domenica 31 gennaio 2010

"La Nazione" di Firenze: quando la cialtroneria non basta


Fine gennaio 2010. Lo stato che occupa la penisola italiana sta serenamente andando a ramengo da qualunque parte lo si volti, ma le gazzette "occidentaliste" sono impegnate nel caldeggiare l'abbattimento del Muro di Firenze da parte del candidato alle elezioni regionali paracadutato in lizza da Roma col consueto battage denigratorio che consiste nello sparare idiozie ad alzo zero.
Secondo un non-ente che dice di essere il coordinatore toscano del piddì con la elle, la sua vittoria è certa per due motivi ben precisi: è "occidentalista" ed è una donna.
Una logica ferrea.
Per il poco che abbiamo avuto modo di saperne, e per il nullo interesse che proviamo per il personaggio, spariamo per una volta ad alzo zero anche noi. A nostro avviso si tratta di uno di quei casi in cui il chador sarebbe poco.
Alla conca, di corsa, e attenta a come mi guardi.

"La Nazione" celebra stombazzante l'avvenimento e pubblica qualche articoletto di contorno per allungare la broda. Di uno di questi si riporta la screenshot.
La foto a sinistra, a detta di 'sti gazzettieri, rappresenta il lavoratore rumeno protagonista della vicenda. I cantieri edili pretendono ogni anno un tributo di sangue spaventoso, di cui solitamente fanno le spese proprio quei lavoratori rumeni che la stessa testata, quando le fa comodo, promuove ad "extracomunitari onorari". Si deve dedurne che a Firenze esistono redazioni dotate del dono della profezia?
Non è questo il solo spunto che l'articolo offre a chi voglia infierire: si noti l'intolata, che precede un mistilingue Sanctis Zenobio e Philippo. Siamo nell'epoca dei correttori ortografici, mentre il latino ci risulta essere ancora materia di insegnamento nelle scuole superiori della penisola italiana; eppure In piazza Ghiberti c'è gente che non trova nulla di strano in una chiesa intolata a quelli che sembrano essere i due fratelli Sanctis...

venerdì 29 gennaio 2010

I licei di Firenze sempre in prima fila nella difesa dei valori occidentali


Alla fine di gennaio 2010 il gazzettaio fiorentino riporta con una certa enfasi la notizia dell'avvenuto smantellamento di quella che viene definita una banda di spacciatori ventenni, dedita allo smercio di cospicue quantità -si scribacchia di cento grammi(!) a settimana- di derivati dalla canapa indiana. La clientela sarebbe stata reperita essenzialmente tra gli allievi di istituti superiori fiorentini.
La criminalizzazione dei soggetti interessati non ci trova affatto d'accordo.
Non ci trova affatto d'accordo perché incoerente da diversi punti di vista.
Il gazzettaio incarcera e stigmatizza prima ancora dei tribunali, con sentenze ad un solo grado ed immediatamente esecutive, ma questa non è una novità. In questa tutt'altro che utile funzione sociale può contare sull'effetto recency e sulla scarsa incentivazione della memoria del pubblico e riesce in questo caso a far cassetta alle spalle di individui colpevoli esclusivamente di aver perfettamente interiorizzato i valori fondanti dell'"Occidente" contemporaneo, con particolare riferimento a quelli dell'iniziativa individuale, della libera impresa, della tutela del credito e della demonizzazione dei legami sociali (soprattutto quelli di classe) non mediati dal denaro. In considerazione dell'origine di alcune delle persone coinvolte, c'è se mai da sorprendersi che in qualche redazione non si sia pensato di alzare ulteriormente il tiro -l'incompetenza gazzettaia è capace di questo e d'altro- prospettando i'pperiholo dell'islàmme sulle fanciulle in fiore delle scuole-bene.
Cerchiamo dunque di riepilogare la sostanza della questione: stando ai fogliettini delle edicole e alle edizioni in rete, una mezza dozzina di giovani imprenditori riuniti in cartello, utilizzando con una certa competenza politiche di marketing collaudate da decenni e disponendo della logistica necessaria, sarebbe riuscita a soddisfare la domanda di derivati dalla canapa indiana avanzata dai frequentatori non di uno, ma di quattro istituti superiori fiorentini, tra i quali quel Liceo Carcere Michelangiolo che ci siamo più volte fatti un piacere di additare alla commiserazione dei nostri lettori.
Tutto fa pensare che la campagna di marketing adottata dal cartello con pieno successo, garantendo ad esso una posizione sul mercato adeguatamente competitiva, sia stata spogliata da ogni riferimento più o meno ideologico fino a qualche anno fa peculiare alla tipologia cui appartiene il prodotto commercializzato. In altre parole, i protagonisti della vicenda sono riusciti a contestualizzare alla perfezione il proprio operato nell'ambiente scolastico. Un ambiente che si è voluto ad ogni costo rendere afasico riguardo ad ogni istanza ideologica o politica venisse percepita come minacciosa dai custodi ben retribuiti di quei "valori occidentali" cui le agenzie educative contemporanee sono tenute ad aderire, pena l'essere praticamente tacciate di terrorismo.
Le cose che stupiscono sono la caduta dalle nuvole ostentata dai presidi e la stigmatizzazione immediatamente operata da certi micropolitici, almeno uno dei quali si è comportato in un recentissimo passato ed in circostanze pressoché analoghe con una maldestraggine illuminante.
Sono queste prese di distanza ad apparirci come assolutamente incoerenti. Un sistema scolastico improntato ai "valori occidentali" su menzionati dovrebbe tenerne ad esempio un'adesione tanto coerente e tanto produttiva, e politici che devono la scranna che procura loro consenso e redditi proprio alla difesa costante dei medesimi "valori" non dovrebbero far finta di stupirsi di un'adesione tanto completa e tanto produttiva ad essi.

mercoledì 27 gennaio 2010

Khamenei, i gazzettieri e la "distruzione" dello stato sionista


Secondo il Corriere della Sera l'ayatollah Khamenei avrebbe approfittato di un inconto con l'ambasciatore mauritano per rilanciare il cosiddetto "appello di Ahmadinejad a cancellare israele dalla mappa del mondo" e per invitare la Mauritania a "troncare definitivamente le relazioni con Israele". Più o meno con gli stessi vocaboli la notizia -o per meglio dire la ciancia- è presente in tutto il gazzettaio on line.
Quanto segue è la traduzione del comunicato ufficiale presentato dal sito della Guida Suprema. Si tratta di un discorso di circostanza in cui abbondano essenzialmente i toni ed il vocabolario dell'anticolonialismo. Nella versione inglese il vocabolo con cui Khamenei fa riferimento al destino dello stato sionista è collapse, "crollo", "collasso", "tracollo". Qualcosa che fa pensare con precisione a cause endogene di un certo fenomeno. I gazzettieri, ovviamente, hanno tradotto il vocabolo come se fosse destruction, "distruzione", qualcosa di dovuto essenzialmente ad azioni e fattori esterni.
Questo significa che mentre Khamenei esprime sul conto dello stato sionista le pesanti critiche che ognuno è libero di esprimere sul conto di qualunque governo e di qualunque assetto statale presti il fianco ad esse, le gazzette "occidentali" ammanniscono ai loro sudditi tutt'altra storia: una storia in cui i missili a lunga gittata sono pronti a partire per polverizzare Tel Aviv.
In altre parole la sedicente libera stampa non ha perso neanche stavolta l'occasione per presentare la Repubblica Islamica dell'Iran nell'unico modo per essa ammissibile, che consiste nel metterne in cattiva luce con ogni mezzo le istanze ed i rappresentanti a qualunque corrente di potere appartengano. E se il pretesto non si trova, si fa in modo di trovarlo.
Non è certo la prima volta che succede, proprio in quel ventisette gennaio in cui si ricorda l'arrivo ad Auschwitz dei soldati dell'Armata Rossa; c'è ragione di pensare che anche senza dover tirare in mezzo i comunicati stampa di Khamenei le gazzette avrebbero comunque trovato il modo di inchinarsi allo stato sionista, come se shoah e sionismo fossero in una inscindibile relazione diretta in cui l'una legittima l'altro, con particolare riferimento al comportamento più che disinvolto ostentato dal governo sionista nei confronti di qualunque interlocutore internazionale.
Lo stato che occupa la penisola italiana ha un interscambio commerciale con Tehran di assoluta rilevanza; se le gazzette adottassero un atteggiamento meno ipocrita entrambe le parti in causa avrebbero solo da guadagnarci.

L'ayatollah Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, ha incontrato oggi Mohamed Ould Abdel Aziz e la delegazione che lo accompagnava. In questo incontro, Sua Eminenza ha detto che per quanto riguarda la politica estera stabilire rapporti diplomatici e cooperare con i paesi islamici sono i principi fondamentali della Repubblica Islamica. Ha inoltre espresso la speranza che la visita del presidente della Mauritania in Iran aiuterà ad espandere la cooperazione tra i due paesi.
L'ayatollah Khamenei ha fatto riferimento alla decisione di interrompere i rapporti diplomatici con il regime sionista presa dal governo mauritano, ed ha detto che "questo provvedimento rappresenta una lezione per alcuni governi arabi, perché il regime sionista rappresenta una grande minaccia per il mondo dell'Islam e cerca costantemente di incrementare il proprio predominio sulla regione".
Il Leader Supremo della Rivoluzione Islamica ha detto che i crimini commessi dal regime sionista a Gaza sono come una ferita inferta al corpo della comunità dei credenti ed ha espresso il proprio disappunto per la posizione assunta da alcuni governi islamici a questo proposito.
L'ayatollah Khamenei ha detto: "Senza dubbio, le nazioni della regione un giorno saranno testimoni del crollo del regime sionista. Il momento esatto in cui questo si verificherà dipende dalle azioni dei Paesi islamici".
Egli ha inoltre ricordato l'avidità e la brama di dominio dei paesi occidentali, e ha detto: "I paesi occidentali non hanno mai voluto collaborare con i paesi islamici, o aiutarli. Al contrario, hanno portato la corruzione e la distruzione ovunque abbiano calcato il passo".
L'ayatollah Khamenei ha detto che gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere il controllo dell'Africa e ha dichiarato: "Gli Stati Uniti stanno tentando di creare in Africa una base per le loro forze armate, e questo rappresenta un grande pericolo. Le nazioni ed i governi africani non dovrebbero lasciare che la loro terra ed i loro paesi diventino una base per gli americani".
La Guida Suprema della Rivoluzione Islamica ha fatto poi riferimento alla necessità di promuovere il ruolo internazionale dei paesi islamici e ha dichiarato: "Se vuole raggiungere il prestigio che merita, la comunità dei credenti deve sviluppare una unità vera e la fratellanza tra i paesi islamici, e non fare affidamento su potenze interessate al dominio internazionale."
L'ayatollah Khamenei ha anche detto che l'Iran è pronto a condividere l'esperienza che ha acquisito nei vari settori scientifici ed industriali con i paesi islamici, tra cui la Mauritania.
In questo incontro, cui ha partecipato anche il presidente Mahmoud Ahmadinejad, il signor Mohamed Ould Abdel Aziz ha enumerato i progressi della Repubblica islamica nel campo scientifico, industriale e tecnologico ed ha detto che gli obiettivi raggiunti costituiscono un motivo d'orgoglio per tutti i paesi musulmani. Ha anche detto che i due paesi dovranno incrementare la loro collaborazione in diversi settori.
Il presidente della Mauritania ha ringraziato la Repubblica islamica dell'Iran per i suoi sforzi per promuovere la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo.

martedì 26 gennaio 2010

Giovanni Donzelli e il filosionismo da ultimi arrivati


L'infelicità e la sostanziale incompetenza di molte asserzioni del micropolitico in oggetto, consigliere per il piddì con la elle al Comune di Firenze, sono state più volte oggetto del nostro scherno, quando non del nostro più sincero ed aperto disprezzo.
Il 26 gennaio 2010 il Garmsar Khorush Ensemble suona nel Salone dei Cinquecento. Il giorno avanti Giovanni Donzelli carpisce anche quest'occasione per dare sfoggio dell'incompetenza di cui va fiero anche in materia di geopolitica mediorientale.
A sentir lui, il Garmsar Khorush Ensemble avrebbe dovuto far precedere la propria esibizione da "qualche parola" in ricordo della shoah, statuito che il presidente Ahmadinejad (qui stranamente indicato con il titolo che gli spetta invece che con quello di "dittatore" con cui viene correntemente designato) "ha più volte negato la Shoah".
Naturalmente Ahmadinejad non è solito indugiare in quel negazionismo d'accatto che ha fatto la fortuna di tanti scribacchini e sedicenti "storici", non foss'altro che per il fatto che la Shoah non ha riguardato neppure di riflesso la storia dell'Iran contemporaneo e che per questo storici e divulgatori locali non sono tenuti a farne l'oggetto principale del proprio lavoro. Non possiamo certo escludere che la sistematica distorsione e la traduzione appositamente mal fatta di quanto affermato in pubblico da Mahmoud Ahmadinejad in modo da farlo apparire antisemita anche quando augura un buon Natale ai cristiani del suo paese non sia retrocessa fino ai circuiti mediatici iraniani, contribuendo in qualche modo alla diffusione del negazionismo presso i mass media dediti alla propaganda di registro più basso; le molte copie del Mein Kampf tradotte in farsi da noi viste esposte alcuni anni or sono nella libreria dell'aeroporto Imam Khomeini potrebbero confermare questa impressione. In altre parole, pretendere che i musicisti del Garmsar Khorush Ensemble condannino quanto affermato -o meglio, quanto messo in bocca- al presidente del loro paese circa un argomento del quale possono benissimo essere digiuni è un po' come pretendere che l'Ensemble Modo Antiquo faccia precedere una propria esibizione a Shiraz dalla ferma condanna della guerra imposta.
L'impegno di Ahmadinejad, coerentemente con il mito fondante della Repubblica Islamica dell'Iran e con gli intenti perseguiti per decenni dal suo fondatore, va invece contro il sionismo, altera res che dalla shoah trae continua legittimazione propagandando le proprie istanze in maniera tale che chiunque contesti in modo obiettivo e documentato la politica dello stato sionista finisca sempre e comunque essere presentato come un nostalgico delle camere a gas. Convinti della strumentalità con cui l'accusa di antisemitismo viene rivolta di prassi ad Ahmadinejad qualsiasi cosa dica o faccia, traducemmo tempo fa uno dei discorsi del presidente iraniano che furono stigmatizzati dal mainstream, probabilmente senza che nessuno dei denigratori si degnasse neppure di leggerlo. Lo sottoponiamo nuovamente ai nostri lettori, affinché ne traggano le conclusioni che ritengono più obiettive.

Mahmoud Ahmadinejad con esponenti del Neturei Karta. Ebreo e sionista, sciita ed antisemita non sono affatto sinonimi, con buona pace dell'"occidentalismo" gazzettiero. [Fonte: ynetnews.com]

sabato 23 gennaio 2010

Delle elezioni, di Gianni Gianassi, di Matteo Renzi e di certe splendide pensate


La realtà toscana in generale e fiorentina in particolare sembrava aver poco risentito, fino ad oggi, della "occidentalizzazione" e del conseguente insozzamento anche morale della vita politica peninsulare. Risultati elettorali alla mano, in Toscana e a Firenze dovrebbero predominare, nelle istituzioni locali, partiti, liste ed individui portatori di tutt'altra concezione del mondo.
Non sempre è così. Anzi.
Negli ultimi anni e senza che nessuno ricordasse loro chi li aveva messi a scaldare una poltrona e perché, molti eletti dal background politico e dal sostegno elettorale teoricamente collocati a distanze siderali dall'"occidentalismo" d'accatto che sta trasformando la penisola in un carcere amriki si sono esibiti in comportamenti che susciterebbero il plauso del Gigi di Viganello[1]. La frequenza di queste alzate d'ingegno aumenta, eloquentemente, in prossimità delle scadenze elettorali. In una sola settimana dobbiamo registrarne due, particolarmente significative.

La prima è data dalla solerzia con cui Gianni Gianassi sindaco di Sesto -un comune dello hinterland fiorentino- sta cercando di spazzare sotto il tappeto i mustad'afin su cui può accanirsi. Sul territorio comunale esisteva un insediamento di disperati che avevano alzato abituri e giacigli sul sito di una delle tantissime fabbriche dismesse perfetto indice di un'economia sempre più aleatoria e terziarizzata (per usare un eufemismo). Gianassi li ha messi in mezzo di strada dalla sera alla mattina destando le ire di gente che non conta nulla, che lavora, e che per la pornografia quotidiana incarnata dalla politica "istituzionale" ostenta il disprezzo sarcastico che è giusto ostentare a fronte di una parata di lunari indossatori di cravatte che negli ultimi mesi si sono fatti notare essenzialmente per questioni vitali come l'erezione di un pallonaio nuovo o la manutenzione di un pallonaio vecchio. Bene, per trovare un tetto alle persone sgomberate, che davano problemi solo alla presentabilità elettorale di gente in via di completa "occidentalizzazione" e che erano sostanzialmente colpevoli di ostinarsi a rimanere in vita, la Firenze che non conta ha fatto come al solito dei mezzi miracoli. Gianassi mostra da anni i denti anche alle centinaia di persone che si sono insediate in un ospedale dismesso, del quale soltanto ad occupazione avvenuta (come al solito) sono emersi i problemi che lo renderebbero inabitabile.

La seconda è invece un'iniziativa del sindaco fiorentino Matteo Renzi, che durante un viaggio di rappresentanza in AmeriKKKa si sarebbe accordato nientemeno che con la fondazione Soros per ospitare in città i "blogger dissidenti".
Nel corso degli ultimi anni il ricorso a presunti blogger presuntamente dissidenti è stato frequente nelle operazioni yankee di regime change: roba che ha poco a che fare con la "democrazia" e molto a che fare con gli interessi economici degli statunitensi.
La gazzetta che riporta la notizia cita esplicitamente la "rivoluzione delle rose" georgiana.
La "rivoluzione delle rose" per un paio d'anni ha allagato la Georgia di aiuti economici, permettendo all'apprendista stregone Saakhasvili di rimettere in moto l'economia della capitale, di americanizzare la comunicazione politica e l'immagine pubblica del paese, e soprattutto di armare pesantemente il proprio esercito. Pochi mesi prima che la presidenza dell'ubriacone Bush arrivasse al termine Saakhasvili, arcisicuro del sostegno internazionale ed europeista convintissimo -la Georgia gronda bandiere della UE, come se il solo esporle numerose garantisse di fatto l'appartenenza ad un'organizzazione transnazionale la cui stabilità è obiettivamente oggetto di invidia per tutti i paesi confinanti- ha tentato di chiudere i conti con la pluridecennale secessione dell'Ossezia meridionale. A secessione stroncata, secondo lui, la strada per la NATO e per la UE sarebbe stata aperta.
Il mondo però è cambiato parecchio alla svelta, forse più alla svelta di quanto Misha deisderasse. La reazione russa è stata immediata e perentoria ed il comportamento dei georgiani sul campo ha dimostrato che mimetiche nuove e radar israeliani non bastano a garantire l'impunità di certe idiozie. La "rivoluzione delle rose" ha avuto come coronamento una ritirata simile ad uno sciopero militare e la cattura da parte dei russi di quantità enormi di armamenti e materiali; l'esercito georgiano si è chiuso a riccio su Tbilisi e nulla avrebbe impedito ai russi di arrivare con tutta calma fino al confine turco e di far sfilare Saakhasvili sulla Piazza Rossa insieme al resto delle prede belliche.
Ecco, c'è sinceramente da chiedersi per quale motivo Firenze dovrebbe ospitare manovalanza telematica dedita a roba di questo genere.

Il candidato "democratico" alla scràna di governatore è un certo Enrico Rossi, responsabile fino ad oggi di un sistema sanitario contro il quale la stampa "occidentalista" si è accanita con particolare incompetenza, fino ad appoggiare una laida battaglietta finita peggio di male. Un'occhiata all'articolo linkato illusterà anche che cosa si nasconde spesso dietro il "democratismo" della "libera stampa" e dei sondaggi d'opinione.
La propaganda elettorale di Rossi recita testualmente "Bianchi, gialli, neri, nessuno in Toscana deve morire di fame o di freddo". Sarà il caso che qualcuno vada a ricordare a Gianni Gianassi che imitare il piglio "occidentalista" nei confronti di certe questioni non è il miglior modo di contribuire a questo obiettivo. E che qualcun altro faccia presente a Matteo Renzi che ospitare in città individui attivamente dediti alla causa di un paese che nell'ingiustizia sociale ha da sempre uno dei propri pilastri è la maniera di fare anche di peggio.


[1] Gigi di Viganello. Personaggio che suppongo immaginario (ma non escludo una "macchietta" di quartiere realmente conosciuta dall'inventore dell'espressione), nominato per indicare il Ticinese qualunque, l'uomo della strada, il comune cittadino, il signor Rossi ticinese: "Parla e scrive come il Gigi di Viganello (il presidente della Lega Giuliano Bignasca, ndr) e proprio per questo tanti Gigi lo votano" (Tioblog.ch ); "Chiedete al Gigi di Viganello, o all'Orlando di Gnosca, chi sono, in Ticino, gli spacciatori di stupefacenti: 'gli asilanti africani', vi risponderebbero. Elementare Watson!" (Area7.ch). Altre volte è anche sinonimo di signor Rossi un po' ritardato: "lo sa anche il Gigi di Viganello" è espressione ormai corrente per dire "lo sanno proprio tutti", "lo sa anche l'ultimo sprovveduto". Mi pare di aver sentito questa locuzione per la prima volta sulla bocca del defunto consigliere nazionale PLR Massimo Pini (1936-2003), prima ancora che se ne appropriasse il presidente leghista Giuliano Bignasca. Non so se sia una sua invenzione rimasta nella lingua o se fosse già in uso. Per il lettore italiano: Viganello è un sobborgo di Lugano, un tempo comune autonomo, oggi incorporato nel nuovo grande comune di Lugano. Risultati Google. A volte nei testi anche in dialetto: Gigi da Viganell. (fonte: elvetismi)

venerdì 22 gennaio 2010

Utilizzo "occidentalista" ed utilizzo razionale di una forza armata


All'inizio del 2010 la propaganda "occidentalista" mostra con inaspettata onestà l'essenza dei risultati conseguiti dal governo che la controlla. La trasformazione della penisola italiana in un immenso carcere a cielo aperto governato con le menzogne e con la forza militare sta per essere portata a piena realizzazione da una gang autoreferenziale di individui che agisce esclusivamente per il conseguimento di livelli di ingiustizia sociale i più alti possibile. Una razza che Enzo Tortora ebbe a definire, in anni già sospettissimi e conoscendola bene avendo ampiamente mangiato dallo stesso piatto, come un branco di boy scout intenti a litigare tra di loro mentre si disputano i comandi di un jet supersonico.
Negli ultimi giorni di gennaio, mentre nella vicina città di Prato si susseguivano rastrellamenti stile Schutzstaffeln applauditi da sudditi ai balconi, il Corriere Fiorentino pubblica un articolo sulle condizioni della viabilità fiorentina sulla cui veridicità siamo in grado di testimoniare in prima persona. L'autostrada A1 circonda Firenze per due terzi e viene sostanzialmente -e giustamente- usata come tangenziale. I lavori per la terza corsia sono in corso da otto anni e comportano un paio di strozzature puntualmente responsabili di rallentamenti anche in assenza di altri problemi; basta un tamponamento per formare all'istante file lunghe chilometri.
La nostra esperienza di viaggiatori ci ha fatto conoscere imprese più felici in paesi in cui questo tipo di infrastrutture rappresenta un servizio vitale e non una fonte di reddito per gli azionisti. In Kirghizistan Osh e Bishkek sono unite da una larga strada che unisce il nord ed il sud del paese e che attraversa le montagne attorno al vallone di Fergana. Le opere, tra le quali una galleria lunga chilometri, sono curate da un curioso insieme di imprese che unisce statunitensi, cinesi ed iraniani.
La highway M41 costeggia il fiume che divide il Tagikistan dall'Afghanistan: la parte meno aspra del percorso, che attraversa il territorio compreso tra Dušanbe e Khorog prima di girare tutt'attorno ai picchi del Pamir, è stata allargata e pavimentata con furia rabbiosa e con estrema cura al tempo stesso, ed aperta al traffico con i lavori ancora in corso; per quanto abbiamo avuto modo di vedere il progredire dei lavori era più che rapido e si avvaleva di una mano d'opera dotata di tutti i mezzi necessari e sicuramente all'altezza del compito sia come preparazione che, soprattutto, come numero. Uno spettacolo opposto a quello dei cantieri peninsulari, intermittenti, presidiati a stento, dalla durata indefinita e indefinibile.
La propaganda "occidentalista" tiene in gran conto l'esercito: non c'è vigilia elettorale in cui la militarizzazione delle strade non venga presentata come una panacea. Noi siamo, ovviamente, di parere diametralmente opposto, ma questo non cancella una realtà di fatto che rappresenta soprattutto un costo di assoluta rilevanza per i sudditi e per tutti i lavoratori. Un qualcosa per cui tanto vale ipotizzare qualche impiego costruttivo in un esercizio sì retorico, ma che consente di contrapporre un ipotesi di utilizzo razionale delle forze disponibili a fronte di un loro abituale utilizzo "occidentalista" strumentale agli interessi dei dominatori, smentito soltanto -e neppure sempre- dall'utilizzo delle forze armate nelle circostanze eccezionali che si verificano in occasione di qualche calamità naturale.
Invece di mandarli a rastrellare disperati per il tornaconto elettorale di qualche sindaco, a cercare qualche pazzesca gloria tra le pietraie di Herat o a pavoneggiarsi per il centro di qualche città con ordinanze nuove e fucili d'assalto, lo stato che occupa la penisola italiana potrebbe utilizzare le centinaia di migliaia di armati di cui dispone per togliere dalle manine dell'imprenditoria privata alcuni settori strategici. Potrebbe cominciare proprio cacciando i privati dai cantieri autostradali e sostituendoli con reparti di genieri, e proseguire facendo a meno delle compagnie private per la sorveglianza aeroportuale; in Uzbekistan, in Kirghizistan, nello Yemen ed in altre realtà statali meno propense a prendere in giro i sudditi la cosa rientra appieno tra i compiti delle forze armate, e nessuno vi trova nulla di strano. Ovvio che nello stato che occupa la penisola italiana, in cui non vi è nulla che non sia a servizio della sedicente élite, il solo ventilare qualcosa di simile provocherebbe levate di scudi furibonde.

martedì 19 gennaio 2010

La marmaglia "occidentalista" ed il terremoto ad Haiti (reprise)


"La Nazione" è una gazzetta fiorentina che ha contribuito molto a tentare di instaurare anche in quella città il clima di terrore artefatto e di sospetto demente indispensabile al successo elettorale delle formazioni "occidentaliste"; in questo tutt'altro che lodevole intento, per la verità, ha avuto un successo infinitamente inferiore all'impegno profuso; come se non bastasse deve vedersela con una miriade di testate più o meno recenti, alcune delle quali addirittura in libera distribuzione, capaci di sciorinare cattiverie, lepidezze, ovvietà ed idiozie perfino peggiori, erodendo così le quote di mercato di questo modesto foglietto, abituato a decenni di rendita di posizione.
Ovviamente competenza, obiettività e ponderazione sono anche in questo caso -come sempre- in proporzione inversa all'accoglimento di istanze politiche "occidentaliste" ed alla propensione a farsene portavoce: non contenti del numero già elevatissimo di figuracce irripetibili in cui sono incappati nel corso degli anni, quelli di piazza Ghiberti in occasione del terremoto ad Haiti hanno superato se stessi, prima facendo lo scoop del mese intervistando in esclusiva un fiorentino sull'isola in missione ONU e dopo, ormai di pubblico dominio la notizia che l'intervista sarebbe stata per lo meno problematica in considerazione del fatto che l'intervistato era scomparso sotto le macerie causate dalla prima scossa, affastellando umili e contrite scuse. L'intera vicenda si trova su "L'Altra Città", giornale delle periferie tanto meno tronfio quanto più serio, e su Giornalettismo.
In occasione del centocinquantesimo anniversario dalla fondazione di questa gazzetta, la Provincia di Firenze organizzò, e con ogni probabilità finanziò anche, una supponente ed autoreferenziale esposizione in Palazzo Medici, irta di padrini illustri e di visitatori ingombranti in ogni senso. Sarà il caso di tenerlo presente, la prossima volta che qualche "occidentalista" ha da ridire sul modo in cui viene speso il denaro pubblico. E se "La Nazione" non festeggerà il centocinquantunesimo anno di vita, non saremo certo noi a dolerci.

sabato 16 gennaio 2010

La marmaglia "occidentalista" ed il terremoto ad Haiti


Un certo Nicola Porro ha scritto questo per una gazzetta "occidentalista". Una specie di temino in classe di una ventina di righe, in cui nel titolo si dà ad un non meglio definito anticapitalismo la colpa del terremoto ad Haiti, e nel testo si mettono insieme divagazioni di filosofia spicciola e statistiche. Uno dei tanti, troppi monumenti all'incompetenza, alla cialtroneria ed al servilismo che in "occidente" passano sotto il nome di "libertà di informazione" permettendo ai loro autori di trarre reddito da un quarto potere la cui essenza è costituita da menzogne impunite.
In tempi meno sovvertiti, in cui si aveva ancora l'insana idea che prima di mettersi alla macchina da scrivere si dovesse avere lo scrupolo di documentarsi almeno un minimo, a simili esempi di gazzettismo gurdjieffiano non sarebbe stata affidata neanche la redazione tipografica della pagina con la programmazione dei cinema a luci rosse.
Miguel Guillermo Martinez Ball è uno dei tanti blogger rimasti ai bei tempi antichi in cui raziocinio e senso critico avevano ancora diritto di cittadinanza nel mainstream, e con ben altra serietà (e sciaguratamente minore pubblico) ci ricorda alcuni aspetti della storia recente di Haiti che, non sorprendentemente, vanno proprio nella direzione opposta a quella in cui Nicola Porro vorrebbe che andassero.
Sugli aspetti di merchandising citati dall'articolo in link possiamo testimoniare direttamente, ricordando benissimo non soltanto di aver ricevuto come souvenir dagli Stati Uniti d'AmeriKKKa, nel corso degli anni Ottanta, proprio degli articoli Disney made in Haiti, ma di aver posseduto anche diverse magliette di cotone della stessa provenienza.
La città di Port Au Prince è stata colpita duramente dal terremoto. Notando il fatto che non esistono neppure statistiche concordi sul numero degli abitanti, Martinez afferma:

"...Qualunque sia il numero, è evidente che il vero disastro è quello, e dipende in larga misura da scelte umane e politiche. A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, l'immensa macchina dei think tank statunitensi, che trasformano gli interessi delle imprese americane in decisioni politiche, scelse di appoggiare il pittoresco dittatore Jean-Claude "Baby Doc" Duvalier, allo scopo di trasformare Haiti nella "Taiwan dei Caraibi", sostituendo l'agricoltura con la produzione industriale per l'esportazione, grazie al costo assai ridotto della manodopera locale. [...]
USAID, l'agenzia politico-umanitaria dell'Impero, usò il bastone e la carota per cacciare i contadini dai campi e mandarli nelle fabbriche: le eccedenze agrarie statunitensi, ampiamente sussidiate, furono riversate nel paese sia come "aiuti diretti", sia come prodotti venduti a bassissimo costo - il dittatore provvide ad abolire praticamente i dazi.
Il risultato inevitabile fu la distruzione della società contadina.
Grazie ad altri aiuti, i contadini poterono costruirsi baracche fragilissime, ovviamente nei pressi del polo industriale, cioè a Port-au-Prince.
E lì quelli che trovarono lavoro si dedicarono a inscatolare prodotti provenienti dal nuovo sistema agricolo industrializzato, che aveva bisogno di pochissima manodopera; oppure a produrre cappellini da baseball e magliette della Disney - nel solo 1993, Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, guadagnò 203 milioni di dollari, pari a 325.000 volte lo stipendio di un suo operaio haitiano.
Poi, siccome viviamo in un mondo flessibile, gli Stati Uniti mollarono tutto il progetto, lasciandosi dietro le conseguenze.

In altre parole, la debolezza economica e del tessuto sociale haitiano a tutto putrebbe essere ascritta meno che ad un "anticapitalismo" messo in mezzo apposta per far contento il target di gazzette che non perdono mai occasione per coltivare con cura il proprio pubblico, rinforzandolo nelle sue convinzioni basate sulla malafede, sull'incompetenza e su un'autocoscienza da scarafaggi.
Si dà qui traduzione integrale degli articoli in link.

Pubblicato Giovedi 14 gennaio 2010 da CommonDreams.org
Quello che non vi sentite dire su Haiti (e che invece dovreste conoscere)
di Carl Lindskoog

Nelle ore seguenti il devastante terremoto di Haiti la CNN, il New York Times ed altri media importanti hanno adottato un'interpretazione comune circa le cause di una distruzione così grave: il terremoto di magnitudo 7.0 è stato tanto devastante perché ha colpito una zona urbana estremamente sovrappopolata ed estremamente povera. Case "costruite una sull'altra", edificate dagli stessi poveri abitanti, ne hanno fatta una città fragile. Ed i molti anni di sotosviluppo e di sconvolgimenti politici avrebbero reso il governo haitiano impreparato ad un tale disastro.
Questo è piuttosto vero. Ma la storia non è tutta qui. Quello che manca è una spiegazione del perché così tanti haitiani vivono a Port Au Prince e nei suoi sobborghi e perché tanti di loro sono costretti a sopravvivere con così poche risorse. Infatti, anche se una qualche spiegazione è stata azzardata, si tratta spesso di spiegazioni false in maniera vergognosa, come la testimonianza di un ex diplomatico statunitense alla CNN secondo la quale la sovrappopolazione di Port Au Prince sarebbe dovuta al fatto che gli haitiani, come la maggior parte dei popoli del Terzo Mondo, non sanno nulla di controllo delle nascite.
Gli americani avidi di notizie potrebbero anche spaventarsi apprendendo che le condizioni cui i media americani attribuiscono l'amplificazione dell'impatto di questo tremendo disastro sono state in gran parte il prodotto di politiche americane e di un modello di sviluppo a guida americana.
Dal 1957 al 1971 gli haitiani hanno vissuto sotto l'ombra oscura di "Papa Doc" Duvalier, un dittatore brutale che ha goduto del sostegno degli Stati Uniti, perché è stato considerato dagli americani come un affidabile anticomunista. Dopo la sua morte il figlio di Duvalier, Jean-Claude soprannominato "Baby Doc", è diventato presidente a vita all'età di diciannove anni ed ha regnato su Haiti fino a quando non è stato rovesciato nel 1986. E' stato nel corso degli anni '70 ed '80 che Baby Doc, il governo degli Stati Uniti e la comunità degli uomini d'affari hanno lavorato di concerto per mettere Haiti e la sua capitale sulla buona strada per diventare quello che erano il 12 gennaio 2010.
Dopo l'incoronazione di Baby Doc, pianificatori americani dentro e fuori il governo statunitense hanno avviato un loro piano per trasformare Haiti in una "Taiwan dei Caraibi". Questo piccolo e povero paese situato convenientemente vicino agli Stati Uniti è stato messo in condizioni di abbandonare il suo passato agricolo e di sviluppare un robusto settore manifatturiero esclusivamente orientato all'esportazione. A Duvalier e ai suoi alleati fu detto che questo era il modo di modernizzare e di sviluppare economicamente il paese.
Dal punto di vista della Banca mondiale e dell'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Haiti ha rappresentato il candidato ideale per questo lifting neoliberista. La povertà radicata delle masse haitiane poteva essere utilizzata per costringerle ad accettare lavori a bassa remunerazione, come il cucire palle da baseball o l'assemblare altri prodotti di consumo.
USAID però aveva piani precisi anche per l'agricoltura. Non soltanto le città haitiane dovevano diventare punti di produzione di articoli da esportare: anche la campagna doveva seguirne le sorti, e l'agricoltura haitiana fu riorganizzata per servire alla produzione di articoli da esportare e sulla base di una produzione orientata al mercato estero. Per raggiungere questo scopo USAID, insieme con gli industriali cittadini e con i latifondisti, si è data da fare per impiantare industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, al tempo stesso incoraggiando la pratica, già in uso, di rovesciare molte eccedenze agricole di produzione statunitense sul popolo haitiano.
Era prevedibile che questi "aiuti" da parte degli americani, innescando cambiamenti strutturali nell'agricoltura, avrebbero costretto i contadini di Haiti che non erano più in grado di sopravvivere a migrare verso le città, soprattutto verso Port Au Prince, dove si pensava si sarebbro concentrate le maggiori opportunità di occupazione nel nuovo settore manifatturiero. Tuttavia, quanti arrivarono in città scoprirono che i posti a disposizione nel settore manifatturiero non erano neppure lontanamente abbastanza. La città divenne sempre più affollata e si svilupparono grandi insediamenti fatti di baracche. Per rispondere alle necessità abitative dei contadini sfollati si mise all'opera un modo di costruire economico e rapido, a volte edificando le abitazioni letteralmente "l'una sull'altra".
Prima che passasse molto tempo, tuttavia, i pianificatori americani e le élite haitiane hanno deciso che forse il loro modello di sviluppo non aveva funzionato così bene ad Haiti, e l'hanno abbandonato. Le conseguenze degli stravolgimenti introdotti dagli americani, ovviamente, sono rimaste.
Quando il pomeriggio e la sera del 12 gennaio 2010 Haiti ha subìto quel terrificante terremoto, e via via tutte le scosse di assestamento, le distruzioni sono state, senza dubbio, notevolmente peggiorate dal concreto sovraffollamento e dalla povertà di Port-au-Prince e delle aree circostanti. Ma gli americani, pur scioccati, possono fare di più che scuotere la testa ed elargire qualche caritatevole donazione.
Essi possono mettersi davanti alle responsabilità che il loro paese ha per quelle condizioni che hanno contrinuito ad amplificare l'effetto del terrremoto sulla città di Port Au Prince, e possono prendere cognizione del ruolo che l'America ha avuto nell'impedire ad Haiti il raggiungimento di un grado di sviluppo significativo.
Accettare la storia monca di Haiti offerta dalla CNN e dal New York Times significa addossare agli haitiani la colpa di essere stati le vittime di una situazione che non era frutto del loro operato. Come scrisse John Milton, "coloro che accusano gli altri di essere ciechi, sono gli stessi che hanno cavato loro gli occhi."

Carl Lindskoog è una attivista di New York City; come storico sta completando un dottorato presso la City University di New York. È possibile contattarlo a cskoog79@yahoo.com.


L'inferno di Disney ad Haiti
Haiti Progres, "This Week in Haiti,"
Vol. 13, no. 41, 3-9 gennaio 1996

Può anche darsi che gli occhioni languidi ed il seducente sorriso di Pocahontas, la più recente star a cartone animato della Walt Disney, questo Natale abbiano affascinato i bambini di tutto il mondo. Ma ad Haiti Pocahontas rappresenta l'inferno sulla terra per molte delle giovani donne che lavorano nelle zone manifatturiere del paese, secondo un recente rapporto pubblicato il mese scorso.
I lavoratori che cuciono i capi d'abbigliamento firmati dai rassicuranti personaggi di Disney non guadagnano neppure abbastanza per sfamarsi, per non parlare delle loro famiglie. Questo è quanto afferma il National Labor Committee Education Fund in Support of Worker and Human Rights in Central America (NLC), un'organizzazione newyorkese. "Gli appaltatori haitiani che producono pigiami di Topolino e di Pocahontas per le ditte statunitensi che lavorano su licenza della Walt Disney Corporation in qualche caso pagano i lavoratori anche meno di quindici gourdes (un dollaro USA) per una giornata di lavoro. Dodici centesimi all'ora, in chiara violazione anche della legge locale", scrive il NLC.
Oltre che con i salari da fame, le lavoratrici haitiane che producono abiti per i giganti della grande distribuzione statunitense devono vedersela con le molestie sessuali e con orari di lavoro estenuanti. "Haiti ha bisogno di svilupparsi economicamente e le lavoratrici haitiane hanno bisogno di lavorare, ma non al prezzo di vilolare i diritti fondamentali ddei lavoratori. Pagare undici centesimi l'ora chi cuce vestiti per Kmart non è sviluppo, è delinquenza", rincara la dose il NLC.
Negli ultimi due decenni, funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno sempre indicato nello sviluppo del settore della "trasformazione" l'antidoto alla povertà di Haiti. Nei primi anni '80, circa 250 fabbriche occupavano oltre 60.000 lavoratori haitiani a Port Au Prince. Il salario minimo era di 2,64 dollari al giorno. Ma molte di queste caienne hanno abbandonato Haiti dopo la caduta del dittatore Jean-Claude Duvalier nel 1986. Altre se ne sono andate poco dopo l'elezione di Jean-Bertrand Aristide nel 1990, che basò la sua campagna elettorale sulla retorica nazionalista, e ancora di più hanno lasciato il paese dopo il colpo di stato del 1991.
Le miserabili condizioni della Haiti di oggi la rendono un concorrente ideale nel mercato del lavoro mondiale, dicono i funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e le zone industriali manifatturiere sono di nuovo al centro del programma di aggiustamento strutturale (SAP) per Haiti perseguito adesso dall'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale (FMI).
Nonostante questo il recupero delle zone industriali manifatturiere rimane debole. Solo 72 manifatture con circa 13.000 persone erano state ripristinate al settembre 1995, secondo una agenzia del governo haitiano. Le istituzioni finanziarie internazionali sostengono che Haiti deve abbassare gli altri costi legati alla produzione di manufatti, come le spese portuali e telefoniche ed il costo dell'energia elettrica. Pertanto, la Banca mondiale sta facendo pressioni affinché siano aziende degli Stati Uniti ad assumere il controllo di questi settori chiave attraverso la privatizzazione delle industrie di proprietà pubblica ad Haiti. Intanto, spiegano gli strateghi del SAP, i salari devono essere conservati bassi e "competitivi".
Ma il National Labor Committee (NLC) ed i lavoratori haitiani sostengono che le zone manifatturiere ad Haiti, come quelle del resto dei Caraibi e dell'America centrale, sono in realtà zone in cui la schiavitù è legalizzata. "Mentre i proprietari delle fabbriche di Haiti e le società americane stanno approfittando dei salari bassi, i lavoratori haitiani stanno lottando ogni giorno per sfamare se stessi e le loro famiglie," ha indicato l'NLC in una relazione intitolata "Come diventre ricchi pagando la gente undici centesimi l'ora"
In particolare, il rapporto rileva come i proprietari delle fabbriche stiano cercando di non versare ai lavoratori di Haiti il nuovo salario minimo di 36 gourdes al giorno (due dollari e quaranta centesimi) ed afferma che più della metà delle 40 aziende che operano nel settore manifatturiero tessile ad Haiti, al momento della ricerca dell'NLC nell'agosto 1995, stessero violando la legge sul salario minimo. Il Presidente Aristide ha sollevato il salario minimo, lo scorso mese di maggio, da 15 a 36 gourdes al giorno. Anche se è stato il primo aumento dei salari dal 1984, l'NLC deve rilevare che il nuovo salario minimo "vale meno in termini reali di quanto il vecchio salario minimo di 15 gourdes valesse nel 1990 ... Dal 1 ottobre 1980, quando il dittatore Jean-Claude ( "Baby Doc") Duvalier fissò per la prima volta il salario minimo a 13,20 gourdes, il suo valore reale è diminuito di quasi il 50%".
Nelle dodici pagine del rapporto lo NLC riserva alcune delle sue critiche più taglienti ai giganti multinazionali statunitensi, come la Sears, Wal-Mart e Walt Disney Company, che appaltano alle imprese degli Stati Uniti e di Haiti. In una fabbrica di abbigliamento di qualità in cui si producono pigiami di Topolino, i dipendenti hanno riferito che l'estate scorsa avevano lavorato 50 giorni senza pause, fino a 70 ore alla settimana, senza un giorno di riposo. "Una lavoratrice ha detto al NLC che avrebbe dovuto cucire 204 paia di pigiami di Topolino ogni giorno e che la giornata le sarebbe stata pagata 40 gourdes (due dollari e sessantasette centesimi). Lei era stata in grado di farne soltanto 144 paia, per le quali era stata pagata 28 gourdes (un dollaro e ottantasette)", scrive il NLC. Il rapporto osserva che Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, ha guadagnato 203 milioni dollari nel 1993, circa 325.000 volte il salario dei lavoratori ad Haiti. "Se un lavoratore tipico haitiano lavorasse a tempo pieno sei giorni alla settimana a cucire i vestiti per la Disney, impiegherebbe circa 1.040 anni per guadagnare quello che Michael Eisner ha guadagnato in un solo giorno nel 1993", conclude il rapporto.
Nel complesso, lo NLC si è trovato davanti ad un "modello esemplare di abusi, tra i quali c'è quello dei salari bassi; così bassi che il proprietario della fabbrica ha riferito all'NLC che 'i lavoratori non possono lavorare bene perché non mangiano abbastanza'". Secondo la relazione una famiglia a Port Au Prince ha bisogno di almeno 363 gourdes ogni settimana, ventiquattro dollari e venti, per il cibo, il riparo e l'istruzione. "Ma un percettore di salario minimo, lavorando 8 ore al giorno 6 giorni alla settimana, porta a casa 216 gourdes, ovvero meno del 60% del fabbisogno di base di una famiglia", dice il rapporto.
Lo NLC addossa gran parte della colpa per il deterioramento delle condizioni dei lavoratori haitiani all'USAID, che ha impegnato 8 milioni di dollari di denaro dei contribuenti americani per la promozione degli investimenti esteri ad Haiti lo scorso anno. "Il governo americano ha mostrato un grande impegno a sostenere con decisione gli investimenti statunitensi ad Haiti, ma non ha mostrato alcun paragonabile impegno nei confronti dei lavoratori che producono per le aziende investitrici", sostiene l'NLC, rilevando che l'USAID ha reiteratamente esercitato pressioni sul governo di Haiti perché i salari rimanessero bassi.
L'NLC fa capo ai sindacati tessili degli Stati Uniti, e nota che i salari bassi ad Haiti saranno utilizzati per cercare di abbassare i salari degli altri lavoratori nelle Americhe. "I salari haitiani sono estremamente interessanti e sono più bassi di quelli della Repubblica Dominicana, della Giamaica, dello Honduras, di El Salvador, del Guatemala e del Nicaragua, altri paesi fitti di zone industriali manifatturiere. In altre parole, Haiti contribuisce a definire il tetto dei salari per l'intero emisfero occidentale", dice il rapporto. Haiti è attualmente sempre in prima fila nella corsa verso il ribasso.

[Per ulteriori informazioni, o per ordinare copie della relazione, contattare The National Labor Committee Education Fund, 15 Union Square West, New York, NY 10003-3377 Tel. 212-242-0700]
Tutti gli articoli sono protetti da copyright. Haiti Progres, Ltd. La loro riproduzione è favorita citando la fonte.
"This week in Haiti" è la sezione in inglese del settmanale Haiti Progres. Per informazioni su altre notizie in francese e in creolo, si prega di contattare il giornale al numero 718-434-8100, fax 718-434-5551, o per e-mail haiticom@nyxfer.blythe.org.



venerdì 15 gennaio 2010

E chi se ne frega


Dal sito del comune di Firenze:

15/01/2010
Ac Fiorentina, conferenza stampa del sindaco Renzi alle 12
Oggi alle 12 in sala di Lorenzo a Palazzo Vecchio il sindaco Matteo Renzi terrà una conferenza stampa per parlare dell’Ac Fiorentina. (fp)

giovedì 14 gennaio 2010

Eugenio Benetazzo: AmeriKKKa oggi



Eugenio Benetazzo ha pubblicato, scrivendo da Seattle dopo un mese di permanenza negli Stati Uniti d'AmeriKKKa, un lungo scritto di cui non condividiamo né le attribuzioni causali né molte conclusioni, a cominciare dalla connotazione della multirazzialità come negativa a prescindere e come causa prima ed ultima dei fenomeni ritratti che emerge qua e là nel testo.
Condividiamo invece, per averne avuto molte conferme indipendenti nel corso degli anni, il ritratto degli Stati Uniti che viene tratteggiato nelle ultime righe.
Secondo quanto abbiamo avuto modo di sapere, i primi campanelli d'allarme sulla deriva in corso avrebbero dovuto suonare all'inizio degli anni Settanta del XX secolo, quando la
middle class presentava comportamenti di spesa e di consumo autodistruttivi già nell'immediato.
Nel corso degli ultimi anni è avvenuto anche un cambiamento piuttosto percettibile nella strategia della sedicente "unica potenza mondiale". Un cambiamento talmente percettibile da trasparire senza difficoltà agli occhi di chiunque appartenga alla minoranza civile che non si è fatta accecare dalla propaganda. Mentre le economie di altri ed emergenti colossi, come la Cina e l'India, si espandono utilizzando metodi apparentemente pacifici, gli Stati Uniti hanno fatto ampio ricorso alla guerra per la tutela dei propri "interessi", riuscendo a fallire anche in questo.
La popolazione yankee in genere viene ritratta da Benetazzo in termini tanto realistici quanto ingenerosi. Il problema principale per chi yankee non è, e che non può quindi escludere a priori di imbattersi un giorno o l'altro nelle piacevolezze della "democrazia da esportazione", è il successo conosciuto dalla weltanschauung che la caratterizza, diffusosi senza freno alcuno su scala mondiale.


[...]Non lo avrei potuto immaginare, ma vi è un risentimento ed un odio trasversale tra le varie etnie che popolano il paese che mi ha più volte intimorito: bianchi contro afroamericani, ispanici contro afroamericani, orientali contro ispanici, insomma tutti contro tutti. In più occasioni per le strade di Miami e Chicago ho assistito ad episodi di tensione razziale stile “Gran Torino”. Chi parla con ingenuità evangelica di integrazione razziale per questo paese, probabilmente ha studiato per corrispondenza all'Università per Barbieri di Krusty (noto personaggio della serie televisiva The Simpsons).
I bianchi benestanti che fanno gli executive (dirigenti, funzionari o colletti bianchi ben pagati) si autoghettizzano da soli in quartieri residenziali che assomigliano a paradisi dentro a delle prigioni, con videosorveglianza e servizi di sicurezza privati degni del Pentagono. Di contrasto dai fast food, ai jet market, alle pompe di benzina, a qualsiasi altro retail service a buon mercato, trovate tutte le altre razze che ramazzano i pavimenti, servono ai tavoli, lavano le vostre auto, consegnano pizze a domicilio o guidano i taxi per uno stipendio discutibilmente decoroso. L'AmeriKKKa per alcuni aspetti (opportunità di lavoro per i giovani che hanno indiscusse capacità) può sembrare superficialmente un buon paese, ma se ti soffermi ad osservarla con un occhio critico, sotto sotto è un paese marcio e primitivo da far schifo, a me si è rivelato per quello che è realmente ovvero un calderone multirazziale con la maggior parte delle persone (bianchi compresi) che hanno il senso di autocoscienza di uno scarafaggio. L'americano medio (che sia un bianco, cinese, messicano o afroamericano) se ne frega assolutamente dei problemi ambientali del pianeta, della sofferenza inaudita degli animali nei loro allevamenti intensivi, delle carestie in Africa o dei conflitti in Medio Oriente, si interessa solo che possa ingozzarsi di hotdog, bere fiumi di coca cola, guardarsi il superbowl e guidare il suo megatruck dai consumi spropositati. Pur tuttavia, nel lungo termine sono piuttosto dubbioso che si possa riprendere dal processo di imbarbarimento ed impoverimento sociale che lo sta caratterizzando, per quanto potenziale bellico possa vantare, questo non lo sottrarrà dalla sorte che lo attende, prima il collasso economico e dopo quello sociale, scenario confermato anche da molte fonti di informazione indipendente che non si mettono a scimmiottare a turno a seconda della corrente politica che vince le elezioni, tipo la CNN o la FOX.

mercoledì 13 gennaio 2010

Giovanni Donzelli: un'iniziativa utile per Piazza Pier Vettori


La profonda disistima ed il sincero disprezzo ordinariamente qui espresso nei confronti di Giovanni Donzelli (un diplomato che fa il consigliere comunale per il piddì con la elle fiorentino) non devono far pensare che si debba vedere in lui la personificazione del Male, non foss'altro che per il motivo che non è possibile connotare moralmente il nulla assoluto.
Così come in questa sede si tenta di eludere dietrologie di ogni genere, si tenta allo stesso modo di evitare ogni demonizzazione fuori luogo. Dobbiamo quindi prendere atto di quanto segue: il consigliere Donzelli è capace, ogni tanto, anche di pensate costruttive. Costruttive al punto tale da superare addirittura le sue intenzioni.
Il 13 gennaio 2010, sentiti gli abitanti del Quartiere 4 e con la collaborazione di un certo Matteo Fanelli, anche lui in perenne lotta contr'i'ddegrado e per la sihurezza, Giovanni Donzelli ha annunciato una mozione per richiedere l'installazione urgente di "wc chimici" in Piazza Pier Vettori, che a sentir lui verserebbe in particolari condizioni di degrado.
Siamo assolutamente d'accordo: in Piazza Pier Vettori si trova infatti una sede della Lega Nord.
Non ci viene in mente nulla di più accostabile al degrado quello vero.
E c'è da chiedersi come mai si sia atteso fino ad oggi prima di piazzargli una latrina da campo davanti alla porta d'ingresso.

martedì 12 gennaio 2010

Giovanni Donzelli, Giovanni Gandolfo, Matteo Calì. Quando fare schifo è roba da professionisti


Esistono realtà politiche infette e fracassone. Anzi, potremmo sostenere con buoni argomenti che l'essenza stessa della politicanza "occidentalista", nello stato che occupa la penisola italiana, è rappresentata dal profluvio di istanze infette e fracassone in cui una categoria autoreferenziale composta da buoni a nulla espulsi a legnate da ogni settore produttivo e da scarti di anticamera in cravatta si esibisce ogni giorno, emulando il piglio eroico dei demiurghi e nascondendo viltà e tornaconto dietro i paraventi del buon governo e dell'interesse generale.
Una di queste realtà è rappresentata dalla laida arena dell'"occidentalismo" fiorentino, uno scostante e sordido circo equestre di periferia dotato di una sola pista sporca in ogni senso, in cui sgomitano e si affannano soubrette dismesse, giocolieri monchi, canzonettiste scacciate, pianisti frenastenici ed altri scarti di avanspettacolo. Fuori da questo tendone per lo più disertato dalle folle, mantenuto fresco e stirato da vagonate di denaro, i nomi di Giovanni Donzelli, di Giovanni Gandolfo e di Matteo Calì non dicono nulla a nessuno, com'è giusto che sia.

Giovanni Donzelli, come abbiamo avuto modo di specificare varie volte ed in più sedi, è un diplomato.
Nonostante le caratteristiche essenziali di questo signore, che di mestiere fa il consigliere comunale a Firenze per conto del piddì con la elle, terminino qui, ce n'è più che abbastanza per emettere sul suo conto qualche giudizio tranciante.
Essere diplomati, in sé, non è certo un demerito. I demeriti cominciano quando, parcheggiati da oltre dieci anni all'Università degli Studi, si ha la sfrontatezza di tessere le lodi della meritocrazia. In dieci anni, se si ha la fortuna di potersi dedicare a tempo pieno agli studi e di vivere in una città universitaria, di lauree se ne conseguono due o anche tre, senza neanche profondervi chissà quale impegno.
La notte di sabato 9 gennaio un individuo con ogni evidenza affetto da disturbi del comportamento di portata imponente ha aggredito a freddo un attivista del Centro Popolare Autogestito di Firenze Sud, ferendolo gravemente al collo e costringendo gli astanti a far intervenire un'ambulanza, che lo ha trasportato in codice rosso al pronto soccorso più vicino. Fin qui i fatti, sostenuti tra l'altro da una serie di articoli di gazzetta sorprendentemente obiettivi e privi di quei corollari demonizzanti che da vent'anni fanno da sfondo ad ogni notizia riguardi il centro sociale fiorentino che richiama artisti e frequentatori da ogni angolo d'Europa.
Su questi fatti Giovanni Donzelli, seguito a ruota dagli altri due, non ha fatto mancare un comunicato stampa scopertamente offensivo prima e ancora che inconsistente, secondo il quale la responsabilità politica dell'accaduto è dei politici fiorentini. Un po' come se noi addossassimo a Giovanni Donzelli, noto supporter delle "esportazioni di democrazia" caldeggiate dal suo "partito", la colpa di una strage di civili nel distretto di Kandahar. Fin qui niente di nuovo rispetto a quanto siamo andati sostenendo da sempre: lo sciacallaggio e la menzogna rappresentano l'essenza stessa di quella comunicazione politica "occidentalista" in cui Donzelli si crede particolarmente versato.
La novità che è interessante sottolineare in questo caso è rappresentata dal fatto che, com'è possibile notare scorrendo con attenzione il comunicato stampa, quanto accaduto fornisce al diplomato l'occasione per prendersi qualche miserabile vendetta contro chi ha avuto l'ardire di contraddire le sue ciarle continue che, perfino in sede di Consiglio comunale, devono nove volte su dieci cadere nel vuoto della condiscendente sopportazione degli astanti. Addossare responsabilità demenziali alla controparte politica è una pratica corrente di cui si è avuta prova qualche mese fa. Questo caso differisce essenzialmente perché la vittima, vuoi per l'età, vuoi per la scarsa fotogenicità, vuoi per il non essere una fanciulla in fiore di quelle che fanno sfracelli in materia di audience, esime il Donzelli anche dal dover fingere una qualsiasi vicinanza empatica ad essa.
Un episodio identico ma finito assai peggio si è verificato nello stesso quartiere la scorsa primavera, per giunta nel pieno della campagna elettorale. Purtroppo la nazionalità del colpevole non essendo tra quelle stigmatizzabili (si trattava di un extracomunitario nordamericano), né essendo il luogo del fatto tra quelli cui la si è giurata, il trio di legalisti d'accatto specificato in oggetto ha pensato bene di non scomporsi eccessivamente. Anche perché, come molti ricorderanno, la campagna elettorale fu condotta tenendo costantemente sotto i fari il palloniere Giovanni Galli e lasciando saggiamente in ombra tutti i comprimari, sulle cui competenze era meglio non dilungarsi troppo ed alle cui sparate era meglio porre un freno, pena il serio rischio di ulteriori emorragie di suffragi.
E' opinione corrente che il "centrodestra" fiorentino, schierando campioni del genere, sia ormai in grado di perdere le elezioni anche in assenza di un'eventuale controparte. La rettorica ciarlatoria di Giovanni Donzelli deve aver finito per irritare profondamente anche gli altri consiglieri, che hanno pensato bene di restituirgli la pariglia alla prima occasione utile, capitata per puro caso appena qualche ora dopo...

domenica 10 gennaio 2010

I fatti di Rosarno secondo Sherif el Sebaie


Dal blog di Sherif el Sebaie si riporta, con alcune piccole modifiche per adattare lo scritto al registro linguistico ed al vocabolario consuetamente utilizzati in questa sede, una serie di considerazioni sui fatti di Rosarno.
Anche stavolta la classe politica peninsulare non ha perso occasione, specie quella nei ranghi governativi, per dare di se stessa il consueto spettacolo miserabile. Non c'è nulla di imprevedibile o di poco logico, in questo: la classe politica è perfetto specchio dei sudditi che l'hanno prodotta e votata, i quali sudditi sono ancora a larga maggioranza arciconvinti di dover difendere dal Nemico anarconaziislamocomunista rossoneroverde una realtà sociale e geopolitica che è di fatto una laida accademia della pornografia, degli stracci firmati, dei debiti, della cocaina e di altre irrinunciabili "libertà", dipinta ogni giorno come un'Arcadia per eletti da un giornalame connviente in blocco.

La piana di Gioia Tauro è stata fino all'altro ieri il palco oscenico dei Don Ciccio Mazzetta e degli scandali alla luce del sole: una contrada dove le organizzazioni criminali hanno un controllo capillare del territorio e delle sue attività. Vedere gente che ha sguazzato per decenni in questo brodo andare a caccia di poveri spalleggiata dai robocop della gendarmeria è uno spettacolo che si commenta da solo.

Dente per dente. Cittadino-controcittadino.

Qualcuno dovrà pur incominciare a chiedersi per quale motivo, ciclicamente, migliaia di immigrati si sollevano violentemente in questo paese. Stavolta era il turno degli africani di Rosarno ma appena tre anni fa erano i cinesi di Milano a sfasciare macchine, rovesciare cassonetti e prendersele di santa ragione da agenti anti-sommossa. In qualsiasi altro paese del mondo civile, il fatto che migliaia di persone (indipendentemente da colore della pelle, confessione o status giuridico) facciano cose simili per chiedere, semplicemente, "rispetto" dovrebbe suonare come un campanello d'allarme. Quello che è successo a Rosarno era pienamente prevedibile, quindi. Cosi come era previdibile ciò che è capitato a Milano prima. Dopottutto è solo un assaggio di ciò che succederà molto più spesso in futuro, possibilmente in forme ancora più partecipate e massicce e quindi decisamente più preoccupanti. A più riprese ho preannunciato il momento in cui la situazione sarebbe precipitata e, ve lo assicuro, non è ancora precipitata. Eppure, ogni volta che lo faccio, vengo tacciato con le accuse più strambe e i commenti più fantasiosi.

Lo stato che occupa la penisola italiana non è più un paese di "recente immigrazione". Quelli che non se ne sono resi ancora conto dovrebbero metterselo nella zucca. Tanto per incominciare, ci sono già milioni di immigrati regolari: hanno messo radici, partorito figli e ora i loro figli stanno mettendo al mondo altri figli. Siamo alla terza generazione, ormai. Passa veloce il tempo, neh? E non ho intenzione di ripetere la tiritera degli "immigrati che fanno i lavori che i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana non vogliono più fare". I lettori onesti sanno benissimo che, anche se pagati il giusto, la generazione che ha come massima aspirazione il velinismo e il Grande Fratello non si metterà mai a raccogliere arance e pomodori. L'ha scritto benissimo un mio commentatore qui. I giovani più bravi, invece, prima o poi fanno le valigie e approdano in paesi che finanziano la ricerca e la creatività. Mi limito solo a dire che gli immigrati sono un dato di fatto, clandestini inclusi. Piaccia o meno. Se ci sono è perché servono. Altrimenti non ci sarebbero. Ed è curioso che il governo si ostini ancora a centellinare i posti nel decreto flussi quando i dati imprenditoriali dimostrano inequivocabilmente che senza un numero crescente di immigrati regolari interi settori dell'economia peninsulare crollerebbero.

Ciò che sorprende veramente, però, è che gli altri paesi di immigrazione - nel bene o nel male - abbiano escogitato qualche tipo di modello, qualche straccio di soluzione, seppur manchevole o migliorabile. Nello stato che occupa la penisola italiana sembra invece che la volontà premeditata sia proprio quella di non fare niente non solo per non assumersi la responsabilità dell'azione ma per accolarsi il merito dell'inazione. Se quindi la situazione è esplosa in Francia, immaginate cosa può accadere in un paese come lo stato che occupa la penisola italiana, che non riconosce praticamente nessun diritto in cambio dei doveri che pretende e che - anche se a qualcuno non risulta - ottiene. Cosa potrebbe succedere in uno stato in cui non si riesce neanche a consegnare un permesso di soggiorno in tempi ragionevoli, tanto da costringere gli immigrati a fare uno sciopero della fame? E basta con le balle: "la burocrazia", "i fannulloni", "anche i sudditi peninsulari patiscono i disguidi". Non è vero: è cosi facile ottenere o quantomeno pretendere (giustamente) i propri diritti "cammuffandosi" da suddito dello stato che occupa la penisola italiana (ove possibile) quanto è difficile farlo dichiarando nome, cognome e cittadinanza di uno stato diverso.

E' alquanto significativo, poi, che i cittadini [cittadini? N.d.R.] di Rosarno che ora stanno incassando la condanna della "violenza dei negri" da parte di tutti, siano gli stessi che hanno votato un comune sciolto per infiltrazioni mafiose, quelli che hanno sparato agli immigrati con i fucili a pallettoni provocando la loro reazione nonché gli stessi che - in una frenetica caccia allo straniero - hanno percosso, gambizzato, tentato di investire con le loro macchine gli africani che erano letteralmente ridotti in schiavitù e trattati come bestie sotto i loro occhi e nei loro campi. Ed ora hanno pure la faccia tosta di protestare contro la presenza degli stranieri, chiedendo "il rispetto della legge". E non sapevano chiederla prima, l'applicazione della legge? E cioè prima di votare una giunta in odor di mafia e di tollerare questa situazione incivile sulla loro terra? E poi quale legge? La Bossi-Fini? Tanto per incominciare la maggioranza degli immigrati africani coinvolti erano regolari. E poi la Bossi-Fini è in vigore dal 2002. Eppure lo stesso ministro dell'interno ha affermato che "In tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un'immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall'altra ha generato situazione di forte degrado". Qualcosa non quadra. O sbaglio?

C'è chi chiede ai politici di non concedere diritti di cittadinanza o di voto agli immigrati, almeno non a quelli islamici. Ora, se tanto mi dà tanto, quelli che hanno messo Rosarno a ferro e a fuoco erano cristiani o animisti. E infatti nessuno ha sottolineato la loro fede. Concedere la cittadinanza o il voto, secondo questi signori, sarebbe un rischio "da sprovveduti" perché potrebbe creare un "cittadino «contro-cittadino»". E quello che è successo a Rosarno cos'era? Un immigrato - regolare o clandestino che sia - «contro-cittadino»? Le botte erano le stesse, per quanto mi risulta. La verità è chi ha paura di concedere diritti agli immigrati (la cittadinanza, il permesso di soggiorno o il voto amministrativo) ha in realtà paura che, concedendo il voto a gente che lavora onestamente e si spacca la schiena per pochi euro, ci sia il rischio concreto di ritrovarsi con dei cittadini che non votano giunte mafiose. E sai che disastro, per l'immagine dello stato che occupa la penisola italiana nel mondo?

venerdì 8 gennaio 2010

Trento: protesta la Lega Nord in provincia "Niente ebrei a pulire i nostri uffici"


Il Carroccio ha avanzato la richiesta di licenziamento nei confronti della ditta che ha l'appalto
Il presidente del Consiglio Giovanni Kessler prende le distanze: "Discriminazioni non se fanno"

Trento, la Lega in Provincia chiede la rimozione dell'impresa
"Niente ebrei a pulire i nostri uffici. Abbiamo dati sensibili"
di PIERLUIGI DEPENTORI

TRENTO - "Via quegli ebrei dai nostri uffici. Sulle nostre scrivanie ci sono dati sensibili e loro possono mettere le mani ovunque".
Neanche fosse un ufficio del Pentagono, la Lega Nord ha chiesto di dare il benservito alla ditta di pulizie che ha in appalto il lavoro negli uffici del Consiglio provinciale di Trento. Troppo forte, secondo gli esponenti del Carroccio, il rischio che "quei lavoratori abbiano accesso ai nostri computer carpendone le informazioni". La richiesta di licenziamento è stata fatta attraverso una lettera che il capogruppo Alessandro Savoi ha indirizzato al presidente del Consiglio provinciale Giovanni Kessler, che ne ha subito preso le distanze chiarendo che "discriminazioni non se fanno".
Nella lettera, Savoi non le mandava certo a dire: "Siamo un partito che ha una posizione chiara nei confronti dell'ebraismo. Non ci pare opportuno, né sicuro, che dei lavoratori di quella religione possano muoversi indisturbati nei nostri uffici, avere accesso ai computer", osserva il capogruppo leghista.
A complicare il rapporto tra l'impresa di pulizia e i consiglieri del Carroccio ci sarebbe stata anche una recente scoperta. "Uno dei nostri - osserva il segretario trentino del partito, Maurizio Fugatti, l'onorevole che propose lo stop alla cassa integrazione per gli stranieri - arriva negli uffici del gruppo sempre molto presto, prima delle sette. Ebbene, in un paio di occasioni ha pure trovato questi lavoratori ebrei che dormivano sui divani dei nostri uffici. Così, non ci pare possibile andare avanti. Debbono essere presi dei provvedimenti, con questa impresa di pulizie noi non vogliamo avere più a che fare".
Quella contro gli ebrei è solo l'ultima invettiva dei leghisti trentini. Basti ricordare l'iniziativa dell'ex senatore Enzo Boso sui treni - ben prima di Mario Borghezio e dei suoi show - per riservare vagoni ferroviari ai "poveri italiani" obbligando gli extracomunitari a spostarsi creando uno scompartimento separato. Quanto alle pulizie in Consiglio provinciale, il primo a intervenire contro Savoi è il rav trentino, Aboulkheir Bregheche. "È tutto ridicolo - afferma - un'ulteriore iniziativa propagandistica sulle spalle degli ebrei. Io non credo che un cittadino di fede ebraica quando va all'ospedale debba chiedere al medico di quale religione sia o se vota per la Lega". E mentre la Cgil parla di "puro razzismo", il consigliere provinciale del Pd Bruno Dorigatti non usa mezzi termini: "Se sono disponibili a fare loro personalmente le pulizie, le facciano. Questo è l'ennesimo attacco bislacco della Lega che fomenta l'odio razziale". Ma le critiche arrivano anche dal Pdl. Per il capogruppo Walter Viola "si tratta di un'esagerazione. Il problema, semmai, è che l'impresa faccia bene il proprio lavoro e non la religione di chi lo fa".
Due anni fa i leghisti avevano raccolto un migliaio di firme contro la concessione da parte del Comune di Trento di una sala adibita a centro culturale ebraico. Recentemente la Lega aveva inoltre chiesto all'assessore all'istruzione di permettere agli alunni ebrei di seguire le normali lezioni solo dopo un periodo in speciali "classi di inserimento".


No, non c'è niente di strano. L'articolo esiste veramente e è uscito su Repubblica. Ci siamo soltanto presi la libertà di sostituire con "ebrei", "rav", "ebraismo" ed "ebraico" i vocaboli "islamici", "imam", "Islam" e "islamico".
Così, giusto per vedere l'effetto che faceva.

Altra considerazione gustosa: cosa ci sarà mai di tanto compromettente in un computer di un ufficio provinciale? Si teme forse che i log denotanti visite a siti dal contenuto difficilmente giustificabile dal punto di vista lavorativo vengano -giustamente- resi pubblici?
O si deve anche supporre che l'"occidentalismo" leghista ignori, tra le altre cose, anche l'utilità delle password (le criptazioni lasciamo perdere, non ci si accanisce sui minus habentes)?

giovedì 7 gennaio 2010

Massimo Pieri: dedicare una strada di Firenze a Fabrizio Quattrocchi


Massimo Pieri è un consigliere comunale fiorentino, in quota piddì con la elle, che deve essersi legato al dito certe questioni. Prima di disfare il nodo ha atteso con pazienza un certo pronunciamento della magistratura -per una volta tanto non tacciata di filocomunismo, sembra- e poi ha proposto di intitolare a Fabrizio Quattrocchi una strada del Comune di Firenze.
Altre amministrazioni meno pacifinte e pensabeniste pare abbiano già provveduto da anni; a giudicare dalle condizioni e dalla collocazione delle strade e delle piazze che toccano ai beniamini della politicanza "occidentalista", non sapremmo dire se Fabrizio dovrebbe sentirsi più lusingato o più offeso dalle intenzioni espresse da Massimo Pieri.
Fabrizio Quattrocchi, per chi non lo ricordasse, fu una delle "guardie del corpo" rapite da chissà chi in Iraq nel 2004, l'unico a concludere nel peggiore dei modi la disavventura del rapimento.
In questa sede non si fanno dietrologie -per quanto possibile- e non si avanzano supposizioni di alcun genere su che cosa abbia portato Fabrizio Quattrocchi a recarsi nell'Iraq appena aggredito ed in preda ad almeno quattro guerre l'una dentro l'altra: sunniti contro sciiti, curdi contro tutti, yankee contro "fedelissimi di Saddam", regolamenti di conti tra bande criminali... Un ambientino in cui i margini di utile di tanti "ricostruttori" yankee sono stati annullati dalle enormi cifre necessarie a mantenere un apparato privato di protezione accusato nel corso degli anni di essersi arrogato arbitrii di ogni genere. Un mare magnum di insidie, delazioni, colpi di mitra e bombe a bordo strada nel quale non si capisce bene come intendesse muoversi uno che faceva il panettiere a Genova.
A detta di Pieri la magistratura ha sentenziato che “Non ci sono prove né testimonianze che possano dimostrare che Fabrizio Quattrocchi svolgesse compiti da mercenario, ovvero compisse azioni di guerra o guerriglia al soldo di un Paese straniero”.
E' verissimo.
E' una cosa che siamo in grado di confermare appieno, servendoci di un certo comunicato stampa, rilasciato a caldo da non meglio identificabili "amici di Quattrocchi" il 15 aprile 2004:

16.09 - GLI AMICI DI QUATTROCCHI SCRIVONO LETTERA-COMUNICATO. "Questo comunicato è alla memoria ed in onore del nostro concittadino Fabrizio Quattrocchi costretto a morire in uno Stato straniero per avere quella gratificazione economica che la nostra Costituzione dovrebbe garantirgli". Inizia così una lettera-comunicato che i colleghi e gli amici di Fabrizio Quattrocchi hanno voluto leggere ai giornalisti che tuttora presidiano l'ingresso dell'abitazione dove si trovano i familiari dell'ostaggio ucciso.

Niente bandiere straniere da servire: la cosa era chiara già allora. Tutto pro domo sua.
Non c'è precario o cassintegrato che non dovrebbe ritenerlo un lodevole esempio di intraprendenza; un manager di se stesso, come andava di moda dire prima che la faccenda delle partite IVA e delle "collaborazioni" si rivelasse per quello che è, ovverosia il modo per trasferire di fatto le conseguenze del rischio d'impresa sulle ultime ruote del carro.
Vale la pena sottolinare anche un altro fatto: più o meno nello stesso periodo e negli stessi anni ci furono altri casi di rapimenti o di disavventure di vario genere, in cui incapparono abitanti della penisola italiana poco inclini ad impugnare le armi ma curiosi di realtà mediorientali diverse dai topless di Sharm el-Sheikh; nei loro confronti politicanti e gazzettieri, specie uno noto per la repulsiva grassezza e per le sue repellenti "posizioni" da "ateo devoto" o roba del genere, furono molto meno concilianti arrivando a ventilare nero su bianco l'addebito per intero ai malcapitati delle cifre resesi necessarie per rimpatriarli. Un utilizzo molto disinvolto dei due pesi e delle due misure: esattamente quello che ci si aspetta da quei grassoni viziati e irresponsabili in cui ogni "occidentalista" che si rispetti può ritrovare le proprie istanze.
Alla spaventosa fine di Fabrizio Quattrocchi la marmaglia gazzettara e gli appastati alla greppia della politica istituzionale imposero di conferire un'aura di martirio. Come se da allora ad oggi centinaia di iracheni e di afghani non fossero morti in modo altrettanto atroce; i progressi in fatto di drones e di elettronica mettono le perdite collaterali addirittura in condizione di non sapere neppure chi devono ringraziare. Non è dato sapere quali "garanzie" di "gratificazione economica" offrano, ai loro cittadini, le costituzioni della Repubblica Irachena e della Repubblica Islamica dell'Afghanistan. C'è perfino da pensare che siano morti gratis...
La nostra convinzione è che l'intera vicenda Quattrocchi sia stata solo uno dei molti casi -ormai sono quotidiani, non val più la pena contarli- in cui la sedicente "classe politica" peninsulare e la correlata e coreferente gang di gazzettieri sono riusciti a dare di se stessi il più miserando degli spettacoli. Uno spettacolo che è perfetto campionamento e rappresentazione dei desideri, dei "valori" e degli interessi dei sudditi: su questo nessuno ha da ridire e neppure da farsi illusioni.
I primi anni dopo l'aggressione yankee all'Iraq hanno in un certo senso costituito una sorta di passerella per il peggio che il mainstream, e purtroppo non solo quello, fosse in grado di produrre in materia di incompetenza qualunquista, qualunquismo incompetente, piccineria, obesità mentale e cattiveria spicciola. Il trionfo di un kali yuga in cui la diciassettenne mal depilata che vanta su un rotocalco il proprio passato di ladra di merendine all'asilo costituisce per i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana un soggetto cui delegare la propria rappresentanza politica più volentieri che ad un premio Nobel.
Lo scritto pubblicato all'epoca da Wu Ming, probabile prodotto di qualcuno mandato su tutte le furie dal comunicato di cui sopra, espose considerazioni assai più caustiche delle nostre. Lo riportiamo tale e quale, ricordando ai più giovani che il titolo dell'articolo è lo slogan che caratterizzò, nel 1994, la prima campagna elettorale dell'individuo che a tutt'oggi ricopre la carica di primo ministro nello stato che occupa la penisola italiana.

Un milione di posti di lavoro - di Wu Ming 1

Leggo che, dopo la morte di Quattrocchi, le varie "aziende che si occupano di sicurezza" e "protezione ravvicinata" sono state inondate di richieste d'ingaggio da parte di baldanzosi giovini e nemmeno-più-tanto, tutti aspiranti eroi.
"Franco, 35 anni, di Genova, ex marò della San Marco, ho operato nelle missioni italiane di pace in Kosovo. Body guard davanti alla discoteca (omissis) di Pietra Ligure. Chiedo di partire per l'Iraq. Attendo risposta presso l'indirizzo di posta elettronica (omissis)"
"Enrico, 27 anni, di Bologna... [già] paracadutista nella Folgore, altezza un metro e novanta, peso 88 chili, esperto in judo, maneggio con disinvoltura Beretta 92S. Pronto a partire in zona di guerra. Attendo risposta".
Queste, tratte da La Repubblica del 18 aprile, sono due delle numerose mail spedite compilando questo modulo:
https://secure.bodyguardservers.com/upload/maianuploader.php
L'Unità del giorno dopo, a pag. 5, ci informa che gli ingaggi passano anche "attraverso una rete speciale, alcune chat collegate ai siti porno". Nulla di strano, è dal rapimento di Elena che si mischiano guerra e patonza.
Nel box a fianco, veniamo a sapere che Roberto Gobbi, titolare dell'agenzia Ibsa, è furibondo con l'intermediario genovese che ha ingaggiato e spedito in Iraq i suoi amici, tra i quali Quattrocchi: "E' uno schifo, lui sapeva bene com'è la situazione in Iraq e sapeva anche che non erano all'altezza di un compito del genere."
Io faccio un'accorata richiesta al signor Gobbi e ai suoi colleghi delle varie DTS, DynCorps etc.: non siate troppo severi, date una possibilità a questi virgulti d'Italia. Assumeteli, prendetene quanti più potete. I nostri ragazzi hanno bisogno di faticare per comprarsi la casa, e purtroppo gli tocca farlo all'estero, che ormai qui in Eurabia i lavori migliori se li prendono gli arabi e i negri e a noi ariani tocca emigrare con la valigia di cartone (e armati fino ai denti).
Assumeteli tutti, e smollateli nel carnaio iracheno. Tutta esperienza, non può che fargli bene. Ma soprattutto farà bene a noialtri, con svariati fasci tolti dalle strade e scarse probabilità che tornino.
Anche l'ingresso della discoteca (omissis) diventerà un posto migliore.
Per non parlare di Bologna, che senza Enrico e la sua Beretta sarà di certo più vivibile.
(19 aprile 2004)

martedì 5 gennaio 2010

Giovanni Sartori, i "pensabenisti" e la cosiddetta "integrazione degli islamici"


E' noto che il Corrierone è stato costretto nel corso degli anni, per motivi di cassetta e di scuderia, ad insistere sull'operazioncina De Bortoli - Fallaci fino a superare i limiti del ridicolo. Più o meno lo stesso hanno dovuto fare parecchi dei suoi collaboratori. Anche Giovanni Sartori ha alternato dunque, nel corso della sua produzione, trafiletti "occidentalisti" ad altri di ben più ponderata serietà. Ci esprimemmo in merito a suo tempo.
Il 20 dicembre 2009 Giovanni Sartori occupa una dozzina di righe sul Corriere della Sera, nelle quali fa torto marcio alle proprie competenze -e a quelle dei suoi lettori che non abbiano delegato all'"occidentalismo" da parrucchiere il proprio senso critico- facendo un monco riassuntino degli ultimi millequattrocento anni di storia per trarne, quale succo essenziale, la conferma della "non integrabilità" degli "islamici", qualunque cosa siano gli "islamici".
Le linee guida identificabili nel brevissimo scritto sono quelle care all'"occidentalismo" da bar: la malvagità metafisica dell'Islam ed una concezione della storia improntata ad un'incompetenza disarmante prima ed ancora che a parzialità.
Qualcosa di sorprendente, dato il personaggio in questione.
Tutto lo scritto è stato prodotto per mettere in cattiva luce un certo progetto di legge sulla "cittadinanza a cinque anni" o roba simile, sottoscritto da Gianfranco Fini: un politico di lunghissimo corso colpevole di aver iniziato dalla sera alla mattina a dare ad intendere all'elettorato di essere "altra cosa" rispetto al padrone del suo partito. Un crimen laesae maiestatis inemendabile, nella politicanza "occidentalista" che non ammette né discussioni né dubbi, neppure quelli fatti per finta ad uso del gazzettaio e di una pluralità di opinioni che è una burla spregevole.

Dopo aver incassato una serie di confutazioni e di smentite intonate su tutto il registro che va dalla sufficienza sprezzante alla correzione documentata, Sartori ritorna sulla questione un paio di settimane dopo, con uno scritto in cui dimostra di non aver affatto colto alcuni aspetti fondamentali della questione, primo tra tutti il fatto che non si capisce chi e per quale motivo dovrebbe rilasciare il certificato di "islamico" a qualcun altro, cui è conseguente la banalissima constatazione, verificabile da tutti nella vita quotidiana, che i credenti sono, purtroppo, una risicata minoranza della mole di immigrati provenienti dall'Africa settentrionale e dal Medio Oriente.
Purtroppo, perché la consapevolezza di un'identità forte e difficilmente attaccabile da "valori" dell'"Occidente" sintetizzati a meraviglia da una produzione mediatica che considera biancheria osé e smalto sulle unghie -insomma, l'indotto dei consumi di lusso- come la massima espressione possibile della "libertà".
Abbiamo ragione di credere, in altre parole, che la vera colpa dei credenti sia quella di non farsi ridurre a consumatori standardizzabili, ostinati come sono nello hijab -meno lavoro per parrucchiere ed estetiste, per tacere dei sarti stilisti- e nel desiderare di non mangiare maiale e di non bere alcolici.
La realtà quotidiana di immigrati presentati come "islamici" tout court in processi mediatici senza appello e senza difesa, è fatta invece di disconferme continue, di prese in giro, di odio bello e buono, di colpevolizzazioni a priori, di giudizi sbrigativi, incompetenti e ridanciani. Quanto basta per gettare chiunque in una condizione di isolamento di fatto e di disperazione in cui tutto diventa possibile.
I casi in cui crimini efferati vengono presentati come diretta conseguenza dell'appartenenza all'Islam di almeno una delle parti in causa sono continui e assolutamente privi di fondatezza, dal momento che nessun monoteismo conosciuto prescrive ai suoi adepti comportamenti truffaldini od omicidi. Né, tanto meno di dare prova di avvenuta "integrazione" come la dette quell'Azouz Marzouk indicato come pluriomicida ed incendiario, la cui condotta di vita da tutto può esser stata determinata ed ispirata meno che dall'adesione all'Islam.
L'idea di un esercito di credenti in marcia per issare la mezzaluna sulla cupola di San Pietro -unito e coeso come una falange- allo scopo di vendicare Lepanto e Poitiers (e domenica alla Lazio gliele suoniamo cinque a zero) trova tante e tali disconferme nella vita quotidiana da poter essere tranquillamente derubricata ad ideazione a contenuto persecutorio, come abbiamo innumerevoli volte fatto in questa sede.
In quest'ottica il risibile vocabolo di "pensabenisti" con cui Sartori definisce quanti hanno mostrato scetticismo nei confronti delle argomentazioni da lui addotte non sancirà alcuna rivoluzione lessicale. Al massimo, contribuirà ad arricchire la fantozziana panoplia della ciancia "occidentalista" adatta alle casalingue ed agli strateghi da caffé, al pari del "pacifinti" lanciato qualche anno fa contro chi sosteneva, con ottime argomentazioni, che le avventure afghane ed irachene sarebbero state tutt'altro che le passeggiate militari messe in conto dall'ubriacone Bush e dalla sua congrega di manutengoli.

venerdì 1 gennaio 2010

Iran: quando un "occidentalismo" da cialtroni si traveste da informazione libera


Tehran. La partecipazione alle manifestazioni filogovernative del 30 dicembre 2009, presentate come "proteste contro la profanazione di Ashura", ha avuto una portata imponente.

I palinsesti e gli agenda setting degli ultimi giorni del 2009 hanno visto le notizie provenienti dall Repubblica Islamica dell'Iran dapprima susseguirsi con ritmi frenetici, e poi passare rapidamente in secondo piano.
Non è dato conoscere tutti i motivi alla base di un simile -e rapidissimo- cambiamento di prospettive, ma qualche ipotesi si può fare.
Molte gazzette hanno dovuto riporre di gran carriera nel cassetto i toni da grandi occasioni: sostantivi come "caos" e "rivoluzione" faranno anche presa sul pubblico, specie se composto da sudditi che della realtà iraniana non hanno alcuna cognizione, ma sono poco utili per una rappresentazione appena decente della realtà delle cose. Invece di tenere i mass media e i rappresentanti istituzionali della Repubblica Islamica in poca o nessuna considerazione, sarebbe il caso di prestare loro un minimo di credito: facendolo, si controbilancerebbero le farneticazioni della torma di "occidentalisti" d'accatto cui da trent'anni viene data carta bianca in materia. Un simile comportamento implica però per lo meno un minimo di obiettività, di buona fede e di competenza; tre concetti assolutamente estranei ai mass media "occidentali" ed al mainstream in particolare.
Le gazzette si sono arrampicate sugli specchi prendendo per buono ogni rumour che servisse ad avallare una versione "occidentalista" degli avvenimenti in corso: la notizia secondo la quale un aereo sarebbe stato pronto al decollo per portare Khamenei e famiglia in Russia viene accompagnata da considerazioni del tipo "l governo iraniano muove la piazza, ma in realtà non sarebbe così sicuro del sostegno mostrato da migliaia di persone scese per le strade del Paese", che in altre parole significano "Esiste una correlazione eloquente tra la massa di persone che le forze politiche di governo sono in grado di portare in piazza ed il numero di suffragi che esse forze hanno ottenuto a giugno; ci piacerebbe tanto che in Iran scoppiasse una rivoluzione vera e propria con noi in prima fila ad allagarvi la casa di immagini sanguinose e di bandiere a stelle e strisce portate da comparse compiacenti, ma la realtà pare vada in tutt'altra direzione sicché a noialtri tocca prenderne atto e cercare di confondere le acque il più possibile, affinché non ne prendiate atto anche voi sudditi, ché potrebbe venirvi qualche strana idea tipo mandare a quel paese noi e chi ci dà da mangiare".
Aereo pronto al decollo o no, Mahmoud Ahmadinejad aveva prospettato per il 30 dicembre una mobilitazione popolare imponente, e contrariamente a moltissime sue controparti "occidentali" è stato buon profeta.
Si notino le immagini e le si paragonino a quelle della "onda verde". I manifestanti filogovernativi reggono pochi cartelli in inglese, espongono scritte in farsi ed usano bandiere che hanno significato in un contesto locale. L'esatto opposto, dal punto di vista iconografico, di quanto compare nelle manifestazioni antigovernative, le cui istanze sembrano dirette più che altro all'opinione pubblica internazionale raggiunta dai mass media amici.
Irib.ir asserisce che, a fronte di scontri di piazza verificatisi essenzialmente a Tehran, manifestazioni filogovernative si sono svolte in molte città del paese: se a Qom e a Mashad l'esecutivo può permettersi di giocare sul sicuro, la stessa cosa non era da considerarsi scontata a Tehran stessa, dove invece il corteo filogovernativo ha dato l'impressione di raccogliere centinaia di migliaia di persone, spiazzando gazzettieri e scaldapoltrone che da trent'anni dànno per scontato il crollo imminente dell'assetto statale retto dalla costituzione del 1979.
Esistono anche molti video che mostrano fiumi di gente impressionanti inneggiare ad Husayn, in manifestazioni che vengono presentate come "di condanna per la dissacrazione di Ashura".
Un bel guaio, per la "libera informazione"; come fare per edulcorare una realtà che si ostina a marciare in direzione opposta a quella auspicata e minaccia addirittura di eludere le lenti deformanti deliberatamente utilizzate per illustrarla ai sudditi? Non resta che minimizzare con ogni mezzo e relegare tra le righe la presa d'atto dello stato di cose, continuando affannosamente la ricerca di qualunque voce di corridoio possa servire a proseguire con il battage denigratorio: ecco spiegato il rapido passare in secondo piano dell'intera questione.
Quella della sistematica semplificazione e deformazione delle realtà geopolitiche è una battaglia faticosa, da condurre oltretutto in crescente solitudine adesso che perfino tra le lobby e i think tank che influenzano il corso della politica estera yankee la "democrazia da esportazione" ed il sionismo da Bar Sport hanno lasciato il posto ad una visione più realistica della situazione internazionale.
Redattorucoli obesi e mentitori di professione rischiano seriamente di dover fare a meno , almeno per qualche tempo, dell'avallo autorevole su cui hanno potuto contare per tanti anni.