lunedì 3 dicembre 2018

Alastair Crooke - Un ordine mondiale fondato su delle regole, o un "ordine" mondiale senza regole e capeggiato dagli USA?



Traduzione da Strategic Culture, 31 ottobre 2018.

"Al complesso militare e della sicurezza statunitense ci sono voluti trentun anni per liberarsi dell'ultimo accordo sul disarmo nucleare raggiunto dal Presidente Reagan, il trattato sui missili balistici a medio e corto raggio che Reagan e Gorbaciov siglarono nel 1987," scrive l'ex consigliere del Segretario del Tesoro di Reagan.
"Io vi ebbi un qualche ruolo dietro le quinte, e per quanto mi ricordo quel trattato riuscì a mettere al sicuro l'Europa da un attacco dei missili sovietici a corto e medio raggio [gli SS-20] e a mettere al sicuro l'Unione Sovietica da quelli statunitensi (i missili Pershing dislocati in Europa). Confinando gli armamenti nucleari ai soli missili balistici intercontinentali, che consentivano un minimo di preallarme e con esso la possibilità di una risposta e in ultima analisi il non ricorso alle armi nucleari, questo trattato INF fu visto come in grado di ridurre il rischio di un primo attacco ameriKKKano contro la Russia e di un primo attacco [sovietico] contro l'Europa... Reagan, a differenza di quei fuori di testa dei neoconservatori che allontanò dal potere e fece processare, non vedeva l'utilità di una guerra nucleare che avrebbe distrutto la vita sulla terra. Il trattato INF, nelle idee di Reagan, era un primo passo verso l'eliminazione degli armamenti nucleari dagli arsenali militari. Il trattato INF venne scelto come inizio perché non influiva in modo sostanziale sul budget del complesso militare e della sicurezza statunitense."
L'amministrazione Trump oggi vuole uscire unilateralmente da questo trattato. "In una conferenza stampa in Nevada, Trump ha detto: "La Russia ha violato l'accordo. Lo viola da parecchi anni e non so perché il Presidente Obama non abbia intavolato trattative o non abbia abbandonato l'accordo... Noi lo abbandoneremo... Non gli lasceremo violare un accordo nucleare e costruire armi mentre noi non possiamo farlo." A chi chiedeva delucidazioni ulteriori, Trump ha risposto: "A meno che la Russia non venga qui, la Cina non venga qui, non vengano qui tutti e due e dicano 'Facciamo una cosa intelligente, nessuno di noi sviluppi armamenti nucleari', se la Russia li fa e la Cina anche, e l'accordo lo rispettiamo soltanto noi, questa è una cosa inaccettabile. E abbiamo una quantità di fondi incredibile da usare per le nostre forze armate."
Ci sono dei chiari indizi rivelatori: la Russia e la Cina stanno "facendo" armamenti nuovi, e gli USA sono rimasti indietro; la Cina li sta "facendo" e non è parte del trattato INF, mentre "noi" abbiamo una quantità di fondi incredibile da usare per le nostre forze armate: possiamo vincere la corsa agli armamenti, e il complesso dell'industria militare ne sarà deliziato.
Un diplomatico (statunitense) ha detto allo Washington Post che "i piani [per il ritiro dal trattato] si devono a John Bolton, falco consigliere per la sicurezza nazionale di Trump [che si oppone di mestiere a qualsiasi trattato di controllo sugli armamenti, sulla base del principio che potrebbero limitare le possibilità dell'AmeriKKKa di passare unilateralmente all'azione] che ha detto agli alleati degli USA che a suo modo di vedere il trattato INF mette Washington in una posizione 'di eccessiva debolezza' nei confronti della Russia 'e, cosa più importante, nei confronti della Cina'".
Trump, per natura, non è uno stratega. Invece è orgoglioso delle proprie doti di negoziatore, di uno che sa come ricorrere con successo alla capacità degli USA di esercitare pressioni. In questo caso un astuto Bolton si è servto dell'ossessione di Trump per il potenziamento della forza degli USA per fare due cose:  primo, per far sì che gli USA abbiano la potenziale capacità di attaccare per primi la Russia (e quindi una maggiore capacità di pressione) disclocando missili a medio raggio come gli Aegis in Europa, a ridosso delle frontiere russe e contro la Russia stessa. Secondo per far sì che gli USA concludano di aver bisogno di missili a medio raggio per colpire il territorio cinese nel caso il confronto militare fra USA e Cina diventasse inevitabile e la tensione salisse. E non si tratta solo della Cina. Un esperto del CSIS [Centro per gli Studi Strategici e Internazionali, N.d.T.], Eric Sayers, afferma che "Il ricorso allo schieramento di missili terrestri convenzionali e a medio raggio può essere l'elemento chiavbe per riaffermare la superiorità militare statunitense nell'Asia orientale". Ovvero, la capacità USA di esercitare pressione.
Nella US Nuclear Posture Review dello scorso anno si rilevava comunque che "Con ogni probabilità la Cina dispone già del più grande arsenale missilistico a raggio medio ed intermedio di tutta l'Asia, e probabilmente di tutto il mondo." Gli USA sono ora impegnati a circondare la Cina con missili a raggio intermedio, prima con la decisione del Giappone di acquistare il sistema Aegis, e poi, probabilmente, con Taiwan a fare lo stesso. Si sa che Bolton è favorevole alla permanenza di truppe statunitensi a Taiwan, come ulteriore strumento di pressione verso la Cina.
Putin vede chiaramente che "Gli ameriKKKani continuano a baloccarsi con cose il cui scopo vero e proprio non è quello di sorprendere la Russia a violare qualche trattato e a costringerla invece ad attenervisi, ma quello di farne carta straccia, nel contesto di una bellicosa strategia imperialista." O, in poche parole, di imporre "un ordine mondiale senza regole capeggiato dagli USA".
Sembra proprio che Bolton e Pompeo stiano deliberatamente instradando Trump sulle linee guida per la politica di difesa tratteggiate in un vecchio documento del 1992 curato da Paul Wolfowitz, che statuiva una dottrina secondo cui gli USA non avrebbero permesso a nessuno di attentare alla loro egemonia. Il vicesegretario di Stato Wess Mitchell è poi tornato, con tutta chiarezza, alla linea politica dei tempi di Bush. In una dichiarazione al Senato ha detto:
Punto di partenza della strategia per la sicurezza nazionale è il prendere atto del fatto che l'AmeriKKKa è entrata in un epoca di competizione fra grandi potenze, e che la condotta seguita in passato non ha tenuto sufficientemente conto di questa tendenza emergente e neppure fornito al nostro paese gli strumenti adeguati per affrontarla con successo. Contrariamente agli speranzosi assunti delle precedenti amministrazioni, Russia e Cina sono dei contendenti temibili e stanno costruendo quanto serve loro sul piano materiale e su quello ideologico per contestare la supremazia e la leadership statunitense nel XXI secolo. Al primo posto, fra gli interessi per la sicurezza nazionale degli USA, continua a esserci la necessità di impedire che la massa territoriale euroasiatica finisca in mano a potenze ostili.
Al Consiglio Atlantico del 18 ottobre, il segretario ha detto chiaramente che l'Europa sarà costretta ad allinearsi a questa dottrina neowolfowitziana. 
Funzionari europei e ameriKKKani hanno lasciato che la crescente influenza russa e cinese nella regione arrivasse a "coglierci di sorpresa". "L'Europa occidentale non può continuare ad approfondire la propria dipendenza energetica da quella stessa Russia da cui l'AmeriKKKa la sta difendendo. Né possono continuare ad arricchirsi grazie a quello stesso Iran che sta costruendo missili balistici che sono una minaccia per l'Europa," ha insistito il vicesegretario. Aggiungendo poi che "non è accettabile che alleati degli USA in Europa centrale sostengano progetti come il Turkstream 2 o mantengano tranquillamente accordi in materia di energia che rendono la zona vulnerabile da parte di quella stessa Russia per proteggersi dalla quale sono entrati nella NATO."
Il rappresentante speciale degli USA in Ucraina Kurt Volker, in un discorso pronunciato nello stesso contesto, ha rivelato che gli USA hanno in programma di inasprire le sanzioni contro Mosca "ogni uno o due mesi" per renderla "più malleabile sulla questione ucraina."
Ovviamente ci si aspetta che l'Europa accetti di buon grado un nuovo dispiegamento di missili statunitensi sul proprio territorio. Alcuni paesi come la Polonia o gli stati baltici potranno anche accettare volentieri, ma l'Europa nel suo insieme non lo farà. La cosa costituirà un'altra possente ragione per ripensare i rapporti con Washington.
L'influenza di Bolton solleva la questione di quale sia oggi come oggi la politica estera di Trump: è sempre quella di ottenere condizioni favorevoli agli USA caso per caso, o è in stile Bolton, con la ridefinizione del Medio Oriente tramite il rovesciamento del governo in Iran e una lunga guerra fredda contro Russia e Cina? I mercati statunitensi fino ad oggi hanno ritenuto che essa avesse al centro gli accordi commerciali e i posti di lavoro, ma forse non è più così.
Abbiamo già scritto sulla crescente predominanza neoconservatrice nella politica estera di Trump. Non si tratta di una novità. Il principale problema, con questo nuovo imperialismo alla Wolfowitz unito alla radicale propensione di Trump per un ricorso a tutto campo ad ogni azione resa possibile dal controllo del dollaro, del mercato energetico e del predominio statunitense in materia di standard tecnologici e di normative è che esso, per sua stessa natura, preclude qualsiasi "grande accordo strategico" diverso da un'improbabile, totale capitolazione nei confronti degli USA. E mentre gli USA bastonano uno alla volta i paesi che non chinano la testa, essi reagiscono tutti insieme, e in modo asimmetrico, per far fronte alle pressioni statunitensi. Una corrente contraria che al momento si sta rapidamente rinforzando.
Bolton può aver convinto Trump che sia vantaggioso uscire dal tattato INF perché questo gli consentirebbe di alzare la voce con russi e cinesi. Lo avrà anche avvertito di quali sono i rischi? Probabilmente no. Bolton ha sempre considerato i limiti che il trattato imponeva alle iniziative statuitensi come dei puri e semplici svantaggi. Eppure, Putin ha detto che la Russia ricorrerà alle armi nucleari se la sua esistenza viene minacciata, anche se la minaccia prende la forma di missili convenzionali. I rischi sono chiari.
La corsa agli armamenti? Non siamo ai tempi di Reagan, quando il rapporto fra debito pubblico federale e prodotto interno lordo era basso. Come ha notato un editorialista, "nessun entità al mondo che non sia al momento impegnata con il quantitative easing è indebitata in modo tanto suscettibile rispetto ai mutamenti dei tassi di interesse a breve termine quanto lo è il governo ameriKKKano. Quando la FED parla di "un aumento [dei tassi di interesse] di cinque punti per la fine del 2019" bisogna grosso modo intendere "La FED [impone tali interessi al debito interno degli USA che in pratica] taglia le spese militari statunitensi per il 2019".
Trump apprezza le armi che Bolton sembra tirar fuori per magia dal cappello del consiglio nazionale per la sicurezza, ma ha idea di quanto effimero possa essere il loro effetto, quanto rapidamente può ritorcerglisi contro? Non è che può mettersi come Canuto sulla riva del mare, e copmandare all'incombente marea dei tassi di interesse sui buoni del tesoro statunitensi di ritirarsi... o al mercato azionario di crescere perché crescano anche le pressioni sulla Cina.

Nessun commento:

Posta un commento