domenica 25 ottobre 2015

Tam Hussein - Fatlum Shalaku, alias Abu Musa al-Britani. La storia del cittadino britannico combattente suicida a Ramadi



Traduzione da Syria Comment.

Cosa è successo al "tizio che somiglia a Fatlum"? La storia del cittadino britannico combattente suicida a Ramadi - Di Tam Hussein. Le foto scattate in strada sono dell'autore, le altre di pubblico dominio (21 luglio 2015).
Questa è la storia di Abu Musa al Britani, un giovane cittadino britannico combattente suicida che si è fatto esplodere in Iraq. E' cresciuto a Ladbroke Grove, la zona in cui ho lavorato ed in cui sono cresciuto facendo l'operatore di strada. Abbiamo anche frequentato la stessa scuola. Con questo mio saggio, cerco di dare una risposta al perché un giovane uomo così benvoluto sia andato a finire in Iraq quando appena due settimane prima aveva progammato un viaggio in Spagna. Oltre a che cosa lo ha spinto ad andare, si cerca qui di capire perché gente come lui o come Jihadi John arriva dalla stessa zona. Quali sono i fattori che guidano le loro scelte? E' evidente che né la politica estera né l'ideologia possono essere considerate le uniche motivazioni che spingono giovani europei a prendere parte al jihad. Nel mio saggio sostengo che la ragione per cui molti di questi uomini sono andati in Siria e si sono arruolati proprio nello Stato Islamico va cercata nella sottile interazione che esiste tra religione, politica estera, cultura da gang e modernismo. [stralcio di una mail che Tam Hussein ha inviato a Joshua Landis]

Ai turisti e agli amanti della bohème piace frugare tra le bancarelle di Portobello Road, piena di bigiotteria luccicante e di vestitacci da studenti d'arte. Per la gente del posto non è che uno specchietto per le allodole, un acchiappacitrulli che sbologna a turisti da ogni parte del mondo un campioncino dell'ultima tendenza della moda etnica. In fondo alla strada in Golborne Road, a un tiro di schioppo dalla Notting Hill di David Cameron, giovani anglomarocchini mangiano di gusto vassoiate di cucina marinara alla bancarella di pesce alla griglia di Hassan, punzecchiandosi allegramente per i colpi bassi delle rispettive squadre di calcio. Alcuni hanno vestiti all'ultima moda, mentre altri hanno l'inconfondibile thawb bianco, la barba lunga, i pantaloni sopra la caviglia e le scarpe da ginnastica della Nike: l'abbigliamento di molti salafiti. Dall'altra parte della strada c'è la pasticceria Lisboa, strapiena di gente del quartiere e marocchini un po' più in là con gli anni intenti a divorarsi le migliori torte alla crema di tutta Londra parlando dei loro timori e della strada da fare per tornare verso casa. Qui in Golborne Road l'uomo della strada e l'importante banchiere della city arrivano a sfiorarsi senza che i loro mondi si incontrino mai, a meno che l'uomo della strada non venga invitato a qualche festa perché vi porti un po' di coca. In questo, le Trellick towers [1] e la bohème di Portobello Road vanno d'accordo. Non ci si aspetterebbe che un ragazzo nato da queste parti annulli il proprio biglietto per un villaggio vacanze in Spagna e finisca invece a migliaia di miglia dal suo paese e dalla sua casa, a combattere in Iraq nelle file dello Stato Islamico.
Questa è la storia di Fatlum Shalaku detto anche Abu Musa al Britani, il ragazzo che ha alzato il dito indice verso il cielo per testimoniare l'unicità di Dio, e poi si è scagliato con un camion imbottito di esplosivo contro una postazione dell'esercito iracheno a Ramadi. Questo ragazzo di vent'anni somigliante a Zayn Malik [2], muscoloso, di bell'aspetto e conteso dalle ragazze ha messo in rotta la Golden Division irachena, una unità delle forze speciali addestrata dagli USA che per quattordici mesi aveva resistito in prima linea a costo di pesanti perdite. L'azione di questo ragazzo l'ha costretta ad abbandonare la capitale della provincia irachena di Anbar.

Fatlum con Mohammed Nasser

Fatlum in divisa scolastica.
Si noti il segno di riconoscimento che fa con la mano,
tipico delle gang di Londra ovest.

A Ladbroke Grove la notizia si è diffusa presto: "Avete sentito di Fatlum? Cavoli, che roba". Il venerdi dopo eravamo a sedere sul pavimento nella moschea Al Manar di Ladbroke Grove, ascoltando l'imam che parlava di come prepararsi al Ramadan. Non credo che l'imam avesse sentito la notizia perché forse altrimenti ne avrebbe parlato. Gli amici di Fatlum praticamente non sapevano come comportarsi e avrebbero potuto apprezzare il fatto che esprimesse un parere sulla questione un imam che citava lo studioso siriano del XIII secolo Ibn Taymiyyah, l'antesignano del movimento salafita per cui lo Stato Islamico ha tanta considerazione. L'imam ha invece ricordato ai suoi devoti le virtù del Ramadan, ha parlato della propensione a mangiare troppo durante il mese consacrato, di quella a fumare il narghilè nei caffè aspettando la preghiera dell'alba, della tendenza a dormire fino al pieno pomeriggio e in generale del non trarre benefici da un'astinenza che dovrebbe arricchire l'anima. Alcuni tra i devoti più giovani avevano bisogno di dare un senso alla sua morte. Ne parlarono sorpresi e stupiti. "Lo vedevo di solito in palestra, era un bravo ragazzo" dice uno; "non riesco a crederci". In giro per i palazzi che circondano la moschea i ragazzi sapevano che era andato a combattere in Siria, ma in pochi si aspettavano che avrebbe fatto qualcosa di simile. Un altro amico ha detto "Fatlum aveva una visione del mondo distorta, ma il suo cuore era puro, io lo so". C'era un senso di ammirazione venata di invidia per quel giovane che aveva percorso quel sentiero senza parlarne molto. Un suo ex compagno di scuola intervistato dal notiziario di ITV l'ha messa in un altro modo: "E' una cosa triste, dobbiamo chiederci perché una persona piena di sogni e di possibilità e di potenzialità... dovrebbe farsi saltare in aria"[3]. Pareva che tutti volessero dire ma che cosa succede a persone come Fatlum?

Negozio nordafricano a Ladbroke Grove

C'è chi dice che Fatlum sia rimasto molto colpito dalla guerra in Siria, ma questo non è vero. Quando esplose la rivoluzione, come ha detto uno dei suoi amici, "tutti eravamo eccitati" per la Siria. Questi ragazzi erano profondamente impressionati dalle immagini che arrivavano dai media sociali. In fondo si tratta del conflitto più mediatizzato che si sia mai visto e chiunque avesse un cuore avrebbe trovato difficile assistere agli spregevoli atti perpetrati dal governo siriano. Come un cugino ha detto di Mohammed Nasser, un combattente amico di Fatlum che è finito ucciso in Iraq, "...[Nasser] era furibondo per quello che sta succedendo in Siria... come in Iraq o in Palestina. Non credo che fosse diventato un radicale, capiva che cosa significa diventare radicali e che cos'è l'estremismo..."

Qualcosa che fa sentire aria di casa

Fatlum sapeva di un misterioso convertito, non diverso dal Ras ne "L'uomo invisibile" di Ralph Ellison, che aveva fatto i bagagli e si era unito allo Stato Islamico. Un Ras di Ladbroke Grove privo di radici, carismatico e conflittuale che aveva riunito attorno a se un gruppo di ragazzi del quartiere che avrebbero finito col seguirlo. Questi ragazzi ne avevano reclutati altri con Whatsapp e altri servizi di messaggistica: una migrazione a catena che andava in direzione opposta. Si dice che sia stato ucciso da Jaish al Fatih, una fazione ribelle che recentemente ha guadagnato terreno a Idlib. Uno del posto, Elias (non è questo il suo vero nome) mi ha detto che il fatto che nella zona di Ladbroke Grove c'era un reclutatore era una cosa di cui i servizi di sicurezza del Regno Unito dovevano essere informati, perché andavano mostrando foto segnaletiche alla gente.
Solo che Fatlum non è che bruciasse dalla voglia di andare a far la guerra in Siria, o che fosse irretito da questo "reclutatore". Proprio come i suoi, Fatlum non era religioso e aveva uno stile di vita relativamente laico, come molti albanesi del Kosovo i cui genitori avevano fatto esperienza di un governo comunista. Abitava vicino a Mohammed Nasser e conosceva anche Hamza Parvez, tutti e due finiti a combattere per lo Stato Islamico. C'è chi pensa che sia stato Nasser a influenzarlo, a indurlo a recarsi in Siria. Nasser ha incontrato l'Islam dopo la morte di suo padre; lo hanno ritratto come un giovane carismatico ed infervorato, capace di influenzare chi gli stava accanto. Hamza Parvez, al contrario, è stato descritto dai suoi familiari come "pigro", come uno un po' indeciso su cosa fare nella vita, più attirato dai dolci che dal combattimento. Ha seguito Nasser in Siria. Di solito, quando si forma una conventicola chiusa attorno a uno o due individui dotati di carisma e decisi a partire, è più facile che altri li seguano quale che sia il loro reddito o la loro condizione sociale ed economica. Quelli che sono meno preda delle ambizioni e della bella vita potrebbero avere meno da perdere e molto di più da guadagnare, andando in guerra. Soprattutto se gli si promette il paradiso o il ghanima, il bottino di guerra. Magari Hamza Parvez sarà stato anche tipo da cose del genere, ma Fatlum non lo era. Parlando con i suoi amici è difficile capire fin dove arrivasse l'influenza che Nasser poteva avere su di lui. Di fatto, Fatlum è partito per la Siria prima di Nasser. Secondo un suo cugino, Nasser "era un bravo ragazzo, sapeva distinguere quello che è giusto e quello che è sbagliato ed era compassionevole. Andava all'università, giocava a calcio... non era quel tipo di ragazzo che si fa domande sul califfato. Non avrei mai nemmeno sospettato che sarebbe partito".

Le Trellick Tower. A destra la moschea Al Manar.


Un amico mi ha detto: "Se proprio qualcuno lo ha influenzato, deve esser stato suo fratello maggiore Flamur. Si intendevano bene e Fatlum ne aveva grande considerazione. Ha riscoperto la fede durante il primo anno all'università. Flamur era un giovane architetto di talento ed il suo lavoro era stato anche in mostra alla galleria Saatchi & Saatchi. Secondo un altro compagno di scuola si trasformò dalla sera alla mattina: era uno che "lo si poteva vedere a chiacchierare e bere con gli amici" ed è diventato uno assiduamente dedito alle pratiche devozionali: lo si vedeva spesso alla moschea di Ladbroke Grove a partecipare alle preghiere comuni. E' stato Flamur ad introdurre suo fratello minore a discussioni che lo hanno portato a rivedere il proprio atteggiamento nei confronti della vita. Solo che Fatlum avrà anche potuto farsi prendere da grandi interrogativi, ma due settimane prima di partire per la Siria si interessava ancora delle cose di cui di solito si interessano i guappi di Ladbroke Grove. Se non ci fosse stato suo fratello maggiore a distoglierlo dalle vacanze in Spagna, Fatlum ci avrebbe dato dentro con le donne.
Eppure, la decisione di Fatlum di andare a combattere in Siria non è stata solo un capriccio, ma forse una sorta di esito di varie correnti che si sono aperte un percorso attraverso il quartiere di Ladbroke Grove.
L'interno della moschea Al Manar

Le correnti religiose di Ladbroke Grove - L'influenza dello jihadismo salafita

Una di queste correnti è rappresentata dal fattore religioso. Come ha scritto Raffaello Pantucci in We love death as you love life, da molto tempo prima della guerra in Siria e degli attacchi dell'undici settembre Londra ha visto una rinascita del senso religioso, ed in questo Ladbroke Grove non ha fatto eccezione. La crescente fiducia in se stessa e la crescente religiosità della comunità musulmana hanno trovato espressione nel 2001 con l'apertura del centro islamico di Al Manar di Acklam Road. La grande moschea con annessi scuola ed impianti sportivi ha un che di nordafricano ed ha le strutture ricreative di Westway da una parte e delle case popolari dall'altra. Il centro islamico rappresenta anche la fiducia in se stessa della comunità marocchina. Oggi, poco più di dieci anni dopo, ogni venerdi vi compaiono milleduecento devoti di ogni esperienza di vita; della congregazione hanno fatto parte combattenti dello Stato Islamico come Abdel Majed, Abdel Bary, Hamza Parvez, Mohammed Nasser, Flamur Shalaku, Choukri Elkhlifi, Mohammed El-Araj e Aine Davies; tutti venivano qui a pregare ogni venerdi.

Adulto in preghiera nella moschea Al Manar

Questo quartiere è percorso da diverse tradizioni e diverse correnti dell'Islam. C'è l'Islam tradizionale portato dalla città marocchina di Larache: un miscuglio di giurisprudenza della Malikiyyah, studio e tradizioni sufi. Questo orientamento va cercato presso i più maturi che siedono a leggere il Corano dopo la preghiera serale in moschea. Sedere con loro significa provare la ricchezza della tradizione di studio di Fez e di Marrakech. Il modo in cui gli anziani insegnano ai più giovani il tajwid, l'arte della recitazione del Corano, ricorda il tradizionale rapporto tra insegnante e studente che ancor vive nella loro terra. Vengono da una ricca tradizione di studio affinatasi nei secoli e ricca di sfumature. Uno studente deve acquisire -tra le altre cose- padronanza dell'arabo, della filologia, della grammatica, dell'esegesi coranica, della giurisprudenza e dell'etica. Soltanto dopo il suo insegnante potrà rilasciargli un Ijaza, il permesso per insegnare. Uno studio tanto approfondito richiede ben più tempo che i pochi anni sufficienti ad ottenere una laurea in studi islamici presso una università islamica moderna. A Ladbroke Grove in pochi avevano tempo per un simile cursus studiorum: Fatlum meno che mai.
Si trova poi la versione modernista e competitiva della tradizione salafita ispirata da Muhammed ibn Abdul Wahab, uno studioso revivalista del diciottesimo secolo. La sua corrente invocava un monoteismo rigoroso e rifiutava l'adesione ad una scuola di giurisprudenza o di misticismo, e i precetti che le sembravano costituire aggiunte di tipo culturale. Questa tendenza ritiene che fae eccessivo affidamento su una cieca imitazione, o sul taqlid degli studiosi porti fuori strada e cerca invece di porre il devoto a diretto contatto con le fonti della religione e condurlo così più vicino a Dio. Il salafismo è attraente per il suo semplice invito all'autenticità. Un devoto così lo riassume: "L'Islam è semplice: il Corano e la Sunna sono tutto quello di cui c'è bisogno".
Di quando in quando i suoi adepti cadono nella trappola di interpretare i testi senza avere delle buone competenze di base. Il salafismo non apprezza quella che viene spregiativamente chiamata cieca imitazione, il taqlid di uno studioso. A chi torna alla devozione e si reca in Golborne Road per cercare lumi in materia di religiosne non serve uno specialista nel ramo: potrebbe semplicemente aprire il Corano e usare come guida la canonica parola del Profeta. Non occorrono intermediari per trarre il succo da quella apparentemente contraddittoria mole di detti profetici e di versi coranici. Per i critici del salafismo il problema è proprio questo. Questi neofiti preferiscono soddisfare la propria avida sete bevendo direttamente dall'immenso e salato oceano invece di lasciare che sia lo studioso a rendere loro potabile l'acqua di quel mare. Bere direttamente dall'oceano porterebbe alla pazzia, o al minimo a gesti avventati. Proprio questo ha lamentato un membro della famiglia di Hamza Parvez all'epoca del suo ritorno alla fede: "E' successo lo scorso anno. Iniziò ad inossare il thawb e a dire le prghiere, e quello che più mi dette fastidio fu quando iniziò a dire a sua madre come doveva comportarsi. Quella sua presunta superiorità che gli veniva da pensare che sua madre fosse una ignorante".
Di certo le risposte e le poche righe scritte sulle pagine di Tumblr, i dialoghi su Ask.fm di alcuni tra questi combattenti dello Stato Islamico sembrano delle fatwa, dei pareri legali vincolanti dal punto di vista religioso. 
Un altro modo di manifestarsi dei salafiti a Ladbroke Grove è il movimento salafita jihadista. Come nota Jonathan Birt in Radical Nineties revisited: jihadi discourses in Britain[4] il fatto che molti di questi ideologi radicali dello jihadismo salafita abbiano potuto operare così liberamente nel corso degli anni Novanta comporta che c'erano tutte le premesse perché il movimento fosse in piena floridezza quando Fatlum vi è venuto in contatto. Come mi ha raccontato un giovane imam cresciuto in zona, lo jihadismo salafita ha sempre avuto una solida tradizione nella parte occidentale di Londra. La cosa aveva a tal punto infastidito questo mio interlocutore, che aveva deciso di trasferirsi altrove. In sostanza, lo jihadismo salafita pensa che solo tramite il jihad la comunità musulmana mondiale possa ripristinare la propria dignità e la propria potenza; per certi aspetti, le concezioni del movimento ricordano a tratti quelle di Frantz Fanon. Come ha detto Abdallah Azzam, che è una delle icone del movimento nonché il padre del jihad afghano, "gli uomini hanno bisogno del jihad più di quanto il jihad abbia bisogno di uomini". Il pensiero dello jihadismo salafita ha rappresentato una risposta al plurisecolare declino della potenza musulmana a livello mondiale e all'imperversare dell'Occidente all'interno delle società musulmane. I gruppi di Ladbroke Grove, per via di un insieme di fede e di retaggio culturale seguivano con profondo interesse gli avvenimenti mediorientali, soprattutto il conflitto tra palestinesi e stato sionista. L'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 fece sì che il pensiero dello jihadismo salafita acquisisse maggiore diffusione nella comunità, soprattutto tra i più giovani. Il fratello maggiore di Fatlum apparteneva sicuramente a questa corrente ideologica e anche se Fatlum potrebbe non esserlo stato, in compagnia di suo fratello e di altre persone che la pensavano allo stesso modo finì certamente per diventarlo.

Ladbroke Grove. Si va in skateboard in West Way.

La cultura delle gang ed il sottile tramite della religione

Fatlum comunque è cresciuto in un milieu in cui religione e cultura delle gang avevano taciti interscambi. Nel variegato affresco umano di North Kensington prospera la sottocultura delle gang. In giro per i caseggiati gli operatori di strada combattono una continua e difficile battaglia non contro il radicalismo, ma contro i problemi di ogni giorno che la maggior parte delle comunità del centro cittadino devono affrontare. Nella zona vivono per lo più marocchini, che vivono asptri scontri a North Kensington. In Paradoxes of social capital: a multigenerational study of Moroccans in London, nel 1998, Myriam Cherti scrive che Golborne Ward [5] rientrava nell'1% dei quartieri più svantaggiati del paese; nel 2012 la situazione non era cambiata gran che, perché il quartiere veniva collocato al secondo posto nella classifica dei peggiori quartieri di Londra [6]. La stessa Cherti scrive in un saggio redatto per il Runnymede Trust e intitolato British moroccans, citizenship in action che nella zona erano "endemici" la povertà e i contesti svantaggiati. Gli operatori di strada che ho incontrato cercavano sempre di indurre i ragazzi a incanalare le loro risorse in attività più costruttive. Uno degli operatori più intraprendenti che chiamerò Khaled mi ha detto "tiro fuori i soldi di tasca mia, gli compro pollo e patatine e allora cominciano a venire agli incontri". Solo che il taglio dei fondi mette in difficoltà gli operatori. Khaled si lamenta perché le altre organizzazioni giovanili ricevono fondi da diversi finanziatori, mentre gli unici soldi a disposizione per i gruppi marocchini arrivano per lo più dal programma Prevent, la discussa iniziativa antiterrorismo messa in piedi dal governo. Non che questo cinismo sia una novità. Fin dal 2009 le relazioni del Runnymede Trust affermano che "le organizzazioni più piccole sono scontente del fatto che il Comune le abbia trattate male nella distribuzione dei fondi, favorendo determinati progetti e impedendo di sviluppare altre opportunità". Khaled mi ha spiegato che i problemi principali nel quartiere sono ancora le droghe, le rapine a mano armata, gli scontri tra bande, le ragazze madri e la mancanza di senso civico, più che il terrorismo o il radicalismo. A questo operatore di strada non importava che cinque ragazzi avessero lasciato il quartiere per unirsi allo Stato Islamico: doveva andare in giro ad arginare "ragazzi che si accoltellano l'un l'altro per un telefono cellulare. Qui in zona la cultura delle gang tocca tutti i ragazzi".


Con la ghettizzazione arrivano anche i problemi sociali. Le droghe e la criminalità sono una caratteristica di Ladbroke Grove fin dagli anni Novanta. In tutta la zona occidentale di Londra, Golborne Road era il miglior posto per trovare eroina e fumo. Chiunque fosse cresciuto in zona sapeva che Ladbroke Grove si era accaparrata tutto il giro. Si andava in giro in macchina e qualche spacciatore ti avrebbe dato la mano, avrebbe mollato la roba e si sarebbe allontanato nelle sue scarpe da ginnastica. Anche prendendo servizio in borghese ci sarebbero stati dei bei problemi a cercare in giro per i palazzoni un simile fantasma. Solo che il tempo è passato e questi ragazzi, per lo più provenienti dalla chiusa cerchia della comunità marocchina, hanno iniziato a sentire che nella loro vita la religione aveva un certo impatto. I loro genitori invecchiavano, e diventavano sempre più devoti. Loro stessi avevano messo su famiglia nel quartiere, e ora che ognuno aveva fatto la profonda esperienza di avere una famiglia propria anche loro avevano iniziato a prendere in considerazione il significato più profondo della vita. "Una volta che un uomo ha preso in braccio un proprio figlio", ha detto un tale, "inizia a pensare al suo futuro, non c'è nulla da fare. Così vuole Iddio". In poche decine di anni gli stessi spacciatori che avevano mollato la roba a clienti avidi su erano fatti crescere la barba e si erano messi a pregare cinque volte al giorno cercando il modo di redimersi. Questi uomini venuti su alla scuola delle legnate avevano scoperto che lo jihadismo salafita si addiceva al loro temperamento, così come qualcuno dotato di uno spirito un po' più creativo avrebbe potuto preferire la comprensione dell'Islam propria dei Sufi.

Golborne Road

Nonostante i pregiudizi che la comunità marocchina di North Kensington deve affrontare, l'impegno in politica è sempre stato sentito, soprattutto a livello locale. Solo che come ha mostrato l'inchiesta del Runnymede Trust, verso la politica c'è anche sfiducia, soprattutto tra quelli della seconda generazione. L'invasione dell'Iraq nel 2003 è diventata il principale argomento di polemica. I dieci anni di vessatorie sanzioni che la avevano preceduta, e che avevano provocato la morte di mezzo milione di bambini con il Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright ad asserire che "ne era valsa la pena", avevano riscaldato gli animi. Per molta gente di Ladbroke Grove la guerra in Iraq non fu certo come la pubblicità dei cosmetici. Molto tempo prima che dal quartiere venissero fuori appartenenti ad Al Qaeda come Bilal Berjawi e Ramzi Mohammed, si sentiva già dire in giro che certi anglomarocchini vecchio stile esprimevano il loro disappunto abbracciando l'ideologia dello jihadismo salafita e anche cercando di partire per unirsi agli insorti in Iraq. Si parlava sempre di delinquenti provenienti da Ladbroke Grove, sospettati dui una serie di crimini perpetrati nella zona occidentale di Londra e nelle sue vicinanze per finanziare attività jihadiste. Si diceva che questi crimini fossero giustificati con l'artificio legale che si viveva in Dar al Harb, la "terra della guerra", un concetto islamico classico sviluppato da un corpus di giurisperiti islamici durante il medio evo per indicare i territori con i quali il mondo islamico si trovava in guerra. Come vi dirà qualunque giurisperito, il concetto di jihad è un termine onnicomprensivo che si riferisce al combattimento e che ha sfumature, contestualizzazioni e significati diversi che cambiano con il tempo e con lo spazio. Ad esempio, se il nemico mutilava i tuoi caduti non eri autorizzato a fare altrettanto perché la cosa era considerata contro giustizia e direttamente contraria ai precetti divini. Alcuni di questi assunti, sia pure in numero minoritario, ammettevano che gli invasori delle terre musulmane venissero ripagati della stessa moneta, sia pure in circostanze eccezionali: questo significa che tutto diventava possibile; dall'inganno alla rapina fino alla presa delle donne come schiave e così via. Un credente mi confidò, a condizione di poter restare anonimo, che un "tizio di Grove" era stato così sfacciato da rapinare un portavalori e da arrivare poi in moschea per la preghiera del tramonto tenendo con sé la cassetta del denaro e quindi portarsela a casa come se nulla fosse. Si diceva anche che alcuni elementi del genere si fossero uniti in Siria ai più piccoli battaglioni delle fazioni ribelli più frammentate, come le brigate Katibat al Khattab e Sham al Islami, la seconda delle quali costituita a maggioranza da uomini provenienti dal Nord Africa.
Di questi jihadisti salafiti di Ladbroke Grove si può dire che cosa non erano: a differenza di molti appartenenti alle più giovani generazioni di jihadisti, non si trattava di individui smaccatamente ed esplicitamente takfiri nel modo in cui lo sono gli aderenti allo Stato Islamico. C'erano ovviamente delle eccezioni, ma i più non emettevano anatemi di quel genere. Si considerino per esempio le asserzioni di Adam Gadah -negli ultimi tempi portavoce di Al Qaeda- sull'esecuzione di Alan Hennings e sulla posizione dello Stato Islamico: a suo dire si trattava di un gesto peccaminoso. Che piaccia o non piaccia, lo jihadismo salafita elabora una propria teologia, dispone di pensatori, di studiosi e di una tradizione. Di solito i combattenti più anziani, quelli della generazione di Gadahn, si attengono a questa struttura. Avevano considerato l'Occidente come una potenza colonialista infedele ed oppressiva cui ci si doveva opporre, ma i musulmani che la pensavano diversamente non venivano considerati infedeli in blocco. Questo jihadismo salafita rispettava ancora le tradizioni e la sacralità del sangue dei musulmani, anche se non ne avevano nessuno per le leggi del Regno Unito. Solo che come ha avuto a dirmi un imam che conosce sia  il quartiere sia quelli che la pensano in questo modo "Se è la vittoria ad ogni costo che questi vogliono, adottando un punto di vista tanto privo di compromessi hanno sostanzialmente abbandonato qualunque considerazione etica sulla legge sacra; il Profeta e i suoi compagni hanno forse fatto quello che hanno fatto loro? Certo che no, quello che il Profeta e i suoi fecero davvero fu dare campo libero alla generazione successiva alla loro, che avrebbe potuto fare quello che voleva".
Nonostante i problemi che ovviamente lo jihadismo salafita solleva all'interno dell'elaborazione intellettuale dell'Islam come al di fuori di essa, la vecchia generazione ha faitcato a capire questa nuova leva di jihadisti salafiti. Gli jihadisti di vecchio stampo criticano la generazione di Fatlum perché è sfuggita ad ogni controllo. Pochissimo tempo fa il religioso salafita giordano Abu Qatada, uno dei principali ideologi di questa corrente, ha criticato il comportamento dei giovani occidentali che arrivano in Siria privi di qualunque formazione religiosa e si mettono ad uccidere giurisperiti con anni di studi alle spalle. Si dice che la nuova generazione manchi di tarbiyyah, della capacità di adattarsi ai contesti; la sua sincerità non basta. Manca senza dubbio un legame tra le due generazioni. Per molti versi, il conflitto tra Fronte an Nusra e Stato Islamico riflette quello che c'è tra jihadisti di vecchia e nuova scuola. Le nuove leve dello jihadismo salafita vengono considerate più radicalmente, più virulentemente takfire: non gli importa nulla di una tradizione che magari potrebbe porre loro un freno, dello studio, di qualunque legge che non sia la loro. Quest'idea pare tovare conferma in Thomas Pierret, ricercatore all'Università di Edimburgo e autore di Religion and state in Syria: the sunni ulama from coup to revolution. In uno scritto su Facebook dice che gli jihadisti della vecchia generazione
erano motivati dalla volontà di difendere dall'oppressione il musulmano loro prossimo. La loro propaganda era una lamentela senza fine sulle sofferenze dei musulmani in tutto il mondo. La generazione di combattenti stranieri dello Stato Islamico è completamente diversa. La loro propaganda e il loro modo di comportarsi fanno pensare che non soltanto siano del tutto indifferenti alle sofferenze dei siriani, ma che provino gusto ad imporre ad essi una brutale forma di oppressione intesa come parte della loro utopia narcisistica da colonialisti
Vero è che gli jiadisti giovani di Ladbroke Grove, quelli come Fatlum, erano diversi. Secondo un amico, Fatlum si abbigliava "da vero takfiro", ma non ne faceva bella mostra a fini di proselitismo sui media sociali, come facevano invece altri combattenti dello Stato Islamico. Per lui, il sacro ed il profano si mescolavano con la cultura pop. Questi ragazzi hanno uno stile tipicamente postmoderno che mescola senza problemi l'iconografia del jihad con quella di Call of Duty. Ali è uno studente che è sempre vissuto a Ladbroke Grove; in un caffè all'italiana mi ha detto senza mezzi termini dov'era secondo lui il problema: "Non è tutto qui, il fatto è che ci sono parecchi ragazzi di strada che non sanno nulla della fede e che scoprono Anwar Awlaki su Youtube. E' questa la tragedia. E per giunta guardano roba che va dal Signore degli Anelli a 300, da Salvate il soldato Ryian fino a Black Hawk Down: tutte cose in cui la cultura occidentale celebra l'eroismo e il sacrificio di sé. Qualcuno ha il padre che ha combattuto in Afghanistan, poi hanno imparato per la strada ad avere una mentalità da combattenti. Se a quel punto ci metti sopra la religione, che dice che si devono aiutare i deboli e gli oppressi, ecco pronto uno jihadista da strada. E' qualcosa di prevedibile. Guarda, la maggior parte di questi elementi si è unita allo Stato Islamico; quelli che avevano un qualche briciolo di fede non l'hanno fatto".
Mohammed Nasser, l'amico di Fatlum, era proprio un caso del genere. Se si scorre il susseguirsi dei suoi messaggi su Twitter si nota che Grand Theft Auto vi ricorre tanto quanto il concetto di martirio, anche se quel gioco è probabilmente quanto di più opposto esista rispetto all'etica e alla morale islamica. Su Twitter è passato da parlare dei suoi amici a scrivere a gente che diffondeva messaggi favorevoli allo Stato Islamico, come Shamiwitness[8]. Le connessioni di questo tipo, la cultura che stanno creando sono peculiari della loro generazione. Hanno un loro vocabolario, hanno sovrapposto lo jihadismo salafita ai panni che indossavano di solito e lo hanno mescolato con il ribellismo da strada infiorettandolo poi con Anwar Awlaki, col Corano, con la Sunna e con un po' di vita da prepotente. Potrebbero desiderare ardentemente il perdono e il paradiso: nel loro ardore giovanile hanno bisogno di avventura e di senso di appartenenza. L'iperbole presa dal lato occidentale ha finito per diventare "la terra dei musulmani deve essere difesa". La nuova generazione di jihadisti di strada ha mandato in corto la tradizione dello jihadismo salafita e l'ha fatta diventare qualcosa del genere "musulmani, e stop. Che cosa, non importa". La loro reazione non è stata diversa da quella del patriota ameriKKKano che urlava "AmeriKKKa, e stop. Che cosa, non importa". Questi ragazzi, sicuramente in buona fede, si erano dati una regola da soli e potevano partire all'attacco e andare contro i principi islamici meglio radicati. Sono stati questi ragazzi ad unirsi allo Stato Islamico.


Quando Abdel Majed ABdel Bary, un ventitreenne di Maida Vale, ha mostrato una testa mozzata e ha scritto a chi lo seguiva su Twitter che stava "cazzeggiando col mio amico o con quello che ne resta"[9], a detta di molti è andato contro il concetto tradizionale di cavalleria, e in generale contro tutto quello che il jihad rappresenta. "Non si dice che la guerra sia una passeggiata; la guerra è brutta e schifosa. Lo spirito essenziale del jihad è che anche quando un uomo può permettersi di comportarsi nel modo più brutale e spietato, egli non si arrende ai propri più bassi istinti. E' facile mostrarsi clementi, pietosi e civilizzati nella vita quotidiana, ma in guerra un uomo può davvero mostrare l'autentica nobiltà della sua natura mostrandosi misericordioso, clemente e cavalleresco, anche quando gli è stato fatto del male e il suo istinto gli dice di comportarsi in modo brutale e spietato. Ecco: molti combattenti dello Stato Islamico tutto questo se lo sono dimenticato" ha detto un imam che ha chiesto di restare anonimo.
Una rapida scorsa della letteratura medievale su famosi guerrieri musulmani li mostra tanto capaci di fare la guerra quanto dotati di cultura; l'autobiografia di Osama bin Munqidh -un cavaliere delle crociate del XII secolo- o la biografia del Saladino scritta da Ibn Shaddad ne fanno fede: sia l'uno che l'altro sono capaci di mostrarsi magnanimi nei confronti dei nemici. Se si legge la storia di Chadži-Murat di Lev Tolstoj, un romanzo breve che il critico letterario Harold Bloom definì "sublime", si apprezza la profonda ammirazione di Tolstoj per un combattente musulmano, per uno jihadista che aveva rifiutato di chinare la testa davanti alle prepotenze del mondo, prime ta tutte quelle della Russia zarista. Si arrivi velocemente al ventesimo secolo e si consideri Abdullah Anas, un veterano del jihad afghano e genero di Abdullah Azzam: un uomo disgustato dalle sbruffonate di questi ragazzini armati che ammazzano qualcuno e poi lo fanno sapere su Twitter. Come ebbe a dirmi nel suo ufficio nella zona nord di Londra,
"I prigionieri hanno ogni diritto. Noi gli davamo da mangiare quello che mangiavamo noi, gli davamo gli stessi vestiti e li facevamo vivere come vivevamo noi. Dopo qualche mese molti dei soldati sovietici iniziarono a pensare di non esser dei prigionieri da come li trattavamo bene. Con il nostro comportamento, gli avevamo mostrato che non eravamo gente sanguinaria. Alcuni di loro sono diventati musulmani, con qualcuno siamo amici ancora oggi". [10]
Per i vecchi combattenti gli Abdul Barys di questo mondo sono solo l'espressione del bullismo da strada che a Ladbroke Grove è roba di ogni giorno: cambia solo la collocazione geografica. Cos'è cambiato allora, nel tempo che separa gli jihadisti all'antica da quelli che oggi si uniscono allo Stato Islamico? Secondo Bilal Abdul Karim, uno statunitense convertito all'Islam che fa il giornaliste freelance e ha passato parecchio tempo nella Siria prostrata dalla guerra si tratta di una questione in cui predominano l'ignoranza e la perdita di ogni principio morale. Comodo in un caffè, mentre sorseggiava un latte caldo e sbocconcellava uno di quei dolci con le gocce di cioccolato, mi ha detto che almeno qualcuno di questi combattenti "è veramente animato da intenzioni sincere, ma siccome non ha le compentenze di base necessarie si attacca a qualche gruppo che pensa lo porterà verso Dio, e così si fa fregare... Non ci posso credere... Una volta eravamo in macchina e questi stavano discutendo se fosse o meno ammissibile sparare a donne e bambini. Io gli faccio qualcosa come 'Ma fratelli, perché mai discuterne? L'Islam non lo permette.' Questo, per dirti quanto erano ignoranti". Gli amici dicono che quando se ne andò Fatlum aveva una conoscenza dell'Islam piuttosto elementare, ma curata ad opera dei raccoglitori di proseliti dello Stato Islamico.
Fatlum è partito, ma non sono state solo la fede e l'ignavia della comunità internazionale a far sì che se ne andasse. In gioco c'erano dei fattori complessi, l'influenza di determinati individui, il filtro rappresentato dal pensiero dello jihadismo salafita, la cultura da bullo di periferia, l'identità, o il bisogno puro e semplice di avventure e di stupore. Ecco cosa l'ha messo su quel volo per la Turchia. Nella primavera del 2013 i fratelli andarono in Turchia passando per l'uscita da un altro paese europeo.
Per il loro padre Muhamet la novità fu un trauma assoluto. I due fratelli avevano tenuto le famiglie all'oscuro della loro conversione ed una volta in Siria tennero labili contatti con i familiari. Dicevano ai genitori che lavoravano nei soccorsi. La madre di Fatlum cadde in una grave depressione. I genitori non denunciarono immediatamente la scomparsa dei figli, ma la cosa venne notata: la polizia sapeva che se ne erano andati. Il padre disse che erano venuti quelli del reparto speciale e si erano portati via i computer dei ragazzi. Forse pensava, da ingenuo, che gli avrebbero dato una mano a ritrovarli. I poliziotti si erano interessati a loro due in seguito alla rivelazione della vera identità di jihadi John.
In Siria quella che era cominciata come una vera e propria rivolzuione aveva inziato a ricordare l'Andalusia del XII secolo ai tempi dei Muluk at Tawa'if, i Re delle Fazioni. Gli emiri del polverio di principati andalusi, sostenuti da vari re cristiani, si facevano la guerra l'un l'altro per primeggiare sulla penisola iberica. Molti combattenti venuti da fuori per combattere contro Assad si sono invece ritrovati in mezzo a questo scontro fra fazioni ribelli. Abu Layth al Khorosani o Anil Khalil Raoufi di Manchester, per esempio, sono morti combattendo contro il Libero Esercito Siriano invece che contro Assad. Quando sono iniziati i combattimenti fra Stato Islamico e Fronte an Nusra, un amico rimase stupito del fatto che i due fratelli non si fossero fatti coinvolgere nelle lotte intestine tra jihadisti esplose nel gennaio del 2014. Fatlum aveva deciso abbastanza presto da che parte stare. Contrariamente a quello che è stato scritto, i due fratelli non hanno disertato dal Fronte an Nusra. Dopo essersi addestrati con la Katibat al Muhajireen (KaM) comandati da Omar Shishani, originario della Georgia, e dal suo ex vicecomandante Abu Mus'ab al Jazairi, entrarono nello Stato Islamico. Non si sa bene perché i ragazzi lasciarono la Katibat al Muhajireen. Forse seguirono Omar Shishani dopo che ebbe giurato fedeltà allo Stato Islamico, o forse speravano di unirsi ad un gruppo che gli aprisse la via per il Paradiso. Difficile dirlo. In ogni caso non vollero combattere contro i loro ex compagni e questo gli guadagnò il rispetto anche dei loro nemici. La ragione per cui finirono in Iraq può essere questa, cioè il fatto che non volevano combattere contro gli ex compagni e preferirono invece combattere contro gli sciiti e lo YPG curdo: i primi sono eretici agli occhi dei salafiti, i secondi degli atei senza dio per via delle loro idee laiche o comuniste.

Al centro, Abdullah Anas

Flamur Shalaku o Abu Sa'ad, come si faceva chiamare, è stato ucciso nel marzo 2015 in Iraq. Suo padre Muhamet ha ricevuto una telefonata in cui una voce molto disturbata e con accento arabo parlava in uno stentato inglese dicendo "Per tuo figlio tutto va bene". Il padre non è devoto, quindi non ha capito il significato della frase. Mi venne a cercare una sera di pioggia a Whitechapel per vedere se mi riusciva di capire dov'era. Non sapevo come dirglielo, il suo naso rosso con sottili venature rossastre lo indicava come estimatore del Jack Daniels, sicché gli dissi che un uccellino mi aveva fatto sapere che Abu Sa'ad era stato ucciso.
Barcollò, poi si scosse, gli si inumidirono gli occhi e per un attimo gli tremarono le labbra. Io volevo abbracciarlo, mi sentivo uno stronzo. Solo che lui non si lasciò abbracciare e si ricompose. Mi disse della telefonata e gli spiegai che cosa voleva dire.
"Per lo Stato Islamico morire vuol dire morire da martiri. Per loro è una bella notizia".
"Non so cosa dire a sua madre", disse come se Flamur fosse ancora vivo. "C'è il modo per far tornare Fatlum? Ho bisogno di dirgli di tornare! Se perdiamo anche lui, per noi è finita, capito? Finita. Per adesso a lei non dirò nulla".
Un mese dopo fui io a chiamarlo, per chiedergli della morte di Fatlum.
Forse il fatto che Flamur fosse morto fece decidere a Fatlum di raggiungerlo. Già aveva perso Mohammed Nasser, e ora era toccata a suo fratello. E allora è salito su un camion pieno di esplosivo, ha alzato il dito fuori dal finestrino perché lo fotografassero e si è diretto contro l'obiettivo. Si è fatto esplodere sperando di andare in paradiso. I suoi amici dello Stato Islamico si sono rallegrati per la sua autoimmolazione, ma l'eco dell'esplosione è arrivato fino a Ladbroke Grove. Gli amici di qui e la gente del quartiere sono rimasti scioccati dal destino di un ragazzo così benvoluto. Qualcuno tra i più giovani ha pensato che sia morto per quello in cui credeva: "era un uomo d'azione, sai, dice quello che c'è da dire e prende la strada che c'è da prendere". I più anziani hanno il presentimento che ancora una volta i riflettori si accenderanno su una comunità che ha problemi ben più grandi che lo Stato Islamico.

[1] Blocco di abitazioni popolari costruito all'inizio degli anni Settanta [n.d.t.]
[2] Cantante popolare tra i giovanissimi, ex appartenente di un gruppo chiamato One Direction [n.d.t.].
[3] http://www.itv.com/news/2015-05-22/revealed-the-british-schoolboy-who-became-an-islamic-state-suicide-bomber/
[4] https://www.academia.edu/8689148/The_Radical_Nineties_Revisited_Jihadi_Discourses_in_Britain
[5] https://books.google.co.uk/books?id=lf1YAQAAQBAJ&pg=PA20&lpg=PA20&dq=british+moroccans+are+marginalised&source=bl&ots=I4vsPXJqsi&sig=V4s4EkLI-he1KF23UdMey7ZKG-c&hl=en&sa=X&ei=URqTVcCkNMa4UbfIgagF&ved=0CFIQ6AEwCQ#v=onepage&q=british%20moroccans%20are%20marginalised&f=false
[6] http://www.kcsc.org.uk/news/8-mar-2012-1448/golborne-ranked-second-most-deprived-ward-country
[7] Scritto su Facebook il 7 luglio 2012
[8] http://www.channel4.com/news/unmasked-the-man-behind-top-islamic-state-twitter-account-shami-witness-mehdi
[9] http://www.dailymail.co.uk/news/article-2723659/ISIS-militants-seize-key-towns-villages-close-Syrian-border-Turkey.html
[10] http://eng.majalla.com/2014/02/article55248465



sabato 24 ottobre 2015

Quando l'importante è esagerare


Negli ultimi anni la comunicazione pubblicitaria ha ovviamente risentito di un clima sociale in cui un impoverimento di massa apparentemente inarrestabile si è accompagnato alla diffusione di un securitarismo d'accatto sapientemente e costantemente coltivato.
In sostanza i pubblicitari si sono trovati a dover lavorare per un target di morti di fame, usando in casi come quello qui considerato iconografia, atteggiamenti e ambientazioni  da filmetti yankee. Quelli in cui qualche armatissimo manesco e taciturno con l'aria di aver ripetuto la seconda media per tre volte spacca una quantità di belle cose e ammazza una quantità di persone.
Lo fanno spesso anche in casi in cui il buon senso avrebbe consigliato di farne a meno. Abbiamo visto qualche tempo fa un esempio del genere, con quattro raschiatori di marmitte messi in posa da agenti della CIA.
Qui invece abbiamo un tizio che vive sicuramente nell'incessante, sordo rancore di non aver potuto diventare ras del quartiere per una marcata acondroplasia degli arti inferiori.
Una condizione per niente allegra; per rifarsi degli schiaffi presi dalla malasorte, il Nostro ha pensato bene di commissionare -presumibilmente alla poco vestita che gli è ritratta a fianco- non uno ma due antipatici destinati a rimpiazzarlo, che ora gli tocca ovviamente mantenere: di qui la determinazione a risparmiare l'equivalente di tre pacchetti di sigarette su questa o quella utenza domestica.
Un compito che l'immagine -palazzoni da apocalisse cittadina, cieli rossastri eccetera- suggerisce epico, neanche si trattasse delle stalle di Augia.

venerdì 23 ottobre 2015

Appello al pontefice romano Francesco affinché, nel corso della sua visita a Firenze del novembre 2015, metta all'indice la gazzetta "La Nazione" e scomunichi chiunque vi "lavori".


Attorno al 20 ottobre 2015 il Quotidiano "Nazionale" fa volare qualche straccio. C'è bisogno di fare tiratura, sicché mette in prima pagina una presunta malattia del religioso argentino Jorge Mario Bergoglio, pontefice romano con il nome di Francesco.
Nell'epoca del cicaleccio mediatico istantaneo l'impresa rivela la propria fondatezza in meno di mezz'ora, costringendo il capogazzettiere del giornalino di cui sopra a qualche giorno di difesa dell'indifendibile, lardellata di penose precisazioni.
Intanto le edizioni on line, come si può vedere dalla screenshot in alto, ciarlano di pallonate, pallonieri, palloni, invasioni di papere(!) e atti contro natura tra gèssiche da televisione.
Sicuramente con maggiore autorevolezza e maggiore credibilità.
E con maggiore competenza, con particolare riguardo agli atti contro natura.

A Firenze l'emanazione del Quotidiano "Nazionale" è "La Nazione", che i nostri lettori e i fiorentini in generale conoscono da sempre a motivo della ponderatezza e della profonda imparzialità con cui tratta ogni genere di questione.
Per metà novembre è prevista una visita del pontefice a Firenze.
Sarebbe costruttivo se Jorge Mario Bergoglio approfittasse dell'occasione per mettere all'indice "La Nazione"  e fulminare la scomunica contro chiunque vi "lavori", dal capogazzettiere all'ultimo neoassunto, fermo restando che l'ideale sarebbe che l'intera organizzazione, ivi compresi gli ambienti "lavorativi" nella loro interezza, venisse consegnata al braccio secolare.

mercoledì 14 ottobre 2015

La Coop Firenze cura la preparazione culturale, politica e militare delle classi popolari


Nella penisola italiana le consegne "occidentaliste" e la propaganda che le rinforza dominano da anni per intero ogni livello di interazione sociale, ogni produzione mediatica e tutta l'attività legislativa, con conseguenze facilmente immaginabili per lo spazio, la visibilità e la stessa credibilità di chi si ostina a confutarli o -peggio- ad irriderli, specie se a ragion veduta e con argomentazioni oggettive.
In questo contesto la mercificazione integrale dei rapporti sociali passa anche per la possibilità di scoraggiare, denigrare, vietare e sanzionare qualunque comportamento diverso da quelli di consumo e nella approvazione, promozione, agevolazione e incentivazione dei loro contrari. Di qui il rafforzamento di influenze sociali che incoraggiano l'indebitamento personale, la copertura mediatica di varie botteghe di roba costosa e spesso inutile e soprattutto la letterale divinizzazione dei centri commerciali e dei supermercati.
Nulla che i nostri lettori non conoscano benissimo.
Anche in questo contesto esiste tuttavia una residuale propensione a battaglie "politiche" risibili, prontamente riprese dalle gazzette.
La più visibile schermaglia di questo genere è iniziata alcuni anni fa, promossa dal fondatore di una catena di supermercati che ha scritto un libro apposta per lamentare la macchinazione politica ordita dai rossi senza dio delle cooperative di consumo, animati da null'altro che dalla nostalgia dei gulag e dalla voglia di vederlo sul lastrico. Le righe che seguono dovrebbero descrivere proprio il paradiso di democrazia minacciato dagli AK47 del nemico. Luciano Bianciardi le scrisse nel 1962.
Il bottegone è una stanza enorme senza finestre, con e luci giallastre sempre accese a illuminare le cataste di scatole colorate. Dal soffitto cola una musica calcolata per l'effetto ipnotico, appesi al muro ci sono specchi tondi ad angolazione variabile e uno specialista, chiuso chissà dove, controlla che la gente si muova, compri e non rubi.
Entrando, ti danno un carrettino di fil di ferro, che devi riempire di merce, di prodotti. Vendono e comprano ogni cosa; i frequentatori hanno la pupilla dilatata, per via dei colori, della luce, della musica calcolata, non battono più le palpebre, non ti vedono, a tratti ti sbattono il carrettino sui lombi, e con gesti da macumbati raccattano scatole dalle cataste e le lasciano cadere nell'apposito scomparto. Nessuno dice una parola, tanto il discorso sarebbe coperto dalla musica e dal continuo scaracchiare delle calcolatrici.
Il bancone giù in fondo è quello delle carni. Dietro c'è una squadra di macellai e macellaie che spartono terga di bove, le affettano, le piazzano sul vassoino di cartone, le involgono nel cellofan e poi richiudono con un saldatore elettrico. Davanti al bancone sostano le donnette, ognuna ha in mano un vassoino di carne e lo guarda senza vederlo, lo tasta, lo rimette al suo posto, ne piglia un altro. La donnetta accanto a lei prende a sua volta il vassoino scartato, lo guarda, lo tasta, lo rimette al posto suo, e avanti. Nelle ore di punta il vassoino non fa nemmeno in tempo a ritornare sul bancone: appena visto e tastato, passa in mano a un'altra donna, percorre tutta la fila delle donnette chine come tanti polli a beccare in un pollaio modello. Poi ritorna indietro.
Sarebbe una grossa perdita di tempo, e di guadagno, ma ci sono degli specialisti in borghese che, alle spalle delle donnette ipnotizzate, provvedono di soppiatto a colmare fino al dovuto il carretto in attesa, oppure a spostarlo, in modo che i più solerti, sbagliandosi, stivino di merce anche il veicolo dei più tardivi, e tutti, alla fine, abbiano comprato pressappoco la stessa roba, e nella stessa quantità.
Continua la musica ipnotica e quando la gente è arrivata alla cassa, ormai paga automaticamente tutto quel che si ritrova a trascinare nel carretto. Gli emitori con automobile spesso prendono due carretti a testa e non se ne vanno finchè non li abbiano visti ben pieni..
La fila delle cassiere è sempre attiva ai calcolatori, e le dita saltabeccano di continuo sui tasti, come cavallette impazzite. In testa hanno un berrettino azzurro col nome del bottegone, non battono palpebra, fissano i numerini con le pupille dilatate, e ogni giorno hanno il visino più smunto, le occhiaie più bluastre, il colorito più terreo, il collo più vizzo, come tante tartarughette.
Ci sono anche giovinastri neri e meridionali, con scatole e appositi portacarichi, i quali trascinano fino alle auto la caterva degli acquisti, dodici bottiglie di acqua gazzosa, dieci pacchetti di gallettine, olive verdi col nocciolo e senza, gli assorbenti igienici per la signora, perché tanto anche 'sto mese ci sono stati attenti, un osso di plastica per il barboncino venti barattoli di pomodori (anzi di pomidoro dicono), un pelapatate americano brevettato, che si adopera anche con la sinistra, i grissini, e gli sfilatini, i salatini, gli stecchini, i moscardini e i tovagliolini di carta con le figure a fantasia, tanto spiritosi, tanto divertenti.
lo lo dico sempre, metteteci una catasta di libri, e accecati come sono comprerebbero anche quelli. Ho letto su un giornale specializzato che questo e l'agorà, il forum, la piazza dei nostri tempi, e forse è vero. Però non mi scordo che alla Svolta del Francese c'era già tutto questo, e anche di più.
Mi ricordo che il vecchio Lenzerini, al suo bottegone di Scarlino Scalo, teneva tutta questa roba e altra ancora, anche i cappelli teneva, i vasi da notte, il baccalà a mollo e i lumi a carburo. Ti preparava anche un cantuccio di pane col salame, il Lenzerini. Bastava chiederglielo, e intanto ti raccontava di quando suo nonno accompagnò Garibaldi a casa Guelfi, e lo vide riposarsi sotto il quercione, in vista di Cala Martina. Era con lui un bel giovane, che si faceva chiamare il capitano Leggèro, ma di certo doveva essere un nome finto.
"Professore, lasci stare, pagherà quest'altr'anno." Davanti al bottegone c'è uno spiazzo dove razzolavano le galline, e niente passaggio zebrato. Qui invece è doppio e pericoloso, viale e controviale dal cancello di casa mia all'edicola dei giornali.
In alto invece c'è un'immagine scattata nell'androne di una Casa del Popolo alla periferia di Firenze: è un volantino in cui si propaganda uno degli aspetti più sovversivi e rivoluzionari dei nemici irriducibili del signore di cui sopra.

martedì 13 ottobre 2015

Alastair Crooke - Siria: la Russia vuole infliggere una sconfitta strategica sia allo Stato Islamico che ad al Qaeda



Traduzione dallo Huffington Post, 9 ottobre 2015.


Beirut - Appena la Russia ha dato il via alla prima fase della propria campagna militare in Siria i media di tutto il mondo hanno risposto con una epica bordata di invettive contro il Presidente Putin e deprecando le motivazioni strategiche che hanno portato i russi in Siria. Questa campagna di "informazione" rappresenta la recrudescenza di un riflesso nervoso della Guerra Fredda, o dietro c'è in azione qualcosa di più profondo?
La reazione dell'amministrazione statunitense all'iniziativa russa è stata titubante. Dapprincipio a Washington hanno assunto un atteggiamento del tipo "si va avanti come al solito" facendo pensare che i bombardamenti aerei fatti dagli USA e dai loro alleati sarebbero proseguiti senza cambiamenti. Poi però sembra che l'amministrazione sia rimasta abbacinata dalla velocità e dalla portata dell'azione russa. La scorsa settimana un funzionario russo è arrivato all'ambasciata statunitense di Baghdad per annunciare l'immediato avvio delle operazioni aeree in Siria e a chiedere con insistenza che gli USA quel giorno tenessero i loro aerei e i loro uomini fuori dallo spazio aereo siriano. Da allora la cadenza degli attacchi aerei russi è stata impressionante ed ha lasciato poco o punto spazio agli altri.
Andare avanti come se nulla fosse, in questi casi, non è una soluzione troppo praticabile se si vuole evitare qualche grosso incidente aereo nei cieli siriani. Gli oppositori del Presidente Obama sono subito saltati su: Putin stava lasciando l'AmeriKKKa spiazzata un'altra volta. Il Segretario di Stato John Kerry ha chiesto a gran voce un coordinamento delle azioni militari che permettesse almeno agli aerei della coalizione statunitense di restare in volo e di continuare ad essere della partita.
In secondo luogo, gli USA hanno cercato di riprendere in mano l'iniziativa politica riconoscendo alla Russia il ruolo militare ma cercando al tempo stesso di mettere dei paletti -in sostanza, la rimozione del Presidente Bashar al Assad- che contemplino rimaneggiamenti nella leadership siriana sufficientemente grandi da lasciare che in essi l'AmeriKKKa abbia la maggior voce in capitolo. Anche il Regno Unito e la Francia si sono fatti sentire, per assicurarsi il diritto ad influenzare il risultato finale qualunque esso sia.
In tutti questi maneggi e in tutte queste schermaglie retoriche gli USA hanno pensato a rivedere senza tanto chiasso la propria posizione nei confronti della composizione politica su cui sembra si stia ora concentrando l'attenzione. A Londra e a Berlino il Segretario Kerry ha stemperato l'assoluta contrarietà degli USA alla permanenza in carica del Presidente Assad: ora, a sentir lui, Assad potrebbe restare per una fase di transizione, per quanto lunga essa possa essere "o che altro", chiudendo col dire che in fin dei conti tocca al popolo siriano decidere (cfr qui). Mercoledi Kerry si è anche spinto oltre e ha detto qualcosa di altrettanto significativo: al termine dei colloqui avuti con il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov Kerry ha affermato che la Siria deve restare "unita... e laica". Un cambiamento rimarchevole, anche se poco ostentato, perché mette fuori dal gioco i Fratelli Musulmani e gli jihadisti, ovvero tutte le formazioni islamiche che non accettano l'esistenza di uno stato laico; ad essere chiari questo significa che anche i gruppi protetti dai paesi del Golfo avranno al massimo le briciole.
Sicuramente Lavrov ha spiegato chiaramente a Kerry che Assad aveva detto ai russi di essere pronto ad introdurre riforme ed un orientamento politico diverso e che i russi gli credono. Forse gli ha anche spiegato che peculiari circostanze di tipo storico impediscono che in Siria la cooptazione al potere dei Fratelli Musulmani rappresenti una prospettiva praticabile. Fatto sta che Kerry ha cambiato tono.
A questo punto pare che gli USA abbiano adottato una terza tattica, quella del contenimento, vecchio cavallo di battaglia: è in corso una massiccia guerra dell'informazione che ha lo scopo di far pensare che i russi si siano impegnati solo ad attaccare lo Stato Islamico e nessun altro, quando invece i russi non hanno mai espresso simil intenzioni. Anzi, Lavrov ha detto chiaramente che la Russia sta colpendo sia lo Stato Islamico sia "altri gruppi terroristi", come aveva sempre "detto che avrebbe fatto". La battaglia della propaganda continua lo stesso, per mantenere la Russia sotto pressione e per arginare la sua campagna militare. Funzionari ameriKKKani hanno ammesso pubblicamente che nel contesto dell'opposizione armata al governo siriano i "moderati" si sono rivelati rari come i mitici unicorni e che sul campo se ne potevano contare giusto "quattro o cinque"; sicché sembra che all'improvviso ad essere nel mirino siano tutti questi "moderati addestrati dalla CIA". In effetti gli "jihadisti moderati" non esistono, sarebbero una contraddizione in termini. Ci sono solo jihadisti più o meno vicini allo Stato Islamico, più o meno vicini ad al Qaeda. Ma è una questione di definizioni, che alla Russia non interessa.
Dalla sua ben guarnita posizione Tom Friedman inquadra gli eventi in modo un po' diverso. Putin e i suoi alleati vadano pure in guerra contro lo Stato Islamico, con tanti auguri a tutti. Quando falliranno e si accorgeranno che tutto il mondo sunnita gli si è ritorto contro, i russi avranno bisogno di qualcuno che li aiuti ad uscire dal ginepraio, e a questo punto soltanto Washington sarà in grado di aiutare Putin a rimediare al proprio errore strategico. Questa ipotesi è troppo riduttiva. Putin conosce bene la differenza che esiste tra il tradizionale Islam sunnnita del Levante e lo wahabismo militante dei paesi del Golfo che vi ha fatto irruzione negli ultimissimi tempi e che è ostile all'Islam sunnita tradizionale in Siria ed in Iraq. Putin sa anche che molti sunniti si attengono ancora al concetto di cittadinanza in uno stato laico o non settario e che la Siria e l'Iraq sono eredi delle venerabili ed antiche civiltà sira e mesopotamica e che ciascuno ha una cultura ed una visione politica propria. La lotta contro le contemporanee accezioni dello wahabismo non ha mai coinciso con una riduttiva schermaglia tra una minoranza sciita (gli alawiti) e una maggioranza sunnita; è piuttosto una lotta che mira a conservare la tradizione levantina, opposta ad una cultura straniera che è quella del Golfo, lo wahabismo che si è riversato in Medio Oriente galleggiando sui petrodollari.
Per quale motivo il Presidente Putin avrebbe una miglior comprensione di questo conflitto tra culture rispetto ai leader occidentali? La cristianità ortodossa russa non ha mai contemplato l'opposizione binaria contemplata dall'Occidente, con cristianità romana da una parte ed Islam dall'altra. Il cristianesimo ortodosso e l'Islam sunnita tradizionale condividono molti concetti ed hanno una storia di fitte relazioni.
Gli "jihadisti moderati" non esistono, sarebbero una contraddizione in termini. Ci sono solo jihadisti più o meno vicini allo Stato Islamico, più o meno vicini ad al Qaeda. Ma è una questione di definizioni, che alla Russia non interessa.
Cosa stanno facendo dunque i russi? In primo luogo stanno colpendo una serie di bersagli "terroristici" messa insieme dai servizi di informazione siriani, russi, iraniani e di Hezbollah. Non è probabile che questa fase duri molto a lungo: alla prassi in atto verranno apportati gli opportuni cambiamenti. Una volta distrutti i bersagli principali, inizierà un'offensiva di terra condotta dall'Esercito Arabo Siriano con il diretto sostegno di Hezbollah e con le indicazioni di funzionari russi ed iraniani. La differenza sarà nel fatto che le forze di terra potranno avvalersi di un appoggio aereo ognitempo e notturno, oltre che di immagini in tempo reale. I soldati russi non saranno direttamente coinvolti in operazioni sul campo in sostegno dei siriani, ma dovranno rendere sicura una zona attorno alla loro base aerea di Lattakia. Conseguenza di quanto riusciranno a garantire in fatto di sicurezza per la zona sarà una maggiore disponibilità di truppe per l'esercito siriano che non dovrà farne stazionare in zona e potrà destinarle ad altri compiti.
Per adesso i russi, come si nota dagli attacchi compiuti, sembra siano essenzialmente dediti ad eliminare qualunque minaccia si trovi vicina alle loro forze a Lattakia: la base russa si trova venti chilometri a sud della città. Dal punto di vista militare è un modo di agire normale. In secondo ed in terzo luogo cercheranno probabilmente di rendere sicura l'autostrada M4 che va da Lattakia ad Aleppo, colpendo le sacche di insorti che si trovano a ridosso, e di colpire le zone in mano ai ribelli che si trovano lungo l'autostrada M5.
Non esiste nulla di politico dietro questi attacchi: non sono cose fatte per favorire un gruppo di oppositori a scapito di un altro. Sembra molto chiaro invece che i russi stanno preparando la successiva ripulitura del terrreno ad opera dell'Esercito Arabo Siriano. Gli aerei russi mettono al sicuro le linee di rifornimento per le truppe di terra, e al tempo stesso colpiscono quelle degli jihadisti. Si tratta di questioni di tipo sostanzialmente militare, ed in linea con quanto i russi dicono di avere per obiettivo.
Perché allora questa ondata di commenti infastiditi, di disinformazioni, di asserzioni secondo cui la strategia dei russi starebbe perseguendo fini reconditi? Che cos'è che irrita tanto l'Occidente? Di sicuro c'è che Putin ha messo Washington davanti al fatto compiuto e ha fatto apparire inconsistente un anno e mezzo di affermazioni occidentali sulla lotta allo Stato Islamico. Ma potrebbe esserci dell'altro.
Negli ultimi decenni, la NATO ha in pratica assunto qualsiasi decisione in materia di guerra e di pace. Non aveva opposizione e non aveva rivali. La guerra -il farla, il non farla, il come farla- era di fatto materia per un mero dibattito in seno all'alleanza. Questi erano i fatti; il pensiero e le azioni altrui non contavano poi molto, e i destinatari finali dovevano semplicemente sopportare. Solo che mentre era evidente la portata distruttiva di tutto questo, i vantaggi strategici non lo sono mai stati, in Medio Oriente meno che mai.
A pungere sul vivo l'Occidente probabilmente è soprattutto il fatto che la Russia ha preparato e cominciato in un batter d'occhio una campagna militare sofisticata. La NATO ha una serie di strutture intricate che la rendono molto più titubante: gli iracheni hanno a lungo lamentato il fatto che dal punto di vista militare l'assistenza loro promessa dalle potenze della NATO ci mette letteralmente degli anni a concretizzarsi, mentre le richieste indirizzate a Russia ed Iran trovano velocemente soddisfazione. Nella condiscendenza ostentata da Tom Friedman verso l'intervento militare russo c'è dunque più orientalismo che altro.
Tutta questa cagnara probabilmente nasce anche dalla consapevolezza del fatto che l'iniziativa russa potrebbe anche segnare la nascita di qualcosa di più serio; l'Organizazione per la Cooperazione di Shanghai potrebbe assumere il ruolo di alleanza militare. Certo, gli appartenenti all'alleanza dei "quattro più uno", Russia, Iran, Siria, Iraq e Hezbollah, non portano le insegne dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, né coloro che ne fanno parte coincidono con gli appartenenti ad essa. Tuttavia questa alleanza potrebbe essere esperienza pilota nel campo delle cooperazioni di successo al di fuori dell'àmbito occidentale. Inoltre, il suo obiettivo è esattamente quello di impedire il concretizzarsi dei progetti di rovesciamento del governo che sono nello stile della NATO e che sono la prima preoccupazione dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Questa prospettiva irriterebbe di sicuro l'establishment della sicurezza occidentale e potrebbe mandare all'aria i calcoli della NATO in più di un caso.
Quindi non sorprende che in qualche conventicola occidentale si possa pensare importantissimo costruire una narrativa sul fallimento dei "quattro più uno", e negare in tutto e per tutto che questo precedente militare possa avere una qualche importanza strategica per il mondo non occidentale.

sabato 10 ottobre 2015

Vladimir Putin: scacco matto a Washington con una mossa audace



Traduzione da Conflicts Forum.

Difficile pensare a un cambio di registro più drastico. Sei mesi fa il Segretario alla Difesa del Regno Unito, Philip Hammond, aveva detto che il Presidente Putin era in potenza la "minaccia singola più grave" per la sicurezza della Gran Bretagna, e ne denunciava il comportamento "oltraggioso e fuori dal tempo": un "despota di metà ventesimo secolo" che -attenzione- "avrebbe pagato caro per quello che faceva in Ucraina". Il 18 settembre 2015 il signor Hammond era ritto accanto a John Kerry a Londra, il quale stava dicendo: "Lo Stato Islamico viene sempre più considerato una minaccia da ogni ente, da ogni paese del mondo. E lo Stato Islamico è... a tal punto una minaccia, che la Russia ha deciso di concentrare contro di esso i propri sforzi, cosa che accogliamo di buon grado" [il corsivo è di Conflicts Forum].
Kerry metteva l'accento sulla positiva reazione di Washington all'impegno di Putin in Siria, e sia Hammond che lui hanno pensato bene di evitare qualunque critica alla Russia. Un commentatore maligno ha notato: "Le questioni dei militari russi nel Donbass, dell'annessione della Crimea e delle sanzioni occidentali non sono state neanche sfiorate. Kerry ha d'altronde fatto presente a Kiev che gli accordi di Minsk rappresentano l'unica strada possibile ed è stato perentorio nel concludere che tutti devono impegnarsi per la loro piena messa in pratica. Ha persino avuto qualche parola di stima per l'influenza moderatrice della Russia sui separatisti del Donbass". E' altrettanto significativo che Kerry abbia detto anche:
"Riguardo ad Assad e alla sua lunga permanenza al potere, quello che ho detto qui concorda con quello che ho sempre sostenuto... Assad deve andarsene. Quanto ci vorrà e come questo avverrà, è cosa che andrà decisa nell'àmbito del processo di pace e dei negoziati di Ginevra. Noi abbiamo detto per un po' che non è che ci devono essere un giorno preciso, un mese preciso o che altro...[il corsivo è di Conflicts Forum].
Io non posso dare una scansione dei tempi. So soltanto che il popolo siriano ha già mandato un segnale mettendosi le gambe in spalla e cominciando ad abbandonare la Siria... Questo lo sanno tutti. Sicché, che legittimità avrà in futuro [il Presidente Assad]? Certo che alla fin fine sarà il popolo siriano a decidere. Quello che pensiamo noi è molto chiaro.
Tuttavia c'è bisogno di arrivare a dei negoziati; stiamo cercando di arrivarci e speriamo che la Russia ed ogni altro paese influente -come l'Iran- ci aiuterà in questo perché qui sta il punto che impedisce la fine della crisi. Noi siamo pronti a negoziare".
A domanda su un aereo russo individuato nello spazio aereo siriano, Kerry ha risposto:
"Chiaro che la presenza di un aereo capace di combattimento aria-aria o di portare missili aria-superficie è causa di interrogativi piuttosto seri; proprio per questo il segretario Carter ha parlato ieri con il Ministro della Difesa russo [Sergej] Shoygu, e proprio per questo abbiamo intrapreso ulteriori colloqui per rispondere a queste domande e per discutere di come evitare che le attività russe confliggano con le nostre. La coalizione contro lo Stato Islamico comprende più di sessanta paesi: c'è bisogno di fare di più? Sì. Accetteremmo volentieri l'aiuto dei russi nella lotta allo Stato Islamico? Certo che sì. Ne abbiamo discusso per un po'".
Pare che questo significhi che le discussioni ci sono state mentre la situazione si evolveva, che questo indichi un mutamento nella politica fin qui seguita e può senz'altro darsi che le cose stiano in questo modo. Una virata abbastanza improvvisa, poi. Fino ad una settimana prima si lavorava ancora alacremente al rovesciamento del governo siriano: Mark Urban della BBC riferisce che "fino ad una settimana fa il Consiglio di Sicurezza [Britannico] prendeva in considerazione ambiziose proposte che contemplavano il posizionamento di armati per la protezione dei civili nel nord della Siria. Questa settimana invece si trova a dover considerare la possibilità che gli aerei che bombardano le zone in mano ai ribelli potrebbero presto essere russi, e non siriani". Per il governo britannico, continua Urban, "che sta seriamente considerando l'idea di arrivare ad una votazione parlamentare sull'intervento armato e si sta adoperando intensamente per sostenere una zona a divieto di sorvolo che fermi i bombardamenti siriani nel nord del paese, l'azione russa costituisce un grosso problema".
L'intervento russo ha scompaginato le carte in tavola. Anche il Presidente Erdogan si è dovuto accorgere che il vento è cambiato. Giovedi 17 settembre, dopo la preghiera dello 'eid al Fitr nella moschea di Solimano -la più grande delle moschee ottomane di Istanbul- ha detto:
"E' possibile che questo percorso [verso la transizione] possa andare avanti senza Assad, o che continui con Assad. In ogni caso, nessuno pensa ad un futuro con Assad in Siria. E' impossibile che [i siriani] tollerino un dittatore che ha portato alla morte di trecentocinquantamila persone".
M. K. Bhadrakumar è un ex ambasciatore indiano in Turchia, e scrive che "queste considerazione erano polemiche, in una certa misura e presentavano un caratteristico carattere erdoganesco. Erdogan è quasi riuscito a sorvolare su quello che può essere visto soltanto come un marcato ammorbidimento delle posizioni turche per quello che riguarda la transizione siriana. E' significativo che Erdogan abbia dovuto recarsi in volo ad Istanbul giovedi pomeriggio direttamente da Mosca, dopo un incontro al Cremlino con Vladimir Putin".
Secondo il signor Lavrov anche il cambio di registro deciso da Washington sarebbe una cosa seria.
"Penso che oggi gli ameriKKKani siano parecchio più sensibili verso le argomentazioni che abbiamo loro presentato nel corso degli ultimi anni. Il Segretario di Stato John Kerry ha  reso nota la volontà di Washington di collaborare con la Russia sul problema di una composizione del conflitto in Siria", ha detto Lavrov martedi 15.
"Dopo il colloquio tra il Ministro della Difesa [Sergej] Shoygu e il Segretario alla Difesa Ashton Carter entrambe le parti hanno esplicitamente parlato di valutazioni incoraggianti. Io penso che siano diventati maggiormente consapevoli di come stanno oggettivamente le cose", ha aggiunto.
Fin qui tutto bene. Solo che è ovviamente in corso l'inevitabile marcia indietro. Su Foreign Policy si legge che certi diplomatici statunitensi, capeggiati dalla incallita "interventista liberale" Samantha Power, "hanno zittito" la proposta [russa] di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che impegnasse i paesi membri a combattere con ogni mezzo i terroristi -ivi compresi lo Stato Islamico, Al Qaeda e le varie altre schegge- "facendo naufragare le speranze russe". Foreign Policy dipinge un "[Putin] che arriva a New York la prossima settimana circondato da un'aureola di santità". Secondo Bloomberg invece, che cita due fonti "informate sull'argomento", tutto questo snobismo non avrà grossi effetti: Putin intende procedere, che gli USA siano d'accordo o no ad operare congiuntamente. "La Russia spera che il buon senso prevalga, e che Obama prenda la mano aperta che Putin gli porge", scrive Elena Suponina, esperta di questioni mediorientali allo Institute of Strategic Studies, un think tank consigliere del Cremlino; "Putin andrà comunque avanti, anche se questo non succede".
Se ancora non fosse stato chiaro, il Presidente russo ha giustificato la propria politica durante un'intervista con CBS News rilasciata a Mosca giovedi 17 settembre. Ha detto che non esiste altra soluzione per la crisi siriana se non rafforzare le istituzioni del governo in carica a Damasco e fornirgli assistenza nella lotta al terrorismo. Putin ha detto:
"Sono profondamente convinto che al contrario ogni azione avente lo scopo di distruggere il governo legittimo finirà per creare una situazione come quella che si vede in altri paesi della regione o anche altrove, per esempio in Libia, dove tutte le istituzioni statali sono state disintegrate. In Iraq la situazione è simile. Per la crisi siriana non c'è altra possibilità che rafforzare le istituzioni del governo in carica, e aiutarlo nella lotta al terrorismo".
Putin ha detto che occorre anche esortare il governo siriano ad "impegnarsi in un dialogo costruttivo con la parte raziocinante dell'opposizione, e a varare delle riforme... Solo il popolo siriano ha il titolo per decidere chi dovrebbe governare in Siria, e come dovrebbe farlo".
Il problema è questo: l'AmeriKKKa ha qualche alternativa? Cercare di tirar su degli "insorti moderati" perché rimpiazzassero il Presidente Assad e gli alti gradi governativi pieni di militari si è rivelato un falimento spettacoloso. Lo stesso Obama adesso dice che non ha mai creduto all'idea che dei "moderati" si impadronissero in qualche modo della Siria: solo che asserisce  che certi appartenenti all'amministrazione se ne erano mostrati così entusiasti che aveva finito per pensarla allo stesso modo, a dispetto della sua migliore capacità di giudizio.
La maggior parte dei paesi europei ad eccezione del riluttante Regno Unito cercano disperatamente di arrivare ad una composizione politica del conflitto siriano, dopo che un'ondata di profughi di dimensioni bibliche ha impelagato l'Europa in quella guerra senza esclusione di colpi. Domenica 20 settembre il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeir ha detto a fianco di John Kerry: "Prendo sinceramente atto volentieri... del crescente impegno militare russo in Medio Oriente".
La audace mossa che Putin ha compiuto di propria iniziativa è in effetti uno scacco a Washington. Adesso in Siria Obama è inchiodato a due sole alternative. La prima è lasciare che lo Stato Islamico indebolisca lo stato siriano fino ad un auspicato "punto di non ritorno verso il collasso" (e alcuni appartenenti all'amministrazione come il generale Allen vogliono questo) oppure collaborare con la Russia per stabilizzare la Siria ed impedire che tutta la regione piombi nell'anarchia. Una scelta in questi termini non è davvero mai stata un gran che.
Rovesciare il governo siriano è una scelta adesso screditata, ma continuare su quella strada avrebbe portato alla fine Obama a raccontare al popolo ameriKKKano che il suo governo aveva "deliberatamewnte provocato", per dirla con le parole del generale Flyn, la vittoria degli jihadisti non soltanto in Siria, ma forse in larga parte del Medio Oriente. Non sorprende che davanti ad una prospettiva del genere Obama abbia deciso di seguire Putin, anche se questo significa accettare il fatto che Assad rimanga in carica. In questa situazione l'asserzione di Kerry che afferma che dopotutto chi comanda in Siria è questione che riguarda il popolo siriano fa pensare che l'amministrazione statunitense abbia finalmente interiorizzato la realtà.
Su questa virata di centoottanta gradi la retorica politica dell'Occidente e della Turchia sorvola, e insiste sulla necessità di un nuovo "assetto politico", sulle riforme, sulla transizione al governo. La realtà invece mostra una Russia intenta a cambiare la situazione concreta con l'uso della forza militare. Certo, delle riforme ci saranno: ci si sta già lavorando. Certo, arriveranno anche gli accordi politici, ma è più probabile che a tanto si arrivi grazie alla forza dei dati di fatto: Mosca sbatterà le une contro le altre un po' di teste, scegliendole tra quelle di chi non riesce a capire che la musica è cambiata.
Sarà di sicuro assai problematico per gli Stati Uniti coordinare direttamente i propri sforzi con la Russia e con chi le si è alleato in questo progetto (Iran, Siria, Iraq e indirettamente Hezbollah). Solo che la Russia ha messo in piedi la propria formidabile coalizione contro lo Stato Islamico e contro altri gruppi jihadisti intanto che l'AmeriKKKa organizzava la propria, composta da sessanta paesi. Coordinata da Russia ed Iran, l'alleanza è stata con sottile ironia definita dei quattro più uno. Pare ovvio ricordare che i "quattro più uno" non hanno alcuna intenzione di lasciare che gli USA installino a Damasco un governo fantoccio e filooccidentale, e che Mosca non ha intenzione a lasciare che in Siria si installi in futuro un governo vicino all'Occidente, responsabile di gran parte del territorio di quello che è l'enorme bacino petrolifero mediorientale e potenzialmente di un corridoio energetico vitale che potrebbe essere usato per tagliare fuori la Russia dal mercato europeo dell'energia.
Ovviamente la prospettiva che gli USA collaborino, sia pure indirettamente, con un'alleanza come questa farà starnazzare alcuni politici statunitensi. E il pensiero che gli USA si trovino alla fine a dover concedere ai russi che Assad rimanga al suo posto sarà un boccone amaro da buttare giù nel clima di orientamento degli schieramenti che domina la vigilia delle elezioni presidenziali. La riluttanza dominerà la scena ma gli alleati dell'AmeriKKKa, gli europei, vogliono ad ogni costo che in Siria si arrivi ad una soluzione che non comporti quella mareggiata di profughi minacciata da uno Stato Islamico che prenda il sopravvento. Gli europei sosterranno Obama, e la maggior parte degli europei non si sentirà troppo offesa se bisognerà cedere un po' ai russi pur di arrivare ad un accordo politico in Siria.
La questione fondamentale, dietro quello che sembra un cambiamento radicale, sembrerebbe essere il fatto che Obama ha compreso che l'AmeriKKKa non ha più l'energia o la capacità per imporsi su Russia e Cina, specialmente quando i due paesi agiscono di concerto, e che esisteranno occasioni in cui gli USA dovranno evitare di inasprire i rapporti con questi due paesi.
E l'Arabia Saudita, il Qatar, la Giordania? "Anche da quelle parti sono in corso strani tramestii. E' molto importante che nessuno dei tre paesi si laci andare, more solito, ad aspre grida di condanna per quello che la Russia sta facendo in Siria. Ora come ora pare che stiano reagendo fiaccamente, che stiano guardando altrove, come assorti in altri pensieri" nota l'ex diplomatico indiano Bhadrakumar. Troppo presto per trarre conclusioni: tocca aspettare per vedere cosa succederà.

martedì 6 ottobre 2015

Le librerie Feltrinelli di Firenze ed il valore dei libri contro l'intolleranza culturale


Dal sito del Comune di Firenze, ottobre 2015:
Torna alla Biblioteca delle Oblate la rassegna di libri e incontri con l'autore “Leggere per non dimenticare”, un appuntamento ormai irrinunciabile con i protagonisti della saggistica e della narrativa giunto alla ventunesima edizione. Il programma di questo ciclo prevede 37 appuntamenti con narratori, filosofi, scienziati, filologi e psicoanalisti accomunati, come sempre, da un filo conduttore che questa volta sarà “Il Valore dei Libri”. Un valore che bisogna davvero riconquistare e non dare per scontato visto che il fantasma dei roghi e dell’intolleranza culturale (e non solo) è ancora ben lungi dall’essere sconfitto. L'iniziativa, ideata da Anna Benedetti, prenderà il via il 7 ottobre, ore 17,30, con “Solidarietà. Un’utopia necessaria” di Stefano Rodotà. Il noto giurista analizzerà il nesso tra solidarietà e democrazia, mostrando come la lesione della solidarietà sociale, intesa soprattutto come protezione e tutela delle persone lontane e sconosciute, rappresenti un pessimo segnale per la democrazia. Gli appuntamenti immediatamente successivi vedranno la partecipazione di altri due straordinari animatori del panorama culturale del nostro paese: mercoledì 14 ottobre Corrado Augias con “Le ultime diciotto ore di Gesù” e mercoledì 28 ottobre Claudio Magris con “Non luogo a procedere”.
Poi si chiude il computer e si esce di casa perché si è deciso di acquistare proprio un libro, per motivi di studio.
La libreria Feltrinelli di piazza della Repubblica ha cacciato la precedente Edison. L'ingresso si presenta in questo modo, e la prima impressione è quella di aver sbagliato indirizzo.
Un ristorante, con un menu esauriente e dal fastidioso puntiglio.
La cosa dà ancora più fastidio se si pensa che Firenze è satura di attività del genere, come negli anni Ottanta del passato secolo era satura di inutili botteghe di stracci.
Insomma, di boutiques.
Lo hamburger in lista è un piatto yankee dei più vili, imposto trent'anni fa nella penisola italiana sull'onda di quel liberismo alla rochibalboa che prima di diventare unica ideologia concepibile si è all'inizio presentato come moda e poi si è attaccato al deep state come una scabbia.
Qui uno di quei cosi ha un prezzo a due cifre.

Un'altra immagine, presa da un'altra angolazione. Caffè, cucina, ed una poco decifrabile insegna KIDZ. Sarebbe interessante sapere quale criterio biblioteconomico ne ha raccomandato l'adozione. Un rapido giro all'interno mostra la scomparsa del piano interrato e la brusca riduzione degli spazi espositivi in generale.
Gli scaffali sono forse un terzo di quelli che erano: c'era da far posto al basket di frittura.
Almeno la comunicazione istituzionale indica che l'amministrazione è armatissima di buone intenzioni.
Proprio il tipo più adatto per lastricare l'inferno.
Non c'è stato neanche bisogno dei roghi dell'intolleranza culturale: sono bastati un fornello a gas e un paio di friggitrici.