venerdì 10 marzo 2017

Alastair Crooke - L'opaca politica estera di Donald Trump




Traduzione da Consortium News, 11 febbraio 2017.

Rilevare il fatto che in politica estera il Presidente Trump si muove all'insegna di un "L'AmeriKKKa innanzitutto" dal sapore mercantilista ed in opposizione alla prevalente visione globalizzata e culturalmente cosmopolita è ormai una prassi abituale. Il proposito di Trump è quello di smantellare uno spirito globalizzato che a suo modo di vedere impone norme morali e culturali che hanno indebolito gli "spiriti animali" mercantili dell'AmeriKKKa, e che contempla l'adozione di "politiche per la diversità" che avrebbero privato di ogni vigore il nerbo culturale e morale ameriKKKano.
Nella pratica la politica che ne risulta non potrà presentarsi nei soli toni del bianco e del nero, o almeno non potrà essere ripartita secondo categorie dicotomiche. Nella "squadra di Trump" in effetti convivono tre approcci distinti. Ci sono i tradizionalisti sostenitori della "benevola egemonia ameriKKKana", ci sono i combattenti cristiani in trincea contro uno spirito islamico considerato ostile e ci sono poi quelli che hanno abbracciato il mercatilismo di Trump ed il suo AmeriKKKa first. Ciascuna di queste tre correnti non si fida delle altre, ma è costretta ad allearsi con questa o con quella per equilibrare l'influenza della terza, o almeno per evitare che essa si comporti come un terzo incomodo.
Questa interdipendenza rende particolarmente difficile destreggiarsi tra le rune (i segni dal misterioso significato caratteristici dell'amministrazione Trump) di una verosimile linea politica statunitense, dal momento che ci sono tre diverse visioni del mondo intente a spintonarsi e a fare a gomitate. A rendere ancor più difficile la cosa c'è il fatto che il signor Trump e il suo consigliere strategico Steve Bannon sono soliti intorbidare le acque di proposito, per disorientare gli avversari.
Lo stile mercantilistico della politica di Trump è relativamente nuovo per i nostri tempi, ma non è propriamente inedito. Casi del genere ci sono già stati e nella sua precedente incarnazioni questo stile ha portato a conseguenze profonde sul piano geopolitico; poi ha portato alla guerra, ed in conclusione all'affermarsi di un nuovo ordine geopolitico.
Ovviamente non è detto che la cosa si ripeterà al giorno d'oggi, ma il 17 settembre 1656 Oliver Cromwell, un puritano protestante che aveva fatto la guerra civile contro l'establishment inglese e la sua élite e che aveva prima deposto e poi fatto giustiziare il sovrano regnante, pronunciò davanti ai parlamentari rivoluzionari a Westminster un discorso in cui poneva la domanda: Chi sono i nostri nemici? Esisteva nel mondo, disse davanti al parlamento riunito, un'alleanza di "uomini malvagi" guidati da un paese potente -la Spagna cattolica- e capeggiata dal Papa. Il nemico che i compatrioti di Cromwell si trovavano ad affrontare era fondamentalmente costituito dalla malvagità di una religione -il cattolicesimo- che "rifiutava il desiderio di libertà fondamentali degli inglesi... che metteva gli uomini in catene... [e] sotto cui non c'era alcuna libertà."
Dai tempi di Cromwell il mondo protestante, che è principalmente anglofono, ha demonizzato i propri "nemici": tutti oppositori della "volontà d'Iddio" che si aggrappano ai fallimenti di un'etica religiosa immutabile e retrograda (così i puritani consideravano i cattolici). E che dire delle deplorate "catene" e della denunciata "mancanza di libertà"? Deplorazione e denuncia hanno al centro la frustrazione inglese per gli ostacoli che mercanti e commercianti dovevano affrontare. I puritani dell'epoca vedevano nel cattolicesimo un'etica maldisposta verso l'impresa individuale, verso il profitto, verso i traffici.
I falchi inglesi, di solito puritani e mercanti, volevano un'aggressiva linea politica antispagnola che avrebbe aperto nuovi mercati al fiorente commercio inglese. Il cattolicesimo non era etica con cui il nascente capitalismo dell'epoca potesse prosperare, affermavano convinti e dogmatici i sostenitori di Cromwell.
Il discorso di Cromwell al Parlamento del 1656 ha rappresentato una prima formulazione dell'etica protestante, l'etica che ha contribuito in maniera sostanziale alla formazione del capitalismo imprenditoriale ameriKKKano e a portare l'AmeriKKKa alla supremazia.
Di questo parallelo è  consapevole lo stesso Steve Bannon, che una volta ha detto a chi lo intervistava "Io sono un Thomas Cromwell alla corte dei Tudor.")
Per una parte significativa dell'elettorato di Trump, la sua base del Tea Party, l'Iran è la Spagna dei nostri giorni e l'Islam è il nuovo cattolicesimo che intralcia la "volontà d'Iddio" abbracciando un'etica che detesta l'etica cristiana. La globalizzazione laica ha indebolito gli spiriti animali mercantili dell'AmeriKKKa, ha imposto restrizioni ai traffici (il NAFTA) ed ha norme culturali e valoriali che stanno inaridendo la muscolarità morale e spirituale dell'AmeriKKKa.
Per quale motivo l'analogia con Cromwell è importante? In un certo senso, Trump aveva poco da scegliere. Per opporsi alle pastoie di una politica estera globalista che si basa sull'esistenza di una sfera difensiva globale a guida statunitense, il Presidente doveva imbastire una qualche politica estera che costituisse un'alternativa al consolidato totem di una "AmeriKKKa come asse dell'ordine mondiale".
Ovviamente il mercantilismo allo stato puro, quello dell'uomo d'affari che intavola una trattativa, non costituisce di per sé una linea politica. Il concetto di "benevola egemonia statunitense" ha bisogno di qualcosa di più potente se lo si vuole implementare, mantenere... o anche mettere fuori gioco. Trump ha deciso di rifarsi alla narrativa della "cristianità in pericolo", che tocca nervi profondi dell'immaginario protestante nella base elettorale del Tea Party.
Il generale in pensione Michael Flynn, che adesso è consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, è forse il miglior rappresentante di questa politica estera repubblicana a base religiosa e filocristiana; il generale in pensione James Mattis invece, oggi Segretario alla Difesa, tiene forse il piede in due staffe e fa capo a due diverse tendenze all'interno del Partito Repubblicano, come spiega Martin Wright della Brookings Institution.
Dall'Undici settembre in poi la politica estera repubblicana si è sviluppata in due correnti principali, a volte in contraddizione l'una con l'altra. La prima sostiene che gli USA siano, rispetto all'Islam radicale, in una guerra in cui c'è in gioco l'esistenza. La seconda sostiene invece che gli interessi globali dell'AmeriKKKa comportino il mantenimento del predominio statunitense in Europa e nell'Asia orientale. Questi interessi, in altre parole, vanno ben al di là della lotta contro l'Islam radicale. Lo establishment repubblicano si è sempre allineato alla prima corrente, ma in concreto si è sempre più concentrato sulla seconda. La guerra globale al terrore ultimamente è diventata di secondo piano rispetto al controbilanciare la Cina e al contenere la Russia.
Solo che un certo gruppo, nel campo repubblicano, non ha mai seguito questo cambiamento. Sono persone che credono che gli USA si siano imbarcati per una guerra contro l'Islam radicale che è qualcosa di analogo alla seconda guerra mondiale o alla guerra fredda. Credono che sia una lotta a sfondo religioso cui tutto il resto dovrebbe essere subordinato e che l'AmeriKKKa dovrebbe concentrarsi soprattutto sull'Islam radicale invece che sulle potenze revisioniste in Europa o in Asia. Questo stesso gruppo è in genere favorevole all'abbandono di una politica estera basata sui valori, in favore di metodi spicci che alimentino una guerra vera e propria.
I principali esponenti di questa scuola di pensiero sono stati per lo più sminuiti come tipi strambi o come ideologi astratti. Ma il loro modo di vedere le cose è ampiamente condiviso dall'elettorato repubblicano, sempre più allarmato a causa dello Stato Islamico. In Trump, costoro hanno trovato un alleato.
Dobbiamo dunque attenderci che la politica governativa finirà per oscillare tra queste due tendenze repubblicane, con Trump che passerà da una all'altra per poter esercitare la propria "non-politica estera" fatta di mercantilismo radicale. La solfa stile Cromwell di fare dell'Iran il numero uno dei paesi terroristi e dell'Islam radicale l'etica avversaria si adatta bene ad un presidente degli USA che fa proprio il modus operandi del businessman intento a negoziare, e lo ammanta di bellicosità verso l'etica islamica.
L'ostilità verso la Repubblica Islamica dell'Iran ovviamente è popolare; con essa, la politica di Trump riesce a rispecchiare fedelmente, o almeno in maniera comprensibile, gli aneliti degli ambienti di Washington. L'idea dell'Islam ostile fornisce anche una base razionale -la sconfitta del terrorismo islamico- per la distensione con la Russia. Ho già avanzato l'idea che la distensione con la Russia sia fondamentale per Trump se vuole smantellare la sfera difensiva globale che rappresenta la "benevola egemonia" di Washington. Secondo Trump, la cappa della sfera difensiva statunitense costituisce un preciso limite alla possibilità di negoziare accordi commerciali vantaggiosi con gli alleati, su basi bilaterali che differiscono caso per caso.
Con il pretesto di combattere un'etica islamica ostile, Trump può raggiungere la distensione con la Russia e a quel punto condurre stringenti negoziati da uomo d'affari con paesi alleati ormai privati del pretesto di quella minaccia russa, che faceva di loro dei privilegiati alleati degli USA. Per il segretario Tillerson, a quanto pare, è previsto un ruolo di questo genere.
Martin Wright scrive ancora che
Per questo la nomina di Rex Tillerson a Segretario di Stato è stata importante per Trump. Una settimana prima della sua nomina l'assistente di Trump Kellyanne Conway aveva detto alla stampa che Trump stava allargando la rosa dei candidati alla carica di Segretario di Stato e che la cosa più importante era che colui che avrebbe ottenuto la nomina 'avrebbe dovuto condividere e mettere in pratica la linea politica del presidente eletto, che è poi la sua visione del mondo, quella dell'AmeriKKKa innanzitutto.' Le implicazioni di questa affermazione erano chiare: né Mitt Romney né David Petraeus né gli altri sarebbero stati adatti, per cui Trump avrebbe dovuto cercare altrove. Ha trovato Tillerson.
Tillerson è un negoziatore pragmatico. Da molti punti di vista è un tradizionalilsta. Dopotutto ha ottenuto sostegno da James Baker, Robert Gatres, Hadley e Condoleeza Rice. Inoltre Trump lo considera, per i suoi rapporti personali con Putin e per la sua opposizione alle sanzioni contro la Russia, come uno che vuole accordarsi con uomini forti e che considera la sicurezza nazionale da una prospettiva economica, risultando così una personificazione del suo concetto di 'AmeriKKKa innanzitutto'. Alcune dopo la nomina di Tillerson, Trump ha detto durante un discorso nello Wisconsin: "Rex è in buoni rapporti con molti leader politici del mondo con cui noi non  andiamo d'accordo, e ci sono persone cui questo non piace. Non vogliono che si dimostrino amichevoli. Ecco perché mi accordo con Rex: perché apprezzo lo scopo di tutto questo."
La guerra contro un'etica islamica che si postula ostile è dunque solo un diversivo, un pretesto? Qualcosa che l'Iran può ignorare? Noi abbiamo il sospetto che la Repubblica Islamica dell'Iran non considererà gli strali di Trump contro di essa e contro l'Islam radicale come un innocente diversivo. Non è probabile che Trump cerchi la guerra con l'Iran, ma se l'Iran dovesse comportarsi in modi interpretabili come umilianti per Trump o per l'AmeriKKKa, per sua stessa ammissione Trump non è uomo da portare mosca sul naso. Gli piace ripagare dieci volte tanto coloro che lo fanno irritare.
Come mostrano i sondaggi e come ha scritto l'eminente esperto statunitense di questioni religiose e politiche Robert Jones, il fenomeno Trump è oltretutto profondamente commisto alla fine di un'era nella storia ameriKKKana: l'era bianca e cristiana. The End of White Christian AmeriKKKa è, per inciso, il titolo di un suo libro. Di fatto si tratta di un'epoca ampiamente tramontata. Come nota Jones, "il 1993 è stato l'ultimo anno in cui l'AmeriKKKa è stato un paese a maggioranza bianca e protestante".
Jones descrive il senso di vertigine provato, anche nel contesto isolato di molte cittadine del sud e del Midwest in cui i conservatori protestanti bianchi continuano ad essere i protagonisti della vita sociale e politica, a fronte della "perdita del posto fino ad allora ricoperto al centro della cultura ameriKKKana, del sistema democratico e del potere culturale."
Il Partito Democratico ha versato sale su questa ferita, in qualche modo mostrando soddisfazione per la fine di questa AmeriKKKa a maggioranza bianca, e ne ha esasperato l'irritazione rimodulando se stesso in guisa di una nuova "maggioranza" fatta di gruppi minoritari. Jones sottolinea che anche se in AmeriKKKa qualcuno "potrebbe festeggiare" la sua scomparsa, l'AmeriKKKa bianca cristiana costituiva comunque una sorta di collante civile; a suo modo di vedere, questo senso di vuoto e di ansia in merito "a cosa potrà avere [in futuro] la stessa funzione potrebbe ben rivelarsi distruttivo."
L'Iran potrebbe ricordare che lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump è questo, e Trump dovrà compiacerlo se vuole rimanere in carica. L'impulso distruttivo di quelli del Tea Party, se stuzzicato a lungo, potrebbe cercare di sfogarsi su qualche bersaglio comodo.
In secondo luogo, sembra che Trump condivida in qualche misura l'abbraccio dei valori ebraico-cristiani. Di sicuro lo condivide Bannon, che ha detto chiaramente che il capitalismo ameriKKKano se vuole sopravvivere deve riconnettersi ai valori ebraico-cristiani. Ma come spiegare questo paradossale concentrarsi di Trump sull'Iran che sta combattendo il radicalismo islamico, invece che sull'Arabia Saudita che non lo sta facendo?
Martin Wright ci fornisce qui qualche indizio. "A gennaio e febbraio [2016] si chiedeva pressantemente a Trump di svelare la composizione della squadra che si sarebbe occupata di politica estera. Gli addetti ai lavoro dello establishment repubblicano per lo più lo biasimarono, soprattutto a causa del suo AmeriKKKa first. Fu proprio all'epoca che il generale in pensione Michael Flynn cominciò a fargli da consigliere... alcune settimane dopo l'arrivo di Flynn, Trump dispiegò una lista di consiglieri per la politica estera. La maggior parte di loro era completamente sconosciuta, ma vi spiccava il nome di Walid Phares. Phares ha un discusso passato come figura di primo piano in una milizia cristiana libanese ed è noto come fautore della linea dura nella guerra al terrore."
L'articolo investigativo di Mother Jones parla chiaro. Phares è un libanese cristiano maronita; è un uomo di Samir Geagea ed ha una lunga storia di rancorosità intellettuale verso l'Iran e verso la Siria le cui origini risalgono alla guerra civile libanese. Non è che Trump (e anche Flynn) si sono abbeverati ben bene al nauseabondo pozzo dei pregiudizi libanesi e ai rancori della guerra civile?
Insomma, cosa ci dicono le rune? L'alfabeto misterioso della politica estera di Trump si rivelerà di difficile decifrazione. La tensione fondamentale tra i fautori dell'"AmeriKKKa first", i guerrieri religiosi e quanti intendono la politica estera in un'ottica tradizionalista lascia prevedere che la linea politica potrebbe oscillare volta per volta fra tre posizioni tanto diverse quanto conflittuali.
Sarà il caso di ricordarsi che i tradizionalisti suddetti comprendono anche "tutti quei funzionari che sostengono le istituzioni della potenza ameriKKKana e che di solito concordano con il consenso bilaterale sulla strategia statunitense affermatosi dopo la seconda guerra mondiale, anche se possono magari cercare di cambiarne qualche aspetto secondario."
La squadra di Trump conta qualche mercantilista, come Tillerson, e qualche "combattente cristiano" come Flynn che potrebbero anche tenere il piede in due staffe e si troveranno quindi in dubbio tra due posizioni diverse per quanto riguarda determinate questioni di politica estera. Forse sarà il caso di non considerare degno d'attenzione la maggior parte di quanto trapela, perché è più probabile che si tratti di mere pratiche destinate ad influenzare la disputa interna all'amministrazione facendo da esche, più che di rivelazioni vere e proprie e che rispecchiano una sincera concordia.
Le rune saranno più difficili da interpretare proprio in virtù delle tattica di Trump, fatta di finte e di diversivi. Come ha avuto modo di notare uno scacchista divenuto esperto di simili questioni,
...gli scacchi sono un gioco in cui il numero delle posizioni possibili ascende a cifre astronomiche. Alla seconda mossa siamo già a quattocento alternative possibili e dopo che ciascun giocatore ha fatto due mosse, il numero sale ad 8902. Il mio insegnante mi spiegò che non avevo ancora abbastanza pratica neppure per cominciare a star dietro a cose del genere, e che se mai l'unica possibilità di  vincere che avevo era quella di prendere l'iniziativa e di non mollare mai. "Devi sapere cosa farà poi il tuo avversario, devi fare tu il suo gioco", fu il consiglio che mi diede.
Ora, non voglio annoiare nessuno scendendo in particolari, ma la cosa si ridusse ad un tirare pugni, sempre, ad ogni mossa, senza eccezinoi. In altre parole, se il mio avversario deve sempre sprecare la propria mossa per rispondere a quella che ho fatto io, non arriva mai a prendermi per quanti milioni siano le mosse possibili del gioco. E poi, se io tiro un pugno, anche un pugno di quelli facili da parare, devo preoccuparmi di una mossa sola, e non di milioni.
Il mio maestro di scacchi russo mi insegnò poi che avrei dovuto annunciare esplicitamente quello che stavo facendo esattamente, e perché lo stavo facendo. Mi spiegò che i cattivi giocatori di scacchi credono di poter nascondere la propria strategia, nonostante la scacchiera sia lì davanti agli occhi di tutti. Un buon giocatore non ha timore: sceglierà mosse inattaccabili, dunque perché non annunciarle? Da insegnante, ho fatto sì che tutti i miei studenti dicessero l'un l'altro le mosse che stavano facendo e perché, e che dicessero anche la mossa che avevano in mente per continuare. Comportarsi in questo modo elimina completamente la fortuna dalle variabili del gioco e li rende rapidamente dei giocatori di alto livello.
Il mio maestro russo sottolineò poi l'importanza del tempo, una cosa su cui avrei dovuto concentrarmi per tutta la durata di ogni partita. Mi disse che non avrei dovuto muovere un pezzo per due volte sulla stessa riga e che le mie stilettate sarebbero dovute servire a sviluppare i pezzi sulla scacchiera e a metterli in gioco il più velocemente possibile. Quindi, se faccio tutto nel modo corretto, mi ritrovo con un avversario che non riesce ad organizzare una difesa o un'offensiva e con pochi pezzi in gioco; una cosa che funziona nove volte su dieci. L'unica volta che questo approccio non funziona è quando ho a che fare con giocatori che hanno mandato a memoria centinaia di partite e sanno a mente come si esce da trappole del genere. Tutto ciò premesso, vediamo se il Presidente Trump è un giocatore di scacchi.
Intanto, possiamo dirci d'accordo sul fatto che Trump tira se non altro un sacco di pugni. Ce ne siamo accorti davvero all'epoca delle primarie, quando non passava giorno senza che non capitasse un qualche scandalo presuntamente capace di porre fine alle sue mire presidenziali. I suoi avversari e la stampa erano convinti, e sbagliavano, che reagire colpo su colpo ad ogni offesa fosse la cosa giusta da fare e neppure si prendevano il tempo per pensare se magari non si facevano attirare in qualche trappola. Quando veniva il loro turno usavano la mossa a disposizione per fermare il suo attacco su Twitter, ma Trump non muoveva più quel pezzo una volta che lo aveva messo in gioco, e passava all'offesa successivo: proprio come mi aveva insegnato a fare il mio insegnante di scacchi.
Trump, inoltre, è molto chiaro su quello che si appresta a fare. Io facevo sì che i miei studenti enunciassero ad alta voce l'un l'altro la propria strategia: Trump è stato di una limpidezza cristallina circa le proprie intenzioni. Annunciare i tuoi piani funziona soltanto se disponi di una posizione inattaccabile: demoralizza un avversario cui tiri tutto in faccia. Un altro punto di vantaggio che deriva dall'annunciare le proprie intenzioni è il fatto che induce l'avversario a schierare i propri pezzi preferiti per fronteggiarle. Questo è un grave errore, perché ogni buon giocatore di scacchi capisce velocemente quali sono i pezzi preferiti dell'avversario, e va a catturarli.
Il solo àmbito in cui il nostro presidente ha dei problemi è costituito dal tempo. Gli ordini esecutivi e le schermaglie su Twitter hanno mandato fuori squadra l'opposizione, ma Trump non è stato capace di usare il tempo disponibile per schierare tutti i propri pezzi. Il Ministero della Giustizia, che è la sua regina, si trova ancora impedito dietro un muro di pedoni. Inoltre, solo cinque ministeri su quindici risultano confermati nel momento in cui scrivo. Senza controllo sui ministeri, il Presidente può combattere una guerra di logoramento ma non può passare propriamente all'offensiva. A scacchi accetterei di buon grado di barattare una pezzo con un altro, se questo mi costringe a perdere un turno per occuparmene. Non si può parlare di strategia a lungo termine, se non hai tutti i pezzi pronti a muovere.
Forse è il caso di rimanere ad osservare, e di smetterla con i tentativi di interpretazione delle rune.

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