giovedì 23 agosto 2012

Alastair Crooke - Verso una nuova rivoluzione culturale nel mondo arabo


Gruppo salafita del "libero" esercito siriano (fonte: Angry Arab).


Traduzione da Asia Times.

Il "Risveglio" sta assumendo caratteri molto diversi rispetto al clima di eccitazione carica di aspettative con cui era stato accolto al suo primo manifestarsi. Generato da una iniziale e vasta spinta popolare, viene considerato sempre di più -ed inizia ad essere temuto- come una incipiente "rivoluzione culturale" di carattere controrivoluzionario: una sorta di reinculturazione della regione connotata da caratteristiche prescrittive che oggi come oggi sta deludendo le grosse aspettative che vi erano state riposte e che fa strame della connotazione che in Occidente ci si ostina a dargli, che sarebbe quella di una sorta di progetto riformista e democratico.
Invece di coltivare la speranza, la metamorfosi cui questo fenomeno è andato incontro ha prodotto un insieme di incertezza e di disperazione, soprattutto per coloro che vengono sempre più spesso indicati come "le minoranze", ovvero tutti i non sunniti. Questi brividi di timore nascono dall'impegno con cui alcuni stati del Golfo si adoperano per restituire ai sunniti la supremazia -o addirittura l'egemonia- nella regione: un obiettivo da raggiungere fornendo sostegno alla militanza sunnita in ascesa [1] e alla diffusione della cultura salafita.
Almeno sette stati sovrani del Medio Oriente sono oggi teatro di aspre e sempre più violente lotte per il potere: entità statali come il Libano, l'Egitto, la Libia, il Bahrein e lo Yemen stanno perdendo consistenza. I paesi occidentali non si curano neanche più di velare il proprio interesse ad un cambio di governo in Siria che segua quello avvenuto in Libia, e ad un corrispondente non cambio di governo nello Yemen.
In tutta la regione permane già oggi una condizione di conflitto a bassa intensità: l'Arabia Saudita ed il Qatar, sostenuti dalla Turchia e dall'Occidente, sembrano propensi a non fermarsi davanti a nulla pur di rovesciare violentemente un capo di stato arabo come il Presidente Bashar Assad, e a fare ogni cosa sia in loro potere pur di colpire l'Iran.
Gli iraniani sono sempre più propensi a considerare il comportamento dell'Arabia Saudita come un'esplicita propensione alla guerra aperta; i comunicati che arrivano dal Golfo assumono spesso toni istericamente aggressivi. Un editoriale recentemente pubblicato sul giornale saudita Al Hayat scriveva: "Il cima nel Consiglio per la Cooperazione nel Golfo indica che le cose stanno andando verso un confronto tra Consiglio e Iran e Russia nel teatro siriano, simile a quello che ha avuto luogo in Afghanistan ai tempi della guerra fredda. Sicuramente è stata presa la decisione di rovesciare il governo siriano, considerandolo vitale per l'influenza e per l'egemonia che la Repubblica Islamica dell'Iran ha nella regione". [2]
Qualunque fosse la natura della sincera partecipazione popolare che ha caratterizzato il "Risveglio" nei suoi primi momenti, essa è stata adesso dominata ed assorbita da tre progetti politici di vasta portata, che hanno tutti a che fare con questa forte spinta verso la riaffermazione di una precisa supremazia: il progetto dei Fratelli Musulmani, quello salafita di Arabia Saudita e Qatar, e quello salafita militante. La natura autentica del progetto dei Fratelli Musulmani non è nota ad alcuno; non si sa se sia quello di una setta o se sia davvero il progetto di più vasta portata attualmente in corso d'opera [3]; proprio questa incertezza genera tanti timori dotati di autentico fondamento.
A volte i Fratelli Musulmani si presentano come pragmatici ed aperti al mondo, anche se piuttosto problematici quando si tratta di arrivare ad accordi; altre voci che si levano dallo stesso movimento, anche se in sordina, evocano invece qualcosa che si rifà alla retorica di un salafismo letterale, intollerante ed egemonico. In ogni caso, appare chiaro che il piglio dei Fratelli Musulmani sta assumendo ovunque i toni della militanza settaria: sono questi gli aspri toni che si levano ben distinti dalla Siria.
Il progetto di sauditi e salafiti è stato messo a punto come diretto contaltare a quello dei Fratelli Musulmani: l'impegno dell'Arabia Saudita nell'appoggiare e sostenere generosamente i salafiti di orientamento filosaudita che operano nella regione ha lo scopo preciso di porre dei limiti e dei contrasti all'influenza dei Fratelli Musulmani [4] (per esempio in Egitto) e di togliere mordente a questo Islam riformista, che viene considerato minaccioso per l'esistenza delle autocrazie statali del Golfo perché mette esplicitamente in discussione l'autorità di queste monarchie assolute.
Il Qatar segue una linea che per certi versi è differente da quella saudita. Anch'esso fomenta, arma e finanzia la militanza sunnita [5] ma non agisce, al contrario dell'Arabia Saudita, con la stessa determinazione per contenere e circoscrivere l'influenza dei Fratelli Musulmani. cerca piuttosto di cooptarli col denaro e di farli schierare su un asse che comprende lo stesso Qatar e l'Arabia Saudita in un blocco sunnita che possa fare da argine all'Iran.
E' evidente che i Fratelli Musulmani hanno bisogno dei finanziamenti che arrivano dal Golfo per sedere al capo del tavolo in cui si spartiscono i poteri regionali; la linea politica più esplicita, più settaria e dai toni maggiormente carichi esibita dai Fratelli Musulmani serve probabilmente a ricordare che chi si addossa i compiti più gravosi è anche quello che decide come devono andare le cose... e sia il Qatar che l'Arabia Saudita sono organismi statali salafiti di orientamento wahabita.
Il terzo progetto, anch'esso generosamente finanziato ed armato da Arabia e Qatar, è quello del radicalismo sunnita senza compromessi e costituisce l'avanguardia di questa nuova "rivoluzione culturale": il suo scopo non è quello di contenere, ma di sostituire puramente e semplicemente la vecchia cultura sunnita con il salafismo. Al contrario dei Fratelli Musulmani questa componente, la cui influenza sta crescendo in maniera esponenziale grazie alla pioggia di denaro che arriva dai paesi del Golfo, non ha di per sé ambizioni politiche che riguardino in qualche modo gli stati nazionali.
Pur aborrendo la politica come la si intende di solito, questa componente ha comunque un carattere radicalmente politico: il suo obiettivo è niente di meno che la distruzione della cultura sunnita tradizionale e la sua sostituzione con le crude certezze del salafismo wahabita, con il loro secco distinguere tra bianco e nero, tra giusto e sbagliato e la loro enfasi sulla fedeltà nei confronti del potere costituito e della legge sacra. Gli elementi più radicali si spingono oltre, e contemplano una prossima fase in cui verranno acquisiti e controllati spazi territoriali in cui instaurare autentici emirati islamici [6] e, in ultima prospettiva, un vero e proprio califfato.
Si sta verificando un mutamento culturale e politico di vasta portata: la "salafizzazione" della tradizione islamica sunnita. L'Islam tradizionale si sta allontanando dall'eterogeneità e dalla sua coabitazione di lunga data con le altre sette e con le altre etnie. Si tratta di un ripiegamento su se stessi, di una introversione verso un più rigido asserragliarsi attorno alle certezze di quello che è giusto e di quello che è sbagliato, e all'imposizione di queste stesse "verità" alla società intera: non è una coincidenza il fatto che gli stessi movimenti che cercano di farsi rappresentare nelle sedi istituzionali ambiscano oggi ai ministeri della cultura e dell'educazione, più che a quelli della giustizia o dell'interno. [7]
Le motivazioni che guidano gli stati del Golfo sono chiare: i dollari del Qatar e dell'Arabia Saudita, assieme alla pretesa saudita di rappresentare il legittimo successore dei Quraiysh (la tribù da cui proveniva il Profeta) servono a dirigere il percorso dei sunniti in modo che le monarchie assolute del Golfo possano acquisire una nuova legittimazione e possano riaffermare la propria leadership tramite la diffusione della cultura salafita, che è caratterizzata dall'ossequio nei confronti del potere costituito in generale e del monarca saudita in particolare.
Nel corso della storia alcuni dei movimenti sunniti radicali beneficiati dalla generosità saudita si sono rivelati tra i gruppi più violenti, più propensi all'interpretazione letterale, più intolleranti e più pericolosi, sia per gli altri musulmani sia per tutti coloro che non detengono alcuna particolare "verità". L'ultima volta che realtà del genere sono state fomentate è stata nel corso dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan: le conseguenze di quanto successe allora sono ancora oggi sotto i nostri occhi, nonostante siano trascorsi decenni.
Questi tre progetti, anche se possono a prima vista presentare dei punti in comune, sono in realtà in competizione tra loro. Sono tutti progetti che tendono al conseguimento della supremazia: progetti che hanno come scopo la presa del potere e che finiranno per scontrarsi, sunniti contro sunniti. Lo scontro in Oriente è già divampato con violenza.
Il salafismo dell'Arabia Saudita e quello ad orientamento radicale sono già stati fomentati in Yemen, in Iraq, in Siria, in Libano [8], in Egitto, in tutto il nord Africa, nel Sahara, in Nigeria e nel corno d'Africa. Non c'è da meravigliarsi delle preoccupazioni russe: l'Asia Centrale [9] non è certo immune dal fenomeno. I politici russi ricordano fin troppo bene quale fu l'impatto provocato ad un passo dalle loro frontiere da certe sollecitazioni, ai tempi dell'Afghanistan.
I russi trovano difficile capire come gli europei possano ancora una volta disinteressarsi delle conseguenze dei loro effimeri divertimenti domestici come il giochetto della caccia al dittatore, intanto che questo nuovo fermento radicale che si diffonde attraverso il Medio Oriente e l'Africa e che tenta di espandersi in Asia Centrale spiega le proprie forze alle soglie del continente Europeo, sull'altra sponda del Mediterraneo.
Il mutamento culturale in atto ha anche un'altra dimensione, evidenziata oltre un anno fa dal ministro degli esteri della Repubblica di Turchia. Il "Risveglio", disse il ministro, segnava la fine di un capitolo storico caratterizzato dalle divisioni che le grandi potenze avevano imposto ai musulmani quando frammentarono e divisero le vecchie provincie sunnite su cui l'Impero Ottomano dominava. Ahmet Davutoglu considerava questo "Risveglio" come una nuova "unificazione" dei musulmani, come la ricomposizione di una frammentazione causata dalla storia.
Non sorprende il fatto che il tema della comunità pan-musulmana e quello della riaffermazione della sfera di potere sunnita ricorrano oggi con sempre maggiore frequenza. [10] Davutoglu non ha citato la parola 'umma, che indica la comunità dei credenti, ma adesso molti lo stanno facendo. Si tratta di un discorso politico che preoccupa molto quanti in Medio Oriente non vogliono essere etichettati o minacciati in quanto minoranze, e che con tutti i suoi richiami agli echi dell'egemonia ottomana dei musulmani sunniti colpisce il loro percepirsi come cittadini uguali agli altri. [11]
Un mutamento culturale che va verso la riconsiderazione di una più ampia appartenenza musulmana (nessuno per adesso sta suggerendo la dissoluzione degli stati nazionali, anche se il primo ministro tunisino ha lasciato intendere di intravedere prossimo l'inizio del Quarto Califfato) ha delle implicazioni importanti anche per il conflitto tra Palestina ed Israele.
Negli ultimi anni abbiamo udito gli israeliani chiedere con insistenza il riconoscimento del loro stato come stato nazionale esplicitamente ebraico e non soltanto come Stato d'Israele di per sé. Uno stato ebraico, di principio aperto ad ogni ebreo che cerchi di tornarvi: la creazione di una 'umma ebraica laddove essa era esistita. Adesso sembra che nelle regioni occidentali del Medio Oriente si stia manifestando un'ambizione speculare a questa, che vuole il ristabilimento di una più vasta nazione sunnita; qualcosa che toglierebbe di mezzo le ultime vestigia dell'era coloniale.
Cosa significherà tutto questo per la Palestina? Il riconoscimento del diritto legale dei palestinesi ad uno stato nazionale rischia di uscire indebolito da questo anelito culturale all'instaurazione di una nazionalità e di un'appartenenza islamica di maggiore ampiezza? I diritti dei palestinesi, adesso cristallizzati nel concetto di stato nazionale, si trasformeranno per gradi in una più esplicita aspirazione islamica che superi i confini nazionali? La lotta assumerà i caratteri di una liotta primordiale tra simboli religiosi ebraici ed islamici, tra la moschea di Al Aqsa ed il Tempio?
Sembra che sia Israele sia le regioni che lo circondano stiano adottando un linguaggio che li porta molto lontano dai concetti ampiamente immanenti che ne sottendono le istanze e che per lungo tempo sono serviti a connotare la loro conflittualità. Quali potranno essere le conseguenze se questo conflitto, a causa della sua stessa logica, diventa uno scontro tra poli religiosi diversi?
Questa prospettiva a qualcuno sembrerà troppo pessimistica e persino minacciosa, ma questo succede perché molto spesso ci si accosta al Medio Oriente prima di aver acquisito una vera competenza in materia, senza considerazione per il diritto internazionale, senza considerazione per la Carta delle Nazioni Unite, e senza considerazione per il diritto che ogni nazione ha di essere se stessa a proprio modo.
In questo senso le pretese occidentali dapprincipio sono esagerate e prive di ogni logica, poi finiscono per implodere; il loro risultato è sempre un qualche unanime appello al "qualcuno faccia qualcosa", un'espressione che negli ultimi anni ha preso il significato di "fare qualcosa" ignorando il diritto internazionale, i diritti di sovranità e le Nazioni Unite. Un "fare qualcosa" in cui dettano legge gruppi orwelliani ed autonominati di "Amici di...", non importa quanto disastrose possano alla fine rivelarsi le conseguenze di questo "qualcosa".
La Siria è diventata il terreno di prova di queste intromissioni esterne; le vicende siriane [12] vengono determinate da questo potente schieramento delle potenze del Golfo intente a costruire un "nuovo Medio Oriente" tutto loro e non certo da una semplicistica narrazione fatta di riforme contro repressione, che impedice di collocare la Siria nel proprio peculiare contesto.
Molti siriani considerano oggi la lotta in corso non come un qualche cosa che riguardi le riforme -peraltro desiderate da tutti i siriani- ma come qualcosa di più primordiale, una lotta elementare in cui è in discussione l'esistenza stessa del concetto di Siria come tale, in cui entrano in gioco timori per la propria identità che toccano sensibilissimi ed infiammati nervi all'interno del mondo islamico. Non c'è da sorprendersi se oggi come oggi sono in molti a considerare la sicurezza più importante delle riforme.
Non c'è dubbio sul fatto che il Medio Oriente sia entrato in un periodo di profonde e turbolente lotte che definiranno il suo futuro e quello dell'Islam. Ma non è detto che questo periodo di trasformazione abbia gli esiti che alcuni possono pensare, o anche sperare: i paesi del Golfo possono anche perseguire ad oltranza i propri obiettivi, ma è proprio questo fatto a rendere vulnerabili anch'essi.
Il monarca saudita può anche aspirare ad unificare un mondo sunnita secondo la sua personale concezione di esso, ma difficilmente vi riuscirà comportandosi come si sta comportando. La sua rude vendetta contro Assad non sta affatto contribuendo ad unificare il Medio Oriente, ma soltanto a stravolgerlo; ed il ricorso continuo ai movimenti sunniti militanti sta causando violenti scontri in molti stati sovrani; in Oriente e al di là di esso la situazione sta già sprofondando in un conflitto di sunniti contro sunniti.
L'identità che i siriani hanno di se stessi, così com'è il caso di molte altre realtà nella regione, non ha mai avuto un carattere settario; affonda invece le proprie radici nella consapevolezza di appartenere ad una delle grandi nazioni della regione, dotata di un proprio modelo di società in cui vigevano "maggiore libertà religiosa e maggiore tolleranza... di quanta ve ne fosse in qualsiasi altro paese arabo". [13]
I siriani non si autodefiniscono sulla base dell'appartenenza settaria. L'intolleranza di stile wahabita che si basa su criteri settari è estranea al Levante, persino alla sua componente sunnita. Già stiamo assistendo, ad esempio in Egitto, a casi in cui certi movimenti vengono messi all'angolo anche da quanti tengono a definirsi islamici perché si pensa agiscano essenzialmente sulla spinta di motivazioni settarie. Nessuno ha voglia di cercarsi una camicia di forza di qualche altro genere. La domanda ricorrente è: i Fratelli Musulmani sono forse passati dalla "sopportazione" alla "dominazione"? La sensazione è quella di avere sostanzialmente perso qualcosa: in mezzo a questo processo di inculturazione intriso di autoritarismo, dov'è finito lo zelo riformatore, quello sinceramente rivoluzionario?


2 The Dangers of a Protracted Crisis in Syria, Al Arabiya English, 3 marzo 2012
3 The Two Faces of Egypt's Muslim Brotherhood, Der Spiegel, 22 maggio 2012
5 Arab World: Qatar, Midwife of the new Arab world, Jerusalem Post, 20 gennaio 2012
6 A Sunni Emirate in the North, Al-Akhbar English, 18 maggio 2012
7 The Two Faces of Egypt's Muslim Brotherhood, Der Spiegel, 22 maggio 2012
8 Lebanon's Sunni Street Takes Charge, Al-Akhbar English, 21 maggio 2012
9 SCO struggles to counter Arab Spring, Russia & India Report, 14 maggio 2012
10 Questions over Arab states' legitimacy, Gulf Times, 23 maggio 2012
11 Do Arabs want Turkey to lead the Arab awakening?, Hurriyet Daily News, 1 maggio 2012

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