giovedì 5 aprile 2012

Günter Grass - Was gesagt werden muss, Quello che va detto


Alla fine del marzo 2012 lo stato sionista e la Repubblica Federale Tedesca stringono un accordo che prevede la consegna di un sottomarino -il sesto- alla IDF.
La notizia ha colpito negativamente lo scrittore tedesco premio Nobel per la letteratura Günter Grass, che ha ottantaquattro anni. Il 4 aprile 2012 la Süddeutsche Zeitung ha pubblicato un suo testo poetico in cui si espongono alcuni dati di fatto -più che alcune considerazioni- sui rapporti tra lo stato sionista e la Repubblica Islamica dell'Iran. Negli ambienti della autopostulata "libera informazione" la cosa ha suscitato il prevedibile sgomento: il comportamentismo prima maniera non avrebbe avuto difficoltà a trattare, nel contesto del condizionamento classico, delle reazioni gazzettistiche a quella che viene presentata come l'esternazione antisemita del giorno.
L'esternazione antisemita del giorno stavolta non è fatta di presunte liste di presunti ebrei in rete da anni, che una volta ogni tre mesi qualche gazzettinista fa finta di vedere per la prima volta, ma di una serie di realistiche ipotesi su quello che lo stato sionista potrebbe fare con le armi fornitegli dalla Repubblica Federale Tedesca.
Grass sostiene semplicemente che l’arsenale atomico sionista realmente esistente rappresenta una minaccia più seria della ipotizzata atomica iraniana. Questo è bastato perché il testo venisse rifiutato da un'altra gazzetta, il Die Zeit. Oltre alla Süddeutsche Zeitung il componimento di Grass è finito, col debito accompagnamento di piagnistei e di prese di distanza, su altre gazzette europee come “La Repubblica” ed “El Pais”. Lo si riporta qui con l'intento preciso di ispirare in chi lo legge considerazioni del tutto opposte a quelle auspicate dalla "libera informazione" di cui sopra.


Was gesagt werden muss

Warum schweige ich, verschweige zu lange,
was offensichtlich ist und in Planspielen
geübt wurde, an deren Ende als Überlebende
wir allenfalls Fußnoten sind.

Es ist das behauptete Recht auf den Erstschlag,
der das von einem Maulhelden unterjochte
und zum organisierten Jubel gelenkte
iranische Volk auslöschen könnte,
weil in dessen Machtbereich der Bau
einer Atombombe vermutet wird.

Doch warum untersage ich mir,
jenes andere Land beim Namen zu nennen,
in dem seit Jahren - wenn auch geheimgehalten -
ein wachsend nukleares Potential verfügbar
aber außer Kontrolle, weil keiner Prüfung
zugänglich ist?

Das allgemeine Verschweigen dieses Tatbestandes,
dem sich mein Schweigen untergeordnet hat,
empfinde ich als belastende Lüge
und Zwang, der Strafe in Aussicht stellt,
sobald er mißachtet wird;
das Verdikt "Antisemitismus" ist geläufig.

Jetzt aber, weil aus meinem Land,
das von ureigenen Verbrechen,
die ohne Vergleich sind,
Mal um Mal eingeholt und zur Rede gestellt wird,
wiederum und rein geschäftsmäßig, wenn auch
mit flinker Lippe als Wiedergutmachung deklariert,
ein weiteres U-Boot nach Israel
geliefert werden soll, dessen Spezialität
darin besteht, allesvernichtende Sprengköpfe
dorthin lenken zu können, wo die Existenz
einer einzigen Atombombe unbewiesen ist,
doch als Befürchtung von Beweiskraft sein will,
sage ich, was gesagt werden muß.

Warum aber schwieg ich bislang?
Weil ich meinte, meine Herkunft,
die von nie zu tilgendem Makel behaftet ist,
verbiete, diese Tatsache als ausgesprochene Wahrheit
dem Land Israel, dem ich verbunden bin
und bleiben will, zuzumuten.

Warum sage ich jetzt erst,
gealtert und mit letzter Tinte:
Die Atommacht Israel gefährdet
den ohnehin brüchigen Weltfrieden?
Weil gesagt werden muß,
was schon morgen zu spät sein könnte;
auch weil wir - als Deutsche belastet genug -
Zulieferer eines Verbrechens werden könnten,
das voraussehbar ist, weshalb unsere Mitschuld
durch keine der üblichen Ausreden
zu tilgen wäre.

Und zugegeben: ich schweige nicht mehr,
weil ich der Heuchelei des Westens
überdrüssig bin; zudem ist zu hoffen,
es mögen sich viele vom Schweigen befreien,
den Verursacher der erkennbaren Gefahr
zum Verzicht auf Gewalt auffordern und
gleichfalls darauf bestehen,
daß eine unbehinderte und permanente Kontrolle
des israelischen atomaren Potentials
und der iranischen Atomanlagen
durch eine internationale Instanz
von den Regierungen beider Länder zugelassen wird.

Nur so ist allen, den Israelis und Palästinensern,
mehr noch, allen Menschen, die in dieser
vom Wahn okkupierten Region
dicht bei dicht verfeindet leben
und letztlich auch uns zu helfen.

Fonte: Süddeutsche Zeitung


Quello che va detto

Perché taccio e passo sotto silenzio troppo a lungo
una cosa che è evidente e si è messa in pratica in giochi di guerra
alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo al massimo delle note a piè di pagina.

Il diritto affermato ad un decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano,
soggiogato da un fanfarone
e spinto alla gioia organizzata,
perché nella sfera di quanto gli è possibile realizzare
si sospetta la costruzione di una bomba atomica.

E allora perché proibisco a me stesso
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se si tratta di un segreto —
si dispone di crescenti capacità nucleari,
che rimangono fuori dal controllo perché mantenute
inaccessibili?

Un fatto tenuto genericamente nascosto:
a questo nascondere sottostà il mio silenzio.
Mi sento oppresso dal peso della menzogna
e costretto a sottostarvi, avendo ben presente la pena in cui si incorre
quando la si ignora:
il verdetto di "antisemitismo" è di uso normale.

Ora però, poiché da parte del mio paese,
un paese che di volta in volta ha l'esclusiva di certi crimini
che non hanno paragone, e di volta in volta è costretto a giustificarsi,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile
-di nuovo per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta si parla di «riparazione»-
in grado di dirigere testate devastanti laddove
non è provata l’esistenza di una sola bomba atomica,
una forza probatoria che funziona da spauracchio,
dico quello che deve essere detto.

Ma perché ho taciuto fino ad ora?
Perché pensavo che le mie origini,
stigmatizzate da una macchia indelebile,
impedissero di aspettarsi questo dato di fatto
come una verità dichiarata dallo Stato d’Israele;
Stato d'Israele al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,
da vecchio e col mio ultimo inchiostro,
che le armi nucleari di Israele minacciano
una pace mondiale già fragile?
Perché deve essere detto
quello che domani potrebbe essere troppo tardi per dire;
anche perché noi — come tedeschi già con sufficienti colpe a carico —
potremmo diventare quelli che hanno fornito i mezzi necessari ad un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
varrebbe a cancellare questo.

E lo ammetto: non taccio più
perché sono stanco
dell’ipocrisia dell’Occidente
; perché è auspicabile
che molti vogliano uscire dal silenzio,
che esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo che si va prospettando
ed insistano anche perché
un controllo libero e senza limiti di tempo
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
esercitato da un'organizzazione internazionale
sia consentito dai governi di entrambi i paesi.

Solo in questo modo per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora per tutti gli uomini che vivono
da nemici confinanti in quella regione
occupata dalla follia
ci sarà una via d’uscita,
e alla fine anche per noi.

6 commenti:

  1. di chi è la traduzione italiana? Quella uscita sulla Repubblica non era in effetti un granché

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  2. ...La traduzione è del sottoscritto, il quale della lingua tedesca conosce a mala pena i rudimenti e che ammette senza problemi di aver disgustosamente barato, utilizzando dizionari e traduttori automatici di vario genere e specie.

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  3. Bell'articolo, complimenti

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  4. ah complimenti allora. Io il tedesco non lo so proprio ma la tua mi pare molto migliore di quella di Repubblica che pure potrebbe permettersi fior fior di traduttori...

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  5. Il brano è in un tedesco tutt'altro che scorrevole. Complimenti!

    Miguel Martinez

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  6. davvero complimenti per essere uno che non conosce il tedesco , tra l'altro vi sono sfumature difficili da rendere . Il linguaggio poi duro e incisivo sotto certi aspetti ne rende ancora più difficile la traduzione , La poesia tedesca è molto particolare

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