domenica 26 marzo 2017

Prato: il 25 marzo 2017 la Lega Nord in piazza contro... contro... boh, fate voi.


Chi protesta se ne va a casa!!!
Sarebbe stato forse più dignitoso rimanerci direttamente.
Sempre meglio che trovarsi in dieci, a ludibrio delle persone serie.

sabato 25 marzo 2017

Lawrence Davidson - Lo stato sionista pratica l'apartheid



Traduzione da Consortium News, 24 gennaio 2017.

Lo stato sionista pratica l'apartheid nei confronti della popolazione palestinese, cui vengono negati molti diritti; il marketing politico sionista è però tale che all'ONU e negli USA si deve negare l'evidenza.

Il 15 marzo la Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l'Asia Occidentale (ESCWA) ha pubblicato una relazione sulla pratica politica dello stato sionista nei confronti dei palestinesi. Alla luce del diritto internazionale preso come criterio comparativo, la relazione conclude perentoriamente che lo stato sionista è "colpevole di pratiche di apartheid".
Nella relazione il vocabolo apartheid non viene usato in senso meramente spregiativo, ma per descrivere una situazione di fatto basata su dati concreti, e nel senso che il termine ha sul piano del diritto.
Dagli USA e dallo stato sionista è iniziata immediatamente una tale levata di scudi che il Segretario Generale dell'ONU Antonio Gutirres, in un momento di scoramento morale, ha ordinato il ritiro della relazione. Il capo della ESCWA, il diplomatico giordano Rima Khalaf, ha detto che in coscienza non poteva fare una cosa del genere ed ha rassegnato le dimissioni.
La prima copertura della vicenda da parte del New York Times non ha prestato molta attenzione all'accuratezza della relazione: seguire un simile approccio avrebbe almeno edotto i lettori del NYT sulle vere condizioni dei palestinesi sotto il dominio dello stato sionista. Il giornale, invece, ha messo in dubbio il contenuto della relazione e quanti avevano contribuito a redarla.
Ad esempio, il NYT ci dice che "la relazione ha suscitato reazioni indignate nello stato sionista e negli USA". L'ambasciatore statunitense all'ONU Nikki R. Haley avrebbe detto che "quando qualcuno stila una relazione falsa e diffamatoria in nome dell'ONU, sarebbe bene si dimettesse." In nessun punto dell'articolo del NYT si legge che la pretesa della signora Haley che la relazione affermasse cose non vere era essa stessa priva di fondamento. E quando il NYT è tornato sull'argomento, le cose sono migliorate solo di poco.
Al NYT non hanno notato che tra gli autori della relazione c'era anche l'ex ispettore per i diritti umani dell'ONU Richard Falk, che ha operato per sei anni come osservatore speciale dell'ONU per i Territori Occupati. Secondo il NYT la sua presenza "irrita[va] molti sostenitori dello stato sionista, che lo considerano un antisemita." Quando un giornale che dice di costituire un modello di giornalismo professionale si mette a pubblicare ciance di questo genere senza darsi la pena di soppesarle, c'è qualche cosa che non va.
Richard Falk è ebreo. Ed ha un curriculum impeccabile di successi accademici e di incarichi pubblici. La sua reputazione di onestà e di dedizione alla causa rappresenta un esempio del milgior modo di mettere in pratica i valori dell'ebraismo. Ha tutti i diritti per poter dire "mi hanno calunniato nel tentativo di privare di credibilità una relazione che cerca nel migliore dei modi di attenersi ai fatti, e che considera in modo professionale il diritto applicabile."

Se consideriamo in modo oggettivo il comportamento dello stato sionista, diventa difficile ignorare la brutale realtà della pratica politica su cui si sorvola nelle sedi ufficiali.
Il 17 marzo, nelle stesse ore in cui la relazione della ESCWA veniva fatta sparire, il Dipartimento di Stato statunitense ha diffuso una relazione sui "gravi abusi contro i bambini palestinesi che vivono sotto l'occupazione militare dello stato sionista." La relazione faceva parte del "resoconto annuale sulle condizioni dei diritti umani in ogni paese" curato dal Dipartimento di Stato. Fra i punti considerati c'erano la pratica della detenzione illegale, quella delle confessioni estorte e quella dell'eccessivo uso della forza, torture ed uccisioni comprese.
Questo genere di relazioni annuali di solito viene presentato al pubblico dal Segretario di Stato. Quest'anno Rex Tillerson, attuale Segretario in carica, non si è fatto vedere. E neppure il Presidente Trump ovviamente è riuscito a mettere qualcuno dei suoi messaggini su Twitter sul barbaro comportamento dello stato sionista.
L'8 febbraio si sentiva dire che "lo stato sionista impedisce di introdurre anestetici nella striscia di Gaza". Attualmente ci sono duecento pazienti in attesa di essere operati; alcuni di essi moriranno grazie al veto sionista.
Una settimana dopo si sentiva dire che i funzionari sionisti ricattavano i pazienti palestinesi che cercavano di procurarsi il permesso di entrare nello stato sionista per le necessarie cure mediche. Un ragazzo di Gaza di diciassette anni con una malformazione cardiaca congenita che aveva bisogno di un intervento di sostituzione per una valvola cardiaca "si è sentito dire esplicitamente che per [lasciare la striscia di Gaza e] farsi operare avrebbe dovuto collaborare con le forze di sicurezza e fare la spia per lo stato sionista." Non ha accettato ed è morto. E questo modo di fare, per lo stato sionista, non è cosa nuova né insolita.
Il cedimento morale all'ONU rappresentato dal ritiro della relazione della ESCWA è frutto della decisione del Segretario Generale Gutierres di acconsentire alla negazione della realtà. E la realtà è che lo stato sionista pratica l'apartheid.
D'altra parte questo atteggiamento deriva dal fatto che Gutierres ha preso atto delle pressioni finanziarie statunitensi, e della minaccia di mandare in bancarotta l'ONU. Una forma di ricatto anche questa. Significativo è il fatto che le minacce finanziarie statunitensi verso l'ONU vadano nello stesso senso della pratica politica che la lobby sionista esercita nelle sale del Congresso.
Ovviamente l'ONU, per non dire dei politici statunitensi, deve trovare altre fonti di reddito. Mia moglie Janet una volta ha detto che l'ONU dovrebbe avere il diritto di sfruttare e trarre profitto da tutte le risorse sottomarine; non sarebbe una cattiva idea. Allo stesso modo i politici statunitensi dovrebbero addivenire ad un accordo, o essere costretti a fare affidamento, su campagne di finanziamento sostenute dal governo invece che subire pressioni per mettersi in vendita.
Ma nulla di tutto questo sembra dietro l'angolo. Oggi come oggi in Palestina le cose vanno come gli ameriKKKani ed i sionisti dicono che devono andare, perché i politici e i leader internazionali non possono letteralmente permettersi di mettere sotto accusa la loro corrotta visione delle cose.

martedì 21 marzo 2017

Alastair Crooke - Che la Russia sia la Russia




Traduzione da Consortium News, 17 marzo 2017.

In Occidente molti hanno sostenuto che l'insistenza con cui il candidato -e adesso Presidente- Trump ha detto che la distensione con la Russia "è una buona cosa" sia un buon motivo per preoccuparsi. Qualcuno dice che l'insistenza del Presidente è in qualche modo sinistra, quindi peggio che preoccupante. Forse però l'idea di Trump e del suo principale stratega Steve Bannon secondo cui la distensione è qualcosa di possibile non è tanto "sinistra", ma più che altro implica, paradossalmente, una coincidenza peculiare. Un confluire di posizioni intellettuali che sta prendendo forma senza che negli ultimi anni ci si facesse gran caso, diventando man mano più significativo e contemplante in sé un potenziale politico profondo.
In internet si sono lette molte cose, per lo più ostili, sulle dichiarazioni che Steve Bannon ha fatto nel 2014 durante una conferenza in Vaticano; aveva detto che molte delle posizioni di Vladimir Putin si basavano su un punto di vista euroasiatico: "Putin ha un consigliere che si rifà a Julius Evola e a svariati autori dei primi del XX secolo, autentici sostenitori di quello che viene chiamato movimento tradizionalista... Noi, l'Occidente ebraico-cristiano," continuava Bannon "dobbiamo porre attenzione a quello che Putin afferma, finché la cosa rientra nei limiti del tradizionalismo, e soprattutto a ciò che afferma per sostenere il suo nazionalismo."
Ecco qui un primo problema. I mass media occidentali danno per scontato che il consigliere di Putin di cui non si fa il nome e che fa riferimento a Julius Evola sia il professor Alexander Dugin. Ed ecco anche la prima difficoltà: entrambi questi filosofi sono intellettualmente brillanti come pochi ed hanno una conoscenza letteraria enciclopedica, ma sono anche radicali. Molto più radicali rispetto ai gusti laici ed uniformi dei nostri giorni ed in aperta opposizione ad essi. Persino oggigiorno nello stato che occupa la penisola italiana è meglio leggere Julius Evola -un filosofo e scrittore prolifico- con una certa discrezione, o almeno tenere il libro in qualche copertina anonima che lo nasconda, se si vogliono evitare occhiatacce ostili o addirittura aggressioni fisiche.
Poi c'è una seconda difficoltà. Alexander Dugin è stato descritto come il Rasputin del Presidente russo, come un mistico folle. Julius Evola venne accusato nel 1951, insieme con altri, di aver promosso il partito fascista e di diffondere idee proprie del fascismo. Entrambi i filosofi, in breve, sono figure controverse e si sono rivelati ampiamente vulnerabili a interpretazioni distorte abbastanza incontrollate. Evola venne prosciolto da entrambe le accuse di propaganda fascista, anche se ancora oggi viene comunemente considerato legato al neofascismo postbellico italiano; Dugin, fra il 1998 e il 2003, è stato un consulente in geopolitica per Gennadiy Selezyov, presidente della Duma, ma non è stato consulente di Vladimir Putin.
In realtà, come ha scritto il professor Bertonneau, "Evola condanna con uguale fermezza il comunismo moscovita e la democrazia del denaro ameriKKKana, perché entrambi rappresentano la meccanizzazione e la disumanizzazione della vita. A differenza dei marxisti, e a differenza dei fascisti e dei nazionalsocialisti, Evola vide l'unica speranza della civiltà occidentale nella rinascita di quella che amava riassumere da una parte come Tradizione e dall'altra come trascendenza intesa come trasformazione personale. Evola rifiutava ogni materialismo ed ogni strumentalismo in quanto mere restrizioni della realtà adatte a mentalità rozze, ed in quanto tali sintomi di una prevalente ed interamente ripugnante decadenza."
Perché chiamare in causa queste figure controverse, allora specie se citandole si finisce per camminare su un terreno delicato? Perché c'è l'interessante coincidenza cui facevamo riferimento prima. Eccone un aspetto, evidenziato dallo stesso professor Dugin.
[In Russia] I lavori di Julius Evola furono scoperti negli anni Sessanta da un gruppo di intellettuali e pensatori anticomunisti dalla forte connotazione esoterica, noto come "I Dissidenti della Destra". Erano una piccola cerchia di persone che avevano consapevolmente rifiutato di partecipare alla "vita culturale" dell'Unione Sovietica e avevano invece scelto di vivere nascoste. La disparità esistente tra la cultura sovietica come veniva presentata e la realtà sovietica concreta fu il motivo quasi unico che li spinse a cercare di identificare i principi fondanti che potessero spiegare l'origine di quella malvagia idea assolutista. Fu tramite il rifiuto del comunismo che scoprirono certe opere di autori antimodernisti e tradizionalisti, primi tra tutti i libri di René Guénon e di Julius Evola.
In AmeriKKKa invece "le opere di Julius Evola raggiunsero il pubblico più o meno attorno al 2000 e grazie ad autori come Bill White il tradizionalismo radicale entrò a far parte del linguaggio politico della destra. Si tratta di una filosofia più che di una visione politica, ma è una filosofia che si adatt abene all'idea della Nuova Destra secondo cui la cultura dev'essere motore primo di un cambiamento destinato a manifestarsi nella politica e in altri settori... Due sono gli aspetti contemplati: in primo luogo l'arrestare il declino dell'Occidente spazzando via la sinistra con ogni mezzo necessario, secondo il ripristinare con zelo la grandezza della civiltà occidentale al suo culmine, e [anche] superarlo."
E qui si trova il terzo punto difficile, o forse quello che agli occhi di molti è un merito peculiare più che una difficoltà: in un'epoca laica e liberale, la filosofia di Evola è antimodernista, antilaicista ed antiliberale. Si richiama alla philosophia perennis, a quella che in termini correnti in AmeriKKKa Aldous Huxley ha definito Perennial Philosophy. In Francia, la Nouvelle Droite ha basi ontologiche diverse ma parallele in individui come Alain de Benoist. A complicare le cose c'è il fatto che anche se viene chiamato tradizionalismo, in realtà si tratta di un tradizionalismo che non conta su alcuna tradizione definita.
Questo non significa certamente affermare che Julius Evola sia stato l'unico scrittore appartenente a questo filone tradizionalista radicale. Ci sono stati René Guénon, Frithjof Schuon e vari altri. Ma, come ammette il New York Times in un articolo dai toni ostili, "più importante ancora per l'amministrazione in carica è il fatto che negli USA Evola ha attirato l'attenzione dei leader del movimento di quella destra alternativa cui il signor Bannon ha fornito nutrimento dalle pagine di Breitbart News e che poi ha usato per sostenere il signor Trump. Il leader nazionalista bianco Richard Spencer, che è una figura di spicco nel movimento della destra alternativa, ha detto che 'Julius Evola è uno degli uomini più affascinanti del ventesimo secolo.'"
Il fatto che Steve Bannon, che conta su un vasto seguito, abbia fatto riferimento ad Evola non lo rende ovviamente un evoliano. E il fatto che Putin abbia adottato un punto di vista euroasiatico non ne fa un duginiano. Come afferma il Times citando un addetto ai lavori, "il solo fatto che Bannon conosca Evola è di per sé significativo."
Il filosofo russo Dugin si richiama al pensiero tradizionalista radicale e cerca di applicarlo alla situazione russa; la destra alternativa negli USA sembra intenta ad un'operazione simile, quella di richiamarsi ad Evola e ad altre fonti tradizionaliste per rielaborarne le idee in modo da adattarle alla prospettiva culturale ameriKKKana rifacendosi a Huxley e ad Edmund Burke. All'apparenza, stiamo assistendo ad un fenomeno del genere.
Da questo punto di vista Trump e Bannon possono scoprire di avere molto in comune con il signor Putin, anche se sarebbe a mio avviso un errore considerare il presidente russo attraverso l'ottica del professor Dugin. Il terreno comune è costituito dall'idea che l'Occidente non ha mai fatto alcun tentativo serio per cercare di intendere la Russia come entità a sé e meritevole di considerazione in quanto tale.
L'Occidente ha sempre cercato di cambiare la Russia per farla diventare qualche cosa che essa non è; ha sempre cercato di renderla più simile all'Occidente: più liberale, più democratica, più orientata verso le diversità, partendo sepre dall'assunto che è in quel modo che la Russia deve essere, e che è quello il miglior modo di essere per essa. Ma la Russia è una civiltà millenaria, con propri siti religiosi e codici che le sono peculiari. I leader della Russia non intendono lasciare che sia l'Occidente a dettar legge su come debba essere interpretata la storia russa, su come debba essere interpretato il suo presente... e tanto meno il suo futuro.
Dugin condivide al di là di ogni dubbio il fermo disprezzo di Evola nei confronti del liberalismo, della modernità liberale e della democrazia liberale. Inoltre, vede con riprovazione il fatto che l'Occidente cerchi di imporre agli altri, e con le maniere forti, questo liberalismo inteso come "valore universale". Questo atteggiamento lo ha fatto considerare come fieramente antiameriKKKano e come fomentatore dell'imperialismo russo, come uno che ambisce a rifondare l'impero sovietico.
Probabilmente è il polemico video di Dugin intitolato In Trump we trust che ha contribuito all'illazione statunitense -non sostenuta da prove- secondo cui il Presidente Putin ha favorito Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi. Non sarebbe esatto intendere Putin in questo modo. Putin probabilmente apprezza l'atteggiamento tradizionalista nei confronti della differenziazione, tanto delle nazioni quanto delle personalità nel senso evoliano del divenire, divenire se stessi, tornare alle origini. Il Presidente Putin insiste di frequente sul fatto che la Russia è connotata da una propria essenza fondamentale e che ha ogni diritto a questo differenziarsi e a questa peculiarità culturale, così come ce l'hanno gli altri stati nazionali.
Evola fa riferimenti all'impero, ma questo va concepito in modo molto diverso da come lo si intende correntemente oggi. Dugin affronta esplicitamente la questione:
Esiste uno specifico aspetto del pensiero di Evola che i russi sentono di attuale ed estrema importanza: il suo plauso per l'ideale imperiale. Roma rappresenta il punto focale della visione del mondo di Evola. Questa sacra potenza vivente manifestatasi in tutto l'impero rappresentava per Evola l'essenza stessa del retaggio tradizionale dell'Occidente... Ma una simile linea di pensiero sembra che i russi la comprendano per natura, dato che il loro destino storico è sempre stato profondamente legato al concetto di imperium... [Vale a dire] Mosca come la "terza Roma". Va specificato che nella interpretazione ciclica ortodossa la "prima Roma" non era la Roma cristiana, quanto la Roma imperiale; capitale dell'impero cristiano era la seconda Roma o nuova Roma, ovvero Costantinopoli.
Il concetto di "Roma" dei russi ortodossi corrisponde alla comprensione della... inscindibile consonanza tra autorità spirituale e potere temporale. Per l'ortodossia tradizionale la separazione cattolica tra re e pontefice è semplicemente inconcepibile e prossima alla blasfemia: un concetto chiamato in verità "eresia latina". Anche in questo caso si può notare la perfetta convergenza tra dogma evoliano e la mentalità corrente nel pensiero conservatore russo.
Nel suo libro su Evola, Paul Furlong lo descrive in questo modo. "Evola considera il nazionalismo come un essenziale prodotto del liberalismo, della modernità e della sovversione borghese, che preannuncia l'ascesa del quarto stato che ha distrutto l'ordine tradizionale dell'impero. Nell'impero, le nazioni trovano un armonioso ordine gerarchico; fuori da esso, diventano mero strumento dei nazionalismi sciovinistici e di regimi interessati solo a conquiste materiali nel nome di realtà contingenti come la patria."
Non è difficile notare come Dugin possa aver mal interpretato, e dunque aver forse proiettato sul Presidente Putin una falsa interpetazione di revanscismo imperiale anziché la sperata ricongiunzione dello spirituale con il secolare come egli stesso la intendeva. Questo, nonostante il Presidente Putin abbia a malincuore dovuto prendere le distanze dall'euroasianismo che nella sua intenzione contemplava un sentire comune, l'unità geografica e di civilita intese come base solida per uno stato solidale, in favore delle correnti più letteralmente nazionaliste che esistono nella Russia di oggi.
Il fatto è che il pensiero di Dugin, come quello di Evola, costituisce una novità e può dare adito a convinzioni errate su quello che certi filosofi russi intendono direr quando affrontano il concetto di impero; in Occidente, esso viene inteso in modo da considerare la Russia come un aggressore potenziale.
Se ci rifacciamo però a Steve Bannon e al suo film del 2010 Generation Zero, in cui si narrano la crisi ed il declino statunitensi, non è difficile identificare qualche eco evoliano, sia pure adattato al codice culturale ameriKKKano.
In primo luogo esiste l'idea di un'AmeriKKKa virile (quale essa era un tempo) intesa come tradizionale e giusto ordinamento della società ameriKKKana; una sorta di nuova Roma imperiale, forse, più che di nuova Gerusalemme.
In secondo luogo Bannon, come Evola, identifica l'inizio della discesa dell'AmeriKKKa verso la decadenza nei narcisistici ed autoassolutori anni Sessanta, quelli che nella narrazione di Bannon sono l'epoca di Woodstock. Lo stesso, nella visione di Evola, vale per l'Europa.
In terzo luogo Bannon, come Evola, disprezza la modernità livellatrice delle differenze, materialista, uniforme e burocratica a cui questa decadenza ha fatto luogo. Evola ammira le società antiche e quelle succedutesi nella storia per la virilità del loro ordinamento e non in quanto strumenti di potere o di nazionalismo sciovinistico.
Quarto, Bannon -come Evola- esalta la consonanza tra spiritualità ebraico-cristiana ed autorità temporale.
Quinto, entrambi hanno una concezione ciclica della storia: la "quarta svolta" nella narrativa di Bannon corrisponde al "quarto gradino" in quella di Evola.
Sesto, entrambi credono che se ci si definisce tradizionalisti si ha l'obbligo di sfidare la "decadenza" con ogni mezzo.
Non so se Bannon o Trump abbiano letto Evola, ma il suo spirito, al pari di quello di altri tradizionalisti radicali, ha sicuramente permeato il pensiero dei circoli della destra alternativa in cui entrambi si sono mossi.
Il punto essenziale qui non è quello di tracciare paralleli in modo da sostenere una discendenza letteraria. Non è questo l'importante. Importa invece evidenziare qualcosa di assai più concreto, ovvero le implicazioni di tutto questo per la politica estera. Ecco in cosa consiste questa sapiente combinazione di pensiero, sia pure affinata attraverso ottiche culturali differenti.
Trump e Putin hanno effettivamente qualche cosa in comue. Se entrambe le parti, come pare stiano facendo, concordano sul fatto che stati sovrani distinti e singolarmente connotati detengono in modo legittimo codici culturali appropriati alla loro natura distinta e specifica, per cosa mai dovrebbero contendere?
Se l'AmeriKKKa e l'Occidente possono rinunciare alla necessità di riplasmare la Russia a immagine di un Occidente centrato sulle diversità, individualista e liberaldemocratico, e accettano la Russia semplicemente per quello che essa è e per quello che è la sua cultura, si avrebbe un mutamento gigantesco nella linea politica occidentale. E sarebbe paradossale se fosse proprio una figura come quella di Evola ad aver in qualche modo potuto contribuire ad una cosa del genere.

domenica 19 marzo 2017

Pisa: una giornata di marzo nell'insihurézza e n'i'ddegràdo.


Sui motivi che rendono famosa nel mondo la città di Pisa non è certo il caso di soffermarsi.
In questa sede è più utile una rassegna, pur breve, di immagini che ne documentino i'ddegràdo e l'insihurézza quali essi sono nel marzo 2017.


No alle chat di quartiere, no al controllo di vicinato con militari e polizia. Chi ti ama non ti sorveglia. Il vero degrado è l'abitudine al vivere in queste città di cemento e consumo. No DDL Minniti, no DASPO urbano.
Non sapendo letteralmente più cosa vietare o con chi rifarsela, i governativi hanno esteso a marzo 2017 la disciplina del pallonaio a tutti i contesti sociali. Finalmente sarà possibile essere sanzionati perché si ha un aspetto poco gradito alla gendarmeria. I polipregiudicati dall'aspetto ben nutrito, invece, possono tranquillamente continuare a partecipare ai massimi consessi istituzionali.
Non tutti a Pisa hanno gradito.
Fortuna ha voluto che in un'altra libreria della città ci capitasse di trovare un volumetto dal titolo appropriato. Contro il decoro di Tamar Pitch infierisce contro l'uso politico della pubblica decenza sostenendo che la tanto cianciata libertà è alla portata di sempre meno persone, e che accanto alla paura il decoro serve a tenere a bada la massa crescente degli esclusi. Promettiamo ai lettori di dare appena possibile conto anche di questa lettura.

 Viva Bakunin.

 Liberasterisco tuttasterisco tranne i maro'. La scritta fa riferimento ad una lunga disavventura in cui incapparono anni fa due fucilieri di marina. Per toglierli dai pasticci gli "occidentalisti" schierarono le proprie migliori risorse, ovviamente nella gelida indifferenza del rimanente dei sudditi.

 Tra le righe si augura che nessun libro usato dalle "sentinelle" sia stato comprato qui. Da qualche anno un'organizzazione che si fa chiamare "sentinelle in piedi" dice di vegliare su quanto accade nella società "denunciando ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà". In pratica denuncia puntualmente solo iniziative e politici invisi all'"occidentalismo", cosa che a Pisa come a Firenze (dove chi vuol fare politica "occidentalista" si iscrive per prima cosa al Partito Democratico) la pone automaticamente dalla parte degli impresentabili. La sua penetrazione mediatica e sociale è stata comunque sufficiente a far sì che questa libreria del centro non volesse avere nulla a che fare con questi signori.

 La religione è l'oppio dei popoli. L'inquilino dell'abitazione su cui si legge questa scritta, invece di frignare contro i'ddegràdo sul Libro dei Ceffi o di scribacchiare a qualche gazzetta atteggiandosi a colonnello in pensione, ha scelto un drappo rosso e nero per proteggere il proprio scooter. Lodevole presenza di spirito.

mercoledì 15 marzo 2017

Alastair Crooke - Le apocalittiche rivelazioni di Steve Bannon




Traduzione da Consortium News, 9 marzo 2017.

Steve Bannon è solito esordire con queste parole, nei discorsi che tiene agli attivisti e alle riunioni del Tea Party:
Alle undici del mattino del 18 settembre 2008, Hank Paulson e Ben Bernanke dissero al Presidente degli Stati Uniti che nelle precedenti ventiquattro ore avevano pompato cinquecento miliardi di liquidità nel sistema finanziario, e che quello stesso giorno ne sarebbero serviti altri mille.
I due dissero che se non lo avessero fatto immediatamente il sistema finanziario statunitense sarebbe imploso entro settantadue ore, il sistema finanziario mondiale entro tre settimane, e che in capo ad un mese si sarebbe arrivati alle sollevazioni e al caos politico.
Alla fine, dice Bannon, furono chiesti più di cinquemila miliardi di dollari, anche se nessuno sa davvero quanti ne furono concessi perché non esiste alcuna contabilità per queste migliaia di miliardi. Continua poi dicendo che

...Noi [gli USA], dopo i salvataggi che ne sono seguiti, abbiamo passività per duecentomila miliardi, ma attività nette -ogni cosa compresa- di cinquanta o sessantamila [si ricordi che Bannon stesso è un ex banchiere della Goldman Sachs].
Tutto va a rovescio: noi democrazie industriali di oggi abbiamo un problema che non abbiamo mai avuto prima: siamo sovraesposte e dobbiamo ridurre massicciamente questa esposizione, e abbiamo costruito uno stato sociale completamente ed assolutamente insostenibile.
Ed il perché siamo in crisi... il problema... è che le cifre sono diventate così pazzescamente alte che persino i tipi di Wall Street, quelli della Goldman Sachs con cui lavoro, e quelli del Ministero del Tesoro fanno davvero fatica ad arrivarci... deficit da migliaia di miliardi di dollari.. e tutto il resto.
Eppure, dice Bannon, nonostante questo spirare di cifre inaudite e inimmaginabili, le donne del Tea Party (che è per lo più capeggiato da donne, sottolinea) ce la fanno. Esse conoscono una realtà diversa: sanno quanto costano ora i generi alimentari, sanno che i loro figli si sono indebitati per cinquantamila dollari per studiare al college, vivono ancora a casa con loro e non hanno la prospettiva di un lavoro: "Ho chiamato il mio film Generazione Zero pensando ai ragazzi tra i venti e i trent'anni: li abbiamo spazzati via."
A pensarla così non è solo Bannon. Dieci anni prima, nel 2000, Donald Trump si esprimeva in modo molto simile in un libretto che caratterizzò il suo primo giocherellare con la prospettiva di potersi candidare alla presidenza: "Il terzo motivo per cui voglio parlare chiaro è che non soltanto sto assistendo ad una prosperità non credibile... ma anche alla possibilità di un sovvertimento economico e sociale... Pensate al futuro: se siete fatti come me, vi accorgerete che l'orizzonte si sta rannuvolando. Ci saranno grossi guai. Io spero di sbagliarmi, ma penso che ci potremo trovare davanti ad un rovescio economico senza precedenti."
Anche prima delle recenti elezioni presidenziali Donald Trump si è attenuto a questa visione delle cose: il mercato azionario era pericolosamente gonfiato. In un'intervista con la CNBC, ha detto: "Spero di sbagliarmi, ma penso che ci troviamo in una bella e grossa bolla," dicendo anche che la situazione era così rischiosa che il paese si stava dirigendo verso "una massiccia recessione" e che "se si alzano i tassi di interesse anche solo un po', [tutto quanto] andrà all'aria."
Il paradosso consiste proprio in questo. Per quale motivo, se Trump e Bannon considerano che l'economia sia già sovraccaricata, sbilanciata dalla bolla finanziaria e di gran lunga troppo fragile per tollerare anche un piccolo rialzo dei tassi d'interesse, Trump è andato a promettere (come scrive Mike Whitney) "...Maggiori vantaggi e meno regole a Wall Street... tagli alle tasse, grossi stanziamenti governativi e meno regole... Mille miliardi di dollari di stimolo fiscale per far salire la spesa da parte dei consumatori e far crescere i profitti delle società... per abbattere l'aliquota fiscale alle imprese e far salire i bilanci delle più grandi imprese statunitensi. E poi si accinge a fare a pezzi la Dodd-Frank, la 'onerosa' serie di regole entrate in vigore dopo l'implosione fginanziaria del 2008 per impedire un altro di quei cataclismi capaci di decimare l'economia."
Forse che Trump vede il mondo in modo diverso, ora che è il Presidente? O ha deciso di abbandonare la visione di Bannon?
Di Bannon si dice spesso -la stampa ostile lo scrive anche troppo di frequente, cercando di raffigurare (falsamente) Trump come "un presidente per caso", uno che in realtà non si era mai aspettato di vincere- che sia il sostegno intellettuale del Presidente Trump. In effetti la linea politica principale di Trump sia in politica interna che in politica estera si trova auspicata e per intero descritta nell'opuscolo del 2000.
La sceneggiatrice Julia Jones, per molto tempo sua collaboratrice, afferma che nel 2000 Bannon era meno interessato alla politica. "Gli attacchi dell'Undici Settembre lo cambiarono" e la loro collaborazione a Hollywood non sopravvisse al suo crescente interesse per la politica.
Da parte sua, Bannon indica il momento della sua radicalizzazione politica nell'esperienza della grande crisi finanziaria del 2008; provò schifo per come i suoi colleghi alla Goldman Sachs dileggiarono i "dimenticati" del Tea Party. Secondo la Jones tuttavia una chiave di lettura più attendibile della visione del mondo di Bannon si trova nella sua esperienza di servizio militare.
"Bannon prova rispetto per il dovere," ha detto la Jones all'inizio di febbraio."Spesso ha usato la parola dharma." Bannon ne avrebbe scoperto il concetto nel Bhagavad Gita, ricorda la Jones. Un concetto che può riferirsi al percorso che si segue nella vita, o al posto che si occupa nell'universo.
Non c'è nulla che faccia concludere, tuttavia, che il Presidente Trump abbia cambiato idea in materia di economia, o sulla natura della crisi che ha colpito l'AmeriKKKa (e l'Europa).
Sia Trump che Bannon sono uomini molto brillanti. Trump si intende di affari, Bannon di finanza. Sicuramente conoscono le difficoltà che devono affrontare, come la sempre più concreta possibilità che gli tocchi litigare con un Partito Repubblicano irto di fazioni per aumentare i ventimila miliardi di dollari stabiliti per limite al debito ameriKKKano (e che comincerà a farsi sentire il 15 marzo), il fatto improbabile che le proposte di Trump in materia di fisco e tassazione vengano adottate rapidamente, e la probabilità che la Federal Reserve farà alzare i tassi di interesse "finché qualcosa non si spezza". Insomma, se sono così brillanti, allora cosa sta succedendo?
Al sodalizio, Bannon ha contribuito con una chiara definizione della natura della crisi in corso; si trova nel suo film documentario Generazione zero, a sua volta scopertamente nato attorno ai concetti espressi in un testo intitolato The Fourth Turning: An AmeriKKKan Prophecy [La Quarta Svolta: una profezia ameriKKKana] scritto nel 1997 da Neil Howe e William Strauss.
Per dirla con uno dei due autori, l'analisi espressa nel testo "rifiuta il consolidato assunto degli storici occidentali contemporanei, secondo cui lo sviluppo sociale può essere lineare (con un progresso o con un declino senza soluzione di continuità) oppure caotico (ovvero troppo complesso perché si possa individuarne la direzione). Noi abbiamo adottato il punto di vista di quasi tutte le società tradizionali: il tempo, nella società, è un ciclo ricorrente in cui gli eventi diventano significativi solo nella misura in cui costituiscono quelle che il filosofo Mircea Eliade avrebbe definito delle ricorsività. In questo spazio ciclico, una volta eliminati accadimenti estranei e tecnologia, si rimane con un limitato numero di tendenze a livello sociale, che tendono a ripetersi secondo un ordine fisso."
Scrivono Howe e Strauss:
"Il ciclo inizia con una Prima Svolta, un "periodo elevato" che arriva dopo un'epoca di crisi. Nei periodi elevati le istituzioni sono forti e l'individualismo è debole. La società nel suo complesso ha fiducia sul percorso da intraprendere, anche se molti si sentono oppressi dal conformismo dilagante.
La Seconda Svolta è una sorta di "Risveglio". In questo periodo le istituzioni finiscono sotto attacco, in nome di principi più alti e di valori più profondi. Appena la società si avvicina a raggiungere il punto in cui è massimo il suo comune progredire, all'improvviso la gente si stanca della disciplina e desidera recuperare la propria personale autenticità.
La Terza Svolta è quella della "Frammentazione". Per molti versi si tratta dell'opposto dei periodo elevato. Le istituzioni sono deboli e screditate; prospera un rigoglioso individualismo.
La Quarta Svolta infine è quella della "Crisi". Si ha un periodo di crisi quando occorre ricostruire le istituzioni a partire dalle basi, sempre in risposta ad una percepita minaccia verso la sopravvivenza stessa della nazione. Se la storia non produce di per sé un fattore minaccioso così impellente, i capi in carica nel corso di questo periodo ne troveranno comunque uno, o magari lo fabbricheranno addirittura apposta, per mobilitare l'azione collettiva. L'autorità civile rifiorisce, le persone e i gruppi cominciano ad assumere il ruolo di partecipanti ad una comunità più vasta. Quando questo prometeico prorompere di impegno civile consegue risultati, la Quarta Svolta rinnova e ridefinisce la nostra identità nazionale."
Il film di Bannon si concentra essenzialmente sulle cause della crisi finanziaria del 2008, e sulle "idee", nate nella "generazione di Woodstock" (il festival musicale del 1969) che in un modo o nell'altro permearono di sé la società ameriKKKana e quella europea.
La voce narrante chiama la generazione di Woodstock "i figli dell'abbondanza". Quella generazione fu punto di una delle svolte, la seconda, quella del Risveglio; una discontinuità nella cultura e nei valori. La generazione più vecchia, tutti quelli che avevano più di trent'anni, fu vista come una generazione che non aveva nulla da dire, nessuna esperienza con cui contribuire. Fu l'elevazione dei "principio del piacere" come fenomeno nuovo, come scoperta di quella generazione, al di sopra dell'etica puritana: fu la celebrazione del privato, del sé, del narcisismo.
La Frammentazione seguì sottoforma di debolezza istituzionale, di debolezza governativa; al sistema è mancato il coraggio di prendere decisioni difficili, ed optava sistematicamente per le più facili; le élite assorbirono l'etica egocentrica e da bambini viziati della generazione dell'"io protagonista". Gli anni '80 e '90 diventarono un'epoca di "capitalismo da casino'", l'epoca dell'"Uomo di Davos".
Il dovizioso salvataggio delle banche statunitensi ad opera dei contribuenti dopo i default e le crisi del Messico, della Russia, dell'Argentina e di vari paesi asiatici ha spazzato via i costosi errori dei banchieri. Nel 2004 l'esenzione per la Bear Stearns consentì alle cinque principali banche di fare leva finanziaria sui propri prestiti in proporzione di dodici ad uno; si passò velocemente al venticinque, al trenta e anche al quaranta ad uno, permettendo così l'assunzione di rischi irresponsabili e l'accumulo di miliardi di profitti. La bolla delle dotcom venne sistemata con le politiche monetarie, e nel 2008 invece si salvarono ancora una volta le banche, con massicci interventi pubblici.
Questa frammentazione fu essenzialmente il fallimento di una cultura; il venire meno alle responsabilità, il non avere il coraggio di fare scelte dure. In breve, suggerisce il film, fu un'epoca di istituzioni screditate, di politici compromessi, di operatori di borsa privi di ogni ritegno. La classe al potere che si permetteva di tutto e "veniva meno alle proprie responsabilità".
Adesso siamo entrati nella "Quarta svolta": "Le scelte facili ce le siamo lasciate tutte dietro le spalle". Al sistema manca ancora il coraggio. Bannon afferma che questo periodo sarà "il più ignobile e turpe della storia". Sarà brutale e "loro" (ovvero gli attivisti del Tea Party di Trump) saranno "diffamati". A suo dire, questa fase può durare quindici o vent'anni.
Il concetto chiave in questa Quarta Svolta è quello di carattere. Si tratta di una questione di valori. Quando Bannon parla della "nostra crisi" fa riferimento ad un concetto che la foce narrante esprime meglio quando afferma che "l'essenza della tragedia greca non è quella di un incidente stradale in cui muore qualcuno [come dire che la grande crisi finanziaria non si verifica per mero accidente]. Il senso della tragedia greca è quello di un contesto in cui qualcosa accade perché deve accadere, a causa della natura dei protagonisti. Il fatto accade a causa delle persone che vi sono coinvolte, e queste non hanno alternativa, perché tutto succede a causa della loro natura."
Questo è l'elemento più importante che scaturisce da Woodstock: la natura della gente è cambiata. Il "principio del paicere", il narcisismo, hanno sostituito i più alti valori che avevano fatto dell'AmeriKKKa ciò che essa era. La generazione che aveva creduto che non esistesse rischio che non potesse addossarsi, che non esistesse montagna che non potesse scalare, porta con sé la crisi: in vent'anni ha spazzato via due secoli di comportamento finanziario responsabile: è questo, a quanto sembra, il concetto che cattura l'essenza del pensiero di Bannon.
Siamo a questo punto, sostiene Bannon; dopo una fiacca estate tiepida arriva sempre un inverno rigido, una stagione di prove e di avversità. In natura, ogni stagione ha una sua funzione vitale e i cicli in cui le quattro stagioni si ripetono sono necessari, sono parte di un ciclo di rinnovamento.
Il film di Bannon si conclude con Howe che dice: "La storia procede per stagioni; sta arrivando l'inverno".
Insomma, quale messaggio politico immediato comporta? Semplice: la voce narrante, nel film di Bannon, dice "Smettetela". Smettetela di fare quello che state facendo, smettetela di spendere come avete fatto fino ad ora, smettetela di assumervi oneri che non potetete permettervi. Smettetela di ipotecare il futuro dei vostri figli con i debiti, smettetela di cercare di manipolare il sistema bancario. Ora bisogna pensare in termini risoluti: è tempo di dire no ai salvataggi, per cambiare la cultura di base e rifondare la vita istituzionale.
Come ricostruire dunque la vita civile? Si deve guardare a quanti possiedono ancora il senso del dovere, il senso della responsabilità; quelli che hanno conservato una cultura basata sui valori. Una cosa interessante è che quando Bannon parla agli attivisti, tra le prime cose che fa c'è quella di salutare i veterani e i militari in servizio, lodarne le qualità ed il senso del dovere.
Non c'è dunque da sorprendersi se il Presidente Trump intende aumentare le spese, sia per i veterani che per l'esercito. Non si tratta tanto di rafforzare la bellicosità dell'apparato militare statunitense, ma del fatto che Trump li considera combattenti per l'inverno di prove e di avversità che sta arrivando. Poi, ma soltanto dopo, Bannon parla alla "sottile linea azzurra" degli attivisti dal carattere ancora forte, che ancora possiedono senso della responsabilità e del dovere. A loro, dice che il futuro è nelle loro sole mani.
Insomma: si comportano così due uomini -Bannon e Trump- che vogliono far crescere alla svelta un'altra bolla finanziaria, divertirsi con quello che chiamano il casino' di Wall Street? No? E allora, cosa sta succedendo?
I due sanno che la crisi sta arrivando. Richiamiamo quello che ha scritto Neil Howe sullo Washington Post a proposito della "Quarta Svolta":
Si verifica quando occorre ricostruire le istituzioni a partire dalle basi, sempre in risposta ad una percepita minaccia verso la sopravvivenza stessa della nazione. Se la storia non produce di per sé un fattore minaccioso così impellente, i capi in carica nel corso di questo periodo ne troveranno comunque uno, o magari lo fabbricheranno addirittura apposta, per mobilitare l'azione collettiva. L'autorità civile rifiorisce, le persone e i gruppi cominciano ad assumere il ruolo di partecipanti ad una comunità più vasta. Quando questo prometeico prorompere di impegno civile consegue risultati, la Quarta Svolta rinnova e ridefinisce la nostra identità nazionale.
Di mettersi a tavolino per fabbricare una crisi finanziaria Trump non ha neppure bisogno, perché la crisi si dovrà comunque verificare a causa della natura di quanti partecipano al sistema esistente. Succederà data la natura degli elementi coinvolti, che non hanno altra scelta che quella di dar corso agli eventi, perché questa è la loro natura.
Non si tratta neppure di una colpa specifica del Presidente Obama o del Segretario al Tesoro Hank Paulson; loro sono quello che sono.
Non è probabile dunque che Trump e Bannon cercheranno di innescare gli "spiriti animali" dei giocatori al casino' finanziario, come molti negli ambienti della finanza sembrano aver dato per certo. Se il film di Bannon e la lettura della crisi fatta da Trump hanno un qualche significato, esso è che il loro intento è quello di innescare sì degli "spiriti animali", ma quelli delle "vittime della classe operaia e di quegli ameriKKKani dimenticati" del Midwest, del Michigan, dell'Indiana, dell'Ohio, dello Wisconsin, della Pennsylvania.
Per questo sperano che la "sottile linea azzurra" di attivisti si metterà in gioco, con una prometeica deflagrazione di sforzo civico destinata a ricostruire la vita istituzionale ed economica degli Stati Uniti.
Se davvero le cose stanno in questo modo, la visione di Trump e di Bannon non è soltanto audace, ma costituisce un azzardo piuttosto straordinario...

martedì 14 marzo 2017

Alastair Crooke - Per Donald Trump la politica estera statunitense altro non è che politica interna



Traduzione da Consortium News, 25 febbraio 2017.

Pat Buchanan è forse il politico statunitense che meglio capisce quello che Trump sta cercando di fare, dal momento che è stato per tre volte egli stesso candidato alle elezioni presidenziali.
Pat Buchanan spiega in modo convincente perché Trump è diventato Presidente degli USA.
[Trump] ha [semplicemente] compreso il paese ed il mondo meglio dei suoi avversari.
Ha notato in patria l'ascesa del nazionalismo ameriKKKano e quella del nazionalismo etnico in Europa, ed ha appoggiato la Brexit.
L'establishment statunitense di ambo le parti tiene nel massimo conto le diversità; Trump invece ha visto che il ceto medio teme il mutamento demografico portato dall'invasione dal Terzo Mondo, e ha promesso di fermare gli immigrati.
Mentre i sostenitori delle multinazionali bruciano incenso al sacrario dell'economia globale, Trump è andato a cercare le vittime appartenenti alla classe operaia. E quegli ameriKKKani dimenticati che vivono in Pennsylvania, nello Ohio, in Michigan, nello Wisconsin hanno ricambiato.
Mentre Bush II e il Presidente Obama ci hanno buttato in Afghanistan, in Iraq, in Libia, nello Yemen e in Siriam Trump si è reso conto che i suoi compatrioti non volevano più saperne di guerre senza fine, e ha iniziato a mettere l'AmeriKKKa avanti ad ogni altra cosa.
[E] ha prospettato una politica estera nuova... La Russia di Putin non è "il nostro principale nemico geopolitico."
Ecco. Questa è, al tempo stesso, la politica interna e la politica estera di Donald Trump.
Ad essere diventata ossessiva per tutti, oggi come oggi, è la bellicosa isteria che Trump e la sua agenda hanno sollevato. La distensione con la Russia è morta e sepolta, grazie a questa ondata di maccartismo russofobico? O forse non stiamo assistendo ad altro che "ai puri e semplici capricci di un pugno di spie che hanno paura di perdere il lavoro... ed alle contemporanee bizze di una stampa liberale [che non riesce a credere di aver] perso le elezioni in favore di Trump", come ha scritto un editorialista statunitense?  O forse è qualcosa di più profondo, come lo sgretolarsi dello establishment ameriKKKano?
Non conosciamo la risposta. L'idea di far decadere Trump dalla sua carica pare piuttosto impraticabile ma sicuramente l'AmeriKKKa è divisa profondamente; è chiaro che Trump evoca reazioni emotivamente forti. Tre quarti degli ameriKKKani hanno reazioni forti nei suoi confronti, in positivo o in negativo che sia. L'ultimo sondaggio del Pew Research Center mostra che solo l'8% dei democratici e degli indipendenti di parte democratica approvano l'operato di Trump, che è il valore più basso mai riscontrato in oltre trent'anni nell'atteggiamento del partito di opposizione nei confronti del nuovo Presidente.
La cosa interessante però è che il sondaggio mostra che l'84% dei repubblicani e dei loro simpatizzanti considera invece in modo positivo le prime mosse del Presidente Trump.
Poi però, come scrive Gilbert Doctorow, appena insediatasi la nuova amministrazione
...Abbiamo assistito ad un sorprendente voltafaccia al primo dispiegarsi della nuova politica estera di Donald Trump, che somigliava parecchio alla vecchia politica estera di Barack Obama. Abbiamo sentito il segretario stampa presidenziale Sean Spicer dire che Trump "esigeva che il governo russo... restituisse la Crimea" all'Ucraina.
Poi Il Segretario alla Difesa James Mattis al quartier generale della NATO a Bruxelles, il Segretario di Stato Rex Tullerson all'incontro dei ministri degli esteri del G20 a Bonn e il Vicepresidente Pence alla conferenza sulla sicurezza a Monaco hanno giurato immutata fedeltà alla NATO, e hanno insistito sul fatto che qualsiasi nuova tornata di colloqui con la Russia debba essere condotta "da una posizione di forza" e debba mirare a far sì che la Russia risponda della piena attuazione degli accordi di Minsk, il che significa che tutte le sanzioni rimangono in vigore fino al raggiungimento di un traguardo cui il governo ucraino ha frapposto ogni sorta di ostacoli intanto che ne incolpava Mosca.
A simili segnali di cedimento dell'amministrazione Trump, che fanno pensare ad un proseguimento della disastrosa politica estera degli ultimi venticinque anni, i rinfrancati nemici della distensione a Capitol Hill sono andati aggiungendo ancor più sanzioni e ancor più minacce. In risposta ad una serie di pretese violazioni del Cremlino al trattato sui missili a medio e corto raggio, che risale al 1987, il senatore repubblicano dell'Arkansas Tom Cotton ha presentato un ordine del giorno che autorizzerebbe la reinstallazione di missili cruise a testata nucleare in Europa. Nel caso si arrivasse alla sua messa in atto, i principali traguardi raggiunti dal disarmo ai tempi di Reagan verrebbero meno, riportandoci ai tempi della guerra fredda vera e propria.
La cosa ha inquietato i sostenitori di Trump, sembra abbia deluso qualcuno a Mosca e non è riuscita a rassicurare gli ansiosi europei alla conferenza di Monaco. In Europa stanno andando in confusione perché non sanno quale corrente dell'amministrazione rispecchi più correttamente la futura politica statunitense, se a spuntarla sarà l'ala di Pence, Mattis e Haley -come si spera in Europa- o invece il triumvirato di Trump, Bannon e Miller, che Bannon spinge a considerare l'Unione Europea come un inutile costrutto e che prevede di condurre le future relazioni con l'Europa su base bilaterale con i singoli paesi.
Quale delle due posizioni riflette con più accuratezza la probabile condotta ameriKKKana? L'establishment è già riuscito a far sì che Trump tornasse sui propri passi? Chi è adesso che parla per il Presidente?
La risposta è facile da trovare. Basta ripensare alla chiara spiegazione di Pat Buchanan su come Trump è diventato Presidente: "Ha notato in patria l'ascesa del nazionalismo ameriKKKano e quella dell'etnonazionalismo in Europa, ed ha appoggiato la Brexit. L'establishment statunitense di ambo le parti tiene nel massimo conto le diversità; Trump invece ha visto che il ceto medio teme il mutamento demografico portato dall'invasione dal Terzo Mondo, e ha promesso di fermare gli immigrati."
Si tratta dell'ala di Trump e Bannon, ovviamente. Nel caso Trump abbandonasse la visione del paese e dell'Europa che lo hanno portato alla massima carica, potrebbe anche finire diritto nella spazzatura e non essere rieletto.
A giudicare dal guazzabuglio di messaggi che ha prodotto il suo eterogeneo ensemble, il signor Trump non mostra alcun segno di voler tornare indietro. Torniamo allora alla questione fondamentale: in cosa consiste la sua politica estera? Semplicemente in una cosa. Se il Presidente Trump vuole mantenere il suo 84% di approvazione tra i repubblicani e rimanere in carica, non può fare che una cosa: continuare a sostenere "le vittime appartenenti alla classe operaia e quegli ameriKKKani dimenticati" (come li ha definiti Buchanan) del Mid West, del Michigan, dello Indiana, dello Ohio, dello Wisconsin e della Pennsylvania.
Il solo modo per farlo è riportare in patria posti di lavoro nel settore manifatturiero, a beneficio di questa base elettorale politicamente pericolosa, formata dal ceto medio bianco. E il solo modo per riportare in USA questi posti di lavoro è grazie ad un dollaro debole. Per i piani di Trump, un dollaro forte sarebbe micidiale.
Il dollaro oggi è troppo forte perché sia possibile un qualunque apprezzabile ritorno del manifatturiero negli USA. Trump deve impedire che il dollaro salga, per qualsiasi motivo. Nella sua primissima intervista all'atto dell'insediamento rilasciata allo Wall street Journal Trump ha espresso innnanzitutto la volontà che il dollaro perdesse quota.
Ecco, dunque. Il primo obiettivo di Trump in politica estera è il rientro di posti di lavoro a beneficio del ceto medio; nella pratica, questo significa avere un dollaro debole. In secondo luogo, la funzione essenziale della distensione con la Russia, a parte la comprensione da parte di Trump del fatto che la borghesia ameriKKKana è stanca di guerra, è che la distenzione potrebbe produrre un "dividendo di pace" che sarebbe vitale per la ricostruzione delle infrastrutture ameriKKKane oggi a pezzi. In campo fiscale questo dovrà avvenire in modo da non causare un aumento delle tasse se Trump vuole evitare un brutto attrito con i suoi sostenitori del Tea Party, aggressivamente coservatori da questo punto di vista.
Insomma, la distensione con la Russia rappresenta una necessità per il piano politico interno; è indispensabile per potersi dedicare alla ricostruzione del disastrato tessuto sociale delle zone urbane che gli hanno dato il voto. Non è cosa ancorata ad un particolare orientamento ideologico in politica estera, ma con il dato puro e semplice dell'esasperazione della gente.
Ovviamente, volere un dollaro più debole ed anche la distensione con la Russia non significa che Trump riuscirà ad ottenerli; continuerà a doversela vedere con un fronte interno propenso a resistere e a girare nel manico. Sono questi due obiettivi tuttavia a rappresentare la prospettiva che Trump ha assunto per formulare la propria politica estera in un più lungo termine. Nell'immediato, forse, stiamo assistendo ad una sosta tattica dovuta a quanto il sistema ha lasciato trapelare in malafede al pubblico e alla perdurante guerra condotta dai principali mass media. Una sosta per consentire a Trump di ultimare la formazione di governo, di turare le falle alla sicurezza delle informazioni, di mettere in riga i suoi e di chiudere la contesa con parte dei mass media di cui sopra.
Pare che le falle stiano venendo pian piano riparate; un lavoro impegnativo che richiede un sacco di tempo. Solo che non è molto realistico per Trump arrivare ad un accordo con la Russia o con la Cina intanto che si trova praticamente sotto assedio e che la sua stessa permanenza in carica viene ampiamente messa in discussione. Inoltre, cosa ormai di pubblico dominio, Trump crede si debba negoziare da una posizione di forza, non da una di debolezza. Probabile che Pence e Mattis siano stati mandati in Europa per diffondere l'equivalente di un balsamo anestetico, intanto che si sistemano le difficoltà del primo mese.
Insomma, come potrebbe essere perseguita in termini pratici questa linea politica? Se Trump dovesse imporre misure protezionistiche agli altri paesi (alla Cina, per esempio) la conseguenza verosimile sarebbe un deprezzamento delle rispettive monete. Un dazio del 30% potrebbe avere come risultato una svalutazione del 30%. Qualcosa di simile è successo con il peso nel caso del Messico. Se la moneta messicana o quella cinese si indeboliscono, il dollaro si rafforza ipso facto, indebolendo la capacità di competere dgli USA.
Ci sono due strade percorribili. La prima è quella di negoziare bilateralmente, poniamo, con la Germania, il Giappone, la Cina ed altri paesi, per imporre loro una rivalutazione delle rispettive monete o che ne tengano almeno stabile il valore, pena le conseguenze del protezionismo iposto dagli USA che danneggerebbe pesantemente le loro economie. Altrimenti, Trump potrebbe tornare alla tattica usata da Reagan a metà anni Ottanta; all'epoca l'allora Presidente degli USA riunì a Parigi i principali ministri delle finanze e le autorità delle banche centrali, per comunicare loro che non dovevano lasciare che il valore del dollaro salisse ulteriormente dopo il rapido apprezzamento dell'inizio degli anni Ottanta. Quelli che furono chiamati "gli accordi del Plaza".
Sembra che Trump abbia scelto la prima strada, quella del bilateralismo; ha già detto chiaramente che vuole negoziare su basi ben più ampie che non la stabilità del cambio con le valute estere. In agenda ci saranno accordi commerciali specifici e per gli investimenti negli USA, e ci sarà anche l'uso, che Trump ha dichiarato di voler fare, dell'estensione della difesa statunitense come do ut des nei negoziati bilaterali; l'ombrello difensivo statunitense non sarà un bene ampiamente sovvenzionato, ma un qualcosa che gli USA forniranno in cambio di un maggior ritorno economico.
Le implicazioni di questo modo di intendere le cose sono significative. Non significa per forza che Trump voglia dividere la Russia dalla Cina. Trump, nella sua logica, non è in fin dei conti intenzionato a ricorrere al protezionismo contro la Cina al di là del farne uso come carta negoziale. Mettere dazi punitivi sulle merci cinesi significherebbe probabilmente rafforzare il dollaro e rischiare la svalutazione dello Yuan, o addirittura una sua svalutazione massiccia. Trump vuole invece un accordo. Un accordo che porti in AmeriKKKa posti di lavoro, e investimenti cinesi nelle infrastrutture.
L'idea che l'AmeriKKKa abbia bisogno di dividere la Russia dalla Cina (o dall'Iran) per motivi strategici di un qualche genere, anche se probabilmente fatta propria da qualche esponente del governo, appartiene sostanzialmente ad un vecchio modo di pensare. Appartiene all'epoca dei neoconservatori, che dava per assodato che l'AmeriKKKa dovesse restare egemone nel campo della difesa e della finanza mondiali e che dunque dovesse arginare e indebolire qualunque potenza in ascesa in grado di tenere testa. La Russia non romperà mai con la Cina. Ma -nella logica di Trump- perché mai ci si dovrebbe curare di questo, se si arriva ad accordi commerciali soddisfacenti con ciascuno dei due paesi, anche se Kissinger potrebbe cercare di persuadere Trump altrimenti?
Secondo questa logica la guerra all'Islam radicale -Trump ha chiesto al Pentagono di fare delle proposte in merito- non comporterebbe per forza un intervento militare decisivo degli USA in Medio Oriente. Un mutamento nella linea politica e nella linea etica, attuati da una CIA riformata, invece di usare l'Islam radicale come uno strumento per perseguire i propri fini porterebbe in sé e di per sé ad un cambiamento profondo. Un cambiamento che passerebbe velocemente ai servizi europei e che, più lentamente, a farsi recepire anche dalla mentalità dei Paesi del Golfo.
Pat Lang, ex funzionario superiore dei servizi della difesa afferma che un piccolo spostamento nel "pensiero di gruppo" burocratico da un paradigma ad un altro può portare a mutamenti cruciali, per semplice virtù del fatto che ci si accosta ad un problema da un punto di vista differente.
1. Il generale Dunford dei Marines, comandante in capo delle forze armate degli Stati Uniti, si incontra questa settimana a Baku in Azerbaigian con il generale Gerasimov, che comanda lo stato maggiore russo.
2. Le mie fonti dicono che le forze aeree statunitensi e quelle russe stanno sempre più coordinandosi e riducendo gli attriti in Siria ed in Iraq. Lo si nota con chiarezza dal fatto che l'aeronautica e la marina bombardano i "moderati" (jihadisti, in realtà) nella provincia di Idlib. Questi attacchi sono stati ovviamente coordinati con le difese aeree russe.
3. La CIA ha smesso di fornire assistenza ai suddetti jihadisti "moderati", e alle forze del "Libero" Esercito Siriano. Non lo avrebbe fatto senza istruzioni da parte di qualcuno che sta al di fuori e ad un livello più alto della stessa CIA.
Cose del genere mi rivelano che nell'amministrazione Trump regna la sanità mentale, non importa quello che vanno pensando o dicendo elementi problematici come Schumer, Waters o McCain.
Quali sono allora i rischi più gravi nell'approccio di Trump? Non si può negare che ve ne siano. Qualsiasi aumento della tensione internazionale di solito conduce ad un ricorso massiccio al dollaro statunitense, inteso come valuta sicura, e dunque ad un suo rafforzamento. Questa è una buona ragione per cui Trump potrebbe limitarsi alla retorica contro l'Iran, invece di passare all'azione.
In secondo luogo, nonostante Trump abbia cercato di sminuire a parole il valore del dollaro, la maggior parte delle sue politiche (il rientro dei capitali delle società, la deregulation, il taglio delle tasse) sono del tipo che causa inflazione e che dunque spinge il dollaro verso l'alto. Lo stesso vale per i comunicati della Federal Reserve su un ventilato aumento dei tassi di interesse per il mese prossimo. Non è chiaro se Trump riuscirà a mantenere debole il dollaro a fronte della generale sensazione di una salita dei tassi di interesse. L'indice dell'inflazione di David Stockman si basa su più realistiche valutazioni di prezzo dell'eneriga, dell'alimentare, degli alloggi e dell'assicurazione medica di quelle usate dall'indice dei prezzi al consumo, e oggi come oggi mostra una crescita annua ben oltre il 4%.
In terzo luogo, la Cina può comunque mandare all'aria i piani di Trump. Come afferma un competente osservatore economico,
...ho forti dubbi che un'ampliamento di credito da parte dei cinesi per oltre cinquecento miliardi di dollari all'inizio del 2017 avrà sull'inflazione un impatto diverso rispetto a quelli dell'inizio del 2016...
La tendenza inflazionistica si evolve in modo significativo nel corso del tempo... La liquidità tenderà ad enfiare ancor di più le classi di valori già enfiate, e denaro liquido mobile andrà ad ingrossare una bolla speculativa in rapidissima crescita. Un rapido aumento dell'inflazione nella crescita del credito può avere impatti molto diversi a seconda delle aspettative sulle inflazioni, della struttura economica e della natura dei flussi finanziari.
Direi che oggi come oggi le autorità cinesi devono contenere una montante leva finanziaria e sbilanciamenti crescenti; un compito più scoraggiante oggi rispetto a qualche mese fa.L'orologio continua a scoccare, e le probabilità che pechino sarà forzata a prendere quel tipo di ptovvedimenti che rischiano di provocare incidenti stanno crescendo.
Questi rischi di inflazione sono per Trump una minaccia, assai più della improbabile prospettiva di un impeachment. Trump ha sempre detto che, chiunque avesse vinto le elezioni presidenziali, si sarebbe presto o tardi trovato davanti una crisi finanziaria e probabilmente una concomitante crisi sociale. Come la maggior parte delle rivoluzioni, anche la rivoluzione di Trump non può permettersi di fermarsi: se non può andare avanti, o non va avanti comunque, torna indietro. Ritorneremmo al passato. E le implicazioni di questa prospettiva, senza dubbio, Trump le capisce benissimo.

domenica 12 marzo 2017

Black Blog - Salvini a Napoli. Come ci si comporta coi razzisti


Si copia e si incolla da Black Blog una riflessione sulla calorosa accoglienza ricevuta a Napoli da Matteo Salvini l'11 marzo 2017, nulla avendo da eccepire ad essa se non l'oltremodo irritante ricorso alla "correttezza politica" dei compagnislashe contestatorislashtrici.
Figura notissima a chi ha tempo da perdere con gazzette e televisioncine, Matteo Salvini è un divorziato in sovrappeso incapace di laurearsi in dodici anni che sputa da anni nel piatto in cui mangia, e che deve solo alla tenace appartenenza allo stesso baraccone che dice di voler demolire il fatto di essere riuscito ad evitare per decenni qualche infruttuoso giro delle agenzie interinali.

A Napoli il messaggio è stato chiaro. Circa 10mila persone hanno pesantemente disturbato il siparietto del babbeo leghista Matteo Salvini, accorso ieri nel capoluogo partenopeo per raccattare consensi tra quella popolazione che lui e il suo partito hanno per decenni diffamato e insultato facendo ricorso ai più vergognosi stereotipi razzisti e antimeridionalisti.
Alla fine Matteo il twitterolo, sempre impegnato a scrivere idiozie sui social network invece di andare al lavoro a Bruxelles (città che conosce più per le cartoline che per averla vista dal vivo), è riuscito a presentarsi al Palacongressi napoletano, precedentemente occpupato dai/lle contestatori/trici, solo grazie all’ingente schieramento di guardie a sua protezione, esibendosi di fronte a qualche centinaio di personaggi della sua stessa risma. Per le strade si sono verificati scontri, con cariche della polizia, lacrimogeni e alcuni fermati.
C’è chi, di fronte a eventi come questo, afferma che la “violenza” non è mai giustificabile e si appella alla libertà di parola per tutti. “Ma lasciatelo parlare, anche lui ne ha diritto!”, ho sentito ripetere in diverse occasioni, di fronte alle contestazioni espresse ai peggiori personaggi sul mercato del politicume professionista.
Io sono innanzitutto per la libertà di pensiero prima che per quella di parola. Ciò significa che, in una società nella quale ognuno sputa fuori senza riflettere le prime assurdità che gli passano per la testa senza minimamente curarsi delle conseguenze, sarebbe necessario riappropriarsi dell’arte del pensiero, per quanto ciò sia faticoso e scoraggi i più. Inoltre, della libertà di parola (senza pensiero) i personaggi in questione fanno quotidianamente ricorso e si avvalgono pure di casse di risonanza non indifferenti, dai TG ai talk show, dai quotidiani ai siti internet a pagamento ai social network. Ne abbiamo quindi abbastanza di sentire ogni giorno opinioni non supportate da argomenti logici, senza un vero contraddittorio, ma soprattutto insulti e malignità contro persone già fin troppo bistrattate da un sistema che le pone ai margini del sistema sociale ed economico e le costringe a condurre esistenze precarie, di sacrifici e sofferenze, mentre il bue che le insulta mangia a sbafo e si circonda di ladri e corrotti dando del cornuto all’asino, invocando ruspe e barconi a ogni pié sospinto, forse senza nemmeno interrogarsi realmente su cosa ciò veramente significhi, con la leggerezza tipica degli stolti. Ma la leggerezza può diventare pesante, e nessuno è tenuto a sopportare in eterno. Il caso di Salvini a Napoli lo dimostra chiaramente.

sabato 11 marzo 2017

Alastair Crooke - Lo stato profondo è già riuscito a neutralizzare la politica estera di Trump?



Traduzione da Consortium News, 17 febbraio 2017.

Attenzione all'ego. Anzi, agli ego perché in questo caso sono due. Jared Kushner è il genero del Presidente Trump e pare convinto di poter risolvere il conflitto tra stato sionista e Palestina. Sta cercando di convincere il suocero che potrebbe essere lui a fare questo colpo grosso in politica estera. Dietro le quinte c'è un dubbioso Tony Blair che sta comportandosi da lobbista tramite Wendy Deng, la ex moglie di Rupert Murdoch che ha fatto riconciliare Kushner e Ivanka Trump dopo la loro separazione nel 2008. Ci sono anche un altrettanto dubbioso Sheldon Adelson e l'ambasciatore sionista Ron Dermer, che a quanto pare gode delle confidenze di Bibi Netanyahu.
Se finisse per abboccare all'amo, Trump non sarebbe il primo Presidente degli USA a farsi irretire dalla prestigiosa prospettiva di diventare il risolutore del conflitto. Ci sono caduti in tanti: non soltanto non ci è riuscito nessuno, ma ogni volta l'esca ha finito per rivelarsi avvelenata. Per i predecessori di Trump la cosa si è tradotta nel solito bicchiere di cicuta. Nel suo caso invece si tradurrebbe nell'aperto accoglimento di un cavallo di Troia in seno all'organico. Un cavallo di Troia che, come afferma giustamente Robert Parry, riporterebbe i neoconservatori dritti al cuore della politica estera. Risultato, "la politica estera del Presidente Trump che in Medio Oriente va alla deriva verso l'ortodossia neoconservatrice...".
E l'esca in cosa è consistita, questa volta? Una cosa molto semplice. Invece dello stato sionista che fa la pace con i palestinesi e arriva così alla pace con i paesi circostanti, si segue il percorso contrario: lo stato sionista si avvicina al mondo arabo, che a sua volta concorda con esso una "soluzione" e la impone ai palestinesi. Netanyahu ha definito il piano con una battuta ad effetto, il contrario di "Inside out". Con il suo "Outside in" è il fuori (il mondo arabo) che inpone il piano ai palestinesi. Il punto fondamentale è che i palestinesi sono ormai così deboli e divisi -si assicura- che non avranno la forza di porre obiezioni.
A parte il fatto che il governo sionista ha davvero desiderato una soluzione negoziale -è su questa premessa che si fondarono gli accordi di Oslo nel 1993- perché era interesse di ambo le parti arrivare ad un compromesso, negli ultimi venticinque anni allo stato sionista le occasioni per arrivarci non sono certo mancate. La storia mostra che lo stato sionista ha sempre preferito il cosiddetto processo di pace piuttosto che la vera conclusione di una pace. I funzionari statunitensi ed europei che si sono avvicendati negli anni a prendere parte al "processo", tra cui il sottoscritto, condividono questa interpretazione delle cose.
Nel caso di Trump non è il probabile fallimento di questo azzardo che rende l'iniziativa sionista così potenzialmente pericolosa, quanto il fatto che dare il via alla politica estera partendo da basi del genere potrebbe rivelarsi letale per i suoi obiettivi più generali. Sapere da dove cominciare è importante; è molto importante. Dal come si comincia dipende la successiva definizione delle alleanze. Sulle prime -e forse è ancora così- il punto di partenza di Trump era la distensione con la Russia. Una cosa che aveva un senso, considerata la sua volontà di trasformare la politica estera statunitense. Il fatto che il signor Trump si stia muovendo con una certa calma in merito alla Russia, dopo il colpo dello stato profondo contro il generale Flynn e le sue continue frizioni con la presidenza è comprensibile, ma se dovesse far proprio il piano proposto dal genero Trump passerebbe la politica estera ai neoconservatori.
Per quale motivo? Perché se Trump vuole che il mondo arabo, ed in particolare l'Arabia Saudita, aiuti lo stato sionista ad imporre un accordo ai palestinesi, gli toccherà adottare la falsa narrativa sionista che vede nella Repubblica Islamica dell'Iran il primo motore del terrorismo in Medio Oriente. Trump dovrà pagare dazio anche alla narrativa, parimenti sionista e parimenti falsa, sulla minaccia costituita dalla "bomba nucleare" iraniana. Già lo ha fatto nel corso del suo incontro con il Primo Ministro Netanyahu. Ma ad impensierire i funzionari sionisti non è mai stata l'inesistente bomba iraniana, quanto il potenziale militare convenzionale dell'Iran e ancora di più il suo soft power rivoluzionario.
Questo vedere il mondo alla rovescia, tipico dei neoconservatori, è la causa principale della putrefazione della politica estera ameriKKKana. Da decenni l'AmeriKKKa è allineata all'Arabia Saudita e ai Paesi del Golfo che finanziano, armano e sostengono movimenti terroristi come Al Qaeda, e al tempo stesso stigmatizza l'Iran -che questi "jihadisti" li combatte sul serio e li sconfigge anche- come principale sostenitore del terrorismo in Medio Oriente. Sarebbe difficile vedere le cose all'incontrario più di così, e il pubblico ameriKKKano è oggi maggiormente consapevole di come stanno la cosa. Eppure i neoconservatori insistono: non cessano un istante di lavorare ad un asse che unisce l'AmeriKKKa all'Arabia Saudita e allo stato sionista e di promuovere la fobia dell'Iran.
Il Presidente Trump si accorgerà del pericolo? La sua sbandierata guerra contro l'Islam radicale diventerà oggetto di scherno appena fuori dai riflettori in Medio Oriente, al pari di quella di Obama, se si farà vedere in sintonia con lo stato sionista, con l'Arabia Saudita, con il Qatar. In Medio Oriente si assisterà ad una riedizione dello spettacolo di un'AmeriKKKa in guerra con il terrorismo e che intanto ci si infila a letto insieme.
Anche a Mosca un simile allineamento strategico farà alzare più di un sopracciglio. I responsabili della linea politica russa si chederanno se Trump farà un po' più sul serio di Obama per combattere lo jihadismo radicale, e sarà un'altra domanda da affiancare all'interrogativo più grande che nasce dal fatto che Trump ha accettato le dimissioni del generale Flynn. Secondo Pepe Escobar "anche prima della caduta di Flynn tra gli addetti ai lavori in Russia si dibatteva accesamente se il Presidente Trump non fosse un nuovo Victor Yanukovich, [il presidente ucraino] che non è riuscito a fermare una rivoluzione colorata sulla porta di casa."
Un interrogativo che è diventato importante. La conversazione di Flynn con l'ambasciatore russo su una linea telefonica aperta che avrà pur saputo essere abitualmente sotto controllo da parte dei servizi non ha infranto alcuna regola; Flynn ha parlato della propria salita in carica come un qualunque diplomatico. Nella sua condotta non c'era nulla di non consono; un Ministro degli Esteri ombra, nel Regno Unito, si terrebbe costantemente in contatto con gli ambasciatori di altri paesi; è quello che ci si aspetta da lui. Se mai sono state infrante delle regole, è stato altrove, magari nel contesto dei servizi o al Ministero della Giustizia. Perché le regole dicono che non si devono spiare di proposito le proprie cariche di stato, e neppure quanti stanno per assumerne l'ufficio. Se la cosa si verifica involontariamente, si devono minimizzare la loro identità ed il loro contributo alla conversazione, che non devono essere oggetto di divulgazione. Se in tutto il caso c'è una sola cosa che lascia perplessi e non è tanto il comportamento di Flynn quanto la reazione del Presidente. Il Vicepresidente è rimasto irritato dal fatto che il Generale Flynn fosse stato parco di particolari nel riferirgli l'accaduto. Perché allora non convocarli entrambi, Flynn perché si scusasse e Pence perché accettasse le scuse, e finirla qui? Perché darlo in pasto agli oppositori che stanno nello stato profondo?
Lo stupore rimane. Eli Lake su Bloomberg View traccia le implicazioni dell'accaduto:
...Domande senza risposta. Probabile che Flynn intrattenga con la Russia più legami di quanti ne abbia mostrati al pubblico e ai propri colleghi. Può anche darsi che un gruppo di burocrati della sicurezza nazionale e di ex funzionari di Obama stiano facendo trapelare apposta informazioni molto delicate dal punto di vista del rispetto della legge, per indebolire il nuovo governo.
Per gli organismi statali che sovrintendono alla sicurezza nazionale Flynn è stato un bersaglio. Si è creato la reputazione di riformatore e di spietato critico dei capi dei servizi insieme a cui aveva servito quando era direttore della DIA sotto il Presidente Barack Obama. Flynn stava lavorando ad una riforma del complesso dell'industria dei servizi, cosa che metteva in pericolo le prerogative burocratiche dei suoi avversari.
Flynn era anche un bersaglio di primo piano per i democratici. Si ricordi che Flynn la scorsa estate balzò all'onore delle cronache nazionali quando si unì alla folla che alla convention repubblicana, invocando dal palco il carcere per Hillary Clinton.
In tempi normali l'idea che funzionari statunitensi a parte dei nostri segreti più delicati se ne sarebbero serviti per rivelarne a proprio comodo per indebolire la Casa Bianca avrebbe messo in allarme quanti temono uno strisciante autoritarismo. Cosa sarebbe successo se fosse finita sulla stampa l'intercettazione di una chiamata tra il consigliere alla difesa in pectore di Obama ed il ministro degli esteri iraniano prima che iniziassero i negoziati sul nucleare? Gli ululati di indignazione sarebbero stati assordanti.
Alla fine, Trump ha deciso di troncare i pettegolezzi su Flynn ed ha ceduto ai suoi oppositori degli ambienti politici e degli ambienti burocratici. [Il presidente della commissione per i servizi, Devin] Nunes mi ha detto lunedi sera che la cosa non finirà a tarallucci e vino. "Intanto tocca a Flynn. Poi sarà la volta di Kellyanne Conway, poi di Steve Bannon, poi di Reince Priebus," ha detto. Insomma, detta in un altro modo Flynn è solo l'antipasto: il piatto principale è Trump.
Il problema è questo: lo stato profondo ha già neutralizzato la politica estera di Trump? Troppo presto per dirlo, ma qualcosa nell'aria fa pensare che la politica presidenziale potrebbe slittare verso posizione conservatrici ortodosse sia per il caso della Russia sia per quello della Palestina.
[Il 14 febbraio] Il portavoce della Casa Bianca ha detto: il Presidente Trump ha fatto chiaramente presente che si aspetta che il governo russo raffreddi la situazione in Ucraina e che restituisca la Crimea.
[Il 15 febbraio] Trump scrive su Twitter:

Donald J. Trump, account verificato @realDonaldTrump
La Crimea è stata PRESA dalla Russia nel corso dell'amministrazione Obama. Obama con la Russia è stato troppo morbido?
4:42 AM – 15 Feb 2017

Una posizione che Trump non aveva mai assunto in precedenza. Il restituire la Crimea è una cosa che non prevede risposte positive dal governo russo in carica e neppure da un qualsiasi successore. Se Trump insiste, la distensione nasce morta.

Non è possibile trarre conclusioni definitive sull'uscita di scena di Flynn. La scacchiera è grande, e Trump ha deciso che poteva sacrificare un pedone. Il generale aveva determinate qualità come la spietatezza che è forse necessaria a vibrare un colpo alle agenzie dei servizi, ma nel libro che ha avventatamente firmato assieme al neoconservatore Michael Leeden ha anche mostrato di non avere senso dell'opportunità politica e neppure una sua elementare comprensione. Trump ha deciso che non valeva la pena rischiare pezzi più importanti per difendere un pedone, con particolare riguardo per Bannon, decisamente un pezzo più importante, che a quanto pare ha personalmente auspicato il sacrificio del pedone Flynn.
Infine, il problema è il carattere di Trump: ha il polso necessario a colmare la lacuna? Può trovare alleati sufficientemente determinati all'interno dello stato profondo, pronti a combattere un'odiosa guerra intestina e ad epurarlo da cima a fondo? Può eliminare le cellule dormienti che si trovano nel suo stesso governo? Scrivere su Twitter non sarà sufficiente: dovrà presto muoversi in concreto.
Ancora, virerà verso lidi cari ai neoconservatori, inghiottirà l'esca di Netanyahu e si lascerà andare all'abbraccio dell'alleanza neoconservatrice con l'asse saudita e sionista, per finire allamato all'iranofobia e a continuare con i tentativi di dividere Putin dall'Iran e dalla Cina, nel miglior stile neocon?
Questo fa presagire una odiosa guerra interna agli USA: anche se la "rivoluzione colorata" dello stato profondo dovesse riuscire, non si tratterebbe della fine della guerra ma forse della sconfitta in un'importante battaglia che fa parte di una guerra di più ampia portata.

venerdì 10 marzo 2017

Alastair Crooke - L'opaca politica estera di Donald Trump




Traduzione da Consortium News, 11 febbraio 2017.

Rilevare il fatto che in politica estera il Presidente Trump si muove all'insegna di un "L'AmeriKKKa innanzitutto" dal sapore mercantilista ed in opposizione alla prevalente visione globalizzata e culturalmente cosmopolita è ormai una prassi abituale. Il proposito di Trump è quello di smantellare uno spirito globalizzato che a suo modo di vedere impone norme morali e culturali che hanno indebolito gli "spiriti animali" mercantili dell'AmeriKKKa, e che contempla l'adozione di "politiche per la diversità" che avrebbero privato di ogni vigore il nerbo culturale e morale ameriKKKano.
Nella pratica la politica che ne risulta non potrà presentarsi nei soli toni del bianco e del nero, o almeno non potrà essere ripartita secondo categorie dicotomiche. Nella "squadra di Trump" in effetti convivono tre approcci distinti. Ci sono i tradizionalisti sostenitori della "benevola egemonia ameriKKKana", ci sono i combattenti cristiani in trincea contro uno spirito islamico considerato ostile e ci sono poi quelli che hanno abbracciato il mercatilismo di Trump ed il suo AmeriKKKa first. Ciascuna di queste tre correnti non si fida delle altre, ma è costretta ad allearsi con questa o con quella per equilibrare l'influenza della terza, o almeno per evitare che essa si comporti come un terzo incomodo.
Questa interdipendenza rende particolarmente difficile destreggiarsi tra le rune (i segni dal misterioso significato caratteristici dell'amministrazione Trump) di una verosimile linea politica statunitense, dal momento che ci sono tre diverse visioni del mondo intente a spintonarsi e a fare a gomitate. A rendere ancor più difficile la cosa c'è il fatto che il signor Trump e il suo consigliere strategico Steve Bannon sono soliti intorbidare le acque di proposito, per disorientare gli avversari.
Lo stile mercantilistico della politica di Trump è relativamente nuovo per i nostri tempi, ma non è propriamente inedito. Casi del genere ci sono già stati e nella sua precedente incarnazioni questo stile ha portato a conseguenze profonde sul piano geopolitico; poi ha portato alla guerra, ed in conclusione all'affermarsi di un nuovo ordine geopolitico.
Ovviamente non è detto che la cosa si ripeterà al giorno d'oggi, ma il 17 settembre 1656 Oliver Cromwell, un puritano protestante che aveva fatto la guerra civile contro l'establishment inglese e la sua élite e che aveva prima deposto e poi fatto giustiziare il sovrano regnante, pronunciò davanti ai parlamentari rivoluzionari a Westminster un discorso in cui poneva la domanda: Chi sono i nostri nemici? Esisteva nel mondo, disse davanti al parlamento riunito, un'alleanza di "uomini malvagi" guidati da un paese potente -la Spagna cattolica- e capeggiata dal Papa. Il nemico che i compatrioti di Cromwell si trovavano ad affrontare era fondamentalmente costituito dalla malvagità di una religione -il cattolicesimo- che "rifiutava il desiderio di libertà fondamentali degli inglesi... che metteva gli uomini in catene... [e] sotto cui non c'era alcuna libertà."
Dai tempi di Cromwell il mondo protestante, che è principalmente anglofono, ha demonizzato i propri "nemici": tutti oppositori della "volontà d'Iddio" che si aggrappano ai fallimenti di un'etica religiosa immutabile e retrograda (così i puritani consideravano i cattolici). E che dire delle deplorate "catene" e della denunciata "mancanza di libertà"? Deplorazione e denuncia hanno al centro la frustrazione inglese per gli ostacoli che mercanti e commercianti dovevano affrontare. I puritani dell'epoca vedevano nel cattolicesimo un'etica maldisposta verso l'impresa individuale, verso il profitto, verso i traffici.
I falchi inglesi, di solito puritani e mercanti, volevano un'aggressiva linea politica antispagnola che avrebbe aperto nuovi mercati al fiorente commercio inglese. Il cattolicesimo non era etica con cui il nascente capitalismo dell'epoca potesse prosperare, affermavano convinti e dogmatici i sostenitori di Cromwell.
Il discorso di Cromwell al Parlamento del 1656 ha rappresentato una prima formulazione dell'etica protestante, l'etica che ha contribuito in maniera sostanziale alla formazione del capitalismo imprenditoriale ameriKKKano e a portare l'AmeriKKKa alla supremazia.
Di questo parallelo è  consapevole lo stesso Steve Bannon, che una volta ha detto a chi lo intervistava "Io sono un Thomas Cromwell alla corte dei Tudor.")
Per una parte significativa dell'elettorato di Trump, la sua base del Tea Party, l'Iran è la Spagna dei nostri giorni e l'Islam è il nuovo cattolicesimo che intralcia la "volontà d'Iddio" abbracciando un'etica che detesta l'etica cristiana. La globalizzazione laica ha indebolito gli spiriti animali mercantili dell'AmeriKKKa, ha imposto restrizioni ai traffici (il NAFTA) ed ha norme culturali e valoriali che stanno inaridendo la muscolarità morale e spirituale dell'AmeriKKKa.
Per quale motivo l'analogia con Cromwell è importante? In un certo senso, Trump aveva poco da scegliere. Per opporsi alle pastoie di una politica estera globalista che si basa sull'esistenza di una sfera difensiva globale a guida statunitense, il Presidente doveva imbastire una qualche politica estera che costituisse un'alternativa al consolidato totem di una "AmeriKKKa come asse dell'ordine mondiale".
Ovviamente il mercantilismo allo stato puro, quello dell'uomo d'affari che intavola una trattativa, non costituisce di per sé una linea politica. Il concetto di "benevola egemonia statunitense" ha bisogno di qualcosa di più potente se lo si vuole implementare, mantenere... o anche mettere fuori gioco. Trump ha deciso di rifarsi alla narrativa della "cristianità in pericolo", che tocca nervi profondi dell'immaginario protestante nella base elettorale del Tea Party.
Il generale in pensione Michael Flynn, che adesso è consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, è forse il miglior rappresentante di questa politica estera repubblicana a base religiosa e filocristiana; il generale in pensione James Mattis invece, oggi Segretario alla Difesa, tiene forse il piede in due staffe e fa capo a due diverse tendenze all'interno del Partito Repubblicano, come spiega Martin Wright della Brookings Institution.
Dall'Undici settembre in poi la politica estera repubblicana si è sviluppata in due correnti principali, a volte in contraddizione l'una con l'altra. La prima sostiene che gli USA siano, rispetto all'Islam radicale, in una guerra in cui c'è in gioco l'esistenza. La seconda sostiene invece che gli interessi globali dell'AmeriKKKa comportino il mantenimento del predominio statunitense in Europa e nell'Asia orientale. Questi interessi, in altre parole, vanno ben al di là della lotta contro l'Islam radicale. Lo establishment repubblicano si è sempre allineato alla prima corrente, ma in concreto si è sempre più concentrato sulla seconda. La guerra globale al terrore ultimamente è diventata di secondo piano rispetto al controbilanciare la Cina e al contenere la Russia.
Solo che un certo gruppo, nel campo repubblicano, non ha mai seguito questo cambiamento. Sono persone che credono che gli USA si siano imbarcati per una guerra contro l'Islam radicale che è qualcosa di analogo alla seconda guerra mondiale o alla guerra fredda. Credono che sia una lotta a sfondo religioso cui tutto il resto dovrebbe essere subordinato e che l'AmeriKKKa dovrebbe concentrarsi soprattutto sull'Islam radicale invece che sulle potenze revisioniste in Europa o in Asia. Questo stesso gruppo è in genere favorevole all'abbandono di una politica estera basata sui valori, in favore di metodi spicci che alimentino una guerra vera e propria.
I principali esponenti di questa scuola di pensiero sono stati per lo più sminuiti come tipi strambi o come ideologi astratti. Ma il loro modo di vedere le cose è ampiamente condiviso dall'elettorato repubblicano, sempre più allarmato a causa dello Stato Islamico. In Trump, costoro hanno trovato un alleato.
Dobbiamo dunque attenderci che la politica governativa finirà per oscillare tra queste due tendenze repubblicane, con Trump che passerà da una all'altra per poter esercitare la propria "non-politica estera" fatta di mercantilismo radicale. La solfa stile Cromwell di fare dell'Iran il numero uno dei paesi terroristi e dell'Islam radicale l'etica avversaria si adatta bene ad un presidente degli USA che fa proprio il modus operandi del businessman intento a negoziare, e lo ammanta di bellicosità verso l'etica islamica.
L'ostilità verso la Repubblica Islamica dell'Iran ovviamente è popolare; con essa, la politica di Trump riesce a rispecchiare fedelmente, o almeno in maniera comprensibile, gli aneliti degli ambienti di Washington. L'idea dell'Islam ostile fornisce anche una base razionale -la sconfitta del terrorismo islamico- per la distensione con la Russia. Ho già avanzato l'idea che la distensione con la Russia sia fondamentale per Trump se vuole smantellare la sfera difensiva globale che rappresenta la "benevola egemonia" di Washington. Secondo Trump, la cappa della sfera difensiva statunitense costituisce un preciso limite alla possibilità di negoziare accordi commerciali vantaggiosi con gli alleati, su basi bilaterali che differiscono caso per caso.
Con il pretesto di combattere un'etica islamica ostile, Trump può raggiungere la distensione con la Russia e a quel punto condurre stringenti negoziati da uomo d'affari con paesi alleati ormai privati del pretesto di quella minaccia russa, che faceva di loro dei privilegiati alleati degli USA. Per il segretario Tillerson, a quanto pare, è previsto un ruolo di questo genere.
Martin Wright scrive ancora che
Per questo la nomina di Rex Tillerson a Segretario di Stato è stata importante per Trump. Una settimana prima della sua nomina l'assistente di Trump Kellyanne Conway aveva detto alla stampa che Trump stava allargando la rosa dei candidati alla carica di Segretario di Stato e che la cosa più importante era che colui che avrebbe ottenuto la nomina 'avrebbe dovuto condividere e mettere in pratica la linea politica del presidente eletto, che è poi la sua visione del mondo, quella dell'AmeriKKKa innanzitutto.' Le implicazioni di questa affermazione erano chiare: né Mitt Romney né David Petraeus né gli altri sarebbero stati adatti, per cui Trump avrebbe dovuto cercare altrove. Ha trovato Tillerson.
Tillerson è un negoziatore pragmatico. Da molti punti di vista è un tradizionalilsta. Dopotutto ha ottenuto sostegno da James Baker, Robert Gatres, Hadley e Condoleeza Rice. Inoltre Trump lo considera, per i suoi rapporti personali con Putin e per la sua opposizione alle sanzioni contro la Russia, come uno che vuole accordarsi con uomini forti e che considera la sicurezza nazionale da una prospettiva economica, risultando così una personificazione del suo concetto di 'AmeriKKKa innanzitutto'. Alcune dopo la nomina di Tillerson, Trump ha detto durante un discorso nello Wisconsin: "Rex è in buoni rapporti con molti leader politici del mondo con cui noi non  andiamo d'accordo, e ci sono persone cui questo non piace. Non vogliono che si dimostrino amichevoli. Ecco perché mi accordo con Rex: perché apprezzo lo scopo di tutto questo."
La guerra contro un'etica islamica che si postula ostile è dunque solo un diversivo, un pretesto? Qualcosa che l'Iran può ignorare? Noi abbiamo il sospetto che la Repubblica Islamica dell'Iran non considererà gli strali di Trump contro di essa e contro l'Islam radicale come un innocente diversivo. Non è probabile che Trump cerchi la guerra con l'Iran, ma se l'Iran dovesse comportarsi in modi interpretabili come umilianti per Trump o per l'AmeriKKKa, per sua stessa ammissione Trump non è uomo da portare mosca sul naso. Gli piace ripagare dieci volte tanto coloro che lo fanno irritare.
Come mostrano i sondaggi e come ha scritto l'eminente esperto statunitense di questioni religiose e politiche Robert Jones, il fenomeno Trump è oltretutto profondamente commisto alla fine di un'era nella storia ameriKKKana: l'era bianca e cristiana. The End of White Christian AmeriKKKa è, per inciso, il titolo di un suo libro. Di fatto si tratta di un'epoca ampiamente tramontata. Come nota Jones, "il 1993 è stato l'ultimo anno in cui l'AmeriKKKa è stato un paese a maggioranza bianca e protestante".
Jones descrive il senso di vertigine provato, anche nel contesto isolato di molte cittadine del sud e del Midwest in cui i conservatori protestanti bianchi continuano ad essere i protagonisti della vita sociale e politica, a fronte della "perdita del posto fino ad allora ricoperto al centro della cultura ameriKKKana, del sistema democratico e del potere culturale."
Il Partito Democratico ha versato sale su questa ferita, in qualche modo mostrando soddisfazione per la fine di questa AmeriKKKa a maggioranza bianca, e ne ha esasperato l'irritazione rimodulando se stesso in guisa di una nuova "maggioranza" fatta di gruppi minoritari. Jones sottolinea che anche se in AmeriKKKa qualcuno "potrebbe festeggiare" la sua scomparsa, l'AmeriKKKa bianca cristiana costituiva comunque una sorta di collante civile; a suo modo di vedere, questo senso di vuoto e di ansia in merito "a cosa potrà avere [in futuro] la stessa funzione potrebbe ben rivelarsi distruttivo."
L'Iran potrebbe ricordare che lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump è questo, e Trump dovrà compiacerlo se vuole rimanere in carica. L'impulso distruttivo di quelli del Tea Party, se stuzzicato a lungo, potrebbe cercare di sfogarsi su qualche bersaglio comodo.
In secondo luogo, sembra che Trump condivida in qualche misura l'abbraccio dei valori ebraico-cristiani. Di sicuro lo condivide Bannon, che ha detto chiaramente che il capitalismo ameriKKKano se vuole sopravvivere deve riconnettersi ai valori ebraico-cristiani. Ma come spiegare questo paradossale concentrarsi di Trump sull'Iran che sta combattendo il radicalismo islamico, invece che sull'Arabia Saudita che non lo sta facendo?
Martin Wright ci fornisce qui qualche indizio. "A gennaio e febbraio [2016] si chiedeva pressantemente a Trump di svelare la composizione della squadra che si sarebbe occupata di politica estera. Gli addetti ai lavoro dello establishment repubblicano per lo più lo biasimarono, soprattutto a causa del suo AmeriKKKa first. Fu proprio all'epoca che il generale in pensione Michael Flynn cominciò a fargli da consigliere... alcune settimane dopo l'arrivo di Flynn, Trump dispiegò una lista di consiglieri per la politica estera. La maggior parte di loro era completamente sconosciuta, ma vi spiccava il nome di Walid Phares. Phares ha un discusso passato come figura di primo piano in una milizia cristiana libanese ed è noto come fautore della linea dura nella guerra al terrore."
L'articolo investigativo di Mother Jones parla chiaro. Phares è un libanese cristiano maronita; è un uomo di Samir Geagea ed ha una lunga storia di rancorosità intellettuale verso l'Iran e verso la Siria le cui origini risalgono alla guerra civile libanese. Non è che Trump (e anche Flynn) si sono abbeverati ben bene al nauseabondo pozzo dei pregiudizi libanesi e ai rancori della guerra civile?
Insomma, cosa ci dicono le rune? L'alfabeto misterioso della politica estera di Trump si rivelerà di difficile decifrazione. La tensione fondamentale tra i fautori dell'"AmeriKKKa first", i guerrieri religiosi e quanti intendono la politica estera in un'ottica tradizionalista lascia prevedere che la linea politica potrebbe oscillare volta per volta fra tre posizioni tanto diverse quanto conflittuali.
Sarà il caso di ricordarsi che i tradizionalisti suddetti comprendono anche "tutti quei funzionari che sostengono le istituzioni della potenza ameriKKKana e che di solito concordano con il consenso bilaterale sulla strategia statunitense affermatosi dopo la seconda guerra mondiale, anche se possono magari cercare di cambiarne qualche aspetto secondario."
La squadra di Trump conta qualche mercantilista, come Tillerson, e qualche "combattente cristiano" come Flynn che potrebbero anche tenere il piede in due staffe e si troveranno quindi in dubbio tra due posizioni diverse per quanto riguarda determinate questioni di politica estera. Forse sarà il caso di non considerare degno d'attenzione la maggior parte di quanto trapela, perché è più probabile che si tratti di mere pratiche destinate ad influenzare la disputa interna all'amministrazione facendo da esche, più che di rivelazioni vere e proprie e che rispecchiano una sincera concordia.
Le rune saranno più difficili da interpretare proprio in virtù delle tattica di Trump, fatta di finte e di diversivi. Come ha avuto modo di notare uno scacchista divenuto esperto di simili questioni,
...gli scacchi sono un gioco in cui il numero delle posizioni possibili ascende a cifre astronomiche. Alla seconda mossa siamo già a quattocento alternative possibili e dopo che ciascun giocatore ha fatto due mosse, il numero sale ad 8902. Il mio insegnante mi spiegò che non avevo ancora abbastanza pratica neppure per cominciare a star dietro a cose del genere, e che se mai l'unica possibilità di  vincere che avevo era quella di prendere l'iniziativa e di non mollare mai. "Devi sapere cosa farà poi il tuo avversario, devi fare tu il suo gioco", fu il consiglio che mi diede.
Ora, non voglio annoiare nessuno scendendo in particolari, ma la cosa si ridusse ad un tirare pugni, sempre, ad ogni mossa, senza eccezinoi. In altre parole, se il mio avversario deve sempre sprecare la propria mossa per rispondere a quella che ho fatto io, non arriva mai a prendermi per quanti milioni siano le mosse possibili del gioco. E poi, se io tiro un pugno, anche un pugno di quelli facili da parare, devo preoccuparmi di una mossa sola, e non di milioni.
Il mio maestro di scacchi russo mi insegnò poi che avrei dovuto annunciare esplicitamente quello che stavo facendo esattamente, e perché lo stavo facendo. Mi spiegò che i cattivi giocatori di scacchi credono di poter nascondere la propria strategia, nonostante la scacchiera sia lì davanti agli occhi di tutti. Un buon giocatore non ha timore: sceglierà mosse inattaccabili, dunque perché non annunciarle? Da insegnante, ho fatto sì che tutti i miei studenti dicessero l'un l'altro le mosse che stavano facendo e perché, e che dicessero anche la mossa che avevano in mente per continuare. Comportarsi in questo modo elimina completamente la fortuna dalle variabili del gioco e li rende rapidamente dei giocatori di alto livello.
Il mio maestro russo sottolineò poi l'importanza del tempo, una cosa su cui avrei dovuto concentrarmi per tutta la durata di ogni partita. Mi disse che non avrei dovuto muovere un pezzo per due volte sulla stessa riga e che le mie stilettate sarebbero dovute servire a sviluppare i pezzi sulla scacchiera e a metterli in gioco il più velocemente possibile. Quindi, se faccio tutto nel modo corretto, mi ritrovo con un avversario che non riesce ad organizzare una difesa o un'offensiva e con pochi pezzi in gioco; una cosa che funziona nove volte su dieci. L'unica volta che questo approccio non funziona è quando ho a che fare con giocatori che hanno mandato a memoria centinaia di partite e sanno a mente come si esce da trappole del genere. Tutto ciò premesso, vediamo se il Presidente Trump è un giocatore di scacchi.
Intanto, possiamo dirci d'accordo sul fatto che Trump tira se non altro un sacco di pugni. Ce ne siamo accorti davvero all'epoca delle primarie, quando non passava giorno senza che non capitasse un qualche scandalo presuntamente capace di porre fine alle sue mire presidenziali. I suoi avversari e la stampa erano convinti, e sbagliavano, che reagire colpo su colpo ad ogni offesa fosse la cosa giusta da fare e neppure si prendevano il tempo per pensare se magari non si facevano attirare in qualche trappola. Quando veniva il loro turno usavano la mossa a disposizione per fermare il suo attacco su Twitter, ma Trump non muoveva più quel pezzo una volta che lo aveva messo in gioco, e passava all'offesa successivo: proprio come mi aveva insegnato a fare il mio insegnante di scacchi.
Trump, inoltre, è molto chiaro su quello che si appresta a fare. Io facevo sì che i miei studenti enunciassero ad alta voce l'un l'altro la propria strategia: Trump è stato di una limpidezza cristallina circa le proprie intenzioni. Annunciare i tuoi piani funziona soltanto se disponi di una posizione inattaccabile: demoralizza un avversario cui tiri tutto in faccia. Un altro punto di vantaggio che deriva dall'annunciare le proprie intenzioni è il fatto che induce l'avversario a schierare i propri pezzi preferiti per fronteggiarle. Questo è un grave errore, perché ogni buon giocatore di scacchi capisce velocemente quali sono i pezzi preferiti dell'avversario, e va a catturarli.
Il solo àmbito in cui il nostro presidente ha dei problemi è costituito dal tempo. Gli ordini esecutivi e le schermaglie su Twitter hanno mandato fuori squadra l'opposizione, ma Trump non è stato capace di usare il tempo disponibile per schierare tutti i propri pezzi. Il Ministero della Giustizia, che è la sua regina, si trova ancora impedito dietro un muro di pedoni. Inoltre, solo cinque ministeri su quindici risultano confermati nel momento in cui scrivo. Senza controllo sui ministeri, il Presidente può combattere una guerra di logoramento ma non può passare propriamente all'offensiva. A scacchi accetterei di buon grado di barattare una pezzo con un altro, se questo mi costringe a perdere un turno per occuparmene. Non si può parlare di strategia a lungo termine, se non hai tutti i pezzi pronti a muovere.
Forse è il caso di rimanere ad osservare, e di smetterla con i tentativi di interpretazione delle rune.