domenica 13 maggio 2018

Giancarlo Matta è vivo e frigna insieme a loro


Nove anni fa il signor Giancarlo Matta ci inviò -non richiesta ed esplicitamente esentata dal segreto epistolare- una lunga mail in cui invitava a resistere a quella che a sentir lui e molti altri individui dello stesso genere era una islamizzazione forzata dello stato che occupa la penisola italiana.
In questi nove anni non deve aver trovato gran che di meglio per impiegare in modo costruttivo il proprio tempo; interrogato in proposito, Google asserisce che il massimo che gli è riuscito di fare è farsi pubblicare qualche disquisizione di strategia da caffè sul sito di Magdi Apostata Pluricondannato Per Diffamazione Allam, e di bazzicare un'oziosa conventicola di ben vestiti che si presenta come "Partito antiislamizzazione".
Inutile spiegare per l'ennesima volta a gente che non distingue un AK47 da un piatto di maccheroni come raggiungere un qualsiasi teatro di guerra per contribuire fattivamente alla causa; quelle sono cose da persone serie, animate da coerenza, spirito di iniziativa, poco inclini all'eleganza formale e soprattutto non in sovrappeso.
Ecco, a ben vedere di spirito di iniziativa il signor Matta ne ha da vendere.
Ci ha scritto nuovamente, e parimenti non richiesto, per comunicarci proprio un grande successo dovuto interamente alla sua azione.

Return-Path:
Delivered-To: iononstoconoriana.com-info@iononstoconoriana.com
Received: (qmail 15891 invoked by uid 89); 11 May 2018 12:42:43 -0000
Received: from unknown (HELO mxcmd02.ad.aruba.it) (62.149.157.36)
  by mxavas4.ad.aruba.it with SMTP; 11 May 2018 12:42:43 -0000
Received: from libero.it ([213.209.12.34])
    by mxcmd02.ad.aruba.it with bizsmtp
    id l0gj1x00u0k4krZ010ikBR; Fri, 11 May 2018 14:42:44 +0200
Received: from oxapps-08-043.iol.local ([10.101.8.53])
    by smtp-34.iol.local with SMTP
    id H7NkfTCBbLed9H7NkfO96O; Fri, 11 May 2018 14:42:44 +0200
x-libjamoibt: 1601
DKIM-Signature: v=1; a=rsa-sha256; c=relaxed/relaxed; d=libero.it; s=s2014;
    t=1526042564; bh=MDDCSm8l7BXz3gpSHS+/9szUif2Gwi5k454h792xKF4=;
    h=Date:From:To:Subject;
    b=ZyATBnxV7YGUJcWSQdD7+WBc8f43tQ6mCSyvB4Vr8PK/yHR6sq9gmU44qhaoNwamh
     PdxLJesZpSI3NBzGg0c3o0SR7wQ3YuFPU4E/NrhFi6HKKuNeUoaNF/L0h/kJXK+suX
     T4kKV8s4BCx4JSiFiGnNMWW8ar4kr+PwT5I1u6f1XMU1dO3JIM5FWy6znCE4LUO6iy
     IrKZGp/GlOJJMh67lJQcaRBvJnfPu6jWGyyhj2gKvFFwXiyHZXgIFb2Kf+vYvLbCqJ
     5UeDc+PSr6D4Ysma3DQhBs/4ylx4pQmlokToq5jZOu6OqW8BoCFs3+ayNGpWJ4c2Vj
     qGLrpsVtzSGEw==
X-CNFS-Analysis: v=2.2 cv=ZoedE5zG c=1 sm=1 tr=0
 a=SDZWDFUW1t/iLR05KVfyoQ==:117 a=UI8RXyCsepsA:10 a=IkcTkHD0fZMA:10
 a=Yqyo_OqTCaDMmzmIfkgA:9 a=m73AXzPDm6xVpVa3:21 a=_W_S_7VecoQA:10
 a=QEXdDO2ut3YA:10
Date: Fri, 11 May 2018 14:42:44 +0200 (CEST)
From: giancarlo.matta@libero.it
To: info@iononstoconoriana.com
Message-ID: <1241670648 .530370.1526042564154="" mail.libero.it="">
Subject: SEGNALAZIONE
MIME-Version: 1.0
Content-Type: text/html; charset=UTF-8
Content-Transfer-Encoding: quoted-printable
Disposition-Notification-To: giancarlo.matta@libero.it
X-Priority: 1
Importance: High
X-Mailer: Open-Xchange Mailer v7.8.3-Rev48
X-Originating-IP: 151.32.175.59
X-Originating-Client: open-xchange-appsuite
x-libjamsun: QT9qKEmi0fvIG0IW28MxIBeEZkYtiGz1Qmg36EYy3O4=
x-libjamv: q1liM36FwUQ=
X-CMAE-Envelope: MS4wfEyNnuRzI/YQI3Fo17B83EbmEVfwE3lkdco8IyHaC0lVlB+JdYfochnNCNVejHomCNPILSZX1h2b7OCbiu48wPTeNefQl5zXsus3tvnpb58G2Pr1ZATq
 vvbAVVDy4JYSSX0jlMRBnoURhIPSfuelpdO/35lFDfC0KkG1pFxxKvX8YDqB+JL0deu8CHzhH/J3lg==
X-Spam-Rating: mxavas4.ad.aruba.it 1.6.2 0/1000/N



     class=3D"f">7 mar 2009 -Il signor Giancarlo Matta 

7 mar 2009 -Il signor Giancarlo Matta ha avuto l'idea di inviarci quanto segue, .... persino agevolare, mutilazioni rituali religiose
(Milà fuorilegge!)


O COMPAGNO !!
milà fuori legge! = CI PUOI SCOMMETTERE ! ) PER QUEL CHE POTRA' ESSERE COMPRESO DA QUELLE PARTI, SEGNALO CHE LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI TORINO, A SEGUITO DI MIA CIRCOSTANZIATA DENUNCIA, HA BLOCCATO LA CRIMINALE INIZIATIVA DELLA "REGIONE PIEMONTE" - SETTORE SANITA' PUBBLICA - CHE FINANZIAVA, OVVIAMENTE COL PUBBLICO DANARO, LE MUTILAZIONI RITUALI SUI BAMBINI MUSULMANI SANI. FILA A VERIFICARE. BUON VIAGGIO... .     GIANCARLO MATTA 


Dunque: par di capire, al di là di maiuscoli e coloretti, che un ente regionale dello stato che occupa la penisola italiana dovrebbe aver promosso la pratica della circoncisione in condizioni mediche di sicurezza.
Consultando le gazzette si scopre che la notizia è vera e che l'iniziativa ha validissime giustificazioni.
Il signor Giancarlo Matta afferma di aver ingorgato un ente pubblico già al collasso con un proprio piagnisteo, che avrebbe da solo causato l'interruzione dell'iniziativa.
Al momento in cui scriviamo esiste conferma soltanto di una cosa, e soltanto su un sito di "informazione" specializzato in crimini degli immigrati: un impiegato dall'aria annoiata ha raccolto come suo dovere le preoccupatissime asserzioni del signor Matta, e questo ha portato all'ennesima "apertura di un fascicolo", che con l'informatizzazione del sistema giudiziario non raccoglierà neppure polvere.
Efficacia sui provvedimenti in essere, nessuna.
Il che non è un male, dal momento che il signor Matta -che ovviamente non sa neppure di cosa stia parlando- si starebbe vantando di aver esposto delle persone serie a una condizione di ingiustificato rischio.

martedì 8 maggio 2018

Alastair Crooke - La Cina, il più grande attore nella storia del mondo.




Traduzione da Strategic Culture, 1 maggio 2018.

Per quanto riguarda la Cina, John Mauldin racconta un aneddoto assai in tema.
Verso gli anni Novanta del secolo scorso Robert Rubin, Segretario del Tesoro sotto la presidenza Clinton, stava negoziando i termini per l'ammissione della Cina al WTO. Le mie fonti dicono che in sostanza chiedeva molte delle cose, identiche, che Trump vuole adesso... Solo che nel 1998, nel bel mezzo dello scandalo Lewinski, Clinton pretese una vittoria. Proprio come l'attuale presidente. E Rubin non riuscì a conseguirne una, irremovibile com'era sulle sue posizioni sull'accesso al mercato, le garanzie sulla proprietà intellettuale eccetera. Clinton tolse i negoziati a Rubin e li affidò al Segretario di Stato Madeleine Albright, con la precisa consegna di arrivare a conclusione.
La Albright non era un'esperta di traffici commerciali e non afferrò le implicazioni. I cinesi capirono il suo muoversi con impaccio e tennero duro. Per farla breve, stando alle mie fonti la Albright cedette. Clinton ebbe la sua vittoria e noi ci trovammo impelagati in un accordo commerciale schifoso. Ha ragione Trump a dire che siamo legati mani e piedi a un cattivo accordo, anche se mi chiedo se egli riesca ad avere una piena comprensione della cosa. Magari qualcuno gli ha anche parlato del rovescio della medaglia, ma questo non è mai emerso da nessuno dei suoi discorsi. E il rovescio della medaglia era che l'accesso al WTO, finalmente ottenuto nel 2001, ha permesso alla Cina di cominciare a far legalmente propri i mercati, e di accedere alla proprietà intellettuale statunitense senza pagare alcun prezzo...
Adesso fa differenza? Probabilmente no... Ma la questione interessa la rivalità di cui parlavamo prima. Cina e USA possono rimanere insieme in un'organizzazione come il WTO? Trump sembra dubitarne ed ha minacciato di uscirne. Potremo trovarci un giorno a guardare a questo periodo in cui un solo organismo sovrintendeva al commercio internazionale come ad una aberrazione, come a un bel sogno mai diventato realtà. Se è così, prepariamoci a grandi cambiamenti.
Questo va al cuore di una delle questioni geopolitiche più importanti che Europa e AmeriKKKa devono affrontare. Mauldin ci fornisce poi un parere su cui esiste ampio consenso, che "nonostante i toni retorici, non credo che [Trump] sia ideologicamente contrario al commercio internazionale. Penso voglia che gli USA 'siano vincenti' e che sul significato di questa espressione sia molto accomodante". Insomma, è piuttosto probabile che Trump finisca per fare come Clinton, ma l'AmeriKKKa ha una qualche alternativa realistica rispetto all'assecondare una Cina in ascesa? Dai tempi di Clinton il mondo è cambiato, e questa non è più solo una questione di accapigliarsi sulle condizioni commerciali.
Xi Jinping si trova all'apice del sistema politico cinese. La sua influenza adesso ne permea ogni livello; è il leader più potente dai tempi del Presidente Mao. Kevin Rudd, ex Primo Ministro australiano da lungo tempo esperto di questioni cinesi, scrive che "non è roba per deboli di cuore.... Xi è cresciuto facendo politica ai massimi livelli. Grazie a suo padre Xi Zhongxun... ha conseguito un vero e proprio dottorato non solo su come sopravvivere ad essa, ma anche su come avervi la meglio. Ecco perché i è rivelato essere il politico più formidabile della sua epoca. Xi Jinping è riuscito a svuotare, accerchiare, mettere fuori gioco e infine a rimuovere tutti i propri avversari politici. L'espressione cortese per definire quanto ha fatto è consolidamento del potere. E ci è senz'altro riuscito."
E qui arriviamo al punto. Il mondo che Xi ha in mente è del tutto incompatibile con le priorità di Washington. Xi non è solo più potente di tutti i suoi predecessori Mao escluso, ma ne è consapevole e intende lasciare il proprio segno nella storia del mondo. Un segno di portata pari, se non superiore, a quello lasciato da Mao.
Prima della sua scomparsa nel 2015 Lee Kuan Yew era il più importante sinologo del mondo, e sapeva tracciare con precisione il risultato della sorprendente parabola cinese degli ultimi quarant'anni: "La Cina ha un tale peso nell'equilibrio mondiale che il mondo deve trovare un equilibrio nuovo. Non è possibile far finta che si tratti di un altro grande attore. Questo è il più grande attore nella storia del mondo.
Nel 2021 ricorre il centesimo anniversario dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, e Xi è chiaramente intenzionato a far sì che in quell'anno la Cina illustri i risultati conseguiti rispetto agli obiettivi del primo centenario. Per il 2021 la Cina si attende di essere la più potente economia mondiale (e lo è già, su una base di parità di potere di acquisto) e una potenza emergente di classe mondiale sia dal punto di vista politico che da quello militare. Secondo Richard Haas, Presidente dello US Council for Foreign Relations, "L'ambizione di lungo periodo [della Cina] è quella di smantellare il sistema di alleanze statunitense in Asia e di sostituirlo con un più condiscendente (dal punto di vista di Pechino) ordine di sicurezza regionale, in cui spettino ad essa un posto d'onore e magari una sfera d'influenza commisurata alla propria importanza." Se non altro, Haas almeno questo lo ha capito.
Per raggiungere gli obiettivi del primo dei due centenari (il secondo è nel 2049) la Cina può perseguire un percorso economico, uno economico-politico e uno politico-militare.
Made in China 2025 è il nome di una politica industriale di vasta portata, destinataria di massicci finanziamenti statali per ricerca e sviluppo (decentotrentadue miliardi di dollari nel 2016) e che comprende esplicitamente l'integrazione di componenti a doppia destinazione nel complesso dell'innovazione militare. Oltre all'incremento della produttività il suo principale obiettivo è quello di fare della Cina la prima potenza tecnologica del mondo e di renderla per il 70% autosufficiente nei campi dei materiali e dei componenti strategici. Sul piano teorico è cosa nota, ma forse la marcia verso l'autosufficienza intrapresa sia dalla Cina che dalla Russa indica qualcosa di più drastico. Entrambi i paesi si stanno allontanando dal modello liberale classico alla volta di un modello economico basato sull'autonomia, e su un'economia a guida statale come quella caldeggiata da economisti come Friedrich List, secondo un modello messo poi in secondo piano dal prevalere del pensiero di Adam Smith.
La seconda politica di punta è la famosa iniziativa della "Nuova Via della Seta", destinata a collegare la Cina all'Europa. In Occidente, spesso, l'elemento economico viene derubricato a "mera infrastruttura", sia pure su grande scala. La sua concezione invece rappresenta uno schiaffo all'iperfinanziarizzato modello economico occidentale. In una famosa nota critica sul pesante affidarsi della Cina ad una crescita basata sul debito, in stile occidentale, un autore rimasto anonimo (che si pensa essere lo stesso Xi o un suo stretto collaboratore) ribadiva con sarcasmo il concetto secondo cui certi grandi alberi potrebbero essere cresciuti sulle nuvole. Come dire che gli alberi hanno bisogno di radici, e di crescere al suolo. Invece della "attività" virtuale e finanziarizzata dell'Occidente, una vera attività economica nasce dall'economia reale, con le radici affondate nel suolo. La "Nuova Via della Seta" è proprio questo: un grande catalizzatore per l'economia reale.
Il suo risvolto politico è ovviamente evidente: essa creerà un immenso blocco commerciale e di influenza ed essendo basato sul continente sposterà il potere strategico fuori dalle rotte marittime appannaggio dell'Occidente, alla volta di vie terrestri su cui il potere militare convenzionale dell'Occidente è limitato. Allo stesso modo esso sposterà potere finanziario dal sistema basato sul dollaro allo yuan e ad altre valute.
L'altro aspetto, che ha suscitato assai meno clamore, è il modo in cui Xi è riuscito a far coincidere i propri obiettivi con quelli della Russia. Il Cremlino si è dapprima mostrato cauto sul progetto della "Nuova Via della Seta" quando Xi lo lanciò nel 2013, ma si è poi appassionato all'idea dopo l'attacco occidentale contro i suoi interessi in Ucraina e col prospettarsi del progetto statunitense e saudita per abbattere il prezzo del greggio. I sauditi volevano fare pressione sulla Russia perché abbandonasse Assad, gli USA per indebolire Putin indebolendo il rublo e le finanze governative.
Nel 2015, insomma, il Presidente Putin aveva garantito che l'Unione Economica Euroasiatica della Russia e la cinese Fascia Economica della Via della Seta sarebbero state unite, e due anni dopo è stato l'ospite d'onore al convegno intitolato "One belt, one road" tenutosi a Pechino.
Ad essere intressante è il modo in cui la Russia ha integrato la visione di Xi nella sua visione di una "Più grande Eurasia" intesa come una sostanziale antitesi a un ordine mondiale finanziarizzato e a guida ameriKKKana. Il Cremlino è ben consapevole che nel campo del commercio e in quello finanziario la posizione della Russia in Eurasia è molto più debole di quella della Cina. L'economia cinese d'altronde ha un volume che è dalle otto alle dieci volte quello dell'economia russa.
I punti di forza della Russia sono per tradizione nel campo politico-militare e in quello diplomatico. Lasciando alla Cina le iniziative economiche, Mosca aspira a diventare il principale artefice di un'architettura euroasiatica nei campi della politica e della sicurezza, di una concertazione fra le principali potenze e i principali produttori di energia del continente asiatico.
In questo senso il Presidente Putin ha trovato nella sua politica denominata "una sola mappa e tre regioni" una simmetria e una complementarità russe alla politica basata sullo sviluppo di vie commerciali intrapresa da Xi. Si può considerarlo, volendo, un controbilanciamento asimmetrico alla mera forza economica di Xi. Bruno Maçães ha scritto:
Nell'ottobre 2017, l'amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin ha preso l'inusuale iniziativa di presentare un resoconto geopolitico sul tema degli "ideali dell'integrazione euroasiatica" durante un'assemblea tenutasi a Verona. Una delle mappe proiettate durante la presentazione mostrava il supercontinente, quello che nei circoli russi viene chiamato "più grande Eurasia" diviso in tre regioni principali. Secondo Sechin la divisione fondamentale non è quella tra Europa e Asia, ma quella tra regioni che consumano energia e regioni che producono energia. Le prime si trovano agli estremi occidentali ed orientali del supercontinente: l'Europa con la Turchia e l'Asia del Pacifico, con l'India.
In mezzo, si trovano tre regioni produttrici di energia: la Russia con l'artico, il Caspio e il Medio Oriente. E' interessante notare che la mappa non presenta queste tre regioni come divise, ma le delimita tutte e tre con una linea. Sono contigue e formano un unico blocco, almeno dal punto di vista strettamente geografico.
Questa mappa, afferma Maçães, "illustra un tratto importante della nuova concezione che la Russia ha di sé. Dal punto di vista della geopolitica dell'energia, l'Europa e i paesi dell'Asia del Pacifico sono perfettamente equivalenti e costituiscono fonti alternative di richieste energetiche... Se si considerano le tre aree delimitate [dalla mappa], si nota che due di esse sono già capeggiate e organizzate da un attore di primo piano: la Germania nel caso dell'Europa e la Cina per l'Asia del Pacifico".
Il rinnovato interesse della Russia per il Medio Oriente e il suo intervento vanno interpretati in questa prospettiva. Consolidando la propria preminenza in tutte e tre le regioni produttrici di energia, la Russia può plasmare su un piano di parità con la Cina il nuovo sistema euroasiatico. Gli interessi russi vertono adesso soprattutto sull'allineare su politiche comuni la regione centrale produttrice di energia più che sul tentare di tenere in vita vecchi desideri sul far parte dell'Europa.
Questa politica comune è anche obiettivo di Xi. Laddove un tempo la Rivoluzione Culturale di Mao ha cercato di spazzar via l'ancestrale passato cinese per sostituirlo con il "nuovo uomo socialista" del comunismo, Xi ha presentato sempre più il partito come l'erede e il successore a un impero cinese con cinquemila anni di storia, conculcato solo da un Occidente saccheggiatore. Così scrive Graham Allison, autore di Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? Il Partito ha ricordato le umiliazioni sofferte per mano del Giappone e dell'Occidente "per creare un senso di coesione che era venuta meno, e per definire un'identità cinese in sostanziale contrapposizione con la modernità ameriKKKana".
In ultimo, Xi si è impegnato a fare di nuovo della Cina un paese forte. Egli crede che un esercito "in grado di combattere e di vincere guerre" sia essenziale per realizzare ogni altro costituente del "ringiovanimento" del suo paese. L'AmeriKKKa è militarmente più "strutturata" della Cina, ma Mosca dispone di armi tecnologicamente migliori, e sotto questo aspetto anche la Cina sta facendo rapidi passi avanti nei confronti dell'Occidente. La diretta collaborazione strategica e militare fra Cina e Russia (la Cina si è messa dietro la Russia anche dal punto di vista militare oltre che da quello politico) è stata evidente nella recente guerriglia dell'informazione sull'affare Skripal e sugli armamenti chimici in Siria scatenata da USA e Regno Unito contro la Russia. Questa cooperazione è un deterrente contro azioni militari statunitensi nei confronti di entrambi i paesi.
Nel confronto con Pechino, a Washington esistono varie voci che stanno cercando di definire il modo con cui l'AmeriKKKA dovrebbe rapportarsi con la Cina. La voce di Trump è stata la più rumorosa, ma esistono anche ideologi che invocano un sostanziale azzeramento degli accordi commerciali e di quelli sulla proprietà intellettuale. I militari statunitensi affermano con chiarezza che gli USA devono restare la potenza egemone nella regione dell'Asia del Pacifico, e che la Cina non può essere messa in condizioni di estrometterne gli USA. Insomma, a Washington vige una rara comunanza di intenti fra i vari personaggi da think tank e fra appartenenti ai due principali partiti politici, limitatamente a un punto preciso: la Cina rappresenta la minaccia numero uno a un ordine mondiale basato su regole dettate dagli ameriKKKani... ed è necessario ridimensionarla.
Ora, in quale dei vari campi che abbiamo su elencato gli USA pensano di poter in qualche modo far retrocedere la Cina e più in concreto ridimensionarla, senza arrivare alla guerra?
Realisticamente, Xi può concedere a Trump una quantità sufficiente di concessioni di minore portata (per esempio su questioni inerenti il possesso e la proprietà intellettuale) da fargli cantare vittoria, facendone una specie di altro Clinton, e comprarsi così qualche anno di tranquilla pace economica intanto che gli USA continuano ad ammassare deficit commerciale e deficit di bilancio. Ma alla fine, l'AmeriKKKa dovrà decidere di venire a patti con la realtà. O di rischiare altrimenti la recessione nel migliore dei casi, e la guerra nel peggiore.
La situazione si farà tesa sia sul piano economico che su quello geopolitico, soprattutto perché quanti affermano di conoscere Xi sembrano sicuri del fatto che oltre a voler fare nuovamente della Cina il "più grande attore nella storia del mondo", Xi aspira anche ad essere colui che finalmente torna a fare della Cina un solo paese, riunendo alla madrepatria non solo lo Xinjiang e il Tibet, ma anche Hong Kong e Taiwan. Dal punto di vista culturale, l'AmeriKKKa può reggere al pensiero della "democratica" Taiwan che diventa militarmente unita alla Cina? Potrebbe scambiarlo con una soluzione per la Corea del Nord? Non sembra probabile.

sabato 28 aprile 2018

Alastair Crooke - L'Occidente davanti al trauma della propria dissoluzione



Traduzione da Strategic Culture, 23 aprile 2018.

Una ingarbugliata rete di menzogne. Il Pentagono dichiara che la missione si è svolta in modo perfetto, tutti e centocinque i missili hanno raggiunto il bersaglio; "missione compiuta", annuncia il comandante in capo. I depositi di sostanze chimiche e i centri di ricerca sono stati distrutti: eppure nell'atmosfera della Siria non si diffusa alcuna sostanza a ridosso di tanto distruttivo intervento. La Gran Bretagna continua a ripetere di essere stata oggetto di un attacco per mezzo di un mortale gas nervino ad opera della Russia, ma sembra che le due vittime stiano riprendendosi bene da quello che normalmente è una cosa che non lascia scampo. Su queste versioni dei fatti si stanno aprendo delle crepe e e ci saranno delle ripercussioni politiche. Ma di che genere, e dove?
I rispettivi governi sono costretti a mentire spudoratamente per tenere in piedi le due narrative sugli armamenti chimici e per mascherare le dispute che nascono da disaccordi sul piano interno. È chiaro che Trump non è stato ben informato dal proprio staff. Davvero ha creduto che fosse tutto vero al di là di ogni dubbio? Era al corrente delle possibili distorsioni a carico delle due vicende prima di dare il via ad un'azione probabilmente al di fuori della legge, senza curarsi dei fatti concreti? Come è possibile che sia rimasto sorpreso ad apprendere che gli Stati Uniti avevano espulso sessanta diplomatici russi quando pensava che si sarebbe trattato soltanto del corrispettivo di quanto già fatto in Europa, vale a dire un qualcosa che avrebbe coinvolto quattro o cinque persone? Come mai Nikki Haley annuncia nuove sanzioni contro la Russia e Trump rampogna la sua stessa televisione dandole torto?
Stando a quel che si dice, pare che Trump abbia saputo dal generale Kelly che in televisione cominciavano a passare agghiaccianti immagini di bambini morti con la bava alla bocca. Col carattere che si ritrova, è possibile che Trump abbia reagito istintivamente e con rabbia viscerale. Sembra che la sua prima intenzione fosse quella di agire di forza contro il governo siriano.
Solo che un mese prima i russi (il generale Gerasimov) avevano già avvertito il Pentagono (il generale Dunford) di aver saputo dai propri servizi che una messa in scena sulle armi chimiche era in preparazione a Gouta est. Perché gli jihadisti l'hanno organizzata? Perché stavano preparando un attacco massiccio contro Damasco con i circa trentamila combattenti ammassati a Gouta, rinforzati da altri quattromila che si stavano concentrando a sud. I russi avevano avvertito Damasco del pericolo. L'esercito siriano era pesantemente impegnato nella provincia di Idlib; ha dovuto rapidamente cambiare assetto e mettere in atto una fulminea invasione di Gouta. La velocità dell'operazione ha colto gli insorti di sorpresa e li ha rapidamente sopraffatti. Il pretesto dell'attacco chimico è stato un plateale tentativo di ottenere dall'esterno aiuti per gli insorti di Gouta e per tenere in piedi la vacillante prospettiva di un attacco contro Damasco che avrebbe imposto un cambiamento di paradigma sul campo. Cosa in cui a quanto sembra riponevano fiducia sia gli insorti che certi Stati esteri che li sostengono.
La conseguenza è stata una guerra intestina nell'amministrazione statunitense: il colonnello Pat Lang, ex funzionario dei servizi della difesa esperto e autorevole, ha scritto:
Mi dicono che la cricca neoconservatrice ha perorato con tutta l'insistenza possibile un massiccio attacco aereo e missilistico allo scopo di distruggere la capacità del governo siriano di combattere contro i ribelli jihadisti. John Bolton, il generale (in pensione) Jack Keane e molti altri neoconservatori hanno convintamente sostenuto questa campagna considerandola un modo per rovesciare l'esito della guerra civile. James Mattis è riuscito ad ottenere dal Presidente Donald Trump l'approvazione per un attacco molto più limitato e in gran parte simbolico, ma il presidente era chiaramente propenso ad assecondare la parte neoconservatrice. Cosa succederà la prossima volta?
A questo punto però si deve tenere conto della discrepanza tra le prime affermazioni del Pentagono sugli otto bersagli scelti per l'attacco, i centocinque missili lanciati e la conseguente asserzione di "missione compiuta" da parte di Trump. Tutte cose in totale contrasto con la versione dei fatti fornita dai russi, che è completamente differente. Secondo i russi gli USA hanno effettivamente scelto otto bersagli e hanno lanciato i missili. Solo che soltanto quattro bersagli sono stati colpiti. 
- Quattro missili erano diretti contro l'aeroporto internazionale di Damasco, dodici contro quello di Al-Dumayr. Tutti i missili sono stati abbattuti.
- Diciotto missili erano diretti contro l'aeroporto di Blai. Tutti i missili sono stati abbattuti.
- Dodici missili erano diretti contro la base aerea di Shayrat. Tutti i missili sono stati abbattuti. Nessuna base aerea è rimasta coinvolta dall'attacco.
- Cinque dei nove missili diretti contro la base in disuso di Mazzeh sono stati abbattuti.
- Tredici dei sedici missili diretti contro l'aeroporto di Homs sono stati abbattuti. Ci sono stati danni di scarsa rilevanza.
- Trenta missili complessivamente erano diretti contro i centri di ricerca vicino a Barzah e a Jaramana. Ne sono stati abbattuti sette.
Cosa è successo, e perché l'Occidente ha reagito con incredulità al fatto che l'operazione fosse andata meno che "alla perfezione"? Lo rivelano le statistiche russe. I missili Pantsir S hanno colpito 23 bersagli su 25. I Buk M2 24 su 29, i vecchi S200 sovietici invece non hanno colpito alcun bersaglio sugli otto presi di mira.
I Pantsir e i Buk M2 sono una novità in Siria; gli altri sistemi sono vecchi apparati sovietici. I Pantsir e i Buk funzionano, tutto qui. Il Pentagono, per coprire la discrepanza sui missili abbattuti afferma di aver lanciato non meno di settantasei missili da crociera contro il centro di ricerca di Barzeh, un obiettivo indifeso e non fortificato, un piccolo complesso di edifici a due piani recentemente dichiarato privo di armamenti chimici e non coinvolto in ricerche in materia da parte dell'OPCW, l'Organizzazione per la Proibizione degli Armamenti Chimici. In altre parole, il Pentagono afferma di aver lanciato un numero di missili sufficiente a radere al suolo una città (trentaquattro tonnellate di testate esplosive) contro un normale stabile a due piani. La cosa non sta in piedi, anche a detta di un esperto. 
Non è certo la prima volta che si fa torto ai fatti per adattarli alla versione che se ne vuole dare. L'ex capo della marina britannica lord West ricorda: "Quando ero a capo dei servizi della difesa [britannici] subivo forti pressioni politiche perché affermassi che la nostra campagna di bombardamenti in Bosnia stava raggiungendo questo o quel risultato, cosa che non corrispondeva al vero. Soffrivo pressioni molto forti, quindi so cosa può succedere quando ci sono di mezzo i servizi."
Di nuovo, perché questo inganno? Forse che i suoi assistenti hanno detto a Trump che non si trattava proprio di una missione compiuta "alla perfezione"? Forse no. Forse che gli assistenti di Trump, gli assistenti della signora May, gli assistenti di Macron hanno riferito loro che la causa della morte dei bambini a Douma era probabilmente un'asfissia non dovuta a sostanze chimiche? Questi signori sono stati avvertiti del fatto che rischiavano di ripetere l'errore dell'Iraq (quello di fidarsi di informazioni errate), stavolta peggiorato dalla completa mancanza di qualunque accertamento, di qualunque prova concreta, di qualunque risoluzione dell'ONU?
Non è detto che l'esplosione sia immediata, ma la miccia per lo scandalo che ne può conseguire è stata accesa. E lo scoppio potrebbe portarsi via qualche politico. Magari la signora May per prima.
Come spiegare tutto questo? Il colonnello Pat Lang pensa che, come nel caso dell'Iraq, i neoconservatori dettino fermamente la linea politica "e [così come] hanno portato gli Stati Uniti a invadere l'Iraq e a distruggere la macchina statale irachena [stanno facendo lo stesso con la Siria]. Lo hanno fatto manipolando la rappresentazione sociale che gli ameriKKKani avevano dell'Iraq e della ipotizzata minaccia rapprsentata dalle armi di distruzione di massa irachene. Non tutti coloro che hanno preso parte a questo processo erano dichiaratamente neoconservatori, ma nell'amministrazione Bush ce n'erano quanti bastavano per imporre la loro linea:
Questa gente, allora e oggi, crede fermamente al Destino Manifesto degli Stati Uniti, intesi come la migliore speranza dell'umanità per un futuro utopistico e come paese responsabile per la guida del genere umano verso questo futuro. I neoconservatori credono che in ogni iracheno, in ogni filippino, in ogni siriano ci sia un ameriKKKano che altro non attende che di essere liberato dai gravami della tradizione, della cultura locale e della generale arretratezza. Per gente che la pensa in questo modo, il fatto che i vecchi sistemi continuino a sopravvivere si deve alla natura oppressiva e sfruttatrice di governanti che bloccano il necessario "progresso". Per neoconservatori e imperialisti la soluzione è semplice. I governanti locali vanno rovesciati, perché sono il principale ostacolo all'emulazione popolare dell'Occidente, con particolare riguardo alla cultura e alla forma politica ameriKKKane.
La geopolitica di oggi, per com'è presentata nei recenti documenti di strategia difensiva ameriKKKani, altro non è che il riaffermarsi della rivalità e della competizione fra grandi potenze. L'AmeriKKKa intesa come responsabile di un ordine globale omogeneo e fondato sulla sua predominanza, con una Cina e una Russia intese come "potenze revisioniste" che di quell'ordine minacciano il tranquillo dispiegarsi. Di sicuro, almeno finché le cose continuano su questa linea, c'è il fatto che esiste un asse tra Cina, Russia e Iran, tre paesi che si coordinano per riaffermare nella sfera mondiale il principio della diversità culturale, della diversità politica e dell'eterodossia. Ma il fatto che esista competizione fra grandi potenze è sufficiente a spiegare la crisi in cui ci troviamo oggi?
La crisi sulla Siria ha molto poco a che fare con gli armamenti chimici; quello serve solo ad appagare la passione europea e ameriKKKana per l'atteggiarsi a modelli di virtù. A tutta la storia Trump può credere o non credere; non è una questione molto rilevante, da nessun punto di vista. Questo gridare all'arma chimica non è che l'ultimo episodio di una serie di casi dello stesso genere, che arriva fino alla menzogna del Kuwait sui "bambini gettati fuori dalle loro incubatrici dai soldati iracheni" e che ha sempre avuto un solo scopo: fornire il pretesto per un pieno intervento militare di un qualche genere. Nel discorso di Pat Lang, è il rovesciamento dei governanti locali intesi come il principale ostacolo all'emulazione popolare dell'Occidente, con particolare riguardo alla cultura e alla forma politica ameriKKKane.
Nel suo Black Mass il professor John Gray nota che "il mondo in cui ci troviamo... è disseminato dei rottami di progetti utopistici che, sebbene fossero inquadrati in una forma laica che negava le verità della religione, erano di fatto veicoli di un mito religioso". I rivoluzionari giacobini scatenarono il Terrore, inquadrato nell'umanesimo dei Lumi di Rousseau, come violento contraccambio alla repressione voluta dalle élite. La sua violenza era giustificata dalla violenza della repressione elitaria. I bolscevichi trotzkisti uccisero milioni di persone in nome della nuova umanità che doveva nascere dall'empirismo scientifico. I nazisti fecero qualcosa di simile, in nome del conseguimento di un "razzismo scientifico" di stampo darwiniano.
Tutti questi progetti utopistici, sostiene Gray, rappresentano la visione di credenze apocalittiche in una "fine dei tempi" in cui i mali del mondo verranno meno in un massacro dei corrotti destinato a scuotere il pianeta, al quale scamperanno solo gli eletti. Secondo Gray i giacobini e i trotzkisti potevano anche detestare la religione propriamente detta, ma la loro convinzione che potesse verificarsi una frattura improvvisa nella storia, dopo la quale le storture del consesso umano sarebbero state abolite per sempre grazie alla volontà umana e alla tecnologia più che grazie ad un atto divino, rappresenta sostanzialmente la traduzione in termini laici della tradizione apocalittica ebraica che ha Gesù come protagonista. Si crede che il mondo sia destinato a una imminente distruzione, in modo che possa entrare in essere un altro mondo, nuovo e perfetto.
Cosa c'entra tutto questo con la Siria? C'entra, e molto. Intanto il parallelo fra l'intento giacobino di scatenare il terrore contro il "sistema della repressione statale" della Francia di allora e quanto viene ventilato a proposito dell Siria, contro il "tiranno Assad", è abbastanza chiaro.
Inoltre, la metanarrativa dell'Occidente contemporaneo secondo cui il mondo starebbe convergendo verso un solo sistema di governo e un solo sistema economico -democrazia universale e "prosperità per tutti" data dal mercato libero- che rappresenterebbero "la fine della storia", secondo Gray non è altro che la più recente versione della tradizione apocalittica ebraica così come si è radicata nel cristianesimo, considerata anche l'influenza del successivo manicheismo. Detto altrimenti, i progetti per rovesciare militarmente un governo dei nostri giorni altro non sono che una versione mutante della violenza in origine giustificata dall'apocalittica visione dei "tempi ultimi", che oggi trova invece giustificazione nell'utopistico concetto di una "fine della storia" che coincide con il progetto universale ameriKKKano in cui l'umanità intera converge su una serie di valori integrati in un ordine mondiale a guida ameriKKKana.
Quale dunque la natura della crisi in esame? Così come non è giunta la fine del mondo e non è arrivata la redenzione per i primi cristiani, così non è giunta la fine della storia e non è arrivata l'utopia che le élite ameriKKKane attendevano. E adesso tocca a loro gestire la crisi della nostra disillusione. Nel corso della storia il mancato conseguimento dei fini provvidenziali era atribuita alla resistenza opposta dalle forze del male di cui Satana è la personificazione. Un esempio di moderna personificazione di Satana è rappresentato da Putin: si veda questo materiale, ampiamente distribuito nelle scuole britanniche.
Come spiegare altrimenti perché lord West, in questa intervista alla BBC esponga argomentazioni coerenti sul perché il Presidente Assad potrebbe non essere responsabile di alcun attacco chimico a Douma, ma al tempo stesso si senta obbligato a demonizzare la sua figura e la Russia: il Presidente Assad? Un "furbacchione sgradevole, ripugnante, orrendo". I russi? "Dicono bugie per ordinaria amministrazione". West non lo ha detto esplicitamente, ma tutto questo implica che i russi mentono e ingannano per natura, e che Assad, sempre per natura, è un individuo ripugnante.
Assad e la Russia, per gli utopisti laici di oggi, sono come il Satana destinato a fare una fine sanguinosa al momento dell'apocalittica fine di tutti i secoli.
Ismail Shamir ha riferito del -comprensibile- sconcerto dei russi a fronte dell'incessante ostilità dell'Occidente verso la Russia:
Adesso, con la marina USA schierata con il sostegno di Inghilterra e Francia, il conto alla rovescia che prelude allo scontro è a quanto pare cominciato. I russi si stanno mestamente preparando alla battaglia, che sia circoscritta o che sia mondiale, e ne aspettano l'inizio da un momento all'altro.
Il percorso che ha portato a questo mezzogiorno di fuoco ha avuto come tappe l'affare Scripal, l'espulsione dei diplomatici e la battaglia dei siriani per la conquista di Ghouta est, intanto che gli intrallazzi dello stato sionista ci mettevano del loro.
L'espulsione dei diplomatici ha lasciato i russi esterrefatti. Per giorni e giorni hanno cercato di capacitarsi della cosa e di cercarne una spiegazione: cosa mai vogliono da noi? Fin dove si arriverà? Sono successe troppe cose che, prese ad una ad una, non hanno molto senso. Perché il governo USA espelle sessanta diplomatici russi? Vogliono troncare le relazioni diplomatiche? Si tratta di un primo passo verso la cacciata della Russia dal Consiglio di Sicurezza o verso la cancellazione del suo diritto di veto in quella sede? O significa che gli USA hanno deciso di smettere di ricorrere alla diplomazia?
Per il momento, "è la guerra" non è per i russi tra le risposte a tutte queste domande.
Speriamo e preghiamo di sopravvivere alla catastrofe che si prepara.
Venerdì tredici aprile non ha portato alla catastrofe, ma se fosse stato per il generale Mattis sarebbe finita facilmente in quel modo. Oggi come oggi le cose vanno così: un aggregato casuale di persone e di circostanze può spingere gli eventi da una parte o dall'altra. Non è nulla di razionale, è una cosa che ha a che fare con la multiforme natura degli esseri umani e delle loro emozioni.
L'attacco alla Siria non è stato un incidente di percorso su cui si può far finta di nulla, tirare un sospiro e andare avanti come prima. Il trauma causato dal pensiero occidentale dell'utopismo laico (i Lumi europei) ormai in via di dissoluzione non è una cosa su cui si possa passare sopra facilmente. Esiste un'alterità, le altre culture si stanno coalizzando e ci stanno portando verso sbocchi inediti, anche se ancora latenti. Dovremo aspettarci altri incidenti di percorso. Dovremo aspettarci qualche sorpresa. I prossimi "incidenti" potrebbero anche essere più pericolosi. Un Occidente traumatizzato dalla propria dissoluzione non disdegnerà di ricorrere alla violenza, sopratuitto perché lo shock di scoprire che il progresso tecnologico non è cosa inerente la cultura occidentale ma un campo in cui gli altri possono conseguire gli stessi -se non migliori- risultati è qualche cosa che va a colpire quello stesso eccezionalismo che è il cuore del mito occidentale. 


venerdì 27 aprile 2018

Firenze, "La Nazione" del 27 aprile 2018 pubblicizza con il titolo "A scuola di anti stato" un utile manuale di autodifesa legale per gli attivisti politici.


La gazzettina in oggetto è uno dei numerosi fòmiti della propaganda "occidentalista" che abbiamo più volte indicato allo scherno dei nostri lettori, correndo persino il rischio di stancarli.
In molte occasioni abbiamo anche auspicato che il sito dove sorge la sede di questo più che discutibile foglietto possa diventare quello dell'erigenda moschea cittadina, che vorremmo realizzata in uno stile degno della città di Firenze, con amplissimo ricorso a materiali di pregio e a completo carico dell'erario, con esplicita distrazione dei fondi necessari dai capitoli "sicurezza", "forze dell'ordine" e "lotta al degrado".
All'indomani di un 25 aprile contornato a Firenze da frizioni minime fra gendarmeria e manifestanti qualcuno che ciondola in quella redazione si è accorto che una minuscola organizzazione ha preparato sette anni or sono un opuscolo indirizzato ai propri simpatizzanti e sostenitori.
Vi si insegna per sommi capi come mantenere un comportamento costruttivo nelle manifestazioni di piazza, come evitare di attirare su di sé attenzioni poco gradite, come evitare gli errori più comuni nei rapporti con la gendarmeria e come evitare di fornire materiali utili a far giornata alla marmaglia della "libera informazione" occidentale.
Non eravamo al corrente dell'esistenza di questo "Piccolo manuale di autodifesa legale", che costa cinque euro in versione cartacea e che è liberamente scaricabile in PDF; ringraziamo "La Nazione" per avercene comunicata l'esistenza, ne consigliamo come sempre a tutti un'attenta lettura, e ci impegnamo (come facciamo con piacere in molti casi analoghi) affinché abbia una ancor più ampia diffusione.

sabato 14 aprile 2018

Sohaib Bouimadaghen, ladruncolo maldestro.


Secondo la gendarmeria Sohaib Bouimadaghen è uno dei ladruncoli maldestri che a Torino il 3 giugno 2017 avrebbe spruzzato spray al peperoncino per arraffare un po' di collanine d'oro in Piazza San Carlo, affollata di sudditi intenti a sbevazzare in santa pace e a guardarsi le pallonate al megaschermo.
Alla sua iniziativa seguì un quarto d'ora d'inferno con un morto, molte centinaia di feriti e -cosa molto più grave- un lungo strascico di grane per i potenti della città.
Una ringhiera vi ha messo in ginocchio, avete calpestato bambini e donne per un petardo, ve ne accorgete solo quando vi tocca la pelle, c’è chi si alza senza la propria famiglia, sotto le macerie di una casa distrutta, senza né acqua né cibo, contro le più grandi forze mondiali.
Una delle pacifiche verità della vita è che persino un elemento del genere può dare prova, e senza alcuna fatica, di una lucidità di analisi totalmente assente nei ben vestiti grondanti sufficienza che compendiano la "libera informazione" occidentale e che si sono affrettati a definire per lo meno inquietante l'affermazione qui riportata.

giovedì 12 aprile 2018

Gas contro i civili siriani. Un'altra volta...? Militant Blog sulle barzellette della "libera informazione"


Sono anni che tirano fuori la foto di tuo figlio per farti approvare le aggressioni occidentali.

Repubblica Araba di Siria. A metà aprile 2018 ha capitolato il sobborgo damasceno di Ghouta, da otto anni controllato da combattenti dell'"opposizione".
Die Streitkräfte der Arabischen Republik Syrien siegt an allen Fronten.
In eloquente contemporanea le gazzette "occidentali" si sono riempite di autorevoli (risate in sottofondo) reportage sul generoso utilizzo di armi di sterminio da parte di Bashar al Assad (che è cattivo).
Nel mainstream della penisola italiana si è distinto per impegno in questo senso il Roberto Saviano di cui ci siamo più volte occupati (e non certo per dirne bene) diversi anni fa, quando ancora indugiavamo sul contenuto delle gazzette invece di occupare il poco tempo libero di cui dispone chi lavora tutto il giorno per farci un'idea del mondo consultando fonti molto più meritorie.
I signori nessuno di Militant Blog hanno invece pubblicato quanto segue, riportato qui senza alcuna modifica (ad eccezione di alcune evidenziature nel testo) perché pienamente condivisibile ad eccezione di alcune scelte terminologiche. 

 Sulla Siria e la colossale campagna di fake news costruita contro quel popolo ci siamo espressi decine di volte. Questa volta ci limitiamo a ripubblicare l’articolo uscito ieri sul Manifesto di Tommaso Di Francesco, di cui condividiamo ogni singola virgola e, in particolare, la tesi di fondo: la guerra in Siria non deve finire, perchè certificherebbe la sconfitta della proxy war occidentale e, al contrario, il trionfo geopolitico della Russia nel mantenere la Siria uno Stato unitario e sovrano. L’ennesima bufala sull’utilizzo di gas nei bombardamenti serve esattamente a questo: costringere l’opinione pubblica ad avallare l’intervento diretto Occidentale, in questo caso la coalizione neo-coloniale franco-americana. Di seguito, il pezzo di Di Francesco, un pezzo che finalmente ha il coraggio di ri-semantizzare alcuni concetti completamente sfuggiti di mano. Ad esempio questo: “il ruolo dei jihadisti dell’Isis, di al-Qaeda e galassie collegate, che se fanno attentati in Europa e negli States sono «terroristi», mentre in Siria sono «opposizione»”.

di Tommaso Di Francesco (qui).

La guerra in Siria non deve finire. Sembra questo l’assunto degli avvenimenti precipitosi in corso e sotto l’influsso dei racconti massmediatici che sparano la certezza, tutt’altro che verificata da fonti indipendenti, di un bombardamento al «gas nervino» o al «cloro», con cento vittime e gli occhi dei bambini – vivi fortunatamente – sbattuti in prima pagina. Ci risiamo. Temiamo che ancora una volta la verità torni ad essere la prima vittima della guerra. Soprattutto di quella siriana, una guerra per procura, che ha visto insieme a 400mila vittime e un Paese ridotto in rovine, i mille coinvolgimenti dell’Occidente, delle potenze regionali a cominciare dalla Turchia baluardo sud della Nato, il ruolo dei jihadisti dell’Isis, di al-Qaeda e galassie collegate, che se fanno attentati in Europa e negli States sono «terroristi», mentre in Siria sono «opposizione». La guerra è anche di parole.
Tra i dubbi che emergono, c’è un fatto concreto, un déjà vu: il raid dei jet israeliani inviati dall’«umanitario» Netanyahu a colpire una base aerea siriana, con altre vittime, civili e non. L’ evento getta piena luce su una tragedia alimentata all’origine per destabilizzare la Siria così come con «successo» era accaduto in Libia. E che, comunque la si definisca, vede le vite dei civili, donne, anziani, bambini alla mercé dei fronti opposti. Perché? Perché permette di comprendere quel che davvero sta accadendo. La guerra, di fatto vinta da Assad e dal fronte che lo sostiene, Russia e Iran e al quale dopo il vertice di Ankara si è aggiunta l’atlantica Turchia, non deve né può finire con il risultato destabilizzante della sconfitta dell’asse sunnita a guida dell’Arabia saudita, l’asse avviato dalla coalizione degli Amici della Siria nel 2012-2013, suggellato pochi mesi fa da Trump con la fornitura di 100 miliardi di armi al regime dei Saud che ora vanno in viaggio d’affari, dall’Egitto di al-Sisi alla Gran Bretagna (dove la narrazione del «gas Sarin in Siria che si collega al caso Skripal», viene ribadita da Karen Pierce, ambasciatrice di Londra all’Onu). Così, proprio mentre il governo di Damasco ha di fatto riconquistato più di due terzi del Paese, lavora alla ricostruzione di molte città a partire dalla meraviglia in cenere di Aleppo, e mentre tratta con gli ultimi jihadisti di Ghouta perché si ritirino verso la roccaforte integralista residua di Idlib, ecco che scatta l’operazione «gas Sarin».
Così subito arrivano i «caschi bianchi» – esaltati in occidente quanto patrocinati dall’Arabia saudita e presenti solo nelle zone controllate da Al Qaeda (avete mai visto «caschi bianchi» soccorrere i civili delle stragi a Damasco provocate dai colpi partiti dalle zone controllate da al-Qaeda?). È una «operazione» attesa, dopo le precedenti del 2013 e del 2017. E che per essere veridica deve però dimostrare una tesi: che Assad giochi al suicidio politico mentre vince e in presenza del controllo militare russo sotto osservazione Onu e del mondo intero. Assad però, che non è una mammoletta e per restare in sella ha certo fatto scempio di una parte del suo popolo, tutto è meno che un suicida politico. Ora Damasco e la Russia respingono ogni accusa. E allora, chi potrebbe essere responsabile del presunto attacco al gas nervino o al cloro?
Per rispondere bisogna sottolineare tre elementi: i due cosiddetti attacchi precedenti; l’attuale crisi di legittimità di Trump, lo scatenatore di dazi sotto tiro ancora per il Russiagate; il ruolo di Israele mentre gioca con prepotenza criminale e altrettanta impunità al tiro al piccione con le vite dei civili palestinesi a Gaza. Dunque i precedenti.
Il 21 agosto 2013 sempre a Ghouta secondo il più importante giornalista d’inchiesta al mondo, Seymour Hersh. Premio Pulitzer per il reportage sul massacro di My Lai in Vietnam quando nel marzo 1968 le forze militari americane massacrarono a freddo 109 civili e responsabile delle rivelazioni sulla barbarie in Iraq del carcere americano di Abu Ghraib. L’attacco, da fonti dirette raccolte da Hersh sia in Siria che tra le alte sfere dell’intelligence Usa, non fu opera del regime di Assad ma dei ribelli jihadisti con il sostegno di Erdogan. Per una operazione mirata a far entrare in guerra subito gli Stati uniti che con Obama avevano intimato che l’uso di armi chimiche avrebbe oltrepassato «la linea rossa». L’intervento fu evitato all’ultimo momento per la mediazione della Russia, di papa Bergoglio che invitò il mondo alla preghiera contro l’allargamento del conflitto, e dell’Onu che a fine 2014 dopo una missione di bonifica delle armi chimiche, decretò con l’accordo di tutti che in Siria non ce n’erano più. Il secondo precedente, del 4 aprile 2017, solo un anno fa a Khan Sheikhoun, con 72 vittime civili per effetto di una bomba sganciata dall’aviazione siriana che, per i Paesi occidentali era «al gas Sarin»; e al quale seguì però, con elogio bipartisan di repubblicani e democratici Usa, e di mezzo mondo, il lancio di 59 missili Tomahawak su una base aerea siriana usata anche dai russi. La nuova indagine di Seymour Hersh (apparsa sulla Welt am Sonntag) ha dimostrato, ascoltando fonti dell’establishment dell’intelligence Usa, che la bomba non poteva essere caricata a gas nervino perché esisteva una accordo di «deconfliction» tra servizi segreti americani e russi, proprio per evitare scontri diretti non voluti, secondo il quale i russi avevano fornito in precedenza i dettagli del bombardamento. «Non era un attacco con armi chimiche – rivelò a Hersh un esperto consigliere dell’intelligence statunitense – È una favoletta. Se fosse davvero così, tutte le persone coinvolte nel trasferire, caricare e armare l’arma … indosserebbero indumenti protettivi Hazmat in caso di perdite. Ci sarebbero ben poche possibilità di sopravvivenza senza questo vestiario». Qual era la verità: che la micidiale bomba aveva colpito deflagrando un deposito di armi e prodotti chimici, molti dei quali arrivati ai jihadisti proprio grazie alle forniture alla cosiddetta «opposizione siriana», il cui sostegno Usa è stato un fallimento per dichiarata ammissione della Cia. E, accusa Hersh: forniture arrivate per esplicita volontà dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton.
Veniamo al ruolo di Trump, sotto accusa da quasi tutta la stampa Usa – fa eccezione il Boston Globe – e dal senatore McCain (“eroe” del Vietnam perché buttava napalm e agente Orange sui villaggi contadini?) – per avere annunciato il ritiro americano dalla Siria. Ora il populista Trump si prepara a bombardare, visto che ottiene più consenso se da isolazionista sposa il militarismo della «guerra umanitaria» che è tanto «di sinistra». Con effetti stavolta a dir poco controproducenti: la terza guerra mondiale non più «a pezzetti».
Ultima considerazione: che vuole Israele? Impunita per le stragi di civili a Gaza, punta alla provocazione con nuovi raid in Siria. Il primo obiettivo è aprire il fronte Iran; poi partecipare alla spartizione del Paese del quale occupa da tempo il Golan; e ora soccorrere Trump diventando la sua aviazione, anche per ripagarlo della sua criminale decisione di spostare a maggio l’ambasciata Usa a Gerusalemme. Insomma, vale la pena credere al giornalismo vero, d’inchiesta. Che non accettare le versioni mainstream di comodo di chi è il primo responsabile della guerra di turno.

mercoledì 28 marzo 2018

Nat Parry - A quindici anni dall'aggressione all'Iraq, male si è aggiunto a male



Traduzione da Consortium News.

Ignorando chi lo avvertiva che stava per scatenare la fine del mondo in medio oriente, George W. Bush lanciò fra il 19 e il 20 marzo del 2003 un deliberato attacco contro l'Iraq. A tutt'oggi siamo alle prese con le conseguenze di questo gesto.

Robert Jackson, pubblico ministero capo per gli Stati Uniti al processo di Norimberga contro i criminali di guerra nazisti, disse una volta che la guerra d'aggressione era la più grande minaccia del nostro tempo. L'Europa del 1945 era in gran parte ridotta a rovine fumanti; affermò che "intraprendere una guerra di aggressione [...] non costituisce soltanto un crimine a livello internazionale; un simile atto è il massimo reato a questo livello e differisce dagli altri crimini di guerra solo perché contiene intrinsecamente tutto il male che essi comportano."
Se spostiamo il discorso sull'invasione dell'ira compiuta dagli Stati Uniti 15 anni or sono, è difficile comprendere appieno il potenziale malefico che essa ha comportato. Esistono stime discordanti sui costi della guerra, ma i dati cui si fa comunemente riferimento indicano il costo per i contribuenti statunitensi nell'ordine del trilione di dollari, le vittime irachene in centinaia di migliaia, i caduti statunitensi attorno ai cinquemila. Altri centomila ameriKKKani sono rimasti feriti; i profughi iracheni cacciati dalle loro case sono quattro milioni.
Per quanto questi numeri possono sembrare stupefacenti, essi non arrivano neanche vicino a descrivere il costo reale della guerra o la portata del crimine commesso scatenandola fra il 19 e il 20 marzo del 2003. Oltre al prezzo da pagare in termini di denaro e di sangue il costo a carico dei principi elementari della giustizia internazionale, della stabilità geopolitica nel lungo termine e le conseguenze per il sistema politico statunitense sono altrettanto consistenti.


Lezioni apprese... e poi dimenticate

Sembrava che almeno per una volta le lezioni impartite dalla guerra fossero state ampiamente comprese e avessero avuto effetti sostanziali sulla politica ameriKKKana; ad esempio, i democratici presero controllo del congresso alle elezioni di metà mandato nel 2006 essenzialmente per il crescente senso di ostilità verso la guerra che esisteva nel paese; Barack Obama sconfisse Hillary Clinton alle primarie del 2008 soprattutto per il suo opposto concetto della guerra in Iraq.
Il mondo politico, da allora, ha di fatto spazzato sotto il tappeto tutto questo.
Una delle lezioni impartite dalla guerra fu ovviamente il fatto che i proclami provenienti dal mondo dei servizi meritavano di essere ampiamente presi con le molle. Nella preparazione alla guerra contro l'irata un decennio e mezzo fa, erano coinvolti anche quanti cercavano di mettere un freno ai settori politicizzati e scelti con estrema cura che l'amministrazione Bush usava per convincere il popolo ameriKKKano della necessità della guerra; per la maggior parte però i mass media e il mondo politico non fecero che ripetere a pappagallo le argomentazioni a sostegno della guerra, senza minimamente curarsi di ottenere conferme indipendenti a sostegno di determinate affermazioni e spesso senza neppure rifarsi ai principi elementari della logica.
Per esempio, anche quando gli ispettori delle Nazioni Unite capeggiati dal diplomatico svedese Hans Blix si mossero seguendo i suggerimenti del mondo dei servizi statunitense e non trovarono niente furono in pochi nel mondo mediatico a trarre la logica conclusione che i servizi avevano sbagliato (o che l'amministrazione Bush stava mentendo). Anzi, si disse che gli ispettori dell'ONU erano degli incompetenti e che Saddam Hussein era stato molto furbo a nascondere i propri armamenti di distruzione di massa.
Ecco: nonostante siano stati così mal consigliati nel 2002 e nel 2003, gli ameriKKKani di oggi si mostrano altrettanto creduloni verso i servizi, quando essi affermano che "la Russia ha manipolato le elezioni del 2016" senza produrne alcuna prova. I liberali in particolare si sono buttati a pesce sull'inchiesta condotta dal consigliere speciale Robert Mueller, considerato da più parti un modello di competenza. In realtà, come capo dello FBI ai tempi dell'amministrazione Bush, egli ebbe un ruolo fondamentale nell'avallo della narrativa sugli armamenti di distruzione di massa che servì a scatenare una guerra fuori da ogni diritto.
Davanti al Congresso, Mueller assicurò che "l'Iraq è in testa alla classifica" delle minacce alla sicurezza degli Stati Uniti. "Come già abbiamo riferito a questo Comitato," disse Mueller l'11 febbraio del 2003, "il programma di armamenti di distruzione di massa dell'Iraq rappresenta una chiara minaccia per la nostra sicurezza nazionale." Disse che Baghdad poteva fornire armamenti di distruzione di massa ad Al Qaeda per l'esecuzione di un catastrofico attaccco contro il territorio statunitense.
All'epoca Mueller si tirò addosso varie critiche, anche da parte della delatrice dello FBI Coleen Rowley, per aver parlato di rapporti tra l'Iraq e Al Qaeda; critiche cui si accompagnava la pretesa che lo FBI esibisse qualunque prova avesse a favore di questo ipotizzato legame.
Oggi invece Mueller viene celebrato dai democratici come la più grande speranza per abbattere Donald Trump. Persino George W. Bush ha potuto godere di una ritrovata popolarità, soprattutto grazie alle critiche pubblicamente rivolte a Trump; la maggioranza dei democratici oggi considera con favore il quarantatreesimo Presidente. Molti hanno anche fatto propria l'idea della guerra di aggressione, il più delle volte presentata come "intervento umanitario", come opzione favorita per affrontare sfide in politica estera come quella rappresentata dal conflitto siriano.
Quando il partito democratico scelse la Clinton come proprio candidato nel 2016 diventò chiaro che i democratici avevano accettato anche la sua propensione all'utilizzo della forza militare per arrivare a cambiare il governo di paesi considerati una minaccia per gli interessi statunitensi, Iraq, Iran o Siria che fossero.
Come senatore di New York ai tempi della preparazione della guerra contro l'Iraq, la Clinton non si limitò a votare a favore dell'aggressione statunitense, ma fu una fervente sostenitrice della guerra, che si doveva fare con o senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Il suo discorso in Senato del 10 ottobre 2002 in cui si pronunciava a favore dell'intervento militare presentava le stesse falistà usate dall'amministrazione Bush per alimentare il sostegno alla guerra; si affermava per esempio che Saddam Hussein aveva "aiutato, sostenuto e offerto rifugio ai terroristi, membri di Al Qaeda compresi."
"Se non contrastato," disse la Clinton, "Saddam Hussein continuerà ad alimentare la propria capacità di allestire armamenti biologici e chimici e continuerà a cercare di sviluppare armamenti nucleari. Nel caso dovesse riuscire nel suo intento, potrebbe alterare il panorama politico e le condizioni di sicurezza del Medio oriente, cosa che, come sappiamo tutti troppo bene, riguarda la sicurezza ameriKKKana."
La Clinton continuò a sostenere la guerra anche quando risultò evidente che l'Iraq non possedeva armamenti di distruzione di massa -primo casus belli per l'aggressione- e raffreddò il proprio entusiasmo solo nel 2006, quando fu chiaro che la base democratica era diventata nettamente contraria alla guerra e che la sua posizione da falco danneggiava le sue possibilità di candidarsi alla presidenza nel 2008. Otto anni dopo però i democratici erano a quanto pare passati ad occuparsi di altro, e il suo sostegno alla guerra non fu più considerato uno handicap per la corsa alla presidenza.
Una delle lezioni che andrebbe ricordata oggi, visto che gli USA stanno preparandosi al possibile confronto con altri paesi come la Corea del Nord e la Russia, è data dalla facilità con cui nel 2002-2003 l'amministrazione Bush convinse gli ameriKKKani che il governo di Saddam Hussein, lontano settemila miglia, costituiva per loro una minaccia. Le affermazioni sulle armi di distruzione di massa irachene erano false, e tra i molti che lo sostenevano c'era il gruppo di recente formazione dei Veteran Intelligence Porfessionals for Sanity che rilasciava a cadenze regolari dei memorandum diretti al Presidente e al popolo ameriKKKano in cui smontava le menzogne promosse dall'ambiente dei servizi statunitensi.
Ma anche se quanto si andava dicendo sul conto degli arsenali iracheni fosse stato vero, non ci sarebbe stata comunque ragione di credere che Saddam Hussein fosse sul punto di lanciare un attacco a sorpresa contro gli Stati Uniti. Insomma, gli ameriKKKani erano tutt'altro che convinti che l'Iraq fosse una minaccia per la loro incolumità e per la loro sicurezza. In compenso, il governo degli Stati Uniti era davvero una minaccia per l'incolumità e la sicurezza degli iracheni.
Lungi dal rappresentare una minaccia imminente per gli USA, nel 2003 l'Iraq era un paese già devastato dalla guerra che gli USA avevano capeggiato dieci anni prima e dalle stringenti sanzioni economiche che avevano provocato la morte di un milione e mezzo di iracheni (portando alle dimissioni due coordinatori umanitari dell'ONU, che le avevano definite una misura genocida). 


Minacce e spacconate

Anche se l'invasione non inziò ufficialmente fino al 20 marzo 2003 (a Washington era ancora il 19) gli USA avevano iniziato a minacciare esplicitamente un'aggressione dell'Iraq fin dal gennaio dello stesso anno; il Pentagono rese pubblici i piani per una campagna di bombardamenti del tipo cosiddetto "colpisci e terrorizza".
"Se il Pentagono si attiene al piano prefissato," riferì CBS News il 24 gennaio, "in un solo giorno di marzo l'aeronautica e la marina lanceranno fra i trecento e i quattrocento missili da crociera contro bersagli situati in Iraq... Un numero superiore a quello dei missili lanciati in tutti i quaranta giorni della prima Guerra del Golfo. Per il secondo giorno, i piani prevedono il lancio di altri trecento o quattrocento missili."
Un funzionario del Pentagono disse: "A Baghdad non esisterà posto sicuro."
Queste minacce profferite pubblicamente sembrarono essere una sorta di intimidazione o di guerra psicologica, e quasi certamente violavano la Carta delle Nazioni Unite in cui si stabilisce che "Tutti gli stati membri rifuggiranno, nelle proprie relazioni internazionali, dalla minaccia o dall'uso della forza ai danni dell'integrità o dell'indipendenza politica di qualsiasi stato, o in qualsiasi altro modo che non concordi con gli scopi delle Nazioni Unite."
Il piano ostentato dal Pentagono iniziò con limitati bombardamenti nella notte fra il 19 e il 20 marzo 2003; le forze statunitensi cercarono invano di uccidere Saddam Hussein. Fino al 21 marzo continuarono gli attacchi contro un piccolo numero di bersagli; cominciò quindi la campagna di bombardamenti propriamente detta. Le forze capeggiate dagli USA lanciarono circa 1700 attacchi aerei, 504 dei quali eseguiti con missili da crociera.
Nel corso dell'invasione gli USA gettarono in Iraq qualcosa come 10800 bombe a grappolo, ma sostennero di averne usate in numero molto minore.
"Il Pentagono presentò un quadro fuorviante sulle bombe a grappolo usate nel corso della guerra e sul numero di vittime civili che esse stavano provocando," riferì alla fine del 2003 USA Today. Nonostante si sostenesse che erano stati usati solo 1500 ordigni di questo tipo, con una sola vittima civile, "di fatto, gli Stati Uniti hanno usato 10782 bombe a grappolo," molte delle quali sganciate in zone urbane nel periodo compreso fra la fine di marzo e l'inizio di aprile del 2003.
Le bombe a grappolo hanno ucciso centinaia di civili iracheni e hanno seminato migliaia di ordigni inesplosi che hanno continuato a uccidere e a ferire civili per settimane dopo la fine degli scontri.
L'uso di questo tipo di ordigni è vietato da una convenzione internazionale sulle munizioni a grappolo che gli USA hanno rifiutato di firmare.
Nel tentativo di uccidere Saddam Hussein, il 7 aprile Bush ordinò il bombardamento di un ristorante iracheno. Un bombardiere B1-B sganciò quattro bombe guidate da duemila libbre del tipo usato per colpire i bunker. Gli ordigni distrussero l'edificio preso di mira, quello dove si trovava il ristorante Al Saa, e vari edifici intorno. Al loro posto rimase un cratere profondo sessanta piedi. Numero delle vittime, sconosciuto.
Gli avventori, fra i quali anche bambini, furono fatti a brandelli dalle bombe. Una madre ritrovò prima il busto della propria figlia, e poi la sua testa. In seguito i servizi statunitensi confermarono che Saddam Hussein non c'era.


Resistenza e torture

Dopo qualche settimana dall'inizio dell'invasione era chiaro che l'amministrazione Bush aveva sbagliato nel valutare una questione fondamentale, la volontà di resistenza degli iracheni. Ci si imbatté in una resistenza più accanita del previsto anche in città dell'Iraq meridionale come Umm Qasr, Bassora e Nassiriya, laddove si pensava che Saddam Hussein avesse pochi sostenitori. Poco dopo la caduta del governo, avvenuta il 9 aprile quando l'amministrazione Bush decise di sciogliere l'esercito iracheno, agevolò l'inizio di un'insurrezione contro gli Stati Uniti guidata da molti ex appartenenti all'esercito.
Nonostante il trionfale atterraggio di Bush su una portaerei avvenuto il Primo Maggio e il discorso pronunciato davanti a un enorme striscione con la scritta "missione compiuta", sembrava chiaro che il collasso del governo baathista altro non era stato che un primo passo in quella che sarebbe diventata una guerra di logoramento destinata a durare a lungo. Dopo lo scioglimento delle forze convenzionali irachene, gli USA iniziarono a riscontrare nel maggio 2003 un rapido incremento degli attacchi contro le truppe di occupazione in varie zone del cosiddetto triangolo sunnita.
QUesti attacchi erano sferrati anche da gruppi di insorti che usavano fucili d'assalto e razzi RPG contro le truppe di occupazione statunitensi; cresceva anche l'uso di ordigni improvvisati contro i convogli militari.
Probabilmente in vista di una prolungata occupazione e di una campagna militare contro l'insurrezione, in un memurandum del 2003 gli esperti di diritto dell'amministrazione Bush avevano concepito dottrine giuridiche che giustificassero certe tecniche di tortura, offrendo appigli legali "che potessero rendere una determinata condotta, in altri casi criminali, non contraria alla legge."
Questi esperti sostennero che il presidente o chiunque ne seguisse gli ordini non era sottoposto alle leggi statunitensi o ai trattati internazionali che vietano la tortura; affermarono che la necessità di "ottenere informazioni vitali per la protezione di innumerevoli cittadini ameriKKKani" passava avanti a qualsiasi obbligo l'amministrazione avesse nei confronti della normativa statunitense o del diritto internazionale.
"Al fine di rispettare l'autorità che la costituzione assegna al Presidente nella gestione di una campagna militare," affermava il memorandum, i divieti statunitensi in materia di tortura "devono essere intesi come non applicabili agli interrogatori condotti in forza dell'autorità del comandante in capo."
Nel corso dell'anno successivo vennero alla luce rivelazioni sull'ampio utilizzo della tortura in Iraq al fine di "raccogliere informazioni". Il giornalista d'inchiesta Seymour Hersh rivelò nel maggio 2004 sul New Yorker che un rapporto secretato dall'esercito lungo cinquantatré pagine e redatto dal generale Antonio Taguba concludeva che la polizia militare del carcere di Abu Ghraib era costretta da personale dei servizi a cercare di stroncare la resistenza dei prigionieri iracheni prima degli interrogatori.
"Vari detenuti sono rimasti vittime di molti casi di abusi sadici, plateali e continuati," scrisse Taguba.
Queste iniziative, autorizzate dai massimi livelli, rappresentavano sertie infrazioni alle leggi e al diritto internazionale, compresa la convenzione contro la tortura, la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, allo War Crimes Act statunitense e al Torture Statute.
Probabilmente hanno avuto anche una loro importanza nell'ascesa del gruppo terroristico dello Stato Islamico, le cui origini sono state successivamente rintracciate in un carcere ameriKKKano in Iraq chiamato Camp Bucca. Camp Bucca è stato un luogo di abusi dilaganti contro i prigionieri; uno di essi, Abu Bakr al Baghdadi, è diventato in seguito capo dello Stato Islamico. Al Baghdadi è stato detenuto a Camp Bucca per quattro anni e ha iniziato lì a chiamare alla propria causa altri detenuti.


Le armi di distruzione di massa ameriKKKane

Oltre alla tortura e alle bombe a grappolo i crimini commessi nel corso degli anni contro il popolo iracheno hanno compreso massacri veri e propri, avvelenamenti a lungo termine e la distruzione di intere città.
C'è stato, nel 2004, l'attacco contro Falluja in cui contro i civili fu usato il fosforo bianco proibito dalle leggi di guerra. Ci fu nel 2005 il massacro di Haditha, in cui ventiquattro civili disarmati furono uccisi uno dopo l'altro dai Marines statunitensi. Ci fu il macello degli omicidi collateriali del 2007, rivelato da WikiLeaks nel 2010, che vide l'uccisione indiscriminata di più di dieci persone nel quartiere iracheno di Nuova Baghdad, tra i quali c'erano anche due appartenenti al personale della Reuters.
C'è poi il tragico strascico dei tumori e delle malformazioni neonatali causate dall'ampio utilizzo di uranio impoverito e di fosforo bianco da parte dai militari statunitensi. A Falluja il ricorso all'uranio impoverito ha portato a un tasso di malformazioni neonatali quattordici volte più alto di quello delle città giapponesi di Hiroshima e di Nagasaki, colpite dalle atomiche statunitensi alla fine della seconda guerra mondiale. Rilevando le nascite di bambini malformati a Falluja, il giornalista di Al Jazeera Dahr Jamail ha detto a Democracy Now nel 2013:
"E venendo a Falluja, di cui ho scritto un anno fa e in cui sono tornato anche in quest'occasione, vi si nota un numero impressionante di malformazioni congenite nei neonati... Sono cose, dico, che è difficilissimo stare a vedere. Sono cose di cui è durissimo riferire. Ma dobbiamo comunque prenderne tutti atto, data la quantità di uranio impoverito usata dall'esercito USA durante il brutale attacco alla città del 2004 e delle altre munizioni tossiche come il fosforo bianco, tra l'altro."
Un rapporto inviato all'Assemblea Generale dell'ONU dal dottor Nawal Majid AL Sammarai, ministro iracheno per la condizione femminile, afferma che nel settembre 2009 all'ospedale di Falluja sono nati 170 bambini. Il 75% di essi presentava malformazioni. Un quarto di essi è morto entro la prima settimana di vita.
L'utilizzo dell'uranio impoverito da parte dei militari ha causato uno spiccato aumento dei casi di leucemia e di malformazioni neonatali anche nella città di Najaf, città in cui si svolse uno dei fatti d'armi più duri all'epoca dell'invasione del 2003. Secondo i medici locali il cancro vi è diventato più frequente dell'influenza.
Alla fine della guerra molte grandi città irachene fra cui Falluja, Ramadi e Mossul erano ridotte in macerie. Nel 2014 un ex direttore della CIA ammise che l'Iraq come stato sovrano era stato sostanzialmente distrutto.
"Io sono dell'idea che l'Iraq abbia letteralmente cessato di esistere," ha detto Michael Hayden, sottolineando che il paese era frammentato in varie parti che non pensava si potessero "rimettere nuovamente insieme." In altre parole gli USA avevano fatto ricorso al proprio ampio arsenale di armi di distruzione di massa vere e avevano completamente distrutto un paese sovrano.


Conseguenze prevedibili

Tra le conseguenze delle politiche adottate c'è stata la prevedibile crescita dell'estremismo islamico; la National Intelligence Estimate, che rappresenta un punto di vista consensuale dei 16 servizi di spionaggio del governo statunitense, ammoniva nel 2006 che l'occupazione statunitense in Iraq stava provocando la nascita di una generazione di islamici radicali completamente nuova. Secondo un funzionario dei servizi statunitensi esisteva concordanza di pareri sul fatto che "la guerra in Iraq ha portato ad un peggioramento del problema del terrorismo inteso nel suo complesso."
La valutazione affermava che esistevano diversi fattori che stavano "nutrendo la diffusione del movimento jihadista," ivi compresi "problemi ben radicati come la corruzione, l'ingiustizia, il timore di una dominazione occidentale che portavano a rabbia, umiliazione e senso di impotenza," insieme ad un "pervasivo sentimento antiameriKKKano diffuso presso la maggior parte dei musulmani; tutte cose che gli jihadisti sfruttano."
Anziché adottare mutamenti sostanziali o tornare indietro rispetto a certe politiche, a Washington si concordò una strategia che perseguiva con ancora maggiore intensità le condotte errate che avevano fatto nascere i gruppi dello jihad radicale. Invece di ritirarsi dall'Iraq, gli Stati Uniti decisero nel 2007 di inviare nel paese ventimila uomini in più, nonostante l'opinione pubblica fosse decisamente contraria alla guerra.
Un sondaggio di Newsweek dell'inizio del 2007 mostrò che il 68% degli ameriKKKani era contrario a questa decisione; un altro sondaggio svolto subito dopo il discorso sullo stato dell'Unione tenuto da Bush nello stesso anno rilevò che secondo il 64% degli interpellati il congresso non era stato sufficientemente perentorio nel contrastare l'amministrazione Bush sul comportamento seguito nel corso della guerra.
Il 27 gennaio 2007 a Washington sfilò un corteo composto da mezzo milione di persone che incitavano il 110º congresso appena insediatosi "a contrastare Bush", esortandolo a tagliare i finanziamenti per la guerra con lo slogan "non un solo dollaro in più, non un solo morto in più." Con questa manifestazione il movimento contrario la guerra mostrava di essere sempre più combattivo: centinaia di manifestanti fecero irruzione attraverso i cordoni della polizia e si diressero verso il Campidoglio.
Anche se vi furono altre manifestazioni molto nutrite un paio di mesi dopo in occasione del sesto anniversario dell'invasione, tra le quali un corteo verso il Pentagono con alla testa i veterani della guerra in Iraq, nel corso degli anni successivi le attività del movimento contrario alla guerra si indebolirono sensibilmente. La stanchezza può anche spiegare in parte lo scemare del sostegno nei confronti delle mobilitazioni di massa, ma gran parte di questo declino può essere senza dubbio spiegata dall'affermarsi della candidatura di Barack Obama. Milioni di persone calarono le loro energie in questa campagna, e molte di esse speravano che Obama rappresentasse un vero cambiamento rispetto agli anni di Bush.
Uno dei vantaggi di Obama sulla Clinton alle primarie del partito democratico era costituita dal fatto che Obama era stato uno dei primi ad opporsi alla guerra in Iraq, mentre la Clinton era stata una delle sue più rumorose sostenitrici. Questo portò molti elettori ameriKKKani a credere nel 2008 di aver eletto qualcuno che poteva mettere un limite all'avventurismo militare degli Stati Uniti e porre rapidamente fine al loro coinvolgimento in Iraq. Solo che non è stato così. La missione di combattimento si trascinò per molto tempo durante il primo mandato del Presidente Obama.


Guerra, guerra e ancora guerra

Dopo i plateali fallimenti in Iraq, gli USA rivolsero la propria attenzione alla Libia e nel 2011 rovesciarono il governo di Gheddafi ricorrendo a milizie armate coinvolte in crimini di guerra e sostenute dal potenziale aereo della NATO. Dopo la caduta di Gheddafi le sue scorte di armmamenti furono fatte arrivare ai ribelli in Siria, alimentando la guerra civile in quel paese. L'amministrazione Obama nutrì un sincero interesse per la destabilizzazione del governo siriano, perseguita facendo arrivare armamenti che spesso cadevano in mano ad estremisti.
La CIA addestrò e armò i cosiddetti "ribelli moderati" in Siria solo per ritrovarsi con formazioni che cambiavano parte unendosi a forze come lo Stato Islamico o gli affiliati ad Al Qaeda del Fronte an Nusra. Altre si arrendevano a gruppi estremisti sunniti e gli armamenti forniti dagli USA finivano presumibilmente negli arsenali degli jihadisti. Altri gruppi ancora lasciavano semplicemente perdere, o sparivano nel nulla.
Oltre alla Siria e alla Libia, Obama estese il coinvolgimento militare ameriKKKano ad altri paesi, compresi lo Yemen, la Somalia e il Pakistan, e rafforzò nel 2009 il contingente in Afghanistan. Nonostante il ritiro -in ritardo- dei soldati dall'Iraq con la partrenza dell'ultimo contingente il 18 dicembre 2011, durante la presidenza Obama sono cresciuti molto gli attacchi tramite droni e i bombardamenti aerei.
Durante il suo primo mandato Obama ha fatto lanciare ventimila tra bombe e missili. Una cifra che si è impennata nel corso del suo secondo mandato arrivando a superare i centomila. Nell'ultimo anno della presidenza Obama, nel 2016, gli USA hanno lanciato quasi tre bombe ogni ora, per ventiquattro ore al giorno.
Obama si è distinto anche per essere stato il quarto presidente di seguito a bombardare l'Iraq. Bersagliato da critici che lo accusavano di aver consentito l'ascesa dello Stato Islamico in Iraq, Obama decise di tornare indietro rispetto all'iniziale decisione di ritirarsi dal paese, e nel 2014 ricominciò con i bombardamenti. In un discorso al popolo ameriKKKano il 10 settembre 2014 il Presidente Obama disse che "lo Stato Islamico rappresenta una minaccia per il popolo iracheno, per il popolo siriano e per il Medio Oriente in generale, ivi compresi i cittadini, il personale e le strutture ameriKKKani."
"Se lasciati liberi di agire," prosegùì, "questi terroristi potrebbero arrivare a costituire una crescente minaccia oltre i limiti della regione e per gli Stati Uniti stessi. Non abbiamo ancora notizia di piani precisi contro il nostro paese, ma i capi dello Stato Islamico hanno minacciato l'AmeriKKKa e i nostri alleati."
Ovviamente questi non sono altro che gli esiti contro cui molte voci che invitavano alla prudenza avevano messo in guardia nel 2002 e nel 2003, quando milioni di ameriKKKani scendevano nelle strade a protestare contro l'imminente aggressione all'Iraq. Sia chiaro che non era solo la sinistra contraria alla guerra a invocare una rinuncia; anche personaggi dello establishment e degli ambienti ultraconservatori si dicevano preoccupati.
L'ex generale Anthony Zinni, per esempio, all'epoca inviato in Medio Oriente per George W. Bush, disse nell'ottobre 2002 che invadendo l'Iraq "faremo una cosa che appiccherà un tale incendio in questa zona che malediremo il giorno che abbiamo avuto quest'idea." Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale nel primo mandato di Bush, disse che attaccare l'Iraq poteva "scatenare uno Armageddon in Medio Oriente".
Non importava. Bush agiva d'istinto e aveva i suoi propositi. Ogni ammonimento fu spazzato via e si andò avanti con l'invasione.


La campagna del 2016

Donald Trump, all'epoca candidato alla presidenza, iniziò a rimbrottare Bush per la guerra in Iraq nel corso della campagna per le primarie del partito repubblicano nel 2015 e nel 2016- Trump definìla decisione di invadere l'Iraq c"un errore bello grosso," e non solo si accaparrò parte dei voti degli ultraliberali contrari alla guerra, ma consolidò la propria immagine di outsider della politica che "dice le cose come stanno."
Dopo che Hillary Clinton si fu affermata come candidato democratico, con tutto il suo curriculum di entusiasta sostenitrice di praticamente tutti gli interventi militari statunitensi e di fautrice di un maggior coinvolgimento in paesi come la Siria, gli elettori sono diventati scusabili se hanno pensato che il partito repubblicano fosse a quel punto il partito pacifista, e quello democratico il partito dei falchi.
Lo scomparso Robert Parry osservò nel giugno del 2016 che "Inebriati dalla sensazione suscitata dall'aver portato per la prima volta una donna alla candidatura presidenziale in uno dei maggiori partiti, i democratici non sembra abbiano badato gran che al fatto che hanno abbandonato la posizione che li caratterizzava da quasi cinquant'anni come partito più scettico sull'utilizzo della forza militare. La Clinton è platealmente un falco; un falco che non ha dato segno di resipiscenza circa il proprio atteggiamento bellicista."
L'ala contraria alla guerra all'interno del partito democratico è stata ulteriormente marginalizzata nel corso della convention nazionale del partito; i cori "mai più guerra" scanditi durante il discorso dell'ex Segretario alla Difesa Leon Panetta furono zittiti dallo establishment del partito che rispose con un coro di "USA!" per soffocare le voci pacifiste, e arrivò a staccare le luci che illuminavano i segmenti pacifisti del pubblico. Un messaggio chiaro; all'interno del partito democratico, per il movimento contro la guerra non c'era posto.
La sorprendente vittoria di Trump contro la Clinton nel novembre del 2016 ha svariate cause. Non occorre sforzare troppo la fantasia però per immaginare che una di queste può essere stata il persistente atteggiamento contrario alla guerra che datava al disastro iracheno e alle altre campagne dell'esercito statunitense. Molti di coloro che erano stanchi dell'avventurismo militare statunitense possono esser stati irretiti dalla retorica di Trump, ai limiti dell'isolazionismo; altri possono aver votato per un partito alternativo, come i Libertari o i Verdi, entrambi fortemente contrari all'interventismo statunitense.
Nonostante le occasionali dichiarazioni di Trump in cui si metteva in discussione l'assennatezza di un impegno militare in paesi lontani come l'Iraq o l'Afghanistan, anche Trump era un sostenitore di crimini di guerra come "far fuori le famiglie" dei sospettati per terrorismo. Trump affermò che gli USA in guerra dovevano smetterla di comportarsi in modo "politicamente corretto".
Insomma; alla fine gli ameriKKKani furono costretti a scegliere tra un irriducibile falco neoconservatore propenso al rovesciamento dei governi altrui -schierato dal partito democratico- e un interventista riluttante che comunque voleva rimettere i terroristi al loro posto ammazzandogli i figli. Anche se è stato il neoconservatore a ottenere il suffragio popolare, i collegi se li è presi il fautore dei crimini di guerra.
Dopo le elezioni venne fuori che quanto a uccisione di bambini il signor Trump era un uomo di parola. In una delle prime iniziative militari prese da presidente il 29 gennaio 2017 Trump ordinò l'attacco di un villaggio yemenita in cui persero la vita qualcosa come ventitré civili, tra i quali un neonato e Nawar al Awlaki, una ragazzina di otto anni.
Nawar era figlia del propagandista di Al Qaeda e cittadino ameriKKKano Anwar al Awlaki, che era stato ucciso dall'attacco di un drone statunitense nello Yemen a settembre del 2011.


L'aggressione come normalità

Il 2017, primo anno della presidenza Trump, si è rivelato il più micidiale per i civili in Iraq e in Siria da quando sono iniziati i raid statunitensi sui due paesi nel 2014. Stando al conteggio dell'organizzazione di controllo Airwars, gli USA hanno ucciso nel corso dell'anno fra i 3923 e i 6102 civili. "Le vittime non combattenti della Coalizione e degli attacchi di artiglieria sono cresciuti di oltre il duecento per cento rispetto al 2016," ha specificato Airwars.
L'impennarsi delle morti di civili ha guadagnato qualche titolo di giornale; anche uno sullo Washington Post. Per lo più le migliaia di innocenti uccisi daghli attacchi aerei statunitensi vengono derubricati a "perdite collaterali". Il macello in corso viene considerato ordinaria amministrazione, e per la classe dei mezzibusti si merita appena qualche commento.
Probabilmente è questo uno dei più duraturi strascichi dell'invasione dell'Iraq del 2003. L'invasione dell'Iraq fu un'aggressione militare basata su affermazioni false che ignorò qualsiasi invito alla prudenza e violò platealmente il diritto internazionale. A nessuno, nei media o nell'amministrazione Bush, è stato chiesto di rispondere del sostegno o dell'iniziativa di quella guerra; quello che abbiamo viston non è che la riduzione dell'aggressione militare ad evento normale, a un livello che venti anni fa sarebbe stato inimmaginabile.
A questo proposito ricordo bene i bombardamenti in Iraq che ebbero luogo nel 1998, nel quadro dell'operazione Desert Fox voluta da Bill Clinton. Nonostante fosse una campagna di limitato respiro e lunga soltanto quattro giorni, vi furono notevoli proteste. Mi unii a un presidio di circa duecento persone davanti alla Casa Bianca; c'era uno striscione scritto a mano che diceva "mettetelo in stato d'accusa per crimini di guerra", un riferimento al fatto che il Congresso all'epoca stava sì mettendo Clinton in stato d'accusa, ma per essersi fatto fare un pompino.
Si paragoni questa circostanza a quanto vediamo -o meglio, non vediamo- oggi. Nonostante gli USA siano coinvolti in almeno sette conflitti, l'attivismo pacifista è poco attivo e meno ancora lo è il dibattito a livello nazionale sull'opportunità, la legalità o la moralità del fare la guerra. Sono in pochi a obiettare per i significativi costi che tutto questo comporta per i contribuenti degli Stati Uniti; ogni giorno, per esempio, vengono spesi per queste guerre circa duecento milioni di dollari.
Quindici anni fa uno degli argomenti del movimento pacifista era che la guerra al terrore stava trasformandosi in una guerra senza limiti temporali e senza frontiere, senza regole e senza una vera e propria fine. In altre parole, gli USA correvano il pericolo di ritrovarsi in uno stato di guerra permanente.
E questa è chiaramente la condizione di oggi. Una realtà che persino il senatore bellicista Lindsey Graham lo ha ammesso un anno fa quando quattro soldati statunitensi sono rimasti uccisi in Niger. Graham ha detto che non sapeva che gli USA fossero militarmente presenti in Niger e, da presidente della commissione senatoriale sullo Stato, le operazioni all'estero e i programmi correlati, ha detto che "questa è una guerra senza fine, senza limiti, senza orizzonti temporali o geografici."
Non era chiaro se questa constatazione fosse dovuta a volontà di lamentarsi o di esprimere invece soddisfazione per questa guerra perenne e senza frontiere. Le sue parole dovrebbero essere considerate un avvertimento sulla situazione degli USA nel quindicesimo anniversario dell'invasione dell'Iraq. E la situazione è quella di una guerra senza fine, senza limiti, senza orizzonti temporali o geografici.