giovedì 22 giugno 2017

La ridicola vodka Cavalli


La vodka è un forte distillato di origini che potremmo tranquillamente definire infami e che non c'è nessunissima ragione per pagare più di venti euro al secchio. Una decina di anni fa a Baku in uno hotel di media categoria se ne poteva acquistare un quarto di litro pagandolo lo stesso prezzo di una mezza minerale.
Nell'estate del 2017 un negozio fiorentino vende (chissà a chi) vodka a centodieci euro la bottiglia grande, e ottantadue per la piccola.
Sull'etichetta c'è scritto Cavalli, il che fa pensare debba essere un'idea del solito sarto.
Chissà se il suo reparto marketing ha considerato le divertenti considerazioni che può suscitare l'etichettare cavalli una bevanda qualsiasi.
Ma forse non è il caso di esagerare con le illazioni malevole: probabile che di vodka in azienda se ne intendano davvero.

martedì 13 giugno 2017

Alastair Crooke - Le cantonate di Trump riaccendono i conflitti in Medio Oriente



Traduzione da Consortium News, 9 giugno 2017.


MbS e MbZ hanno strafatto? Il blocco del Qatar ad opera dei sauditi è appena cominciato ma si può dire che, si, hanno strafatto. E lo strafare di MbS, vale a dire Muhammad bin Salman, ministro della difesa saudita e potente figlio di re Salman, e quello di MbZ, cioè Muhammad bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e comandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti cambierà l'architettura geopolitica della regione.
L'errata premessa strategica e l'altrettanto errata narrativa di Trump secondo cui l'Iran è responsabile ultimo di ogni fattore che destabilizza la regione e che schiacciare il Qatar in quanto grande protettore dello Hamas palestinese era di per sé cosa buona e giusta sono dirette responsabili della direzione che prenderà adesso la geopolitica mediorientale.
Il presidente Trump è rientrato dal suo primo viaggio in Medio Oriente convinto di aver stretto un fronte comune tra gli alleati arabi storici degli Stati Uniti e di aver sferrato un forte colpo al terrorismo.
Non ha fatto né una cosa né l'altra.
Lo hanno informato male.
La spaccatura tra Qatar e Arabia Saudita è una questione antica e tormentata che risale a vecchi rancori della Casa dei Saud dovuti all'iniziale decisione dei britannici di rafforzare la famiglia degli al Thani nella loro roccaforte del Qatar, che in caso contrario sarebbe stato un feudo saudita. Se cessiamo per un momento di prestare orecchio alla lunga lista di esternazioni contro il Qatar ripetuta oggi dall'Arabia Saudita e dagli Emirati -e che serve per lo più solo come giustificativo per le ultime iniziative- possiamo tornare ai due principi che sostanzialmente plasmano la mentalità della Casa dei Saud e la sua strategia, e che costituiscono l'essenza stessa degli attuali dissapori verso il Qatar.

I sauditi reazionari

In primo luogo gli al Saud sono convinti che nessun dubbio legittimo o ammissibile possa andare ad intaccare la purezza islamica delle loro credenziali come successori dei Quraysh (la tribù di Muhammad) o come custodi dei luoghi santi dell'Islam. In secondo luogo, come seguaci di Muhammad al Wahhab, sono convinti che soltanto loro, che sono rappresentanti dell'orientamento wahabita, costituiscono il vero e l'unico Islam. Al contrario gli sciiti sono considerati apostati, innovatori, revisionisti e negazionisti, perché negano il dato storico della legittima trasmissione dell'autorità islamica alla Casa dei Saud.
Cosa c'entra questo con il Qatar, che è anch'esso wahabita? C'entra, per parecchi motivi. In primo luogo agli occhi dei sauditi la famiglia regnante nel Qatar è l'ultima arrivata, ovvero il mero prodotto delle politiche coloniali britanniche, e si comporta con indipendenza mostrando così di non nutrire alcun autentico rispetto per la legittimità ed il buon diritto dell'autorità e della leadership saudita. Al contrario il Qatar si comporta come un rivale alla pari, come un usurpatore.
In secondo luogo c'è Hamas. Il punto non è che Hamas è un movimento della resistenza palestinese o un movimento "terrorista". Il punto è che fa parte dei Fratelli Musulmani e che durante l'esilio dell'organizzazione nel Golfo all'epoca di Nasser i Fratelli Musulmani conferirono sostegno intellettuale alla dottrina wahabita (ovvero al salafismo) secondo il volere dei sauditi, ma vi aggiunsero una coda velenosa: invece di indicare nella monarchia saudita il legittimo sovrano universale, i Fratelli Musulmani attribuirono -orrore- la sovranità alla 'Umma, ovvero alla comunità dei credenti.
Il Qatar allora, come sostenitore di Hamas, viene considerato responsabile della piaga dell'islamismo sunnita, che rappresenta una minaccia diretta per la monarchia saudita e per la sua legittimità. La Casa dei Saud vuole la distruzione dei Fratelli Musulmani non perché sono dei terroristi (come evidentemente crede Trump), ma perché disprezzano la monarchia ereditaria.
Inoltre il Qatar ha ospitato, ospita tuttora e sovvenziona anche, una stampa irriverente e "irrispettosa" che mette in questione lo status quo e al tempo stesso concede spazio ai sentimenti "democratici" dei Fratelli Musulmani. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita vogliono mettere a tacere l'irritante circuito mediatico qatariota, in cui rientrano Al Jazeera, Al Arabi al Jadid, Al Quds al Arabi e all'edizione in arabo dello Huffington Post, oltre a volere l'espulsione di Azmi Bishara, uno scrittore ed intellettuale palestinese residente in Qatar oggi direttore dello Arab Center for Research and Policy Studies.

La diplomazia verso l'Iran

Ed ecco la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Qatar, e con il Qatar anche altri appartenenti al Consiglio degli Stati del Golfo come l'Oman e il Kuwait, sta cercando un modus vivendi con quei negazionisti degli iraniani, mettendo così a rischio i principi basilari dell'alleanza fra sunniti.
Emile Nakleh è un ex funzionario superiore dei servizi, e dirige il programma di analisi strategica dell'Islam politico della CIA. Scrive che "le frizioni all'interno del Consiglio degli Stati del Golfo risalgono all'epoca della sua fondazione nel maggio del 1981. Per quanto riluttanti, gli emirati arabi del Golfo assecondarono l'invito dell'Arabia Saudita ad unirsi ad esso perché condividevano i tre principali scopi dell'organizzazione: lavorare alla conservazione della supremazia della famiglia tribale, soffocare le proteste democratiche antigovernative e preservare l'autocrazia. Accettarono anche di ricorrere al sostegno militare occidentale per difendere le coste arabe del Golfo da un Iran che dopo la rivoluzione del 1979 veniva considerato una minaccia."
Insomma, la questione non ha niente a che vedere con la semplicistica idea occidentale della lotta al terrorismo. È una questione di potere: il rafforzare e l'espandere il potere saudita. Il leader dell'Arabia Saudita si sentono deboli e vulnerabili e secondo loro sarebbe giunto il momento di tracciare un limite. L'azione contro il Qatar, inattesa ma chiaramente preparata in anticipo, ne rappresenta la concretizzazione sul piano pratico.
Gli amici del ministro saudita della difesa Muhammad bin Salman assai prima che tutto questo succedesse avevano iniziato a presentare il conflitto con l'Iran come una guerra di religione contro gli sciiti, e ad usare il linguaggio del jihad sia per galvanizzare la base, sia per promuovere un'alleanza militare sunnita -capeggiata dall'Arabia- che ripristinasse l'influenza saudita in Medio Oriente. Invocare il jihad religioso è uno strumento collaudato quando c'è da costringere a fare fronte comune.
Solo che come ha scritto di recente Gregory Copley in Defense and Foreign Affairs Strategic Policy [Muhammad bin Salman ha incontrato il Presidente Trump nello Studio Ovale il 14 marzo scorso] "Il Principe Muhammad ha già fatto imboccare all'Arabia Saudita un percorso dal quale è difficile ritirarsi senza danni. Per questo Riyadh sta facendo ancora più pressione sui suoi vecchi sodali affinché si impegnino a combattere le guerre che ha intrapreso, che sia a suo fianco o che sia per suo conto. Il principe Muhammad sta continuando a chiedere al Pakistan di entrare nel conflitto nello Yemen a dispetto del fatto che la guerra è stata presentata da Riyadh come una guerra contro gli sciiti (e dunque contro l'Iran) mentre in Pakistan vive una minoranza sciita che costituisce oltre il 20% della popolazione."

Tirare Trump dalla propria parte

Copley ha riassunto così l'incontro del 14 marzo: "Il Principe Muhammad pareva intenzionato ad accaparrarsi Trump per il lato saudita, e a parlare in nome di tutti i musulmani [a nome di Trump] per dire quanto bene avrebbero tutti tratto dall'amministrazione Trump."
Il problema è che non soltanto il Pakistan, ma anche appartenenti al Consiglio degli Stati del Golfo come il Qatar, l'Oman e il Kuwait non si sono mostrati d'accordo. Non volevano questa guerra settaria: volevano venire a patti con gli sciiti; in Kuwait esiste una rilevante popolazione sciita. Anche il leader del Qatar è recentemente riuscito a riconciliare l'ala sunnita e l'ala sciita della influente tribù dei Tamim, che si estende anche nel Neged saudita, sotto la sua supremazia. Un vero schiaffo in pieno viso a bin Salman, alla sua retorica sul jihad che è invece deliberatamente polarizzatrice e alla sua speranza di poter arruolare Trump in un campo saudita sempre più debole.
Perché Trump è andato avanti lo stesso? I due suoi "tweet" fondamentali nel corso della settimana provano al di là di ogni dubbio che è stato conquistato alla causa di una narrativa a senso unico. Trump ha prima scritto un tweet in cui rivendicava il plauso per l'ultimatum e per il blocco contro il Qatar ad opera degli EAU e dell'Arabia Saudita. L'impressione è che Trump deve aver pensato che la mossa di MbS e MbZ rappresentasse in qualche modo un colpo ai finanziatori del terrorismo e mettesse l'Iran all'angolo.
Poi, come ha scritto Ishan Tharoor sullo Washington Post subito dopo gli attacchi a Tehran (lo Stato Islamico ha assaltato il parlamento ed un sacrario), sulla capitale iraniana è stata una pioggia di deplorazioni e di condoglianze da tutto il mondo:
Poi è arrivato il Presidente Trump. La Casa Bianca ha eretto a propria inconfondibile abitudine l'emettere rapidi commenti sugli attacchi in cui è coinvolto lo Stato Islamico, ovunque si verifichino: Parigi, Londra, Manchester... e addirittura per un episodio mai accaduto nelle Filippine. Mercoledì invece Trump se ne è rimasto tranquillissimo per diverse ore. La portavoce del Dipartimento di Stato ha rilasciato una dichiarazione di condanna puramente formale, sostenendo che "nel mondo pacifico e civile non c'è posto per l'efferatezza del terrorismo".
Quando alla fine Trump è uscito dal suo silenzio, il suo messaggio ha spazzato via in un solo colpo qualunque anelito di buona volontà i diplomatici ameriKKKani potessero aver avuto voglia di trasmettere. [corsivo di A. Crooke, n.d.t.]
"Siamo addolorati e preghiamo per le vittime innocenti degli attacchi terroristici in Iran e per il popolo iraniano, che sta passando un così difficile periodo", diceva la dichiarazione prima di chiudersi con una pazzesca frecciata contro Tehran. "Sottolineiamo il fatto che i paesi che sostengono il terrorismo rischiano di rimanere vittime del male che promuovono."

Un grave insulto

Questi tweet indicano chiaramente che Trump si è completamente immerso nella retorica e nell'agenda dei più grandi rivali che l'Iran ha nella regione: l'Arabia Saudita e lo stato sionista. Si è trattato di un punto di svolta che in Medio Oriente non sarà né dimenticato né perdonato. Non è stata solo una mossa falsa sul piano politico. Si è trattato di una cosa più seria della politica pura e semplice, o del fatto che l'Iran a Trump piaccia o non piaccia. È stato un calpestare i sentimenti umani, è stato un disprezzare l'essere umano.
La bomba a Manchester, le gole tagliate vicino al ponte di Londra sono accadimenti orrendi, ma per fortuna sono ancora eventi fuori dall'ordinario. Uomini, donne e bambini sciiti invece, in Iraq, in Siria e nello Yemen soffrono una Manchester al giorno. Appena qualche giorno fa lo stato islamico ha massacrato in tutto 163 civili -donne e bambini compresi- che stavano fuggendo da Mossul. Centinaia di migliaia di donne sciite arabe, turkmene e di altre nazionalità sono oggi nei campi profughi a piangere la sorte di mariti, figli e fratelli decapitati. E le salme dei caduti combattendo lo Stato Islamico in Iraq arrivano nelle moschee ogni giorno che passa.
Di fatto, Trump ha detto a questa gente che "se l'è meritata" perché ha sostenuto il "terrorismo". Fino a questo punto l'Iran e il mondo sciita erano ancora sinceramente propensi a concedere a Trump il beneficio del dubbio. Adesso le cose sono cambiate. Trump si è trasformato, senza che ce ne fosse alcun bisogno, in uno spietato nemico ideologico dell'Islam sciita.
In Medio Oriente non esiste una sola "verità": il Principe Bandar, quando era ancora capo dei servizi sauditi, una volta disse al capo dello MI6 che "non è lontano il momento, Richard, in cui in Medio Oriente si dirà letteralmente 'Che Dio aiuti gli sciiti.' Più di un miliardo di sunniti ne hanno semplicemente avuto abbastanza, di loro."
Il capo del MI6 capì così che il successivo jihad antisciita in Iraq e in Siria, l'ascesa dello Stato Islamico e i cupi ammonimenti di Bandar non erano privi di nesso.

La cattiva mossa di Trump

Il "terrorismo" non è mai un fenomeno trasparente come sembra, quando lo si osserva a distanza di sicurezza. Insomma, i due messaggi via Twitter fanno apparire il Presidente degli USA ingenuo e intollerante, cose che in genere non sono da lui. Trunp è abbastanza capace di ragionare senza preconcetti, ma ha bisogno di consigli che vengano da soggetti meno autoreferenziali, meno schierati e meno faziosi. Sarebbe già una miglior pratica politica, per lui, quella di limitarsi a mantenere legami con tutti i principali attori regionali.
Quali saranno gli esiti di questa crisi, che di fatto non è che un'iniziativa reazionaria contro le forze che promuovono il cambiamento? Esistono resoconti che fanno pensare che la leadership saudita si aspettava che il Qatar capitolasse senza condizioni entro ventiquattro ore dal blocco. Resoconti che possono aver commesso un grossolano errore di valutazione. Il Qatar sarà anche un piccolo stato, ma i suoi tentacoli finanziari arrivano lontano ed hanno una presa forte, in questi tempi di vacche magre.
Il Qatar ha anche amici potenti: la Turchia e, sia pure con maggiori cautele, l'Iran; forse anche l'Iraq e la Russia sia pure in secondo piano. Il Qatar può cercare di arrivare ad un compromesso e di tirarla per le lunghe, ma i primi resoconti fanno pensare che MbS e MbZ siano irremovibili: hanno trattato in modo scortese e sprezzante l'emiro del Kuwait. Staremo a vedere.
In ogni caso, è dubbio che il Consiglio degli Stati del Golfo riuscirà a sopravvivere come tale allo spadroneggiare dell'Arabia Saudita. Potrebbe verificarsi una spaccatura, e la Turchia o l'Egitto potrebbero cercare di tirare dalla propria parte abbastanza frammenti da spodestare la leadership saudita. Il panorama geopolitico cambierà comunque, sia che il centro di gravità si sposti a Nord, con la Turchia che acquista una presa strategica sul mondo arabo, sia che MbS cerchi di raddoppiare la posta.
In ogni caso, una mossa disperata come l'occupazione militare del Qatar da parte dell'Arabia Saudita -come fatto a suo tempo col Bahrain- potrebbe potrare ad una seria escalation o anche ad uno scontro militare. Ci si può chiedere anche se la Casa dei Saud non pensi che un colpo di stato -perché è così che si può considerarlo- contro un altro leader del Golfo sia davvero una cosa campata in aria.

domenica 11 giugno 2017

Alastair Crooke - Trump è caduto nella trappola dei sauditi e dei sionisti



Traduzione da Consortium News, 3 giugno 2017.

Jared Kushner non ha reso un gran favore al suocero quando ha infilato il presidente Trump nell'infinito "processo di pace" tra sionisti e palestinesi. Stando all'interpretazione di un giornalista sionista i consiglieri di Trump avevano per questo fatto in modo che i sauditi "[lo] abbracciassero, [gli] facessero attorno la danza delle spade, mettessero sul tavolo un bell'assegno per l'accordo sulle armi e [si aspettassero in cambio] la creazione di un asse anti sciita ed anti iraniano [fondato su di loro]."
Esattamente: al proverbiale venditore (Trump) hanno venduto il Colosseo e a venderglielo ci ha pensato il genero, convinto che conoscere da anni il primo ministro sionista Benjamin Netanyahu facesse di lui l'elemento ideale per il processo di pace. A Riyadh Trump ha dunque porto incondizionato omaggio alla narrativa sunnita che considera i sunniti vittime innocenti e gli sciiti una oscura, malvagia e sovversiva quinta colonna da ricondurre nel proprio recinto.
Trump si è dunque chiaramente schierato nella contesa geostrategica che esiste tra i paesi del Nord della regione e gli Stati del Golfo. Invece di rimanersene appartato e al di sopra del conflitto mediorientale, si è fatto convincere a comportarsi in modo opposto e si è buttato a pesce dalla parte dei sunniti, in parte forse per fare il contrario di quanto fatto dal presidente Obama con l'Iran.
Per quale motivo? Senza dubbio i quattrini -sempre che arrivino sul serio- faranno comodo. Essenzialmente però Kushner ha persuaso il suocero che lisciare il pelo ai sauditi e demonizzare gli iraniani rappresentava il prezzo da pagare per entrare nel processo di pace tra sionisti e palestinesi; se il colpo riuscisse, rappresenterebbe l'eredità politica che la politica estera di Trump consegnerebbe alla storia.

Un fallimento a lungo termine

Secondo l'autorevole giornalista sionista Ben Caspit che scrive su Maariv, "A Washington qualcuno ha guardato una cartina e ha fatto il compitino. Se ne conclude che ci si sono messi in due, Jared Kushner e Jason Greenblat [il Rappresentante Straordinario di Trump per i Negoziati Internazionali]. Si sono messi ad ascoltare la gente di Obama e anche qualche sionista di quelli che hanno passato tutto il proprio tempo e speso tutte le proprie energie e la propria stessa salute nel processo di pace durante gli ultimi otto anni, e che gli hanno spiegato in che modo accostarsi alla fumante ed esplosiva polveriera del conflitto mediorientale."
Probabilmente hanno conferito davvero con quegli esperti di "processo di pace" che per tutti gli ultimi venticinque anni hanno negato il suo palese fallimento. Quindi anch'essi non hanno voluto riconoscere i quattro fondamentali difetti dei principi di Oslo. Si ripete invece lo stesso approccio difettoso, sperando tutte le volte che il risultato sia diverso.
Nel corso degli ultimi decenni l'Europa e l'AmeriKKKa hanno condiviso la stessa inveterata convinzione: lo stato sionista, che gli serva o meno, deve mantenere al suo interno una maggioranza ebraica. Col passare del tempo e con il crescere della popolazione palestinese lo stato sionista si troverà ad un certo punto a dover acconsentire ad uno "stato" palestinese proprio per mantenere questa maggioranza ebraica. Insomma, solo consentendo ai palestinesi di avere un proprio stato o in qualche modo rinunciando a controllare parte del popolo palestinese lo stato sionista conserverà il proprio carattere di maggioranza ebraica. Questo è il primo principio.
A prima vista il concetto sembra evidente, al punto che la maggior parte degli ameriKKKani e degli europei rifiuta di metterlo in discussione. Solo che la recente pubblicazione di resoconti delle discussioni tenute all'interno del governo sionista dopo la vittoria nella guerra dei sei giorni del 1967 indica chiaramente che già allora i leader sionisti avevano afferrato questo dilemma fondamentale: avevano udito le ammonizioni che all'epoca gli Stati Uniti rivolgevano loro sulla necessità di riassorbire un milione di palestinesi assoggettati, ma erano rimasti elusivi, cercando di conservare tutti i territori occupati nel corso della guerra.
Il ministro degli esteri sionista dell'epoca Abba Eban disse: "[Gli ameriKKKani] sono dell'idea di dire di sì a Gerusalemme, ma no ai territori. Insistono sul fatto che sarebbe una cosa molto negativa che il mondo si facesse l'impressione che vogliamo davvero tenere tutti i territori."

Mentre tranquilli sionisti

Il primo assunto ci porta al secondo, che è quello della "dottrina della sicurezza innanzitutto". L'Europa e l'AmeriKKKa, insistendo affinché i palestinesi assecondino e tranquillizzino lo stato sionista circa le sue pretese necessità di sicurezza farebbero sì che lo stato sionista appoggi con fiducia la soluzione basata sui due stati.
La narrativa della sicurezza innanzitutto è convincente, così convincente che le politiche europee e statunitensi sono state orientate praticamente per intero verso l'obiettivo di realizzare con lo stato sionista queste condizioni di sicurezza. Si tratta di un obiettivo che è stato perseguito ad oltranza e anche oltre, al punto che qualunque sovranità residuale sopravvivesse alla  realizzazione delle pretese di sicurezza dello stato sionista ammonterebbe a poco più che ad un proseguire dell'occupazione travestito da "stato" palestinese.
Eppure non era mai abbastanza, a frustrazione dei leader occidentali e nonostante qualunque garanzia ulteriore le forze di sicurezza palestinesi fossero in grado di offrire. I leader occidentali non hanno trovato soluzioni che non fossero il continuare a battere sul tasto di una ancor più stretta collaborazione in materia con lo stato sionista e di un ancor più stretto assecondarlo. Il presidente Trump pare dunque aver abbracciato la stessa linea: a quanto sembra lo ha fatto lanciando invettive contro il leader palestinese Abu Mazen e sottoponendolo ad una vera lavata di capo per aver istigato contro lo stato sionista e per aver aiutato finanziariamente le famiglie di detenuti per aver resistito all'occupazione.
Lo stato sionista non ha concesso l'instaurazione di uno stato palestinese nonostante le molte opportunità che si sono susseguite negli ultimi venticinque anni e non sembra a tutt'oggi più disposto a farlo. A volte ci si chiede per quale motivo non si è arrivati alla realizzazione di due stati nonostante si trattasse di una cosa basata su una logica stringente.
Forse è stato perché sia la premessa iniziale, che affermava che "lo stato sionista vuole senza dubbio l'instaurazione di uno stato palestinese", sia quella che indicava nell' instaurazione di affidabili condizioni di sicurezza per lo stato sionista la conditio sine qua non perché esso acconsentisse alla soluzione dei due stati sono, piuttosto semplicemente, entrambe sbagliate. Forse lo stato sionista ha sempre cercato il sistema di trattenere i territori e di inglobarne in qualche modo la loro popolazione. Le trascrizioni delle discussioni governative nel dopoguerra fanno pensare di sicuro a qualche cosa del genere.

I due Stati sono un miraggio

Anche le iniziative concretamente intraprese dai sionisti sul terreno non rafforzano certamente la convinzione che lo stato sionista si sia mai curato di assecondare la transizione verso una soluzione che contemplasse due stati dai confini certi, con uno stato palestinese sovrano. Al contrario, quanto accade in concreto porta in direzione opposta: lo stato sionista ha sempre agito in modo da inficiare una soluzione che contemplasse due stati dai confini definiti con certezza.
Esistono anche altri due postulati di questo "processo" contemplante lo stato sionista che meritano di essere indagati con occhio maggiormente critico: il primo -che piace soprattutto agli europei- afferma che l'AmeriKKKa è in grado di imporre una soluzione allo stato sionista. Per quanto attiene la mia esperienza di componente dello staff addetto al processo di pace col senatore George Mitchell, anche questa è una premessa errata. Per adattare al caso un modo di dire che viene da un altro contesto, lo stato sionista trova una maniera al giorno per eludere le pressioni statunitensi, che in ogni caso sono limitate da considerazioni di politica interna.
Infine, la politica istituzionale araba, intesa come contrapposta alla politica di strada- davvero desidera la concretizzazione di uno stato palestinese? Non ne sono sicuro. Penso che le cose le vadano abbastanza bene per come sono adesso. Presumere che esista un forte desiderio di instaurare uno stato palestinese potrebbe rivelarsi errato.
E allora, dove stanno le novità, nei piani di Trump o -meglio- di Kushner? Il 24 maggio 2017 Daniel Serioti di Israeln Hayom ha scritto: "Un funzionario di alto grado a Ramallah ha detto a Israel Hayom che nel corso dell'incontro che Trump ha avuto con il presidente dell'Autorità Palestinese Abu Mazen... [Trump] ha detto che intende condurre un processo di pace fondato essenzialmente sulle iniziative di pace dell'Arabia Saudita...
Il Presidente Trump ha detto a quello dell'Autorità Palestinese che il piano che stava concretizzando si sarebbe basato innanzitutto sulla promozione di un piano regionale complessivo, come parte dell'iniziativa di pace dei sauditi. Il funzionario palestinese ha detto che Trump ha riferito con enfasi ad Abu Mazen che questo non significava rinunciare all'idea dei due stati come base per un futuro accordo fra stato sionista e Autorità Palestinese in cui lo stato palestinese verrebbe instaurato accanto a quello sionista, nonostante il presidente ameriKKKano gradirebbe mettere sul tavolo anche altre prospettive.
La possiblità più importante è quella di promuovere innanzitutto il processo di pace patrocinato dall'Arabia Saudita, e solo dopo il raggiungimento di un accordo provvisorio nel cui contesto le parti discuterebbero il modo di concordare uno status permanente che permetterebbe l'instaurazione di uno stato palestinese indipendente e la dichiazione della fine del conflitto da parte di entrambe.
Il funzionario palestinese ha affermato che il Presidente Trump ha descritto i fondamenti del piano che sta tratteggiando mantenendosi molto sulle generali, e che non ha fornito alcun dettaglio, anche se a suo dire gli ameriKKKani vorrebbero promuovere l'iniziativa di pace dei sauditi in modo che esso contemplerebbe per prima cosa l'intrapresa della normalizzazione dei rapporti tra stato sionista e paesi arabi moderati.
Inoltre... gli ameriKKKani prenderanno iniziative volte a promuovere diretti e serrati negoziati tra stato sionista e palestinesi da tenersi secondo un preciso calendario e nei quali le parti dovranno agire per risolvere questioni fondamentali, prima tra tutte la definizione delle frontiere del futuro stato, lo status di Gerusalemme e dei luoghi santi, il destino degli insediamenti al di fuori dei grandi blocchi, il diritto al ritorno ed altro.

Poche novità

Insomma, la "novità" è data da una alleanza regionale tra sunniti e stato sionista che dovrebbe servire dapprincipio a normalizzare le relazioni con lo stato sionista, ma che poi potrebbe evolvere in una "alleanza regionale di difesa", "sotto patrocinio ameriKKKano e con il pieno sostegno militare e diplomatico ameriKKKano", esplicitamente diretta contro l'Iran e contro i suoi alleati.
Nulla che sia veramente nuovo. CI sono già state prima iniziative del tipo "dentro-fuori" e "fuori-dentro". A fare la differenza in questa versione Trump/Kushner è il fatto che l'ultima iniziativa del re saudita Abdullah diceva che prima lo stato sionista deve consentire l'instaurazione di uno stato palestinese e che poi sarebbe venuta la normalizzazione dei rapporti con lo stato sionista. Sembra che Trump abbia invertito le cose: prima la normalizzazione dei rapporti e poi un accordo provvisorio con i palestinesi.
Di fatto pare una riedizione della dottrina della sicurezza innnanzitutto: i paesi arabi, assecondando l'autocertificata pretesa sionista di temere per la propria sicurezza, consentirebbero allo stato sionista -tramite la normalizzazione dei rapporti- di permettere con maggior fiducia il passaggio ad una soluzione "ad interim" per lo stato palestinese, e magari anche ad una soluzione definitiva.
Ci troviamo qui davanti al sempiterno problema: i leader arabi non possono permettersi di normalizzare i rapporti con lo stato sionista se esso non fa concessioni ai palestinesi, e se i palestinesi acconsentono a loro volta, fino a quando non cesserà la costruzione degli insediamenti. Cosa che i sionisti non intendono fare.
Un altro motivo per pensare che il piano non arriverà a nulla, dopo che il Primo Ministro Netanyahu farà comunque in modo da tirarla per le lunghe, è che anche se è vero che oggi come oggi i palestinesi sono deboli e divisi, paradossalmente Netanyahu è ancora più debole. Qualunque concessione ad Abu Mazen, per trascurabile che sia, potrebbe far cadere il suo governo. La destra di Netanyahu non vede alcuna ragione per fare concessioni ai palestinesi, neppure a livello simbolico. Perché dovrebbe? E' sul punto di prendersi tutto...

La trappola scatta

L'alleanza regionale tra sionisti e sunniti e la ripresa del processo di pace costituiscono una trappola, e Trump è stato persuaso ad infilarcisi. Si tratta di una trappola perché una volta accettato questo stato di cose il processo di pace manda in naftalina ogni altro processo politico. Quanto spesso hanno detto "non si può fare questo, non si può fare quello" per non mettere a rischio il peraltro inconcludente "processo di pace".
Un processo di pace fornisce allo stato sionista il modo di esercitare pressioni anestetiche in tutto il Medio Oriente, ed è sempre stato così. Si tratta di una trappola perché ancora Trump a cercare di assecondare l'iranofobia dei sauditi, e l'iranofobia dei sauditi si rivelerà priva di limiti proprio come il "bisogno di sicurezza" dei sionisti.
Queste vulnerabilità indeboliranno le possibilità di Trump di sconfiggere lo Stato Islamico e di arrivare alla distensione con la Russia. La Russia ha cercato di portare sciiti e turchi al travolo delle trattative in Siria. Il ruolo di Trump era quello di aiutare a portare alle trattative i sunniti, per creare un accordo regionale più ampio. Adesso è meno probabile che la cosa riesca, perché l'Arabia Saudita usa la visita di Trump per indebolire l'Iran.
Con l'omaggio di Trump alla causa sunnita, è più probabile che la spaccatura tra sunniti e sciiti si approfondisca, che non che si riesca a cicatrizzarne la piaga. Dal punto di vista del mero realismo politico, Trump crede davvero che l'Arabia Saudita e i suoi alleati riusciranno a indebolire l'alleanza fra Russia, Iran, Siria, Iraq e Hezbollah?
E lo stato sionista? Le carte in tavola hanno sempre parlato chiaro, e adesso lo sappiamo da quelle riunioni governative successive alla guerra dei Sei Giorni. Gli ameriKKKani avevano messo sull'avviso il governo sionista: se avesse continuato sulla strada del "chi vince prende tutto" sarebbe stato sempre più difficile per l'AmeriKKKa difendere l'occupazione sionista su un popolo palestinese spodestato, screditato, cacciato... e in aumento.
Di questo si deve ancora vedere la piena realizzazione. Ma come ha detto il consigliere della Casa Bianca Steve Bannon nel suo film Generazione Zero, "l'essenza della tragedia greca è che non si tratta di una cosa come un incidente stradale, in cui muore qualcuno. Il senso della tragedia greca è che tragedia è laddove qualcosa accade perché deve accadere... perché sono i personaggi coinvolti che lo fanno accadere. E non hanno altra scelta che farlo accadere."


sabato 10 giugno 2017

Alastair Crooke - Trump e la gestione degli alleati



Traduzione da Consortium News, 26 maggio 2017.

Un osservatore ha recentemente notato che per capire la politica estera di Donald Trump non occorre molto sforzo: Trump sta facendo esattamente il contrario di quello che ha fatto Obama. Beh, è una battuta, ma come in tutte le buone battute qualche cosa di vero c'è.
Il presidente Obama, a ragione o a torto, era profondamente sgradito nello stato sionista e in Arabia Saudita; quindi Trump si sta comportando come un amicone di entrambi i paesi. A volte ci sono motivazioni elementari a sottendere quella che ha l'aria di essere una strategia complessiva. Obama ha aiutato l'Iran, Trump ne ha appena parlato male. Obama parlava di strategia generale multilaterale, Trump ha sottolineato gli accordi d'affari dei suoi businessmen.
Il dare in pasto al consesso degli emiri e dei monarchi sunniti quanto di meglio esso desidera -l'Iran alla berlina, presentato come malevolo sostenitore di ogni terrorismo- doveva servire, nelle intenzioni, a controbilanciare in qualche modo la blanda riprovazione del Presidente Trump nei confronti del mondo sunnita a cagione della sua tolleranza nei confronti dell'estremismo. Tutto per compiacere lo stato sionista e preparare il terreno alla grossa ambizione del genero di Trump Jared Kushner di sancire la pace tra stato sionista e palestinesi. Quando si è trattato di venire al punto tuttavia, il Presidente non aveva nulla da dire nello stato sionista; quindi la portata dell'iniziativa si riduce al fatto che nulla ha detto e nulla poteva dire.
Insomma, il primo scopo della visita era quello di togliersi per qualche giorno da Washington e dai suoi assillanti grattacapi e di mettere in mostra il Presidente nella contesto che più gli è gradito: quello di uno che fa affari, riporta lavoro negli USA e rimette in piedi antiche alleanze che Obama aveva indebolito.
Le intenzioni avevano almeno il pregio della chiarezza. Solo che non ha funzionato nulla. Il regista dell'iniziativa (Jared Kushner, sembra) e il redattore dei discorsi (Stephen Miller, pare) hanno combinato un pasticcio. Il colpo d'occhio era orrendo: lo sfarzoso ed accogliente benvenuto dei sauditi può esser sembrato un antidoto gradito all'oscuro clima politico di Washington DC che minaccia tempesta, ma in Medio Oriente la situazione non è stata certo intesa in questi termini. La credibilità del Presidente risentirà per molto tempo di questo agire scriteriato. Le immagini lo assilleranno.

Un messaggio in un contesto sfarzoso

Lo staff presidenziale non lo ha capito? Non ha afferrato la realtà rivelatrice che la stessa accoglienza sfarzosa riservata a Trump, la costruzione di questo spettacolo di lustrini alla presenza dei leader sunniti precettati e schierati, la smaccata adulazione, l'accettazione delle onorificenze, la pacchianeria dei doni e per concludere l'accettazione di una carovana di quattrini sono state escogitate a bella posta per trasmettere un chiaro messaggio politico?
L'Arabia Saudita ha indicato in questo modo ai leader sunniti presenti che Trump ha riconosciuto implicitamente a re Salman il ruolo di leader dell'Arabia e dell'Islam. In sostanza, esattamente così in Medio Oriente si indicano il vassallaggio, la sottomissione ad una leadership politica e gli obblighi che ne derivano. E così verrà inteso il segnale in tutto il mondo.
Chi ha scritto i discorsi per Trump non ha capito -quando gli hanno detto di far pari infarcendo i discorsi presidenziali di epiteti contro l'Iran- che esistono limiti, sia pure invisibili, che non è saggio superare? Trump non era consapevole dell'inopportunità -per non chiamarla smaccato stravolgimento della realtà- di ritrarre gli sciiti come terroristi e basta, e di farlo da un palco in Arabia Saudita?
Tutto condotto maldestramente. Se si voleva far pari, lo si poteva fare meglio. Il redattore non aveva presente il fatto, tanto per indicarne uno, che sono le centinaia di migliaia di profughi sciiti iracheni che hanno visto i loro paesi e le loro terre conquistati, le loro case razziate, i loro uomini macellati dallo Stato Islamico a costituire ora la spina dorsale della milizia irachena delle Unità di Mobilitazione Popolare, la stessa che Trump bolla come terrorista? Persino nella stampa sionista sono stati molti a far notare che il ritratto dell'Iran come del peggior babau fatto da Trump era fuori da ogni logica, anche se il Primo Ministro sionista Benjamin Netanyahu ne è a quanto sembra rimasto entusiasta. I normali cittadini dello stato sionista com'è la regione e come sono le sue realtà lo sanno.

La danza delle spade

E lasciamo perdere poi gli altri penosi spettacoli che hanno segnato questa visita, l'imbarazzante danza delle spade, l'adulatoria approvazione delle signore Trump per il "progresso" della condizione femminile in Arabia Saudita, il presentarsi in Vaticano della first lady Melania e della figlia Ivanka in nero e a capo velato disattendendo invece puntualmente le consuetudini del mondo musulmano. I sauditi ne avranno senz'altro tenuto conto.
Esistevano intenti più profondi, in questo blandire i vertici del Golfo? E se esistevano, hanno risentito della maldestra concezione e della maldestra messa in atto? L'obiettivo ultimo di Trump non ne ha certo guadagnato: al contrario, il modo in cui è stata condotta l'iniziativa ha senz'altro complicato le cose.
A Trump, per il corso del presente anno, serve fare risultato. La caduta delle città controllate dallo Stato Islamico di Raqqa e di Mossul consentirebbe al Presidente di affermare con ragione di averlo sconfitto. Una purchessia stabilizzazione della Siria ed un alleviamento del conflitto sarebbero delle ben accette ciliegine sulla torta.
I russi in Siria si stanno comportando come un funambolo da circo che abbia ad un estremo del proprio bilanciere l'Iran, e la Turchia a fare da contrappeso all'altro estremo. La Russia ha bisogno di entrambi per mantenersi in equilibrio nel corso della traversata. L'Iran sostiene Damasco e la Turchia è il quartiermastro delle forze armate dell'insurrezione. Tutto questo costituisce uno degli aspetti della "gestione degli alleati", secondo il vecchio concetto alla Kissinger sugli equilibri regionali.
L'AmeriKKKa sta agendo coordinandosi con la Russia e a differenza della passata amministrazione sta attivamente sostenendo il processo di cui i russi sono protagonisti pretendendo collaborazione da parte delle formazioni ribelli "moderate", che sta al tempo stesso facendo entrare nell'ordine di idee che gli Stati Uniti non hanno intenzione di intervenire a loro favore per rovesciare lo stato siriano.
Al momento attuale gli Stati Uniti stanno aspettando che i russi compiano progressi nel mantenere in vigore le zone di tregua e nel gestire da una parte una Turchia dal comportamento erratico e dall'altra l'Iran ed i suoi alleati. Gli Stati Uniti vogliono che Hezbollah e l'Iran rinuncino alla Siria. La demonizzazione dell'Iran nei discorsi che Trump ha tenuto a Riyadh e nello stato sionista possono essere stati motivati anche dall'intenzione di forzare la mano della Russia sui propri alleati, ovvero il farli rientrare nei ranghi. La Russia, l'Iran e la Turchia (minacciata dalla presenza armata dei curdi siriani) secondo il punto di vista dell'Amministrazione si trovano in un periodo di "messa alla prova".

La gestione degli stati del Golfo

A fare da contraltare alla gestione russa dei propri alleati è la gestione degli alleati degli Stati Uniti, dei paesi del Golfo. Forse fra i propositi del presidente Trump per la visita in Arabia Saudita c'era anche questo, anche se in primo luogo si trattava di concludere accordi e di riportare in patria posti di lavoro. Trump non vuole che l'Arabia Saudita rovesci le sperate vittorie a Raqqa e a Mossul.
Insomma, il quadro generale è che nel caso il processo di Astana decolli in qualche modo, ai russi spetti inquadrare e controllare i propri alleati e agli ameriKKKani di fare lo stesso con il mondo sunnita.
Si tratta di una prospettiva ormai irrealistica? Come abbiamo già indicato, è possibile che i sauditi abbiano interpretato la visita di Trump a Riyadh in modo diverso da quello messo in conto dalla Casa Bianca.
Trump si è espresso in modo avventato sul conto dell'Iran e l'Arabia Saudita e lo stato sionista cercheranno verosimilmente di inchiodare il presidente degli Stati Uniti ad una traduzione opera nazionale che rifletta alla lettera quanto detto; pretenderanno che Trump onori propri obblighi così come se li è assunti e nel modo in cui se li è assunti durante la visita a Riyadh sotto gli occhi di praticamente tutto il mondo sunnita.
A Riyadh Rex Tillerson si è espresso in modo molto più sfumato. Ha detto che si aspetta dei colloqui con l'Iran a tempo debito. I funzionari del Pentagono nel corso dell'ultima conferenza stampa settimanale hanno preso l'iniziativa di affermare, all'indomani dell'incidente di al Tanf in cui le forze statunitensi hanno nuovamente bombardato truppe siriane, che gli USA non hanno nel mirino le forze iraniane in Siria, o quelle siriane propriamente dette. Hanno fatto intendere che l'attaco contro le forze siriane è stato frutto di un errore di un comandante sul terreno e che la cosa non si ripeterà.
La questione essenziale, dopo la maldestra coreografia della visita di Trump in Arabia Saudita, è questa: i russi perderanno fiducia nei confronti di una partecipazione significativa degli USA all'iniziativa di Astana?
Le conseguenze impatterebbero per forza sulla prospettiva di una più ampia distensione fra USA e Russia. La Russia non può permettere che Astana crolli per intero: la sconfitta dello Stato Islamico e di al Qaeda è per i russi una questione fondamentale per l'interesse nazionale. I russi probabilmente arriveranno comunque a concludere che Washington non ha grandi prospettive di coinvolgere l'Arabia Saudita in un ruolo attivo per Astana. I commentatori dello stato sionista si sono mostrati d'altro canto assai scettici sulla fattibilità di un'alleanza regionale fra sunniti e stato sionista, data la fragilità politica di Netanyahu.

Le invettive costano

La filippica di Trump contro l'Iran inasprirà senz'altro le obiezioni dei sunniti nei confronti di un qualsiasi ruolo l'Iran possa ricevere nel controllo delle zone di de-escalation del conflitto siriano, e più in generale in Siria. Questo complicherà notevolmente le cose per i russi e in ultima analisi potrebbe anche inficiare l'iniziativa di Astana. Se Trump non riesce a coinvolgere i sunniti, è possibile che Mosca si comporti in modo più assertivo. La Russia magari può concedere agli USA il monitoraggio del triangolo di de-escalation a ridosso del Golan, ma sta sostenendo le forze di Damasco ed i suoi alleati nel ripristino del controllo governativo sul sud est del paese e sulla frontiera con l'Iraq. Questo significa che tra Iraq e Siria non vi sarà alcuna zona cuscinetto, come invece speravano gli USA e lo stato sionista.
La dichiarazione che segue forse rappresenta la prima conseguenza della presa di posizione di Trump contro gli sciiti. Southfront riferisce che "il governo iracheno ha ufficialmente confermato che collaborerà con la Siria, con l'Iran e con la Russia per mettere in sicurezza la frontiera fra Siria ed Iraq. Secondo il Ministro dell'Interno iracheno esistono fra i quattro paesi accordi di collaborazione allo scopo. I media iracheni hanno anche [citato] funzionari iracheni [che affermavano] che l'Iraq ed i suoi alleati non lasceranno che venga realizzata alcuna zona cuscinetto fra i due paesi."
Le Unità di Mobilitazione Popolare sono la milizia irachena che sta già prendendo parte attiva all'operazione militare, insieme a Hezbollah e all'esercito siriano, all'interno della Siria e destinata a riprendere il controllo della regione sudorientale del paese: dal lato iracheno invece le Unità di Mobilitazione Popolare stanno sigillando la frontiera e tagliando le linee di rifornimento dello Stato Islamico lungo la valle dell'Eufrate. Questo è importante.
Quando mi sono recato in Iraq il mese scorso ho assistito alla mobilitazione e alla galvanizzazione della "nazione sciita" irachena. Non si tratta di un fenomeno istigato dall'Iran: è un risveglio direttamente collegato al diffondersi della guerra contro lo Stato Islamico nel nord del paese, ed è prodromo ad un mutamento dei centri di gravitazione del potere all'interno dell'Iraq.
Se l'adozione da parte di Trump della narrazione sunnita contro l'Iran e contro le milizie sciite doveva favorire un aumento dell'impegno saudita in Siria e nello Yemen, i suoi caustici commenti sull'Iran e sugli sciiti infonderanno ulteriore energia alla "nazione sciita" in Iraq, a dispetto delle sue fratture interne.
A Mosca devono invece affrontare una questione più profonda, ovvero il significato della continua guerra di illazioni mandata avanti dallo "stato profondo" degli USA e diretta contro Trump, colpito anche mentre era in visita di stato in un altro continente. La campagna non ha conosciuto alleviamenti, anzi, la gragnuola si è addirittura rafforzata. Sembra che il suo obiettivo sia quello di rendere l'amministrazione Trump uno zombie, più che quello di mettere il Presidente in stato d'accusa.
Più avanti nel corso dell'anno è possibile che negli USA si verifichi una crisi finanziaria: all'inizio di ottobre il debito interno raggiungerà il picco. La FED sta avvisando senza enfasi gli investitori che i mercati azionari possono risentirne. In sostanza, l'AmeriKKKa deve affrontare incertezze inasprite, ed un'estate ed un autunno densi di contese che potrebbero rivelarsi anche violente.
Bill Clinton, minacciato di impeachment, fece una guerra. Anche un Trump messo all'angolo potrebbe farlo: o la guerra, o sfidare lo "stato profondo" e farci la pace. Mosca deve valutare con prudenza queste eventualità, e lo farà senz'altro. Trump potrebbe anche cercare di fare le due cose: muovere guerra alla Corea del Nord, e cercare la distensione con Mosca.

lunedì 5 giugno 2017

In morte di Lorenzo Bargellini


A Firenze Lorenzo Bargellini è stato per trent'anni uno di quei signori nessuno in feldgrau che difficilmente incrociano le vite e le strade di amministratori e governanti preoccupati innanzitutto della sorte di qualche mangioteca filogovernativa.
Come scrivevamo a gennaio dello scorso anno,
Lui e i suoi sono al limite gente da marginalizzare in silenzio a colpi di regolamenti e decreti, da rendergli la vita impossibile per ogni inezia, così imparano a mettersi di traverso, lui e il suo Movimento di Lotta per la Casa, alle magnifiche sorti e progressive della politica più o meno locale.
Specialmente adesso che tutti i suoi esponenti e tutti i suoi "partiti" l'hanno fatta finita una volta per tutte anche con il ricordo degli attacchinaggi nelle notti piovose, dei volantinaggi e delle scritte sui muri, e condividono fino all'ultimo iota i "valori" e gli obiettivi dei sedicenti avversari, primo tra tutti la distruzione consapevole e a fine di lucro di qualunque cosa ricordi anche da lontano il concetto stesso di vita associata.
Tra non molto questi frequentatori di ristoranti finiranno per vendere ai sudditi anche l'aria che respirano, garantendo e giurando che la cosa è a vantaggio di tutti e che d'altronde al più mercato non ci sono alternative.
Negli ultimi mesi il partito di maggioranza relativa ha anche approvato un decreto che rende finalmente possibile, e con tutti i crismi della loro "legalità" da insegnamento nelle scuole, far passare un guaio a chi ha una brutta faccia o si azzarda a usare le piazze come piazze e le fontane come fontane.
A Firenze il Movimento di Lotta per la Casa da oltre vent'anni fa il possibile per garantire il funzionamento civile delle occupazioni abitative ed è suo esclusivo merito se il racket e la violenza mafiosa non vi imperano come altrove.
E fino a quando il democratismo fiorentino non ha fatto propria la profonda disumanità "occidentalista", facendo così dell'essere fiorentini un motivo di profonda vergogna, con l'amministrazione cittadina il confronto è stato puntuale e continuo. Il genius loci di Firenze questo era e questo deve continuare ad essere; quello dell'alluvionato di San Frediano che ferma il camion degli aiuti governativi: "Basta, s'è bell'e avuto; San Frediano 'un mòre nemmeno coll'alluvione. Se mai, si spande...!"[*]
Il popolo per il popolo, subito, senza e se del caso contro la carta da bollo.
Le persone serie non possono che trattare il legalitarismo d'accatto della politica peninsulare con la sufficienza che esso merita. Nel cicalceccio continuo con cui l'elettorato passivo infarcisce i "media sociali" non è difficile trovare attestazioni dell'avvenuta assimilazione del "partito democratico" ai suoi sedicenti avversari, ormai superati in iniziativa ed in menzogne.
Nulla deve scampare alla distruzione.
“Nessuna disponibilità ad avviare un confronto. Non trattiamo con chi non rispetta le regole. L’incontro di stamani finalizzato unicamente a ridurre la tensione con manifestanti presenti sotto Palazzo Canacci non ha dato nessuna disponibilità da parte del Comune ad avviare alcun confronto con il Movimento di lotta per la casa. Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni noi non trattiamo con chi fa dell’illegalità una scelta di vita”.

Sara Funaro, assessore alla casa del Comune di Firenze, 17 maggio 2017.
Per quanto riguarda la persona di Lorenzo Bargellini, la ben vestita Sara Funaro non ha più nulla da temere: nulla di più legale della morte. Non occorre neppure scegliere.
La prospettiva della fine non può essere combattuta altro che con un'immaginazione piena di speranza.
E la speranza è che a queste morti resista  il fare senza, e se del caso contro, certa gente e certe leggi.



[*] In Franco Nencini, Firenze i giorni del diluvio, Sansoni 1966.

domenica 4 giugno 2017

Architetto Lucia Cardamone. Di nuovo.


A distanza di qualche mese l'annoiato architetto Lucia Cardamone ci riprova.
Nelle cassette della posta gli stessi foglietti strappati, stessa scritta fatta a penna e poi fotocopiata. Cambia solo il testo che si fa addirittura più vago:

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Anche da Ristrutturare       
Mi contatti
Arch Cardamone
3913934355

Neanche architetto, solo arch. ("...Neanche cuoco... sottocuoco...!")
Ripetiamo: chissà dove si crede di andare Lucia Cardamone pescando a traina con questi sistemi; il calmissimo consiglio che le avevamo dato, quello di appostarsi ai piani attendendo il rientro dal funerale dei parenti del proprietario per chieder loro se l'abitazione del defunto è in vendita era in effetti piuttosto vago, ed è bene specificarlo meglio.
1 - Dopo essersi alzati ampiamente per tempo -in estate specialmente, gli uffici funebri si svolgono nelle prime ore del mattino- ci si reca in edicola e si acquistano i quotidiani locali.
2 - Dalla pagina dei necrologi si selezionano gli annunci; in qualche caso, se si è fortunati, si trova indicato anche l'indirizzo del defunto.
3 - Se così non fosse, occorre consultare una buona guida telefonica; anche raffronti incrociati con vari strumenti web possono portare al risultato necessario.
4 - Dopo aver indossato la tenuta d'ordinanza di quel terziario di trecconi, mezzani e sensali che campa come una tigna al rimorchio delle classi produttive, ci si reca sul luogo; nel caso di uno stabile di appartamenti sarà facile farsi aprire il portone da altri condòmini adducendo le solite scuse.
5 - Si attende con pazienza la comparsa dei parenti: ovviamente è lecito sedere sui gradini, valutando magari l'opportunità di sistemarsi all'ultimo piano in modo da dare il meno nell'occhio possibile e da ridurre la possibilità di incontrare gli altri abitanti del palazzo, che potrebbero non gradire tanto spirito di iniziativa.
6 - Al loro arrivo si saluta urbanamente; dal momento che il tempo è denaro si avrà cura di arrivare immediatamente al punto.
7 - Si incassa con disinvoltura la auspicabile reazione scomposta del parentado, tanto più veemente quanto più giovane era il defunto e quanto più repentina è stata la sua dipartita. In molti e documentati casi l'archcardamone di turno è stato accompagnato all'ingresso con sistemi perentori, ma d'altronde chi non risica non rosica e non si ha nulla per nulla a questo basso mondo.Si sa anche di individui scaraventati a calci e pugni giù per svariate rampe di scale.
8 - Si fa rientro alla base; un buon analgesico, una sistematina alla mise, e via al prossimo indirizzo.

venerdì 2 giugno 2017

David Graeber - Il fenomeno dei lavori del cazzo


Questo scritto è già stato tradotto e fatto circolare da anni. La sua ritraduzione e presenza in questa sede è dovuto ad un fatto che ha colpito l'attenzione di chi scrive, e che al di là del titolo il testo di Graeber non affronta neppure di sfuggita.

Da Strikemag.org, agosto 2013.

David Graeber ripercorre il percorso che ha portato dalla prospettiva di una giornata lavorativa di quattro ore ad una realtà fatta di niente.
Nel 1930 John Maynard Keynes previde che entro la fine del secolo la tecnologia sarebbe progredita al punto che in paesi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti la settimana lavorativa sarebbe stata di quindici ore. Ci sono tutte le ragioni per credere che fosse nel giusto. Dal punto di vista tecnologico, ci siamo abbastanza vicini. Eppure non è ancora successo. Anzi, il progresso tecnologico è stato sistemato in maniera da trovare il modo di farci lavorare tutti di più. Per arrivare a questo, si sono dovuti creare lavori che sono di fatto inutili. Molte persone, soprattutto in Europa e in Nord AmeriKKKa, passano tutta la propria vita lavorativa a svolgere compiti che tacitamente ritengono non ci sia reale bisogno di svolgere. Questa situazione causa gravi danni morali e spirituali, una ferita nella nostra anima collettiva. Eppure non ne parla praticamente nessuno.
Perché l'utopia di Keynes, che negli anni Sessanta era ancora attesa con ansia, non si è mai concretizzata? In genere si pensa che non avesse messo in conto la massiccia crescita del consumismo. Davanti alla scelta fra meno ore lavorative e più giocattoli e piaceri, abbiamo tutti scelto questi ultimi. Un bel racconto edificante, solo che basta riflettere un momento per capire che non è così. Certo, abbiamo assistito alla nascita di un'infinita varietà di industrie e di impieghi dal 1920 ad oggi, ma assai pochi hanno qualcosa a che vedere con la produzione e la distribuzione di sushi, iPhones o fantasiose scarpe da ginnastica.
Quali sono di preciso questi nuovi lavori? Una ricerca recente sulle condizioni dell'occupazione negli USA fra il 1910 ed il 2000 ci mostra un quadro chiaro, e la situazione è esattaente la stessa per il Regno Unito. Nel corso dell'ultimo secolo il numero di lavoratori impiegati come domestici, nell'industria e nel settore agricolo è crollato. Al tempo stesso, "professionisti, manager, impiegati, lavoratori delle vendite e nei servizi" sono triplicati, passando "da un quarto a tre quarti dell'occupazione totale". In altre parole, i lavori produttivi sono stati in larga parte cancellati dall'automazione, come previsto. Anche se contiamo i lavoratori dell'industria a livello mondiale, comprendendo le masse che faticano in India e in Cina, il numero di questi lavoratori non rappresenta neppure lontanamente l'ampia percentuale della popolazione mondiale che rappresentava un tempo.
Invece che ad una rimarchevole riduzione delle ore lavorative che mettesse la popolazione mondiale in condizione di perseguire progetti, piaceri, visioni e idee proprie, abbiamo assistito al gonfiarsi non tanto e non solo del settore dei servizi, quanto di quello amministrativo, fino alla creazione di settori industriali completamente nuovi come quello dei servizi finanziari o del telemarketing, o l'espansione senza precedenti di settori come il diritto d'impresam l'amministrazione dell'istruzione della salute, le risorse umane e le pubbliche relazioni. E queste cifre non rispecchiano neppure tutte quelle persone il cui lavoro consiste nel fornire a questo di settori industriali sostegno amministrativo, tecnico o di sicurezza. Se è per questo non tengono conto neppure di tutti loro il settore dei lavori ausiliari, dai toelettatori per cani a quanti consegnano pizze a domicilio tutta la notte, che esistono soltanto perché tutti gli altri passano tanto tempo a lavorare in tutti gli altri campi.
Sono questi, quelli che propongo di chiamare "lavori del cazzo".
È come se qualcuno si fosse messo di impegno a creare lavori inutili solo per tenerci tutti occupati. Ecco dove sta quello che non si riesce a capire. Nel capitalismo si pensa che un simile fenomeno sia proprio quello che non può verificarsi. Sicuramente nei vecchi e inefficienti paesi socialisti come l'unione sovietica, dove il lavoro era considerato in pari misura un diritto e un sacro dovere, il sistema pensava a tanti posti di lavoro quanti gliene servivano, e questo è il motivo per cui nei grandi magazzini sovietici ci volevano tre lavoranti per vendere un solo pezzo di carne. Solo che questo è proprio il tipo di problema che si pensava sarebbe stato risolto dalla competizione del mercato. Almeno secondo le teorie economiche l'ultima cosa che fa un'impresa votata al profitto è proprio dare denaro a lavoratori che non ha autentico bisogno di impiegare. Eppure questo è proprio quello che succede.
Le grandi imprese possono anche intraprendere selvagge riduzioni di organico; licenziamenti e razionalizzazioni finiscono invariabilmente per colpire quella classe che davvero produce, sposta, mantiene e ripara le cose; tramite una qualche strana alchimia che nessuno sa spiegare a sufficienza, pare invece che il numero di passacarte retribuiti sia in fin dei conti destinato ad aumentare e che sempre più impiegati si ritrovino, in modo davvero non dissimile da quello dei lavoratori sovietici, a passare sulle carte 40 o 50 ore la settimana ma al lavorarne effettivamente una quindicina, proprio come predetto da Keynes, dal momento che trascorrono il resto del loro tempo organizzando o partecipando a seminari motivazionali, aggiornando il loro profilo su Facebook o scaricando trasmissioni tv.
La risposta è ovviamente non è economica: è morale e politica. La classe dominante si è resa conto che una popolazione su di morale e produttiva con del tempo libero a disposizione costituisce un pericolo mortale; si pensi a cosa successe quando la situazione aveva appena cominciato a palesarsi, negli anni doo il 1960. D'altra parte l'idea che il lavoro costituisca di per sé un valore morale, e che tutti coloro che non intendono sottomettersi a una qualche serrata disciplina lavorativa per la maggior parte delle ore che trascorrono svegli non si meritino niente, per chi comanda è una cosa estremamente comoda.
Una volta, mentre riflettevo sulla crescita apparentemente senza fine dei compiti amministrativi all'interno dei dipartimenti universitari della Gran Bretagna ebbi come un'improvvisa visione dell'inferno. L'inferno è un aggregato di individui che trascorrono il grosso del loro tempo ricoprendo mansioni che non gli piacciono e per le quali non sono particolarmente portati. Per dire, sono stati assunti perché erano degli ebanisti senza pari, e poi hanno scoperto che gli toccava trascorrere gran parte del loro tempo a friggere pesce. Addirittura non c'è nemmeno bisogno di fare davvero le cose, o almeno il numero dei pesci che c'è bisogno di friggere è molto limitato. Eppure il pensiero che alcuni dei loro colleghi potrebbero star davvero trascorrendo più tempo facendo gli ebanisti (invece che dietro a quel poco di pesce da friggere che gli è toccato) li ossessiona al punto che prima che sia trascorso molto tempo si vedono innumerevoli pile di pesci mal cotti ed invendibili in giro per la friggitoria, ed ecco quello che tutti finiscono in concreto per fare.
Penso che le dinamiche morali della nostra economia siano qui descritte in modo davvero accurato.
Capisco che qualunque argomentazione del genere si trova davanti immediate obiezioni: "E tu chi sei per dire quali sono lavori veramente necessari? Cosa vuol dire necessario, poi? Tu sei un professore di antropologia, che necessità c'è di professori di antropologia?" Un sacco di gente che legge i tabloid considererebbe l'esistenza stessa di lavori come il mio come perfetta definizione di spesa sociale inutile. Da un certo punto di vista la cosa è vera, perché non esiste misura oggettiva del valore sociale.
Io non ho la presunzione di dire a qualcuno che è convinto di star fornendo un apprezzabile contributo al mondo che in realtà non lo sta facendo affatto. Ma che dire di tutte le persone che sono esse stesse convinte che i loro lavori non hanno alcun significato? Non molto tempo fa sono tornato in contatto con un compagno di scuola che non avevo più visto da quando avevo 12 anni. Sono rimasto sorpreso di scoprire che nel frattempo era diventato prima un poeta e poi il front man di una rock band indie. Aveva ascoltato alcune delle sue canzoni alla radio senza avere idea che il cantante era qualcuno che conoscevo sul serio. Era davvero bravo, innovativo, e quello che faceva aveva senza alcun dubbio portato luce e sostegno alla vita delle persone in tutto il mondo. Eppure dopo un paio di album andati male aveva perso il contratto, si era trovato pieno di debiti e con una bambina nata da poco, ed era finito, per dirla con le sue parole "col prendere la via che prendono tante persone spaesate: quella che porta alla facoltà di legge." Adesso è un avvocato d'impresa e lavora in un importante studio di New York. È stato il primo ad ammettere che il lavoro che faceva era completamente privo di senso e che non portava alcun contributo al mondo; secondo lui non sarebbe neppure dovuto esistere.
Qui ci si potrebbero porre molti interrogativi, ed ecco il primo: cosa pensare di una società che sembra produrre una richiesta estremamente limitata di poeti e musicisti di talento, e in compenso una richiesta apparentemente senza fine di specialisti nel diritto di impresa? Risposta: se l'1% della popolazione controlla la maggior parte della ricchezza disponibile, quello che chiamiamo "il mercato" riflette quello che essi considerano utile e importante, non quello che tutti gli altri considerano utile e importante. Inoltre sembra che la maggior parte delle persone che fa lavori del genere siano in ultima analisi consapevoli di questo. In concreto non sono sicuro di aver mai incontrato un avvocato d'impresa che non pensasse che il suo non fosse un lavoro del cazzo. E lo stesso vale per praticamente tutti i nuovi lavori elencati sopra. Esiste un'intera classe di professionisti stipendiati che se li si incontrasse ad una festa e prendessero atto che si fa un mestiere che potrebbe in qualche modo essere considerato interessante (per esempio l'antropologo) farebbero di tutto per evitare di sfiorare l'argomento. Dopo qualche bicchiere si lancerebbero in filippiche su quanto sia inutile e stupido in realtà il lavoro che fanno loro.
In questo c'è una violenza psicologica profonda. Com'è possibile anche solo accennare ad una dignità del lavoro quando si è segretamente convinti che il proprio non dovrebbe neppure esistere? Com'è possibile che questo non crei un risentimento ed un rancore profondi? La nostra società possiede un genio particolare cosicché i suoi dominatori hanno trovato il modo, come nel caso della editoria di pesce, di assicurarsi che il risentimento si diriga esattamente contro coloro che svolgono lavori significativi. Per esempio: nella società pare esserci una regola generale per cui tanto più il lavoro svolto da qualcuno porta benefici ad altre persone, tanto minore ci si può attendere che sia la rispettiva retribuzione. Anche in questo caso difficile trovare misure oggettive, ma un modo semplice per afferrare il senso della cosa è chiedersi: cosa succederebbe se una data classe di persone sparisse di colpo; si dica quello che si vuole delle infermiere, dei netturbini o dei meccanici; è ovvio che se scomparissero in una nuvola di fumo le conseguenze sarebbero immediate e catastrofiche. Un mondo senza insegnanti o senza portuali finirebbe presto nei pasticci; anche un mondo senza scrittori di fantascienza o musicisti sk sarebbe un posto peggiore. Non è del tutto chiaro invece cosa avrebbe da rimetterci l'umanità se a sparire in questo modo fossero tutti gli amministratori delegati di società di investimenti, i lobbisti, gli addetti alle pubbliche relazioni, gli analisti assicurativi, gli addetti al telemarketing, gli ufficiali giudiziari o i consulenti legali. Molti sospettano che il mondo potrebbe migliorare non poco. Eppure ad eccezione di pochi casi che godono di buona considerazione come i medici, la regola funziona sorprendentemente bene.
Peggio che mai, sembra esistere una diffusa sensazione secondo cui è così che le cose devono andare. Uno dei segreti punti di forza del populismo di destra è questo. Lo si può apprezzare quando i tabloid soffiano sul fuoco del risentimento contro i lavoratori della metro perché hanno paralizzato Londra durante una disputa contrattuale; il fatto stesso che i lavoratori della metro possano paralizzare Londra mostra che il loro lavoro è davvero necessario, e sembra proprio questo il fatto che dà fastidio alla gente. La cosa è ancora più chiara negli Stati Uniti, dove i repubblicani hanno ottenuto considerevoli successi nell'aizzare il risentimento contro gli insegnanti o contro i lavoratori dell'industria automobilistica e non -ed è questo il fatto significativo- contro i dirigenti scolastici o i manager dell'industria che sono la vera causa dei problemi, per quelli che a loro dire sono stipendi e benefici esagerati. Come se gli avessero detto "Ma voi insegnate ai bambini! Voi producete automobili! Voi avete dei lavori veri! E oltre a tutto questo avete anche il coraggio di pretendere pensioni e servizi sanitari da classe media?"
Se qualcuno si fosse messo a tavolino per progettare un mondo del lavoro fatto apposta per mantenere il potere del capitale finanziario difficilmente avrebbe potuto fare di meglio. I lavoratori veri e che realmente producono vengono stritolati e sfruttati senza sosta. La rimanente forza lavoro si divide in un intimorito strato di disoccupati oggetto di disprezzo universale ed in un più ampio strato fatto di gente sostanzialmente pagata per non far nulla, in ruoli fatti in modo da farli identificare con le prospettive e con la sensibilità della classe dominante (manager, amministratori eccetera) e soprattutto di quelli delle sue incarnazioni finanziarie, e al tempo stesso da rafforzare l'accidioso risentimento contro tutti coloro che svolgono un lavoro che ha un valore sociale chiaro ed innegabile. È chiaro che il sistema non è frutto di una pianificazione consapevole. Esso è il frutto di quasi un secolo di tentativi ed errori. Ma è anche l'unica spiegazione al perché, nonostante il livello tecnologico raggiunto, non lavoriamo tutti per tre o quattro ore al giorno.