sabato 16 febbraio 2019

Alastair Crooke - L'Europa messa in discussione all'improvviso. Una "Unione Europea nazionalsocialista"?



Traduzione da Strategic Culture, 11 febbraio 2019.


Un pilastro dello establishment dell'ordine europeo, il quotidiano Frankfurter Allgemeiner, ha toccato senza giri di parole un nervo scoperto. Il mese scorso ha pubblicato un editoriale intitolato Una Unione Europea nazionalsocialista? chiedendosi se l'attuale Unione Europea dominata dalla Germania andrebbe considerata come la continuazione del nazionalsocialismo tedesco. Il mainstream tedesco non aveva mai toccato l'argomento prima d'ora. Sembra che l'iniziativa sia indice di qualcosa di importante: il riconoscimento del fatto che le voci dissenzienti di cui l'Unione Europea è bersaglio hanno le proprie radici in qualcosa d'altro che non i malumori populisti. Si tratta del ritorno alla luce dell'antica contesa per lo spirito dell'ordine politico internazionale.
L'autore Jasper von Altenbockum cita il leader della AfD (Alternative für Deutschland) Alexander Gauland, che a una conferenza del proprio partito ha detto che
"l'apparato corrotto, enfiato, non democratico e latentemente totalitario" dell'Unione Europea è senza futuro. Gauland ha fatto un ragionamento popolare: dal momento che nelle istituzioni sovranazionali dell'Unione Europea si possono notare dei casi di mancata legittimazione democratica [se ne deve concludere che l'Unione Europea] ha un ordinamento costrittivo. Chi si oppone in modo radicale alla progressiva integrazione [inoltre] si spinge anche più avanti: paragona l'Unione Europea all'idea di Europa quale essa era ai tempi del nazionalsocialismo...
Gauland ha anche [esposto] una considerazione che ha recentemente acquistato popolarità e che [consente] alla Brexit di trovare una giustificazione storica: [parlando dell'unificazione europea] Gauland ha detto a Riesa: "Questo obiettivo è stato perseguito dai francesi con Napoleone e, in un certo senso sfortunatamente, dai nazionalsocialisti. Come tutti sanno, l'Inghilterra si è opposta a entrambi.
Si tratta di [e qui Gauland porta il ragionamento oltre la mera affermazione che l'Unione Europea è]un apparato latentemente totalitario". [Anzi, c'è da pensare che] l'Unione Europea e la politica europea tedesca sono la continuazione della propaganda nazionalsocialista sull'unificazione continentale. Difficile esprimere maggiore riprovazione. Questo argomento fornisce alla AfD il sospirato e collaterale pretesto di potersi presentare come immune all'ideologia nazionalsocialista".
Com'è logico aspettarsi, von Altenbockum non trova granché che accomuni il progetto europeo con la precedente ideologia razziale nazionalsocialista, ma nondimeno egli ammette che non sono soltanto Gauland e la AfD ("che sta velocemente diventando il partito della brexit tedesca") a rilevare simili contiguità col nazionalsocialismo. "La continuità del progetto europeo rispetto all'epoca nazionalsocialista è presa in considerazione anche dagli storici," specialmente da quando la Germania viene di nuovo accusata di coltivare mire egemoniche sul continente. Già nel 2002 il biografo di Hitler Thomas Sandkühler invitò a "non enfatizzare tanto le cesure nella politica europea; si dovrebbe parlare più che altro degli elementi di continuità".
Cosa significa? Oggi come oggi è difficile andare oltre l'aspetto dell'ideologia razzista. Tuttavia, nonostante il fatto che il nome del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi contempli il vocabolo "nazionale", Hitler non fu un gran difensore del nazionalismo. Fu aspramente critico non soltanto nei confronti del trionfo protestante in Westfalia nel 1648, ma anche dell'istituzione dello Stato nazionale nello specifico, che egli considerava come assai inferiore allo storico retaggio imperiale dei tedeschi. Anziché un ordine fondato su Stati nazionali egli si dispose a realizzare un Terzo Reich che si richiamava direttamente al Primo Reich, ovvero al Sacro Romano Impero Germanico con le sue aspirazioni universalistiche e la sua durata millenaria. La Germania di Hitler era concepita come uno Stato imperiale da ogni punto di vista.
Insomma, nelle secolari politiche continentali i paesi occidentali sono stati caratterizzati dalla contesa tra due visioni antitetiche dell'ordine mondiale: un ordine fatto di Stati nazionali liberi e indipendenti, ciascuno dei quali persegue il bene politico in accordo con le proprie tradizioni e le proprie concezioni, e un ordine di popoli uniti sotto un solo ordinamento giuridico, promulgato e mantenuto da un'unica autorità sovranazionale.
In altre parole la Germania si trovava dalla parte della antica tradizione già di Babilonia e della Roma imperiale, che considerarono propria missione -per dirla cono le parole del re babilonese Hammurabi- "portare all'obbedienza i quattro angoli del mondo." Questa obbedienza, dopotutto, assicurava immunità dalla guerra, dalla pestilenza e dalla carestia.
La conclusione di von Altenbockum per cui l'origine delle idee alla base dell'integrazione europea non si trova in quelle di Napoleone o di Hitler, ma va cercata nella Guerra dei Trent'Anni e negli accordi di Westfalia che accelerarono la caduta del vecchio concetto (romano) di impero cristiano universale per la pace e per la prosperità è più convincente. Ai vincitori la vittoria; e sono i vincitori a stabilire la narrativa. Una narrativa che persiste come paradigma politico dell'Europa di oggi.
La costruzione liberale dell'unione europea ha come premessa il famoso manifesto liberale scritto da John Locke e intitolato Secondo trattato sul governo, pubblicato nel 1689, che sosteneva in definitiva l'esistenza di un unico principio alla base della legittimità di un ordinamento politico, ovvero la libertà individuale.
L'opera di Locke era in gran parte un prodotto della concezione protestante. Si apre con l'affermazione che gli esseri umani nascono "perfettamente liberi" e "perfettamente uguali" e continua a descriverli come esseri che si dedicano alla propria vita, alla libertà e alla prosperità in un mondo di transazioni basate sul consenso.
A partire da questa premessa, Locke costruì il proprio modello di vita politica e la propria teoria del governo: dalle sue teorizzazioni sono nati i modelli economici e di oggi, secondo la versione di Adam Smith che contestualizza nell'àmbito economico la concezione protestante di John Locke e di John Hume dell'individualismo e della proprietà.
Dal momento che si tratta di una visione protestante, essa mutuava dal Vecchio Testamento (più che dal Nuovo) il concetto di un'autorità sovrana unificante, gelosa e intollerante come Yahveh. Il principio organizzativo dello Stato nazionale era quello di una sola autorità, una sola legge e l'esclusiva delle armi, non il vagheggiato impero di sovranità commiste e di pretese spirituali che lo aveva preceduto.
A un certo punto la politica liberale, la teoria economica e il diritto internazionale fecero inaridire le altre concezioni concorrenti e divennero la struttura, virtualmente indiscussa, delle conoscenze che una persona istruita necessita di possedere in materia di politica.
E dunque? Qual è il nocciolo della questione? In primo luogo il leader di AfD Alexander Gauland sta dicendo che l'Unione Europea non è né liberale, né libera, né costituisce un ordinamento o un impero di per sé; l'Unione Europea è costrittiva nel suo desiderio (di origine giudaico cristiana e laicizzato) di giungere all'unificazione umana o sociale riducendo tutto quanto ha un solo modello, l'ordine liberale in cui essa detta legge.
La questione non è tanto nel fatto che un pubblicazione dello establishment tedesco sta toccando una questione scottante, quella della possibile influenza del nazionalsocialismo tedesco considerato come la base su cui si articolano le politiche dell'Unione Europea: più concretamente, si fa la tacita ammissione che il leader di AfD ha degli argomenti, ovvero sta presentando una visione complessiva dell'ordine europeo che è concorrenziale a quella corrente.
L'autore lo ammette, sia pure di malavoglia; "in AfD ci sono molti politici cui piacerebbe tornare al tradizionale pensiero dei rapporti di forza", ovvero all'idea di una concertazione di poteri indipendenti e sovrani. L'autore tuttavia, riprendendo la linea di pensiero dello establishment afferma semplicemente che questo è impossibile: si è investito troppo nel progetto dell'Unione Europea per potersi permettere di lasciar perdere tutto.
Secondo von Altenbockum, dopo la seconda guerra mondiale il considerare il passato ha fatto sì che [il progetto dell'Unione Europea] "fosse fornito di un ancoraggio istituzionale ineliminabile, che contempla inevitabilmente la rinuncia a parte della sovranità".
Proprio per questo la Brexit diventa significativa per Gauland: non come semplice risentimento britannico nei confronti del dominio tedesco in Europa, ma perché l'Inghilterra è sempre stata "dall'altra parte", all'opposizione rispetto a queste concezioni di un universalismo imposto con la riduzione a un solo modello imperiale. "Come tutti sanno, l'Inghilterra si è opposta a tutto questo," afferma Gauland.
Locke, questo è vero, aveva cercato di rafforzare il paradigma dello Stato nazionale e non di indebolirlo. Nondimeno, nell'elaborare la propria teorizzazione sminuiti l'importanza o tralasciò del tutto aspetti che per l'umano consesso sono essenziali. Nel suo Secondo trattato Locke tralascia il retaggio intellettuale, spirituale o culturale che si riceve dalle proprie origini. Risultato è il disprezzo nei confronti dei legami, anche i più elementari, pensati per mantenere la coesione sociale.
Allo stesso modo, il governo posto in essere dal contratto sociale presentato nel Secondo trattato è sinistramente privo di frontiere o di limiti. Istituzioni come lo Stato nazionale, la comunità, la famiglia e la Chiesa pare non abbiano alcuna ragione per esistere. Pur senza volerlo, la piattaforma teorica elaborata da Locke fa dell'ordine protestante qualcosa di troppo difficile da spiegare, e tanto meno lo giustifica. Locke poteva anche aver nutrito altre intenzioni, ma quello che fece fu dare vita a un costrutto liberale della politica che è quella che sta alla base dell'opposto dello Stato nazionale.
Cosa significa questo? Significa la Brexit, i gilet gialli, la Lega, la AfD, il gruppo di Visegrad. Significa il futuro dell'Europa messo seriamente in discussione, nonostante le élite politiche e intellettuali dotate di una formazione universitaria sia in AmeriKKKa che in Europa siano oggi perlopiù inquadrate negli schemi liberali.
Eppure un articolo come questo, che viene dal Frankfurter Allgemeiner, e le sue asserzioni sui presunti legami fra integrazione europea e nazionalsocialismo, secondo Wolfgang Münchau rappresentano "un connubio esplosivo" che fino a oggi in Germania ha riguardato solo un dibattito marginale. L'articolo precisa che le élite europee stanno iniziando a rendersi conto delle esplosive potenzialità di questo conflitto. Si rendono conto che sono alla ribalta vecchie questioni, antichi scontri sulla natura stessa della politica, della società, della cultura e sul modo in cui il potenziale umano dovrebbe trovare sviluppo.
Riuscire a capire questo consente di inquadrare correttamente la politica estera europea: consente di capire come possano i leader europei ignorare la lunga storia di intromissioni nelle vicende del Venezuela per appoggiare un'altra iniziativa in questo senso. O come invece desiderino negare alla Repubblica Araba di Siria le risorse finanziarie e gli aiuti. Torna in mente il desiderio del re babilonese di "portare all'obbedienza i quattro angoli del mondo". Questa obbedienza d'altro canto è nel loro assoluto interesse.
Gauland ha esagerato, a descrivere l'Unione Europea come "un totalitarismo latente"? Un'idea in proposito la fornisce Yanis Varoufakis. Di fresca nomina come ministro delle finanze greco, alla prima visita a Bruxelles e a Berlino fu accoldo da Schäuble all'insegna del "Si tratta del mio mandato contro il tuo". "Schäuble stava rispettando la lunga tradizione della UE che consiste nel rinnegare i mandati democratici... in nome del loro rispetto. Come tutte le ipotesi pericolose, si fonda su una verità ovvia: gli elettori di un paese non possono conferire mandato di rappresentanza per imporre ad altri governi quelle condizioni che essi non hanno avuto dal proprio elettorato il mandato di accettare. Si tratta di un'ovvietà. Ma il fatto che i funzionari di Bruxelles e gli amministratori degli equilibri politici come Angela Merkel e lo stesso Schäuble la ripetano di continuo ha il fine di trasformarla reconditamente in un concetto assai diverso: nessun corpo elettorale in nessun paese può conferire al proprio governo il mandato di opporsi a Bruxelles."
E, continua Varoufakis, non stanno mai a sentire.
"Io e i miei collaboratori abbiamo lavorato duro per avanzare proposte basate su seri lavori econometrici e su analisi economiche intonate. Una volta verificate dalle massime autorità nei rispettivi campi, da Wall Street alla City fino ai luminari del mondo accademico, le avrei sottoposte ai creditori della Grecia a Bruxelles, a Berlino e a Francoforte. Poi mi sarei messo tranquillo a godermi la stereofonia di sguardi fissi. Sarebbe stato come se non avessi mai parlato. Come se non gli avessi portato nulla. Sarebbe stato il loro linguaggio del corpo a far capire che negavano l'esistenza stessa delle carte che gli avevo messo davanti. La loro risposta, sempre che ce ne fosse stata una, sarebbe stata assolutamente slegata da quanto gli avevo detto. Mi sarei potuto anche mettere a canticchiare l'inno nazionale svedese. Non ci sarebbe stata differenza."

mercoledì 6 febbraio 2019

Alastair Crooke - Una democrazia gradualmente ridotta all'impotenza. Finalmente il mondo ci è arrivato.




Traduzione da Strategic Culture, 28 gennaio 2019.

Secondo Antonio Gramsci un interregno è un periodo "in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati". In epoche del genere il nuovo è percepito come folle, malvagio e pericoloso da considerare.
Il Regno Unito sta chiaramente attraversando un interregno; un periodo in cui le élite che hanno fino a oggi gestito il discorso politico -come lo chiama Michel Foucault- entro precisi limiti di consenso scoprono adesso che esso viene pesantemente contestato. Periodi simili sono anche momenti in cui si perde di lucidità, periodi in cui si pensa che i limiti del ragionevole vengano meno. Cosa che in effetti succede.
I paradossi dell'interregno diventano roba d'ogni giorno quando una Camera dei Comuni democraticamente eletta si schiera in opposizione a un referendum popolare, si oppone alla legislazione derivante che pure ha essa stessa approvato e arriva a baloccarsi con l'idea di rovesciare il principio per cui è il governo che deve governare, per passare all'idea che al suo posto dovrebbe farlo una mutevole ed effimera aggregazione di parlamentari non governativi e provenienti da ogni partito. E anche così quell'assemblea non riesce a produrre un'alternativa su cui esista qualche accordo. Per quanto sia strano, non è sorprendente che (forse) la maggior parte di quanti intendono restare nella UE provi adesso un brivido di panico autentico, davanti alla scioccante scoperta del fatto che non esiste una soluzione univoca.
Anche in Francia lo establishment culturale è stato colpito da un trauma psicologico dello stesso genere. Come scrive Christopher Guilloy, "Adesso le élite hanno paura. Per la prima volta esiste un movimento che non è controllabile ricorrendo ai meccanismi della politica ordinaria. I gilets jaunes non vengono dai sindacati o dai partiti politici; non possono essere fermati. Non esiste un tasto "Off". L'intelligencija sarà costretta a farsi una ragione dell'esistenza di questa gente, o dovrà propendere per una qualche specie di totalitarismo di velluto."
L'ultima settimana di gennaio 2019 il vertice di Davos è stato messo a rumore da una lettera, che ha conosciuto ampia diffusione, scritta da un gestore di fondi che è diventato un'icona e una sorta di oracolo. Seth Klarman ha inviato un avvertimento perentorio ai propri clienti: la crescente sensazione di divisione politica e sociale che serpeggia per il mondo potrebbe portare a un disastro economico. "Non si possono fare affari come di consueto in mezzo a proteste incessanti, rivolte, serrate e crescenti tensioni sociali," ha scritto citando le proteste dei gilets jaunes in Francia che si sono diffuse in altri paesi d'Europa. "Ci chiediamo quando potranno gli investitori tenere in maggiore considerazione tutto questo", afferma, aggiungendo che "la coesione sociale è una cosa essenziale agli occhi di chi ha un capitale da investire."
La diffusione della lettera di Klarman aggiunge del suo al disagio che si sta diffondendo nello establishment globalista. E alla base di questa sensazione di ansia si trova per la precisione il possibile sgretolarsi di due grandi miti: il mito monetario, e il mito millenarista del Nuovo Ordine Mondiale sorto dai massacri della prima guerra mondiale. Il concetto di guerra eroica e nobile morì con la morte di una generazione di giovani sui campi della Somme e di Verdun. La guerra, eroica non lo fu più. Fu solo un disgustoso tritacarne. Milioni di uomini si erano sacrificati per il "sacro" ideale dello stato-nazione. Il concetto romantico e ottocentesco di stato-nazione "puro" esplose, e ne prese il posto l'idea -alla fine consacrata dalla caduta dell'Unione Sovietica- del Destino Manifesto degli Stati Uniti, la Nuova Gerusalemme che avrebbe rappresentato le migliori speranze dell'umanità per un mondo prospero, meno segnato dalle divisioni, più omogeneo e cosmopolita.
La promessa di una prosperità per tutti facile da raggiungere, forzatamente attuata con mezzi monetari -ovvero con la massiccia creazione di debito- ha rappresentato il corollario di questo allettante, idealistico risultato. Oggi non servono più dati di fatto a sostegno: i mezzi hanno deluso la maggioranza (ovvero i gilet e i cosiddetti "impresentabili") e ora perfino i gestori di fondi dalla fama oracolare come Klarman ammoniscono le presenze assidue di Davos che "i semi della prossima grande crisi finanziaria (o di quella successiva) possono essere identificati nel livello del debito sovrano oggi raggiunto". Klarman espone nel dettagli il modo in cui praticamente tutti i paesi sviluppati si sono indebitati in misura sempre maggiore dopo la crisi finanziaria del 2008; una tendenza che a suo dire può portare la finanza nel panico.
Il signor Klarman è preoccupato soprattutto per il debito statunitense, di quello che può significare per lo status del dollaro come valuta mondiale di riserva e dell'impatto che esso potrebbe in ultima analisi avere sull'economia del paese. "Non esiste modo di sapere quando il debito è troppo, ma l'AmeriKKKa raggiungerà senza dubbio un livello critico superato il quale un mercato del debito fattosi improvvisamente più sospettoso rifiuterà di accordarci prestiti a tassi per noi accettabili," ha scritto. "E quando una crisi del genere colpirà, sarà probabilmente troppo tardi per correre ai ripari."
Questo artificio monetario ha sempre portato a risultati illusori: l'idea che ricchezza vera sarebbe nata da un debito enfiato per decreto, che la sua espansione non avrebbe avuto limiti, che tutto il debito poteva e doveva essere onorato, e che l'eccessivo indebitamento doveva essere risolto indebitandosi ancora di più non è mai stata credibile. Era una fantasia che rifletteva la fede laica in una inevitabile e lineare strada fatta di progresso, un concetto che riecheggiava la credenza millenaristica cristiana del percorso verso una "fine dei tempi" fatta di abbondanza e di pace, credenza da cui peraltro derivava.
Nel 2008 le grandi banche erano a un niente dal collasso. Furono salvate dai contribuenti occidentali perché i rischi di un crollo della finanza furono giudicati troppo gravi dalle élite. Solo che poi anche i soccorritori -i vari paesi sovrani che hanno preso l'iniziativa- hanno a loro volta avuto bisogno di aiuto, e per salvarsi hanno massacrato il welfare e gli ammortizzatori sociali per turare le falle nei loro stessi disastrati bilanci. Questo, dopo aver provveduto a risanare i bilanci delle loro banche.
Il sessanta per cento della gente ha pagato tre volte. La prima con il salvataggio iniziale, la seconda con l'austerità che seguì, la terza quando le banche centrali ripresero le loro politiche di emissioni gonfiate e di depauperamento del risparmio. A fronte di questa ignobile contropartita, quel sessanta per cento prese coscienza della propria impotenza ma si accorse anche di non avere nulla da perdere. Era un gioco che non lo riguardava.
La narrativa di una agevole prosperità basata sul debito è stata quella che ha caratterizzato l'identità dell'Occidente nel corso degli ultimi decenni. >Ci è voluto comunque un outsider per innescare quello che, come ha preso atto con sarcasmo lo Washington Post, è stato il momento più rivelatore del vertice di Davos di quest'anno. Rivelatore, semplicemente perché di una assoluta ovvietà. A un gruppo di lavoro sui fallimenti dell'ordine mondiale Fang Xinghai, vicepresidente della principale agenzia per la sicurezza del governo cinese, ha ricordato con semplicità all'uditorio quale sia il rovescio della medaglia del rullo compressore monetario occidentale: "Dovete capire che la democrazia non sta funzionando molto bene. Nei vostri paesi c'è bisogno di riforme politiche." Ha soggiunto che questo lo diceva "con sincerità".
Accidenti: c'è voluto un funzionario cinese, per dire quello che non si poteva dire...
Comunque, è inevitabile che i danni dovuti al crollo di un mito affermatosi su scala mondiale comincino dalla periferia. Quello che a volte si tralascia è il fatto che le élite, specie negli stati nazionali fittizi messi in piedi dal colonialismo europeo dopo la prima guerra mondiale, non solo hanno definito se stesse in base a una narrativa del "non ci sono alternative" rispetto alla prosperità prodotta ricorrendo al credito, ma si sono anche integrate nella élite ricca cosmopolita internazionale. Ci sono, e ne sono parte integrante. Hanno tagliato le proprie radici culturali, eppure avocano a sé la pretesa di primeggiare nel mondo da cui provengono.
Un esempio di quanto sopra sarebbe quello dei paesi del Golfo. Ovviamente, uno starnuto a Davos significa polmonite per le élite periferiche. E se questa crisi di identità si accompagna ai presagi di una crisi finanziaria che incombe anche sul centro, la polmonite diventa grave. Non c'è da sorprendersi se l'ansia sta montando nelle élite di quella periferia che è il Medio Oriente. Esse sono consapevoli del fatto che qualsiasi crisi finanziaria seria che colpisca il centro nevralgico segnerebbe la loro fine.
Ecco il punto. Il discorso di Mike Pompeo al Cairo non è importante per quello che Pompeo ha detto sulla politica ameriKKKana (ovvero nulla). Piuttosto potrebbe succedere che venga inteso come punto saliente per tutt'altro genere di motivi. Il discorso di Pompeo ha mostrato che la visione di un nuovo ordine mondiale che ha retto per trent'anni era ormai defunta e che di altre visioni non ne esiste alcuna. Niente proprio. Di chiaro c'era che Pompeo stava solo combattendo con armi verbali un'altra battaglia della "guerra civile" ameriKKKana.
Anche John Bolton ha concretamente confermato l'abbandono di questa visione. Dal momento che l'AmeriKKKa non ha nulla da offrire, sta ricorrendo a tattiche di disturbo come sanzionare qualsiasi uomo d'affari o qualsiasi paese che contribuiscano alla ricostruzione della Siria. All'atto pratico, gesti del genere non fanno che turbare ancora di più gli alleati degli USA.
Ancora una volta sfugge una questione importante: la narrativa identitaria delle élite traballa, ma già altre forme culturali e "spirituali" si sono fatte vive per riempirne la nicchia. Come ha già notato Mike Vlahos, i paesi del Medio Oriente non si stanno indebolendo e non stanno andando in malora tanto a causa di concrete minacce fisiche, quanto perché al posto della corrente identità cosmopolita si sono affermate visionoi altrettanto coinvolgenti di tipo locale ed universalistico, spesso in mezzo a un tessuto intricato fatto di attori non statali come Hezbollah, Hashd al Shaabi e gli Houti.
E queste visioni non fondano le proprie istanze sul liberalismo o sulle economie del mondo sviluppato dominate dal consumismo e dallo stato sociale, ma sul riaffermare i punti di forza e la sovranità del loro contesto sociale. E nel loro diritto di vivere secondo le loro (diverse) culture. Esse prosperano laddove maggiore è il bisogno di uno scopo e del ripristino dei valori nella società.
Come i gilets jaunes si stanno rivelando tanto difficili da contenere tramite i normali meccanismi della politica, così anche questi attori non statali connotati dall'alterità hanno eluso il controllo da parte dei meccanismi statali del Medio Oriente che fanno ricorso ai normali sistemi occidentali. Il totalitarismo vero e proprio e quello di velluto si sono rivelati entrambi privi di una piena efficacia.
Il fatto è che siamo davanti a un profondo mutamento nel potere e nella natura del potere stesso. Per la prima volta, un funzionario ameriKKKano ha esplicitamente detto che gli USA non hanno alcuna visione del futuro e che oggi gli USA in Medio Oriente possono comportarsi solo come degli elementi di disturbo. Esatto: i paesi del Golfo hnno sentito l'assordante rumore del vuoto. E anche i paesi che stanno dall'altra parte della cortina, quelli che non sono mai stati parte di questo nuovo ordine mondiale, lo hanno sentito. Non è difficile capire in che direzione stia andando il pendolo.

domenica 3 febbraio 2019

Alastair Crooke - La resa dei conti. Il discorso di Pompeo al Cairo rispecchia la scissione che si prospetta sul piano interno.



Traduzione da Strategic Culture, 21 gennaio 2019.

Il discorso al Medio Oriente che il Segretario di Stato Mike Pompeo ha pronunciato da un palco molto simbolico, quel Cairo da cui Obama aveva esposto le proprie idee, ha gettato molti nello sconcerto. Il fine del discorso sembrava più che altro quello di sbandierare il credo evangelico fondamentalista di Pompeo e di sottolineare il "sacro diritto" dell'AmeriKKKa, di assestare un colpo ai tentennanti propositi di Obama e di additare l'Iran come l'anticristo dei nostri tempi.
La maggior parte del pubblico mediorientale è rimasta perplessa. E non c'è da stupirsene; ha poca familiarità col sacro zelo della politica evangelica statunitense. Gli europei si sono semplicemente stupiti della sua straordinaria mancanza di legami con la realtà politica del Medio Oriente di oggi; il discorso è suonato assurdo, e la serie di visite diplomatiche che Pompeo ha tenuto in Medio Oriente è miseramente fallito.
Per fortuna c'è Michael Vlahos, uno storico statunitense ed ex docente dello US War College che ora insegna alla John Hopkins, a contestualizzare un po' il discorso di Pompeo. In un articolo intitolato Siamo fatti per la guerra civile Vlahos afferma che mentre agli ameriKKKani si insegna "che la Rivoluzione fu un miracolo e che la Guerra Civile fece dell'AmeriKKKa una nazione, o che -come proclamò Ralph Waldo Emerson- l'AmeriKKKa è il paese del futuro, ribadendo il destino provvidenziale insito nel quasi popolo eletto di Lincoln, sono tutte cose di pura fantasia."
La nostra identità, fin dal principio, è stata definita come un trionfo sull'Altro. Noi l'Altro lo cacciamo, come la Francia espulse crudelmente gli eretici ugonotti nel XVII secolo. Noi cacciammo centomila lealisti che avevamo considerato come fratelli. La guerra civile di per sé durò vent'anni, dal 1763 al 1783, ma la conseguente guerra fredda e lo strascico di scontri contro la Gran Bretagna proseguirono fino al 1815.
Si produsse allora un'ulteriore spaccatura nel tessuto sociale del paese. Dopo il 1815 iniziò una nuova migrazione culturale. La stessa giovane AmeriKKKa si divise fra due opposte concezioni della vita e due identità politiche sempre più aspramente contrapposte, che dal 1857 al 1877 si scontrarono in un altro conflitto ventennale...
Attorno al 1840 la spaccatura aveva iniziato a diventare evidente: la precedente coesione aveva inziato a venir meno, dando origine a due subculture ameriKKKane distinte: una che puntava tutto su un mondo dominato dalla schiavitù, e un'altra che aveva le proprie radici nello slogan populista del "libero suolo, libero lavoro, liberi uomini". Una era in mano ad una élite aristocratica, l'altra allo spirito dei dei piccoli proprietari repubblicani.
La divisione fra nord e sud che sfociò nella guerra civile era questa; e alla guerra si giunse quando entrambe le parti si convinsero di incarnare non solo la sacralizzata narrativa ameriKKKana, ma [anche] il futuro del paese... Solo le generazioni fortunate degli anni compresi fra i '30 e i '70 del XX secolo poterono far finta di celebrare una cosa come l'unità nazionale. Ma anche all'epoca tale privilegio era patrimonio di un'unica e privilegiata maggioranza politica del tutto contigua al predominante establishment liberale...
E oggi, spiega Vlahos, "L'AmeriKKKa... si sta dividendo secondo due diverse concezioni per quanto riguarda il futuro del paese: la virtù rossa è quella che pensa alla continuità della famiglia e della comunità nel contesto di una comunità nazionale pubblicamente esplicitata. La virtù blu pensa invece a comunità scelte da ciascun individuo, mediate tramite la relazione del singolo con lo stato. Anche se queste due distinte concezioni dell'AmeriKKKa sono rimaste opposte per decenni e sono riuscite fino a oggi ad arginare il montare della violenza, nell'aspro scontro che le caratterizza [oggi] vige la sensazione che ciascuna stia serrando le fila in vista di una decisione dalla portata definitiva." 
Oggi, prosegue Vlahos, "due legittimi percorsi sono fermi a un punto morto, contrapposti l'uno all'altro... Quello tra rosso e blu è già un insanabile scisma di tipo religioso, che da un punto di vista dottrinale è persino più profondo di quello che nel XVI secolo divise cattolici e protestanti. La guerra  oggi in corso sarà vinta dalla fazione che riuscirà a catturare la bandiera (dei social media), e con essa la palma di vera erede della virtù ameriKKKana. Entrambe le parti si considerano portabandiera del rinnovamento del paese, della liberazione da ideali ormai corrotti e della piena realizzazione della promessa ameriKKKana. Entrambe credono con fervore di essere le uniche nel giusto."
Ed eccoci al punto. Parte del discorso di Pompeo corrisponde alla descrizione di Vlahos: Pompeo ha cercato di "catturare la bandiera" in nome dell'amministrazione Trump e della base elettorale evangelica che la sostiene, in qualità di vero erede della virtù rossa ameriKKKana. I riferimenti di Pompeo al fatto che ogni giorno apre la bibbia alla propria scrivania e la sua enfasi sul concetto di AmeriKKKa come "forza del Bene" nella regione mediorientale (cosa che ha fatto fioccare le occhiatacce in tutto il Medio Oriente) erano completamente fuori dalla realtà mediorientale. Comunque sia, le sue allusioni non sono state per nulla colte dal pubblico egiziano.
Pompeo stava piuttosto preparando la base elettorale di Trump per quella che Vlahos chiama la resa dei conti. Quello della alterità è un processo di trasformazione per mezzo del quale ex sodali e ameriKKKani a tutti gli effetti vengono reimmaginati come incarnazione del Male, come un nemico interno che deve affrontare ora la punizione, dopo aver subìto la sconfitta.
Secondo Vlahos al centro dell'identità ameriKKKana di trova proprio questo concetto di sconfitta dell'alterità; in questo contesto la demonizzazione dell'Iran da parte di Pompeo acquista rilevanza: l'Iran per gli ameriKKKani è adesso l'Altro per antonomasia. Vlahos scrive:
In realtà l'unità degli USA ammonta a pochi decenni: anticipata dalla prima guerra mondiale, realizzata nella seconda, e mantenuta vitale fino agli anni Settanta. In concreto le due guerre mondiali hanno fatto proprio il contesto della guerra civile e hanno abilmente rivolto verso l'esterno l'impulso all'alterità. Invece dei britannici e dei tories, o dei ribelli e dei Copperheads, l'Altro malvagio fu impersonato opportunamente, e persino volentieri, dalla Germania. Sconfitti gli Unni, il loro posto fu preso, anche stavolta abbastanza volentieri, dall'Unione Sovietica. Ripensare l'Altro, e collocarlo fuori dai confini, fece sì che gli ameriKKKani non badassero alle divisioni che si approfondivano in patria.
Solo che la fine della Guerra Fredda ha portato a una conclusione tremebonda un secolo di unità forzata.
Adesso è l'Iran l'Altro malvagio che serve a dirigere opportunamente all'esterno gli impulsi degli ameriKKKani.
E sembra che l'Iran si trovi esattamente laddove passa un'altra delle linee di faglia interne all'AmeriKKKa oggi in movimento. Nella New York Review of Books >Stephen Wertheim sostiene che la vittoria di Trump nel 2016 ha diviso in due i neoconservatori ameriKKKani; un'ala è simboleggiata da Bolton, e si è inserita fra quanti dettano legge in politica estera nell'amministrazione Trump. L'altra invece sta ricostruendo i legami con il Partito Democratico. 
Secondo Wertheim la virtù rossa è passata senza scosse a Bill Kristol e a Norman Podhoretz e alla loro costruzione di una minaccia morale diretta all'esistenza del buon diritto ameriKKKano, rappresentata dall'islamofascismo. "Il neoconservatorismo deriva dalla tradizione filosofica di Leo Strauss,  che in The City and Man afferma che 'la crisi dell'Occidente consiste nel fatto che l'Occidente si è fatto incerto circa il proprio scopo' [esattamente quello che al Cairo Pompeo ha rimproverato a Obama]". "Secondo i seguaci di Streauss e secondo i loro discendenti intellettuali, il conflitto militare si prestava a fornire questo scopo", nota Sugarman. E per Pompeo, per il Vicepresidente Pence e per Bolton l'Iran assolve alla perfezione a questa necessità, specialmente perché è il principale avversario dello stato sionista.
Al Cairo Pompeo stava dando un segnale di appartenenza rivolto essenzialmente al pubblico statunitense, con quel suo disciplinato ritratto di un Iran luciferino, suggerendo che con l'amministrazione Trump, a differenza che con quella Obama, il governo statunitense aveva riacquisito le proprie certezze su quale fosse la "missione" ameriKKKana in materia di politica estera (ovvero di caccia ai draghi).
La virtù blu, per l'altra ala neoconservatrice, è incarnata dal liberalismo e dalla coalizione militare di quanti hanno la stessa mentalità; il tutto centrato sulla legittima ideologia liberale dell'antitotalitarismo.
"per Bolton e comapgi, Donald Trump si è rivelato un traditore," osserva Wertheim. "Trump ha tolto il globalismo dalla sufficienza in cui era tenuto e lo ha posto al centro della politica estera ameriKKKana e di quella del Partito Repubblicano. I neoconservatori storicamente hanno sempre pubntato alle istituzioni globali, non al globalismo in sé. Pochi hanno incarnato quest'idea meglio di Bolton, che si è costruito una carriera bastonando sia le Nazioni Unite che il loro Consiglio di Sicurezza". Durante l'amministrazione Obama, rileva Wertheim, Bolton lanciava regolari allarmi contro "i sinistrorsi come Obama che stavano tentando di svendere pezzo a pezzo la sovranità ameriKKKana alle istituzioni internazionali".
Per apostati repubblicani come Jennifer Rubin, David Frum e Max Boot, sostiene Wertheim, Trump è stato, nel male, qualcosa di meno rispetto a un dittatore estero: un "nemico interno". La sua personalità degenerata e la sua sfrenata corruzione hanno permesso loro di "avocare a se stessi il ruolo prediletto di custodi della rettitudine morale in AmeriKKKa".
Bene, tutto molto bene. Certo, il dicorso di Pompeo era del tutto scollegato dalla realtà mediorientale, ma possiamo ignorare la sua retorica sull'Iran, e trattarla come nulla più che un modo per mettersi politicamente in mostra? Forse sì, a meno che questa zelante raffigurazione dell'Iran come l'anticristo non finisca per trasformare in realtà le pretese dell'amministrazione Trump di realizzare certi "sacri destini dell'AmeriKKKa" bombardando il paese.
Vlahos pensa che
Perché questa o quella arrabbiata visione [dell'AmeriKKKa] finisca per prevalere, si deve arrivare a una resa dei conti. Questo richiede, perversamente, che le due parti cooperino perché si arrivi a uno scontro aperto, obbligando la maggioranza degli ameriKKKani a considerarlo come inevitabile. A quel punto basterà un fiammifero.
E questo è quello che le udienze di conferma di Brett Kavanaugh e i quasi due anni di sforzi incessanti rivolti alla delegittimazione e all'estromissione di Donald Trump dalla sua carica possono fare oggi: spingere le due parti dell'ex paese unito a sfregare quel fiammifero.
Lo scontro. Se gli equilibri politici mutano in modo rimarchevole, qualunque impedimento alla deflagrazione rappresentato dalla manipolazione delle norme politiche e da posizioni elettorali di lunga durata potrebbe dissolversi. Ed entrambe le parti, quella avvantaggiata e quella svantaggiata, più prima che poi si troveranno al faccia a faccia.
Potrebbe essere l'Iran il banco di prova per questo faccia a faccia, il terreno per una prova di forza all'insegna della virtuosità morale?

venerdì 1 febbraio 2019

Alastair Crooke - Inizia in Medio Oriente un processo di ricomposizione di vasta portata. Gli esiti della guerra in Siria si ritorceranno contro chi l'ha voluta.



Traduzione da Strategic Culture, 14 gennaio 2019.

Il Medio Oriente sta cambiando volto. Stanno emergendo nuove linee di faglia; nonostante il teatro sia nuovo, i falchi della politica estera di Trump stanno ancora cercando di mandare in proiezione film già visti.
Uno di questi film già visti è il sostegno degli USA a favore degli stati arabi sunniti, da guidare verso il confronto con quell'Iran cui è affidato il ruolo del cattivo. La squadra di Bolton sta tornando al Clean Break, il vecchio copione del 1996, come se nel frattempo nulla fosse successo. I funzionari del Dipartimento di Stato hanno deciso che il discorso che il Segretario Pompeo ha tenuto al Cairo il 10 gennaio era stato "programmato per dire al pubblico -anche se Pompeo non poteva fare il nome dell'ex presidente- che Obama aveva mal cosigliato i popoli mediorientali su quale fosse l'autentica fonte del terrorismo, quella che aveva contribuito anche all'ascesa dello Stato Islamico. Pompeo continuerà a dire che l'Iran è la vera causa del terrorismo, quell'Iran che Obama aveva cercato di coinvolgere. Le bozze del discorso indicano anche che Pompeo avanza l'idea che l'Iran potrebbe prendere lezione dai sauditi in materia di diritti umani e di stato di diritto."
Beh, almeno sarà un discorso che sarà accolto da risate di scherno in tutta la regione. Sul piano concreto le linee di faglia nella regione si sono mosse e non riguardano più tanto l'Iran. I paesi del Consiglio degli Stati del Golfo hanno cambiato agenda, e sono ora assai più interessati a contenere la Turchia e a fermare l'influenza turca che sta facendosi strada in tutto il Levante. I paesi del Golfo temano che il Presidente Erdogan, in considerazione dell'ondata di antipatia viscerale e psicologica scatenata dall'uccisione di Khashoggi, possa mobilitare le reti su cui i Fratelli Musulmani -pieni di nuove energie- possono contare nel Golfo. Far leva sulle preoccupazioni che nel Golfo serpeggiano attualmente sulla situazione economica e inficiare qualunque visione di più ampio respiro quei paesi possano avere consentirebbe di minare il rigido "sistema arabo" del Golfo, che si sostanzia nella monarchia tribale. Per le monarchie del Golfo i Fratelli Musulmani pensano a una riforma in senso islamico ma dai toni morbidi, secondo le linee a suo tempo caldeggiate da Jamak Khashoggi.
I vertici dello stato turco sono comunque convinti che dietro la costruzione della zona cuscinetto curda e dietro il complotto volto a mettere questo mini-stato contro la Turchia insieme allo stato sionista e agli USA ci siano stati gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Mohammed bin Zayed. Comprensibile che adesso i paesi del Golfo che hanno armato in questo modo le aspirazioni curde temano una possibile rappresaglia turca.
E i paesi che fanno parte del Consiglio degli Stati del Golfo pensano che la Turchia sia già al lavoro -in stretta coordinazione con quel Qatar che è protettore del Fratelli Musulmani e membro del Consiglio- per incrementare le divisioni in un Consiglio degli Stati del Golfo ormai al collasso. La situazione fa presagire un nuovo scontro tra Fratelli Musulmani e wahabismo saudita, la cui posta in gioco è l'anima dell'Islam sunnita.
I paesi del Consiglio sperano quindi di mettere insieme un fronte che si contrapponga alla Turchia nel Levante. Per questo stanno cercando di attirare di nuovo il Presidente Assad nel campo arabo, ovvero di riammetterlo alla Lega Araba, e di far sì che agisca -di concerto con loro- come baluardo arabo contro la Turchia.
Il problema in questo caso è chiaro: il Presidente Assad è un alleato stretto dell'Iran, come la Russia e come la Turchia. Fare gli iranofobi alla moda -come vorrebbe Pompeo- impedirebbe ai paesi del Consiglio di mettere in atto il loro piano antiturco. I siriani possono nutrire un giusto scetticismo nei confronti delle iniziative e degli obiettivi della Turchia in Siria, ma dal punto di vista del Presidente Assad l'Iran e la Russia sono assolutamente indispensabili per controllare la incostante Turchia. La Turchia rappresenta un elemento in grado di minacciare l'esistenza della Siria. Cercare di fare pressione su Assad -o sul Libano, o sulla Turchia- perché prendano le distanze dall'Iran sarebbe assurdo. Non succederà nulla del genere, e i paesi del Golfo hanno ancora sufficiente discernimento da capirlo, dopo la cocente sconfitta subita proprio in Siria. La posizione antiiraniana dei paesi del Golfo ha subìto una brusca perdita di potenza, e riacquista vigore solo quando c'è bisogno di lisciare il pelo agli USA.
Insomma, vedono chiaramente che a comandare e a mettere in piedi il nuovo "ordine regionale" del Medio Oriente non è il signor Bolton, ma Mosca, con Tehran e (a volte) Ankara che fanno anch'essi la stessa parte dietro le quinte.
Probabilmente i servizi ameriKKKani sanno -e i paesi del Goilfo ne sono consapevoli- che comunque in Siria non ci sono quasi più militari iraniani, anche se i collegamenti della Siria con l'Iran restano solidi come sempre; questo, nonostante Pompeo e lo stato sionista asseriscano l'opposto e dicano di essere impegnati a respongere duramente ogni "minacciosa presenza" militare iraniana in Siria. In Medio Oriente ci crederanno in pochi.
La seconda notevole linea di faglia che si va delineando è quella che si sta aprendo fra la Turchia da una parte e gli USA e lo stato sionista dall'altra. La Turchia è consapevole -ed Erdogan lo è ancora di più- che Washington adesso è profondamente diffidente e che pensa che la Turchia stia passando sempre più velocemente nell'orbita di Mosca e di Pechino; a Washington sarebbero contenti di sapere Erdogan finito, e che al suo posto si trova un leader maggiormente favorevole alla NATO.
Anche a Washington devono sapere bene per quale motivo la Turchia sta guardando a oriente. Erdogan ha bisogno della Russia e dell'Iran, che agiscano da dietro le quinte in modo da alleggerire le difficoltà che egli si troverà ad avere in futuro con Damasco. La Russia, e ancor più l'Iran, gli sono indispensabili per arrivare a una soluzione politica plausibile per i curdi in Siria. E ha bisogno anche della Cina, che faccia da sostegno all'economia turca.
Erdogan è pienamente consapevole del fatto che lo stato sionista, più che i paesi del Golfo, ambisce ancora alla vecchia idea di Ben Gurion di inserire nella zona nevralgica dell'Asia sudoccidentale e centrale (e ai margini del ventre molle della Turchia) uno stato etnico curdo alleato a quello sionista e dotato di rilevanti risorse petrolifere.
Lo stato sionista ha sostenuto operativamente la formazione di uno stato curdo in modo piuttosto evidente all'epoca della fallita iniziativa di Barzani per l'indipendenza dall'Iraq. Solo che Erdogan si è sempre detto contrario a una cosa del genere; l'ultima volta lo ha detto a Bolton pochi giorni fa. Nonostante questo, Ankara ha ancora bisogno della collaborazione dei russi e degli iraniani per far sì che Bolton rinunci all'idea di un mini stato curdo in Siria. Ankara ha bisogno della Russia per arrivare alla realizzazione di una zona cuscinetto controllata dalla Siria, che prenda il posto della fascia di territorio che ameriKKKani e curdi hanno avviluppato alla sua frontiera meridionale.
Non è comunque probabile che, a dispetto della minaccia concreta che il sostegno armato ameriKKKano ai curdi rappresenta per la Turchia, Erdogan voglia veramente invadere la Siria, nonostante abbia minacciato di farlo e nonostante le "condizioni" poste da Bolton possano finire col non lasciare altra scelta alla Turchia. Di sicuro Erdogan è consapevole del fatto che un'invasione mal condotta della Siria farebbe sprofondare la lira turca, che già si trova in una situazione delicata.
Turchia, Siria, Iran e Russia vogliono che l'AmeriKKKa se ne vada dalla Siria. E per un momento è sembrato che la cosa potesse procedere senza intoppi dopo che Trump aveva accondisceso alle argomentazioni di Erdogan durante la loro famosa conversazione telefonica. Poi però il senatore Lindsay Graham ha sollevato obiezioni, in uno scenario di corali gemiti di angoscia che provenivano dai think tank di politica estera della capitale. Bolton ha fatto marcia indietro sottoponendo il ritiro statunitense dalla Siria a condizioni che sembrano fatte apposta per non poter verificarsi, e senza porre alcuna scadenza in particolare. La cosa al Presidente Erdogan non è piaciuta.
A questo punto dovrebbe essere ovvio che si sta entrando in una fase di profondo rimaneggiamento. Gli USA stanno lasciando la Siria. Il tentativo di Bolton di non effettuare il ritiro è stato respinto. E gli USA, in ogni caso, hanno tradito la fiducia del curdi con la prima dichiarazione di Trump sull'argomento. I curdi adesso guardano a Damasco, e la Russia sta facendo da mediatore per un accordo.
Potrà volerci del tempo, ma gli USA se ne andranno. Le forze curde, ad eccezione di quelle che fanno capo al PKK, verranno probabilmente integrate nell'esercito siriano e la zona cuscinetto non sarà diretta contro la Turchia ma sarà rappresentata da un insieme di forze siriane e di elementi curdi sotto comando siriano sul cui comportamento nei confronti della Turchia saranno comunque i russi a sovrintendere. E l'esercito siriano, a tempo debito, ripulirà Idlib dalla risorta alQaeda dello HTS.
I paesi arabi stanno riaprendo le ambasciate di Damasco, in parte per il timore che le contorsioni della politica ameriKKKana, con la sua radicale polarizzazione e la sua propensione a tornare del tutto o in parte sui propri passi ad opera dello stato profondo possa lasciare i paesi del Golfo improvvisamente privi di sostegno. In concreto i paesi del Consiglio di Cooperazione stanno munendosi contro questo rischio cercando di ricomporre i pezzi del mondo arabo e conferendogli nuovi scopi e nuova credibilità come contrappeso alla Turchia, al Qatar e ai Fratelli Musulmani, antica nemesi siriana.
Esiste anche un altro livello da considerare, secondo quanto scritto dal navigato esperto di Medio Oriente Elijah Magnier. 
Il Levante sta tornando al centro dell'attenzione nel Medio Oriente e nel mondo, e più forte di come era nel 2011. La Siria possiede missili ad alta precisione in grado di colpire qualsiasi edificio dello stato sionista. Assad ha anche un sistema di difesa aerea che prima del 2011 non si era nemmeno sognato, e lo ha grazie alle continue violazioni commesse nel suo spazio aereo dallo stato sionista e grazie al suo perdurante disprezzo per l'autorità russa. Hezbollah ha realizzato basi di montagna per i suoi missili di precisione a lungo e medio raggio e ha creato con la Siria un tale legame che sarebbe stato impossibile arrivarci se non fosse stato per la guerra. L'Iran ha stabilito con la siria un rapporto strategico fraterno, grazie al ruolo che ha avuto nei piani per impedire il rovesciamento dello stato siriano.
Il sostegno che la NATO ha fornito all'espansione dello Stato Islamico ha creato un legame fra Siria e Iraq che né i musulmani né i baathisti avrebbero mai potuto realizzare. L'Iraq ha carta bianca per bombardare le posizioni dello Stato Islamico in Siria senza che i vertici siriani debbano dare il loro assenso, e le forze di sicurezza irachene possono entrare in Siria ogni volta gli pare sia il caso di farlo per combattere lo Stato Islamico. L'asse contrario allo stato sionista non è mai stato più forte di quanto lo sia oggi. Ecco il risultato della guerra imposta alla Siria negli anni compresi fra il 2011 e il 2018.
Ecco. Questa è la terza linea di faglia che sta emergendo: lo stato sionista da una parte, e la realtà che si va consolidando nel nord della Siria dall'altra. Un'ombra che è tornata a perseguitare i primi istigatori della guerra destinata a indebolire la Siria. Il Primo Ministro Netanyahu ha messo tutte le speranze dello stato sionista nelle mani della famiglia Trump. Proprio i rapporti di Netanyahu con Trump -e non quelli con i palestinesi- sono stati presentati nello stato sionista come la parte sostanziale dell'"Accordo del Secolo". Eppure quando Bibi si è lamentato vigorosamente del ritiro statunitense dalla Siria -che a sentir lui avrebbe lasciato la Siria esposta alla dislocazione di evoluti missili iraniani- Trump ha risposto con noncuranza che gli USA forniscono allo stato sionista quattro miliardi e mezzo di dollari l'anno: "E ci starete bene", ha chiuso Trump.
Nello stato sionista l'episodio è stato considerato come un formidabile schiaffo al Primo Ministro. Ma nello stato sionista non possono certo evitare di riconoscere di aver avuto qualche responsabilità in ciò che ha portato alla situazione di cui si lamentano a gran voce.
E per finire, le cose non sono andate secondo i piani. Non è l'AmeriKKKa a plasmare il nuovo "ordine" nel Levante, ma Mosca. E le imperterrite ostentazioni di disprezzo dello stato sionista nei confronti degli interessi di Mosca nel Levante hanno prima mandato in bestia il Comando Supremo russo, e poi lo hanno indotto a dichiarare il quadrante settentrionale del Medio Oriente in pratica una zona a divieto di sorvolo per gli aerei dello stato sionista. Per gli USA e per Netanyahu si tratta di un rovescio strategico di prim'ordine.
In ultimo c'è questo copione che si ripete, in cui il Presidente degli USA fa dichiarazioni di politica estera che vengono quasi sistematicamente contraddette o "corrette" da parte di questo o quel settore della macchina burocratica statunitense, e che rappresenta la massima incognita per il Medio Oriente e anche al di là dei suoi confini. Si tratta di un copione che vede il Presidente isolato, intanto che i funzionari vuotano di autorevolezza esecutiva le sue affermazioni che poi vengono fatte proprie o smentite dall'apparato burocratico. Per quello che riguarda la condotta della politica estera, Trump sta diventando quasi irrilevante.
Ci troviamo davanti a un tacito processo -portato avanti con consapevolezza- per rimuovere passo per passo Trump dalla sua posizione di potere? Siamo davanti a una serie di iniziative che puntano a svuotare le sue prerogative presidenziali, lasciandogli di fatto solo il ruolo di molesto utente di Twitter, senza tirare in mezzo il trambusto e la confusione che comporterebbe una sua formale rimozione dalla carica? Staremo a vedere.
E cosa succederà a quel punto? Come osserva Simon Henderson, non si può essere sicuri di niente. Si resta a chiedersi
"...che ne è del gran tour per le capitali mediorientali del Segretario Pompeo? In breve, Pompeo sta cercando di rivendere e/o di spiegare agli amici degli USA la politica di Trump sull'abbandono della Siria... Amman in Giordania, il Cairo in Egitto, Manama nel Bahrein, Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, Doha nel Qatar, Riyadh in Arabia Saudita, Masqat nell'Oman e Kuwait City in Kuwait. Accidenti: anche con un jet privato a disposizione e senza dover fare la fila al controllo passaporti, è un viaggio massacrante... Il fatto che siano previste otto tappe in otto giorni probabilmente rispecchia la grande quantità di spiegazioni che c'è bisogno di fornire."