venerdì 27 marzo 2020

Firenze. Le bandiere al tempo del Coronavirus



Firenze è Firenze. 
 Anche nelle circostanze rappresentate dalla pandemia virale del 2020 c'è chi ha le idee ben chiare su quali bandiere meritino di essere ostentate con tranquilla sicurezza e quali meritino soltanto di essere tenute a distanza.
Tra il febbraio e il marzo del 2020 un virus capace di generare una grave insufficienza respiratoria -soprattutto in soggetti anziani o debilitati- ha iniziato a diffondersi nella penisola italiana dopo aver provocato alcune migliaia di vittime nella Repubblica Popolare Cinese.
Il numero dei casi è esploso in Lombardia.
La Lombardia è da trent'anni almeno un alacre laboratorio politico "occidentalista"; un territorio dove l'imperversare del liberismo ha conosciuto -forse- qualche limite solo nell'ostinazione con cui la chiesa cattolica continua a fare da argine alle ingiustizie sociali più intollerabili. E si tratta di una istituzione sulla cui ipocrisia non è certo il caso di sorvolare.
Lo stato che occupa la penisola italiana ha dapprima varato misure eccezionali di limitazione alla vita sociale ed economica nelle zone interessate. Visti i nulli risultati le ha poi estese a tutto il territorio sotto il proprio controllo. 
Dal punto di vista che interessa in questa sede, l'accaduto ispira due considerazioni.
Se quanto sopra si fosse verificato in Toscana, l'occidentalame gazzettiero si sarebbe trasferito in blocco in riva all'Arno e avrebbe dato la stura al piglio dileggiante con cui affronta qualsiasi campo del reale. La minima defaillance del sistema sanitario sarebbe stata attribuita ai comunisti, ai buonisti, ai pacifinti e via mestruando. Soprattutto, in primavera avrebbero dovuto tenersi le elezioni e gli "occidentalisti" nella nuova versione sovranista ed accattona avrebbero voluto imporre con i soliti sistemi una candidata cui non si conoscono altri meriti oggettivi al di là dell'atteggiarsi a paladina del cattolicesimo... dopo aver concepito e partorito fuori dal matrimonio.
Il sistema sanitario lombardo ha barcollato sotto il colpo. Difficile pretendere esiti diversi dopo decenni di privatizzazioni. Il laboratorio del liberismo a spese dei diritti (presuntamente) altrui ha dovuto subire una piccola serie di lezioni di realismo proprio dalle realtà più invise: le organizzazioni non governative, la Repubblica Popolare Cinese, la Federazione Russa, la Repubblica di Cuba. Decenni di ciance televisive, di starnazzi gazzettieri e di altro collodio propagandistico disconfermati in una settimana. Per lo più -e per giunta- ad opera di professionisti che si presentano in un modo composto e dimesso che fa a pugni con il piglio carnevalesco e ciarliero che caratterizza le poco vestite e i sovrappeso cui la propaganda "occidentalista" affida la comunicazione delle proprie istanze.
Che l'intervento di realtà più serie sia senz'altro interessato e dia luogo a speculazioni non è cosa che ci interessi approfondire, dato che la sfrontata malafede "occidentalista" non viene certo meno in simili circostanze. A titolo di esempio basterà riferire che esistono voci gazzettiere propense a vedere nella presenza di medici militari russi i prodromi di un'iniziativa bellica. Affermazioni del genere sono utili solo a chi cercasse conferma dell'affidabilità e dell'obiettività del gazzettaio "occidentale".

giovedì 19 marzo 2020

Alastair Crooke - Le cose che non funzionano, nell'inverno del coronavirus



Traduzione da Strategic Culture, 16 marzo 2020.

Il dottor Michael Osterholm del Centre for Infectious Disease Research presso l'Università del Minnesota ha detto nei giorni scorsi che gli USA non erano pronti per un'epidemia, e che la crisi sanitaria nelle prossime settimane peggiorerà molto. "Ora come ora stiamo affrontando la cosa come se fosse una tempesta di vento a Washington DC: si chiude tutto per un paio di giorni... ma questo è davvero l'inverno del coronavirus, e questa è la prima settimana," ha detto Osterholm.
Il presidente Trump si è dunque deciso ad abbracciare uno stoicismo laconico, venendoci a dire che quella del virus era una bufala e che non era nulla di peggio di un'influenza di stagione che sarebbe sparita con l'arrivo del caldo. Insomma, ha semplicemente incolpato i cinesi. Adesso gli ameriKKKani e gli europei, che erano tanto scettici, stanno iniziando a capire quanto il Covid-19 sia diverso da un'influenza qualsiasi.
Gli europei hanno reagito in ordine sparso, ma a parte lo Stato che occupa la penisola italiana hanno per lo più dato la precedenza a mantenere il loro PIL anche a rischio di veder collassare i loro sistemi sanitari nel momento in cui il virus raggiungerà picchi superiori alle potenzialità delle terapie intensive europee. Dal Regno Unito dicono di aver dato il via a una "fase di contenimento", ma in realtà non hanno fatto quasi nulla per impedire che il virus si propagasse tranquillamente fra la popolazione.
La Lombardia, nello stato che occupa la penisola italiana, ha un sistema sanitario di prim'ordine adesso sommerso al 200% della sua capacità, e ha messo mano a una strategia di stampo darwinistico lasciando che certi vivano o muoiano senza passare dalla terapia intensiva. Le équipe mediche delle terapie intensive i pazienti più anziani non li visiteranno neppure. I paesi europei che non hanno adottato misure che puntano a ridurre la vita sociale potranno avere di che pentirsene. Limitare la vita sociale costa, ma alla fin fine funziona. Nelle "zone rosse" della penisola italiana i contagi hanno rallentato.
Il vocabolo "contenimento" non è esatto. Contenere la diffusione di un virus è quasi impossibile, perché si diffonde nell'aria e vi rimane (si veda qui). Il virus può essere veicolato da soggetti che neppure sono consapevoli di esserne affetti. Il "contenimento" non può ad oggi fermare la diffusione del coronavirus, ma la serrata delle attività sociali può rallentarne la trasmissione e, cosa più importante, appiattirne il picco, alleviando un po' della pressione sui risicati reparti di terapia intensiva. Se non si ferma la socialità ci troveremo probabilmente assistere a un impennarsi esponenziale nei tassi di infezione nei paesi il cui governo ha fatto poco per ridurre al minimo i contatti interpersonali.
Attenzione a non sbagliare: i leader che fanno la scelta errata, considerando gli effetti del virus un'esagerazione e questa crisi un qualche cosa di passeggero per cui basta stringere i denti e atteggiarsi a stoici, ne risponderanno senz'altro politicamente.
Ora, e per quanto i riguarda i mercati tutto ad un tratto, quella che molti investitori si chiedevano se fosse una pandemia è confluita in una crisi di portata molto più ampia. Ci troviamo nell'epicentro di un grosso shock economico mondiale ancora in crescita. In realtà si tratta di tre fenomeni legati tra loro. Un sempre più diffuso blocco nei rifornimenti, il crollo del prezzo del greggio, e ora un'incipiente crisi finanziaria e di liquidità.
Importante: non è il virus ad aver causato la crisi economica. È stata la Federal Reserve a piazzare qualche tempo fa questa bomba a orologeria grazie alle sue politiche di creazione del denaro basate sul debito. La bomba è stata innescata nel 2008, con un la relativa esplosione delle bolle finanziarie. Da un certo punto di vista comunque è stato Trump che ha cominciato a premere il grilletto della crisi lanciando una competizione tra grandi potenze con la Cina.
Trump ha iniziato una guerra commerciale e tecnologica per contrastare e frenare la crescita della Cina. In questo, a per forza di cose iniziato a tagliare alle radici il sistema del commercio mondiale e delle linee di rifornimento. La Gran Bretagna tentò lo stesso gioco con la Germania prima della prima guerra mondiale, e la cosa non finì bene. Al contrario, portò a una contrazione dell'economia proprio in un momento in cui un impero esteso era più sensibile a una turbativa dei flussi commerciali.
Oggi gli USA dipendono da un massiccio incentivo al debito per il mantenimento della loro immagine di perduranti titolari dell'egemonia sull'ordine mondiale. La guerra commerciale tuttavia ha fatto diminuire le entrate e la portata dei commerci statunitensi proprio in un momento in cui l'impero USA è diventato sensibile all'impennarsi del debito e mostra tutti i segni della mezza età e del venire meno dello slancio.
Inevitabilmente, l'effetto concreto è stato quello di indebolire il commercio mondiale in un momento in cui il ciclo economico era nella sua fase finale. Nel mercato del greggio era già evidente la distruzione della domanda, le arterie dei traffici si sono sclerotizzate ben prima che l'OPEC crollasse e che scoppiasse una guerra sul prezzo del petrolio a mettere del suo per peggiorare ulteriormente la crisi dei mercati.
Ora siamo alle serrate e al terremoto nelle linee di rifornimento, grazie al virus; imprese e singoli individui che si affidino a quello che incassano per pagare i debiti devono senza dubbio alcuno affrontare una crisi dovuta all'inaridirsi dei flussi di cassa. Probabilmente assisteremo ad un effetto a cascata perché quando qualcuno non paga, la già precaria situazione finanziaria dell'altro non può che peggiorare.
Nel 2008 c'è stata una crisi, ma è stata una crisi che è rimasta confinata al sistema finanziario. All'epoca furono adottate misure di natura esclusivamente monetaria per spegnere l'incendio della crisi bancarie. Oggi le cose stanno in modo molto diverso: abbiamo una crisi nei rifornimenti, e il mondo intero aspetta che le banche centrali e le autorità trovino la maniera di uscirne e presentino una qualche soluzione.
Ecco: questa volta è diverso perché di soluzioni non ce ne sono.
Il motivo? I modelli di una Banca Centrale per la pianificazione e il controllo dell'economia sono per intero monetari: l'intervento nell'economia reale viene considerata una deviazione eretica rispetto al libero mercato. Per decenni siamo rimasti prigionieri della convinzione ideologica per cui la politica non ha in concreto, per così dire, nulla di politico.
Tutto quello cui pensiamo quando pensiamo di politica andrebbe in realtà considerato come null'altro che un regolare la macchina economica. In questo sono maestri gli esperti sul piano tecnico: banchieri, accademici, primari uomini d'affari e così via. E non è politica questa, dicono tutti: è management tecnologico.
Jim Rickards è un influente commentatore finanziario statunitense; scrive che "i modelli di equilibrio come quelli usati dalla Fed dicono che il mondo funziona come un orologio e che a volte perde l'equilibrio. Tutto quello che bisogna fare in questi casi è regolarlo, o manipolare qualche variabile per rimetterlo in equilibrio un'altra volta. È come rimettere l'ora a un orologio.... Considerano i mercati [e l'economia] come se fossero una specie di macchina. Hanno un approccio meccanicistico ottocentesco. Solo che le concezioni tradizionali che si basano su modelli statici hanno poco a che vedere con la realtà. I mercati del 21º secolo non sono macchine e non funzionano come un orologio".
A un certo punto i sistemi [economici] smettono di essere complicati... e iniziano a essere complessi. [E] la complessità spalanca la porta a eventi e guasti inattesi di ogni tipo. Il comportamento di un evento non può essere ridotto alle parti che lo compongono. In un'economia intervengono agenti di diverso tipo, interconnessi tra loro; l'elemento essenziale della complessità è però il comportamento adattivo. Succede qualcosa di inatteso, e sembra arrivato dal nulla.
A un mucchietto di sabbia -un mucchietto come un altro, si può aggiungere un qualsiasi numero di granelli di sabbia del genere. Alla fine si provocheranno la frana e il crollo del mucchietto. Più un sistema diventa complicato, più diventa instabile: l'instabilità, quando la complessità supera certi limiti, diventa una caratteristica intrinseca. Insomma, un granello in più, identico ai precedenti, diventa sufficiente per causare il crollo.
Nel nostro caso i granelli sono stati tre, rappresentati da eventi di origine esterna. Un blocco delle forniture in quasi tutta la Cina; il virus che provoca la serrata della penisola italiana così come aveva fatto chiudere le econmie asiatiche; infine, il prezzo del petrolio che crolla.
Le banche centrali non usano un approccio adeguato alla complessità. Rimangono ferme, sostiene inflessibile Rickards.
Un modello di equilibrio puramente monetario può essere una soluzione per il coronavirus? No, non può. Non si può affrontare una pandemia virale allentando le politiche monetarie.
La deflagrazione in atto ha conseguenze importanti sul piano politico. Anche l'adozione di misure fiscali può rivelarsi un'idea fuorviante: se armeggiare coi tassi di interesse non farà ripartire le fabbriche vuotate dalla pandemia, non ci riuscirà nemmeno qualche manovra fiscale di secondo ordine. Probabilmente le iniziative sul piano fiscale dreneranno le tasche dei contribuenti e salveranno imprese decotte, come l'industria statunitense per il fracking dello scisto. Più probabilmente ancora, le banche centrali si limiteranno a "creare"il denaro necessario salvataggio deprezzando e salutando ancora di più le loro monete legali.
Questa crisi ha il sapore della fine di un'epoca; contro chi e contro cosa si dirigerà il risentimento popolare quando la gente realizzerà che i politici non hanno alcun piano?
La cosa potrebbe valere in particolare per gli USA. Molti pensionati statunitensi hanno investito sul mercato i fondi per le pensioni, tramite i piani 401k. Difficilmente le sbruffonate di Trump gonfieranno di nuovo quella bolla per i pensionati ameriKKKani. Il punto che può rivelarsi esplosivo è quello della sanità. Ovviamente negli USA le terapie intensive esistono, ma solo per chi paga. Monti ameriKKKani vivono sul filo della busta paga, e anche se sono assicurati ci sono degli scoperti alti. Molti ameriKKKani non hanno né risparmi, né assicurazione sanitaria. Le vittime del virus saranno lasciate così, a morire per le strade?
Mentre l'AmeriKKKa si dirige ineluttabilmente verso un'esplosione esponenziale dei contagi, l'attrattiva per la piattaforma politica di Bernie Sanders favorevole a una "sanità per tutti" può rivelarsi irresistibile. Anche soltanto questo potrebbe rivoluzionare la politica statunitense. 
In Europa una sanità pubblica esiste; Ambrose Evans-Pritchard vi intravede un dilemma di altro genere: come farà a finanziarsi lo stato che occupa la penisola italiana, con l'economia ferma (secondo il Financial Times in questo momento sta operando "al dieci per cento delle proprie potenzialità") e con la spesa sociale che esplode?
Il coronavirus può diventare la crisi che mette l'Europa in croce. Un ulteriore ciclo negativo metterebbe fuori dall'euro lo stato che occupa la penisola italiana, o portare all'adozione da parte dell'Unione Europea di una politica monetaria e fiscale davvero unita. Ma è una soluzione praticabile quella della piena unificazione fiscale adesso con l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea e con la Francia che verosimilmente si unirà alla Germania nel pretendere una macelleria sociale? E chi paga? Gli stati membri del nord sospetteranno che si stia approntando un cavallo di Troia pieno di razziatori che mirano ai loro portafogli. Il Fondo Monetario Internazionale non può farlo, e gli USA non solo sono già in deficit, ma si accingono a sprofondarvi ancora di più. Abbiamo idea che prossimamente si tratterà di una questione non da poco.
A vivere nello stato che occupa la penisola italiana, sotto serrata, si percepisce il profondo senso di sospetto con cui il vicinato accoglie le facce sconosciute. Tutti vengono temuti come portatori del virus, anche i compatrioti stessi. Ovviamente l'epidemia approfondirà ancora di più l'ostilità degli europei per l'immigrazione, già sentita come colpevole di portare malattie nella penisola italiana, e per le istanze della società aperta. Ad apparire evidente adesso è quanto nello stato che occupa la penisola italiana facciano affidamento sulla comunità, e sul sostegno della comunità locale. Quando lo stato che occupa la penisola italiana ha chiesto aiuti per combattere il virus, sottoforma di mascherine e di ventilatori polmonari, i paesi dell'Unione non hanno risposto: quei materiali servivano a loro. A rispondere all'appello è stata... la Cina.
Il coronavirus non rafforzerà lo spirito comunitario dell'Unione Europea. Anzi. In questo, lo stato che occupa la penisola italiana non è solo; come scrive un editorialista britannico, "la risposta mondiale al coronavirus indica che lo stato nazionale sta tornando". L'Unione Europea si sta rivelando ancora una volta un fallimento, quando si tratta di confrontarsi con una crisi di vasta portata.
In ultimo, il modello occidentale neoliberista e iperfinanziarizzato sopravviverà all'inevitabile fine del coronavirus? O assisteremo al ritorno di qualcosa come l'economia politica di un'economia reale? Il sentimento comune si volgerà infine verso destra alla ricerca di pratiche di governo più funzionali, o verso sinistra per un sistema meno soggetto alle disuguaglianze e meno manipolato?

mercoledì 18 marzo 2020

Alastair Crooke - Medio Oriente: cambiano le carte in tavola



Traduzione da Strategic Culture, 9 marzo 2020.

La fine di un'epoca. Quando finì la prima guerra mondiale, già erano evidenti i segnali che facevano presagire la fine di un'epoca dominata dall'Europa: dolorose iniziative diplomatiche congiunte, una visione politica limitata e l'approssimarsi di una crisi finanziaria con le appesantite politiche monetarie delle banche centrali ad annunciare la Grande Depressione. Ma la vita andò avanti: per tutti gli anni 20 uomini e donne in Europa ballarono un can can sfrenato. Era l'epoca del cabaret, delle feste. Nessuno voleva riconoscere i segni di ciò che si preparava.
Il mese scorso un accademico dello stato sionista si è detto dell'opinione che il futuro assetto del Medio Oriente è nelle mani di tre paesi che ne fanno parte: Iran, Turchia e stato sionista. Un'osservazione interessante. Nessuno dei tre paesi è arabo; e questa affermazione prevede un sempre maggiore disimpegno statunitense e un ruolo di secondo piano della Russia come distributrice di corone.
A rendere intrigante questa dichiarazione è il suo concentrarsi su tre paesi soltanto e il suo prevedere lo scemare degli interventi esterni intesi come fattore essenziale nel contesto di una futura mappa strategica. Il sottinteso è che dal punto di vista militare Iran, Turchia e stato sionista stanno gonfiando i muscoli. Ma i diplomatici e gli analisti politici di solito preferiscono attenersi al piano degli interessi politici nazionali. Non gli piace il dato di fatto per cui il risultato di un confronto militare può determinare di per sé degli esiti politici, confermando o negando i rispettivi interessi nazionali. Si tratta di un'offesa per la diplomazia. Solo che spesso succede proprio così. In questo momento il Medio Oriente non è davvero suscettibile di un approccio concettuale diretto: concentrarsi sul risultato di un confronto militare e delle prove di forza da una parte, e sulle dinamiche -piuttosto diverse- del coronavirus e dei suoi effetti sull'economia dall'altra ha più senso che non attenersi al tradizionale, mero calcolo degli interessi politici.
Ovviamente, nessuno di noi trova facile mescolare al pastone rappresentato dalle prove di forza militari di questi paesi i possibili effetti di qualche evento terzo, come l'irrompere del coronavirus, su cui si deve procedere soltanto per congetture. Comunque, proviamoci.
Pensiamo alla Turchia: i suoi vertici hanno gettato la maschera. Ah, la Turchia ha sostenuto gli oppositori islamici (moderati...?) al Presidente Assad? Ecco: via la maschera all'improvviso e arriva un "Idlib è nostra", vale a dire turca. "Anche Aleppo è turca, come il Sangiaccato". Neoottomanismo, panturchismo. Il mondo arabo ovviamente se ne è accorto, e i paesi del Golfo stanno rapidamente facendo fronte comune con Damasco contro questi intendimenti.
Appena questo progetto apertamente revanscista ha corso il rischio di essere sconfitto per la diretta pressione militare della Sicilia e dei suoi alleati, Ankara non ha fatto altro che scatenare il proprio esercito a fianco di al Qaeda; ha anche chiamato rinforzi jihadisti uiguri e ceceni da Jisr al Sughur, estremisti fra i peggiori. Che certe conventicole occidentali non si facciano più sentire a parlare di "ribelli moderati" legati alla Turchia.
Diversi soldati turchi, oltre una trentina, che si trovavano mescolati a questi estremisti sono rimasti uccisi mentre cercavano di disimpegnarsi da Saraqib, la seconda volta che la città è stata conquistata dai siriani e dai loro alleati. I vertici del potere in Turchia sono usciti di testa per l'emozione e per la rabbia. La retorica del tradimento ha imperversato; in violazione di ogni accordo preso nei confronti del presidente Putin, hanno sferrato contro le forze armate e le installazioni militari siriane un'ondata di attacchi con droni suicidi e già che c'erano hanno ammazzato un bel po' di iraniani e di uomini di Hezbollah.
Quale importanza ha tutto questo per il futuro strategico del Medio Oriente? Importa in questo senso: l'esercito turco, di gran lunga il più forte, ha subito ad opera della strategia di guerra asimmetrica che gli è stata rivolta contro una lezione ben più grave rispetto agli oltre trenta soldati caduti a Saraqib. Insomma: il secondo più grande esercito della NATO è stato concretamente surclassato da forze irregolari meno numerose ma esperte.
Ancora peggio, dopo 24 ore che i turchi si gloriavano per lo straordinario successo dei propri droni armati -lanciati durante uno sfortunato cessate il fuoco invocato dalla Russia- a sentir loro destinati nientemeno che a rovesciare l'equilibrio dei poteri in Medio Oriente, la loro minaccia veniva completamente neutralizzata dalle difese aeree siriane e da contromisure elettroniche probabilmente russe.
E c'è anche dell'altro: è venuto fuori che la Turchia si è servita dell'Islam -e degli jihadisti di al Qaeda- come puro e semplice orpello per le proprie ambizioni revansciste di stampo neoottomano e panturchista. La maschera è caduta e non si può sostituire. Né l'esercito né i droni si sono rivelati in grado di rovesciare la situazione come invece pensava la leadership turca. Con quel suo usare i profughi come una minaccia, la Turchia si è anche alienata gli europei. Erdogan non aveva messo in conto l'impatto di questo virus su quello che gli europei pensano del fenomeno migratorio?
Erdogan ha fatto imbestialire l'esercito russo; in un ultimatum congiunto senza precedenti, l'esercito iraniano e il braccio militare di Hezbollah hanno detto che i soldati turchi sarebbero diventati un bersaglio se la Turchia avesse proseguito con questi comportamenti. Questa volta i turchi hanno fatto incazzare praticamente tutti.
Ma non è ancora finita. Questo virus colpisce anche un altro calcolo: l'indebitamento, e soprattutto il debito sovrano, all'improvviso viene considerato con estremo scetticismo, dato l'improvviso diminuire delle scorte a livello mondiale. L'economia turca si trova in grossi guai; in circostanze dello stesso genere fino a oggi i cinesi avevano aiutato la lira turca a stare a galla; adesso anche in Cina regna la freddezza, perché Erdogan sta cercando di proteggere circa tremila jihadisti uiguri per servirsene come strumento nell'interesse turco. I guai si accumulano... E ci sono anche segnali che fanno pensare ad una frammentazione del sostegno politico di cui Erdogan gode sul fronte interno, anche in seno al suo stesso partito.
Putin conosce la situazione: un conflitto fra Russia e Turchia andrebbe ad esclusivo beneficio dell'AmeriKKKa. Per questo ha lisciato il pelo di Erdogan, ne ha un po' gratificato l'ego, e ha tolto dal tavolo la questione dell'autostrada M4, della M5 e in fin dei conti della stessa Idlib. Il cessate il fuoco del 5 marzo non è che un accordo temporaneo. Non durerà, ma mette le cose come stanno. Idlib è lo spillo che ha forato il pallone gonfiato turco. A livello regionale si tratta di un ribaltamento strategico di primaria importanza.
Adesso diamo un'occhiata all'altro elemento di questa equazione strategica e militare: l'Iran ha ampiamente dimostrato di essere una realtà militarmente temibile sia per quanto riguarda missili, droni e contromisure elettroniche, sia per aver fatta propria una capacità offensiva radicalmente decentralizzata, dalla forma indefinita e indefinibile. Non siamo alla perfezione: niente di tutto questo è fatto per arrivare ai ferri corti con gli USA o con lo stato sionista. Il tutto può però imporre a qualsiasi avversario i costi della guerra asimmetrica, e spargerli per l'intera regione.
I paesi del Golfo lo hanno finalmente capito; e lo ha capito anche lo stato sionista, che non può permettersi di affrontare una guerra su più fronti più di quanto l'Iran non possa pensare di vincere in un confronto diretto con gli USA. Questo, anche se la capacità degli USA di impegnarsi a tutto campo in qualcosa del genere probabilmente non esiste più. Non è più credibile l'idea che gli USA possano invadere l'Iran per interrompere una prolungata e sfuggente serie di attacchi missilistici contro bersagli ameriKKKani e sionisti. Insomma, l'Iran si è conquistato qualcosa di simile a una competitività sul piano militare, almeno quel tanto che basta a fare da deterrente.
Dopo aver considerato le dinamiche militari, è la volta degli effetti geopolitici ed economici del coronavirus.
Per l'economia reale, il virus rappresenta uno shock improvviso e dalla natura estranea. Questo virus non è come l'influenza di stagione. È molto più virulento perché staziona in gola più che nei polmoni e si diffonde con la tosse e con gli starnuti, rimanendo per molti giorni su oggetti che vengono toccati dagli altri. A differenza di quanto succede con l'influenza, i portatori del virus possono non mostrare sintomi della malattia, il che rende difficile identificare la catena di infezione o prendere appropriate iniziative di contenimento. In medicina le circostanze per cui il coronavirus ha iniziato a diffondersi non sono note; se ne presume un'origine animale, ma non ci sono prove. Non se ne conoscono la riproduzione e il tasso di letalità, non si sa se sia interessato dai cambiamenti di stagione. Sembra che sia già mutato una volta, producendo sia una variante più lieve che una più letale.
Insomma, chiunque dica quanto durerà l'epidemia sta semplicemente tirando a caso. L'influenza spagnola, tanto per mostrare quale sia la natura di questi incerti di origine virale, iniziò alla fine del 1917 e attraversò tre fasi distinte nel 1918; mutò e divenne più letale nell'agosto del 1918, con un picco di letalità tra settembre e novembre. Iniziò a perdere forza nel 1919. Infettò un terzo della popolazione mondiale e uccise fra i cinquanta e i cento milioni di persone in Europa, Nord America e Asia.
A fronte di tanta incertezza, cosa possiamo dire del Medio Oriente? Innanzitutto che quest shock per l'economia arriva alla fine di un ciclo di debito e di credito a lungo termine in cui le banche centrali hanno sostenuto il valore delle azioni tramite iniezioni di liquidità e tassi di interesse prossimi allo zero. E questo è il punto essenziale: ormai qualche decennio che le politiche occidentali senza eccezioni e quella cinese sono state impostate in modo da stimolare la domanda. Gli strumenti per farlo erano tutti monetari, ed erano fatti perché la gente spendesse e consumasse di più.
Un improvviso venire meno delle scorte provocato da una pandemia non può essere corretto con strumenti monetari o intervenendo sui tassi di interesse. Le fabbriche delocalizzate e le linee di rifornimento interrotte implicano anche il venire meno della domanda, cosa che rappresenta l'altro rovescio della medaglia del venire meno di una produzione in cui i lavoratori vengono licenziati o subiscono decurtazioni della paga.
Già adesso  il commercio è fermo, il turismo non esiste più e i mercati stanno fluttuando vorticosamente. Il virus sta mettendo in questione le catene di rifornimento globalizzante e la politica monetaria occidentale. Quando la Fed statunitense ha annunciato un taglio degli interessi dello 0,5% dovuto all'emergenza, il primo da 2008, i mercati sono crollati. Di sicuro il discorso si sposterà adesso sulle misure fiscali. Ma anche le misure fiscali non hanno il potere di riaprire le fabbriche chiuse a causa della malattia e della quarantena. Le misure fiscali possono fare da sussidio ad attività che altrimenti sarebbero in perdita, ma una cosa del genere andrebbe in direzione contraria alla nostra cultura del laissez faire. Nell'Unione Europea, violerebbe le regole stesse dell'Unione.
Quanto severamente il Medio Oriente ne verrà colpito? Nessuno può prevedere la tempistica o quanto alla fine si rivelerà virulenta l'epidemia. L'influenza stagionale ha una mortalità dello 0,2% tra i soggetti colpiti. Nel caso del coronavirus l'OMS la stima nel 3,4%. Lo scenario previsto per il peggiore dei casi nel Regno Unito parla di mezzo milione di morti. Che la sanità mediorientale possa reggere un numero di ospedalizzati pari al 15 o 20% di quanti sono infettati dal coronavirus è improbabile. Non può riuscirci nemmeno la sanità europea. Secondo stime meramente ipotetiche il picco è previsto per l'inizio dell'estate.
E poi ci sono le conseguenze economiche: il turismo non esiste più; i mercati globali sono andati a picco e tutti sono preoccupati per l'impennarsi del debito sovrano e di quello delle imprese, nel caso il venir meno dei rifornimenti dovesse prolungarsi. A rimetterci di più saranno senz'altro i produttori di greggio, vale a dire i paesi del Golfo. Il greggio WTI già viene scambiato verso i quarantacinque dollari. Tuttavia, anche i paesi più integrati nel sistema finanziario newyorkese possono risentire della turbolenza finanziaria e dei fallimenti; si tratta dello stato sionista e dei paesi del Golfo. Non è verosimile che qualcuno riesca a sfuggire agli effetti del coronavirus, in un modo o nell'altro. Anche se perdesse virulenza oggi, non è probabile che l'economia si riprenda di colpo. Gli effetti si ripercuoteranno sui prossimi due trimestri. In questo momento a risentirne maggiormente è l'Iran, ma la parabola di un virus segue percorsi capricciosi: perché in Europa proprio lo stato che occupa la penisola italiana è stato colpito in modo tanto duro? Non si sa, anche se sembra sia colpa della più virulenta mutazione L.
Tiriamo le somme. Sul piano strategico la Turchia non ha vinto la sua partita al gioco del coniglio in Siria. Può anche essere sul punto di implodere economicamente, cosa che sarebbe mitigata solo dal suo essere più o meno disposta a inchinarsi al volere di Mosca e di Pechino. L'Iran sopravviverà perché gli sciiti hanno una lunga esperienza quanto a tempi grami, e perché l'Iran è troppo importante per cadere, sia per la Cina che per la Russia. Le oligarchie libanesi, irachene e giordane, oltre ai tradizionali vertici settari, erano già a rischio prima che gli effetti economici del coronavirus le colpissero anch'essi. Non possono cambiare, e rifiutano di adattarsi. Lo scontento peggiorerà e le proteste causate dagli effetti del virus si moltiplicheranno. Il malcontento generato al coronavirus in Corea del Sud e in Giappone si è diretto contro la classe politica del paese.
Ma gli stati del Golfo, già bistrattati politicamente dalla umiliante riedizione del Sykes-Picot che Trump pretende di imporre con toni ultimativi per il suo "accordo del secolo" e stretti fra l'incudine della politica di Washington contro l'Iran e il martello della risposta iraniana, si troveranno a soffrire economicamente in una maniera che né la classe politica né la parte della popolazione che vive grazie al proprio stipendio sono pronte ad affrontare. Il greggio a quarantacinque dollari e l'industria turistica paralizzata per tutto il tempo dell'epidemia rappresentano uno shock peggiore di quello apportato lo scorso settembre dalla vulnerabilità della Aramco.
La mappa strategica sta cambiando.

 

giovedì 12 marzo 2020

Alastair Crooke - Il Medio Oriente tradito dalle sue élite



Traduzione da Strategic Culture, 3 marzo 2020.

Un influente pezzo grosso della Lega Araba ha fatto tuoni e fulmini poco tempo fa: era impossibile per il mondo arabo accettare qualcosa di diverso dal laicismo moderno del ventunesimo secolo; l'Islam andava bandito. Il golpe in Egitto ("Se volete chiamarlo così...") contro il governo dei Fratelli Musulmani era stato, a suo dire, un'iniziativa assolutamente adeguata. Un governo di ispirazione islamica non sarebbe stato tollerabile e hanno fatto proprio bene a rovesciarlo, e si faceva bene anche a respingere l'influenza iraniana sul mondo arabo.
Di argomenti a sostegno di quanto sopra, non ne presentava neanche uno. Emotività allo stato puro, per dirla con Alasdair MacIntrye. Vale a dire, nient'altro che l'espressione di una preferenza, la definizione di un atteggiamento o di un sentire, con il proposito di produrre nell'uditorio una risposta emotiva: proprio quello che è successo. Insomma: in un ambiente che ha virato sull'emotivo come il Medio Oriente di oggi, non è certo dalla ragione che ci si possono attendere delle soluzioni; dobbiamo soltanto tenere duro e decidere il nostro atteggiamento a livello soggettivo. Le questioni morali, nel migliore dei casi, non sono altro che retorica.
Questo fa pensare che l'istanza sul piano morale di questo luminare su quanto serve al "ventunesimo secolo" del mondo arabo non sia poi razionale come vorrebbe essere. Non è affatto razionale, anzi. Quando ogni argomentazione morale non è altro che l'esplicitazione di una preferenza soggettiva, qualsiasi serio tentativo di comprensione razionale è destinato a fallire.
Un approccio emotivo come questo alla presenza di istanze discordanti quanto basta (c'erano manifestanti "populisti" iraniani e arabi ad assistere) presenta solo le potenzialità perché la situazioni degeneri in una ridda di urla o peggio. Discutere in questi termini non porta in nessun caso a qualche soluzione. Si tracciano innanzitutto le linee, e poi i partecipanti si mettono di qua o di là. Nello schierarsi tuttavia pare che essi perdano la capacità di ascoltare gli altri, di condividere i valori o anche i dati di fatto. Tutti si accalorano, ma nessuno ci vede chiaro.
Ebbene, la questione non riguarda tanto i meriti -o i pretesi difetti- dell'Islam come viene inteso nella Repubblica dell'Iran. Riguarda il completo tradimento perpetrato dalle élite arabe nei confronti dei rispettivi popoli.
Le autocrazie e le oligarchie arabe moderne si presentano come neutrali, laiche, razionali e prive di valori intesi come punti fermi, intanto che si adoperano in favore di esiti già decisi, come con il colpo di stato contro il presidente Morsi. In realtà esse stanno semplicemente scimmiottando l'ideologia occidentale neoliberista e mercantilista. Chiudendo di fatto ogni via di scampo alla crisi che incombe sui paesi del Medio Oriente.
Il problema in questo modo di affrontare le cose, concretizzato dal "moderno ventunesimo secolo" di un pezzo grosso dei nostri giorni, è che esso testimonia fino a che punto le istituzioni civili e politiche più importanti del mondo arabo sono state sistematicamente indebolite da quelle stesse élite che avrebbero dovuto guidarle e rappresentarle.
Abbiamo tutti bisogno di certe istituzioni; della famiglia, delle associazioni religiose e laiche, e ovviamente delle istituzioni formali del governo. Esse costituiscono, insieme al retaggio di archetipi morali, miti e letteratura che le sostiene, la struttura durevole della vita comunitaria. Assegnano dei ruoli, insegnano l'autocontrollo, rafforzano l'uniformità e così conferiscono significato alla vita. E così facendo formano la personalità di quanti vi partecipano.
Il tradimento delle élite si misura dal grado in cui le istituzioni sono state indebolite, in nome del potere e per anestetizzare lo scontento popolare e i movimenti di protesta.
Negli ultimi tempi lo scontento nei confronti del sistema nei paesi arabi ha avuto ampia visibilità per il Libano e l'Iraq, ed ampia visibilità ha avuto anche il recrudere del vecchio clima nei paesi del Golfo; è stato un tentativo di conferire un particolare tono alle manifestazioni di piazza, indirizzando lo scontento per i problemi del mondo arabo contro l'Iran tramite l'orchestrazione di una fitta presenza sui media sociali. Ovviamente in queste manovre c'è lo zampino di Washington, che fomentando gli scontri settari spera di indebolire e di contenere l'Iran.
Sono state le élite globaliste del ventunesimo secolo nel loro insieme -quelle arabe comprese- ad aver minato di proposito le istituzioni più importanti per la vita della gente comune. Nel fare questo hanno abolito la maggior parte, se non tutti, i modi per dare sfogo in maniera civile alla crescente pressione dello scontento. Proprio il globalismo privo di valori ha cercato di disancorare il singolo dalle pastoie del genere, dell'identità storica e dall'idea stessa di comunità. Il risultato è stato quello di attirare discredito e delegittimazione su gran parte di queste importanti istituzioni.
A colpire di più è stato il fatto che nello stesso momento in cui questo pezzo grosso della élite araba scopriva le carte e bandiva gli islamici dalla democrazia, i dimostranti della nuova ondata di proteste che percorre la regione mettevano ben in chiaro, per giunta nello stesso scambio di battute, che adesso, loro, la democrazia la disprezzano. La disprezzano quanto la disprezzano gli stessi autocrati. Secondo i manifestanti, la democrazia è stata manipolata in tutto e per tutto in nome degli interessi delle élite, ed è diventata lo strumento per imbrigliare e soffocare il dissenso. E questo lo dicono, senza mezzi termini.
Ricorrendo a un discorso infarcito di una morale di facciata e pieno di vocaboli come bene, giustizia e dovere, queste élite hanno privato il discorso politico regionale del suo vecchio contesto, islamico o filosofico che fosse. Ed era il contesto che conferiva significato al discorso politico regionale. Tolto quello, sono rimasti i toni accesi e nessuno a vederci chiaro.
E allora, potrebbe chiedere il lettore. E allora in Medio Oriente lo scontento cresce; cosa vorranno i manifestanti, a parte la cacciata delle loro élite? Non è chiaro; un'ondata giacobina? Di sicuro, in tutta la regione il modello di governo praticato dalle élite attuali non fa certo venire in mente il bene, la giustizia o il dovere ma l'avidità, l'egoismo e la corruzione.
Arrivati a cotanto risultato, gli autocrati si affidano -o meglio, si consolano- con la peculiarità che è stata definita come "resilienza dell'autocrazia mediorientale": il fenomeno, imprevisto, per cui le monarchie e gli autocrati si sono dimostrati più capaci di reggere rispetto alle repubbliche.
Ora che il Medio Oriente si trova con le spalle al muro cosa faranno, reggeranno al colpo, introdurranno delle riforme o si abbandoneranno alla repressione?
Per il caso del Libano e della Giordania, è chiaro che il modello economico da cui entrambi i paesi sono stati dipendenti in passato non funziona più. Probabilmente nessuno dei due riuscirà a dimostrarsi in grado di riformarlo. Le loro élite non possono e soprattutto rifiutano di farlo. Qualsiasi nuovo modello è al di là del raggiungibile, in entrambi i casi.
La Giordania e il Libano non sono delle eccezioni. Ci sono altri paesi con le spalle al muro, sia a causa di un modello economico regionale ormai fallito sia a causa degli aut aut su cui l'amministrazione Trump ha basato la propria politica per riplasmare il Medio Oriente, che è la traduzione operazionale del suo concetto del destino di Israele e della sua missione giudaico-cristiana.
Chiaro che gli ultimatum connessi allo stato sionista, diretti via via alla Giordania, al Libano, all'Iraq, alla Siria e all'Iran stanno facendo alzare e inasprire la pressione su questi paesi e le tensioni al loro interno. Difficile capire quale potrebbe essere la loro risposta. Qualcuno potrebbe anche crollare; altri, come l'Iran o il Libano, potrebbero considerare il rispondere a Washington -magari in un modo cosiddetto asimmetrico- come l'unica reazione possibile.
Il greggio ai minimi, la popolazione che cresce a vista d'occhio, le alte aliquote fiscali, l'acqua che scarseggia e i mutamenti climatici che si accaniscono sull'agricoltura rappresentano fattori di crisi veri e presenti, anche per i paesi del Golfo.
La creazione di un laicismo a misura di ventunesimo secolo da parte delle autocrazie arabe ha creato anche un vuoto di valori morali che finirà inevitabilmente per essere colmato da maschi alfa, che vi sfogheranno la loro brama di potere e il loro rancore. Da un altro punto di vista, per dirla con MacIntyre, un mondo governato dalle emozioni non è né stabile né autosufficiente. Anzi, diventa un campo di battaglia per intenti contrastanti, fintanto che non si afferma un qualche uomo forte o un qualche dittatore.
Con l'allentarsi dei legami comunitari e dei valori morali che essi rappresentano, è inevitabile che i singoli perdano la strada. Perdono la propria virtus, intesa come in antico come il proprio posto, i propri legami con un dato contesto sociale insieme con la considerazione che gliene derivava e col concetto stesso di darsi da fare per una comunità, o per qualcosa di più ampio del loro mero narcisismo.
Mujyahidd è un blogger saudita molto stimato. Ha preso diligente nota di ciò che questo comporta per i giovani sauditi di oggi: corse sfrenate con le auto nei centri cittadini, dilaganti rapine a mano armata e furti d'auto in pieno giorno, nessuno a tutelare l'ordine costituito, festini zuppi di alcol e di eccessi.
Mujyahidd è un osservatore assennato, e si chiede semplicemente cosa stia succedendo a una società come quella saudita, che è conservatrice e tradizionalista ma tutto d'un tratto mostra anche tratti licenziosi. Il problema rappresentato da due culture incompatibili e dai contrasti laceranti costrette a coesistere potrà essere risolto, o finirà prima o poi per mandare in pezzi il regno?
Le riforme autentiche come tali, proprio come in altri paesi mediorientali, sono state impedite dalla necessità delle élite di concentrarsi sulla propria sopravvivenza. Una cosa che è sempre stata più importante.

giovedì 27 febbraio 2020

Dedicato ad Attilio Fontana




Dal discorso del Presidente, pronunciato alle 21, ora standard dell'Est, in molte aree non ricevuto.

«... che una grande nazione come questa deve fare. Non possiamo permetterci di farci spaventare dalle ombre come bambini in una stanza buia; ma neppure possiamo permetterci di prendere alla leggera questa grave epidemia influenzale. Concittadini americani, vi invito a rimanere in casa. Se vi sentite ammalati, mettetevi a letto, prendete dell'aspirina e bevete in abbondanza. State certi che vi sentirete meglio al massimo in una settimana. Voglio ripetere quello che vi ho detto all'inizio del mio discorso di questa sera: non c'è niente di vero -niente di vero- nella voce secondo la quale questo ceppo influenzale sarebbe letale. Nella stragrande maggioranza dei casi, la persona colpita può aspettarsi di ritornare in piena forma nel giro di una settimana. Inoltre...»
[colpi di tosse]
«Inoltre, circola un'altra voce tendenziosa, messa in giro da certi gruppi radicali antistituzionali, secondo la quale questo tipo di influenza è stato in qualche modo coltivato dal governo per un qualche eventuale uso militare. Concittadini americani, questa è una falsità assoluta, e come tale voglio bollarla qui e ora. Questo paese ha firmato gli accordi di Ginevra sui gas velenosi, i gas nervini e la guerra batteriologica in buona coscienza e in buona fede. Non abbiamo né mai avremo...»
[una serie di starnuti]
«... abbiamo né mai avremo parte nella fabbricazione clandestina di sostanze poste fuori legge dalla Convenzione di Ginevra. Siamo davanti a un'esplosione d'influenza moderatamente grave, niente di più e niente di meno. Sono arrivati questa sera rapporti sulla presenza dell'epidemia in una ventina di altri paesi, compresa la Russia e la Cina Rossa. Pertanto...»
[tosse e starnuti]
«... pertanto vi chiediamo di rimanere calmi e tranquilli nella convinzione che alla fine di questa settimana o all'inizio della prossima sarà disponibile un vaccino antinfluenzale per chi non è stato ancora contagiato. In alcune zone la Guardia Nazionale è stata chiamata a proteggere la popolazione contro teppisti, vandali e allarmisti, ma non c'è assolutamente niente di vero nelle voci secondo le quali alcune città siano state 'occupate' da forze armate regolari o che le notizie siano state manipolate. Concittadini americani, questa è un'assoluta menzogna, e come tale voglio bollarla qui e...»

Stephen King, L'ombra dello scorpione, 1990.

martedì 25 febbraio 2020

Alastair Crooke - La aurea mediocritas liberale di Trump? Svanita.




Traduzione da Strategic Culture, 17 febbraio 2020.

Si pensi all'esempio della Giordania o del Libano: due paesi con un modello economico a pezzi. Il Libano finanzia il proprio considerevole deficit con le rimesse degli immigrati. La Giordania ha un disavanzo del 6% sul PIL che fino ad oggi è stato ripianato da prebende versate ogni anno dai paesi del Golfo e dagli USA. Il contributo della UE è relativamente piccolo. Questi flussi provenienti dall'esterno sono ormai agli sgoccioli, o stanno per arrivarci: il basso prezzo del greggio sta svenando le finanze dei paesi del Golfo, e alcuni di essi non hanno più intenzione di finanziare a pioggia il deficit giordano. Si limiteranno a offrire prestiti per motivi di affari.
Che fare, a chi rivolgersi per avere d'ora in poi protezione e finanziamenti visto che è assai improbabile che si arrivi all'autosufficienza? Non è un problema semplice. Le riforme radicali autentiche sono considerate essenziali da tutti, ma vengono bloccate nella pratica da qualche élite o da qualche leader settario. Di qui la tentazione di fare quello che si è sempre fatto: cercare il modo di barcamenarsi e di battere cassa fra i diversi schieramenti politici.
Tutto questo non tiene conto di un dato essenziale: la linea politica di Trump e il suo mai celato disprezzo per la "aurea mediocritas liberale" non lasciano alcuno spazio al barcamenarsi dei paesi del Medio Oriente. Trump polarizza di proposito ogni questione, lasciando solo due possibilità opposte.
L'effetto complessivo dei metodi di Trump -cui si accompagnano pressioni fortissime- nel contesto di decenni di sostegno statunitense all'egemonia securitaria dello stato sionista può arrivare alla fine. Può finire non -per così dire- con una giungla, ma con un vasto deserto in cui i pochi mezzi di produzione indipendenti della regione vengono devastati da guerre incessanti e in cui imperano la guerra finanziaria e sanzioni feroci e ubique. Gli ulivi di Idlib in Siria, un tempo produttivi, sono ridotti a dei ceppi. I terreni agricoli di al Hasakah sono in rovina. E questi non sono che due esempi.
Insomma, stiamo portando avanti un modello economico al collasso. Un modello economico che è al collasso non solo per la Giordania e per il Libano, che devono già vedersela con questa prospettiva, ma anche per i ricchi stati del Golfo. Senza l'adozione di riforme sostanziali, che saranno verosimilmente bloccate da questa o da quella élite corrotta, i più ricchi paesi del Medio Oriente potrebbero toccare il fondo della cassa fra il 2027 e il 2034 perché secondo le proiezioni pubblicate questo mese dal Fondo Monetario Internazionale la regione si sta indebitando. In capo ad altri dieci anni, sempre secondo la stessa fonte, finirebbero anche tutti i proventi non derivati dal petrolio. E in questo quadro si verrebbe a trovare una popolazione giovane in sovrannumero, disoccupata, incattivita e pronta a esplodere.   
Ed ecco un'altra aurea mediocritas liberale mandata in fumo da Trump, tratta dal quotidiano dello stato sionista Haaretz. Joathan Tobin rimarca che il problema che la lobby filosionista AIPAC deve affrontare è dato semplicemente dal fatto che il clima politico non è più favorevole al modo in cui essa ha portato avanti le proprie istanze negli ultimi decenni. Secondo l'articolo, all'inizio era facile per l'AIPAC comportarsi come un ombrello in grado di coprire i sostenitori dello stato sionista, che fossero di destra, di sinistra o di centro; avevano un'agenda comune che contemplava il sostegno al governo dello stato sionista e la sicurezza dello stato ebraico.
Il primo ostacolo al mantenimento di un atteggiamento bipartisan almeno di facciata da parte dell'AIPAC sta nel fatto che l'amministrazione Trump ha concesso allo stato sionista e ai suoi sostenitori ameriKKKani più o meno tutto quello che essi erano andati chiedendo alla Casa Bianca nel corso degli ultimi quarant'anni. Il ritiro di Trump dall'accordo per il nucleare iraniano lo ha messo in sintonia con la battaglia senza esclusione di colpi che la lobby sta conducendo per affossare il concretizzarsi della politica estera di Barack Obama.
Col riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale dello stato sionista e il suo sostegno per la sovranità sulle alture del Golan, con la pretesa che l'Autorità Palestinese smetta di sovvenzionare i terroristi e le loro famiglie, uniti a un piano di pace fortemente sbilanciato in favore dello stato ebraico, i democratici non hanno più alcuna agibilità politica per contendere a Trump il titolo di "amico di Israele".
Peggio ancora, non esiste alcuna mezza misura per il Partito Democratico, e neppure per la diaspora "democratica" araba mediorientale. Come spiega Max Blumenthal in una conversazione con Robert Scheer, la macchina della Clinton farà di tutto per fermare Bernie Sanders (il titolo dell'intervista si concentra sulla svolta a destra dei democratici clintoniani e sulla politica dello stato sionista). La discussione si centra poi si Bernie Sanders, che potrebbe diventare il primo presidente ebreo degli Stati Uniti se la macchina del partito non riuscirà a distruggerlo prima, come insinua Blumenthal. I mercati finanziari sembrano pensare che Sanders possa vincere la nomination solo per essere sconfitto a novembre da Trump. Cosa che agli investitori del mercato statunitense andrebbe bene.
Riguardo allo stato sionista "Mi sembra [che ci sia] una vera contraddizione [nel] Partito Democratico, di cui siete almeno un po' consapevoli," disce Scheer. "Donald Trump suscita molta repulsione. E molti democratici davvero non amano [Il primo ministro dello stato sionista Benjamin] Netanyahu. Ora, i sondaggi mostrano che gli ebrei sono, e lo sapete, aperti alla questione palestinesi come qualsiasi altro settore dell'elettorato. Bernie Sanders, che è l'unico candidato ebreo, è l'unico che ha osato parlare dei palestinesi, dire che anche loro sono degli esseri umani e che hanno dei diritti. Per questo lo hanno attaccato come attaccano te [Blumenthal], dicendo che è un ebreo che odia se stesso.
Insomma, sperare che dopo il 2020 ci possa essere un presidente democratico più accomodante può rivelarsi un pio desiderio. In concreto è verosimile che Sanders venga fermato prima della nomination o magari sconfitto dopo, alle elezioni. In un modo o nell'altro, l'"accordo del secolo" resterà in vigore.
E questo è il punto. Di concerto con Jared Kushner, Netanyahu ha tolto di mezzo, un pezzetto per volta, la prospettiva di una soluzione basata su due stati. E lo ha fatto ponendo condizioni che erano fatte apposta per non poter essere rispettate. Inoltre ha tolto la terra sotto i piedi ai "moderati" della regione, dimostrando che il "processo di pace" di Oslo poteva essere strozzato senza che lo stato sionista avesse a patirne qualche sofferenza. L'"accordo del secolo" ha potuto essere lanciato nel silenzio della comunità internazionale, si è potuta trasferire l'ambasciata USA a Gerusalemme senza che nessuno reagisse, Gerusalemme è "diventata" la capitale indivisa dello stato sionista, e il Golan è stato assegnato allo stato sionista. Tutto, senza incorrere in alcuno di quei detrimenti che a detta dei "moderati" mediorientali e dello stato sionista ne sarebbero stati conseguenza. Anzi, contrariamente alle aspettative dei moderati, che vaticinavano l'isolamento per lo stato sionista, in occasione del recente vertice sull'olocausto i leader mondiali si sono riversati a Gerusalemme.
Torniamo alla Giordania. Dopo la polarizzazione radicale verso lo stato sionista operata da Trump il clima politico per l'AIPAC "non è più quello favorevole in cui la lobby ha perseguito i propri scopi per molti decenni"; lo stesso vale per la Giordania, e per la stessa ragione.
Una volta che sarà avvenuta l'annessione della valle del Giordano, ed è probabile che non ci vorrà molto, la Giordania per lo stato sionista perderà importanza; conterà solo come discarica per i profughi palestinesi. La CIA, già ben inserita nei servizi di intelligence giordani, si adopererà per favorire gli interessi dello stato sionista. Il resto è scritto: al Libano verrà ordinato di assimilare la popolazione palestinese concedendole pieni diritti, cosa che sta già verificandosi, ed è probabile che poi toccherà alla Giordania.
Di questi tempi è entrato nell'uso dire che la Giordania si trova fra l'incudine e il martello. Anche un'espressione tanto scoraggiante implica la possibilità di scegliere tra l'uno e l'altro, cosa che invece la Giordania non può fare. Cosa può offrire la Giordania al Golfo, oltre al fatto di essere una monarchia e somigliare in questo alle altre monarchie regionali? Le future entrate della Giordania sarebbero assicurate da un atteggiamento maggiormente ostile verso l'Iran? Sarà, ma intanto l'Arabia Saudita ha già tagliato gli stanziamenti per la Giordania, e gli altri paesi del Golfo se la stanno vedendo con ristrettezze finanziarie proprie. Il cespite principale consiste nell'esasperare ulteriormente le minacce di re Abdallah contro l'asse sciita, ma questo potrebbe solo complicare i rapporti economici del regno con i propri vicini, che con l'Iran hanno rapporti migliori della Giordania.
Non si tratta di accanirsi contro la Giordania o contro il Libano. Trump sta deliberatamente facendo piazza pulita della mediocritas liberale e con questo vuol fare emergere nude e crude le dinamiche fondamentali e la distribuzione del potere fra le parti. In breve, vuole ridurre qualsiasi negoziato a un aut aut: o fai come dico io, o ti distruggo finanziariamente. Sono i sistemi dell'immobiliare newyorkese. Quando un inquilino si mette di mezzo a una grossa operazione, gli si toglie la terra di sotto i piedi. Gli si stacca la corrente, gli si chiude l'acqua, e alla fine gli si infesta di topi ogni cosa. L'alternativa è questa: o ti togli dai piedi, o se rimani ti rendo la vita impossibile.
I palestinesi hanno il ruolo dell'inquilino sgradito, secondo quelli di Kushner; che si trovino una sistemazione da qualche altra parte, in Giordania o in Libano. Insistere imperterriti sulla prospettiva ormai svaporata dei due stati o intraprendere qualsiasi altra iniziativa non aiuterà certo i giordani a evitare certe proposte di compromesso. L'essenza degli aut aut è questa.
Su questo non c'è dubbio. La politica degli aut aut cui Trump ricorre in Medio Oriente costituisce una profonda minaccia per i paesi arabi. Alcuni di essi potrebbero non sopravvivere intatti a questo periodo. Tra l'altro il redattore del quotidiano libanese al Akhbar Ibrahim al Amine ha scritto l'11 febbraio: "Sembra che gli ameriKKKani abbiano deciso di far crollare il Libano, e che i sauditi abbiano fatto propria la stessa idea... [e] per il resto degli attori regionali, sembra si voglia lasciarli in condizioni di grande confusione...".
Oggi come oggi potrebbe non apparire tanto chiara, ma la natura di questa minaccia si paleserà presto. Gli ameriKKKani non le capiscono, le conseguenze del creare una base di disperati, di disoccupati e di orientati al radicalismo in tutto il Medio oriente? Qualcuno le capisce, non sono mica stupidi. Per chi non le vuole capire, politica significa semplicemente procedere all'operazione a lungo termine che consiste nella fondazione della Grande Israele. Come ha detto il romanziere ameriKKKano Upton Sinclair a quanti si mostrano coscienti, "è [comunque] difficile portare un uomo alla consapevolezza, quando il suo stipendio dipende proprio dal non essere consapevole".

martedì 18 febbraio 2020

Alastair Crooke - Lo stato sionista e il Medio Oriente. Una guerra di civiltà, una guerra metafisica



Traduzione da Strategic Culture, 3 febbraio 2020.

Questa settimana è stato pubblicato l'"accordo del secolo" del Presidente Trump. Per lo più è stato considerato un mero progetto politico per le necessità sul piano interno, sue o di Netanyahu, oppure come un'operazione di stritolamento dei palestinesi, che potrebbe funzionare oppure no. Esiste tuttavia un'altra dimensione, implicita e appena in subordine, che sta dietro questi espliciti intenti politici.
C'è stato almeno uno storico statunitense che ha sostenuto che gli USA non sono uno stato nazionale come gli altri e che andrebbero considerati come i primi esponenti di un sistema, come potenza e civiltà al tempo stesso al pari di Roma, di Bisanzio e dell'Impero ottomano. Storicamente i primi esponenti di un sistema hanno sempre cercato di inculcare la loro specifica concezione della civiltà nelle lontane lande tributarie o limitrofe al loro potere. Questo significa che una concezione universalistica può anche caratterizzare un singolo stato, ma finisce giocoforza per dispiegarsi in tutto il mondo e a influenzare i nostri ineluttabili destini.
Non è difficile capire di cosa stiamo parlando, se quanto sopra si riferisce all'AmeriKKKa. Sul piano politico si tratta del libero mercato, del capitalismo liberale, dell'individualismo, della politica del laissez-faire. Se vi va, ci potete aggiungere anche la metafisica ebraico-cristiana. Per la maggioranza degli ameriKKKani l'aver vinto la Guerra Fredda, con la sconfitta e il crollo del comunismo, è stata una spettacolare conferma di quanto la loro concezione di civiltà fosse superiore. La sconfitta dell'URSS non è stata soltanto una sconfitta politica; per l'intero paradigma culturale ameriKKKano essa ha rappresentato un trionfo dalla portata più significativa: è stata una vittoria di civiltà.
Cosa c'entra tutto questo con quello che è successo il 28 gennaio nella Sala Est della Casa Bianca? Tutto questo ci permette di cogliere qualcosa di meno ovvio rispetto alla linea politica resa esplicita da quanto abbiamo visto. Qualcosa che è più una sensazione che non qualcosa di considerato in modo esplicito.
Questo perché il sionismo ebraico -come ha specificato Netanyahu la scorsa settimana- a parte il suo laicismo di facciata non è soltanto un costrutto politico: è anche, per così dire, un progetto veterotestamentario. Luarent Guyénot nota che quando si afferma che il sionismo ha un fondamento biblico, questo non implica necessariamente che esso sia religioso. Esso può servire come leitmotiv fondante anche per gli ebrei che religiosi non sono, come difatti succede. Per i sionisti laici, la Bibbia costituisce sì una "narrativa nazionale", ma anche una particolare visione della civiltà, a puntello di uno stato moderno (lo stato sionista).
Ben Gurion non era religioso; non era mai entrato in una sinagoga, mangiava maiale a colazione, eppure poteva affermare: "Io credo nella nostra superiorità morale e intellettuale, nella nostra capacità di fare da modello per la redenzione della razza umana. Dan Kurzman, nella sua biografia Ben Gurion, Prophet of Fire (1983) scrive che "[Ben Gurion] era una versione moderna di un Mosè, un Giosuè, un Isaia; era un messia che si sentiva destinato a creare uno stato ebraico esemplare, un 'lume sulle nazioni' che avrebbe aiutato la redenzione di tutto il genere umano". Questa è la visione universalistica essenziale (alla base di uno stato sovrano). Questa sottintesa e misconosciuta convinzione di essere un eletto, di costituire un esempio, chiaramente condiziona l'agire politico; ad esempio porta ad agire al di fuori delle leggi.
Ben Gurion non era un caso speciale da nessun punto di vista. Il suo inebriamento biblico era condiviso da quasi tutti i leader sionisti della sua generazione e di quella successiva. E lo stato sionista di oggi non è più laico come un tempo, ma sta retrocedendo allo iaveismo; si sta allontanando dall'apparato giuridico dello stato laico fondato dai sionisti per abbracciare la legge ebraica tradizionale così come viene rivelata nel Tanakh, il Vecchio Testamento dei cristiani. Implicitamente, quando Netanyahu dichiara tranquillamente che siccome lui è il "capo" non dovrebbe essere estromesso dal potere, torna a rifarsi alla tradizione ebraica piuttosto che alla normativa laica. Insomma, lo stato sionista sta diventando più biblico, non meno biblico.
Insomma, torniamo al 28 gennaio. Un portavoce dello stato sionista dice che Trump ha assicurato il destino dello stato sionista; e non sta solo lisciando il pelo al presidente USA. Sottolineare il concetto di "destino" singifica sottintendere questo retroterra nascosto: "Il sionismo non può essere un movimento nazionalista come gli altri," scrive Guyénot, "perché esso è in sintonia con il destino di Israele così come viene esplicitato nella Bibbia... Lo stato sionista, dunque, è una nazione molto particolare. E il fatto che esso non abbia alcuna intenzione di comportarsi come una nazione qualsiasi è sotto gli occhi di tutti. Il destino dello stato sionista è quello di essere un impero".
Un impero come lo si trova in Isaia, che descrive i tempi messianici come una Pax Judaica in cui "tutte le nazioni" pagheranno tributo "alla montagna di Yahvè, alla casa del dio di Giacobbe"; tempi in cui "la Legge verà da Sion e la parola di Yahvè da gerusalemme", e Yahvè "sarà giudice tra le nazioni e sarà arbitro tra molti popoli".
Proseguendo nella lettura, si trova: "le ricchezze del mare si riverseranno su di te, verranno a te i beni dei popoli" (60:5); "Perché il popolo e il regno che non vorranno servirti periranno e le nazioni saranno tutte sterminate" (60:12); "Tu succhierai il latte dei popoli, succhierai le ricchezze dei re" (60:16); "Vi godrete i beni delle nazioni, trarrete vanto dalle loro ricchezze" (61:5-6). Tutto molto chiaro; non si tratta di comune nazionalismo.
Sono storicamente troppo criptiche, queste citazioni? Cosa c'entrano con quanto successo il 28 gennaio? C'entrano, e parecchio. L'idea di essere degli eletti, di avere una missione e un destino eccezionali vengono intesi alla lettera da molti ameriKKKani, proprio come dagli ebrei. Per quanto riguarda il 28 gennaio alla luce di questo concetto e di questa condizione di implicita superiorità, diventa chiaro che l'"accordo" di Trump non riguarda certo una soluzione basata su due stati. Perché mai Trump dovrebbe incoraggiare l'affermarsi di uno stato rivale, o se è per questo di qualsiasi cosa che si metterebbe di traverso al cammino che porterebbe lo stato sionista a diventare la potenza-civiltà dominante in Medio Oriente? Il 28 gennaio si è trattato innanzitutto di mettere all'angolo i palestinesi, per costringerli a interiorizzare il fatto che non hanno altra alternativa che offrire la loro lealtà al "leader di sistema" regionale, che è lo stato sionista. Secondariamente, come fase due, dovranno conformare il loro comportamento a quello di entità sunnite subordinate sotto l'ombrello della Pax Judaica regionale.
Certe vecchie profezie possono anche non occupare il posto più importante nella coscienza quotidiana di molti contemporanei, ma sono vive e presenti nel mondo ebraico. E sono ben presenti anche in un settore fondamentale dell'elettorato statunitense: la base evangelica di Trump. E un ameriKKKano su quattro si dice evangelico. Essi considerano la concretizzazione del destino di Israele una necessità escatologica; sono stati loro a insistere perché l'ambasciata statunitense venisse trasferita a Gerusalemme, sono stati loro a sostenere le affermazioni di Trump sulla sovranità dello stato sionista sul Golan, sono loro che sostengono l'annessione allo stato sionista degli insediamenti dei coloni, ci sono loro dietro il ritiro degli USA dagli accordi sul nucleare iraniano. Non è verosimile che gli evangelici votino per i democratici, ma se si limitano a stare con le mani in mano e non votano per Trump, questo potrebbe far pensare ad un mutamento degli equilibri elettorali per le elezioni presidenziali di novembre.
Gli avvenimenti del 28 gennaio hanno fatto felici gli evangelici, sicuramente. L'impero civilizzatore di Israele, pensano, adesso è al sicuro almeno tra la riva destra del Giordano e il mare. L'avverarsi di queste profezie, per questi cristiani sionisti, significa che l'avvento del Redentore si avvicina.
Questa idea di trovarsi in una condizione privilegiata ci aiuta a comprendere un paradigma più ampio, centrato sull'espressione "ebraico-cristiano". I capi dell'AmeriKKKa di oggi tendono sempre più a riferirsi agli USA come a una realtà dalla cultura ebraico-cristiana. L'espressione potrebbe non essere uno ossimoro: la cristianità non era forse intesa come una cesura fondamentale con la legge letterale dell'ebraismo? San Paolo ha proclamato che la cristianità questo era, e non altro. Il punto è questo: autoclassificarsi ebraico-cristiani implica un quale sottile cambiamento, implica un inconscio ebraicizzarsi di alcune élite ameriKKKane? Che direzione sta prendendo la nostra visione culturale fondante? All'inizio, ai tempi in cui il sionismo aveva un orientamento a maggioranza laico, lo stato sionista è stato visto come un avamposto avanzato dei valori cristiani occidentali. Gli eventi del 28 gennaio fanno pensare che il percorso di questi valori possa aver preso la direzione contraria.
Come mai tutto questo armamentario ebraico-cristiano? Cosa sta succedendo? Dopo la caduta di Roma, attorno all'800, i vertici  della chiesa franca si rivolsero proprio al Vecchio Testamento e ne fecero la base per la legittimazione della guerra culturale contro la cristianità ortodossa orientale, spregiativamente indicata come "greca" e chiaramente connotata da un paganesimo di sapore orientale e dall'apostasia. Fecero abbondante affidamento sui testi veterotestamentari anche per regnare Dei Gratia; la sovranità aveva origine divina tanto per i papi quanto per gli imperatori come Carlo Magno, che pretendevano dai sudditi fedeltà e disciplina senza riserve. Il rifarsi dei franchi alla ebraico-cristianità fu il fondamento del feudalesimo europeo, portò alla distruzione dei Catari intesa come punizione esemplare per la scarsa disciplina, e vide l'imposizione del suo modello di civiltà in Medio Oriente, tramite crociate che erano operazioni militari. La cristianità occidentale era imbevuta di tradizione testuale ebraica, all'epoca. E tornò vieppiù ad esserlo con l'affermarsi del protestantesimo. La cristianità ortodossa, la cristianità orientale, invece non lo era. Le due chiese si erano divise in modo inconciliabile con il grande scisma del 1054.
Ecco dunque. L'ottica di civiltà dello stato sionista può non essere identica a quella ameriKKKana, ma le storie degli archetipi culturali ameriKKKani, come l'Abramo cui viene ordinato di sacrificare il figlio, vengono dalla bibbia degli ebrei. L'esercizio del potere da parte dell'AmeriKKKa non è mai stato, per così dire, più ispirato ai Franchi di quanto non lo sia oggi. E l'esercizio di questo potere viene giustificato ricorrendo in modo sempre maggiore al vocabolario dello stato sionista, come nel caso dell'assassinio mirato di Qassem Soleimani.
Il messaggio essenziale degli avvenimenti del 28 gennaio è questo: quando la destra ameriKKKana (come Steve Bannon) parla senza sosta del bisogno di sostenere il retaggio ebraico-cristiano dell'AmeriKKKa, quasi sicuramente lo fanno perché vedrebbero un piano sionista per la diffusione della Pax Judaica in Medio Oriente come una brillante vittoria di civiltà anche per l'AmeriKKKa. Trump può anche non essere pronto a scendere in guerra per lo stato sionista, ma sono in diversi nell'ambiente a considerare vitale per l'AmeriKKKa un'altra vittoria nello scontro di civiltà.
Esserne consapevoli offre forse un altro punto di vantaggio nella comprensione della politica contemporanea. Perché gli evangelici ameriKKKani sono tanto ostili verso l'Iran? perché l'Iran rappresenta l'ostacolo più grande alla egemonica Pax Judaica dello stato sionista. Più che altro, la sconfitta o il crollo della Repubblica Islamica rappresenterebbero per l'AmeriKKKa e per lo stato sionista una vittoria di civiltà quasi a pari con la vittoria dell'AmeriKKKa nella guerra fredda contro il comunismo? Ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano ha a che fare con questo, almeno per gli evangelici? Si tratta di un passo verso un'AmeriKKKa nuovamente vincente, per il mantenimento di una supremazia di sistema connotata in senso ebraico-cristiano?