repubblicano a Mitt Romney a mangiare la polvere, ridicolizzando la sua convinzione che la Russia costituisse la più grande minaccia geopolitica per gli Stati uniti nel ventunesimo secolo? Si è trattato solo di un diversivo per averla vinta in politica interna?
Ecco come il consigliere economico del Presidente Putin considera la situazione. Con questo non si intende dire che Sergei Glazyev stia parlando per conto di Putin; si tratta chiaramente di opinioni personali che riflettono profondamente il modo in cui i russi si pongono davanti al problema e la visione che ne hanno. Queste considerazioni sono state espresse durante una tavola rotonda al Moscow Economic Forum del 10 giugno; qui si dà una parafrasi del video in inglese disponibile qui.

Mi si permetta di dire questo, sulla linea politica tenuta da Kiev: Kiev sta deliberatamente seguendo una politica genocida, il cui scopo è quello di eliminare la popolazione del Donbass [si veda qui un esempio]. Kiev sta distruggendo le infrastrutture del Donbass, ha raso al suolo il più bell'aeroporto d'Europa, che era un progetto infrastrutturale di prim'ordine; ha distrutto ospedali, asili e scuole. Il destino che Kiev sta preparando per la popolazione del Donbass è la distruzione: su questo non si fa mistero alcuno, basta stare a sentire cosa dicono gli ideologi di Kiev come Liashko. Poroshenko non la pensa molto diversamente da così. Per giunta, il popolo viene smaccatamente sfruttato dal punto di vista economico, per creare condizioni tali da costringere la gente del Donbass ad andarsene, a diventare profuga.
Ovviamente, a Kiev sono gli Stati Uniti a comandare, a controllare Poroshenko di persona, a spingere il governo ad andare avanti con la guerra contro il Donbass fino alle conseguenze più estreme. Non ci sono limiti: si può usare qualsiasi mezzo fino a quando ogni resistenza sarà eliminata.
Perché il tempo ci lavora contro? Gli ameriKKKani hanno iniziato a militarizzare l'Ucraina, a costruire una dittatura docile ed una totale mobilitazione del popolo [ucraino] contro la Russia. La popolazione non si è dimostrata entusiasta nei confronti di questa mobilitazione, ma si pensi a questo: a dicembre 2013 a Kiev c'erano duemila miliziani fascisti. A febbraio erano ventimila. A maggio, cinquantamila. Per la fine dell'estate arriveranno a centomila. Presto la mobilitazione dell'esercito metterà insieme mezzo milione di uomini. Dai magazzini sta tornando fuori il materiale militare. L'Ucraina una volta aveva un esercito numeroso, e numeroso sta tornando. I corazzati e i carri armati vengono tolti dai depositi e rimessi in funzione (non si tratta di un lavoro difficile); lo stesso sta succedendo con l'aviazione, gli aerei vengono rimessi in condizioni di volo a Odessa.
Il loro obiettivo è la guerra contro la Russia. Non possiamo rimanere con le mani in mano. Se perdiamo il Donbass, perdiamo anche la pace. Il prossimo obiettivo che metteranno sul tavolo sarà la Crimea. Non sto scherzando: l'Ucraina verrà cacciata in una guerra con la Russia, e la Crimea ne sarà il pretesto. L'ha detto Poroshenko. Victoria Nuland ha detto chiaramente a Odessa che si aspettano che l'Ucraina entri in guerra per la Crimea [il grassetto è nostro, n.d.a.]. Quell'armata di mezzo milione di uomini invaderà la Crimea. Non c'è dubbio. Churchill una volta ha detto "Vi è stata data la possibilità di scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore, e avrete la guerra".
Stiamo parlando di guerra moderna, in questo caso; il che non significa che dobbiamo mandare i nostri carri armati fino a Kiev. Abbiamo però il diritto, previsto dalle leggi internazionali, di fermare almeno il genocidio. Tutto quello che è sufficiente fare è chiudere lo spazio aereo, e usare gli stessi meccanismi legali per distruggere gli armamenti pesanti che gli ucraini utilizzassero contro il popolo. Gli ameriKKKani in Libia hanno fatto la stessa cosa: il governo libico è stato messo in condizioni di non poter combattere.
Abbiamo ancora la possibilità di farlo. Fra sei mesi non l'avremo più. Lugansk e Donetsk hanno insediato due parlamenti, ed istituzioni che uniscono le due repubbliche. Il rifiuto di Kiev di negoziare con Lugansk e Donetsk nasce dal fatto che Kiev non gode di alcuna indipendenza. E' un vassallo degli Stati Uniti, per questo è importante che consideriamo l'Ucraina con chiarezza per quello che è: un territorio occupato dagli Stati Uniti. Una volta inquadrata correttamente la questione diventa chiaro anche quello che dobbiamo fare. Dovremmo incoraggiare le altre regioni non soltanto ad unirsi alla Federazione, ma anche a liberarsi da questa occupazione".
Secondo Glazyev, tutto fa pensare che l'AmeriKKKa stia deliberatamente cercando di provocare un confronto militare tra le forze armate ucraine e la Russia. Alla fine si arriverà alla guerra. "Una guerra europea", secondo le sue predizioni.
E' passato un po' di tempo da queste considerazioni, e dobbiamo notare che le milizie del Donbass hanno intanto ottenuto vari successi nella lotta contro le operazioni militari di Kiev. Nel corso del mese di luglio Kiev ha avuto poco da mostrare ai propri mèntori, con l'eccezione del recuperato controllo su Slavyansk, da cui le milizie hanno operato un ritiro tattico. In conseguenza di questo fatto, gli ucraini hanno fatto ricorso ad un intensificarsi dei cannoneggiamenti contro gli obiettivi civili.  

martedì 12 agosto 2014

No time, no space


Keep your feelings in memory,
I love you, especially tonight.

martedì 5 agosto 2014

Alastair Crooke - L'Ucraina, il volo MH17 e la lotta per l'Europa



Traduzione da Valdai Discussion Club, 30 luglio 2014.

Immanuel Wallerstein parla qui di due articoli rilevanti: un trafiletto sul Los Angeles Times ed un lungo scritto sul Der Spiegel tedesco. Il tema comune ad entrambi è La rottura tra Germania ed AmeriKKKa. Secondo Wallerstein entrambi gli articoli esprimono pessimismo sul fatto che questa rottura, che non ha precedenti, possa essere del tutto sanata (sempre che sia possibile sanarla). Il Der Spiegel intitolava: La scelta della Germania: AmeriKKKa o Russia? Un paragrafo dell'articolo si intitolava a sua volta L'ultima possibilità.
Questa ultima possibilità fa riferimento all'incapacità della Germania di scuotere il giogo rappresentato per essa dallo "stato profondo" ameriKKKano; nel caso specifico, dello "stato profondo" che sovrintende alla sicurezza del paese. Susan Rice ha detto senza giri di parole ai funzionari tedeschi che l'AmeriKKKa non avrebbe neppure esteso la propria garanzia sullo spionaggio a nessuno, meno che ad Angela Merkel in peersona. Come notato anche dal professor Hendrickson, "[la vicenda spionistica] ha fatto vedere [ai tedeschi] che l'apparato che tutela la sicurezza nazionale degli Stati Uniti non è meno vorace della STASI quando si tratta di penetrare nei più profondi recessi dell'anima umana. Vuole tutto, e -peggio- pensa che questo volere tutto sia una cosa perfettamente normale".
Ovviamente l'episodio spionistico non è che la punta di un iceberg assai più grande. E questo iceberg è rappresentato dal fatto che l'insediamento postbellico dell'AmeriKKKa in Europa, avvenuto tramite la NATO, ha tolto e continua a togliere la questione della sicurezza dalla prospettiva di azione dell'Unione Europea. La politica di sicurezza dell'Unione Europea è di fatto la politica della NATO, ovvero una politica statunitense.
Potrebbe sembrare che per l'Unione Europea non esistano alternative: gli europei non potrebbero mai mettere in piedi una struttura di sicurezza alternativa che non contempli la presenza degli Stati Uniti, divisi come sono tra ventotto stati sovrani e con l'impianto neoliberista che esiste in tutta l'Europa orientale. Eppure un'alternativa esiste, anche se è una di quelle di cui non si deve parlare a voce alta quando ci sono in giro dei bambini: "Se non avesse alcuna alternativa, la Germania potrebbe chiudere gli occhi, battere i tacchi tre volte e rimettere velocemente in piedi il vecchio concerto europeo [delle potenze], che non prevede la presenza di un solo soldato o di un solo aviatore ameriKKKano", pensa Hendrickson. L'asse centrale d'Europa non sarebbe quello formato da Francia e Germania, ma quello formato da Germania e Russia, soprattutto in considerazione dell'attuale schizofrenia del Regno Unito sul futuro del proprio orientamento politico, e considerata la debilitazione della politica francese.
Cosa c'entra tutto questo con il volo MH17 e con l'Ucraina? Beh, c'entra per parecchi versi. Dopo aver rilevato il fatto che gli articoli citati considerano la rottura tra Germania e Stati uniti come una questione della massima serietà, Wallerstein scrive che
il problema principale è che gli Stati Uniti, già da un po' di tempo a questa parte, stanno vivendo una fase di declino geopolitico. E la cosa non gli piace, e non la accettano realmente. Di sicuro non sanno come affrontare la situazione, ovvero come cavarsela perdendoci il meno possibile. Sicché vanno avanti cercando di ripristinare quello che ripristinare non si può, vale a dire la leadership statunitense -ovvero l'egemonia statunitense- sul sistema globale. Tutto questo fa degli Stati Uniti un attore molto pericoloso. Non sono pochi gli statunitensi addentro alle cose della politica che hanno cominciato ad invocare una qualche "azione decisiva", qualunque cosa l'espressione possa significare. E le elezioni statunitensi possono dipendere in larga misura da come il mondo politico statunitense affronterà la questione.
La cosa adesso sta diventando chiara anche agli europei in generale, e al cancelliere tedesco Angela Merkel in particolare. Gli Stati Uniti sono diventati un partner molto inaffidabile: sicché in Germania ed anche altrove in Europa persino coloro che rimpiangono il rassicurante abbraccio del "mondo libero" si stanno con qualche riluttanza unendo a chi non soffre troppo di certe nostalgie per cercare un qualche modo di sopravvivere geopoliticamente anche senza gli Stati Uniti. E questo li sta spingendo verso l'alternativa logica, che è rappresentata da una casa europea di cui faccia parte anche la Russia.
I tedeschi e gli europei in generale si muovono inesorabilmente verso questa direzione, ma hanno comunque i loro dubbi. Se non possono più fidarsi degli Stati uniti, possono fidarsi della Russia? E soprattutto, potranno mai arrivare ad un accordo con i russi che i russi considerino valga la pena di stringere e soprattutto di rispettare? Si può scommettere che le dicussioni, nelle conventicole del governo tedesco di oggi, vertono su questo argomento e non sul come ricucire lo strappo irreparabile sofferto dalla credibilità degli Stati uniti.
Si tratta di una prospettiva molto temuta da varie figure di primo piano in AmeriKKKa perché è diventata un qualche cosa che viene considerato determinante per il destino dell'AmeriKKKa come leader globale, per un verso o per l'altro. E Putin ha capito perfettamente cosa bolle in pentola: nel gestire la crisi in Ucraina Putin si è concentrato soprattutto sull'ottenere sostegni in Europa. Quando il volo MH17 è stato abbattuto -da chi non è ancora dato saperlo- la questione è stata accolta dai politici ameriKKKani secondo l'adagio che afferma che "ogni crisi contiene delle opportunità".
I mass media occidentali hanno premuto a fondo sul fattore emotivo e ritratto i miliziani -e per estensione lo stesso Putin- come barbari di inumana freddezza a fronte della perdita dell'aereo e delle vite dei civili; l'intenzione è ovviamente quella di togliere alternative ai tedeschi e di non lasciare alla Merkel altra scelta che non quella di appoggiare le sanzioni "di terzo livello" contro la Russia. Le comparsate di John Kerry nelle trasmissioni televisive statunitensi della domenica in cui si dava la stura all'indignazione per il cinismo e per l'irresponsabilità mostrati da Putin sono servite a spedire ai tedeschi e agli europei in generale un messaggio critico: non potete credere a Putin, che non ha alcun senso morale, e alla Russia.
A rendere ancora più chiaro quale fosse il fine di tutto questo tramestìo ci ha pensato Zibignew Brzezinski, anch'egli ospite in televisione ha detto in contemporanea a Kerry, esortando gli europei "a levarsi contro Putin", chiedendosi se l'Europa "voglia diventare un suo satellite" ed esprimendo preoccupazione per il fatto che "ci troviamo in un momento determinante per il futuro del sistema, per il futuro del sistema mondiale". Kerry non ha citato alcuna prova sostanziale che coinvolga le milizie del Donbass o la Russia nell'abbattimento dell'aereo civile. Molte delle presunte efferatezze delle milizie sono state esagerate per approfittare della loro valenza emotiva, come in questo caso.
Lo Wall Street Journal ammonisce la Merkel dalla prima pagina affinché dia il suo assenso alla terza tornata di sanzioni contro la Russia: "le operazioni di vasta portata della Deutsche Bank negli Stati Uniti sono minate da una lunga serie di problemi seri: report finanziari scoraggianti, indagini preliminari e follow up inadeguati, tecnologie deboli". Questo suggerimento alla Merkel arriva insieme alla multa da nove miliardi di dollari imposta dalle autorità statunitense alla banca francese BNP; il motivo ufficiale è che la banca finanzia il commercio con l'Iran, ma pare che il motivo vero sia la volontà di punire la Francia per aver rifiutato di annullare il contratto che prevede la fornitura alla Russia di navi da assalto anfibio della classe Mistral. Alla Deutsche Bank viene attribuita un'esposizione in termini di derivati vicina ai settantacinquemila miliardi. Cento volte superiore ai cinquecentoventidue miliardi in depositi che ci sono nelle casse della banca, e cinque volte superiore all'intero PIL europeo.
Da tutto questo derivano due dati di fatto. In primo luogo, le comparsate di Kerry negli studi televisivi sono servite a saturare e ad emozionare il pubblico in una maniera tale che qualunque sia il risultato delle indagini sull'abbattimento dell'aereo esso non potrà cambiare quello che nell'opinione pubblica ameriKKKana sarà divenuto un atteggiamento consolidato. Si controlli pure la copertina del numero straordinario di Newsweek di questo mese per avere prova di come sia di fatto impossibile considerare realistica un'analisi obiettiva di quanto successo.
In secondo luogo, quanto successo non ha influito sui calcoli del Presidente Putin riguardo all'Ucraina, e neppure sulla politica fin qui messa in pratica. Per mettere a tacere ogni voce che mette in dubbio la sopravvivenza politica di Putin è sufficiente dare un'occhiata agli ultimi sondaggi. Putin viene approvato dall'83% degli interpellati, mentre la posizione sostenuta dalla leadership statunitense convince solo il 4% dei russi. I filoatlantisti in Russia hanno completamente perso la loro base.
Perché la Russia ha iniziato ad offrire una versione ufficiale diversa sull'abbattimento del volo MH17, sostenendola con prove concrete provenienti dalle registrazioni fatte dai radar per il traffico aereo? Le registrazioni indicano che al momento in cui l'MH17 è scomparso dai radar, vicino si trovava un aereo ucraino, nonostante le smentite di Kiev. I militari russi hanno anche fornito immagini da satellite che mostrano come una batteria di SA11 ucraini si trovasse nei pressi del punto in cui il Boeing 777 è scomparso dai radar, ed anche questa è una cosa che contraddice le pretese di Kiev e di Washington. A differenza di Kerry, i funzionari russi (primo fra tutti il viceministro della Difesa) si sono guardati bene dal fare speculazioni su chi o che cosa abbia causato lo schianto; invece, hanno posto dieci domande sulle circostanze in cui si è verificata la scomparsa dell'aereo, e sono dieci domande a cui attendono risposta.
Per parare il colpo, gli Stati Uniti sono stati costretti a cedere alla stampa una ricostruzione fatta dall'intelligence in cui i toni sono molto differenti da quelli utilizzati dal blitz che Kerry ha fatto nelle trasmissioni di domenica. Invece di reggere la parte al suo spettacolino fracassone, chi ha analizzato la situazione ha agguantato il Segretario di Stato e lo ha rimesso a contatto con le prove oggettive che stavano dietro alla tiritera del "chi è stato lo sappiamo noi". Chi ha analizzato la situazione non ha cercato di rispondere alle dieci domande dei russi; i funzionari dei servizi statunitensi hanno detto che non sapevano chi aveva lanciato il missile, e nemmeno se a lanciarlo fosse stato personale russo. Non sapevano con sicurezza se la squadra di lancio fosse stata addestrata in Russia, anche se si sono soffermati a descrivere come nelle ultime settimane le forniture di armi e di addestramento ai ribelli da parte dei russi siano diventati più intensi, rafforzamento che è proseguito a loro dire anche dopo l'abbattimento dello MH17. Chi ha lanciato il missile? "Non abbiamo nomi, non abbiamo il grado, e non siamo sicuri al cento per cento nemmeno sulla sua nazionalità" ha detto un finzionario che ad un certo punto ha anche aggiunto che "in questa faccenda non arriverà nessun Perry Mason". Hanno anche detto di non sapere se le forze armate del Donbass avessero o meno nelle loro disponibilità dei lanciatori di missili SA11 prima che l'MH17 venisse abbattuto.
Per quale motivo i russi stanno cercando di arrivare alla verità? Per i mass media essa sarà comunque carta straccia, se non sarà conforme ai loro preconcetti. Il fatto è che la battaglia per la verità ha come posta in gioco la fiducia della leadership tedesca, ed anche di quella di altri paesi europei tra i quali la Francia, l'Austria e lo stato che occupa la penisola italiana. Senza fare tanto chiasso, i russi hanno già fornito all'Unione Europea tutti i dati in loro possesso. La commedia di Kerry riuscirà a far piazza pulita in Germania di ogni possiblità diversa dall'accodarsi all'atteggiamento ameriKKKano? Lo dirà il tempo. Ma se alla fine viene fuori che gli Stati Uniti hanno forzato l'europa ad approvare la terza tranche di sanzioni contro Mosca e l'hanno portata sull'orlo dello scontro con la Russia sulla base di prove inconsistenti, il risultato non potrà essere che un forte rafforzamento della convinzione dell'esecutivo tedesco (già notata da Wallerstein) che già oggi vede la politica estera degli Stati Uniti come pericolosamente allo sbando e in preda all'incoerenza.
Probabilmente i leader europei saranno in larga misura d'accordo con Peter Lee, che scrive che "le sanzioni [contro la Russia] per gli Stati Uniti sono diventate un fine in se stesse; l'impressione è che la politica statunitense nei confronti della Russia sia caduta preda degli antirussi di principio che allignano nello "stato profondo" della diplomazia e dell'esercito, che li permeano e che sopravvivono ad ogni cambio di amministrazione". Non sorprende che gli europei abbiano iniziato a chiedersi dove arriveremo con le sanzioni, e quale sia la posta in gioco. Perché le sanzioni colpiranno gli scambi degli europei con la Russia, che sono di tutto rispetto, e laceranno le economie europee scoperte e vulnerabili rispetto agli interessi commerciali degli Stati Uniti. Ecco perché l'establishment ameriKKKano considera le sanzioni in se stesse come un fine, ecco perché infangare ed umiliare Putin è anch'esso un fine in sé, ed una prospettiva allettante.
E' possibile che Putin ceda? E Perché dovrebbe farlo? Una Ucraina per intero compresa nel campo ostile degli antirussi e dei favorevoli alla NATO costituirebbe una minaccia fondamentale, cui Putin non ha alcun motivo di assoggettarsi. A luglio un settore dei federalisti di Donetsk, quello allineato all'oligarca ucraino Akhmetov, ha cercato di fare un golpe interno contro i militanti del Donbass. Dopo aver stretto un accordo segreto con gente che faceva capo a Poroshenko, sono stati sul punto di riportare Kiev a controllare Donetsk. Solo che il piano è venuto alla luce e tutti i personaggi coinvolti sono stati estromessi. In contemporanea con tutto questo, dopo la ritirata dalla città di Slaviansk, le forze militari del Donbass non solo sono riuscite a spezzare l'accerchiamento che l'esercito ucraino stava cercando di portare a termine, ma sono anche riuscite a prendere a tenaglia gli ucraini: da una parte c'erano i miliziani della Novorossija, dall'altra la frontiera russa. L'esercito di Kiev ha subito una sconfitta di vaste proporzioni.
Il fallito golpe a Donetsk e la sconfitta militare inflitta a Kiev hanno provocato la formazione di un'alleanza militare e politica nell'est dell'Ucraina. Il gruppo dell'ex candidato alla presidenza Oleg Tsaryov sta cominciando ad avere un autentico peso politico; i militari invece, guidati da Strelkov, concretizzano sul terreno il ritorno all'idea di una "più grande Novorossija" composta non da due, ma da sette o otto regioni. Tutto questo è diventato possibile dopo la sconfitta che Kiev ha subito a luglio. Detto in altre parole, Putin ha oggi in mano delle vere e proprie carte da giocare, sia sul piano militare che su quello politico. Il parlamento russo è stato richiamato dalle ferie per deliberare su una nuova importante iniziativa che riguarda l'Ucraina e di cui non è dato conoscere i dettagli. C'è da attendere e vedere.
Infine, la partita europea di Putin gli preclude l'alleanza con la Cina? Noi non crediamo. Le due iniziative sono collegate, ed unite dall'idea di rimodellare l'ordine mondiale.

lunedì 4 agosto 2014

Ad ogni bandiera il suo posto, ad ogni bandiera il suo utilizzo.


A volte succedono cose davvero incredibili.
Per esempio cogliere un barlume di assennatezza nelle merci di un centro commerciale.
Qui ci sono la bandiera statunitense e quella dello stato che occupa la penisola italiana.
Usate per delle ciabatte, quindi ridotte a ciabatte.
Sicché si possono calpestare e portare con noncuranza in giro per alberghi diurni, servizi igienici promiscui e latrine pubbliche di vario tipo e pertinenza, di quelle dove le ciabatte sono indispensabili per non rischiare qualche fastidiosa malattia della pelle.
E poi si possono buttare nei rifiuti dopo qualche settimana di utilizzo.

domenica 3 agosto 2014

La viltà ed il cinismo di Hamas, che si nasconde negli ospedali e sulle spiagge.



Traduzione da The Guardian.

Nascosti nell'ospedale El Wafa.
Nascosti nell'ospedale Al Aqsa.
Nascosti sulla spiaggia dove i bambini giocavano a pallone.
Nascosti nel cortile di Muhammad Hamad, settantacinque anni.
Nascosti fra le case del quartiere di Shujaya.
Nascosti vicino a Zaytoun, vicino a Toffah.
Nascosti a Rafah e a Khan Younis.
Nascosti dentro casa, dalla famiglia Qassan.
Nascosti dentro casa, dal poeta Othman Hussein.
Nascosti nel borgo di Khuzaa
Nascosti nelle migliaia di case rovinate o distrutte.
Nascosti in ottantaquattro scuole e ventitré presidi sanitari.
Nascosti in un caffè dove gli abitanti di Gaza stavano guardando la partita.
Nascosti nelle ambulanze che cercano di soccorrere i feriti.
Nascosti in ventiquattro cadaveri, sepolti sotto le macerie.
Nascosti in una ragazza con le pantofole rosa, una di qua e una di là sull'asfalto, uccisa mentre scappava.
Nascosti in due fratelli di otto e quattro anni, nel centro grandi ustionati di Al Shifa.
Nascosti in quel ragazzino che suo padre ha portato via a pezzi, dentro un sacchetto di plastica del supermercato.
Nascosti nel "guazzabuglio di corpi senza paragoni" che arriva negli ospedali di Gaza.
Nascosti in una donna anziana, ferma in una pozza di sangue su un pavimento di pietra.

Hamas, ci dicono, è cinico e vile.

Richard Seymour

sabato 2 agosto 2014

L'incoerenza strategica e i suoi rischi. Iraq, Palestina ed Ucraina nell'estate del 2014 secondo Conflicts Forum.




Traduzione da Conflicts Forum.

Il rischio di ritrovarsi a rischio, dal punto di vista geostrategico, oggi è sempre più alto. Se consideriamo la guerra civile in Ucraina con i possibili sviluppi della vicenda dell'aereo di linea della Malaysia abbattuto la settimana scorsa, la decisione degli Stati Uniti di "punire" Putin per non aver fatto sì che i miliziani del Donbass si arrendessero a Poroshenko, l'ascesa dell'ISIL e lo smembramento di fatto dell'Iraq o anche l'andamento dei negoziati con l'Iran, che vertono su un concetto di "soglia di capacità" palesemente artificiosa, o anche i cinquecento milioni di dollari stanziati dagli USA per moderare gli insorti moderati in Siria, o infine l'offensiva militare dello stato sionista contro i palestinesi, ci accorgiamo che ciascuno di questi fatti, considerato da solo, ha la potenzialità di causare cambiamenti esplosivi nel panorama politico del Medio Oriente e del mondo intero. Sono tutte crisi che si intersecano e compenetrano, e che costituiscono un rischio per il sistema. Fra l'altro, tutte quante sembrano condividere una caratteristica in comune, quella di mettere in evidenza un qualche fallimento della politica ameriKKKana di tale portata da impedire un serio tentativo di comprendere gli eventi dal punto di vista strategico, insieme ai rischi concatenati che essi comportano. Il problema è questo: perché un rischio sistemico di questa portata viene affrontato con nessuna reattività dallo stesso sistema?
All'inizio l'avanzata dell'ISIL nelle regioni sunnite dell'Iraq -come ci hanno confermato i nostri contatti a Washington- ha originato un dibattito vivace negli USA circa l'opportunità di cooperare con la Repubblica Islamica dell'Iran per contrastare l'impatto di un simile evento, potenzialmente devastante per la stabilità dell'intera regione. Si era accesa anche qualche debole speranza -specie alla Casa Bianca e tra i funzionari del Dipartimento di Stato- sul fatto che una collaborazione del genere avrebbe potuto facilitare i negoziati tra l'Iran ed il "cinque più uno" sulle attività nucleari iraniane. Sulla base di queste prime aspettative, il vicesegretario di Stato William Burns è stato chiamato a far parte della delegazione statunitense ai colloqui viennesi dei "cinque più uno", ripresi il sedici giugno: lo scopo non era solo quello di rendere più incisiva la capacità di negoziazione statunitense, ma anche quello di presentare agli iraniani un interlocutore autorevole, con cui potessero cominciare ad affrontare la questione dell'Iraq.
Le aspettative di Washington sulla prospettata cooperazione con Tehran hanno avuto vita breve.
Negli ambienti politici statunitensi la discussione ha portato all'affermarsi dell'idea che le vittorie dell'ISIL fossero dovute essenzialmente alle politiche settarie del governo di Al Maliki più che ad altri e più sostanziali motivi; il che significa che negli ambienti politici statunitensi le si è considerate una rivolta sunnita e nulla più. Questa conclusione ha portato a sua volta l'amministrazione Obama a propendere per l'idea che qualunque cosa gli Stati Uniti avrebbero potuto fare in Iraq, a prescindere dalla collaborzione con l'Iran, avrebbe dovuto dipendere dall'abbandono di Al Maliki. In queste condizioni i principali attori dell'amministrazione Obama non sono riusciti a raggiungere alcun accordo sul se e sul come coinvolgere l'Iran.
Dapprincipio sia la Casa Bianca che il Dipartimento di Stato si erano mostrati disponibili ad azioni coordinate con Tehran, ma dall'altra parte il Ministero della Difesa si è imposto nel dibattito interno opponendosi all'iniziativa, sopratutto per il timore che una collaborazione del genere potesse far aumentare l'influenza dell'Iran, che in Iraq è già considerevole. A Washington, la pressione delle lobby che agiscono per lo stato sionista e per l'Arabia Saudita affinché l'interesse dell'amministrazione Obama per un coinvolgimento iraniano in Iraq non finisse con l'indebolire la posizione statunitense nei negoziati nucleari con l'Iran ha rafforzato la preoccupazione.
A Tehran invece la situazione venutasi a creare in Iraq è stata affrontata fin dal principio in modo piuttosto diverso. L'Iran non intende considerare la crisi come un qualche cosa che si possa usare per minare la posizione di Al Maliki, il quale tra l'altro ha appena ottenuto la maggioranza dei seggi al parlamento. I politici iraniani hanno messo in chiaro che per avere un qualche effetto positivo qualunque iniziativa gli Stati uniti intendano prendere in  risposta alla crisi irachena deve essere diretta la rafforzamento della capacità del governo iracheno di combattere i militanti jihadisti.  Il Presidente Rohani ha detto che Washington dovrebbe riconsiderare la questione degli aiuti che fornisce all'estremismo jihadista in Medio Oriente, a cominciare dal sostegno elargito ai militanti jihadisti nella Repubblica Araba di Siria, ed aprire un confronto con l'Arabia Saudita e con gli altri alleati della regione circa il sostegno da essi fornito agli jihadisti takfiri.
L'Iran preferisce di gran lunga evitare un coinvolgimento militare diretto in Iraq, e spera ancora di riuscire ad evitarlo; considera un intervento militare statunitense come intrinsecamente controproducente anche se limitato alle incursioni aeree; a maggior ragione se si trattasse del dislocamento di truppe sul terreno. Di conseguenza Tehran non ha interesse a collaborare mano nella mano con Washington in Iraq, ma ne avrebbe invece a cooperare sul piano della definzione strategica della questione.
Alla fin fine l'amministrazione Obama ha trovato più facile, sul piano politico, abbandonare gli iniziali tentativi di esplorare le possibilità di una cooperazione irano-statunitense sull'iraq. Inoltre, si è riaffermata la radicata resistenza di Washington contro qualsiasi cosa che possa agevolare gli interessi dell'Iran in Medio Oriente, cosa che ha prodotto un ulteriore restringimento dello spazio politico a disposizione per esplorare la possibilità di una cooperazione con Tehran, come ci hanno confermato i nostri contatti negli Stati uniti.
Insomma, l'amministrazione statunitense a fronte di una minaccia da parte dell'estremismo sunnita radicale più seria di quella che è nata negli anni Ottanta dalla guerra in Afghanistan, si accontenta benevolmente di far sì che le implicazioni di quanto siano frutto del "lasciar fare agli avvenimenti". L'AmeriKKKa ha chiuso entrambi gli occhi sull'utilizzo che l'Arabia Saudita ha fatto delle forze legate allo jihadismo radicale, ISIL innanzitutto, in nome dei propri fini settari e geopolitici. E' il caso di ricordare che l'idea che lo jihadismo radicale sia sostanzialmente tutta colpa di Assad e di Al Maliki serve a distogliere l'attenzione dal fatto che l'ascesa dell'ISIL è dovuta a questo. Questo atteggiamento presuppone anche il credere, in una certa misura, alle rassicurazioni che arrivano dal Golfo: l'ISIL sarà sistemato dopo che avrà svolto la sua parte. Un'idea che possiamo ascrivere quasi certamente al mondo della fantasia.
Il punto è che nelle agitate acque della politica statuitense, in cui le correnti avverse sono forti, è stato più semplice NON pensare a quali rischi strategici comporti il soffiare un'altra volta sul fuoco dell'Islam sunnita radicale. La prima volta è stato fatto trent'anni fa, e il risultato sono stati decenni di "Guerra al terrore".
In Palestina stiamo assistendo a qualcosa di simile: lo stato sionista ha usato il pretesto della ricerca dei tre giovani coloni rapiti, che "si presumevano" ancora in vita ma che il governo sionista sapeva essere già morti, e per mano di palestinesi che NON appartenevano a Hamas, per umiliare Hamas nella West Bank e a Gaza. Il Primo ministro Netanyahu ha detto, in ebraico: "Adesso penso che il popolo dello stato sionista abbia capito quello che ho sempre detto: non può esistere alcun caso, definito da nessun accordo, che preveda che abdichiamo al controllo della sicurezza sul territorio ad ovest del Giordano". In altre parole, non può esistere alcuna soluzione basata su due stati e non si prevede alcuna fine dell'occupazione.
Netanyahu ha usato gli omicidi per nutrire il risentimento popolare contro Hamas, che il Primo Ministro ha ripetutamente additato come responsabile mentre non lo era affatto. Tra i palestinesi si è acceso un atteggiamento speculare dopo che per vendetta un palestinese sedicenne è stato bruciato vivo. L'obiettivo che Netanyahu si prefiggeva con questo imbroglio era innanzitutto quello di colpire Hamas nella West Bank, e poi quello di tentare di ristabilire lo status quo a Gaza, ovvero il ritorno al governo dell'Autorità Palestinese. L'accordo di cessate il fuoco raggiunto con Hamas a dicembre del 2012, che secondo i sionisti Hamas avrebbe violato lanciando più volte dei razzi, di fatto prevedeva un alleggerimento al perenne accerchiamento e al sempiterno assedio della popolazione di Gaza; lo stato sionista non ha mai attuato gli accordi.
Ora, Netanyahu vuole rimettere in piedi un assedio vero e proprio (vale a dire la situazione precedente all'accordo) facendolo figurare come un cessate il fuoco; Hamas sta cercando di spezzare l'assedio una volta per tutte. Hamas intende utilizzare le tattiche che Hezbollah ha usato in Libano nel 2006. I vertici del movimento se ne stavano ben nascosti nel sottosuolo e hanno lasciato che i primi bombardamenti a tappeto si accanissero contro le loro forze militari, in gran parte uscite indenni. Nel frattempo i combattenti di Hezbollah continuavano il loro lancio di razzi contro lo stato sionista. I razzi non sono mai stati usati con l'idea di infliggere ai sionisti una sconfitta militare, ma per costringere l'esercito sionista a scendere sul terreno del Libano meridionale, che è l'ideale per le azioni di guerriglia. E dove i sionisti avrebbero potuto incappare in qualche lezione dolorosa. In effetti, l'unico modo possibile per rispondere al lancio di razzi che possono essere messi in posizione e lanciati in meno di un minuto -molto meno di quanto impiegassero i sionisti a puntare le loro armi sul luogo da cui avveniva il lancio- non può essere che il mandare in zona truppe di terra.
Resta da vedere se le tattiche di Hamas funzioneranno: Gaza è per lo più pianeggiante e sabbiosa, a differenza del Libano del sud, e questo mette Hamas in condizioni di svantaggio. Certamente il braccio militare di Hamas, che è quello cui toccano le decisioni, non vuole un cessate il fuoco immediato, specie se del tipo che nasconde qualche fregatura. "La mia fonte nello stato sionista", ha scritto l'editorialista Richard Silverstein, "è stato consultato nei negoziati e mi ha detto che i negoziati non sono in realtà una proposta degli egiziani. Sono una proposta dello stato sionista, presentata come se fosse una proposta egiziana. Lo stato sionista ha redatto il protocollo per la tregua. Sicché, una delle due parti ha preparato il cessate il fuoco, lo ha presentato a se stessa e lo ha accettato. L'altra parte non è stata nemmeno consultata". Tony Blair, il rappresentante dei "quattro", ha avallato la "tregua".
Hamas vuole costringere Netanyahu ad invadere Gaza via terra, e pare esserci riuscito. Dal canto loro, Netanyahu e il presidente Al Sissi sperano di poter usare un qualunque accordo di cessate il fuoco per far tornare Gaza allo status quo e soprattutto per sostituire Hamas come autorità e come organismo di governo con l'Autorità Palestinese. In altre parole, per ordire un "golpe morbido" a Gaza, come nel 2007.
Il punto dolente, qui, è la stoltezza di tutto questo. I funzionari dei servizi sionisti hanno detto senza mezzi termini che falciare l'erba, vale a dire uccidere abitanti di Gaza in numero sufficiente a costituire un deterrente per ogni attacco, almeno fino alla prossima volta in cui il conflitto si riaccenderà, non serve a nulla. Si tratta di una mossa meramente tattica e a breve termine, che non raggiunge alcun risultato strategico. Lo stato sionista deve solamente continuare a lavorare di falce.
La questione palestinese, anche se è uscita un po' dall'attenzione nel corso degli ultimi anni, per la maggior parte dei musulmani resta nevralgica ed iconica. E? a tutt'oggi la materia fondante che può seppellire le diatribe regionali. Può avere, e nei fatti ha, un effetto destabilizzante sulla politica: i leader dei paesi arabi temono ancora il suo irrompere nei telegiornali, anche se la questione non ha più la portata che aveva nei primi decenni. E' chiaro che la situazione a Gaza è instabile e critica, e che non è possibile andare avanti all'infinito in questo modo; l'idea dei due stati è rimasta lettera morta per anni e Martin Indyk ha recentemente confermato il fatto che è stata abbandonata. Gli europei e gli ameriKKKani paiono in preda ad una paralisi decisionale, trovano più facile, visto che sul piano politico sono in tanti a remare contro, lasciar fare agli eventi.
Forse, l'unico caso in cui gli Stati Uniti hanno una linea politica chiara è rappresentato dall'Ucraina. L'elemento neoconservatore dell'amministrazione statunitense ha insistito con gli europei affinché venissero implementate sanzioni più dure contro la Russia, anche se Washington non ha ancora spiegato loro a cosa servano, nonostante i politici dell'Unione Europea stiano iniziando a lamentarsi della cosa; Washington non ha nemmeno spiegato quale senso abbiano dal punto di vista strategico, visto che è possibile che danneggino gli interessi europei più di quelli russi.
Tutto questo lavorio non è stato meno controproducente di quanto successo in quei casi in cui l'amministrazione ha deciso di rimanere inerte, o abbia gettato la spugna sotto il peso delle paralisi interne. Gli sforzi dell'amministrazione per sabotare i tentativi di Angela Merkel di arrivare di concerto con Putin ad una soluzione diplomatica della crisi ucraina sono stati attuati spingendo Poroshenko a mettere in atto azioni militari su scala ancora più vasta; questo insistere sulle sanzioni, insieme all'aver minimizzato le preoccupazioni tedesche sulle attività di spionaggio degli Stati Uniti, sono arrivati al punto di mettere veramente in crisi un'alleanza di importanza fondamentale come quella con la Germania. Ed ha causato una frattura nell'Unione Europea; Germania, Austria, Bulgaria, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Lussemburgo e Slovenia sono favorevoli ad un atteggiamento conciliante nei confronti della Russia e costituiscono un campo incline a seguire la linea dei tedeschi. Ad esso si contrappone un blocco assai più piccolo che si oppone alla Russia, di cui fanno parte soprattutto la Polonia e i tre paesi baltici, e che ha fatto propria la linea ameriKKKana.
Anche qui troviamo un paradosso: in Occidente si pensa per lo più che mentre le sanzioni diplomatiche occidentali contro la Russia sono state accolte con scherno, l'unica cosa che davvero danneggerà l'economia russa è rappresentata dalle sanzioni unilaterali decise dall'AmeriKKKa e che prevedono un embargo sul mercato dei capitali. La misura è stata imposta ad alcuni settori in cui i russi hanno interessi, le imprese russe si trovano a dover rifondere centoquindici miliardi di dollari di debiti per i prossimi dodici mesi e dopo i fatti di Crimea nessun eurobond russo è stato collocato con successo. SOlo che, come scrive Bloomberg, è possibile che chi si aspetta che i grandi gruppi russi entrino in sofferenza è probabilmente destinato a rimanere deluso.
I russi devono pagare centoquindici miliardi di dollari in dodici mesi e secondo Il servizio investitori di Moody's e secondo Fitch si troveranno a non poter avere accesso al mercato del prestito e a quello obbligazionario a causa della crisi ucraina. Moody's ha preso in considerazione quarantasette casi ed ha rilevato che le imprese avranno a loro disposizione cento miliardi in denaro liquido e in incassi, nel corso dei prossimi diciotto mesi. Quasi tutti i cinquantacinque casi esaminati da Fitch, invece, sono in una "buona posizione" per affrontare il caso che venga loro meno l'accesso ai finanziamenti per il resto del 2014, questo è scritto in una comunicazione del sedici aprile scorso. Le banche dispongono di oltre venti miliardi in valuta estera che possono concedere in prestito, perché le tensioni hanno spinto i clienti a convertire in valuta i loro risparmi in rubli", spiegano alla ZAO Raiffeisenbank.
"I liquidi a disposizione, il credito bancario e i flussi di cassa previsti sono sufficienti a far sì che le imprese possano tranquillamente far fronte alle proprie necessità", ha detto per telefono Denis Perevezentsev, analista di Moody's a Mosca.
L'inasprirsi dell'atteggiamento statunitense contro la Russia, e contro la persona di Putin in particolare, ha più che altro a che vedere con la politica interna; non è caratterizzato dal minimo desiderio di capire quali rischi strategici comporti il permettere all'incoerenza di dominare in un campo così ampio di situazioni tanto volatili. Con questo non si intende affatto dire che europei e statunitensi dovrebbero agire in modo più incisivo. Non dovrebbero farlo. Ma se pensano che sia più facile lasciar fare agli eventi, in situazioni che richiedono solo un minimo di comprensione in più, non accolgano poi con sorpresa il fatto di essersi fatti sorprendere dagli eventi. Quello che manca è una più profonda comprensione: il fatto che essa manchi è determinate per la qualità dei rischi geopolitici che dobbiamo affrontare oggi.
E che cos'è che ha preso il posto della comprensione? Perché situazioni tanto pericolose come il fatto che si soffi di nuovo sul fuoco del radicalismo sunnita, come la guerra in Ucraina, il conflitto in Siria e quello in Iraq, il termine ultimo dei negoziati con l'Iran che si avvicina e la repressione a Gaza vengono tutte affrontate con tanta incoerenza strategica? Non è che gli ufficiali superiori non ci arrivino, come si suol dire; molti di loro sanno benissimo con cosa hanno a che fare, ma sembra che si trovino con le mani legate, in un vicolo cieco intellettuale e politico che li rende incapaci di prendere decisioni, o di azzardarsi a sbugiardare il gergo politichese.
Abbiamo già scritto del vuoto che si è aperto nella politica occidentale (si veda qui). Questo vuoto è dovuto al disimpegno e al disincanto che la gente prova nei confronti dei partiti politici e da come i politici di centro, dagli anni Ottanta in avanti, hanno deliberatamente scelto allo stesso tempo di ritirarsi dalla politica, spesso ostentando disprezzo nei confronti dei loro stessi partiti ed atteggiandosi come gente che in qualche modo si era innalzata al di sopra delle ideologie, dell'etica e che traeva gioia dall'essere riuscita a "depoliticizzare" in qualche modo l'assunzione di decisioni politiche, diventando più che altro dei tecnocrati che si basavano sul "consiglio di esperti" come i banchieri, gli uomini d'affari e i tecnici. Tutta gente "esperta", da preferire al proprio consiglio dei ministri o al proprio partito. A partire da tutto questo c'è stato qualcuno, ad esempio Tony Blair, che ha potuto sostenere che di fatto non si occupava per niente di politica.
La conseguenza di tutto questo è il fatto che si è aperto un vuoto politico. Fino a quando la cosa non ha cominciato a riguardarli personalmente, gli elettori hanno anche potuto fare a meno di preoccuparsi del fatto che erano stati effettivamente privati di ogni potere, ma questa noncuranza è venuta meno quando è stata la volta della "austerità". La gente sente di star pagando, ingiustamente, il prezzo elle pecche del sistema finanziario. Claudio Gallo ha identificato le origini di questo processo di depoliticizzazione nel gemmare del neoliberismo a partire dal liberalismo europeo, che a suo dire resta qualcosa di diverso dalla cosa a cui ha dato origine (la sua analisi trascura l'influenza del trotzkismo sul neoliberismo, specie in quello ameriKKKano). Altri hanno documentato molto bene in che modo il nuovo spirito neoliberista è stato fatto proprio dai "partiti di centro" del vecchio continente come il Labour Party, che è arrivato in modo semplice e paradigmatico a concludere che l'ideologia di Wall Street o la City di Londra non si potevano sfidare, e tanto basti: per avere successo in politica -ovvero per vincere le elezioni- occorreva far proprio il neoliberismo finanziario. Il nucleo della "rivoluzione" che ha portato al New Labour è questo. Gallo sostiene che il liberalismo ha sempre cercato, fin dalle sue origini, di presentarsi come "oltre la morale". Gallo nota come, anche prima di pubblicare il suo "La ricchezza delle nazioni" nel 1776, Adam Smith avesse affrontato lo studio dei sentimenti morali e come l'azione economica in Smith "rifugga la morale senza porsi contro di essa (sic)".
Il neoliberismo del New Labour e i democratici alla Clinton si sono proprio presentati come ideologicamente neutrali: la loro è l'ideologia della fine delle ideologie. Il loro non è un sistema politico in mezzo a tanti altri, determinato dalla storia e dal contesto sociale ma un fatto naturale, da considerarsi come dato. Il mercato che si regola da solo diventa dal punto di vista ideologico una specie di categoria universale, presente nella storia dell'umanità fin dai suoi albori.
Il punto critico è che in una società neoliberista non esiste nessuno che detenga davvero il potere politico. L'economia si regola da sola: gli individui massimizzano il proprio interesse materiale e la somma degli interessi individuali fa sì che si determini il benessere della società intesa nel suo complesso. I neoliberisti cercano sempre di fare in modo che le invisibili forze del mercato possano operare senza ostacoli, in modo che possano arrivare ai "verdetti del mercato".
Pare che oggi ci sia dato di vedere all'opera gli stessi principi tecnocratici, applicati alla politica estera. In politica estera le dinamiche del potere vengono considerate rivolte a "verdetti del mercato" di natura razionale, sicché si lascia tutto allo scorrere degli eventi. Secondo la stessa logica il "mercato" internazionale in cui operano gli equilibri di potere dovrebbe essere messo in condizioni di operare senza vincoli. A governare ci pensano tecnici razionali, che si limitano a lasciare che il mercato funzioni e che si adattano a ciò che esso sentenzia. In questo modo, i politici possono davvero sostenere di trovarsi al di sopra delle ideologie ed al di sopra dell'etica, anche se ovviamente la loro è un'ideologia di facciata. Il mantenimento di questa facciata ed il far credere alla gente che essa corrisponde alla realtà hanno avuto un'influenza fondamentale nell'orientare i mass media e la cultura dei nostri tempi.
Tutto questo riesce in qualche misura a rispondere al continuo accumularsi delle incoerenze strategiche in cui l'Occidente è incorso durante l'ultimo decennio? Di sicuro il vuoto che si è venuto a creare con il distacco dalla politica messo in atto sia dai governati che dai governanti, e i tentativi di colmare questo vuoto che sia il nuovo populismo sia i partiti di destra e di sinistra stanno facendo, chiamati come sono ad occupare lo spazio rimasto vacante, rende parzialmente conto della paralisi decisionale in politica estera. Sono tempi pericolosi.