sabato 24 novembre 2018

Alastair Crooke - Il delitto Khashoggi al complesso incrocio di tre punti di svolta



Traduzione da Strategic Culture, 23 ottobre 2018.


Per i realisti, un Khashoggi smembrato vivo e assassinato non è che un giornalista morto. Un evento non eccezionale; raramente poi gli stati cambiano linea politica per un morto, per quanto raccapricciante sia stata la sua fine. Tutto vero, senz'altro. Ma è vero anche che un evento isolato può verificarsi nel momento giusto, quello in cui la svolta è ormai innescata, quello in cui un qualsiasi unico fiocco di neve in più fa muovere una valanga di dimensioni sproporzionate rispetto a ciò che la scatena. Sarà lo stesso per la morte di Khashoggi? Molto probabilmente sì perché esistono diversi punti instabili in Medio Oriente; situazioni in cui anche un evento dalla portata trascurabile può innescare sommovimenti significativi. La situazione rappresenta un complesso incrocio di dinamiche in mutamento.
Khashoggi è stato letteralmente fatto a pezzi. Un'allegoria di quanto sta accadendo in una regione che si sta sgretolando. Khashoggi è stato un tempo un appartenente ai Fratelli Musulmani ed era considerato la loro icona; è stato smembrato in modo raccapricciante. La sua fine, almeno in Medio Oriente, potrebbe essere considerata allegoria del corpo vivo dei Fratelli Musulmani steso prono su un banco e fatto a pezzettini dagli apparatchik sauditi e ricordare quasi alla perfezione la campagna che gli Stati del Golfo hanno intrapreso per distruggere i Fratelli Musulmani e spazzarli via dalla regione.
L'allegoria si fa patetica soprattutto perché a suo modo Khashoggi simboleggiava anche l'ambiguo tentacolo che andava dalla al Qaeda di Bin Laden ai Fratelli Musulmani, anche se negli ultimi tempi Khashoggi riservava la sua stima al solo Bin Laden. Khashoggi era entrato nei Fratelli Musulmani più o meno contemporaneamente a Bin Laden; aveva fatto lunghi viaggi in Afghanistan con il leader di al Qaeda, e ne aveva scritto uno dei primi profili per una rivista saudita nel 1988 ( si veda The Osama Bin Laden I Know di Peter Bergen).
Il primo punto di svolta su cui il mondo si è giustamente soffermato è la possibilità che Trump si ritrovi, pur di malavoglia, costretto dal lento accumularsi delle prove a una radicale revisione dei rapporti fra USA e Arabia Saudita per la prima volta dal 1948. In questo contesto sarebbe costretto ad ammettere che Mohammed bin Salman non è un pilastro solido, nonostante vi si fondino i principali elementi della politica estera statunitense: il rovesciamento del governo in Iran, il calmiere al prezzo del petrolio intanto che si sottopone l'Iran ad ulteriori sanzioni, la vendita di armamenti statunitensi e il far arrivare allo stato sionista il suo "accordo del secolo". Certamente, nessuno sa cosa potrebbe succedere in Arabia Saudita nel caso Mohammed bin Salman venisse allontanato dal suo ruolo di presunto erede designato. Dalla famiglia degli al Saud stanno trapelando mugugni facili da udire.
Trump vorrà davvero arrivare a un esito del genere? Farà di tutto per evitarlo, solo che il Congresso e lo zoccolo duro evangelico già da molto tempo esprimono opinioni critiche e sempre più aspre circa i rapporti con l'Arabia Saudita: dagli avvenimenti dell'undici settembre 2001 fino alla catastrofe dello Yemen, scontento e critiche sugli stretti legami fra gli USA e Mohammed bin Salman non hanno fatto che crescere.
A Washington sono in pochi a credere che l'affermazione di Trump sul potenziale di vendita per centodieci miliardi di armamenti sia qualcosa di diverso da una spacconata; a tutt'oggi le transazioni in corso, già avviate ai tempi di Obama, assommano a nulla più di qualche lettera d'intenti non vincolante. E oggi come oggi gli USA non sono più dipendenti dalla sicurezza delle forniture petrolifere saudite. Che i rapporti fra i due paesi si raffreddassero (e virassero all'ostilità) era dunque inevitabile. L'opinione pubblica è chiaramente più consapevole degli orrori che sono alla base del brutale jihadismo wahabita (si consideri la Siria), e il lento mettersi in moto delle "riforme" come le intendono i sauditi non ha alcuna comunanza di significato con quello che si intende altrove con lo stesso vocabolo. L'assassinio di Khashoggi sarà il fiocco di neve che mette in moto la valanga? Se dobbiamo considerare il senatore Lindsay Graham come un indicatore attendibile, sembrerebbe di sì: "Questo tizio [Mohammed bin Salman] deve andarsene", continua a dire Graham.
L'uccisione di Khashoggi è allegorica anche in riferimento a un secondo punto di svolta. Khashoggi è stato fatto a pezzi in Turchia, proprio mentre stava per contrarre matrimonio all'interno dell'ambiente dello AKP (lo zio della promessa sposa era uno dei fondatori del partito). Khashoggi era anche amico del Presidente Erdogan. L'orribile evento ha permesso a Erdogan di perorare oltremodo la causa della Turchia, specie se si considera che esso si è verificato proprio mentre un tribunale turco ordinava la scarcerazione del pastore statunitense Brunson. Accogliendo Brunson alla Casa Bianca, Trump è stato oggetto di una conversione sulla via di Damasco e ha detto che adesso considera la Turchia molto di buon occhio. Erdogan sfrutterà al massimo questo vantaggio per allontanare gli USA dai curdi nell'est della Siria, e per rafforzarsi nel mettere Washington contro Mosca.
Erdogan ovviamente mira più in alto. Si sta servendo dell'affare Khashoggi per puntare, nientemeno, al ruolo di guida del mondo islamico, sperando di contenderlo con successo all'Arabia Saudita. Dopo la sconfitta degli wahabiti in Siria, Erdogan sente che l'Islam sunnita è sull'orlo del precipizio e si è messo a usare senza pudore il linguaggio e l'immaginario ottomani per sostenere le proprie istanze; i corsivi della stampa turca ci mettono del loro, chiedendo che l'Arabia Saudita smetta di esercitare la propria egemonia wahabita sui luoghi sacri di Mecca e Medina.
Anche questo costituisce un potenziale punto di svolta. L'Arabia Saudita sta perdendo colpi; dal punto di vista politico è sempre stato un paese marginale, ma il regno sopperiva profondendo denaro e accreditandosi come custode dei Luoghi Santi.
Gli Stati del Golfo, dopo che gli eccessi dello Stato Islamico hanno alienato loro le simpatie di ameriKKKani ed europei, hanno inziato a rifarsi a una narrativa improntata alla moderazione e a sostenere una "guerra alla teocrazia" piuttosto che arrischiarsi a condannare senza mezzi termini la violenza jihadista, presa di posizione questa inaccettabile al loro stesso clerov puritano. Il fatto è che mentre questa "guerra alla teocrazia" potrebbe essere intesa come un esplicito impegno a combattere lo Stato Islamico, dal punto di vista retorico è servita assai meglio per mettere l'Iran, Hezbollah e i Fratelli Musulmani sullo stesso piano dello Stato Islamico. La narrativa, molto artificiosa, che Trump ha adottato senza riserve è questa.
La tiritera della "moderazione" ha comportato per le monarchie del Golfo un concertato e confuso tentativo di prendere le distanze dall'assetto statale islamico. Come notato da Ahmad Dailami, il nazionalismo monarchico che Mohammed bin Salman ha usato per allontanare il regno dal suo stesso puritanesimo islamico non è stato sostituito né da un credo alternativo, né da un autentico laicismo.
In Occidente Khashoggi è considerato un liberale favorevole alle riforme democratiche; di fatto egli era un tenace sostenitore del sistema monarchico. Di cui Mohammed bin Salman è il capo effettivo. Khashoggi sosteneva che tutte le monarchie di questo genere fossero riformabili: solo le repubbliche laiche come l'Iraq, la Siria o la Libia non lo erano, e dovevano essere rovesciate. Il punto in cui si è trovato in disaccordo con Mohammed bin Salman era il suo vedere con maggior favore non una virata verso il laicismo o verso un liberalismo all'occidentale, ma una islamizzazione riformatrice della politica araba secondo i principi dei Fratelli Musulmani. Di fatto la stessa cosa che pensa Erdogan.
Ecco dunque il secondo potenziale punto di svolta. Per adesso Erdogan ha avuto successo nello sfruttare l'assassinio di Khashoggi; riuscirà anche a plasmarne le conseguenze, facendo venire meno il sostegno degli USA ai Paesi del Golfo per ridirigerlo verso il modello turco improntato ai dettami dei Fratelli Musulmani? Nel corso degli anni gli USA sono stati ondivaghi -spesso anche con brusche oscillazioni- passando dal sostegno per i Fratelli Musulmani visti come catalizzatore per il cambiamento in Medio Oriente, per tornare poi a guardare alla competenza con cui i servizi segreti sauditi riuscivano a schierare jihadisti pronti a tutto come alla miglior soluzione per un veloce rovesciamento di qualche governo.
Trump ha accennato alla possibilità di un cambiamento del genere quando si è espresso a favore della Turchia durante il suo incontro con il pastore Brunson: "Si tratta di un magnifico passo per instaurare sostanziali e peculiari rapporti con la Turchia. Oggi abbiamo della Turchia un'opinione molto diversa da quella che avevamo ieri. Credo che questa sia la nostra occasione per avvicinarci alla Turchia, per avere rapporti molto, molto, più stretti. Avere buoni rapporti col Presidente Erdogan sta diventando sempre più importante."
E che dire del possibile terzo punto di svolta? Si tratta, ovviamente, dello stato sionista. L'ex ambasciatore statunitense nello stato sionista Dan Shapiro scrive:
La raccapricciante eliminazione di Khashoggi ha implicazioni che vanno molto oltre l'aver mostrato la natura brutale e priva di scrupoli del principe ereditario saudita. A Gerusalemme e a Washington si stanno pentendo di tutta la strategia che avevano elaborato per il Medio Oriente, e non ultimo per contrastare l'Iran... La scioccante brutalità del rapimento e dell'assassinio di Jamal Khashoggi da parte delle forze di sicurezza saudite non può essere fatta passare in sordina, non importa quanto improbabili siano i tentativi di indorarne la pillola come il chiamare in causa un interrogatorio andato storto o affermare che si è trattato dell'opera di qualche canaglia.
Le implicazioni non si limitano alla tragedia che ha colpito la famiglia e la promessa sposa di Khashoggi. La videnda fa sorgere interrogativi sostanziali in USA e nello stato sionista sull'intera strategia che avevano elaborato per il Medio Oriente... l'assassinio di Khashoggi non è soltanto un gesto che per abiezione supera ogni limite; esso evidenzia anche la sostanziale inaffidabilità dell'Arabia Saudita di Mohammed bin Salman come partner strategico. Quanto accaduto nel consolato saudita di Istanbul riecheggia le parole che furono usate un tempo per descrivere l'eliminazione di un avversario da parte di Napoleone: "Si tratta di qualcosa di peggio di un delitto: si tratta di un errore." Di un errore strategico, si potrebbe aggiungere.
Di fatto esso dà adito a un punto di svolta gravido di potenziali conseguenze. Lo stato sionista ha perduto, o per lo meno ha visto molto ridimensionata, la superiorità aerea che aveva in Siria e nel quadrante settentrionale della regione. Lo stato sionista dipendeva da questa superiorità aerea; ma dopo la perdita di un aereo Ilyushin Il-20 con quindici uomini da parte dei russi nei cieli siriani il 17 settembre, Mosca ha installato un formidabile ombrello di difesa aerea ed elettronica che copre gran parte del settore.
In seguito a questo il bilancio strategico in Medio Oriente tende a una precaria parità. Il pendolo della potenza punta a nord: "Non sarà facile per lo stato sionista destreggiarsi in questa situazione, dato che il mondo della politica estera statunitense si è velocemente diviso in uno schieramento antiiraniano e in uno antisaudita... Pere lo stato sionista [è possibile che] il contraccolpo più grave della morte di Khashoggi [sia che] Mohammed bin Salman, ossessivamente dedito a mettere a tacere i propri critici, stia sabotando i tentativi di creare una corrente di consenso internazionale che faccia pressione sull'Iran," conclude Shapiro. Lo stato sionista si trova davanti diverse alternative: premere su Trump perché convinca Putin a fare marcia indietro sullo schieramento dei missili antiaerei S300 in Siria, sfidare direttamente le difese aeree russe, o accettare il nuovo equilibrio strategico nella regione.
Trump alla fine deciderà come considerare l'assassinio di Khashoggi, se far finta di nulla oppure no. Una cosa che potrà senz'altro avere un'influenza sulla strada che lo stato sionista deciderà di imboccare, insieme con tutto il Medio Oriente.

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