martedì 18 dicembre 2018

Alastair Crooke - Dopo le elezioni di metà mandato Trump continuerà a mettere a rischio il commercio mondiale e la sfera economica del dollaro?



Traduzione da Strategic Culture, 12 novembre 2018.

Le elezioni di metà mandato ci sono state. Non c'è stata nessuna "ondata blu" e il risultato è stato tale che entrambi i principali partiti possono affermare di averle vinte. In concreto nessuno si è imposto in maniera decisiva, e Trump se l'è cavata meglio di quanti pensavano. Piuttosto vi sarà una polarizzazione ancora maggiore a livello popolare, e un'opposizione al Congresso ancora più intransigente. Il che significa maggiori difficoltà per portare avanti il paese, e l'aria di crisi e il clima di assedio attorno alla Casa Bianca si faranno ancora più grevi. La promessa di ulteriori tagli alle tasse adesso sembra una chimera, e lo stesso vale per qualsiasi ulteriore grande aumento alla spesa militare (addio allo sperpero per un altro missile a medio raggio?). Controllare il finanziamento del deficit fiscale statunitense non diventa più facile, e diventa più probabile che l'aumento nei tassi di interesse farà calare la disponibilità di spesa federale con la crescita inesorabile degli interessi di un debito che è arrivato al 106% del PIL statunitense o, se il fenomeno verrà ignorato, porrà le condizioni per una grave crisi nei finanziamenti.
Secondo una vecchia prassi, quando un leader trova ostacoli nella realizzazione del programma di politica interna si imbarca in qualche intrapresa al di là della frontiera, di quelle che a prima vista possono apparire più semplici che non il battagliare con le fragilità della propria legislatura, e che invece spesso si rivelano dolorosamente diverse dal previsto. Dopo le elezioni Trump imporrà qualche cambiamento alla propria linea in politica estera?
Si sa che dapprincipio la politica "alla Times Square" del Pentagono lo ha fatto sentire frustrato; con questa espressione si indica la risposta che il generale Mattis avrebbe rivolto a Trump quando questi, nel corso di un incontro per fare il punto della situazione, gli aveva chiesto perché dopo sedici anni di fallimenti gli USA mantenessero ancora tanti soldati in Afghanistan, perché ce n'erano ancora tanti in Corea e perché gli USA erano ancora presenti in Siria. "Ragazzi, voi volete che mandi soldati dappertutto," avrebbe detto Trump; "ma con quale giustificativo?" Mattis gli avrebbe detto semplicemente che la presenza statunitense in quei contesti era necessaria "per impedire che scoppi una bomba in Times Square... Purtroppo, signore, lei non ha scelta," ha soggiunto Mattis: "la sua sarà una presidenza di guerra".
Trump si è già mosso per sistemare una cosa che lo frustrava da molto tempo: ha chiesto a Jeff Sessions di dimettersi. Sembra che intenda mettere fine alla tiritera del cosiddetto Russiagate. Trump ha ulteriormente inasprito durante la campagna elettorale la propria retorica contro le malefatte economiche cinesi, e Xi ha risposto denunciando la protervia statunitense; ci troveremo ad assistere a qualche mutamento di rotta anche nei confronti della Russia e del Medio Oriente? Le dimissionoi di Session all'indomani delle elezioni di metà mandato segnano il ritorno di una qualche agibilità politica per la distensione con la Russia?
Da Mosca, Dimitri Trenin scrive:
Per questo fine settimana è possibile che a parigi si tenga un breve vertice ai massimi livelli [fra Putin e Trump] e che faccia seguito un più ampio scambio tra qualche giorno a Buenos Aires. In molti in Russia si chiedono perché mai incontrarsi dal momento che tutti i precedenti vertici -quello di Amburgo del 2017 e quello a Helsinki dello scorso luglio- sembra abbiano fatto più male che bene alle relazioni fra Russia e Stati Uniti. C'è chi consiglia al Cremlino di tenersi alla larga dalla Casa Bianca finché c'è Trump, e a non farsi trascinare nella litigiosa e spietata politica interna ameriKKKana. La teoria operazionale che sottende il consiglio sembra essere questa: lasciamo che la guerra civile fredda in AmeriKKKa si sfoghi, e poi riprendiamo i contatti con chi vince le elezioni del 2020. Putin tuttavia appare determinato a continuare gli incontri faccia a faccia con Trump. Perché insistere in un comportamento apparentemente privo di logica?
Le considerazioni di Trenin sono fondate. I russi sono comprensibilmente irritati e frustrati per quella che percepiscono come una litania quasi quotidiana di strampalate asserzioni di ogni genere sulla loro vocazione al Male. La pazienza è finita; perché mai darsi anche solo la pena di replicare. Più concretamente, il pubblico russo sa che Trump sulle sanzioni ha le mani legate. Le sanzioni sono materia quasi esclusivamente per un parlamento ora a maggioranza democratica; inoltre, almeno fino a oggi, Trump è stato incastrato dall'assioma di "Times Square" del Pentagono, e da una fronda di consiglieri neoconservatori ossessionati da una storica avversione a qualsiasi cosa sia russa.
Interessante è la risposta di Trenin a questo paradosso:
L'investimento che il leader russo fa sul presidente degli USA non è gran che dovuto al Congresso o alla politica statunitense nei confronti della Russia, e neppure all'insuccesso o meno del Partito Repubblicano alle elezioni di metà mandato. Per Putin, Trump rappresenta un punto e a capo per la politica estera degli USA. Quello che Putin considera positivo per la Russia è l'elemento di rottura che Trump sta introducendo nel sistema mondiale che gli USA hanno sostenuto dopo la fine della Guerra Fredda.
In altre parole, quello che Putin apprezza è il fatto che Trump è dedito per sua natura allo smantellamento di tutta la panoplia dell'impero ameriKKKano, e con esso, soprattutto, del concetto di egemonia svincolata dalla cultura, cosmopolita e utopistica.
Questo concetto è antitetico alla risovranizzazione e alla via euroasiatica russe e rappresenta dunque un ostacolo fondamentale per l'instaurazione del mondo multipolare caldeggiato da Russia e Cina. Trenin aggiunge: "Trump, per tutte le idiosincrasie e per i suoi comportamenti incoerenti, è [dunque] il leader ameriKKKano più scopertamente favorevole alla Russia in cui Putin possa imbattersi". Più importante ancora di questa ultima considerazione di Trenin  è il modo peculiare con cui Trump intende rendere nuovamente grande l'AmeriKKKa, che passa essenzialmente da una trattativa individuale fondata sul gioco delle parti: Trump non è più il depositario di un'ideologia globale come ai tempi della Guerra Fredda, e il cosiddetto "interesse nazionale" è sempre soggetto a mutamenti.
Fin qui è tutto chiaro. Ovviamente, la leadership russa non può aver mancato di notare che le bordate a mezzo Twitter di Trump stanno rendendole accessibile l'Europa in un modo mai visto prima, anche se ancora tutto da definire. Insomma, eccoli qui: Trump e Putin sono gente da trattativa. Ma questo non significa che esista qualcosa, che esista alcunché di trattabile su cui possano trattare.
La politica estera di Trump non corrisponde affatto agli interessi dei russi: Trump vuole ristabilire una supremazia statunitense unilaterale, vuole rimettere al suo posto la Cina (che è alleata della Russia), la sua squadra di governo vuole scompaginare i piani per le vie commerciali cui stanno pensando russi e cinesi e mettere loro contro un qualche rivale, vuole intromettersi nelle questioni interne della Corea del Nord, compiervi ispezioni e spedire tutte le sue attrezzature nucleari negli USA a mezzo DHL; Trump vuole rovesciare lo stato iraniano, che è alleato della Russia; i suoi consiglieri vogliono destabilizzare la stessa Siria che la Russia cerca di stabilizzare; la sua squadra vuole cacciare Assad e vuole che i curdi diventino un "progetto" occidentale da usare per indebolire la Turchia e la Siria; Trump vuole servirsi della consolidata influenza dell'Arabia Saudita sugli altri paesi del Golfo e sul mondo sunnita per condurre le ostilità contro l'Iran e per costringere i palestinesi a rassegnarsi ad essere dei cittadini di seconda classe in un dispotico "stato-nazione ebraico". Quali spazi di trattativa offre, un elenco del genere?
Nessuno. Torniamo dunque alla prima questione di Trenin: perché mai impegnarvisi? Il Presidente Putin conosce di sicuro la posta in gioco. Sa anche che l'AmeriKKKa, a furia di sanzionare tutti quanti e di servirsi del dollaro come di un randello e delle sanzioni come di una bomba H sta rischiando scopertamente di far collassare i traffici commerciali mondiali.
Altrettanto scopertamente rischiosa è la possibilità che tutto il mondo rinunci alla considerevole sfera del dollaro, la cui esistenza è servita a finanziare per tutti gli ultimi settant'anni i deficit di bilancio statunitensi. Tutte cose messe a rischio nel tentativo di restituire all'AmeriKKKa il suo ruolo di giocatore unico, quello che ha tutti gli assi in mano.
Si scommette sul fatto che si possa far paura agli altri ricorrendo a un linguaggio da mafiosi. Paura che dovrebbe condurre al rientro in patria dei dollari che si trovano all'estero, al loro ritorno a Wall Street, col conseguente indebolimento o col crollo dei mercati emergenti in primo luogo, e poi con l'estensione del contagio all'Europa come conseguenza del venir meno della liquidità in dollari, dalla periferia fino al centro. A quel punto l'AmeriKKKa, che detta legge alle valute mondiali e può erogare (o non erogare) liquidità in dollari, avrà in mano tutte le carte vincenti per negoziare una riformulazione dei traffici mondiali in senso ad essa favorevole.
Esiste un'antica storia cinese che risale al terzo secolo avanti Cristo. Un ragazzo viene mandato dal suo maestro a catturare una lepre per pranzo. Il ragazzo si dirige in un bosco e appena vi arriva vede una grossa lepre che corre a tutta velocità fra gli alberi. Stupito, il ragazzo vede la lepre che sbatte diritta contro un albero rimanendo tramortita. Non deve fare altro che raccoglierla e portarla tutto contento a casa, direttamente in cucina.
La morale della storia è questa: diventato uomo, il ragazzo passò cinquant'anni accanto allo stesso albero, in attesa che altre lepri ci sbattessero contro. Ovviamente non successe mai; non ci si deve dunque aspettare che la storia si ripeta. Il caso degli USA per certi versi è simile. Dopo la seconda guerra mondiale il resto del mondo è andato a capofitto contro un albero ed economicamente è rimasto tramortito nell'irrilevanza. Gli USA non hanno dovuto fare altro che tirar su il proprio pranzo, che giaceva stecchito al suolo. A settant'anni di distanza un Presidente degli USA sta accanto allo stesso albero, spera che il mondo ci vada contro un'altra volta e resti tramortito battendo la testa contro le sanzioni e contro il venir meno della liquidità in dollari, rimanendo lì a farsi tirar su dagli USA e a farsi portare a casa per pranzo.
Questa allegoria non va intesa alla lettera. Ma la sostanza è questa; Xi e Putin l'hanno afferrata. E se il "mondo" riesce ad evitare l'albero di Trump, è probabile che sarà la situazione fiscale degli USA a prendere fuoco.

Ora, dopo la morte di Khashoggi, è in corso d'opera anche un nuovo progetto per la sistemazione del Medio Oriente. A quanto si dice gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono sul punto di normalizzare i rapporti con la Siria del Presidente Assad, con la riapertura delle missioni diplomatiche a Damasco. Una buona notizia per la Siria, certamente. Su questo nessun dubbio. Ma la vicenda ha un suo rovescio. A quanto sembra l'idea è quella di formare una specie di fronte contro i Fratelli Musulmani in cui troverebbero posto una Siria laica, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. In teoria il fronte sarebbe diretto contro i Fratelli Musulmani, ma in pratica il suo obiettivo è la Turchia, con il suo alleato Qatar. Da tempo i turchi hanno denunciato il complotto che si preparava e si sono messi a cercare di sventarlo. E la Turchia non permetterà né ai sauditi né agli USA di servirsi dei curdi dell'est della Siria come di un cuneo puntato contro il suo ventre molle. Sembra che Erdogan sia in un momento fortunato: sta cercando di strappare la leadership del mondo sunnita ai sauditi e l'assassinio di Khashoggi gli ha fornito proprio il destro che gli serviva.
A giustificare questa nuova alleanza, nel caso essa entri davvero in essere, è il solito bromuro buono per tutti i casi: arginare l'Iran e indebolirlo. Ovviamente ci sono delle gravi pecche: perché mai un simile fronte con la Siria dovrebbe d'un tratto indebolire l'Iran? La siria ha a tutt'oggi, e le ha fin dal 1979, relazioni molto strette con l'Iran. Dagli anni venti del XX secolo la Siria in quattro occasioni ha combattuto duramente contro i Fratelli Musulmani, eppure Siria e Iran fanno causa comune con i palestinesi, gran parte dei quali simpatizza proprio con i Fratelli Musulmani. La Siria non si metterà contro l'Iran; gli stati del Golfo hanno già cercato senza successo di corrompere il Presidente Assad perché rescindesse i legami con l'Iran. La Siria non volterà neppure le spalle ai palestinesi, e anche se le relazioni fra la Siria e il Presidente Erdogan sono tese e stanno prendendo la forma di unb confronto diretto, il Presidente Assad sa certamente che i giocatori di maggiore rilievo e gli alleati stretti come la Russia e la Cina hanno parte vitale in qualsiasi "grande gioco" della Turchia, cosa cui la Siria deve fare molta attenzione.
Mosca può accogliere di buon grado i vantaggi tattici che un fronte come questo le permetterebbe di conseguire e al tempo stesso riconoscere il fatto che è improbabile che l'idea abbia successo. La nuova iniziativa nata nel Golfo ha però un significato più profondo, che è necessario cogliere. Per riassumere in due parole una questione molto complicata, si può dire che nella supremazia saudita, storicamente, l'elemento politico è sempre stato marginale. L'Arabia Saudita deve la propria influenza più al controllo che ha dei luoghi santi, e al suo asserito diritto di interpretare il Corano secondo la propria ottica.
Gli stati del Golfo hanno agevolato gli jihadisti wahabiti nel loro tentativo di sovvertire gli stati iracheno e siriano coi più barbari sistemi. Questo li ha costretti a prendere poi le distanze dal bagno di sangue perpetrato dallo Stato Islamico. Mohammed bin Salman tuttavia si è trattenuto dal condannare esplicitamente lo wahabismo dello Stato Islamico e non ha collegato quanto stava accadendo in Siria e a Mossul ai principi dello wahabismo su cui è stato fondato lo stesso stato saudita. Simili critiche sarebbero state assolutamente inaccettabili per lo establishment religioso saudita.
I paesi del Golfo si sono risolti dunque a non esprimere condanne esplicite e ad esortare le parti a mostrare una non meglio definita "moderazione". Con questa storia della "moderazione" l'Arabia Saudita è diventata sotto certi aspetti abbastanza laica, sia pure senza assimilare principi politici laici e senza ricavarne alcun nuovo modello per il regno. Anziché adottare una completa laicizzazione i giovani principi hanno fatto proprio un neoliberismo da scuola aziendale occidentale, cui hanno aggiunto una estrema centralizzazione del potere rafforzata da un apparato repressivo ubiquo e intollerante. Un modello totalitario in stile Singapore. Nel Bahrein per esempio è oggi lecito fraternizzare con cittadini dello stato sionista, ma parlare bene del Qatar costa dieci anni di carcere.
Alcuni paesi del Golfo sono consapevoli dei rischi che comporta questa virata repressiva. Se non altro, l'uccisione di Khashoggi ha per lo meno gettato una luce negativa sulla repressione politica nei paesi del Golfo. I principi non hanno altro modello e la loro "moderazione" non ha portato idee nuove sulla pratica di governo. Di qui la proposta del nuovo fronte su descritto. L'ostilità verso i Fratelli Musulmani è popolare a Washington perché nel contesto del Golfo costituisce un utile diversivo rispetto alla guerra di Trump contro l'Iran, che non c'è modo di vincere. Un fronte che si oppone ai Fratelli Musulmani rappresenta tanto una giustificazione per l'apparato repressivo in patria quanto una piattaforma per dirigere i paesi occidentali contro la Turchia, che protegge, insieme col Qatar, i Fratelli Musulmani.
Il significato più profondo che è necessario cogliere è dunque rappresentato dalle ansie e dalle paure dei paesi del Golfo. I Fratelli Musulmani sono stati indeboliti e frammentati dalla campagna di logoramento lanciata contro di loro e sono stati messi in larga misura in condizioni di non poter reagire; eppure i paesi del Golfo vogliono una nuova offensiva. Chiaramente i fantasmi della Primavera Araba del 2011, che scosse l'autocrazia tribale, turbano ancora i sonni dei re e degli emiri. Hanno paura.
In ultimo, il Presidente Putin potrebbe anche chiedersi se le elezioni di metà mandato porteranno a qualche cambiamento della linea fin qui seguita in politica estera. Sicuramente non ce ne saranno per quanto riguarda la Cina, ma con i neoconservatori così infiltrati in tanti livelli dell'amministrazione Trump l'unico interrogativo non può essere altro che "cosa vorrà dai russi il signor Bolton, ora?".
A Mosca forse si ragiona tenendo presente l'idea che gli USA possono uscire da questa fase scoprendo di non ritrovarsi a essere la potenza egemone che avevano sperato e di essersi invece bruciati le dita scommettendo sulla supremazia del dollaro, con le ambiziose speranze mediorientali di Trump sparite nel nulla, come già successo fino ad oggi in tanti casi. Perché mai il signor Putin non dovrebbe mantenere con pazienza aperto qualche canale con il signor Trump, per quanto la cosa possa risultare impopolare in Russia dal momento che non c'è altro da aspettarsi se non altre sanzioni statunitensi e altre calunnie. Il signor Putin potrebbe aspettare la Quarta Svolta[*], e il relativo sovvertimento politico.


[*] La "fase apocalittica" nelle teorizzazioni politiche di Steve Bannon, N.d.T.


lunedì 10 dicembre 2018

Alastair Crooke - I piani di Netanyahu per il Medio Oriente stanno andando in malora



Traduzione da Strategic Culture, 5 novembre 2018.

Nahum Barnea è nello stato sionista un editorialista autorevole. Sullo Yedioth Ahronoth dello scorso maggio (nell'edizione in lingua ebraica) ha messo nero su bianco i termini che sottendono la linea politica di Trump per il Medio Oriente: dopo l'uscita degli USA dall'accordo sul nucleare iraniano avvenuta l'8 maggio, secondo Barnea Trump avrebbe minacciato una grandinata di fuoco e fiamme contro Tehran... e ci si aspettava che Putin avrebbe trattenuto l'Iran dall'attaccare lo stato sionista muovendo dal territorio siriano, lasciando così Netanyahu libero di stabilire nuove regole del gioco che mettessero lo stato sionista in condizioni di colpire e distruggere i militari iraniani in qualsiasi punto della Siria -e non solo nelle zone di confine, come gli era consentito in precedenza- secondo volontà e senza timore di reazioni.
Questo era il primo livello della strategia di Netanyahu: l'arginamento dell Iran e la mancanza di reazioni da parte dei russi a fronte di operazioni aeree coordinate dello stato sionista nei cieli siriani. "Solo una cosa non è chiara [su questo accordo]", ha detto a Ben Caspit un alto funzionario della difesa sionista vicinissimo a Netanyahu: "chi è che lavora per chi? Netanyahu è a servizio di Trump, o è il Presidente Trump a essere a servizio di Netanyahu? A un osservatore esterno... sembra che i due agiscano in perfetta sincronia. Dall'interno la sensazione è ancora più forte, è quella di una collaborazione... che a volte fa sembrare che i due facciano davvero parte di un unico, grande ufficio".
Fin dall'inizio c'è stato anche un secondo livello. La "piramide rovesciata" delle operazioni di ridefinizione del Medio Oriente ha avuto come punto di partenza Mohammed bin Salman. Secondo lo Washington Post è stato Jared Kushner a "fare di Mohammed bin Salman il campione riformista in grado di portare quella ultraconservatrice monarchia zuppa di petrolio nella modernità. Kushner ha sostenuto in privato per mesi, l'anno scorso, che Mohammed bin Salman sarebbe stato l'elemento essenziale per dare forma a un piano per la pace in Medio Oriente e che con la benedizione del principe la gran parte del mondo arabo vi si sarebbe adeguato". Continua poi il Post scrivendo che è stato Kushner "a insistere perché il suocero facesse il primo viaggio all'estero una volta in carica a Riyadh, a dispetto delle obiezioni dell'allora Segretario di Stato Rex Tillerson e degli ammonimenti del Segretario alla Difesa Jim Mattis".
Ecco, adesso Mohammed bin Salman risulta implicato nell'assassinio di Khashoggi, in un modo o nell'altro. Bruce Riedel del Brookings, esperto conoscitore della realtà saudita ed ex funzionario superiore della CIA e della Difesa statunitense scrive che "per la prima volta da cinquant'anni a questa parte il regno agisce a favore dell'instabilità" (anziché per la stabilità del Medio Oriente) e suggerisce che in certi ambienti a Washington adesso ci sia un po' di evidente resipiscenza tardiva. Il "processo di formazione di un unico grande ufficio" cui ha fatto riferimentov il funzionario dello stato sionista che ha parlato con Caspit è noto come "passaggio a tubo di stufa": la difesa della linea politica di un altro paese e le informazioni su cui essa si basa vengono fatte arrivare direttamente al Presidente saltando a piè pari gli ambienti ufficiali di Washington e aggirando qualsiasi supervisione statunitense, eliminando la possibilità che qualche funzionario si esprima in merito al suo contenuto. Risultato di questo modo di fare è stata la débacle strategica del caso Khashoggi. Che arriva all'indomani di precedenti "errori" strategici: la guerra nello Yemen, l'assedio del Qatar, il sequestro di Hariri, il ricatto in alte sfere al Ritz-Carlton.
Per colmare questa lacuna, uno "zio" (il principe Ahmad bin Abdel Aziz) è stato richiamato a Riyadh dall'esilio in Occidente sotto garanzie fornite dai servizi statunitensi e britannici, per rimettre ordine in questi pasticci e per controllare e valutare la torma di consiglieri di Mohammed bin Salman, oltre che per prevenire ulteriori e roboanti "errori". Sembra anche che il Congresso statunitense voglia la fine della guerra nello Yemen, cui il prinicipe Ahmad si è sempre opposto così come si era opposto all'innalzamento di Mohammed bin Salman al ruolo di principe ereditario; il generale Mattis ha invocato un cessate il fuoco entro un mese. Si tratta di un passo avanti verso il ripristino del buon nome del regno.
Per adesso, principe ereditario è sempre Mohammed bin Salman. Lo sostengono il presidente egiziano al Sissi e il Primo Ministro Netanyahu. "Mentre funzionari statunitense considerano una più vigorosa risposta [all'uccisione di Khashoggi], Kushner ha sottolineato l'importanza dell'alleanza fra Arabia Saudita e USA nella regione", riferisce lo Washington Post. Lo zio di Mohammed bin Salman, che come figlio di re Abdel Aziz in base al tradizionale sistema di successione sarebbe anch'egli compreso nella linea dinastica, spera senz'altro di rimediare a qualcuno dei danni apportati alla reputazione della Casa dei Saud e a quella del regno. Ci riuscirà? Mohammed bin Salman permetterà ad Ahmad di mettere ordine nella centralizzazione di potere che gli ha procurato soprattutto tanti nemici? La Casa dei Saud ha la volontà di farlo, o è ancora troppo sconcertata dalla piega presa dagli eventi?
Il Presidente turco Erdogan potrebbe rendere questo delicato processo ancora più difficile rivelando ulteriori dettagli sul caso Khashoggi in mano al suo paese, nel caso Washington rifiutasse di prendere in sufficiente considerazione le sue, di richieste. Erdogan sembra pronto ad adoperarsi per il ripristino della supremazia ottomana all'interno del mondo sunnita ed è verosimile che abbia in mano altre buone carte, come le intercettazioni delle chiamate fra il cellulare dell'assassino e Riyadh. E sono carte che stanno comunque perdendo valore col puntare dell'attenzione dei mass media alle elezioni statunitensi di metà mandato.
Sarà il tempo a dirlo, ma è questo concorrere di dinamiche dall'esito incerto quello cui Bruce Reidel fa riferimento quando parla di "instabilità" in Arabia Saudita. Qui si impone anche un'altra questione: quale influenza potrebbe avere tutto questo sulla "guerra" contro l'Iran di Netanyahu e di Mohammed bin Salman?
Sembrano passati secoli dal maggio 2018. Trump è sempre il solito Trump, ma Putin non è il solito Putin. L'apparato militare russo ha fatto valere il proprio peso presso il Presidente per esprimere il proprio disappunto per gli attacchi aerei dello stato sionista in territorio siriano, attacchi che avevano l'asserito proposito di colpire le forze iraniane in Siria. Il Ministero della Difesa russo inoltre ha avvolto la Siria in una fascia di missili e apparati di disturbo elettronico che coprono lo spazio aereo del paese. Anche la situazione politica è cambiata: Germania e Francia sono entrate nel processo di Astana per la Siria. L'Europa vuole che i profughi siriani tornino alle loro case, e questo significa che l'Europa vuole la stabilità in Siria. Anche alcuni paesi del Golfo hanno intrapreso tentativo per normalizzare le relazioni con lo stato siriano.
Gli ameriKKKani sono ancora in Siria, ma un Erdogan rinvigorito -che oltre a tutti gli elementi sul caso Khashoggi che gli hanno messo in mano i suoi servizi segreti ha dalla propria parte anche il rilascio del pastore statunitense- intende distruggere le ambizioni curde nel nord e nell'est della Siria appoggiate dagli USA e dallo stato sionista. Mohammed bin Salman, che finanziava il progetto per conto degli USA e dello stato sionista, si dissocerà dalla questione secondo le richieste fatte da Erdogan nel contesto dell'uccisione di Khashoggi. Washington inoltre vuole che la guerra nello Yemen, che doveva servire come pantano in cui cacciare l'Iran, finisca quanto prima. Washington vuole anche che cessino le pressioni contro il Qatar.
Tutto questo significa la rovina del piano di Netanyahu per il Medio Oriente, ma ci sono due ulteriori conseguenze ancora più cariche di significato.
Intanto, Netanyahu e Mohammed bin Salman hanno perso l'accesso diretto a Trump che passava da Jared Kushner saltando a piè pari l'intera trafila statunitense di tare e di controlli. La scorciatoia che passava da Kushner non è servita a mettere Washington in guardia per gli "errori" prossimi venturi, né Kushner è stato in grado di prevenirli. Sia il Congresso che i servizi segreti statunitensi e britannici stanno già dandosi di gomito a riguardo, e non hanno alcuna stima per Mohammed bin Salman. Non è un segreto che il loro uomo fosse invece il principe Mohammed bin Naif. Mohammed bin Naif che è a tutt'ora agli arresti nel suo palazzo.
Trump continuerà a sperare di proseguire col suo "piano Iran" e con l'Accordo del Secolo fra stato sionista e palestinesi, patrocinato a livello nominale dall'Arabia Saudita con dietro tutto il mondo sunnita. Tump non vuole arrivare alla guerra con l'Iran, ma è convinto piuttosto che un'insurrezione popolare rovescerà la Repubblica Islamica.
Seconda conseguenza, l'obiettivo del principe Ahmad chiaramente non è causare instabilità o arrivare alla guerra con l'Iran. Ahmad intende ripristinare la reputazione della sua famiglia e recuperare qualcuna delle credenziali che ne facevano l'eminenza del mondo sunnita e che sono venute meno con la guerra nello Yemen e con la sfida che la Turchia neoottomana le sta portando adesso. Si può supporre che la Casa dei Saud non abbia alcun interesse a sostituire la disastrosa e costosa guerra contro lo Yemen con un'altra guerra, di più ampia portata e contro un vicino grande e potente come l'Iran; sarebbe una cosa priva di senso. Ecco forse il motivo per cui si assiste all'affannarsi dello stato sionista per la normalizzazione dei rapporti con gli stati arabi, anche se la cosa non comporta alcun miglioramento per la condizione dei palestinesi.
Con buona capacità di preveggenza Nehum Barnea scriveva a maggio sullo Yediot Ahronot: "Trum può anche dichiarare il ritiro degli USA dall'accordo sul nucleare iraniano, e dare ad esso corso. Ma sotto l'influenza di Netanyahu e della sua nuova squadra di governo ha scelto di spingersi anche oltre. Le sanzioni economiche contro l'Iran saranno molto più severe di quelle in vigore prima che l'accordo venisse siglato. "Colpiscili nel portafoglio," ha deetto Netanyahu a Trump: "se li colpisci nel portafoglio inizieranno a soffocare. E quando inizieranno a soffocare cacceranno gli ayatollah".
Anche stavolta, un po' di considerazioni sono passate direttamente al presidente degli USA saltando la trafila. I suoi funzionari possono anche avergli detto che si trattava di fantasie. Non esiste alcun caso in cui le sole sanzioni abbiano causato il rovesciamento del governo di un paese. Gli USA possono anche usare le loro pretese di egemonia giudiziaria come ulteriore rinforzo, ma nell'elevare sanzioni contro l'Iran si sono di fatto isolati. L'Europa non vuole che l'insicurezza aumenti, non vuole diventare meta di altri profughi. La rigida posizione di Trump ha costretto Kim Jong Un al negoziato? O magari è stato Kim Jong Un a considerare un incontro con Trump come il prezzo da pagare per continuare sul percorso di riunificazione della Corea? Trump era consapevole del fatto che l'Iran avrebbe sofferto economicamente ma che avrebbe proseguito sulla sua strada, sanzioni o non sanzioni? No. Ecco: il problema dell'affidarsi a chi salta la trafila è proprio questo.

lunedì 3 dicembre 2018

Alastair Crooke - Un ordine mondiale fondato su delle regole, o un "ordine" mondiale senza regole e capeggiato dagli USA?



Traduzione da Strategic Culture, 31 ottobre 2018.

"Al complesso militare e della sicurezza statunitense ci sono voluti trentun anni per liberarsi dell'ultimo accordo sul disarmo nucleare raggiunto dal Presidente Reagan, il trattato sui missili balistici a medio e corto raggio che Reagan e Gorbaciov siglarono nel 1987," scrive l'ex consigliere del Segretario del Tesoro di Reagan.
"Io vi ebbi un qualche ruolo dietro le quinte, e per quanto mi ricordo quel trattato riuscì a mettere al sicuro l'Europa da un attacco dei missili sovietici a corto e medio raggio [gli SS-20] e a mettere al sicuro l'Unione Sovietica da quelli statunitensi (i missili Pershing dislocati in Europa). Confinando gli armamenti nucleari ai soli missili balistici intercontinentali, che consentivano un minimo di preallarme e con esso la possibilità di una risposta e in ultima analisi il non ricorso alle armi nucleari, questo trattato INF fu visto come in grado di ridurre il rischio di un primo attacco ameriKKKano contro la Russia e di un primo attacco [sovietico] contro l'Europa... Reagan, a differenza di quei fuori di testa dei neoconservatori che allontanò dal potere e fece processare, non vedeva l'utilità di una guerra nucleare che avrebbe distrutto la vita sulla terra. Il trattato INF, nelle idee di Reagan, era un primo passo verso l'eliminazione degli armamenti nucleari dagli arsenali militari. Il trattato INF venne scelto come inizio perché non influiva in modo sostanziale sul budget del complesso militare e della sicurezza statunitense."
L'amministrazione Trump oggi vuole uscire unilateralmente da questo trattato. "In una conferenza stampa in Nevada, Trump ha detto: "La Russia ha violato l'accordo. Lo viola da parecchi anni e non so perché il Presidente Obama non abbia intavolato trattative o non abbia abbandonato l'accordo... Noi lo abbandoneremo... Non gli lasceremo violare un accordo nucleare e costruire armi mentre noi non possiamo farlo." A chi chiedeva delucidazioni ulteriori, Trump ha risposto: "A meno che la Russia non venga qui, la Cina non venga qui, non vengano qui tutti e due e dicano 'Facciamo una cosa intelligente, nessuno di noi sviluppi armamenti nucleari', se la Russia li fa e la Cina anche, e l'accordo lo rispettiamo soltanto noi, questa è una cosa inaccettabile. E abbiamo una quantità di fondi incredibile da usare per le nostre forze armate."
Ci sono dei chiari indizi rivelatori: la Russia e la Cina stanno "facendo" armamenti nuovi, e gli USA sono rimasti indietro; la Cina li sta "facendo" e non è parte del trattato INF, mentre "noi" abbiamo una quantità di fondi incredibile da usare per le nostre forze armate: possiamo vincere la corsa agli armamenti, e il complesso dell'industria militare ne sarà deliziato.
Un diplomatico (statunitense) ha detto allo Washington Post che "i piani [per il ritiro dal trattato] si devono a John Bolton, falco consigliere per la sicurezza nazionale di Trump [che si oppone di mestiere a qualsiasi trattato di controllo sugli armamenti, sulla base del principio che potrebbero limitare le possibilità dell'AmeriKKKa di passare unilateralmente all'azione] che ha detto agli alleati degli USA che a suo modo di vedere il trattato INF mette Washington in una posizione 'di eccessiva debolezza' nei confronti della Russia 'e, cosa più importante, nei confronti della Cina'".
Trump, per natura, non è uno stratega. Invece è orgoglioso delle proprie doti di negoziatore, di uno che sa come ricorrere con successo alla capacità degli USA di esercitare pressioni. In questo caso un astuto Bolton si è servto dell'ossessione di Trump per il potenziamento della forza degli USA per fare due cose:  primo, per far sì che gli USA abbiano la potenziale capacità di attaccare per primi la Russia (e quindi una maggiore capacità di pressione) disclocando missili a medio raggio come gli Aegis in Europa, a ridosso delle frontiere russe e contro la Russia stessa. Secondo per far sì che gli USA concludano di aver bisogno di missili a medio raggio per colpire il territorio cinese nel caso il confronto militare fra USA e Cina diventasse inevitabile e la tensione salisse. E non si tratta solo della Cina. Un esperto del CSIS [Centro per gli Studi Strategici e Internazionali, N.d.T.], Eric Sayers, afferma che "Il ricorso allo schieramento di missili terrestri convenzionali e a medio raggio può essere l'elemento chiavbe per riaffermare la superiorità militare statunitense nell'Asia orientale". Ovvero, la capacità USA di esercitare pressione.
Nella US Nuclear Posture Review dello scorso anno si rilevava comunque che "Con ogni probabilità la Cina dispone già del più grande arsenale missilistico a raggio medio ed intermedio di tutta l'Asia, e probabilmente di tutto il mondo." Gli USA sono ora impegnati a circondare la Cina con missili a raggio intermedio, prima con la decisione del Giappone di acquistare il sistema Aegis, e poi, probabilmente, con Taiwan a fare lo stesso. Si sa che Bolton è favorevole alla permanenza di truppe statunitensi a Taiwan, come ulteriore strumento di pressione verso la Cina.
Putin vede chiaramente che "Gli ameriKKKani continuano a baloccarsi con cose il cui scopo vero e proprio non è quello di sorprendere la Russia a violare qualche trattato e a costringerla invece ad attenervisi, ma quello di farne carta straccia, nel contesto di una bellicosa strategia imperialista." O, in poche parole, di imporre "un ordine mondiale senza regole capeggiato dagli USA".
Sembra proprio che Bolton e Pompeo stiano deliberatamente instradando Trump sulle linee guida per la politica di difesa tratteggiate in un vecchio documento del 1992 curato da Paul Wolfowitz, che statuiva una dottrina secondo cui gli USA non avrebbero permesso a nessuno di attentare alla loro egemonia. Il vicesegretario di Stato Wess Mitchell è poi tornato, con tutta chiarezza, alla linea politica dei tempi di Bush. In una dichiarazione al Senato ha detto:
Punto di partenza della strategia per la sicurezza nazionale è il prendere atto del fatto che l'AmeriKKKa è entrata in un epoca di competizione fra grandi potenze, e che la condotta seguita in passato non ha tenuto sufficientemente conto di questa tendenza emergente e neppure fornito al nostro paese gli strumenti adeguati per affrontarla con successo. Contrariamente agli speranzosi assunti delle precedenti amministrazioni, Russia e Cina sono dei contendenti temibili e stanno costruendo quanto serve loro sul piano materiale e su quello ideologico per contestare la supremazia e la leadership statunitense nel XXI secolo. Al primo posto, fra gli interessi per la sicurezza nazionale degli USA, continua a esserci la necessità di impedire che la massa territoriale euroasiatica finisca in mano a potenze ostili.
Al Consiglio Atlantico del 18 ottobre, il segretario ha detto chiaramente che l'Europa sarà costretta ad allinearsi a questa dottrina neowolfowitziana. 
Funzionari europei e ameriKKKani hanno lasciato che la crescente influenza russa e cinese nella regione arrivasse a "coglierci di sorpresa". "L'Europa occidentale non può continuare ad approfondire la propria dipendenza energetica da quella stessa Russia da cui l'AmeriKKKa la sta difendendo. Né possono continuare ad arricchirsi grazie a quello stesso Iran che sta costruendo missili balistici che sono una minaccia per l'Europa," ha insistito il vicesegretario. Aggiungendo poi che "non è accettabile che alleati degli USA in Europa centrale sostengano progetti come il Turkstream 2 o mantengano tranquillamente accordi in materia di energia che rendono la zona vulnerabile da parte di quella stessa Russia per proteggersi dalla quale sono entrati nella NATO."
Il rappresentante speciale degli USA in Ucraina Kurt Volker, in un discorso pronunciato nello stesso contesto, ha rivelato che gli USA hanno in programma di inasprire le sanzioni contro Mosca "ogni uno o due mesi" per renderla "più malleabile sulla questione ucraina."
Ovviamente ci si aspetta che l'Europa accetti di buon grado un nuovo dispiegamento di missili statunitensi sul proprio territorio. Alcuni paesi come la Polonia o gli stati baltici potranno anche accettare volentieri, ma l'Europa nel suo insieme non lo farà. La cosa costituirà un'altra possente ragione per ripensare i rapporti con Washington.
L'influenza di Bolton solleva la questione di quale sia oggi come oggi la politica estera di Trump: è sempre quella di ottenere condizioni favorevoli agli USA caso per caso, o è in stile Bolton, con la ridefinizione del Medio Oriente tramite il rovesciamento del governo in Iran e una lunga guerra fredda contro Russia e Cina? I mercati statunitensi fino ad oggi hanno ritenuto che essa avesse al centro gli accordi commerciali e i posti di lavoro, ma forse non è più così.
Abbiamo già scritto sulla crescente predominanza neoconservatrice nella politica estera di Trump. Non si tratta di una novità. Il principale problema, con questo nuovo imperialismo alla Wolfowitz unito alla radicale propensione di Trump per un ricorso a tutto campo ad ogni azione resa possibile dal controllo del dollaro, del mercato energetico e del predominio statunitense in materia di standard tecnologici e di normative è che esso, per sua stessa natura, preclude qualsiasi "grande accordo strategico" diverso da un'improbabile, totale capitolazione nei confronti degli USA. E mentre gli USA bastonano uno alla volta i paesi che non chinano la testa, essi reagiscono tutti insieme, e in modo asimmetrico, per far fronte alle pressioni statunitensi. Una corrente contraria che al momento si sta rapidamente rinforzando.
Bolton può aver convinto Trump che sia vantaggioso uscire dal tattato INF perché questo gli consentirebbe di alzare la voce con russi e cinesi. Lo avrà anche avvertito di quali sono i rischi? Probabilmente no. Bolton ha sempre considerato i limiti che il trattato imponeva alle iniziative statuitensi come dei puri e semplici svantaggi. Eppure, Putin ha detto che la Russia ricorrerà alle armi nucleari se la sua esistenza viene minacciata, anche se la minaccia prende la forma di missili convenzionali. I rischi sono chiari.
La corsa agli armamenti? Non siamo ai tempi di Reagan, quando il rapporto fra debito pubblico federale e prodotto interno lordo era basso. Come ha notato un editorialista, "nessun entità al mondo che non sia al momento impegnata con il quantitative easing è indebitata in modo tanto suscettibile rispetto ai mutamenti dei tassi di interesse a breve termine quanto lo è il governo ameriKKKano. Quando la FED parla di "un aumento [dei tassi di interesse] di cinque punti per la fine del 2019" bisogna grosso modo intendere "La FED [impone tali interessi al debito interno degli USA che in pratica] taglia le spese militari statunitensi per il 2019".
Trump apprezza le armi che Bolton sembra tirar fuori per magia dal cappello del consiglio nazionale per la sicurezza, ma ha idea di quanto effimero possa essere il loro effetto, quanto rapidamente può ritorcerglisi contro? Non è che può mettersi come Canuto sulla riva del mare, e copmandare all'incombente marea dei tassi di interesse sui buoni del tesoro statunitensi di ritirarsi... o al mercato azionario di crescere perché crescano anche le pressioni sulla Cina.