martedì 21 luglio 2020

Fazelminallah Qazizai - Ecco l'uomo che ha cacciato gli USA dall'Afghanistan



Traduzione da Asia Times, 16 luglio 2020.


KABUL - La prima volta che mullah Ibrahim Sadar si trovò davanti le forze statunitensi in Afganistan ne ebbe una indimenticabile lezione sulla brutalità della guerra. A quanti ebbero in seguito modo di assistere alla sua ascesa nella gerarchia talebana e al suo ottenere il rispetto del circolo ristretto di Al Qaeda, la sua determinazione era evidente già all'epoca.
Era l'autunno del 2001; Sadar era un comandante sul campo di medio calibro, con il compito di organizzare la difesa di Kabul. Mentre gli attacchi aerei statunitensi martellavano la città, fece mettere in atto ai suoi combattenti le tecniche cui erano stati addestrati per respingere un attacco da terra, e tenne a portata di mano le maschere antigas, nell'errata convinzione che fosse imminente un attacco chimico. La sua tattica, il suo equipaggiamento superato si rivelarono inutili a fronte del furioso assalto ameriKKKano che arrivava dal cielo.
"Bastava una bomba sola per mandare in subbuglio tutte le montagne attorno a Kabul," ha ricordato Haji Saied, uno dei suoi uomini.
Chi non fuggì venne ucciso. Dai B52 che volteggiavano in cielo o dalle milizie avversarie dei talebani in Afghanistan, che avanzarono rapidamente. Sadar tenne duro finché poté, prima di ammettere che era inutile cercare di resistere e di combattere. Intanto che le istituzioni talebane crollavano attorno a lui, si aprì la strada verso sud fino a Kandahar. Poi scomparve. Solo i suoi confidenti più initimi sapevano dove si trovava.
La rocambolesca fuga di Sadar ha influenzato moltissimo gli esiti della più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti.
Per i successivi diciannove anni avrebbe elaborato il cattivo sapore di quella prima sconfitta fino a ricoprire un ruolo fondamentale nel fare dei talebani una delle più efficienti formazioni guerrigliere del mondo, da umiliato governo di paria che erano stati. Nonostante questo, pochissimi che in Afghanistan o negli USA hanno sentito parlare di lui; un elemento che ben si accorda con la natura dimessa del suo modo di fare.
Sadar è il capo militare dei talebani ed è responsabile dell'insurrezione in tutto il territorio afghano. Sotto il suo controllo i talebani hanno fatto ricorso a un misto di attacchi suicidi, bombe a bordo strada, omicidi e operazioni di guerra urbana su vasta scala che ha avuto effetti devastanti.
Più di tremilacinquecento soldati ameriKKKani e decine di migliaia di civili afghani sono morti da quando è iniziata la guerra nel 2001. Adesso, gli USA stanno finalmente preparandosi a lasciare il paese, secondo un accordo raggiunto con i talebani a febbraio; il bagno di sangue, comunque, è tutt'altro che finito. In una sola settimana a giugno, secondo il Consiglio Afghano per la Sicurezza Nazionale, sono stati uccisi 291 soldati afghani.
Coloro che lo conoscono non si stupiscono che Sadar sia riuscito a realizzare un simile capovolgimento nelle sorti, proprie e dei talebani, continuando al tempo stesso a mantenere un basso profilo. Amici e confidenti, che parlano mantenendo l'anonimato, lo descrivono come un comandante competente, cui la fama non interessa. Sadar resta tenacemente fedele all'interpretazione rigida dell'Islam che caratterizzò il dominio talebano negli anni Novanta.
Sadar ha impiegato decenni per raggiungere i vertici del movimento insurrezionale; è nato nel villaggio di Jogharan, nella provincia meridionale di Helmand, verso la fine degli anni Sessanta e Sangin, il suo distretto, è una zona verde di melograni e di papaveri in cui sono avvenute le più grandi battaglie durante gli anni dell'occupazione capeggiata dagli USA.
Figlio di mezzo di un pashtun rispettato e proveniente dalla tribù degli Alakozai, Sadar da ragazzo era noto come Khodaidad, che era il suo nome vero, e non con il nome di battaglia con cui sarebbe passato alla storia. Dopo la presa del potere da parte dei comunisti afghani, con il colpo di stato di Kabul del 1978 e l'invasione sovietica del paese avvenuta l'anno successivo, lui e la sua famiglia finirono nella resistenza islamica.
INsieme al padre Sadar finì per unirsi a Jamiat-e Islami, una delle principali formazioni mujaheddin dell'Afghanistan. Un abitante di Sangin che combatté insieme a loro ricorda che fu una scelta pragmatica. "Scegliemmo di andre con Jamiat perché ci davano le armi e il cibo migliori," ricorda l'anziano.
Quando il governo comunista in Afghanistan venne rovesciato nel 1992 Sadar rifiutò di farsi coinvolgere dalla guerra civile che scoppiò tra le fazioni mujaheddin uscite vincitrici. Anzi, andò a studiare in una madrasa di Peshawar, in Pakistan.
All'epoca aveva già cambiato il proprio nome in Ibrahim, uno dei principali profeti dell'Islam. I suoi compagni di studi gli diedero presto l'appellativo onorifico di Sadar -che significa "presidente" in farsi- in omaggio alle sue innate competenze di capo. Lui ne fece il proprio cognome.
Nella guerra civile che infuriò in tutto il paese finirono per affermarsi i talebani, che cercarono di ripristinare la legge e l'ordine. Sadar conosceva già qualcuno dei loro fondatori, e rientro nella prima ondata di reclute che rispose al loro appello unendosi al movimento che rastrellava Kandahar e Helmand poche settimane dopo essersi formato, nel 1994.
"Era vicino ai capi, ma rimaneva accanto a loro in silenzio e non si atteggiava a comandante," ha detto un ex combattente talebano oggi uomo d'affari a Kandahar, che ha frequentato Sadar per anni.
Un ruolo vero e proprio Sadar lo ebbe solo dopo la presa del potere dei talebani a Kabul nel 1996. Venne nominato sovrintendente dell'aeroporto della capitale e, cosa più importante, comandante delle forze aeree per la zona di Kabul. Diventò responsabile della eteroclita aeronautica talebana, un insieme di fatiscenti caccia sovietici, elicotteri da combattimento e aerei da trasporto.
Come gli altri quadri talebani di quel pertiodo, Sadar era orgoglioso del proprio modesto tenore di vita. Vestiva gli abiti tradizionali del pashtun timorato nell'Afghanistan del sud: uno shalwar kamiz e un turbante nero, anche quando era impegnato in mansioni ufficiali. Il carisma e l'ambizione che ne avrebbero fatto un capo guerrigliero di prim'ordine erano comunque già evidenti.
In qualità di comandante delle forze aeree di Kabul e dintorni, Sadar ebbe un piccolo ma importante ruolo nella repressione degli avversari interni al potere talebano.
I suoi piloti effettuavano attacchi aerei e operazioni logistiche contro l'Alleanza del Nord, una coalizione di ex mujaheddin, ex comunisti e signori della guerra che anni dopo avrebbero agevolato l'invasione statunitense. Man mano che procedeva nella sua carriera, Sadar allacciò un certo numero di rapporti che gli sarebbero stati utili nei decenni successivi.
Sadar ebbe sempre più stretti contatti con mullah Akhtar Mohammed Mansur, che sarebbe diventato capo dei talebani e che all'epoca era ministro dell'aviazione civile. Alcune fonti hanno riferito ad Asia Times che iniziò anche a coltivare solide relazioni con i combattenti stranieri di stanza a Kabul, compresi alcuni appartenenti ad AlQaeda.
Quando gli USA invasero l'Afghanistan nell'ottobre del 2001, Sadar era sul fronte di Shomali, appena a nord di Kabul, ed operava con diversi combattenti arabi. Non riuscendo a tenere la posizione, si ritirò in una base militare dei sobborghi meridionali di Kabul; quella in cui distribuì ai suoi le maschere antigas, secondo quanto riferito dal suo sodale talebano Haji Sayed, il cui nome è stato cambiato per motivi di incolumità.
"Non ho visto nessun altro prendere l'iniziativa in quei giorni. Era lui a guidare lo sforzo bellico", ricorda Sayed.
Si hanno poche informazioni su dove Sadar abbia trascorso gli anni successivi, e su cosa abbia fatto. Si pensa che sia diventato capo della commissione militare talebana nel 2014, circa un anno dopo che il capo del movimento, il mullah Mohammed Omar, era morto per cause naturali.
La sua promozione a quello che è verosimilmente il più importante ruolo all'interno del movimento insurrezionale si doveva molto al fatto che l'ex ministro dell'aviazione civile mullah Mansur aveva preso il posto del mullah Omar come leader dei talebani. Mansur fu ucciso da un drone statunitense in Pakistan il 21 maggio 2016, ma per allora Sadar si era già mostrato più che in grado di mandare avanti la baracca.
"Controlla tutti i combattenti stranieri e il traffico di oppio," ha detto l'ex talebano che fa l'uomo d'affari a Kandahar.
All'inizio dell'anno girava la voce che Sadar fosse stato sostituito da uno dei figli del mullah Omar, nel tentativo di ricomporre i disaccordi interni ai talebani. Le fonti di Asia Times sostengono comunque che qualsiasi cambiamento al vertice sarebbe di pura facciata: è Sadar a controllare il braccio militare del movimento.
Queste convinzioni trovano sostegno in un recente resoconto del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che ha definito Sadar capo della commissione militare dei talebani. Secondo il rapporto dell'ONU, nella primavera del 2019 ha anche incontrato Hamza, il figlio di bin Laden, nella sua casa nella provincia di Sangin "per assicurarlo personalmente del fatto che l'Emirato Islamico per nulla al mondo avrebbe interrotto i propri storici legami con AlQaeda."
Pochi mesi dopo il presidente degli USA Donald Trump annunciò che Hamza bin Laden era stato ucciso in un'operazione "antiterrorismo" ameriKKKana, senza specificare esattamente il quando e il dove. Nel frattempo Sadar continua a rischiare e a vincere proprio come nel 2001, solo che stavolta sono gli USA che si trovano sull'orlo della sconfitta.
Secondo i termini dell'accordo per il ritiro che Washington ha firmato con i talebani a febbraio, gli ultimi soldati ameriKKKani lasceranno l'Afghanistan l'anno prossimo. Gli emissari politici dei talebani hanno accettato, in cambio, di non fornire ospitalità a gruppi terroristici stranieri. Un impegno che il loro capo militare e molti combattenti (sia fra i graduati che fra la truppa) devono aver considerato un boccone amaro.
Adesso i talebani devono decidere se porre fine all'insurrezione e arrivare alla pace con il governo afghano, o se cercare di prendere il potere con la forza dopo la partenza degli ameriKKKani. L'opinione di Sadar sarà di fondamentale importanza. "Ha una volontà di ferro," dice l'uomo d'affari di Kandahar. "Per lui, un sì è un sì, un no è un no."


Fazelminallah Qazizai è un giornalista afghano, coautore di Night Letters: Gulbuddin Hekmatyar and the Afghan Islamists who Changed the World. Sul Cinguettatore è @FazelQazizai



lunedì 1 giugno 2020

Claudio Morganti: dalla Lega Nord per l'Indipendenza della Padania al fai da te nella tutela del credito



Claudio Morganti è il signore della foto in alto, per una legislatura parlamentare europeo della Lega Nord per l'Indipendenza della Padania.
Una foto dei tempi d'oro in cui appare ben vestito e ancor meglio nutrito, come si confa' ai ben retribuiti.
Lo abbiamo varie volte additato allo scherno delle persone serie; l'ultima occasione, quella in cui si è fatto fotografare in gabbia vestito da militare di quello stesso "stato" che la Lega Nord per l'Indipendenza della Padania ha detto per decenni di voler smembrare.
Di lì a poco il signor Morganti è stato espulso dalla Lega Nord per l'Indipendenza della Padania, per motivi che, visti oggi, sembrano e sono più lunari che mai.
All'epoca quel "partito" diceva (diceva, si ripete) di perseguire scopi per i quali in qualsiasi contesto minimamente serio si viene prelevati da casa all'alba, portati in una località fuori mano e spediti fra i più dopo un quarto d'ora di processo sommario.
Probabile però che il "partito" avesse già identificato il proprio futuro in una soltanto delle proprie costituenti, rappresentata da un target elettorale di studenti alla scuola della vita, laureati all'università della strada e imprenditori di se stessi passati dal liberismo coi diritti che pensavano altrui al sovranismo con le pezze al culo. L'impoverimento generale dei sudditi, per nulla rallentato dal liberismo imposto come un dogma anche dai governi di cui la Lega Nord per l'Indipendenza della Padania era stata un elemento insostituibile, faceva dell'abbandono di ogni istanza separatista (per quanto ciarliera al pari di tutto il resto) una questione di sopravvivenza.
Il nuovo volto del "partito", pensato a misura di falliti in ogni campo, lasciava poco posto all'ostentata e vincente eleganza dei morganti.
Di qui, probabilmente, la decisione di anteporgli individui meglio spendibili.
Col senno di poi va riconosciuto che si è trattato di un inutile spreco: il democratismo rappresentativo alberga talmente tanti personaggi estrosi che il signor Morganti avrebbe tranquillamente potuto adattarsi alle nuove esigenze del "partito", specie se cosideriamo il gramo futuro di cui daremo conto tra qualche riga, e sventolare quel coso a bande verticali verde, bianca e rossa di uguali dimensioni che per trent'anni la Lega aveva detto di voler destinare a ben altri usi.

In questa sede non riconosciamo alcun diritto all'oblio.
E torniamo a trattare di questo signore proprio per dare un altro giro al coltello.
Sparito dalla scena per un po' (senza ovviamente che nessuno se ne accorgesse) Claudio Morganti vi è ricomparso suo malgrado alla fine del maggio 2020 assai meno ben retribuito di un tempo.
Non si sa neppure se sia tornato ai morigerati fasti di promotore finanziario dichiarati nel 2012, ma c'è da credere di no se qualche gazzetta scrive che si sarebbe ridotto a fare il fattorino.
Per colpa del "difficile momento economico" che starebbe attraversando e di una sua iniziativa all'insegna del diritto di ritenzione condotta un po' maldestramente, Morganti si è trovato nei pasticci con gendarmi e giudici di quello "stato" che diceva di voler abbattere. E non per imputazioni almeno dignitose, come quella di attentato all'unità "nazionale", ma per impicci e pasticci di cui si vergognerebbe un ladro di galline.

giovedì 7 maggio 2020

Un sedicente imprenditore, il Coronavirus e il lockdown



Nello stato che occupa la penisola italiana le limitazioni alla vita sociale decretate per arginare un'epidemia mondiale hanno influito parecchio anche sull'agenda dei buoni a nulla che lordano internet con contenuti inutili, opinabili, schifosi o semplicemente controproducenti.
In questa sede abbiamo già annoverato minuscoli casi di orgoglio immobiliare c'a' pummarola 'n coppa e di sbrigatività alberghiera.
Questa volta è il turno di un sedicente imprenditore dall'accento toscano che ha pensato bene di condividere col mondo intero le proprie competenze in materia di pratiche sessuali e quelle in materia di ordinamento repubblicano e di diritto tributario.
Ahilui non altrettanto estese.
D'altro canto alla scuola della vita certe materie hanno la precedenza, si sa.

Dal momento che nel video non esiste nulla -dall'ambientazione alla singola parola pronunciata fino all'iniziativa in sé- che non si presti ad essere oggetto di scherno, riportiamo tutto senza altri commenti.
Ho messo le tende a vagina.
Perché a noi ci piace la fàiga.
Oppure a buco di culo, ma lo vediamo tra poco il perché le ho messe.
Il 54% degli italiani vota ed è d'accordo con Conte. Ed è il 54% degli italiani, che lo rappresenta meglio; dipendenti pubblici, reddito di cittadinanza, reddito universale, reddito di emergenza, personale dell'Alitalia... tutta gente protetta che stando in accappatoio a casa percepisce lo stipendio quindi lo vota, perché vorrebbe che questo lockdown fosse eterno.
Bene: quando gli imprenditori come me non pagheranno più un cazzo, e che rappresentiamo il 10%, oltretutto tutti di destra, quindi non contiamo tecnicamente un cazzo per il consenso di questi signori. Ma in realtà manteniamo tutto il carro, e non pagando più un cazzo vedrete come il 54% dei dipendenti pubblici -polizia, guardia di finanza, dipendenti dell'Enasarco, dell'INPS, quant'altro- vi verranno a cercare per farvi il culo.
E proprio in quel momento io starò a casa. E girerà fra noi imprenditori state a casa, andrà tutto bene. E ci guarderemo al telegiornale o su in streaming o chi più o meno nelle ville da qualche parte del mondo il caos totale del 54% degli italiani che vi verrà a cercare per sfondarvi il buco del culo.
Anche se, a molti di voi, farà piacere.


[Translation available in comments]

martedì 21 aprile 2020

Roberto Cavalli. Chiude la sede di Firenze.




Roberto Cavalli
.
Sì, questo.
Quello di Rachele.


    Han spento lucciole e lanterne
    Messo il leone nella gabbia
    Scambiato il fumo con la nebbia
    Domani il circo se ne va.

    Le stelle accese nella tenda
    Sono tornate dei fanali
    I clown degli uomini normali
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Ritorneremo a misurare
    Quel posto vuoto sul piazzale
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Ci resta il piccolo calvario
    Di spazi vuoti al calendario
    Domani il circo se ne va.

    Han messo via le luminarie
    Smontato tutto pezzo a pezzo
    Soldati e bimbi a metà prezzo
    Domani il circo se ne va.

    Nel lampo breve di un istante
    Forse era solo un'illusione
    L'uomo sparato dal cannone
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Resta un ricordo eccezionale
    Un manifesto lungo il viale
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Ci sono a far da spazzatura
    Lustrini fra la segatura
    Domani il circo se ne va.

    Solo l'orchestra del silenzio
    Che non ha posto per partire
    Rimane a farci divertire
    Domani il circo se ne va.


Angelo Branduardi, L'ultimo giorno del circo.


lunedì 20 aprile 2020

Alessio Maggi, hotel "Le Ginestre", Marina di Pietrasanta (LU)


Questo generoso signore si chiama Alessio Maggi e dovrebbe essere il padrone dello hotel "Le Ginestre" di Marina di Pietrasanta.
Una gazzetta ha preso a pretesto la sua eccessiva loquacità sul Libro dei Ceffi e ne ha fatto lo zimbello del giorno.
Cose che succedono quando si è eccessivamente loquaci sul Libro dei Ceffi; la cosa interessante è che si tratta di problemi sconosciuti a chi non è eccessivamente loquace sul Libro dei Ceffi.

Dopo l'epidemia di Coronavirus l'imprenditoria andrà senz'altro aiutata.
In molti casi -come questo- andrà aiutata a sparire.
E a sparire in silenzio, se possibile.

lunedì 13 aprile 2020

Barbara Balzerani - Lettera a mio padre. Segnalazione a Gabriele Toccafondi.



Lo stato che occupa la penisola italiana è l'unica realtà al mondo in cui è normale vantare studi alla scuola della vita e lauree all'università della strada, e in cui non ci sarebbe assolutamente da sorprendersi se prospettando un libro in dono a qualche conoscente ci si sentisse rispondere "No grazie, ne ho già uno".
In un contesto del genere i libri scritti da combattenti irregolari, quali che siano argomenti e contenuto, hanno di solito un pubblico che è eufemistico definire ristretto, composto per lo più da militanti politici o da studiosi di storia contemporanea.
A meno che non finiscano nel tritatutto giornaliero delle gazzette, che tengono moltissimo alla propria libertà e indipendenza, specie quando contempla l'annichilimento di individui e organizzazioni invisi ai rispettivi referenti.
Il signor Gabriele Toccafondi fa da un paio d'anni il deputato a Roma, e a giudicare dalle gazzette di cui sopra ha dedicato un po' del tempo che non ha passato a cambiare casacca o in altre inconcludenti occupazioni a interessarsi dei libri di Barbara Balzerani.
Sicuri di fargli cosa gradita, riportiamo qui un estratto da Lettera a mio padre della stessa autrice, di prossima uscita per DeriveApprodi; speriamo anche di poter riferire in questa sede di una prossima presentazione del libro al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud, dei quali siamo frequentatori e sostenitori da oltre vent'anni al pari di molte persone che con certi ben vestiti non hanno nulla da spartire.
Esiste un'infinità di temi più o meno lontani da quelli trattati solitamente in questa sede.
Uno di questi è rappresentato proprio dagli scritti di combattenti irregolari come Barbara Balzerani o Enrico Fenzi. Lo stesso vale, come i nostri lettori sanno piuttosto bene, per la storiografia necessaria a deridere i piagnistei propagandistici dell'occidentalame in materia di confini orientali della penisola italiana.
Il fatto che il puro e semplice esistere di simili scritti scateni a cadenze più o meno regolari la mestruale indignazione di qualche esponente del democratismo rappresentativo o di qualche altro signore con libera udienza presso le gazzette è motivo sufficiente per consigliarne l'acquisto (magari in più copie) e per affrontarne soprattutto la lettura, a prescindere dai loro contenuti e dal loro valore letterario.


[Riceviamo e pubblichiamo volentieri un estratto dall’ultimo libro di Barbara Balzerani, Lettera a mio padre, di prossima uscita per DeriveApprodi. Vista però l’attualità e l’interesse dell’argomento trattato abbiamo scelto di pubblicarlo come ‘intervento’. S.M.]

Tu dici che è sempre andata così. Che periodicamente la natura scatena forze incontrollabili. Ma non è tutto sempre uguale. Mai come in questo ultimo scorcio di tempo un manipolo di potenti, solo in quanto esistono, indirizzano le sorti di tutti. Nelle strade di Roma passeggiano i cinghiali. Sui nostri cassonetti della spazzatura fanno le gare di volo radente i gabbiani. I topi e i lupi ci contendono risorse e spazi di prossimità. Non sono attrazioni per i turisti. Sono i reparti avanzati dei nuovi virus che la febbre del pianeta sta risvegliando. È un segnale di quanto sia malmesso il nostro e il loro ambiente di vita, quanto compromesse siano le difese immunitarie di ognuno. E che a noi occidentali non evochino il terrore ancestrale di serpenti o pipistrelli non elimina il fatto che sia la convivenza anomala tra umani e altre specie che causa le ripetute epidemie. I nostri sconfinamenti produttivi. La bestiola appesa al soffitto di una grotta buia non potrebbe nuocere se certe attività umane non avessero fatto da volano. Tutte legate alla logica capitalistica di distruzione delle condizioni di vita degli ecosistemi. Questa, all’ennesima emergenza, ordinerà le file per mandare in circolo l’ultimo vaccino, fino a esaurimento scorte. E poi da capo. Ancora ci dovrebbero parlare i ciechi di Brughel, anche se, dall’ultima rivoluzione fallita, sembra che sia diventato impossibile anche il solo pensare di liberarci dal virus produttivistico che prospera sul nostro sistema di vita. Eppure la mitizzazione del progresso scientista e tecnologico ha dato ampia dimostrazione non solo della sua nocività ma anche dell’oscuramento della conoscenza non legata ai bilanci di impresa.
Il gigante scintillante della produzione e del mercato mondiale poggia su un mondo di sfruttamento, miseria e devastazioni che ne garantisce il funzionamento. Trovare i modi per smettere di sorreggerlo e vederlo crollare da tempo non è più opera della presa di un palazzo d’inverno. Forse occorrerà sgretolarlo in più punti, danneggiarlo per eroderne le fondamenta. Riconquistare la conoscenza del suo funzionamento in un sistematico sabotaggio, sottraendola dalle mani degli esperti a libro paga. Per quanto possa essere difficile qualcosa si può fare subito. Smettere di assecondare chi parla di catastrofe imminente e sparge motivi di speranza che siano i responsabili del disastro a mettere riparo. Chi più drammatizza la condizione del pianeta e più trova modi per una riparazione del danno che è conservazione dell’esistente.
Se tu ci fossi ancora sapresti svelare l’inganno malcelato dietro le innovazioni industriali che dovrebbero ripulire l’aria dai gas venefici. Per esempio potresti spiegare come funziona un motore e di che si alimentano le tanto magnificate macchine elettriche, ultima trovata dell’affarismo verde. Come se sotto il cavolo delle fiabe si trovassero belle e pronte le batterie che tutto hanno meno che la qualità di non inquinare. Col tuo aiuto potremmo capire quanta energia ci vuole per produrle, di che si alimentano, quante ne servono. Impareremmo che la materia prima non è il vegetale magico. Che, anche se la favola ha come protagonisti dei bambini, questi non passano le loro giornate a vivere avventure ma a estrarre cobalto per pochi spiccioli. Che ne muoiono tanti. Che sono bambini africani di pochi anni d’età. Che le batterie esauste, insieme ai telefoni e gli altri congegni elettronici, torneranno nei loro paesi come rifiuti speciali di impossibile smaltimento. Che alle guerre per il petrolio si sommeranno quelle per il nuovo oro striato di grigio. Che sono già cominciate.
Volti non così difficili da vedere nelle nostre giornate blindate dall’indifferenza. Basterebbe non distogliere lo sguardo.
Non ti stupire. In modi diversi nel mondo stiamo morendo sull’altare imbandito del dio consumo. Non avresti mai potuto crederlo nei tuoi anni di lotta per l’indispensabile. Adesso che la furia della produzione capitalistica ha diradato tante nebbie, possiamo vedere con un po’ più di chiarezza quanto gli stati con i loro confini, le proprietà della terra con le loro recinzioni, la produzione con lo sfruttamento del lavoro e dei territori, le biotecnologie hanno messo in forse alla vita di continuare. Forse è tempo di celebrare il fallimento di questa macchina di morte che nessuna versione ecologica può riesumare. Di incepparne il funzionamento. Anche senza tutte le rifiniture di programma, è questo il tempo. Per gli irregolari, gli illegali, gli scarti, gli indios, i comunardi. L’impasto che ci mette all’altezza di un’altra storia, interamente umana.

lunedì 6 aprile 2020

Leoni e cani. Una lezione agli sciacalli?



All'inizio di aprile 2020 circola negli ambienti del cicaleccio "occidentalista" un video con quella che viene presentata come la piccata risposta di una mezzana di pigioni alla richiesta di un sostanziosissimo sconto da parte di un cliente. Richiesta motivata dal crollo dei prezzi provocato dal coronavirus e dalla ormai diffusa indigenza di buona parte dei sudditi dello stato che occupa la penisola italiana.
Gentile signore, la ringrazio per il suo interesse, tuttavia non prevediamo la possibilità di offrire una riduzione del prezzo del 55% come da lei desiderato. Vede, il nostro Paese si è sempre rialzato dalle prove peggiori a cui la storia lo ha sottoposto, ci rialzeremo anche questa volta. Tra l’altro, deteniamo oltre il 70 per cento del patrimonio artistico e culturale globale. Nel Mediterraneo inoltre sono fiorite le maggiori civiltà dell’antichità. Civilità che hanno condiviso cultura, progresso e conoscenza. Credo che anche lei si trovi nella sua abitazione, così avrà sicuramente il tempo di tradurre questa nostra mail, quindi le scrivo in italiano. E la invito anche a tradurre questo antico detto. Sui cadaveri dei leoni festeggiano i cani, ma i leoni rimangono leoni, ed i cani rimangono cani.
Il "paese" dove mangiano spaghetti ha visto imperversare una invenzione della tradizione cui deve un'abbondante parte del proprio PIL e cui è ovvio ascrivere anche il perentorio adagio con cui si chiude la risposta. Un modo di dire adattissimo a bulli di quartiere e marmaglia da stadio, ma per nulla adatto alla corrispondenza commerciale.
Evidentemente nemmeno negli ambienti che più tengono a quella eleganza formale che in questa sede non si perde occasione per irridere si riesce più a spingersi oltre il gergo e le schermaglie tipiche dei più repellenti contesti dell'"Occidente" contemporaneo.
Quella che segue invece è la risposta che avremmo dato noi ad una mail di analogo contenuto.
Egregia signora, la mia offerta al ribasso è motivata da un contesto contingente che è dato da due fattori essenziali. Il primo è rappresentato dalla contrazione dei mercati di cui ha colpa l'epidemia in corso. Il secondo, ben peggiore, è rappresentato dalla brutta situazione economica in cui il suo "paese" si trova.
Vede, il drastico calo del potere d'acquisto intervenutovi nel corso degli ultimi decenni ha un colpevole preciso. E non è né l'Unione Europea né l'usura giudaica né il signor Soros, per quante balle possano darvi a bere visto che ormai voi mangiaspaghetti vi bevete di tutto e non vi pare neanche il vero.
I colpevoli siete voi.
Siete voi, perché avete gettato alle ortiche un secolo buono di lotte sociali e sindacali in cambio di qualche straccio firmato, e chi non era troppo convinto si beccava anche di terrorista.
In questa situazione conta solo il libero mercato, come un agente immobiliare dovrebbe sapere molto bene.
E questo porta a un motivo meno contingente.
La mia offerta risponde alle leggi del libero mercato. Leggi che nessuno di voi si sogna di criticare... fin tanto che gli riempiono le tasche.
E per riempirvi le tasche è almeno dai tempi dell'antiquario Bardini che il patrimonio storico cui dite di tenere tanto ve lo vendete a tocchi e bocconi, fermo restando che la percentuale da lei citata non trova riscontro in alcuna pubblicazione minimamente seria e meno che mai nella pagina citata in link da una delle vostre più repellenti gazzette.
Ciò premesso, temo proprio che mi rivolgerò altrove: in fondo, un cane vivo ha una libertà di movimento e di azione che un leone morto non ha più. Sarà già tanto se qualcuno gli userà il pietoso ufficio della sepoltura... prima che della cosa inizi a interessarsi l'ufficio di igiene.
Si abbia per intanto i miei più irridenti saluti.